Destra di Popolo.net

TRUMP NON SI FIDA NEANCHE DEL SUO STAFF E FA REQUISIRE I CELLULARI

Febbraio 27th, 2017 Riccardo Fucile

BUSH   LO ATTACCA: “LA STAMPA E’ INDISPENSABILE PER LA DEMOCRAZIA, IL POTERE PUO’ CREARE DIPENDENZA ED ESSERE CORROSIVO”

Le scelte dell’amministrazione Trump continuano a far discutere.
Dopo l’attacco ai giornalisti e all’Fbi (agenzia che per Trump starebbe mettendo a “repentaglio i delicati equilibri nazionali attraverso una serie di rivelazioni, in particolare legate alla discussa relazione con la Russia di Putin”) sulla scia della sua personale guerra ai media la Casa Bianca ha deciso di aumentare le misure di sicurezza per evitare le fughe di notizie e ha avviato controlli a campione dei cellulari degli uomini dello staff
Lo rivelano i giornali americani, raccontando un episodio indicativo accaduto la settimana scorsa nella West Wing: il portavoce, Sean Spicer, ha convocato a sorpresa il suo gruppo di lavoro per una riunione “urgente”; e, quando erano tutti presenti, dopo aver manifestato il suo disappunto e la sua frustrazione per il fatto che sui giornali erano trapelate notizie ‘sensibili’ uscite da una riunione di panificazione, ha chiesto ai suoi collaboratori di poggiare sul tavolo gli ‘smartphone’, compresi quelli privati.
Un controllo dei telefoni per dimostrare che non avessero nulla da nascondere, nè contatti telefonici con giornalisti ‘sospetti’
Alla scena, che ricorda il film “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese in cui i protagonisti condividono sms e chiamate in un gioco che si rivela di grande imbarazzo per tutti, erano presenti gli avvocati della Casa Bianca, ha riferito Politico.
Spicer ha avvertito i presenti che l’utilizzo di applicazioni di messaggistica istantanea come Confide -che è criptata e ha un sistema di screenshot protetto che elimina automaticamente i testi dopo il loro invio- o anche Signal, altro sistema di messaggistico criptato, rappresenta una violazione della legge di tutela dei Presidential Records, che richiede la conservazione dei documenti presidenziali anche a futura memoria.
La caccia per capire da dove provengano le fughe di notizie ha creato un clima molto teso nella West Wing: durante la riunione, Spicer ha più volte rimproverato i collaboratori, lanciando anche pesanti invettive.
Ma ormai il clima nella capitale, sempre più nervosa e divisa, è tale che, secondo Politico, c’è una corsa ai messaggi criptati un pò in tutta l’amministrazione Trump.
Al termine, Spicer ha messo in guardia dal non far filtrare notizie sulla riunione, nè sul fatto che erano stati controllati i cellulari, ma anche stavolta la notizia è trapelata.
ANCHE BUSH CONTRO TRUMP
Nel frattempo, a dare un’ulteriore spallata alle decisioni di Trump dopo l’allontanamento in conferenza stampa di Cnn, Nyt e altri, arriva a sorpresa anche l’ex presidente repubblicano George W Bush.
“Il potere può creare dipendenza e può essere corrosivo. E’ importante che i media mettano questa gente davanti alle proprie responsabilità ”.Dice l’ex presidente n un’intervista alla Nbc, attaccando il presidente Donald Trump, anche lui repubblicano. “I media sono indispensabili per la democrazia”, aggiunge l’ex inquilino della Casa Bianca.

(da agenzie)

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LA SVEZIA RISPONDE ALLE BALLE DI TRUMP CON I DATI SU IMMIGRAZIONE E VIOLENZA: “ORGOGLIOSI DI AVER ACCOLTO 143.000 SIRIANI IN FUGA DAI MASSACRI”

Febbraio 26th, 2017 Riccardo Fucile

IL GOVERNO: “VIOLENZA DIMINUITA NEGLI ULTIMI 20 ANNI, L’UNICO TENTATIVO DI ATTENTATO BEN SEI ANNI FA”

Il governo svedese ha lanciato sul web una campagna di «dati» sulle politiche migratorie e sulla delinquenza nel Paese, in risposta alle affermazioni del presidente americano Donald Trump.
«Recentemente sono state diffuse informazioni sempliciste e a volte del tutto inesatte sulla Svezia e sulla politica migratoria del Paese», ha dichiarato il governo in una nota sulla sua pagina web in inglese, senza citare Trump.
Il ministero degli Esteri, quindi intende smontare le falsità  che considera «più comuni».
Trump è tornato ieri a citare la Svezia come esempio dei pericoli che secondo lui vengono portati dagli immigrati, dopo che giorni prima aveva lasciato intendere che un attentato sarebbe avvenuto nel Paese nordico.
«L’unico tentativo noto di attentato è stato nel 2010. Nessuno rimase ferito, fatta eccezione per l’assalitore», afferma il governo.
«In termini generali, la violenza è diminuita in Svezia negli ultimi 20 anni», afferma il comunicato, mentre la «percezione è che la violenza sia in aumento», ma «non ci sono prove che indichino che l’origine sia l’immigrazione».
Invece, il governo ammette che il numero di stupri è aumentato, ma ricorda anche che è fuorviante paragonare i dati relativi al passato e ad altri Paesi, perchè l’evolversi delle leggi ha cambiato i parametri di giudizio.
Inoltre, sui dati sui migranti il governo ricorda che tra 2010 e 2015 solo un quinto dei nuovi arrivati ha chiesto asilo, il resto è arrivato per motivi famigliari, è cittadino di altri Paesi dell’Unione europea, è svedese che rientra o cerca lavoro.
Per il ministro della Giustizia, Morgan Johansson, gli svedesi dovrebbero essere «orgogliosi» di aver accolto 143mila siriani che fuggivano dalla guerra dal 2011.
«C’è un dibattito che sembra dare per scontato che dovremmo in qualche modo vergognarcene. Non lo dobbiamo fare: dobbiamo esserne orgogliosi, questa è la più grande operazione umanitaria della Svezia dalla Seconda guerra mondiale», ha aggiunto il ministro.

(da “Huffingtonpost”)

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UN TEAM DI PSICHIATRI VALUTI TRUMP

Febbraio 26th, 2017 Riccardo Fucile

TRE PSICHIATRE: “AFFETTO DA DISORDINI DELLA PERSONALITA’ DI NATURA NARCISISTICA, NECESSARIA UNA VALUTAZIONE NEUROPSICHIATRICA”

I muri ai confini, le espulsioni di massa, i miliardi di dollari agli arsenali militari, la schizofrenia sul ruolo della Russia, la cacciata dei media fuori linea, la controriforma sanitaria.
Bastano i fatti politici a definire la follia trumpiana. Ma c’è dell’altro. È forse è l’ora di prenderlo in considerazione.
In “Oltre il Giardino”, film di Hal Ashby del 1979, un presidente degli Stati Uniti a fine mandato parla estasiato di Chance il Giardiniere, misterioso personaggio spuntato dal nulla sul palcoscenico di Washington: “Pochi uomini nella vita pubblica hanno il coraggio di non leggere i giornali, nessuno ha il fegato di ammetterlo”.
Non sa che se l’oggetto della sua ammirazione mai ha letto un articolo, non è per scelta: è analfabeta.
In compenso, Chance guarda tanta tv, dunque sarà  lui, intuiamo nell’ultima scena, il nuovo inquilino della Casa Bianca.
Quanta preveggenza nella sceneggiatura di Jerzy Kosinski: nemmeno Donald Trump legge i giornali e si dice non abbia mai finito un libro.
Se li fa riassumere a voce, così come i report quotidiani dei ministeri e dei servizi segreti. Anche lui sta davanti al televisore giorno e notte.
In più, a surclassare Kosinski in fantasia, Trump è stato davvero eletto presidente dal popolo americano.
Il gioco delle similitudini può spingersi avanti. Chance ha comportamenti eccentrici che vengono scambiati per lampi di intelligenza e lo rendono simpatico, quasi irresistibile. “The Donald” ne sfoggia altrettanti, pur senza innescare alcuna empatia. Sia Chance sia Trump sono coinvolti in episodi che indicano la presenza di un malessere irrisolto.
Un paio di esempi forniti dal realissimo neopresidente.
L’8 febbraio, appena insediato, minaccia i grandi magazzini Nordstrom perchè hanno annunciato la rinuncia alla linea di intimo firmata da Ivanka, la first figlia prediletta. Sabato 18 febbraio, parlando alla folla dell’Orlando Melbourne International Airport, dice: “Avete visto cos’è accaduto la scorsa notte in Svezia. Chi l’avrebbe creduto? In Svezia! Ne ha accolti in grande quantità  (di immigrati ndr) e ora ha problemi che non s’immaginava fossero possibili”.
Basta un check: nella notte precedente nel regno di Carlo XVI Gustavo tre fatti si sono guadagnati un titolo nei tg, un tentato suicidio con il fuoco, un mortale incidente sul lavoro, l’inseguimento di un tossico alla guida di una Peugeot nel centro di Stoccolma. Nulla in grado d’attrarre l’attenzione della più curiosa casalinga di Norrkà¶ping.
Invece, insonne, Trump nella notte tra venerdì e sabato incappa su Fox News, la rete che segue ossessivamente, nel breve trailer di un reportage “freddo” sulle tensioni tra immigrati e governo in Svezia.
Scambiandolo per una vicenda in corso, lo cita a sproposito nel discorso di metà  pomeriggio.
Di sospetti problemi cognitivi, relazionali e comportamentali di Trump si discute da molto tempo.
Durante le primarie, il suo staff aveva ammesso off-the-record che il candidato repubblicano è affetto da gravi problemi di concentrazione.
Da più parti sono state proposte verifiche mediche. Ovviamente, con il passare del tempo le richieste sono raddoppiate.
L’edizione americana di Huffington Post ha raccontato della lettera mandata il 29 novembre a Barack Obama da tre psichiatre, Judith Herman di Harvard, Nanette Gartrell e Dee Mosbacher, entrambe di San Francisco.
Le loro analisi sono impietose: “Siamo molto preoccupate riguardo la stabilità  mentale del presidente eletto. Gli standard professionali non ci permettono di avventurarci in una diagnosi di una persona pubblica che non abbiamo personalmente valutato. Tuttavia, il racconto dei suoi sintomi di instabilità  mentale – eccessività , impulsività , ipersensibilità  alle offese e alle critiche e apparente incapacità  di distinguere tra fantasia e realtà  – ci conduce alla questione dell’adeguatezza di Trump rispetto alle immense responsabilità  connesse alla sua carica”.
La conclusione spaventa: “Raccomandiamo che riceva una piena valutazione medica e neuropsichiatrica da parte di un team imparziale”.
L’ipotesi è che il presidente sia affetto da disordini della personalità  di natura narcisistica.
Dopo l’Huffington, il tema viene affrontato, in un crescendo del quale forse nessuno ha avuto il coraggio d’informare Trump, dal New York Times, da Forbes, da UsNews e da altre testate, sempre con attenzione a non esagerare nei toni.
Tanta cautela trova ragione nella formula usata dai tre psichiatri: “…gli standard professionali non ci permettono di avventurarci in una diagnosi su una persona pubblica che non abbiamo personalmente valutato”.
E’, questa, una storia che parte da lontano, dalla campagna elettorale del 1964, quando il guerrafondaio e razzista Barry Goldwater, secondo solo a Trump in quanto a estremismo di destra, ottenne la nomination repubblicana (sarà  sconfitto dal democratico Lyndon Johnson).
Un controverso periodico, il Fact, chiese allora a 12.356 psichiatri se ritenevano che il candidato conservatore fosse “psicologicamente inadatto” alla presidenza.
Tra quanti risposero, prevalsero i no. Tuttavia, dopo quel sondaggio l’organizzazione professionale degli psichiatri, l’APA, stabilì che dare giudizi di sullo stato mentale di personaggi pubblici fosse eticamente inaccettabile per i propri associati.
Venne creato ad hoc un codice che fu chiamato “Goldwater Rule”. Da qui la cautela con la quale tutti i media, anche nel caso di Trump, affrontano l’argomento.
La CJR, autorevole rivista della facoltà  di giornalismo della Columbia University, approccia il problema con un altro taglio: “Evitare le domande sulla salute mentale di Trump è un tradimento della fiducia pubblica”.
Insomma, la questione non è più eludibile nè da parte della politica americana nè dai media. Non ci sono codici deontologici che tengano.
Bisogna accertare se Trump è psichicamente instabile. Se no, bene. Se sì, il Congresso e il Senato dovranno occuparsi della faccenda, si spera senza, per questo, trovarsi assediati dai milioni di americani che vedono nel nuovo presidente il loro campione

Claudio Giua
(da “Huffingtonpost”)

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IL PLOTONE DEI PETROLIERI ALLEATI CON TRUMP, QUELLO CHE DICE DI COMBATTERE I POTERI FORTI

Febbraio 22nd, 2017 Riccardo Fucile

NEL LIBRO DI ALAN FRIEDMAN LA BANDA DI BIG OIL ALLA CORTE DEL PRESIDENTE E GLI AFFARI CON PUTIN

L’accordo da 500 miliardi di dollari tra l’amministratore delegato di ExxonMobil, Rex Tillerson, e Vladimir Putin. Il colpo di fulmine tra Donald Trump e lo stesso Tillerson, che sarebbe poi diventato suo segretario di Stato.
E la scelta, da parte di Trump, di “scatenare tutto il potere di Big Oil” mettendo nei ministeri chiave personalità  a favore della “rinascita dei cari, vecchi combustibili fossili”.
C’è tutto questo – e molto altro ancora — nell’ultimo libro di Alan Friedman, “Questa non è l’America” (Newton Compton Editori).
Huffington Post pubblica estratti del capitolo dedicato al rapporto tra Trump e Big Oil, a partire dalla controversa figura di Tillerson.
“500 miliardi di dollari. Mezzo bilione”
Ecco quanto, secondo Vladimir Putin, valeva l’accordo appena firmato con il suo vecchio amico Rex Tillerson. Putin non è imponente fisicamente ma ha degli occhi di ghiaccio. Sorrideva alle telecamere piazzate nella stanza ben arredata della sua residenza estiva vicino al Mar Nero. Tillerson, il texano alto e robusto a capo della ExxonMobil, la più grande compagnia petrolifera americana, ricambiava l’affetto di Putin con un ampio ghigno.
I calici di champagne alzati in un brindisi. Avevano appena concluso un accordo tra la ExxonMobil e Rosneft, compagnia petrolifera statale russa, che garantiva a Exxon il permesso di sfruttare i vasti giacimenti offshore nella zona russa dell’Artico e nel Mar Nero.
In cambio Rosneft avrebbe ricevuto delle quote di partecipazione in un certo numero di progetti della Exxon su territorio statunitense. Si stima che i depositi di idrocarburi dell’artico russo rappresentino circa il 22 percento delle riserve mondiali, più o meno l’equivalente di tutto il petrolio del Mare del Nord. Ecco spiegata la previsione di Putin sui 500 miliardi di dollari.
Senza dubbio si trattava di un accordo tra due protagonisti di caratura globale: da una parte il dittatore russo, dall’altra il capo della ExxonMobil, un’azienda che nel 2011 aveva raggiunto lo status di vera potenza internazionale, uno Stato all’interno dello Stato, una corporation americana così grande che se fosse stata un Paese si sarebbe piazzata al quarantunesimo posto nella classifica delle più grandi economie mondiali”
Friedman si sofferma dunque sulla figura chiave di Tillerson e sui suoi legami con la Russia:
“La ExxonMobil, con un valore di mercato che si aggira intorno ai 360 miliardi di dollari, è un monolito sul palcoscenico globale, una corporation che si è spesso trovata in conflitto con la politica estera ufficiale degli Stati Uniti.
Rex Tillerson ha raggiunto la vetta della compagnia in gran parte grazie ai suoi stretti legami con Putin e alla sua abilità  nel chiudere accordi in Russia.
Il coinvolgimento di Tillerson in Russia risale al 1998, quando venne nominato capo della filiale russa e responsabile di un progetto per lo sfruttamento di petrolio e gas sull’isola di Sachalin, di fronte alla Siberia. Un progetto gigantesco, che gli ha permesso di diventare vice presidente della compagnia, poi presidente, e infine presidente e amministratore delegato.
Più recentemente, nel 2011, Tillerson ha fatto infuriare il Dipartimento di Stato dell’amministrazione Obama quando ha chiuso un accordo con il governo autonomo curdo dell’Iraq, minando l’autorità  centrale irachena in un momento in cui gli Stati Uniti cercavano di sostenerla e rafforzarla. E ha informato il Dipartimento di Stato solo dopo la conclusione dell’accordo. A giochi fatti.
In qualità  di capo della ExxonMobil, è stato un fiero avversario delle sanzioni contro la Russia, che ha definito inefficaci.
Per Rex Tillerson, il colpo di mano che ha portato all’annessione della Crimea non era una questione commerciale ma solo una faccenda di politica locale. Perchè mai si dovevano imporre sanzioni alla Russia, o a singoli oligarchi e apparatčiki come Igor’ Sečin di Rosneft, pupillo di Putin che veniva esplicitamente citato nelle sanzioni di Obama?
Per Tillerson, il capitalismo fondato sulle amicizie personali e l’espansionismo russo erano semplici elementi del gioco: non una fonte di preoccupazione, solo un dettaglio del quadro locale”.
Tillerson — continua Friedman — è “un tipo tosto”. E anche per questo fa subito breccia nel cuore di Donald Trump:
“Tillerson, ha detto Coll, nonostante il suo grande potere e la mancanza di una bussola morale, è un «uomo gradevole». Un maciste con un grande sorriso e una spacconeria tutta texana. Come molti titani di Big Oil che calcano spavaldamente il palcoscenico mondiale, e al pari degli oligarchi e dei signori della guerra con cui trattano quotidianamente, Tillerson è un tipo tosto. E Donald Trump ama i tipi tosti. Ama i leader forti. Questo è chiaro. Perciò non c’è da sorprendersi che lui e Trump si siano “presi subito” al loro primo incontro alla Trump Tower, all’inizio di dicembre del 2016. Questione di chimica.
Donald Trump non ha effettivamente incontrato Tillerson se non una settimana prima dell’annuncio della sua nomina a Segretario di Stato. Ma il suo nome gli era stato caldeggiato più volte da parte di due veterani dell’amministrazione Bush: Condoleezza Rice, ex Consigliere per la Sicurezza nazionale, e Bob Gates, ex Segretario alla Difesa ed ex capo della CIA”.
Friedman si focalizza poi sugli altri “campioni di Big Oil” scelti da Trump per la sua squadra.
Nel giorno stesso in cui annunciava la nomina di Tillerson agli Esteri, il presidente faceva “sapere per vie informali di aver chiamato nel suo team un altro texano con un immacolato pedigree di campione della Big Oil, un altro amico dei combustibili fossili che negava l’esistenza del cambiamento climatico”.
“Rick Perry per molti americani era solo l’ex governatore del Texas che aveva clamorosamente fallito in un dibattito per le primarie repubblicane. Molti hanno ridicolizzato il povero Perry per il suo «Oops» nel novembre del 2011: durante un dibattito in TV, snocciolando le sue credenziali di conservatore, ha giurato che se fosse stato eletto presidente avrebbe abolito tre interi ministeri.
«Tre ministeri scompariranno nel momento stesso in cui metterò piede alla Casa Bianca», ha detto Perry, aprendo la mano sinistra per enumerarli. «E sono il Commercio, l’Educazione, e… oh, oh, qual era la terza… uh… vediamo…».
Si è interrotto, ha perso il filo, non riusciva a ricordare. Il pubblico presente si è messo a ridere. Il tutto ripreso a colori e in diretta sulla televisione nazionale.
Rick Perry, un uomo non certo rinomato per il suo intelletto, pareva in quel momento più ottuso di Forrest Gump. Si è sforzato di ricordare, tra le risatine del pubblico: «Commercio, Educazione e…». Niente da fare. Perry ha ripreso a balbettare.
Il presentatore della CNBC gli ha chiesto se riusciva a rammentare il nome del terzo ministero. Il governatore texano, in chiara difficoltà , ha fatto un altro tentativo. «Il terzo ministero… mi sbarazzerei dell’Educazione…».
Si è fermato ancora e questa volta il giornalista gli ha suggerito: «Commercio». Un Perry colmo di gratitudine ha ribadito: «Sì, Commercio. E, vediamo…». Nuova incertezza. «Non mi viene in mente. Il terzo. Scusate. Oops». La frittata era fatta. Il candidato repubblicano, il cowboy texano, si era immolato. Rick Perry.
E allora qual è il Dipartimento che Donald Trump ha affidato a Rick Perry? L’Energia. Il ministero che voleva abolire.
Quello che aveva stabilito gli stessi regolamenti che per anni Perry aveva cercato di abolire con tutte le sue forze. Può essere una coincidenza, certo, anche se sembra rientrare alla perfezione in un quadro più generale.
Donald Trump ha dato il mandato di gestire il Ministero dell’Energia al pupillo della comunità  texana del petrolio e del gas, un vero amico dei combustibili fossili.
Ha nominato come principale responsabile nazionale del settore una persona intenzionata a smantellare gran parte delle normative che regolano il settore energetico del Paese. Come Tillerson, Rick Perry si dà  arie da cowboy; è raro che esca di casa senza i suoi classici stivaloni. I due si conoscono, e del resto è normale in una comunità  così piccola come quella dei petrolieri e dei politici”.
Alla coppia Tillerson-Perry si aggiunge poi la nomina di Scott Pruitt a direttore dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente (EPA):
“Mentre la ExxonMobil e il resto dell’industria petrolifera texana celebravano le nomine di Rex Tillerson e Rick Perry, un ideologo di destra ancora più militante e amico dell’industria del petrolio veniva chiamato da Trump a gestire l’EPA stessa.
Scott Pruitt, procuratore generale dell’Oklahoma, è da anni un accanito sostenitore degli idrocarburi e un nemico delle energie alternative e rinnovabili. Nega con forza il cambiamento climatico. Ha fatto causa all’EPA per bloccare i regolamenti sulle emissioni.
Pruitt rifiuta la scienza climatica convenzionale con lo stesso fervore ideologico, quasi religioso, con cui un repubblicano di destra dell’Alabama potrebbe rigettare la teoria dell’evoluzione di Darwin. Ha incentrato l’intera carriera sull’obiettivo di minare le basi della scienza ufficiale a vantaggio di Big Oil […].
I gruppi ambientalisti si sono infuriati per la nomina di Pruitt, forse anche più che per quella di Rick Perry all’Energia. Pruitt, secondo loro, è sempre stato un burattino nelle mani dell’industria dei combustibili fossili, e avrebbe fatto fare un balzo indietro agli standard dell’inquinamento dell’aria, favorendo l’industria del gas e del petrolio come sempre nella sua carriera. E poi era un campione del Dakota Access Pipeline e di tutti gli oleodotti d’America”.
Infine, l’ultimo tassello del plotone Big Oil portato da Trump alla Casa Bianca: Ryan Zinke come segretario agli Interni:
“Per cancellare i regolamenti sull’ambiente e spianare la strada all’industria petrolifera, permettendole di fratturare e trivellare in tutta l’America, l’amministrazione Trump doveva completare i propri ranghi con un Segretario degli Interni che non si facesse scrupoli a dare a Big Oil un più ampio accesso al suolo pubblico. Come il nuovo Segretario per l’Energia e il nuovo capo dell’EPA, anche il nuovo Segretario degli Interni negava l’esistenza del cambiamento climatico.
La scelta di Trump è ricaduta su Ryan Zinke, ex membro delle forze speciali della Marina degli Stati Uniti, i cosiddetti Navy Seals, e deputato repubblicano del Montana di fresca elezione.
La nuova posizione di Segretario degli Interni gli assicurava un’ampia autorità  su più di un quinto delle piattaforme offshore, sui parchi e sulle riserve, e perfino sui rapporti con le tribù indiane. Zinke era l’ultimo perfetto tassello per completare la conquista di Washington da parte di Big Oil”.

(da “Huffingtonpost”)

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TUTTE LE BUGIE DI TRUMP DA PRESIDENTE USA

Febbraio 22nd, 2017 Riccardo Fucile

NEI PRIMI 33 GIORNI DI MANDATO TRUMP HA GIA’ FATTO 132 AFFERMAZIONI FALSE… LE VERIFICHE DEL WASHINGTON POST

Fin da prima della sua elezione a Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dato prova di avere molta fantasia e di aver utilizzato in maniera consistente — vale a dire più dei suoi avversari — il ricorso alla menzogna per avvalorare i suoi argomenti e le sue dichiarazioni.
Il fact checking delle affermazioni di Trump durante la campagna per le presidenziali è diventato per molti un lavoro a tempo pieno.
Una fatica di Sisifo che per qualcun altro non serve a nulla perchè in fondo tutti i politici sono bugiardi.
A quanto pare però Trump ha il poco invidiabile primato di essere il Presidente più bugiardo della storia degli Stati Uniti.
A rivelarlo è il costante lavoro di verifica sulle affermazioni e sulle dichiarazioni fatte da Trump dall’Inauguration Day (il 20 gennaio scorso) compiuto dal Washington Post.
Il WaPo infatti ha lanciato una campagna per verificare se quanto detto, scritto o twittato (visto che Twitter è il mezzo di comunicazione preferito dal Presidente) nei primi cento giorni del suo mandato sia vero o falso.
Il bilancio per il momento non è confortante perchè ad appena 33 giorni dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca il team del quotidiano ha già  contato 132 affermazioni false o ingannevoli.
A quanto pare quindi non è mai trascorso un giorno senza che il Presidente dicesse qualcosa di non esattamente aderente al vero.
Secondo il Washington Post la tendenza a dire il falso o a fare affermazioni fuorvianti si rileva soprattutto nei messaggi via Twitter (tra i due account utilizzati da Trump quello personale è quello dove si lascia più andare rispetto a quello ufficiale @POTUS del Presidente), con il 34% di dichiarazioni a dir poco incerte, spesso false. Seguono i suoi commenti in discorsi pubblici e i discorsi scritti preparati per dichiarazioni ufficiali.
Trump mente anche durante le interviste e le conferenze stampa.
Gli argomenti dove Trump è incline a mentire con più frequenza sono al momento quelli che riguardano l’immigrazione (cosa che si spiega con la necessità  di Trump di difendere l’ordine esecutivo sul travel ban), che è risultata oggetto di false dichiarazioni di Trump 24 volte.
L’ultima di queste è la dichiarazione su alcuni misteriosi e non meglio precisati fatti avvenuti in Svezia, episodi criminali dei quali secondo il Presidente si sarebbero resi protagonisti gli immigrati.
Seguono “bugie” meno pericolose sulla sua biografia (17 affermazioni non esattamente vere) e quelle riguardanti la questione del lavoro (17 volte).
Per la verità  a parte alcune dichiarazioni clamorosamente false scorrendo la lista stilata dal WaPo ci si accorge come Trump abbia adottato in maniera sistematica il ricorso a quelli che la consigliera del Presidente Kellyanne Conway ha definito “alternative facts” con i quali il Presidente sta costruendo vere e proprie verità  alternative a sostegno della sua narrativa.
Più di altri politici Trump ha infatti bisogno di creare una narrativa dalla quale emerga fin da subito che sta facendo qualcosa per il bene del Pese.
In tal senso si possono quindi leggere affermazioni fuorvianti come quella sul taglio dei costi del nuovo Air Force One (in realtà  i costi del nuovo progetto non sono ancora stati definiti) oppure sul prendere il merito dell’aumento di posti di lavoro che però non sono dovuti ai suoi diretti interventi sulla materia economica, se non altro perchè non ne ha ancora avuto il tempo.
Il #TrumpCheck andrà  avanti per almeno altri due mesi ma il trend che si va evidenziando non è certo dei migliori.
Trump del resto ha espresso chiaramente l’intenzione di far diventare il suo primo mandato una campagna elettorale continua e ci sono pochi dubbi riguardo la sua capacità  di mantenere alti i toni forse per rendere gli elettori via via più insensibili al suo modo di fare politica e di presentare “fatti alternativi” per verità  assodate. Secondo il Washington Post questo potrebbe rappresentare un pericolo per la democrazia americana, è da vedere però se fra quattro anni gli elettori si saranno fatti convincere più dal fact checking che dagli alternative facts di Trump.

(da “NextQuotidiano”)

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TRUMP DICHIARA GUERRA ALLA SVEZIA, MA L’ULTIMO ATTENTATO E’ STATO DEI NEONAZISTI

Febbraio 20th, 2017 Riccardo Fucile

DOPO LA BUFALA SULL’ATTENTATO MAI ESISTITO, TRUMP SE LA PRENDE CON FOX NEWS E CON IL SISTEMA DI ACCOGLIENZA SVEDESE… MA DATO CHE NON SA NEANCHE DI COSA PARLA RIMEDIA UN’ALTRA FIGURA DA PIRLA

Cos’è successo la notte scorsa in Svezia? Secondo il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump sarebbe successo qualcosa di terribile, un attacco terroristico dovuto al fatto che gli svedesi hanno lasciato entrare nel loro paese troppi immigrati.
Durante un comizio Trump sabato ha utilizzato gli attacchi terroristici nel Vecchio Continente per motivare la sua decisione di vietare l’accesso ai cittadini di alcuni paesi a maggioranza musulmana, ma cosa c’entra la Svezia? Nulla.
«Guardate cosa è accaduto ieri in Svezia, dico la Svezia. Ci ci crederebbe mai?»
Qualche ora dopo Trump ha corretto il tiro e ha spiegato che la sua dichiarazione su quello che era successo “la notte scorsa” in Svezia era in relazione ad un reportage della rete televisiva Fox News sulle difficoltà  della Svezia causate dall’eccessivo afflusso di immigrati.
Insomma Trump gioca a scarica barile sui media (sì, quelli accusati di propagandare fake news sul suo conto) ma c’è un problema: a quanto pare Fox News   ha trasmesso un’intervista in cui il regista Ami Horowitz accusava il governo svedese di coprire l’impennata di reati, anche sessuali, commessi dagli immigrati.
C’è però da rilevare che Horowitz è americano e vive a New York, mentre gli svedesi fanno sapere che il tasso di criminalità  è in costante diminuzione dal 2005, e che se sono aumentati i reati sessuali è perchè sono stati allargati i criteri per classificarli come tali.
Nel frattempo anche l’ambasciata svedese negli Stati Uniti ha twittato a Trump per rendersi disponibile a fornire informazioni ufficiali e attendibili all’amministrazione statunitense riguardo i dati statistici sull’immigrazione e soprattutto sulle strategie adottate dalla Svezia per favorire l’integrazione dei cittadini di origine straniera.
Ed in effetti è questa la differenza principale: la Svezia ha investito molte risorse (economiche e culturali) per rendere il paese sicuro attraverso l’integrazione e continuando ad accogliere gli stranieri.
Questo però non sembra essere stato compreso da Trump che invece continua a raccontare ai cittadini USA che in Svezia non è vero che le cose vanno tutte bene e che l’immigrazione su larga scala funziona alla meraviglia.
In parole povere il Presidente Trump sta accusando gli svedesi di mentire riguardo al proprio Paese, cosa che potrebbe causare un serio incidente diplomatico se non fosse che ormai tutti hanno compreso che persona è Trump e quindi preferiscono lasciarlo parlare e continuare a indottrinare il suo elettorato.
Ma non è solo il Governo svedese a essere irritato dalle dichiarazioni di Trump.
Il conduttore di Fox News Chris Wallace ha duramente attaccato Reince Priebus, il capo di gabinetto della Casa Bianca, rinfacciandogli l’atteggiamento ostile di Trump che avrebbe “passato il segno” accusando i giornalisti di essere nemici del paese e del popolo americano.
Si potrebbe argomentare che oltre al fatto che molti degli attentatori dell’ISIS in Europa erano cittadini europei e non stranieri quello che è successo a Bruxelles, a Parigi, a Nizza e a Berlino è anche la conseguenza della gestione statunitense del conflitto iracheno che ha portato alla deposizione di Saddam Hussein e che ha creato il terreno fertile per la nascita dell’ISIS.
Si potrebbe parlare di come l’ultima guerra in Iraq sia stata basata sulla più grande fake news del secolo: il ritrovamento di prove del fatto che Hussein stesse facendo costruire armi chimiche.
Prove che sono state mostrate dall’allora Segretario di Stato di George W. Bush Colin Powell al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e si sono rivelate essere completamente e indubitabilmente false.
Ma in fondo ha ragione Trump, perchè qualcosa in Svezia è successo davvero.
Il tre febbraio il quotidiano online TheLocal.se riferiva dell’arresto dei responsabili di un attacco dinamitardo ad un centro di accoglienza per rifugiati a Goteborg avvenuto il 5 gennaio.
A quanto pare l’attentato è stato compiuto da un gruppo di neonazisti svedesi. Nell’assalto un dipendente dell’ufficio immigrazione che si occupava di fare le pulizie nel centro è rimasto gravemente ferito alle gambe.
L’ultimo attentato terroristico di matrice islamica in Svezia risale invece al 2010 quando un cittadino svedese di origine irachena si è fatto esplodere a Stoccolma. L’unica vittima è stata l’attentatore.
Di fatto però al netto di tutte le giustificazioni addotte da Trump “la notte scorsa” non c’è stato alcun attentato terroristico o altro grave fatto criminale in Svezia.
Gli svedesi però si sono messi alla ricerca di prove su quello che è successo #lastnightinSweden e incredibile a dirsi: le hanno trovate. U
n’invasione di pupazzi di neve dal nord a causa del riscaldamento globale (un’altra fake news per Trump che sostiene non esista).

(da “NextQuotidiano”)

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TRUMP E L’ATTENTATO INESISTENTE: “GUARDATE COSA E’ SUCCESSO IN SVEZIA VENERDI’…”

Febbraio 19th, 2017 Riccardo Fucile

IN FLORIDA CITA UN ATTACCO TERRORISTICO MAI AVVENUTO NEL PAESE SCANDINAVO… IL MINISTRO DEGLI ESTERI SVEDESE CHIEDE SPIEGAZIONI, IRONIA SUI SOCIAL

Un attentato in Svezia, a insaputa della Svezia.
Ma pure del resto del mondo, perchè l’attacco terroristico di cui Donald Trump ha parlato, e che avrebbe colpito il paese scandinavo, in realtà  non c’è mai stato.
La nuova intimidazione creativa del presidente americano s’è consumata a Melbourne in Florida dove ha comiziato di fronte a migliaia di sostenitori e, per rincarare la dose sulla necessità  del “ban” anti immigrati, ha parlato di un presunto attentato che avrebbe avuto luogo in Svezia venerdì scorso.
Peccato che neanche la Svezia ne fosse al corrente per il semplice motivo che non vi è stato alcun attentato. Fra le spiegazioni più accreditate, quella del Guardian secondo il quale Trump avrebbe confuso la parola “Sweden”, Svezia in inglese, con Sehwan, città  del Pakistan in cui, proprio venerdì, un attacco kamikaze ha fatto più di ottanta morti.
Uno svarione che ha avuto quanto meno il merito di aver rivelato al mondo l’ironia degli scandinavi, non così scontata, celebrata su Twitter con hashtag tipo #JeSuisIkea o #PrayForABBA.
La citazione del fantomatico attentato in Svezia arriva, peraltro, a poco più di due settimane di distanza da un altro attacco fantasma, anzi addirittura una strage, il “massacro di Bowling Green” al quale aveva accennato in un’intervista a Cosmopolitan (poi l’aveva ribadito in un intervento a MSNBC) la stratega politica del Partito repubblicano, Kellyanne Conway, la più stretta consigliera del presidente.
Non si sa bene chi avrebbe compiuto un attacco, con un bilancio elevato di vittime, a Bowling Green, cittadina del Kentucky popolata da poco più di 50 mila abitanti, nota per ospitare uno stabilimento della General Motors che produce Chevrolet Corvette e Cadillac XLR.
Massacro mai avvenuto, ma d’altra parte a parlarne è stata la sostenitrice dei “fatti alternativi”, espressione che la stessa Conway coniò quando le fecero notare che le informazioni in suo possesso sulle cifre (secondo lei astronomiche) dei partecipanti all’Inauguration Day non trovavano riscontro nelle foto aeree della (scarsa) folla presente a celebrare l’insediamento di Trump.
Bruxelles, Nizza, Parigi le città  europee citate dal presidente in Florida per parlare dei danni provocati da immigrati, rifugiati e analoghe calamità . “E la Svezia”. In che senso la Svezia? “Guardate che cosa sta accadendo in Germania, o quello che è successo l’altra notte in Svezia: hanno accolto in gran numero i rifugiati e adesso stanno avendo problemi che nona vrebbero mai immaginato di avere”.
Grande perplessità  a Stoccolma. E rischio incidente diplomatico.
Il ministero degli Esteri svedese ha infatti chiesto spiegazioni al Dipartimento di Stato Usa per cercare di capire a quale attacco terroristico si riferisse Trump, spiega il sito del quotidiano svedese Aftonbladet.
Ma mentre le diplomazie si muovono, l’unica vera esplosione è quella social.
“Svezia? Attentato? Ma cosa ha fumato?” ha twittato l’ex premier svedese Carl Bildt, che poi ha ritwittato il post di un utente che scriveva “Breaking news, la polizia svedese ha diffuso la foto dell’uomo ricercato per l’attentato” corredando il post con una foto dei Muppets.
Chelsea Clinton non si è lasciata sfuggire l’occasione e ha scritto “Cosa è accaduto in Svezia venerdì sera? Hanno preso gli autori del massacro di Bowling Green?” mentre Twitter si popolava con #LastNightInSweden, #JeSuisIkea e #PrayForABBA
I poveri ABBA sono stati fra le immagini più twittate come “ricercati per l’attentato di venerdì”, niente male la foto di un cliente Ikea che cerca di montare un mobile e la didascalia “scene di paurosa disperazione, la scorsa notte in Svezia”.

(da “La Repubblica”)

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ALTRO SCHIAFFO A TRUMP: IL VICE AMMIRAGLIO HARWARD RIFIUTA DI SOSTITUIRE FLYNN A CAPO DELLA SICUREZZA NAZIONALE

Febbraio 17th, 2017 Riccardo Fucile

L’EVASORE RAZZISTA SEMPRE PIU’ ISOLATO

Proporre a un militare l’incarico più importante per la sicurezza nazionale, e sentirsi rispondere di no: è a dir poco inusuale.
E’ un segno della difficoltà  in cui si dibatte la Casa Bianca sotto Donald Trump.
Ieri la nomina sembrava certa: per sanare la crisi aperta dalle dimisioni forzate di Michael Flynn, l’ex National Security Adviser affondato dalla “Russian connection”, il presidente aveva offerto quel posto al vice-ammiraglio Robert Harward.
Ex membro dei commando speciali Seal, ex responsabile anti-terrorismo di George W. Bush, con esperienze in Italia, Harward è attualmente top manager della Lockheed Martin, responsabile per la vendita di armi in Medio Oriente.
Ma dopo 24 ore di attesa, dal vice-ammiraglio è arrivato un cortese “No grazie”. Uno schiaffo per il presidente, che deve rimettersi alla ricerca di un capo per il National Security Council, l’organismo che è la vera cabina di regìa della politica estera, militare, e anti-terrorismo.
A peggiorare la situazione c’è la confidenza che amici di Harward hanno fatto alla Cnn sulla spiegazione del gran rifiuto: il vice-ammiraglio non se l’è sentita di accettare l’incarico perchè preoccupato dal caos che regna alla Casa Bianca.
Oggi stesso Trump aveva speso buona parte della sua conferenza stampa per confutare quel caos, imputandolo alle menzogne dei media.
Si vede che non ha convinto tutti.

(da agenzie)

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“RIDATEMI IL MIO VOTO”, LA CARICA DEI PENTITI SU TRUMP SPOPOLA SU TWITTER: SOLO IL 40% DEGLI AMERICANI E’ ANCORA CON LUI

Febbraio 16th, 2017 Riccardo Fucile

RIVOLTA CONTRO IL PRESIDENTE ELETTO DALLA MINORANZA DEGLI AMERICANI: “QUANDO LA SMETTERAI DI COMPORTARTI COME UN BAMBINO?”

«Ho votato per te: ma quand’è che la smetterai di comportarti come un bambino?». Sì, anche fra i sostenitori di Donald Trump c’è chi non ne può più.
E mentre il gradimento del presidente è in picchiata nei sondaggi (l’ultimo, condotto da Gallup sabato scorso dice che solo il 40 per cento degli americani approva il lavoro fatto nelle prime tre settimane, contro il 55 per cento che disapprova) perfino il sostegno di qualche suo fan su Twitter comincia a vacillare.
Per carità , i tweet di The Donald continuano ad avere centinaia di migliaia di persone pronte a rilanciare i suoi astiosi attacchi contro magistratura, stampa, intelligence e perfino magazzini online.
Ma c’è chi comincia a ribellarsi: utilizzando il suo stesso strumento, i 140 caratteri dell’uccellino di San Francisco, per fargli sapere che di politica a base di tweet proprio non ne possono più.
Così, dopo l’ennesimo attacco verso qualcuno che non la pensa come lui (nel caso specifico il miliardario Mark Cuban, domenica scorsa, travolto dagli improperi di The Donald proprio nel mezzo della crisi del missile coreano che il Presidente Usa ha discusso a tavola in mezzo agli avventori del suo club in compagnia del premier giapponese Shinzo Abe) perfino un solido sostenitore del Nord Carolina, tal John Tyler che su Twitter si fa chiamare @bigmouthpol e si descrive come un “cantante country che lotta contro le menzogne dei governi” ha sbuffato su Twitter: “basta bambinate. Ora combatti”.
Mentre John Erwin @_johnErwin dall’Arizona: “Hei Trump, ho votato per te, quando comincerai a comportarti da presidente? Non ogni pensiero ha bisogno di finire su tweet”.
E ancora, dopo l’attacco contro il sito online Nordstrom, colpevole di aver levato i prodotti di sua figlia Ivanka dal catalogo, Stephen Ross @oex2500 gli ha scritto: “Ho votato per te ma questo è imbarazzante. Perchè perdi tempo invece di pensare al paese?».
Per prendere nota del malcontento, è nato addirittura uno specifico account Twitter: @Trump_ regrets (cioè “i pentiti di Trump”) che raccoglie e rilancia proprio i tweet di sostenitori diventati critici.
A crearlo ci ha pensato una studentessa canadese di 23 anni, Erica Baguma. Finora ha scovato (e ritwittato) 1500 messaggi: che le hanno creato un nutrito seguito di 220 mila followers.
In parte composto da curiosi: ma in buona parte, anche da elettori pentiti. Naturalmente è difficile distinguere i critici veri da quelli falsi, creati ad hoc: così il New York Times ha provato a intervistarne alcuni, raccontando le loro storie.
Gente come Debbie Nelson, @debbienelson57, segretaria di Orland Park, Illinois: che al giornale racconta di aver votato Trump “con poco convinzione” sperando che sarebbe servito a salvare il suo posto di lavoro.
E che comunque non voleva votare democratico per le “troppe bugie di Hillary”. Dopo tre settimane di presidenza dopo è decisamente pentita.
Tanto da aver mandato anche lei un messaggio al Presidente, lo scorso 6 febbraio: “Abbiamo bisogno di un adulto maturo alla Casa Bianca. Posso riprendermi il mio voto?”.
In realtà  a Debbie Nelson le azioni politiche compiute da Trump nelle ultime settimane, bando anti islamici compreso, non dispiacciono: “Voglio più sicurezza e non ci vedo nulla di male” ha detto al New York Times.
È lo stile di Trump che proprio non riesce ad accettare: “Quando sei il Presidente degli Stati Uniti, il leader del mondo libero, non puoi esattamente fare come ti pare”.
Anche Chad Watson @chadlybadly è un elettore pentito: attivista gay, aveva voluto dare un voto contro l’establishment democratico e contro Hillary Clinton.
Ora è profondamente pentito di aver scelto quello che gli sembrava “il male minore”. E su Twitter ha scritto: “Trump, sono così deluso di aver votato per te…”. Ma soprattutto molto turbato dalla conoscente che gli ha twittato dietro: “Non potrò mai perdonarti per averlo fatto”.

(da “La Repubblica“)

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