Febbraio 8th, 2017 Riccardo Fucile
UN PROCESSO RIDICOLO E UNA CONDANNA AD HOC… IL BLOGGER ANTICORRUZIONE: “CONDANNATO PER LA MIA ATTIVITA’ POLITICA, PUTIN E LA SUA BANDA DI LADRI HANNO PAURA DI AFFRONTARCI”
Aleksei Navalny è stato condannato in Russia da un tribunale di Leninksy di Kirov, negli Urali.
Cinque anni (con la condizionale) e 500mila rubli di multa (circa 8mila euro) per truffa e appropriazione indebita ai danni della società statale Kirovles.
Il più noto leader dell’opposizione russa e considerato l’unico con delle chance nelle future presidenziali del 2018, da cui questa condanna lo esclude per legge, ha annunciato che ricorrerà contro la sentenza.
«Colpito per la mia attività politica»
«C’è gente interessata a impedirmi di svolgere attività politica, a causa delle rivelazioni diffusi dal mio Fondo Anticorruzione», ha detto Navalny alla stampa durante una pausa del processo.
A suo dire, dietro la sua condanna vi sono alti funzionari di Stato, di cui il Fondo anticorruzione ha rivelato le vite condotte al di sopra dei propri mezzi.
Il tribunale Leninsky di Kirov, a 800 chilometri da Mosca, ha condannato Navalny per appropriazione indebita nel processo Kirovles bis.
Secondo quanto denunciato dallo stesso oppositore, la sentenza è identica «parola per parola», compresi i refusi, a quella emessa nel 2013, quando gli furono comminati cinque anni con la condizionale. «Hanno fatto come l’altra volta», senza portare ulteriori prove della mia colpevolezza, ha denunciato Navalny al quale ora, da pregiudicato, è impedita la corsa al Cremlino.
L’oppositore ha ribadito che non rinuncerà alla sua corsa alle presidenziali 2018, ha dichiarato che farà ricorso contro il verdetto e che si rivolgerà alla Corte costituzionale per contestare il divieto di candidarsi.
«Ci rivolgeremo alla Corte costituzionale, a tutti i tribunali possibili», ha avvertito. Su Twitter ha scritto: «Grazie a tutti per il sostegno: Putin e la sua banda di ladri hanno paura di affrontarci nelle elezioni. Giusto così: vinceremo».
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 7th, 2017 Riccardo Fucile
ANNI DI LAVORO DIPLOMATICO PER ARRIVARE AL DISGELO TRA IRAN E STATI UNITI BUTTATI AL VENTO DALL’ARROGANZA DELL’EVASORE RAZZISTA
“Ringraziamo” Donald Trump “perchè ci ha aiutato a mostrare il vero volto degli Stati Uniti”: lo ha
detto la guida suprema dell’Iran ayatollah Sayyed Ali Khamenei, aggiungendo: “Abbiamo parlato della corruzione politica, economica, morale e sociale nel sistema dominante degli Usa per più di 30 anni, ma ora è arrivato questo uomo e durante e dopo le elezioni, apertamente e palesemente, ha rivelato tutto”.
“Trump dice ‘abbiate paura di me’ – ha poi detto – “il popolo risponderà nelle manifestazioni del 10 febbraio (anniversario della Rivoluzione khomeinista, ndr) e mostrerà la sua posizione do fronte alle minacce”.
Parole durissime che sembrano chiudere la fase di riavvicinamento tra i due Paesi che durante l’amministrazione Obama ha portato all’accordo sul nucleare iraniano e alla revoca delle sanzioni imposte alla Repubblica iraniana dagli Usa e dall’Ue.
“Con quello che fa – ha proseguito Khamenei parlando del nuovo presidente americano – mette in chiaro la realtà americana: hanno messo le manette a un bimbo di 5 anni…”.
Il riferimento è alle immagini di un ragazzino ammanettato in un aeroporto statunitense, dopo il bando posto da Trump agli ingressi da sette Paesi a maggioranza musulmana, immagini diffuse con grande rilievo dalla stampa iraniana.
Anche il presidente iraniano Hassan Rohani, che pronuncerà un discorso durante la parata militare del 10 febbraio, ha attaccato Trump, dicendo tra l’altro che l’intesa sul programma nucleare di Teheran è “vantaggiosa per tutti, tutti ne beneficiano” e che “i negoziati nucleari possono essere usati come esempio per altri colloqui per portare stabilità e sicurezza nella regione”.
(da agenzie)
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Febbraio 6th, 2017 Riccardo Fucile
DA APPLE A FACEBOOK E MICROSOFT, UN CENTINAIO DI COMPAGNIE HANNO FIRMATO IL RICORSO ALLA CORTE D’APPELLO DELLA CALIFORNIA…”GLI IMMIGRATI O I LORO FIGLI HANNO FONDATO PIU’ DI 200 AZIENDE DELLA LISTA DI FORTUNE”
Le grandi compagnie della Silicon Valley hanno deciso di unirsi contro il blocco dell’immigrazione per i cittadini di sette Paesi musulmani.
Da Facebook a Microsoft, da Apple a Google, i giganti della new economy hanno presentato ieri una azione legale per opporsi al bando di Trump contro Iraq, Iran, Libia, Somalia, Sudan, Yemen e Siria.
La memoria che definisce “illegale” l’ordine esecutivo è stata presentata alla corte d’Appello locale della California ed è firmata in tutto da 97 aziende della Silicon Valley, dove circa il 37 per cento degli addetti nelle aziende sono stranieri.
Il decreto presidenziale, già bloccato da un giudice federale dello stato di Washington diventato bersaglio degli strali del presidente, stabilisce che i cittadini delle sette nazioni nel mirino non potranno entrare negli Stati Uniti per 90 giorni, in attesa che il nuovo governo decida quali informazioni sulla persona sia necessario raccogliere prima di consentirne l’ingresso negli Usa.
L’azione intrapresa dalle 97 aziende è un sostegno formale all’azione legale avviata dallo Stato di Washington.
Cinquantatrè pagine nelle quali vengono descritte le conseguenze che il decreto anti-immigrati di Trump può produrre.
Un impatto devastante, secondo i sostenitori dell’appello, sul business degli Stati Uniti d’America.
La preoccupazione delle compagnie, per le quali lavorano moltissimi immigrati con la Carta Verde, è che con il bando di Trump “numerosi detentori di visto di lavoro che lavorano con impegno negli Stati Uniti, contribuendo – scrivono – al successo del nostro Paese” possano avere difficoltà .
Nel documento presentato alla corte d’Appello si legge che “l’ordine esecutivo di Trump è discriminatorio in base alla nazione di origine e alla religione” e che può essere molto dannoso per gli Stati Uniti e le compagnie che cercano nel mondo i migliori talenti da assumere.
Notando che “gli immigrati o i loro figli hanno fondato più di 200 delle aziende della lista dei 500 di Fortune”, il documento afferma che l’ordine di Trump “rappresenta un allontanamento significativo dai principi di equità e prevedibilità che hanno governato il sistema di immigrazione degli Stati Uniti per più di cinquant’anni.
“L’ordine esecutivo controverso “causa anche un danno significativo sul business americano, l’innovazione e lo sviluppo”.
Nella lista ci sono, per citarne alcuni, giganti dei computer e del web come Apple, Microsoft, Intel, Netgear, Dropbox, Google e Mozilla, nella lista figurano social che insieme raccolgono miliardi di utenti: Facebook, Twitter, Linkedin, Foursquare, Reddit, Pinterest, Snap e Meetup.
Le piattaforme di crowfounding Kickstarter e Indiegogo. Lo sterminato mercato online ebay e il suo sistema di pagamento Paypal.
E poi ancora: il portale per cercare alloggi in tutto il mondo Airbnb, l’aggregatore di notizie Flipboard, l’azienda di fotocamere indossabili Gopro, la società di servizi finanziari Square, la Wikimedia Foundation che ha tra i suoi prodotti di punta l’enciclopedia Wikipedia, il servizio musicale in streaming Spotify e quello in video Netflix, la società specializzata in videogiochi Zynga, fino al più antico marchio di jeans del mondo: quelli creati nel 1853 dall’imprenditore e immigrato tedesco Levi Strauss.
Che non è l’unico “straniero” illustre che figura nella lista delle aziende firmatarie. Basti ricordare, solo per fare un esempio, che il padre di Steve Jobs (Apple) era siriano e Sergey Brin (Google) è russo.
Ma a parte i nomi di punta, tutta la storia della Silicon Valley (e non solo) è costellata dall’apporto, piccolo o grande, di immigrati provenienti da tutto il mondo.
All’interno di questo panorama colpisce l’assenza di Amazon e Tesla nell’elenco dei 97 firmatari. Jeff Bezos (nato a Cuba ed emigrato a 15 anni negli Usa), boss del colosso dell’eCommerce e proprietario del Washington Post, in una email inviata ai suoi dipendenti qualche giorno fa, ha condannato fortemente il Muslim ban, mettendo a disposizione dei dipendenti colpiti dal decreto “tutte le risorse di Amazon”.
Ma è l’assenza di Tesla, in realtà , a fare più rumore, perchè proprio il Ceo, Elon Musk (sudafricano naturalizzato statunitense), fa parte del comitato consultivo nominato da Trump. Lo stesso comitato da cui, nei giorni scorsi, si è dimesso Travis Kalanick, Ceo di Uber, dopo l’ondata di polemiche e proteste che aveva investito la sua società a seguito del decreto anti immigrati.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 6th, 2017 Riccardo Fucile
UN CRESCENDO DI MESSAGGI CONTRARI ALLA DIVISIONE NEGLI STATI UNITI
Il primo strappo arriva ancor prima del fischio d’inizio, quando sul palco dell’evento sportivo più
atteso d’America, il 51esimo SuperBowl che si è appena concluso allo Nrg Stadium di Houston, Texas, con la vittoria dei New England Patriots, salgono le “Schuyler sisters”: che per la cronaca non sono una band di tre sorelle ma i personaggi che Phillipa Soo, Renèe Elise Goldsberry and Jasmine Cephas Jones interpretano nel musical hit di Broadway “Hamilton”.
Sono lì per intonare il brano patriottico per eccellenza, quell'”America The Beautiful” che è quasi un secondo inno nazionale.
Interpretazione impeccabile: almeno fino a quando, al verso che dice “and crown thy good with brotherhood” (Dio coroni il tuo bene con la fratellanza) aggiungono una parolina: “sisterhood”, sorellanza.
E lo stadio esplode in un applauso, mentre all’allenatore dei Falcons inquadrato proprio in quell’istante scappa un contagioso sorriso.
Una leggera, graziosissima affermazione femminista che nel primo Super Bowl dell’era Trump, dove tutto assume un significato politico, è già una piccola rivoluzione.
Che cancella su Twitter ogni traccia del cantante country Luke Bryan, che si cimenta con una piuttosto piatta versione dell’inno subito dopo.
Eccola, l’America divisa in due che non riesce a ritrovare unità nemmeno davanti allo schermo. Divisa non solo fra chi tifa Patrioti o Falconi ma fra chi si schiera col super campione pro Trump, Tom Brady, che strappa la mega coppa ai falconi rivali in finale di partita.
E chi si esalta quando le luci – e che luci, quelle di centinaia di droni che illuminano il cielo di Houston – si accendono su Lady Gaga. La regina del pop l’aveva promesso: riunirò il Paese. E a modo suo, ci prova davvero: appollaiata come Spiderman sul tetto dello stadio, Gaga intona due canzoni simbolo della storia d’America.
Inizia intonando “God bless America”, altro inno patriottico scritto da Irving Berlin nel 1918. Ma nel verso successivo passa a “This Land is your land” di Woody Guthrie, un classico dei movimenti di protesta, rispolverato anche nelle ultime manifestazioni contro il Bando di Trump, con quel suo ritornello che dice “This land war made for you and me”, questa terra è stata fatta per me e per te.
Poi si tuffa – letteralmente, sostenuta da cavi d’acciaio – nel suo hit più famoso, quel Born this way diventato l’inno del movimento omosessuale, per poi ripercorrere i suoi brani più famosi.
Una performance che manda letteralmente in tilt Twitter che trasforma immediatamente #LadyGaga in trendy topics con 5,1 milioni di tweet, compreso quello di un esaltatissimo ex vicepresidente Joe Biden: “fiero di aver lavorato insieme contro la violenza domestica”.
“Twitta anche Hillary Clinton: Sono una dei 100 milioni di fan del Super Bowl che è appena impazzita per Gaga il messaggio della Lady a tutti noi”.
Intanto, messaggi che fino a poche settimane fa ci sarebbero sembrate solo di buon senso civile e che nell’America che vuol chiudere le sue frontiere suonano invece come affermazioni politiche arrivano anche dai tanti spot che frammentano la partita, notoriamente i più visti e dunque i più costosi (quest’anno si è arrivati a 5 milioni di dollari per 30 secondi di pubblicità ).
Coca Cola, ad esempio, ha deciso di riproporre quello con persone di ogni razza che cantano America The Beautiful in lingue diverse: datato 2014, assume un senso totalmente diverso nel nuovo contesto.
Una scelta voluta, secondo il pubblicitario Lynn Power, che al New York Times dice: “Hanno fatto bene a trasmettere quel vecchio spot. Oggi è più rilevante di quando fu trasmesso nel 2014”.
E che dire di Airbnb, che nello spazio pubblicitario comprato all’ultimo minuto utile, mostra gente di culture diverse con una scritta in sovrimpressione: “non importa chi sei, da dove vieni, chi ami, in cosa credi. Ci apparteniamo tutti. Più ci accettiamo, più è bello il mondo”.
Notevole anche lo spot dell’Audi: dove un padre guarda la figlia che gareggia in una competizione di go-cart. E si chiede: “Cosa dovrei dire a mia figlia: che sarà valutata meno di un uomo? Che sarà pagata meno di un uomo? Che suo padre è considerato più di sua mamma? Che penseranno sempre che è inferiore a qualunque uomo che incontrerà ?” Per poi concludere che no, forse non finirà così: “il progresso è per tutti”.
Spot, touchdown e canzoni: ma intanto i “patrioti” si aggiudicano la partita. E confermano la previsione del loro tifoso più accanito, Donald Trump. “Wow” commenta caustico su Twitter il regista Michal Moore: “Proprio come alle elezioni dello scorso novembre. Compresa la scena dei fan dei Falcon in festa, mezz’ora prima di perdere”.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 5th, 2017 Riccardo Fucile
RESPINTO IL RICORSO CONTRO LA DECISIONE DEL GIUDICE FEDERALE ROBART … CONTINUANO LE PROTESTE IN TUTTO IL MONDO
La Corte d’Appello di Washington ha annunciato stamattina presto di avere respinto il ricorso presentato ieri dal Dipartimento di Giustizia Usa contro la sentenza del giudice James Robart, che aveva sospeso l’ordine esecutivo con cui il presidente Donald Trump bloccava l’ingresso negli Usa per 90 giorni di cittadini provenienti da sette Paesi musulmani.
Lo riferisce il sito di Abc News. Il divieto era entrato in vigore dopo la firma di Trump il 27 gennaio scorso.
Il ricorso del governo Usa era mirato a reintrodurre il provvedimento, che vietava l’ingresso nel Paese ai rifugiati e ai cittadini provenienti da sette Paesi a maggioranza musulmana (Iran, Siria, Iraq, Somalia, Sudan, Yemen e Libia).
Il giudice William Canby, a Phoenix, e il giudice Michelle Friedland, a San Francisco, hanno concesso tempo fino a domani alle 15 al Dipartimento di Giustizia per fornire ulteriori argomenti a giustificazione della propria posizione.
Analoga decisione è stata presa per gli Stati di Washington e Minnesota, che dovranno fornire documenti dettagliati sulla loro opposizione al decreto trump entro domani mattina.
Per adesso, dunque, la sentenza del giudice Robart resta in vigore.
Ancora proteste.
Non si placano, intanto, le manifestazioni e le iniziative (come quella del Moma che ha deciso di esporre le opere degli artisti dei Paesi colpiti dal bando) contro il capo della Casa Bianca sia in America che in altri Paesi del mondo.
A Palm Beach, in Florida, dove il presidente Usa si trova per il fine settimana, circa 3mila persone hanno manifestato per la cosiddetta ‘Marcia per l’umanità ‘, organizzata nell’ambito della giornata di proteste contro Trump che si sono svolte in tutto il Paese.
I dimostranti gridavano slogan a favore di immigrati e rifugiati e paragonavano Trump al presidente russo Vladimir Putin. ‘Gli Stati Uniti non sono un Paese fascista’, si leggeva su alcuni cartelli.
La marcia si è snodata lungo un percorso di circa 4 chilometri, ma non è stato permesso che il corteo arrivasse davanti alla residenza Mar-a-Lago, detta la ‘Casa bianca invernale’, dove i coniugi Trump si trovano da venerdì sera.
Proprio qui il presidente Usa, insieme alla first lady Melania, ha partecipato in serata al ballo annuale della Croce rossa Usa.
(da agenzie)
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Febbraio 4th, 2017 Riccardo Fucile
E’ STATO NOMINATO GIUDICE FEDERALE DA BUSH
“Negli Stati Uniti “nessuno è sopra la legge, nemmeno il presidente”. È l’attorney general dello Stato
di Washington, Bob Ferguson, che commenta così la decisione di un giudice federale di Seattle, James L. Robart, di bloccare su base nazionale il decreto del presidente Donald Trump che impone restrizioni all’ingresso negli Stati Uniti di persone provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana.
Decisione che apre un caso destinato secondo diversi esperti ad arrivare fino alla Corte Suprema, ma non prima di una guerra legale già dichiarata dalla Casa Bianca che, determinata a difendere l’ordine esecutivo di Trump, ha annunciato un ricorso di emergenza.
La svolta è giunta a sorpresa nella serata di venerdì, quando Donald Trump era già atterrato in Florida, accolto da Melania, pronto a passare il primo weekend da presidente nel suo lussuoso resort di Mar-a-Lago.
La sfida legale era però già partita nei giorni scorsi, dagli stati di Washington e Minnesota che avevano chiesto per primi il blocco del provvedimento, cui però i legali del governo avevano posto giudizio negativo, che il giudice di Seattle James Robart ha invece respinto affermando che la causa ha fondamento.
Robart ha quindi emesso una ingiunzione restrittiva verso il provvedimento, su richiesta degli stati di Washington e Minnesota, che ha effetto a livello nazionale.
In sostanza dopo la firma dell’ordine esecutivo da parte del presidente Donald Trump, lo Stato di Washington ne aveva denunciato gli effetti discriminatori e il danno significativo che la decisione procurava ai residenti.
Il Minnesota si era poi accodato e i due stati avevano chiesto un’ingiunzione restrittiva temporanea affinchè la loro denuncia potesse essere valutata, incentrata tra l’altro sulla possibilità che sezioni chiave del provvedimento siano incostituzionali.
Sarà questo infatti il punto cruciale della disputa che avrà come scopo ultimo stabilire la costituzionalità dell’ordine esecutivo. dal punto di vista degli effetti immediati, il blocco del bando dovrebbe consentire adesso a coloro che detengono un visto di entrare negli Stati Uniti, non è tuttavia ancora chiaro cosa stia accadendo ai posti di frontiera, quindi agli aeroporti.
La Casa Bianca non ha tardato a rispondere alla ‘sfida’ e, in una note dal tono perentorio, ha fatto sapere che “al più presto possibile” il dipartimento di Giustizia intende presentare un ricorso di emergenza alla decisione del giudice federale nello Stato di Washington, dicendosi quindi determinata alla difesa dell’ordine esecutivo “che siamo convinti essere legale e appropriato”.
Chi è James L. Robart.
Ha difeso e lavorato come volontario per i profughi ed è convinto che la giustizia debba venire in soccorso dei più bisognosi.
James L. Robart, il giudice federale che ha osato sfidare Donald Trump, è nato a Seattle 70 anni fa. E proprio nella sua città ha emesso la sentenza più controversa bloccando temporaneamente su base nazionale il divieto di ingresso imposto dal presidente Usa a tutti i cittadini provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana.
Dopo essersi specializzato alla Georgetown Law School, dove era anche direttore del giornale dell’università , Robart ha cominciato a lavorare nello studio legale Lane Powell Moss & Miller, di Seattele, di cui è diventato partner.
La svolta arriva nel 2004 quando l’allora presidente George W. Bush lo nomina giudice federale. Ma oltre alla sua carriera di giudice Robart si è sempre dedicato alla sua grande passione, il volontariato.
E’ stato presidente e finanziatore dell’associazione Seattle Children’s Home, che si prende cura di bambini con disagi mentali e ha lavorato anche con un’altra ong, la Children’s Home Society di Washington, che si occupa di famiglie indigenti.
I colleghi e gli amici lo descrivono come una persona “generosa e con un forte senso della comunità “.
Durante il suo percorso si è inoltre spesso occupato di difendere profughi e rifugiati, soprattutto provenienti dal sud est asiatico perchè, sostiene, il compito della giustizia è “dare una nuova opportunità a chi ha subito un torto”.
“Aiutare persone che hanno bisogni immediati che tu riesci a risolvere è la più grande soddisfazione del mio lavoro nella giustizia”, ha dichiarato nel suo discorso prima che fosse riconfermato
Non è la prima volta che Robart finisce sotto i riflettori. Lo scorso agosto, durante un processo su un caso di eccessiva violenza da parte della polizia di Seattle, il giudice disse la frase ‘Black lives matter’, slogan del movimento per i diritti degli afroamericani.
Il video di Robart in aula che si schiera con gli attivisti neri è diventato virale nelle ultime ore.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 4th, 2017 Riccardo Fucile
LA CASA BIANCA ANNUNCIA RICORSO, PIOVONO AZIONI LEGALI SUL PROVVEDIMENTO DA TUTTI GLI STATI
Un giudice ha bloccato su base nazionale l’applicazione delle restrizioni all’ingresso negli Usa di cittadini provenienti da sette Paesi a maggioranza musulmana.
La sfida legale al bando imposto da Donald Trump è partita dallo Stato di Washington, cui si è aggiunto il Minnesota.
I legali del governo si sono opposti sostenendo l’illegittimità dell’istanza con cui si chiede l’annullamento del decreto firmato dal presidente il 27 gennaio scorso.
Ora il giudice di Seattle James Robart ha stabilito che la causa intentata dai due Stati ha fondamento, il che significa che l’efficacia dell’ordine esecutivo di Trump viene sospesa in attesa dell’esito del procedimento, che secondo molti osservatori arriverà fino alla Corte suprema.
La Casa Bianca ha fatto sapere con una nota diffusa sui social network che il dipartimento di Giustizia intende presentare “al più presto possibile” un ricorso urgente contro la decisione del giudice Robart, che inizialmente è stata definita “scandalosa”, aggettivo poi eliminato.
E si è detta determinata alla difesa dell’ordine esecutivo “nella convinzione che sia legale e appropriato”
“È un grande giorno per lo stato di diritto in questo Paese”, ha commentato Noah Purcell, vice procuratore generale dello Stato di Washington che nella causa è sostenuto da Amazon, Expedia e Microsoft.
Soddisfatto anche il suo superiore Bob Ferguson: “Questa decisione annulla da subito il decreto”, ha affermato augurandosi che il governo federale rispetti la sentenza.
E il governatore Jay Inslee ha parlato di una vittoria del suo Stato che dimostra come “nessuno, neppure il presidente, sia al di sopra della legge”.
Quella emessa dal giudice Robart, nominato da George W. Bush, è tecnicamente un’ingiunzione restrittiva valida su tutto il territorio nazionale.
Queste le sue motivazioni: nessun attacco sul suolo statunitense è stato portato da persone provenienti dai sette Paesi citati nel decreto e affinchè l’ordine esecutivo sia costituzionale deve essere “basato sui fatti, intesi come contrari della fiction”.
L’ordine esecutivo firmato da Trump il 27 gennaio scorso ha gettato nel caos gli aereoporti per tutto lo scorso fine settimana e ha scatenato un’ondata di proteste che ancora prosegue in moltissime città Usa.
Contemporaneamente erano partite le azioni legali contro il provvedimento, che in questi giorni è stato impugnato da molti magistrati e associazioni, oltre che da alcuni Stati.
Tra le iniziative delle ultime 24 ore, quella dello Stato delle Hawaii che ha chiesto di bloccarne l’applicazione su tutto il territorio statunitense in quanto incostituzionale.
Il decreto, motivato dall’amministrazione Trump con la necessità di impedire l’ingresso negli Usa di terroristi e di garantire la sicurezza nazionale, sospende per quattro mesi l’ingresso negli Stati Uniti di tutti i rifugiati e vieta a tempo indeterminato quello dei profughi siriani.
Vari mezzi di informazione hanno riferito che in questi giorni sono state respinte 100 mila persone in possesso di visto provenienti da Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. Successivamente il dipartimento di Stato ha reso noto che sono stati annullati meno di 60 mila visti.
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2017 Riccardo Fucile
FINO A POCHE ORE PRIMA SI ERA DETTO DISPOSTO A MANTENERE L’IMPEGNO DI ACCOGLIERE 1250 RIFUGIATI DALL’AUSTRALIA, POI SCATTA L’EMBOLO E INSULTA IL PREMIER AUSTRALIANO
Poteva essere una delle conversazioni telefoniche più scorrevoli per il presidente americano da poco insediato alla Casa Bianca, quella con il premier di un paese amico ed alleato, l’Australia.
E invece sembra che così non sia stato, tanto che – ricostruisce il Washington Post – Donald Trump avrebbe deciso di sospendere improvvisamente dopo 25 minuti un colloquio della durata prevista di un’ora con Malcolm Turnbull.
Stando a funzionari americani informati dei contenuti della telefonata citati dal Washington Post, a un certo punto Trump avrebbe anche riferito al suo interlocutore che quella in corso era la quinta telefonata con leader mondiali che faceva quel giorno (sabato), una delle quali con il presidente russo Vladimir Putin.
«E di gran lunga la peggiore», avrebbe aggiunto.
Oggetto del contendere l’accordo raggiunto con l’Australia dall’amministrazione Obama per l’accoglienza negli Stati Uniti di 1250 rifugiati attualmente stipati in centri di detenzione sulle isole Nauru e Manus in Papua NuovaGuinea.
Trump, che il giorno prima aveva firmato il decreto sull’immigrazione si è lamentato dell’intesa, «la peggiore mai raggiunta», ha detto che «sarebbe stato ucciso» politicamente ed ha accusato l’Australia di cercare di esportare i «prossimi attentatori di Boston».
Poi – ieri – è tornato sulla vicenda con un tweet: «Ci crederete? L’amministrazione Obama ha acconsentito ad accogliere migliaia di immigrati illegali dall’Australia. Perchè? Studierò questo accordo ottuso».
Da notare che poco prima del tweet l’ambasciata americana a Canberra assicurava ai reporter australiani che la nuova amministrazione avrebbe onorato l’accordo.
«La decisione del presidente Trump di rispettare l’intesa sui rifugiati non è cambiata», aveva replicato un portavoce dell’ambasciata parlando con i giornalisti.
Una conferma proveniente dalla Casa Bianca, girata al Dipartimento di Stato, infine arrivata alla sede diplomatica alle 13.15 ora di Canberra.
L’ambasciata, riferisce ancora il Washington Post, sarebbe stata informata che l’accordo restava valido alle 21.15 ora di Washington, un’ora e 40 minuti prima del tweet di Trump.
La minaccia al Messico: «Invio le truppe». Ma Nieto smentisce
Ma il premier australiano non è l’unico in rotta con Trump. Sempre nel corso di un’aspra conversazione telefonica il presidente americano avrebbe umiliato Enrique Peà±a Nieto, minacciandolo di inviare proprie truppe oltre confine per contrastare la delinquenza che l’esercito messicano non riesce a controllare.
“Avete un sacco di uomini di “bad hombres” cattivi laggiù. Non state facendo abbastanza per fermarli. Penso che i vostri militari siano spaventati. I nostri non lo sono e quindi potrei inviarli per occuparsene», avrebbe detto Trump.
Segnalazioni che «non corrispondono alla realtà », ha subito chiarito il ministero degli Esteri messicano in un messaggio pubblicato sull’account Twitter .
Venerdì tanto la Casa Bianca quanto il governo messicano avevano diffuso comunicati in cui riferivano della telefonata definendola `costruttiva’.
Il colloquio era avvenuto a seguito della cancellazione della prevista visita a Washington del presidente messicano: a spingerlo a questa decisione, un tweet di Trump che diceva di considerare inutile una sua visita nel caso in cui Pena Nieto non fosse deciso a finanziare la costruzione del muro lungo la frontiera tra i due paesi.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 2nd, 2017 Riccardo Fucile
PROTESTA DEGLI UNIVERSITARI CONTRO LA VISITA DI YIANNOPULOS, NOTO RAZZISTA E SESSISTA A CUI TWITTER AVEVA CHIUSO L’ACCOUNT
L’Università di Berkeley, in California, è stata travolta dalle proteste contro l’intervento previsto di
Milo Yiannopoulos, giornalista di Breibart News (sito del consigliere strategico di Donald Trump, Steve Bannon) e noto per le sue posizioni di estrema destra.
Due ora prima del discorso, i manifestanti hanno gettato transenne e pietre contro le finestre dell’edificio e dato fuoco a un generatore all’entrata.
La polizia ha ordinato ai manifestanti di disperdersi e ha chiuso il campus.
Secondo il sito di San Francisco SFGate.com, i manifestanti hanno anche lanciato mattoni e petardi contro la polizia in assetto anti-sommossa che ha risposto con proiettili di gomma.
A prendere parte alla manifestazione pacifica sono state circa 1.500 persone, ma un centinaio ha poi iniziato le violenze.
Yiannopoulos è noto per le sue posizioni razziste. Il suo account di Twitter (@nero) era stato chiuso lo scorso anno dopo gli insulti a Leslie Jones, una delle protagoniste del film Ghostbusters, a cui ha rivolto accuse razziste e sessiste.
(da agenzie)
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