Gennaio 30th, 2017 Riccardo Fucile
COSI’ IL GIOVANE LIBERALE E’ DIVENTATO L’IDOLO ANTI-TRUMP… NEL 2013 HA PORTATO IL PARTITO DA 36 A 184 SEGGI, UN RISULTATO MAI VISTO
“Io e mia moglie Sophie siamo addolorati”, scrive il premier Justin Trudeau nei minuti che seguono
l’assalto al Centro culturale islamico del Quèbec.
Il premier condanna l’attentato e al contempo rinnova con forza il suo “inno alla tolleranza”. “I musulmani canadesi – sottolinea – rappresentano un elemento importante del nostro tessuto nazionale. La tolleranza religiosa è un valore a noi caro. La diversità è la nostra forza”.
“La diversità è la nostra forza”. Proprio con questo stesso slogan, il premier canadese si era opposto poche ore prima ai respingimenti statunitensi. “A tutti coloro che fuggono dalla persecuzione, dal terrore e dalla guerra – aveva twittato lui mentre all’aeroporto JFK di New York scoppiava il caos – voglio dire che il Canada offrirà sempre il suo benvenuto. Non importa quale sia la vostra religione, il vostro credo. La diversità è la nostra forza”. E con quel suo #WelcomeToCanada è diventato per molti “il presidente anti Trump”, il volto del multiculturalismo e dei diritti da opporre alla logica delle barriere
Dalle parole ai fatti. Poi l’annuncio: “Il Canada offrirà la residenza temporanea a tutti quelli bloccati negli Usa a seguito dell’ordine esecutivo di Trump sull’immigrazione”, come ha comunicato ieri il ministro dell’Immigrazione canadese Ahmed Hussen.
Sin dalla campagna elettorale tra le file del partito liberale, e poi come presidente dal 4 novembre 2015, Trudeau ha fatto dell’accoglienza ai rifugiati un elemento chiave della sua azione politica.
Sin da quando il liberale si è insediato, nel Paese sono già stati accolti quarantamila rifugiati – negli Usa, invece, quindicimila
Ma chi è Trudeau? Affascina ancora i suoi elettori? E perchè il mondo vede in lui un simbolo “anti Trump”?
La “dinastia” liberale. Justin è figlio di Pierre, volto storico dei liberali canadesi – ne fu il leader dal 1968, per più di sedici anni.
Fu anche lui primo ministro, governando il canada a più riprese per oltre quindici anni, per poi ritirarsi dal palco della politica nel 1984. Anche Pierre, come poi Justin, è stato un premier che ha raggiunto grande popolarità a livello internazionale, ma che non ha mancato di riscuotere critiche all’interno del Paese, soprattutto per la sua fervente opposizione all’indipendenza del francofono Quèbec.
Nel 2000, quando Justin ha 29 anni, suo padre muore ed è proprio il commosso discorso funebre del figlio a portarlo per la prima volta al centro delle attenzioni dei canadesi.
Un risultato mai visto. Il debutto vero e proprio nella vita politica risale al 2008; nel giro di un anno è il volto dei liberali per temi come il multiculturalismo e l’immigrazione, temi che sono rimasti tuttora al centro delle sue scelte politiche. Aprile 2013: Trudeau conquista la leadership del partito.
Nel giro di due anni riesce a riportarlo al governo e a fargli espugnare il parlamento con un risultato mai visto prima nel Paese: da 36 seggi a 184.
Un’ascesa da record, ottenuta al grido di “Cambiamento!”, in un Canada afflitto da recessione e disoccupazione.
Il progressista yogi. Giovane e bello, Trudeau viene presto acclamato come il volto simbolo del progressismo, anche fuori dai confini canadesi. E’ tra le 100 persone più influenti al mondo secondo “Time” e la sua “luna di miele” con l’elettorato dura più a lungo del solito, con due canadesi su tre che dopo un anno al governo ancora gli affidano il loro gradimento.
Le sue promesse, per molti, suonano allettanti: dalla riduzione del deficit alla legalizzazione della marijuana, dalla lotta al cambiamento climatico alla difesa dei diritti di gay e transgender.
Trudeau è anche un femminista dichiarato, il suo gabinetto è composto per metà di donne ed è il più multiculturale della storia del Canada. Rifugiati, immigrati, musulmani, aborigeni, disabili: “Eccovi un governo che è anche una fotografia del nostro Paese”, promette e mantiene Trudeau. E poi c’è la svolta annunciata in politica estera: pacifismo piuttosto che interventismo, politica della porta aperta.
Ma neppure il nuovo idolo liberale, fotogenico come pochi, si salva dagli inciampi. Nel corso dei mesi il bilancio del Paese non registra i progressi promessi, anche l’annunciato disimpegno in Iraq e Siria appare confuso. Pure tra i personaggi “pop” c’è chi si rivolta contro il premier “pop”: Jane Fonda, ad esempio, consiglia di “non fidarsi del premier di bell’aspetto”.
Il motivo della delusione sua e di altri vip di Hollywood come Leonardo Di Caprio è il via libera del canadese a un oleodotto lungo le Trans Mountains, a dispetto della vocazione ambientalista annunciata dal liberale in campagna elettorale.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 29th, 2017 Riccardo Fucile
TIM COOK: “APPLE NON ESISTEREBBE SENZA IMMIGRAZIONE”
Dopo il papà di Facebook Mark Zuckerberg, che si è detto “preoccupato” per la stretta di Donald Trump su visti e rifugiati, tutta la Silicon Valley sta protestando contro il cosiddetto Muslim ban, il controverso decreto che limita l’ingresso negli Usa ai cittadini di sei Paesi a maggioranza musulmana.
Così, se per Google il provvedimento “ostacola l’arrivo di grandi talenti nel Paese”, Tim Cook fa presente che “Apple non esisterebbe senza l’immigrazione”, dal momento in cui Steve Jobs, il fondatore del marchio, era figlio di un immigrato siriano.
“Le misure di Trump colpiscono i dipendenti di Netflix in tutto il mondo – scrive su Facebook Reed Hastings, l’amministratore delegato dell’azienda – è tempo di unirsi per proteggere i valori americani di libertà e opportunità “.
Sergey Brin, co-fondatore di Google e presidente di Alphabet, è stato fotografato mentre manifestava contro il Muslim ban all’aeroporto di San Francisco.
“Sono qui a titolo personale e perchè sono un rifugiato”, ha dichiarato ai giornalisti che l’hanno fotografato vicino a un bambino con un cartello con la scritta “Voglio che mio nonno torni dall’Iran”.
Google ha richiamato i suoi dipendenti provenienti dai Paesi islamici a “rientrare negli Stati Uniti il prima possibile” dopo il giro di vite sugli ingressi imposto dal presidente Trump nei confronti di tutti i rifugiati (per 4 mesi) e per i cittadini di sette Paesi – Siria, Libia, Iran, Iraq, Somalia, Sudan, Yemen – per almeno tre mesi. Sundar Pichai, amministratore delegato di Google, ha precisato che sono quasi duecento i dipendenti dell’azienda colpiti dalla misura.
“È doloroso vedere il costo personale di questo ordine esecutivo sui nostri colleghi. Abbiamo sempre reso pubblica la nostra visione in materia di immigrazione e continueremo a farlo”, ha scritto Pichai.
“Siamo preoccupati per l’impatto di questo decreto e di qualsiasi proposta che possa imporre restrizioni ai dipendenti di Google e alle loro famiglie e che potrebbero creare ostacoli all’arrivo di grandi talenti negli Stati Uniti”, ha sottolineato il colosso di internet.
Da Google a Microsof. “Come immigrato e come amministratore delegato, ho consapevolezza dell’impatto positivo che l’immigrazione ha avuto nella nostra azienda, nel paese e nel mondo”, ha detto Satya Nadella, leader di Microsof di origini indiane. Microsoft aveva denunciato giovedì scorso il rischio di non riuscire a completare i team di ricerca e sviluppo (r&s), andando così a ledere l’innovazione.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 29th, 2017 Riccardo Fucile
LA MAPPA DELLA POLITICA AGGRESSIVA DEI RUSSI
La Russia preoccupa la Nato e l’Ue. 
Lo sguardo degli esperti militari sono puntati su Kaliningrad, l’enclave russa tra Polonia e Lituania, diventata una spina nel fianco orientale dell’Europa.
Negli ultimi mesi è stato il teatro del più grande dispiegamento di truppe e armamenti russi.
Dopo l’annessione della Crimea, Estonia, Lituania e Lettonia temono di essere in testa alla lista delle mire espansionistiche di Putin.
Per questo le preoccupazioni di Ue e Nato si concentrano principalmente lungo il Mar Baltico. D’altronde i campanelli d’allarme, nei mesi scorsi, non sono mancati: oltre 400 sconfinamenti dei caccia russi nei cieli di altri Paesi solo nel 2015.
Questa è l’analisi di Mark Galeotti
Ci sono missili balistici e sistemi terra-aria avanzati che si stanno dirigendo verso Kaliningrad, con un esplicito avvertimento: i Paesi che stanno pensando di unirsi alla Nato o che stanno ospitando strutture antimissilistiche dovrebbero considerarsi potenziali obbiettivi.
Ci sono flotte navali al largo della costa siriana, per ragioni che hanno poco a che fare con il conflitto in corso lì e molto di più con l’affermare esplicitamente che la Nato non dovrebbe considerare il Mediterraneo come il suo “stagno”.
Ci sono bombardieri che costeggiano e attraversano lo spazio aereo europeo.
C’è una crescente volontà da parte del Cremlino di minacciare apertamente conseguenze militari — anche quelle termonucleari — e di simulare operazioni offensive. È un momento complicato per l’Europa.
Questa mappa mostra esempi selezionati di provocazioni dell’esercito russo verso il continente europeo negli ultimi tre anni
Mark Galeotti
analista associato dell’ECFR., esperto di politica e sicurezza russa e di intelligence
(da “La Stampa“)
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Gennaio 29th, 2017 Riccardo Fucile
IL PREMIER CANADESE E’ IL PERFETTO ANTI-TRUMP: “LA DIVERSITA’ E’ LA NOSTRA FORZA”
“A tutti coloro che stanno scappando da persecuzioni, terrore e guerra: i canadesi vi accoglieranno, a prescindere dalla vostra fede religiosa. La diversità è la nostra forza”. Così il primo ministro canadese Justin Trudeau ha risposto all’ordine del presidente americano Donald Trump che vieta per tre mesi l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di sette Paesi a maggioranza musulmana.
Il messaggio — diffuso sui social network dallo stesso Trudeau — ha ottenuto centinaia di migliaia di like e condivisioni, confermando la popolarità del premier canadese.
Trudeau, che ha rilanciato una sua foto mentre accoglie una piccola profuga, ha poi reso noto di aver ricevuto rassicurazioni dal governo americano che il provvedimento non si applicherà ai cittadini canadesi, anche se in possesso di doppia cittadinanza. Trudeau – leader del partito liberale amatissimo anche per il suo aspetto decisamente accattivante – ha scelto come ministro per l’immigrazione del suo governo Ahmed Hussein, arrivato in Canada come profugo dalla Somalia.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 29th, 2017 Riccardo Fucile
FERMATO IL “MUSLIN BAN”… DECINE DI MIGLIAIA DI AMERICANI IN PIAZZA
Arriva da una donna il primo sonoro schiaffone a Donald Trump: si tratta di Ann M. Donnelly, 57 anni,
la giudice federale che con una decisione storica ha bloccato il cosiddetto Muslim ban, l’ordinanza firmata ieri dal neo presidente che impedisce l’accesso negli Usa agli immigrati provenienti da sette paesi a maggioranza islamica (Siria, Iraq, Iran, Libia, Somalia, Sudan e Yemen).
Spiazzando la Casa Bianca, la giudice Donnelly ha ordinato alle autorità di non procedere alle deportazioni dei cittadini provenienti dai sette paesi musulmani in questione e muniti di visto d’ingresso negli Stati Uniti.
La giudice ha accolto la richiesta di una procedura d’urgenza dell’Aclu (l’American Civil Liberties Union) e ha ascoltato la richiesta di fermare le espulsioni di alcuni cittadini stranieri detenuti, in particolare di un siriano che rischiava l’espulsione “entro un’ora nonostante avesse documenti regolari”, come recitava la richiesta dell’Aclu, in quanto la sua incolumità non poteva essere garantita al suo ritorno a Damasco.
Il punto — secondo la Donnelly — è che le persone arrestate, fermate e rispedite a casa o bloccate alla partenza erano già state controllate e autorizzate a un visto di soggiorno.
Motivo per cui la giudice ha reputato illegittimi i fermi e le deportazioni.
“Vittoria!!!”, ha twittato l’Unione americana per le libertà civili subito dopo la decisione della giudice.
“Le nostre corti di giustizia oggi si sono comportate come un baluardo contro gli abusi del governo e gli ordini incostituzionali”, ha aggiunto la potente organizzazione non governativa di difesa dei diritti civili e delle libertà individuali. Anche se la questione è tutt’altro che risolta e nuove udienze dovrebbero tenersi a febbraio, “la cosa più importante oggi era che nessuno fosse messo su un aereo”, ha detto l’avvocato dell’Aclu Lee Gelernt.
Da Washington a San Francisco, dove erano sorte proteste spontanee contro l’ordine esecutivo di Trump, si moltiplicano i ringraziamenti alla Donnelly, che anche su Twitter viene dipinta come la donna che ha dato una bella lezione a The Donald.
Ann , 57 anni, madre di due figlie, è stata nominata giudice federale da Barack Obama nell’ottobre del 2015.
A suggerire il suo nome al presidente Obama era stato il senatore democratico dello Stato di New York Chuck Schumer. Per 25 anni ha lavorato nell’ufficio del procuratore distrettuale di Manhattan Robert Morgenthau.
“La sua reputazione è leggendaria”, ha detto Schumer a proposito della Donnelly. “Era una delle persone più ammirate nello staff di Morgenthau”. Nata a Royal Oak, in Michigan, nel 1959, Donnelly si è laureata all’università del Michigan per poi specializzarsi in legge alla Ohio State University.
Dal 1984 al 2009 è stata procuratore aggiunto presso l’ufficio del procuratore distrettuale di New York. Dal 1997 al 2005, è stata consulente senior per i processi e dal 2005 al 2009 è stata a capo del Bureau sulla violenza famigliare e gli abusi sui minori.
In qualità di assistente del procuratore distrettuale, Donnelly ha contribuito all’azione legale contro Dennis Kozlowski, ex ceo di Tyco International, condannato tra le altre cose per frode e furto aggravato.
Dal 2009 al 2015 ha servito come giudice della Court of Claims di New York, lavorando anche per la Corte Suprema di New York nel Bronx, a Brooklyn e a Manhattan. Poi il passaggio, voluto da Barack Obama, a livello federale.
Con la sentenza che ha fermato temporaneamente il Muslim ban, Donnelly è diventata l’eroina del movimento anti Trump.
Un movimento che sta risvegliando la coscienza civica di moltissimi americani, pronti a scendere in strada per manifestare contro provvedimenti ritenuti discriminatori e contrari ai valori che hanno fatto grandi gli Stati Uniti.
Nelle prossime ore proteste, scioperi e cortei sono previsti in diverse città americane sotto lo slogan “NO Muslim Ban”, già diventato topic trend su Twitter.
A Washington come ad Atlanta, a Chicago come a Seattle, decine di migliaia di persone sono determinate a far capire a Trump che questa volta ha davvero esagerato.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 29th, 2017 Riccardo Fucile
E ALLE 9, QUANDO ARRIVA LA NOTIZIA CHE UN GIUDICE HA SOSPESO I RIMPATRI FORZATI, ESPLODE L’URLO DI GIOIA
“Perchè Donald Trump mi odia? sono musulmana, ma ho solo nove anni”. Jerome Garcia, un insegnante, ha scritto le parole di una sua scolara grande su un cartello che porta alto sulla testa: “Sono qui per i miei studenti. Bambini che vanno ancora alle elementari e sono già terrorizzati. Conosco il loro terrore, sono figlio di immigrati clandestini anche io. I miei arrivarono dall’Honduras e l’America ci ha dato una grande opportunità . Sono diventato un educatore: un uomo che non ha paura”.
Ogni cartello è una storia, qui al Terminal 4. Sul suo una donna di nome Ruth ha scritto: “Oggi sono qui per i miei fratelli e sorelle musulmane. Così quando verranno a prendere me che sono ebrea, loro mi difenderanno”.
Samira Gupta, 21 anni, batte i piedi dal freddo nonostante sia avvolta in un grande scialle di lana. “Non me ne vado. Ho i guanti di lana, due termos di caffè, banane e merendine”, racconta.
“Sono venuta con mio fratello dopo aver letto su Twitter che c’era una protesta davanti all’aeroporto. Sono nata a New York ma i miei genitori sono indiani. No, non siamo musulmani: ma quello che sta accadendo ci riguarda lo stesso”.
Jerome, Ruth e Samira sono arrivati fin qui grazie al tam tam su Twitter più volte rilanciato dal regista Michael Moore che da ore racconta quello che sta accadendo davanti all’aeroporto più famoso del mondo, in instancabili e continui Facebook live. È proprio qui, al controllo passaporti del Termina 4, che due rifugiati iracheni con i documenti perfettamente in ordine, sono stati fermati nella notte di venerdì poche ore dopo la firma dell’ordine esecutivo voluto da Donald Trump che proibisce l’ingresso a rifugiati e cittadini di sette paesi musulmani.
Quando uno di loro, Haameed Khalid Darweesh, ex interprete dell’esercito americano, viene rilasciato a metà pomeriggio, la notizia viene accolta con sollievo solo per poco: i media parlano infatti subito dopo di almeno 11 persone fermate alla frontiera. Scatta così la mobilitazione sui social: “appuntamento a Jfk” twitta Michael Moore: “e se non siete a New York, bloccate qualunque aeroporto vicino a voi”.
Alle sette di sera il traffico intorno a Jfk è completamente impazzito. Davanti al terminal ci saranno circa tremila persone, che però si sono sparpagliate davanti ai diversi ingressi innervosendo molto la polizia e fanno sentire molto forte la loro voce: “No hate, no fear, refugees are welcome here”, ritmano. “Non odio nè paura, i rifugiati qui sono i benvenuti”.
A decine si catapultano giù dal trenino che porta all’aeroporto: così tanti che la polizia decide, intorno alle otto, di chiudere la fermata. Con buona pace di chi deve prendere un aereo.
Tassisti e autisti di Uber – un’immenso popolo di immigrati su quattro ruote – hanno fatto sapere che sono solidali con la protesta. E finchè dura non accompagneranno nè preleveranno nessuno. In molti hanno scritto i cartelli proprio lì sul treno o sul piazzale gelato, dove per qualche minuto c’è perfino uno spolvero di neve.
Quando alle nove arriva la notizia che il giudice federale di Brooklyn ha bloccato il rimpatrio forzato dei rifugiati, la piazza esplode, in tanti esultano facendo il segno di vittoria. Ma poi si passano subito la voce: “Non è certo finita, dobbiamo continuare così”. Domani si ricomincia.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 29th, 2017 Riccardo Fucile
NEGLI USA E’ RIVOLTA CONTRO TRUMP, UN GIUDICE BLOCCA L’ESPULSIONE DEI CITTADINI CON PASSAPORTO DEI SETTE PAESI… PROTESTE NEGLI AEROPORTI
Ann Donnelly, giudice federale di New York, ha emesso un’ordinanza di emergenza che
temporaneamente impedisce agli Stati Uniti di espellere i rifugiati che provengono dai sette paesi a maggioranza islamica soggetti all’ordine esecutivo emanato dal presidente Donald Trump , che ha congelato gli arrivi da quei paesi per tre mesi.
L’ordinanza di emergenza del giudice Donnelly annulla una parte dell’ordine esecutivo del presidente Donald Trump sull’immigrazione, ordinando che i rifugiati e altre persone bloccate negli aeroporti degli Stati Uniti non possono essere rimandate indietro nei loro paesi.
Ma il giudice non ha stabilito che queste stesse persone debbano essere ammesse negli Stati Uniti nè ha emesso un verdetto sulla costituzionalità dell’ordine esecutivo del presidente.
I legali che hanno citato in giudizio il governo per bloccare l’ordine della Casa Bianca hanno detto che la decisione, arrivata dopo un’udienza di urgenza in una corte di New York, potrebbe interessare dalle 100 alle 200 persone che sono state trattenute al loro arrivo negli aeroporti statunitensi sulla base dell’ordine esecutivo che il presidente Donald Trump ha firmato venerdì pomeriggio, una settimana dopo il suo insediamento.
Merkel contro Trump: «Stop all’immigrazione ingiustificato
Per Angela Merkel lo stop agli ingressi in Usa dei rifugiati provenienti da alcuni paesi «non è giustificato». La cancelliera tedesca, ha spiegato il portavoce Steffen Seibert, «è convinta che anche la necessaria lotta al terrorismo non giustifica» una misura del genere «solo in base all’origine o al credo» delle persone.
Gentiloni: «Società aperta è pilastro dell’Ue»
«L’Italia è ancorata ai propri valori. Società aperta, identità plurale, nessuna discriminazione. Sono i pilastri dell’Europa». Così il premier Paolo Gentiloni su Twitter.
«May non è d’accordo con il blocco dell’immigrazione»
Alla premier britannica Theresa May la decisione del presidente americano Donald Trump di sospendere ogni accesso agli Usa da sette Paesi a maggioranza islamica non piace. Il suo portavoce ha affermato oggi che la premier «non è d’accordo» con il decreto esecutivo di Trump e sfiderà il governo americano qualora il bando dovesse avere un effetto negativo sui cittadini britannici. La presa di posizione avviene poche ore dopo che la stessa May, nel corso della sua visita ieri in Turchia, si era rifiutata di commentare il bando deciso dal presidente americano. Si tratta di una decisione, aveva affermato, che riguarda gli Stati Uniti.
Trudeau: «Il Canada accoglie indipendentemente dalla fede
Prendendo le distanze della Casa Bianca che ha deciso di vietare l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di sette Paesi musulmani, il premier canadese Justin Trudeau, ha invece affermato la volontà del suo Paese di accogliere i rifugiati «indipendentemente dalla loro fede».
«A coloro che fuggono da persecuzione, terrore e guerra, il Canada vi accoglierà , indipendentemente dalla vostra fede. La diversità è la nostra forza. Benvenuti in Canada», ha scritto il premier, su Twitter. Trudeau ha anche pubblicato sull’account una sua foto in procinto di accogliere rifugiati, scattata nel 2015, quando il premier aveva voluto recarsi personalmente in aeroporto per l’arrivo di un primo contingente di rifugiati siriani nel quadro di un ponte aereo organizzato dalle autorità di Otttawa. Da allora il Canada ha accolto più di 35mila rifugiati siriani.
Il ministro degli Esteri iraniano: «La nostra decisione non è retroattiva»
«A differenza degli Usa, la nostra decisione non è retroattiva», ha detto il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif in riferimento alla decisione dell’Iran di applicare il principio di reciprocità dopo la decisione del presidente americano Donald Trump di sospendere i visti per i cittadini iraniani. «Coloro che hanno già un visto valido iraniano saranno accolti volentieri». «Pur rispettando i cittadini americani e facendo differenza fra loro e le politiche ostili del governo statunitense, l’Iran ha dovuto prendere misure reciproche per proteggere i propri cittadini».
Proteste negli aeroporti degli Stati Unit
L’ordine esecutivo con cui Donald Trump ha sospeso temporaneamente l’arrivo di tutti i rifugiati e delle persone provenienti da sette Paesi a maggioranza islamica ha innescato una serie di proteste davanti agli aeroporti internazionali di numerose città degli Stato Uniti. In particolare circa 2.000 persone, tra cui alcune celebrità , si sono riunite davanti al John F. Kennedy Airport di New York (foto) , causando anche alcuni disordini.
L’agenzia che gestisce lo scalo ha tentato di ostacolare l’afflusso dei manifestanti fermando i treni che portano ai terminal, ma il governatore dello stato di New York, il democratico Andrew Cuomo, ha cancellato la misura, affermando che la gente ha il diritto di protestare.
E manifestazioni ci sono state anche nel vicino aeroporto di Newark, in New Jersey, dove si sono radunate circa 120 persone con cartelli contro l’ordine esecutivo di Donald Trump.
E anche all’aeroporto di Denver, in Colorado, decine di manifestanti si sono riuniti davanti al locale scalo internazionale, così come a Chicago, davanti all’aeroporto à’Hare si è radunata una piccola folla e diverse persone sono state arrestate.
Secondo quanto riferisce la stampa locale, anche diversi passeggeri in arrivo allo scalo si sono uniti ai manifestanti.
Simili manifestazioni si sono svolte anche a Dallas, Seattle, Portland, San Diego. E a Los Angeles, circa 300 persone sono entrate nel terminal dopo aver inscenato una veglia a lume di candela. E ancora, a San Francisco, centinaia di persone hanno bloccato la strada che porta allo scalo per esprimere la loro protesta.
I paesi islamici dove Trump ha interessi economici esclusi dalla “black list”.
E sale anche la protesta per l’esclusione di alcuni paesi islamici, da cui sono provenuti molti dei terroristi responsabili di attentati gravissimi contro cittadini americani, dalla black list decisa da Trump.
Sono proprio quei paesi dove il tycoon ha importanti interessi economici.
In un tweet, James Melville ad esempio fa il confronto con gli altri Stati messi al bando dal presidente degli Stati Uniti in relazione alle azioni violente contro gli Usa. Dal confronto emerge un dato sconcertante: le nazioni escluse dalla lista nera sono proprio quelle che hanno dato i natali agli autori delle più efferate stragi contro cittadini americani, mentre dai paesi inseriti nella lista non ci sono persone che hanno compiuto azioni violente negli Usa.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 28th, 2017 Riccardo Fucile
OVVIAMENTE PER I SOVRANISTI CAZZARI ITALICI QUESTA E’ UNA CHE LOTTA CONTRO L’ALTA FINANZA
Abito bianco, intenta a ‘mangiare’ diamanti come fossero spaghetti.
E’ stata immortalata così Melania Trump sulla cover di febbraio dell’edizione messicana di Vanity Fair.
Una scelta infelice secondo molti utenti Twitter che hanno criticato l’immagine e le dichiarazioni della first lady.
Una ‘mancanza di sensibilità ‘, che arriva dopo l’approvazione da parte di Donald Trump, della costruzione del muro anti migranti al confine con il Messico.
Questa ostentazione di ricchezza da parte della moglie di un evasore fiscale razzista che si batte a parole “contro i poteri forti” e piazza finanzieri e petrolieri come ministri, non desta meraviglia, fa parte del Dna della famiglia Trump.
Come non suscitano neanche più pena quella massa di cazzari nostrani sedicenti di destra che pensano che questo soggetto rappresenti una alternativa alla deriva mondialista di cui invece è uno dei peggiori esponenti.
(da agenzie)
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Gennaio 27th, 2017 Riccardo Fucile
SUI SOCIAL MESSICANI SI SCATENA IL BOICOTTAGGIO DELLE MULTINAZIONALI AMERICANE… GLI USA PAGHERANNO CARO LE FOLLIE DELL’EVASORE FISCALE
“E’ semplicemente non negoziabile” che il Messico paghi per il muro che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump vuole costruire al confine tra i due Paesi.
Lo ha ripetuto Luis Videgaray, nel corso di una conferenza stampa a Washington, dove si trovava insieme ad una delegazione ministeriale per incontri con la nuova amministrazione e per preparare la visita del presidente Enrique Pena Nieto il 31 gennaio, poi annullata per protesta.
“Ci sono delle cose che non sono negoziabili, delle cose che non possono nè saranno negoziate – ha detto Videgaray -. Dire che il Messico possa pagare per il muro è una cosa semplicemente non negoziabile”.
Mentre l’amministrazione Trump pensa di imporre un dazio del 20% su tutti prodotti importati dal Messico (il loro valore complessivo è di oltre 300 miliardi di dollari) per far pagare ai messicani le spese della costruzione del nuovo muro, l’economista Paul Krugman spiega che questa sarebbe una misura da “incompetenti e ignoranti”.
Se Trump mette una tassa sulle auto americane che importiamo dal Messico, saranno gli americani e non i messicani a pagare il muro.
Argomento sostenuto anche dal ministro Videgaray che precisa: “Mettere un dazio sulle merci importate dal Messico significa che il consumatore americano pagherà di più una automobile, una lavatrice o un avocado”.
Le ultime mosse del presidente Usa, e la cancellazione del summit con il presidente messicano, hanno scatenato in Messico una campagna antiamericana.
Sui social si invita al boicottaggio dei prodotti delle multinazionali statunitensi, da Starbucks alla Coca cola fino ai McDonald’s.
Mentre su Instagram c’è un nuovo hastag che promuove l’orgoglio messicano #AmorAMèxico dove vengono postate foto che esprimono amor proprio e dignità del Paese.
Un messaggio chiaro arriva anche dal Vaticano.
La Santa Sede è preoccupata per “il segnale che si dà al mondo” con la costruzione del muro tra Usa e Messico, voluto dal presidente statunitense Donald Trump per frenare le migrazioni. E si augura che gli altri Paesi, anche in Europa, “non seguano il suo esempio”.
Lo ha detto oggi al Sir il cardinale Peter Turkson, presidente del Dicastero per la promozione dello sviluppo umano integrale, a margine di un convegno sulla “Laudato sì e gli investimenti cattolici” alla Pontificia Università Lateranense.
(da agenzie)
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