Gennaio 12th, 2017 Riccardo Fucile
ARROGANZA E IGNORANZA SCAMBIATA PER VIRTU’ MORALE DI UN PRESIDENTE CHE NON SA NEANCHE ARTICOLARE UN DISCORSO
Assistevo ieri impietrita e affascinata alla prima conferenza stampa di Donald Trump dopo la sua elezione. 
Lo spettacolo, tra il patetico e l’improvvisato, con una scenografia da teatro d’avanguardia in cui appaiono in primo piano plichi anonimi, tutti uguali, buttati qua e là a segnalare il lavoro del gabinetto presidenziale degli ultimi mesi, chiama a rapporto tutte le scienze ermeneutiche e le arti dell’interpretazione per capire che tipo di fenomeno abbiamo davanti.
Incoraggio dunque sociologi, politologi, esperti di media, filosofi, psicanalisti, studiosi di retorica, spin doctor e altri intellettuali di vario genere a concentrarsi sulla questione.
Purtroppo non aiuta la recente scomparsa di Umberto Eco, il quale avrebbe probabilmente stilato un ritratto puntuale di questa nuova creatura ibrida, frutto di un matrimonio perverso tra media e politica, che si appresta a governare la più grande potenza mondiale per i prossimi quattro anni.
Trump non sa parlare. Non sa articolare un discorso, ripete frasi senza senso infarcite di “Great, Beautiful, Awesome”, cosa che non mette in inferiorità il pubblico.
La padronanza linguistica, dai tempi dei sofisti è considerata uno degli ingredienti fondamentali del carisma politico.
Eppure è un’arma a doppio taglio: in un mondo di ignoranti abituati al linguaggio delle pubblicità viste alla televisione, o agli smiley scambiati sui social network, il linguaggio “alto” di Obama o di qualsiasi politico competente intimidisce: sembra una diavoleria da azzeccagarbugli che riesce a giustificare qualsiasi cosa.
E invece Trump parla come un americano medio rincretinito davanti alla tivù o a YouTube: frasi brevi, messaggio ripetuto fino alla nausea, esempi personali: I have a friend, he is great, really the greatest person in the world, uso spropositato di superlativi, tanto da arrivare a mettersi al primo posto in una classifica divina dichiarando che LUI sarà il più grande creatore di posti di lavoro che DIO abbia messo sulla Terra.
Il discorso è confuso, arrogante, a-politico. Si parla di amici suoi, degli affari suoi, di potenziali scandali suoi.
Parla di un’offerta di un tale, suo caro amico a Dubai, di due miliardi di dollari per investire laggiù, che lui avrebbe rifiutato. Ma chi se ne frega? Perchè dovrebbe interessare il pubblico? Beh, perchè Trump vuole far vedere di essere uno di noi, con qualche miliardo in più, dunque niente langue de bois e ipocrisia politica, ma aneddoti non pertinenti, fatti, agitazione di mani quando cerca di spiegare la taglia di un microfono spia dentro alle camere d’hotel…
Chiama per nome i suoi amici, per rendere chiaro che non sta lavorando sui ruoli che le istituzioni democratiche gli mettono a disposizione per servire la nazione, ma su persone specifiche, amici suoi, figli suoi, generi suoi, su una tribù insomma che grazie a relazioni di fiducia completamente indipendenti da un sistema di accountability, gli staranno dietro per fedeltà al branco.
Poi, quando pressato dalle domande deve giustificare i suoi rapporti con la Russia, gli allegati di un dossier dei servizi segreti sui suoi interessi in Russia e la questione degli hacker e del loro ruolo nella campagna democratica, Trump comincia ad attaccare, insulta i giornalisti, si contraddice su Putin: dice che un Putin amico è un asset per gli Stati Uniti e ammette che i Russi sono dietro ai cyber attacchi che hanno destabilizzato la campagna.
In un’inversione che richiede a questo punto più psicanalisi che semiotica, Trump paragona gli Usa alla Germania nazista (questo in un tweet del giorno prima), senza rendersi conto che è proprio la sua presidenza che evoca quel paragone.
Poi si inalbera contro le fake news, anche qui attaccando con le armi con cui è stato attaccato durante tutta la sua campagna, basata su bullshitting permanente, sulle teorie del complotto più assurde, come quella per esempio che Obama non fosse americano…
Infine, sugli hacker russi, Trump usa la retorica tipica dei cospirazionisti e dei mercanti del dubbio e inizia a istillarlo: potrebbero essere i russi, ma chissà ? Potrebbero essere anche i cinesi, o chiunque altro.
E poi subito giù una dose di paranoia collettiva: “Tutti ci spiano, siamo circondati da spie e da nemici…” perfetta tecnica per distrarre il pubblico dalla domanda centrale, ossia il ruolo della Russia nei cyber-attacchi durante la campagna.
Ma il linguaggio cospirazionista e apocalittico ce l’aveva anche prima di essere eletto. Ciò che mostra questa conferenza stampa è che Trump non ha sicuramente usato questi mesi (da novembre a gennaio) per imparare cosa deve fare e dire il presidente di un paese democratico. Trump è sempre Trump.
Il suo nuovo ruolo non gli dà una nuova faccia, a parte un arancione meno forte sui capelli.
E purtroppo è proprio per questo che Trump ha vinto: perchè non si vergogna di essere chi è, e questa arroganza mista ad ignoranza è scambiata dal pubblico per una virtù morale di onestà . Misteri della comunicazione.
Da studiare a fondo nei prossimi quattro anni.
Gloria Origgi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 11th, 2017 Riccardo Fucile
BARACK SALUTA L’AMERICA “YES WE DID”…CNN RIVELA: “INFORMAZIONI SCOTTANTI SU AFFARI E VITA PRIVATA DI TRUMP IN MANO AI RUSSI”
Le sliding doors della politica americana fanno coincidere l’ultimo discorso da presidente di Barack
Obama con una nuova tegola per il presidente eletto Donald Trump.
Secondo la Cnn, infatti, Trump sarebbe ricattabile da Mosca, i cui hacker di Stato avrebbero informazioni scottanti sui suoi affari e sulla sua vita personale.
La nuova, esplosiva rivelazione arriva quasi in concomitanza con l’ultimo discorso di Obama, che da Chicago, di fronte a 20mila persone, invita i suoi alla lotta, all’impegno civile e alla fiducia in una democrazia scossa e minacciata.
Sul palco un misto di commozione e orgoglio: “Yes we can”, scandisce Obama, “and yes we did”, rivendica il presidente uscente. Che tuttavia si appresta a lasciare il Paese a un presidente a quanto pare ricattabile, emblema di un’America che appare più debole e divisa che mai.
Cnn: “Trump ricattabile da Mosca”
Informazioni classificate presentate la scorsa settimana dai vertici degli 007 Usa al presidente Obama e al presidente eletto Trump comprendono indicazioni su presunto materiale in possesso di russi con informazioni personali e finanziarie compromettenti per il tycoon. Tycoon che sarebbe quindi a rischio ricatto.
Lo riferiscono diversi media americani, a partire dalla Cnn che per prima ha confermato le indiscrezioni citando fonti ufficiali americane anonime. Il New York Times sottolinea inoltre che parte del materiale riguardante Donald Trump sia di natura “volgare”. In mattinata arriva la smentita di Mosca: “No, il Cremlino non ha informazioni compromettenti su Trump”: lo ha detto il portavoce di Putin, Dmitri Peskov.
Il tycoon, come di consueto, commenta con un tweet, in attesa della sua prima conferenza stampa, prevista per oggi: “Notizie false. Una vera e propria caccia alle streghe politica”.
Tali informazioni – giudicate da più parti “potenzialmente esplosive” – non provengono dall’intelligence Usa, ma da un ex agente britannico. La loro attendibilità – sottolineano i media – non è stata ancora stabilita ed è adesso oggetto di verifica da parte dell’Fbi.
Stando a quanto emerge, il rapporto è stato incluso come appendice alla relazione dell’intelligence Usa sulle ‘cyberintrusioni’ guidate dalla Russia, ma non è frutto di quella inchiesta. I vertici dell’intelligence Usa hanno tuttavia deciso di includere questo materiale aggiuntivo – e pur non ancora verificato – come parte della documentazione presentata nei giorni scorsi a un gruppo ristretto di interlocutori (nello specifico Obama, Trump e solo alcuni membri del Congresso) con lo scopo principale di informare il presidente eletto che tali indicazioni circolano a Washington e per sottolineare che la Russia avrebbe raccolto informazioni potenzialmente dannose per entrambi i partiti politici, salvo diffondere poi soltanto quelle relative al fronte democratico.
La ricostruzione presenta ancora zone d’ombra. I ‘memo’ in questione sarebbero stati recuperati da un ex agente britannico dell’MI6 che in passato aveva collaborato con l’intelligence americana.
Un altro passaggio della vicenda indica inoltre – stando ancora alla Cnn – che il senatore repubblicano John McCain – a sua volta informato da un ex diplomatico britannico per un periodo di stanza a Mosca – era venuto in possesso del materiale, riguardante un lasso di tempo tra giugno e dicembre 2016, e che ne aveva consegnato copia al direttore dell’Fbi James Comey.
A quel punto però Comey era già a conoscenza di alcuni memo datati fino ad agosto 2016, consegnati a quanto risulta da un ex agente dell’MI6 ad un agente dell’Fbi a Roma. Al momento nessuna delle fonti ufficiali americane – tra 007, Fbi e Casa Bianca – ha commentato la vicenda.
L’ultimo discorso di Obama da presidente: “Non mi fermo qui, resterò con voi”
La nuova bufera piomba sul tycoon proprio mentre Obama scandisce ancora una volta lo slogan che nel lontano 2008 lo portò alla Casa Bianca: “Yes we can!”. Slogan a cui il presidente uscente aggiunge con orgoglio uno “Yes we Did”, rivendicando che “oggi l’America è migliore”.
Per Obama, il cambiamento c’è stato. Due esempi su tutti: la legalizzazione delle nozze gay e il salvataggio dell’industria dell’auto, sull’orlo della bancarotta dopo la grande crisi.
Ma l’elenco dei risultati raggiunti nel corso dei quasi tremila giorni dei suoi due mandati presidenziali non è il cuore dell’ultimo discorso da presidente. Il cuore del messaggio è piuttosto sui valori che rendono l’America ‘eccezionale’ e che non vanno traditi in nessun modo.
E per i quali lui continuerà a combattere anche fuori dalla Casa Bianca: “E’ stato un onore servire gli americani, non mi fermerò. Continuerò a farlo per il resto dei miei giorni”.
Le standing ovation non si contano. Le lacrime in platea e in tribuna scendono copiose. Anche Obama più volte appare decisamente commosso. Come quando viene scandito in coro ‘Four more years”, altri quattro anni
Non cita mai Donald Trump, se non per dire che farà di tutto per agevolare la transizione con il suo successore. Ma afferma chiaro e forte come il futuro del Paese dipenda proprio dalla salvaguardia di quei principi di libertà , uguaglianza, democrazia che furono dei padri fondatori, e che in questa fase soprattutto la minaccia del terrorismo rischia di intaccare.
Così sottolinea che non accetterà mai qualunque discriminazione contro i musulmani in America. Anche perchè l’Isis sarà sconfitta – sottolinea – solo se non prevarrà la paura e si sapranno salvaguardare proprio quei valori che il terrorismo vuole distruggere.
E ancora Obama mette in guardia da un ritorno indietro sul fonte delle discriminazioni razziali nei confronti di tutte le minoranze, a partire da quella afroamericana: “Servono le leggi, anche se queste non bastano. Devono cambiare i cuori”.
Anche negare i cambiamenti climatici – altra stoccata al suo successore – “sarebbe tradire le generazioni future e lo spirito del Paese”.
E poi il monito a non trasformare l’America come altre potenze che definisce ‘rivali’: la Russia e la Cina. Paesi che “non possono eguagliare la nostra influenza nel mondo – afferma – a meno che non siamo noi a mollare quello in cui crediamo e ci trasformiamo in un altro grande Paese che fa il prepotente con i vicini più piccoli”.
Ancora lacrime quando ringrazia la first lady Michelle: “Sei la mia migliore amica. Mi hai reso orgoglioso, hai reso orgogliosa l’America”.
E sul palco alla fine c’è anche lei, insieme alla figlia Malia, come nel 2008. E insieme all’amico di questa avventura Joe Biden.
E le luci sul 44/mo presidente degli Stati Uniti si spengono.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 5th, 2017 Riccardo Fucile
L’OFFENSIVA MEDIATICA RUSSA HA IL NOME DI SPUTNIK, UN SITO INTERNET IN 30 LINGUE CON RADIO E AGENZIA… E PER L’EDIZIONE ITALIANA C’E’ LA FIRMA DI GIULIETTO CHIESA: SARA’ IL NUOVO COMPAGNO DI MERENDA DI SALVINI E DELLA MELONI
Da qualche tempo, in vetta alle ricerche Google sui fatti più importanti del mondo, compaiono nelle larghe finestre a pagamento gli articoli di Sputniknews Italia . “Sputnik”, come il primo satellite artificiale sovietico lanciato in orbita nel 1957 dal cosmodromo di Baikonur e la cui traduzione letterale significa “compagno di viaggio”. Un riferimento ai soviet e una strizzata d’occhio agli internauti nell’esplorazione di quella che si promette sia una «fonte unica di notizie alternative» che racconta «ciò che gli altri non dicono».
Il suffisso “it” è la variante italiana di un’agenzia, sito Web e radiobroadcast che si declina in realtà in 30 lingue tra cui quelle parlate nei Paesi a ridosso della Russia, in aree sensibili (l’arabo, il pashto di afgani e pakistani, il serbo dei correligionari ortodossi per il legami con i sempre turbolenti Balcani), oltre naturalmente all’inglese, francese, spagnolo, portoghese per veicolare messaggi dovunque.
Uno sforzo economico enorme che contempla anche 800 ore di trasmissioni radiofoniche giornaliere e il lavoro 7/24 delle redazioni regionali di Washington, Cairo, Pechino, Montevideo.
Il tutto controllato dall’agenzia Rossiya Segodnya, fondata dal Cremlino nel dicembre del 2013 per volere naturalmente di Vladimir Putin e affidata al giornalista Dmitry Konstantinovich Kiselev, 62 anni, già vicedirettore della tv di Stato, un fedelissimo del nuovo zar e in prima linea nel difendere le ragioni di Mosca in Ucraina come in Medioriente.
A svolgere il ruolo di redattore capo c’è invece una donna, Margarita Simonyan, origini armene, che si è guadagnata i galloni sul campo coprendo la seconda guerra di Cecenia e la sanguinosa vicenda della presa d’ostaggi nella scuola di Beslan.
Il sito italiano, peraltro ben curato, ha sezioni che spaziano dai nostri affari interni alla politica internazionale, l’economia, news curiose di vita in Russia.
Riporta interviste come quella all’indipendentista veneto Gianluca Busato su «tutte le cose che hanno in comune la Crimea e il Veneto».
Fornisce in diretta le conferenze stampa del presidente russo, confuta puntigliosamente le teorie sull’invadenza degli hacker russi e la loro influenza sulle elezioni americane.
Difende l’operato di Mosca in Siria. Insomma, informazione a tutto campo.
Più gli opinionisti che le commentano e tra i quali spicca il nome di Giulietto Chiesa, 76 anni, a lungo corrispondente da Mosca per l’Unità e La Stampa, giornalista, scrittore, politico, spesso controcorrente e convinto, per dire, che la versione ufficiale dell’11 settembre di New York sia una serie di colossali panzane americane fatte bere all’opinione pubblica.
Eloquenti alcuni dei suoi ultimi editoriali come quello sulle «falsificazioni mainstream» circa Aleppo, o l’appassionata autconfessione: «Scrivo su Sputnik e collaboro con diversi canali russi. Che ne sarà di me?».
Dove il bersaglio è una risoluzione del Parlamento europeo che «equipara i media russi allo Stato islamico», bollata come «record del delirio russofobico».
Come in tanti altri Paesi, anche in Italia Sputnik è stato accusato di pesante propaganda al servizio di Putin che avrebbe voluto far cadere il governo Renzi per favorire i 5Stelle di Beppe Grillo.
Il tutto per un commento di Marco Fontana, 39 anni, addetto stampa della Regione Piemonte, responsabile dell’ufficio stampa della Federazione medici pediatri di Torino, il quale si difende: «La cosa mi ha fatto parecchio incazzare. Mi hanno paragonato a un hacker russo, nientemeno, e solo perchè il sito TzeTze, area Grillo-Casaleggio, aveva ripreso il mio scritto».
Quando, giura, non ha mai subito pressioni dalla redazione centrale che sta a Mosca, che lo lascia libero di esprimere le sue idee, non ha mai cambiato una riga («certo so che non potrei scrivere che Putin deve andare in galera, ma forse che i media italiani non hanno un padrone contro il quale non possono esprimersi liberamente?») e semmai si è limitata, talvolta, a commissionare un articolo, come capita in ogni giornale: «È successo tre volte. Per un pezzo su Ratzinger, uno sulle foibe e uno sui rappresentanti della Duma in visita a Torino».
Le cose funzionano più o meno così, a suo dire. «L’unico che ha un legame diretto con la redazione centrale è Giulietto Chiesa. Io mando i miei scritti via email a un amico che sta a Mosca e lui li gira alla caporedattrice, di nome Elena. Altro non so, se non che io mi limito a fare il mio lavoro da professionista come farei per qualsiasi altra testata».
Sputnik è l’erede della storica “Voce della Russia”: «Il governo di Mosca», prosegue Fontana, «ha voluto fare un grosso investimento per rendere più moderna la sua informazione e ha fatto scouting in diverse nazioni per accaparrarsi delle firme. Scegliendole, naturalmente, tra coloro che hanno almeno un comune sentire con la politica ufficiale. Veniamo regolarmente retribuiti. Subiamo la doppia tassazione e, da quando è stato varato l’embargo, abbiamo dovuto sottoscrivere con la banca un documento in cui l’istituto di credito ci avverte che può fornire i nostri dati a chiunque li richieda perchè riceviamo un compenso dalla Russia».
Fontana si chiede come mai ci sia tanto interesse per un organo che, nella sua pagina Facebook, raccoglie solo 32 mila “mi piace” quando i media filoccidentali sono centinaia e centinaia con milioni di seguaci.
La risposta è nel rumore che, soprattutto negli ultimi mesi, hanno fatto notizie apparse sui vari Sputnik (vanno in Rete, è bene ricordarlo, da fine 2014, due anni fa).
A partire da quella più discussa e che ha alimentato il sospetto di ingerenze del Cremlino nella campagna elettorale che ha portato all’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti. Era successo che Bill Moran, redattore di Sputnik Washington, avesse citato alcuni passaggi della corrispondenza privata di Hillary Clinton resa nota da Wikileaks, attribuendo erroneamente una citazione a un assistente della candidata democratica quando in realtà era il frutto di un articolo di “Newsweek”.
Ecco La teoria difensiva che appare sul sito italiano: accortosi del pasticcio, «Moran invece di modificare l’articolo lo ha direttamente eliminato. Era rimasto online per solo 19 minuti. Tra i mille che lo avevano visualizzato c’era Trump che ha usato l’erronea citazione nel corso di un incontro coi suoi sostenitori». Da qui l’accusa al nuovo presidente Usa di usare tesi della propaganda russa quando in realtà si sarebbe trattato solo uno sbaglio materiale.
Resta il fatto che Trump con Putin ha più volte dichiarato di voler andare daccordo. E che Putin con Sputnik ha in mano un’arma efficace per veicolare la sua visione strategica ai quattro angoli del pianeta.
Il che non è nè illegale nè vietato, sia chiaro. Solo l’ennesima dimostrazione di quanto lo zar stia investendo perchè la Russia torni da protagonista della politica mondiale.
Anche grazie a un moderno ed efficiente network mediatico.
Gigi Riva
(da “L’Espresso”)
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Dicembre 31st, 2016 Riccardo Fucile
LE PROVE CHE HANNO GENERATO LA RITORSIONE AMERICANA SUGLI ATTACCHI DI HACKER RUSSI
Su cosa si basano i provvedimenti presi da Obama contro Mosca per i presunti tentativi russi di
influenzare le elezioni Usa attraverso cyberattacchi e fughe di informazioni?
Proviamo a passare in rassegna gli ultimi elementi e i documenti più importanti di una vicenda ormai più complessa e ingarbugliata di una telenovela.
Dove bisogna distinguere gli aspetti tecnici da quelli politici. E dove non mancano gli elementi di confusione a partire dalla proliferazione di sigle e la moltiplicazione di “orsetti” (vedi le definizioni di Fancy Bear, Cozy Bear, GrizzlySteppe, ecc. Ma ci torniamo).
IL REPORT USA SU GRIZZLY STEPPE
Giovedì l’Fbi e il Dipartimento per la sicurezza nazionale Usa hanno pubblicato un rapporto, un’analisi congiunta sulle attività cyber malevole russe, battezzate Grizzly Steppe.
Il documento dovrebbe fornire i dettagli tecnici sugli strumenti e le infrastrutture usate – secondo il governo Usa – dai servizi di intelligence civili e militari russi (Ris) per compromettere e violare reti e computer associati alle ultime elezioni americane, oltre che a varie entità governative.
L’attribuzione di queste attività ai servizi russi – dice il documento – è sostenuta da indicatori tecnici individuati dall’intelligence statunitense, dall’Fbi, dal Dipartimento di sicurezza nazionale, dal settore privato e da altre realtà .
Secondo gli americani, sono due i soggetti principali di queste attività malevole, due i gruppi di hacker, definiti in gergo Apt, Advanced Persistent Threat – vedi anche questo nostro reportage sul tema.
Dunque si tratterebbe del gruppo noto come APT29, detto anche Cozy Bear, che avrebbe violato i sistemi del Partito Democratico (un partito, dice il documento, senza però nominarlo) nell’estate 2015; e del gruppo Apt28 – noto anche come Fancy Bear, e altri nomi – che li avrebbe penetrati nell’aprile 2016.
E sarebbe proprio APT28 il responsabile della fuoriuscita di email e documenti che hanno costellato la campagna presidenziale di Hillary Clinton.
Questa ricostruzione ricalca e conferma a grandi linee quella fatta mesi fa da Crowdstrike, la società privata chiamata a investigare l’attacco al Comitato nazionale democratico e a suoi esponenti – qui alcuni degli ultimi sviluppi di quell’indagine secondo la stessa società .
COME È AVVENUTA LA VIOLAZIONE
Di quali attività malevole stiamo parlando? Si tratterebbe soprattutto di campagne di spear phishing, ovvero di invio mirato di email malevole che possono infettare i destinatari, inviate a organizzazioni statali e politiche, università , think tank ecc.
Un invio mirato ma nello stesso tempo ad ampio raggio se – come dice il documento – avrebbe preso di mira, nella sola estate 2015, oltre mille destinatari (di questa modalità di attacco diretta in massa verso politici americani avevamo scritto qua).
Un tipo di operazione che lo scorso novembre, cioè a scandalo e tensioni fra Mosca e Washington ormai conclamate, sarebbe stata ancora in corso.
Il documento mostra uno schema di come sarebbe avvenuta la violazione delle mail di molte delle vittime o come da queste gli attaccanti sarebbero arrivati ai server democratici. In verità si tratta di una modalità nota di attacco e non particolarmente sofisticata, ampiamente usata dalla cybercriminalità .
Si invia al target una mail con mittente camuffato e con un link malevolo, cliccando sul quale si è diretti a un sito sotto controllo dell’attaccante (sito che ne imita un altro legittimo).
Qui vengono chieste le credenziali di accesso, che vanno però in mano agli hacker, i quali a quel punto possono usarle per entrare nell’account della vittima, che si tratti della sua e-mail o dell’accesso a un sistema.
Dove viene poi installato un malware che sottrae (esfiltra, in gergo) documenti e file.
ORSI E DUCHI: DIETRO LE SIGLE
Il rapporto elenca quindi una serie di sigle relative a gruppi o attività cyber dietro cui si celerebbero i servizi russi. L’elenco è lungo e fantasmagorico ma non bisogna farsi trarre in inganno.
Molte di quelle sigle sono modi diversi per chiamare lo stesso soggetto ed erano usate da anni da diverse società e ricercatori. APT28, ad esempio, viene anche chiamato Sofacy, Sednit, Pawnstorm, Fancy Bear, Tsar Team, BlackEnergy ecc.
Alcuni di questi nomi si riferiscono più al gruppo, altri più al malware usato dallo stesso. Mentre tutti i vari nomi composti con Duke si riferiscono a una serie di malware attribuiti a APT29 – analizzati tempo fa da società come F-Secure.
IL COMUNICATO DELLA CASA BIANCA
Oltre ai documenti tecnici, c’è un comunicato della Casa Bianca che rappresenta invece la posizione del governo, elencando anche i destinatari specifici delle sanzioni per tali attività , sanzioni che si aggiungono all’espulsione politica di 35 diplomatici russi e alla chiusura di due strutture russe negli Stati Uniti.
Qui si dice che le attività cyber russe volevano influenzare le elezioni, erodere la fiducia nelle istituzioni democratiche americane, e instillare dubbi sull’integrità del processo elettorale.
Inoltre si sanzionano nove entità o individui: due servizi di intelligence russi (i servizi segreti interni FSB e quelli militari GRU, cioè gli stessi già accusati da Crowdstrike di corrispondere rispettivamente a APT29 e APT28); quattro membri dei servizi segreti militari GRU; e tre aziende che avrebbero fornito aiuto materiale alle operazioni condotte da GRU.
Le aziende sono: Special Technology Center (o STLC, Ltd. di San Pietroburgo); Zorsecurity (o Esage Lab); e la Professional Association of Designers of Data Processing Systems (o ANO PO KSI).
Non solo: il comunicato aggiunge alla lista anche due noti cybercriminali russi che in verità stavano già nella lista dei più ricercati dall’Fbi.
Si tratta di Evgeniy Bogachev e Aleksey Belan, noti per le loro attività nel campo delle frodi online. E che non sembrano quindi direttamente coinvolti negli attacchi di natura politica, o almeno il loro ruolo non è stato esplicitato, anche se è interessante che siano stati inseriti nella stessa azione di ritorsione.
Tra l’altro la natura dei legami fra la potente e variegata cybercriminalità russa e gli apparati di Mosca è questione piuttosto complessa nonchè tema di discussioni e analisi.
C’è chi ritiene che il Cremlino non solo chiuda un occhio sulle attività della propria cybercriminalità , ma non esiti nemmeno a reclutare fra le file della stessa.
Ad ogni modo, Bogachev sarebbe responsabile di un furto di oltre 100 milioni di dollari a istituzioni e aziende americane, attraverso le sue attività e il suo ruolo nella diffusione del malware Zeus prima e di Cryptolocker poi, ovvero di uno dei più noti ransomware, sofware malevoli che cifrano i file di un computer chiedendo il pagamento di un riscatto. Belan avrebbe invece messo a segno molti furti d’identità e compromesso almeno tre aziende Usa di e-commerce.
MA CI SONO LE PROVE?
Esistono dunque le prove effettive che dietro gli attacchi ai computer dei Democratici ci sia il governo russo? I documenti tecnici citati – raccolti e visionabili qua – elencano anche una serie di indicatori di compromissione, cioè di artefatti tecnici (indirizzi IP, nomi di dominio, firme di file malevoli) associati alle attività di attacco dei gruppi di hacker in questione.
Tuttavia il parere di gran parte degli esperti di sicurezza informatica è che quanto mostrato nei documenti sia del tutto insufficiente ad attribuire gli attacchi a Mosca. Insomma, se esiste la pistola fumante il governo Usa ancora non può o non vuole mostrarla, sebbene Obama abbia annunciato un ulteriore rapporto al riguardo che dovrebbe uscire a breve.
Anche su questo aspetto esistono comunque posizioni diverse: chi ritiene che gli Usa dovrebbero mostrare le prove, se ce le hanno, vista anche l’entità delle accuse verso la Russia e dei provvedimenti presi; e chi sostiene che mostrarle significherebbe svelare troppo della propria attività di controspionaggio.
Di certo, a livello politico, gli Stati Uniti sembrano essere sicuri e anche piuttosto compatti nella loro attribuzione. Con l’eccezione non di poco conto del presidente eletto, Donald Trump.
Carola Frediani
(da “La Stampa”)
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Dicembre 29th, 2016 Riccardo Fucile
“RISPOSTA AL TENTATIVO DI DANNEGGIARE GLI INTERESSI DEGLI STATI UNITI”
Barack Obama aveva promesso una reazione contro la Russia, accusata di aver inferferito nel
voto americano dell’8 novembre scorso ed è subito arrivata.
Il presidente uscente ha ordinato sanzioni contro Mosca. Il New York Times riferisce che Washington ha espulso dagli Stati Uniti 35 agenti segreti russi, che agivano sotto copertura diplomatica.
Inoltre il presidente ha dato istruzioni al dipartimento di Stato di chiudere due compound in Maryland e New York “che sono usati da personale russo per attività collegate ad operazioni di intelligence”.
Altre misure saranno presto messe in campo. “Continueremo ad adottare una serie di azioni quando e dove lo vogliamo, alcune delle quali non saranno pubblicizzate” ha detto il presidente uscente.
“Queste azioni arrivano dopo ripetuti ammonimenti, pubblici e privati, rivolti al governo russo e sono una risposta necessaria ed appropriata ai tentativi di danneggiare interessi degli Stati Uniti in violazione di norme di comportamento stabilite a livello internazionale” ha dichiarato Barack Obama nell’annunciare le sanzioni economiche e le espulsioni. “Tutti gli americani dovrebbero essere allarmati dalle azioni della Russia”.
La prima reazione russa è affidata al commissario per i diritti umani, la democrazia e lo stato di diritto del Ministero degli Esteri russo, Konstantin Dolgov, secondo cui “le nuove sanzioni contro la Russa sono controproducenti e danneggiano il ripristino dei legami bilaterali”.
(da agenzie)
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Dicembre 29th, 2016 Riccardo Fucile
LA PROCURA GENERALE HA APERTO UN’INDAGINE NEI CONFRONTI DEL PREMIER ISRAELIANO
Tempi duri per il premier israeliano Bibi Netanyahu.
Dopo l’approvazione della risoluzione Onu che condanna gli insediamenti in Cisgiordania e l’attacco dell’amministrazione Usa che ha definito le colonie un ostacolo per la pace, si preannunciano anche guai giudiziari: il procuratore generale Avichai Mandelblit ha infatti ordinato l’apertura di un’indagine nei suoi confronti per «due questioni non specificate» scrive il Guardian mentre il Times of Israel va oltre e precisa che si tratta di sospetti di «corruzione e frode».
No comment finora da parte di Netanyahu.
La mossa della Procura sarebbe seguita alla recente acquisizione di nuovi documenti da parte della polizia nell’ambito di un’indagine segreta aperta 9 mesi fa
Netanyahu sarebbe sospettato di aver accettato nel 2009 1 milione di euro da Arnaud Mimran, il tycoon condannato per frode la scorsa estate, e anche di aver compiuto illeciti nel caso dell’acquisto di sottomarini dalla Germania, in cui i media avevano rilevato un potenziale conflitto di interessi che coinvolgeva il suo avvocato.
All’inizio del mese Netanyahu aveva negato di essere coinvolto in questo caso.
(da agenzie)
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Dicembre 10th, 2016 Riccardo Fucile
L’INCHIESTA DEL WASHINGTON POST: PERSONAGGI LEGATI AL GOVERNO RUSSO HANNO FORNITO A WIKILEAKS MIGLIAIA DI EMAIL HACKERATE AI DANNI DELLA CLINTON
La Cia ha concluso in una valutazione segreta che Mosca è intervenuta nelle elezioni Usa per
aiutare Donald Trump a vincere la presidenza più che per minare solo la fiducia nel sistema elettorale americano: lo scrive il Washington Post citando fonti informate sulla vicenda.
Gli 007 Usa hanno individuato attori legati al governo russo che hanno fornito a Wikileaks migliaia di email hackerate ai danni del partito democratico e di altre organizzazioni, compreso il presidente della campagna di Hillary Clinton John Podesta.
Le fonti del Wp descrivono gli individui legati al governo russo come attori noti alla comunità dell’intelligence e facenti parte di una più vasta operazione per spingere Trump e minare le possibilità della sua rivale Hillary Clinton.
“E’ opinione della comunità di intelligence che l’obiettivo della Russia fosse favorire un candidato rispetto ad un altro, aiutare Trump ad essere eletto”, ha confidato un alto dirigente Usa informato sulla presentazione dell’esito degli accertamenti fatta ad alcuni senatori americani. “Questa è l’opinione dominante”, ha aggiunto.
Ieri il presidente Barack Obama aveva disposto una verifica “completa” circa le presunte attività di hackeraggio e intrusioni legate alle elezioni presidenziali americane, chiedendo un rapporto esaustivo prima che lasci la Casa Bianca il prossimo 20 gennaio.
E ora si profila uno scontro fra Donald Trump e la Cia, dopo che in un rapporto l’agenzia di spionaggio Usa ha sostenuto che persone legate alla Russia hanno interferito nelle elezioni presidenziali fornendo a Wikileaks le mail dell’ex direttore della campagna elettorale di Hillary Clinton, John Podesta, e del Partito democratico
(da agenzie)
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Dicembre 9th, 2016 Riccardo Fucile
E I SONDAGGI PREMIANO FILLON: AL BALLOTTAGGIO FINIREBBE 66% A 34% PER L’EREDE DI SARKOZY
A soli cinque mesi dal primo turno delle prossime presidenziali, la famiglia dei Le Pen si ritrova
a dover sanare una crisi familiare che rischia di mettere in discussione la stabilità del Front National.
In questi ultimi giorni Marine ha più volte richiamato all’ordine sua nipote, Marion Marèchal, in merito ad alcune dichiarazioni rilasciate su tematiche di carattere sociale e politico.
Ultima, in ordine di tempo, quella sull’aborto.
In un’intervista rilasciata il 5 novembre al quotidiano di estrema destra Prèsent, Marion Marèchal ha dichiarato che bisognerebbe “sostenere finanziariamente le strutture che propongono di accompagnare le donne sole e indecise”.
A questo si aggiungerebbe poi l’idea di “rivedere il rimborso integrale e illimitato” previsto per le interruzioni di gravidanza, “perchè le donne sono degli esseri responsabili che devono essere trattati come tali”.
La leader del Front National non ha tardato a smentire queste proposte, ricordando che, nel caso di vittoria alle prossime presidenziali, “non ci sarà nessuna modifica” della legge sull’aborto.
Altri dissapori erano già emersi durante le primarie della destra.
Commentando l’exploit di Franà§ois Fillon al primo turno, Marion Marèchal ha definito il candidato come “il più pericoloso per il Front National”, facendo riferimento al suo programma, per certi aspetti più conservatore di quello presentato dall’estrema destra.
Anche in questo caso Marine Le Pen ha fatto rientrare nei ranghi la nipote, dicendosi in totale “disaccordo” con le sue dichiarazioni, visto che Fillon rappresenterebbe “un buon candidato” da sfidare.
Le frizioni interne al clan Le Pen hanno provocato una profonda frattura nel Front National.
Già questa estate Marine aveva commentato l’atteggiamento della nipote, considerandola “un po’ rigida” e poco incline al “gioco di squadra”, con un chiaro riferimento al suo carattere arrivista e ambizioso.
Le idee conservatrici e nazionaliste di Marion-Marèchal sono state però difese da alcuni dirigenti del partito, che hanno espresso la loro solidarietà alla giovane leader attraverso una serie di post pubblicati sui social network.
Questi attriti arrivano in uno dei momenti più delicati della campagna elettorale di Marine Le Pen.
Dopo un periodo di relativo silenzio servito per studiare le mosse degli avversari, la leader del Front National è tornata con una serie di apparizioni pubbliche. Recenti sondaggi la vedrebbero insieme a Fillon vincente al primo turno, con il candidato dei Rèpublicains in testa al ballottaggio con il 66% delle preferenze.
Per ridurre lo scarto che la separa dal favorito, Marine Le Pen dovrà dare prova di equilibrismo politico, smarcandosi dalle posizioni ultraconservatrici e cattoliche che l’accomunano a Fillon.
Per fare la differenza, sarà necessario spostare l’attenzione sui valori repubblicani cari all’elettorato della destra francese, rimanendo al tempo stesso ancorata alle idee identitarie che da sempre distinguono la sua linea politica.
Questa tattica ha già provocato forti dissensi tra le fila del partito, con molti membri che richiedono un ritorno ai principi fondatori del Front National.
Se non riuscirà a risanare questa frattura, Marine Le Pen correrà il rischio dover fronteggiare una corrente “frondista” interna, probabilmente capitanata proprio da sua nipote.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 4th, 2016 Riccardo Fucile
GLI ELETTORI DELLE CAMPAGNE GLI HANNO VOLTATO LE SPALLE, INIZIA LA FINE DEI POPULISTI D’ACCATTO, ORA TOCCA AGLI ALTRI
«Alexander Van der Bellen è il nuovo presidente dell’Austria».
Lo ha comunicato la tv pubblica Orf. Secondo le prime proiezioni, il Verde è al 53.6% e il suo rivale ultranazionalista Norbert Hofer al 46,4%. I seggi sono stati chiusi alle 17.
Il margine d’errore della proiezione è dell’1,2%, molto più basso del vantaggio calcolato di Van der Bellen su Hofer.
I sostenitori di Alexander Van der Bellen stanno già festeggiando il successo del loro candidato.
Lothar Lockl, responsabile della campagna elettorale del Verde, intervistato dalla tv pubblica Orf, si è detto entusiasta.
“Congratulazioni ad Alexander Van der Bellen per il suo successo, chiedo a tutti gli austriaci di restare uniti e lavorare assieme. Siamo tutti austriaci, non importa che cosa abbiamo deciso alle urne”, ha scritto Hofer su Facebook.
Professore di Economia alle università di Innsbruck e Vienna, Alexander Van der Bellen, 72 anni, appartiene ad un’antica famiglia aristocratica.
E’ nato a Vienna da padre russo di origine olandese e madre estone, entrambi profughi a seguito dell’invasione dell’Estonia da parte dell’Unione Sovietica avvenuta nel 1940. Politicamente in origine era vicino ai socialdemocratici ma fu successivamente attratto dal movimento ecologista durante le proteste del 1984 contro una centrale nucleare sul Danubio.
Nel 1992 è passato ai Verdi, diventando deputato del partito ecologista nel 1994. Leader dei Verdi nel 1999, si è dimesso dall’incarico dopo il cattivo risultato del partito alle elezioni del settembre 2008.
A queste elezioni si è presentato come candidato indipendente per ampliare le proprie possibilità , ma la sua campagna è finanziata e organizzata dai Verdi.
Fumatore accanito, è padre di due figli avuti da un primo matrimonio. Si è sposato in seconde nozze con la Verde Doris Schmidauer poco prima di annunciare la sua candidatura. Sostenitore di un’idea di Europa multiculturale e tollerante, crede che l’Ue debba rispondere con la solidarietà alla crisi dei migranti.
Una curiosità : il nuovo presidente ha stravinto nel suo comune, Kaunertal, una piccola località di montagna in Tirolo.
Il professore ha ricevuto 286 voti, ovvero l’86,4%. Hofer si è fermato invece a 45 voti (13,6%). Al ballottaggio del 22 maggio, poi annullato, il Verde aveva ottenuto l’85,14%.
(da agenzie)
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