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ATTACCO A SORPRESA CONTRO RAQQA, L’ISIS NELLA MORSA DI CURDI E USA

Novembre 7th, 2016 Riccardo Fucile

IN AZIONE 30.000 GUERRIGLIERI, CONQUISTATI I PRIMI VILLAGGI

Legge il comunicato in arabo con un po’ di fatica, Jihan Sheikh Ahmad, capelli raccolti in una coda di cavallo e con indosso mimetica verde.
È lei, una giovane ufficiale curda ad annunciare dal Nord della Siria il via all’offensiva su Raqqa.
Trentamila uomini della coalizione delle Syrian democratic forces (Sdf), sono già  in marcia verso l’altra capitale del Califfato.
Mentre a Mosul si stringe la morsa dell’assedio, con le truppe irachene che avanzano da Sud e sono a quattro chilometri dall’aeroporto, i curdi siriani e i loro alleati arabi, addestrati dagli Stati Uniti, lanciano l’assalto all’ultima roccaforte dell’Isis.
La scelta di una portavoce donna è un segno dell’impronta curda sull’operazione.
Un altro segno è la frase che conclude l’annuncio e invita la Turchia a «stare fuori dagli affari interni siriani».
L’operazione è guidata dai curdi, che contribuiscono per almeno l’80 per cento alle forze dell’Sdf. Sono gli stessi guerriglieri dello Ypg che Ankara considera terroristi e che bombarda un centinaio di chilometri più a Ovest, vicino ad Aleppo.
Il portavoce dei curdi Talal Silo ha poi specificano che c’è già  un accordo con gli Stati Uniti per «tenere fuori» la Turchia.
Le truppe speciali di Washington sono embedded con l’Sdf e forse ci sono anche francesi. Parigi è la capitale che più ha spinto per accelerare i tempi della presa di Raqqa, oltre che di Mosul, perchè notizie di intelligence avvertono che lì l’Isis sta organizzando un altro attentato in stile Parigi.
L’attacco è cominciato nella notte di sabato e ieri mattina, il ministro della Difesa Jean-Yves Le Drian ha sottolineato che le due operazioni devono andare di pari passo. In serata l’Sdf annunciava che le sue avanguardie partite da Ain Issa, una cinquantina di chilometri a Nord di Raqqa, erano avanzate di 10 chilometri e liberato «cinque villaggi».
Poco dopo l’inviato speciale di Obama, Brett McGurk, confermava l’avvio dell’offensiva e avvertiva che «non sarà  affatto facile» e che gli Usa erano «in stretto contatto» con la Turchia per superare le divergenze e concentrarsi «sull’obiettivo comune», l’Isis.
Il comando di Inherent Resolve, la missione a guida Usa anti-Stato islamico, precisava che i suoi raid avevano distrutto «postazioni e veicoli tattici» jihadisti in zona. L’operazione è stata battezzata «Ira dell’Eufrate» e fa il verso allo «Scudo sull’Eufrate» lanciato dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan quest’estate. L’obiettivo è quello di liberare Raqqa dalle «forze del terrorismo oscurantista» ma la partita fra potenze globali e regionali è altrettanto importante.
Anche se a Mosul l’Isis ha mostrato una resistenza superiore alle aspettative e venerdì ha inflitto pesanti perdite alle forze speciali irachene che si erano spinte troppo in fretta all’interno dei quartieri a Est, la spartizione del Califfato marcia spedita. L’avanzata delle milizie sciite verso Tall Afar, quasi al confine fra Iraq e Siria, viene letta più come avvicinamento a Raqqa che come manovra di accerchiamento di Mosul.
L’ambizione delle forze sciite è quella di congiungersi a quelle di Bashar al-Assad e creare un grande spazio dominato dagli alleati di Teheran, dall’Iran fino al Libano.
È la «mezzaluna sciita» che si delinea nella valle della Mesopotamia e che non fa dormire di notte i leader dell’Arabia Saudita ma neppure Erdogan.
L’attivismo del «reis» turco ai confine con Siria e Iraq è certo dovuto alla volontà  di schiacciare la rivolta curda una volta per tutte. I disegni neo-ottomani, però, hanno il loro peso.
I sostenitori dell’Akp, il partito al potere, mostrano cartine della Turchia con incluse le province di Aleppo, Raqqa, Mosul e Kirkuk, antiche wilayat dell’Impero ottomano. Gli stessi curdi dello Ypg denunciano che a Silopi, al confine fra Turchia, Siria e Iraq, l’esercito di Ankara sta ammassando truppe e tank. Da Silopi si può entrare sia in Iraq che in Siria. La scorsa settimana ancora lo Ypg aveva detto di temere «un colpo alle spalle» e per questo ritardava l’attacco verso Raqqa.
Washington ha dato garanzie ai curdi ma Erdogan ha già  sorpreso gli alleati della Nato con l’incursione in Siria, appena dopo la conquista della città  di Manbij da parte della stessa coalizione Sdf che ora attacca Raqqa. Un «colpo alle spalle» che ha bloccato ogni ulteriore avanzata curda verso Ovest.
Ora la posta in gioco è molto più alta.
Si tratta di distruggere le due «capitali» dello Stato islamico in tempi rapidi. Settimane, al massimo mesi. Colpi a sorpresa non sarebbero più tollerati dagli Stati Uniti. La vera incognita è quanto sia ancora forte l’Isis. Visto l’assaggio di venerdì non sarà  una passeggiata neanche a Mosul.

Giordano Stabile
(da “La Stampa”)

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FBI COMUNICA: NESSUNA VIOLAZIONE DELLA CLINTON SULLE MAIL TROVATE SUL PC DI ANTONY WEINER

Novembre 7th, 2016 Riccardo Fucile

PER UNA SETTIMANA TRUMP AVEVA GUADAGNATO CONSENSI SPECULANDO SU UNA NOTIZIA INFONDATA

In una nuova lettera inviata al Congresso, il capo dell’Fbi, James Comey, ha fatto sapere che il Bureau non ha cambiato le proprie conclusioni già  espresse a luglio per quanto riguarda le indagini sulle email di Hillary Clinton, la quale dunque non sarà  incriminata per il cosiddetto email-gate, ossia l’uso esclusivo nei 4 anni in cui è stata segretario di Stato (2009-2013) di un server di posta privato.
Comey ha confermato la scelta dopo la verifica sulle email trovate nel computer di Anthony Weiner, marito del braccio destro di Clinton, Huma Abedin.
L’Agenzia aveva rivelato la scoperta dei documenti il 28 ottobre scorso, a 11 giorni dal voto, annunciando una valutazione sulla loro rilevanza.
“Durante l’intero processo di verifica di tutte le comunicazioni che sono state inviate o ricevute da Hillary Clinton mentre era segretario di Stato – ha scritto Comey – non sono emersi elementi per modificare le nostre conclusioni già  espresse a luglio”.
Comey, repubblicano ma nominato dal presidente Barack Obama nel 2013 al vertice dell’Fbi, era stato investito da accuse di ogni tipo dal fronte democratico, a partire dalla stessa Hillary al presidente Obama.
Nel commento sull’esito delle nuove indagini dell’Fbi, rilasciato pochi minuti dopo la diffusione della notizia, Jennifer Palmieri, capo della comunicazione dello staff di Clinton, si è detta “felice di vedere che (Comey) ha deciso, come eravamo certi, di non dover modificare le conclusioni cui era giunto a luglio. Siamo quindi contenti che tutta questa vicenda sia stata risolta”.
Dura invece ovviamente la prima reazione di Donald Trump alla lettera di Comey: “E’ un sistema corrotto. E Hillary Clinton è protetta e lei è perfetta per questo sistema”, ha detto il candidato repubblicano durante un comizio a Minneapolis.

(da agenzie)

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LA CLINTON TORNA A SALIRE: DA 3 A 5 PUNTI DI VANTAGGIO SU TRUMP

Novembre 6th, 2016 Riccardo Fucile

CHI E COME SI VOTA ALLE PRESIDENZIALI USA

Rimbalzo di Hillary Clinton che a 48 ore dal voto per le presidenziali Usa 2016, secondo l’ultima rilevazione di Abc/Washington Post, torna a comandare di cinque punti su Donald Trump: 48% a 43 per cento.
Anche per Politico/Morning Consult la candidata democratica è avanti di tre punti: 45% a 42 per cento.
Sono in molti a chiedersi in Italia chi e come si vota alle presidenziali Usa.
In quanti votano per il Presidente Usa?
A differenza del nostro Paese, negli Stati Uniti non basta avere il diritto di voto per votare. Bisogna anche registrarsi.
Il concetto di elettore, avente diritto, potenziale o effettivo, può essere di difficile comprensione per il lettore italiano perchè le regole sono molto diverse qui negli Stati Uniti.
Partiamo da un dato sulla popolazione complessiva: i residenti sono 325 milioni. Togliendo i minorenni che non hanno diritto di voto, la popolazione da 18 anni in su è di circa 240 milioni.
Fra questi però i cittadini Usa sono 220 milioni (gli stranieri, anche se legalmente residenti con Green Card, non hanno diritto di voto).
È da qui in poi che le statistiche prendono una piega diversa da quelle italiane e di molti altri paesi europei.
Oltre che cittadino bisogna essere “eligible”, cioè avente diritto a votare. Il diritto di voto può decadere come pena complementare ad una condanna penale.
In certi casi – molto più rari – il diritto può essere tolto anche per malattia mentale.
Avendo gli Stati Uniti la più vasta popolazione carceraria del mondo, lo scarto è consistente: passando dai cittadini agli aventi diritto si scende di colpo a 208 milioni
Infine, un altro passaggio che non esiste in molte altre democrazie.
Negli Stati Uniti non basta essere un cittadino avente diritto, per essere iscritto nel registro elettorale del proprio seggio nel luogo di residenza.
Bisogna anche iscriversi, “registrarsi” come elettore, in certi Stati dichiarando anche la propria affiliazione (democratico o repubblicano o indipendente).
Ci si registra, tipicamente, negli stessi uffici dove si fa la patente di guida; ma anche per corrispondenza oppure online, sugli appositi siti governativi; o infine riempiendo un modulo al momento della cerimonia di naturalizzazione .
Ed ecco che gli iscritti scendono parecchio: a soli 142 milioni.
Va aggiunto, ed è particolarmente importante in questa elezione, che da anni infuria una controversia sui documenti necessari per effettuare la registrazione.
In una nazione dove non esiste l’obbligo di avere una carta d’identità , e quindi molti non la possiedono, i repubblicani tentano sistematicamente di renderla una condizione essenziale per la registrazione elettorale, passaggio che crea ostacoli ai più poveri, in particolare a neri e ispanici che votano massicciamente per i democratici.
Infine, ricordando che nelle elezioni presidenziali si registra la massima affluenza al voto (molto più alta che nelle mid-term, elezioni solo legislative), il dato resta pur sempre molto basso.
Nell’ultimo voto presidenziale, 2012, l’affluenza fu del 55% circa, in 66 milioni votarono per Obama, 61 milioni per Romney. Totale 127 milioni.

(da agenzie)

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LIBERATI I DUE OSTAGGI ITALIANI IN LIBIA: “I NOSTRI RAPITORI NON ERANO JIHADISTI”

Novembre 5th, 2016 Riccardo Fucile

CON LORO ANCHE IL CANADESE RAPITO NELLE STESSE CIRCOSTANZE

Danilo Calonego e Bruno Cacace, i due tecnici italiani rapiti in Libia lo scorso 19 settembre, sono stati liberati.
La Farnesina comunica che i due “Hanno fatto rientro in Italia nelle prime ore di questa mattina con un volo dedicato”.
Con loro era stato rapito anche l’italo-canadese Frank Boccia, liberato con i due connazionali. I tre lavoravano per l’azienda piemontese Con.I.Cos. e al momento del rapimento erano in servizio all’aeroporto della cittadina libica.
“Stiamo bene e non abbiamo subito violenze” dichiarano gli stessi due tecnici.
“Una bella soddisfazione per l’Italia, e soprattutto per le famiglie” dice il ministro degli esteri Paolo Gentiloni, ricordando poi che i lavoratori in Libia “sono sempre a rischio”.
“Noi crediamo di dare sempre tutte le informazioni possibili sulla Libia dove tutti sanno che si lavora in condizioni particolarmente difficili per la sicurezza”.
“Finalmente è un buongiorno. So che mio fratello è libero e sono felice. Non l’ho ancora sentito. Aspettiamo tutti il suo ritorno”, dice Daniela Calonego, sorella di Danilo Calonego dice di essere stata avvertita dalla Farnesina della conclusione positiva della vicenda.
“Sono   contenta, veramente   contenta. È da quel 19 settembre che non avevamo più notizie di lui. Non so quando tornerà  a casa ma l’aspettiamo”.
“Sono felice per questa bella notizia che ci dà  sollievo dopo tanti giorni di apprensione” dichiara il sindaco di Borgo San Dalmazzo, Gian Paolo Beretta, “organizzeremo una bella festa”.
“La vicenda si è conclusa grazie alla efficace collaborazione delle autorità  locali libiche”, prosegue la nota del ministero degli Esteri italiano.
Secondo una fonte della sicurezza libica di alto livello, i tecnici sarebbero stati liberati dalle forze di sicurezza del Consiglio presidenziale della Libia.
La fonte parla di un’operazione di intelligence del Consiglio Presidenziale. Il capo del consiglio comunale della città  di Ghat dice che “gli occidentali liberati sono in buona salute”.
Gentiloni rivolge un “sentito ringraziamento” alle “diverse figure dello Stato che hanno collaborato, dall’intelligence all’unità  di crisi della Farnesina: “Voglio ringraziare inoltre le autorità  libiche locali, parliamo di una zona a Sud della Libia, che hanno dato una mano. Infine anche la collaborazione che abbiamo avuto con gli apparati di sicurezza canadesi”.
Dal giorno del sequestro, a ieri notte, quando sono stati liberati a 300 km da Ghat, nel sud della Libia, Calonego e Cacace con il collega italo-canadese Frank Poccia sono stati sempre insieme, nella mani di un’unica di banda di criminali comuni, che non aveva alcuna matrice religiosa.
Lo hanno raccontato i tre ex ostaggi al pm Sergio Colaiocco che li ha sentiti in una caserma dei carabinieri del Ros. “I nostri rapitori non erano jihadisti – hanno spiegato al magistrato -, bevevano alcool e neppure pregavano”.

(da “La Repubblica”)

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ELEZIONI USA: SI TEME ATTACCO HACKER DALLA RUSSIA PER CREARE CAOS

Novembre 4th, 2016 Riccardo Fucile

IL VOTO SEMPRE PIU’ CONDIZIONATO DA MANOVRE ESTERNE

Il governo americano teme un massiccio attacco hacker dalla Russia o da altri Paesi con l’obiettivo di creare il caos nel giorno delle elezioni presidenziali, martedì 8 novembre.
Per contrastare questo pericolo sta producendo uno sforzo senza precedenti coordinato dalla stessa Casa Bianca e dal Dipartimento per la sicurezza nazionale, col supporto del Pentagono e delle principali agenzie di intelligence, dalla Cia alla Nsa. Lo riporta la Nbc citando alti funzionari dell’amministrazione Obama.
A Washington – raccontano fonti dell’amministrazione alla Nbc – ci si prepara al peggio, compreso il cosiddetto ‘worst case scenario’: quello di un massiccio cyber-attacco che mandi totalmente o parzialmente in tilt la rete elettrica o internet del Paese.
Ma si lavora anche per contrastare azioni di manipolazione e disinformazione attraverso i social media, a partire da Twitter e Facebook.
Col timore della pubblicazione di documenti falsi che coinvolgano uno dei candidati in esplosivi scandali senza che i media possano fare in tempo a verificare ed accertare la verità  prima del voto.

(da agenzie)

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MOSUL, I PESHMERGA CURDI ALLA CACCIA DI AL-BAGHDADI: “E’ IN CITTA’, SE RIUSCIAMO A ELIMINARLO L’ISIS CROLLERA'”

Novembre 2nd, 2016 Riccardo Fucile

IL CALIFFO SAREBBE RIMASTO INTRAPPOLATO IN CITTA, I SERVIZI CURDI GLIEL’HANNO GIURATA

L’Intelligence curda è convita che il califfo Abu Bakr al-Baghdadi sia rimasto a Mosul e ora le sue chance di lasciare la capitale dello Stato islamico per ritirarsi in Siria sono ridotte al lumicino.
Al-Baghdadi è difeso dalle unità  scelte composte da combattenti del Caucaso e dell’Asia centrale e da una struttura di comando composta essenzialmente da ex ufficiali dell’esercito e dei servizi di Saddam Hussein.
Secondo Fuad Hussein, capo di gabinetto del presidente del Kurdistan Massoud Barzani, nonostante negli ultimi nove mesi Al-Baghdadi abbia tenuto un profilo molto basso è probabile si rimasto a Mosul e questo spiega l’accanita resistenza dei suoi.
«Se verrà  ucciso — spiega Hussein — assisteremo al collasso dell’Isis perchè la catena di comando dell’organizzazione è molto fragile e Al-Baghdadi non è facilmente rimpiazzabile».
Hussein non ha fatto previsioni sulla durata delle resistenza a Mosul.
A difendere il Califfo sarebbero arrivati anche irriducibili jihadisti da Tall Afar che ora però sta per essere investita dalle colonne delle milizie sciite in marcia verso Nord-Ovest.
Una volta occupata Tall Afar per i combattenti rimasti a Mosul non ci saranno più vie di scampo e la loro fine “sarà  solo questione di tempo”.
Fonti militari irachene stimano in un mese circa la durata della battaglia nel centro cittadino, salvo collassi improvvisi.
L’Isis non ha ancora fatto saltare i cinque ponti sul Tigri che collegano Mosul Est con Mosul Ovest e questo può significare che pensano ancora a una possibile ritirata.
Ma una volta circondata è probabile che spostino tutte le forze sulla riva destra del fiume e distruggano i ponti.
Parà  e forze speciali sono pronti a blitz per cercare di impedirlo e per lasciare aperte le vie d’accesso all’assalto finale.

Giordano Stabile
(da “La Stampa”)

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ELEZIONI USA. SONDAGGI E SCENARI POSSIBILI PER RAGGIUNGERE I 270 VOTI PER L’ELEZIONE

Novembre 2nd, 2016 Riccardo Fucile

IL PARTICOLARE SISTEMA DI VOTO DEGLI STATI UNITI…. A TRUMP POTREBBE NON BASTARE   VINCERE NEGLI STATI IN BILICO

A meno di una settimana dal voto, e dopo una defatigante campagna elettorale durata un anno e mezzo, il commento più calzante lo ha fatto lo storico inglese Andrew Roberts riesumando una battuta di Henry Kissinger all’epoca della prima guerra Iran-Iraq: “Peccato che non possano perdere entrambi”.
È forse l’unica cosa su cui oggi la maggioranza degli americani sono d’accordo: la scelta è fra due pessimi candidati, le cui debolezze sono diventate ancor più evidenti in quest’ultima fase segnata da fango, veleni, scandali, uno spettacolo da Repubblica delle banane.
Per capire lo scenario elettorale disegnato dai sondaggi – sempre soggetti a errore, sia chiaro – bisogna ricordare alcuni dati essenziali, sia sul sistema politico americano, sia sul conteggio dei voti.
IL BIPARTITISMO
Primo punto: questa nazione si è abituata da molto tempo ad avere un sistema bi-partitico. Questo è essenziale per capire alcune tendenze dell’ultima ora come la rimonta di Donald Trump: più ancora dell’effetto emailgate scatta semplicemente un riflesso di appartenenza. Molti elettori di destra preferiscono votare comunque il loro candidato pur di non lasciare che Hillary Clinton conquisti la Casa Bianca.
GLI STATI CONSIDERATI SICURI PER I DUE CANDIDATI
Le “due Americhe”. Il rosso (che qui indica la destra) e il blu si mescolano poco. L’America liberal è prevalentemente sulle fasce costiere, quella conservatrice presidia il profondo Sud e i petro-Stati, dove domina il business delle energie fossili.
Le varianti sono spesso legate ai flussi migratori. Alcuni Stati del Sud sono diventati “contendibili” per i democratici in seguito all’aumento dell’elettorato ispanico.
Non è scontato che gli immigrati siano di sinistra: nella sua storia il partito repubblicano ha saputo conquistare dei consensi tra italiani, irlandesi, polacchi. Ma le ultime posizioni sull’immigrazione hanno creato un solco.
Qui sotto una lista di Stati che dovrebbero essere saldamente da una parte e dall’altra, ma che non bastano a sancire un vincitore
Trump: 16 Stati sicuri e 115 grandi elettori (sui 270 necessari)
Wyoming, West Virginia, Oklahoma, Idaho, Arkansas, Alabama, Louisiana, Kentucky, Tennessee, South Dakota e North Dakota, Montana, Mississippi, Kansas, Indiana, Alaska.
Clinton: 15 Stati sicuri e 192 grandi elettori (sui 270 necessari)
Vermont, Maryland, Hawaii, Massachusetts, California, New York, Rhode Island, Illinois, Delaware, Connecticut, Washington, New Jersey, Oregon, New Mexico e il District of Columbia.
Questa tradizione bi-partitica, solo occasionalmente perturbata da candidature indipendenti o di micro-partiti extraparlamentari, ha un’altra conseguenza: più ancora che nella capacità  di attirare elettori indipendenti o indecisi, la forza di un candidato si misura spesso nella sua capacità  di fare il pieno dei voti nel proprio partito, alzando le percentuali di affluenza e contrastando l’astensionismo.
GLI STATI DA TENERE D’OCCHIO: LA FLORIDA
Da sempre il trofeo più ambito tra i collegi in bilico. Esprime 29 “grandi elettori”, un pacchetto inferiore solo a California e Texas, pari a New York.
Fu decisiva (con brogli) nella sfida Bush-Gore. La demografia favorisce la Clinton: aumentano gli immigrati ispanici che hanno la cittadinanza, e non gradiscono la xenofobia di Trump.
Ma lei può anche permettersi di perderla mentre per Trump un “percorso di vittoria” senza Florida è arduo. La media degli ultimi sondaggi assegna la Florida a Trump con un margine esiguo, dello 0,5%, ben al di sotto della probabilità  di errore statistico.
GLI STATI DA TENERE D’OCCHIO: TEXAS
L’inverosimile traguardo che fa sognare i democratici. Dopo il presidente Lyndon Johnson (ultimo democratico texano alla Casa Bianca) lo Stato del Big Oil è passato stabilmente nel campo repubblicano. Con i suoi 38 grandi elettori è indispensabile alla destra per bilanciare la progressista California (55). I sondaggi lo assegnano a Trump, ma con un margine meno solido di altre tornate elettorali.
Se dovesse scivolare a sinistra il Texas, si aprirebbe uno scenario da “landslide”, la frana del Grand Old Party. Con effetti a catena sul Congresso dove i democratici potrebbero riconquistare la maggioranza non solo al Senato ma forse perfino alla Camera.
GLI STATI DA TENERE D’OCCHIO: OHIO
Altro Stato industriale, cerniera tra la East Coast e il Midwest, ha un bottino di 18 voti. Era la roccaforte del governatore repubblicano (moderato) John Kasich malamente sconfitto da Trump nelle primarie.
Anche se la Clinton gode di un leggero vantaggio nei sondaggi, qui il tycoon rimane competitivo. Strappare l’Ohio per lui può significare anche una performance migliore del previsto in altri Stati della cosiddetta “cintura della ruggine”, la vecchia America delle fabbriche.
GLI STATI DA TENERE D’OCCHIO: PENNSYLVANIA
Con 20 “grandi elettori” è uno Stato medio-grande. C’è abbastanza classe operaia bianca danneggiata dalle delocalizzazioni, da essere conquistabile per Trump col suo protezionismo. Invece la Clinton è favorita con un margine di 5 punti.
Forse per questo Trump ha parlato di “cose orrende” che accadono a Philadelphia: i presunti brogli sono un’allusione a qualcos’altro, troppi neri che votano. Ma se la sera dell’8 dovessimo scoprire che la Pennsylvania va a destra, sarebbe il segnale che i sondaggi hanno sbagliato, l’avvisaglia di una “frana” imprevista di Hillary.
I NUMERI PER LA VITTORIA
Secondo punto, le regole del conteggio. Il presidente degli Stati Uniti non viene eletto sulla base di una percentuale nazionale, per questo i sondaggi generalisti compiuti sui 50 Stati Usa sono un termometro di popolarità  ma possono indicare un vincitore diverso da quello che alla fine conquisterà  la Casa Bianca.
Nel sistema americano i voti si contano Stato per Stato. Ciascuno Stato esprime un certo numero di “grandi elettori” che andranno a formare il collegio elettorale nazionale.
Il peso dello Stato è proporzionale alla popolazione, sicchè il numero uno è la California, secondo il Texas, al terzo posto si affiancano New York e la Florida, e così via. Vince chi si aggiudica 270 delegati.
Con rarissime elezioni gli Stati applicano un sistema maggioritario puro, per cui il primo arrivato arraffa la totalità  dei delegati nello Stato.
Molti Stati esprimono da tanto tempo una maggioranza abbastanza netta, di destra o di sinistra, il che accentua l’importanza di quegli Stati che invece sono “in bilico” e possono di volta in volta finire nel campo repubblicano (rosso) o democratico (blu).
Tuttavia, sia per effetto di cambiamenti demografici (immigrazione) sia per il carattere anomalo di questa campagna e della candidatura Trump, non è escluso che le tradizionali preferenze politiche possano subire cambiamenti vistosi.
Infine non va dimenticato che martedì 8 novembre si elegge anche la Camera dei deputati, e si rinnova un terzo del Senato.
Chi conquista il Senato condiziona le nomine del presidente alla Corte suprema (fra l’altro), sicchè è giusto dire che perfino il massimo organo giudiziario è in palio. Attualmente la Corte suprema è divisa a parità  fra giudici repubblicani e democratici ma c’è un seggio vacante da riempire.
GLI STATI ‘SICURI’ E I QUELLI DOVE UNO DEI DUE CANDIDATI E’ DATO NETTAMENTE FAVORITO NEI SONDAGGI
Sulla base dei sondaggi, qui sono colorati in rosso chiaro quegli Stati che “scivolano verso” i repubblicani, in blu chiaro quelli dove una leggera preferenza va ai democratici. Ovvero:
Trump: Texas, Utah, che porterebbero il suo bottino a 159 grandi elettori
Clinton: Pennsylvania, Michigan, Wisconsin, Colorado, Virginia, New Hampshire, New Mexico, che porterebbero il totale a quota 269, cioè un solo delegato al di sotto della maggioranza assoluta
Quali sono le possibili sorprese qui?
Anzitutto è già  sorprendente trovare il Texas in questa seconda mappa anzichè nella prima. È per l’appunto un effetto dell’immigrazione ispanica, oltre che di una evoluzione tra i Millennial.
Ho spiegato sopra che se il Texas dovesse smentire la tradizione e le previsioni, dando una maggioranza a Hillary, questo di per sè chiuderebbe la partita in suo favore.
Ma ci sono soprese possibili nell’altra direzione: un travaso di operai bianchi maschi in favore di Trump nelle zone industriali della Pennsylvania o del Michigan o del New Hampshire, se così massiccio da far vincere il repubblicano, può rendere molto più problematico il percorso di Hillary verso quota 270.
I SONDAGGI E LE TENDENZE
Venendo alle ultime tendenze, continua a restringersi il vantaggio di Hillary, ed è solo in parte un effetto del mail-gate. I primi sondaggi compiuti parzialmente a cavallo del weekend, e che quindi includono qualche effetto della vicenda Fbi, confermano l’erosione del suo vantaggio, che comunque era già  in atto da oltre una settimana.
L’ultimo sondaggio di Politico.com, per esempio, le dà  solo 3 punti su Trump.
Magra consolazione: nell’analisi dei 20 milioni che hanno già  votato (voto per corrispondenza e voto anticipato in quegli Stati che lo consentono) Hillary è in vantaggio, ma ovviamente sono molti di più quelli che voteranno il giorno stesso (precisazione: ovvio che le schede mandate in anticipo non si possono aprire e contare, ma c’è un metodo indiretto per stimarne l’esito, in un paese dove ci si “registra” come democratici o repubblicani).
E per Usa Today i Millennial stanno mollando Hillary: avrebbe perso 6 punti fra i giovani.
La vittima quasi certa di questa elezione, chiunque vinca: la legittimazione dell’avversario. Quindi la possibilità  di trovare intese bipartisan, e un’agenda di riforme condivise da varare rapidamente al Congresso.
Su questa analisi del dopo-voto concordano quasi tutti. Se si avvera, avremo una democrazia più malata che mai, un sistema indeciso a tutto, un Congresso paralizzato.
A TRUMP POTREBBERO NON BASTARE TUTTI GLI STATI IN BILICO
In questo terzo scenario abbiamo ipotizzato che Trump vinca quasi tutti gli altri Stati in bilico, ad esclusione di Nebraska e Maine, gli unici che possono dividere i loro delegati perchè hanno un sistema elettorale diverso.
In questo scenario Trump arriverebbe a 260 contro i 269 già  ottenuti dalla Clinton con i risultati ipotizzati nella mappa 2. E i tre grandi elettori del Maine (quelli sicuri) basterebbero alla Clinton per vincere comunque.
Lo scenario ipotizzato nella mappa numero 3 (sulla base degli ultimi sondaggi disponibili) mostra quanto potrebbe essere difficile per Trump conquistare la Casa Bianca.
Oltre a dover vincere tutti gli Stati in bilico, Trump dovrebbe ‘scipparne’ almeno uno dove è indietro, come Colorado, Michigan o Pennsylvania.
E alla Clinton potrebbe bastare la sola Florida (dove le analisi del guru Nate Silver la dà  ancora in leggero vantaggio) per compensare la perdita di uno o due di questi Stati.
Insomma: lo scenario della mappa 3 presuppone che Hillary abbia “blindato” gran parte degli Stati in bilico che oscillano verso una maggioranza democratica.
Gli spostamenti delle ultime settimane consigliano prudenza, visto che quasi ovunque il vantaggio della Clinton si è ridotto. E fino all’alba del 9 novembre, presumibilmente, incomberà  l’incognita di un possibile fiasco dei sondaggi.
Cosa potrebbe determinare un flop monumentale delle previsioni? In genere chi mette in dubbio la loro attendibilità , pensa che possano sottostimare gli elettori di Trump.
Due le ipotesi in questo caso. La prima è che esistano dei seguaci di Trump che si vergognano a palesarsi nei sondaggi; la seconda è che la campionatura delle indagini demoscopiche non tenga sufficientemente conto della capacità  di attrazione del tycoon newyorchese su fasce di popolazione che tradizionalmente non vanno a votare.
Altre teorie spingono nella direzione opposta, per esempio ipotizzano che certe donne conservatrici siano state orripilate dalla misoginia di Trump e possano scegliere Hillary nel segreto dell’urna; oppure che la paura delle espulsioni di massa possa far salire oltre il previsto l’affluenza di ispanici che votano democratico.
Sono tutte supposizioni, illazioni, che ci inseguiranno fino alla fatidica nottata elettorale.

(da “La Repubblica”)

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MOSUL, LE FORZE IRACHENE PRENDONO LA TORRE DELLA TV

Novembre 1st, 2016 Riccardo Fucile

ULTIMATUM ALL’ISIS: “ARRENDETEVI O MOZZEREMO LA TESTA AL SERPENTE”… PROSEGUONO SANGUINOSI COMBATTIMENTI

Le forze irachene sono entrate nella periferia di Mosul e hanno preso il controllo della vecchia torre tv a Gagjali, il primo quartiere a est del centro della città .
In questo modo le truppe hanno messo piede, dopo due settimane di offensiva, per la prima volta nell’area urbana.
I miliziani jihadisti «hanno arretrato la propria ridotta difensiva, attestandosi nel cuore di Mosul». Lo sostengono gli attivisti anti-Isis dalla città , secondo i quali l’esercito di Baghdad sono penetrate per «5 chilometri» all’interno della città .
«Il quartiere di Kharama è deserto, la popolazione aspetta l’arrivo dei liberatori». Dall’inizio dell’offensiva, 16 giorni fa, i cacciabombardieri della Coalizione «hanno sganciato 3.000 bombe sulla città », ha riferito il portavoce, Colonnello John C. Dorian.
Il successo arriva dopo che il premier iracheno Haider al-Abadi ha lanciato questa mattina l’ultimatum ai combattenti dell’Isis a Mosul: “Non avete scelta, o la resa o la morte. Ci avviciniamo da tutti gli angoli e – a Dio piacendo – mozzeremo la testa del serpente. Non avete via di scampo nè via di fuga”.
Autobombe suicide
Ieri le forze speciali irachene avevano preso il controllo definitivo del villaggio di Bazwaia, l’ultimo sulla strada Erbil-Mosul, l’accesso più diretto alla capitale dello Stato islamico, e il punto in cui le truppe più si sono avvicinate in modo stabile. Secondo l’Intelligence dei Peshmerga curdi l’Isis ha cercato di contrattaccare con autobombe suicide ma è stato bloccato da missili anti-tank.
Secondo i Peshmerga a karama c’è stato anche un tentativo di sollevazione da parte della popolazione locale. Nell’area di Mosul a Est del fiume Tigri vive ancora una importante minoranza curda.
Speranze di una sollevazione
I curdi e il governo di Baghdad annunciano da giorni la sollevazione della popolazione di Mosul, uno sviluppo che renderebbe molto più agevole l’assalto al centro urbano, densamente popolato e fortificato, difeso da 6-7 mila jihadisti: un ostacolo molto più ostico rispetto ai villaggi in gran parte cristiani e curdi, quasi del tutto spopolati, che sono stati riconquistati finora.
Rischio di un’altra Aleppo
All’assalto di Mosul partecipano circa 50 mila uomini fra esercito, Peshmerga curdi, e forze sciiti, i cosiddetti comitati di difesa popolare, Hashd al Sha’abi.
Il comandante della Badr, la milizia più potente e filo-iraniana, Hadi al-Amiri, ha annunciato la partecipazione dei suoi uomini all’offensiva.
Secondo i piani dovrebbero avanzare verso Ovest, su Tall Afar, per completare l’accerchiamento. Ma gli sciiti potrebbero anche essere coinvolti nei combattimenti in città , al 90 per cento sunnita. L’idea di un lungo e sanguinoso assedio è stata paventata dallo stesso Al-Amiri: “Temiamo che Mosul possa diventare un’altra Aleppo, anche se speriamo che non succeda”.

(da “La Stampa“)

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CLINTON ANCORA IN VANTAGGIO DI 5 PUNTI SU TRUMP: 45,9% A 40,3% NEL SONDAGGIO HUFFINGTONPOST

Novembre 1st, 2016 Riccardo Fucile

ANCHE IL SONDAGGIO REUTERS-IPSOS DA’ 44% ALLA CLINTON CONTRO 39% TRUMP

A una settimana dal voto che decreterà  il prossimo presidente degli Stati Uniti, Hillary Clinton resta in testa nella sfida con il candidato repubblicano Donald Trump, ma il suo vantaggio si riduce a poco più di cinque punti. Secondo un sondaggio di Huffington Post, Hillary ha il 45,9% delle preferenze, mentre il tycoon è al 40,3 per cento.
Lo stesso trend viene registrato da un sondaggio Reuters-Ipsos: Clinton al 44%, Trump al 39% per cento.
Le rilevazioni sono state condotte fra il 26 e il 30 ottobre, a cavallo dell’annuncio dell’Fbi. La settimana precedente Clinton aveva un vantaggio di sei punti.
Mancano soltanto una manciata di giorni all’election day negli Usa e la gara è di nuovo e più che mai aperta, con Donald Trump che recupera e corre in un serrato testa a testa con Hillary Clinton fino a anche a superarla in Florida, Stato cruciale e indispensabile per il tycoon che aspira alla Casa Bianca.
E proprio dal ‘sunshine State’ Hillary ha ribadito a gran voce che no, non è il momento di distrarsi, che l’importante è rialzarsi, ogni volta.
Ma i responsabili della sua campagna sono furibondi e insistono: il direttore dell’Fbi James Comey deve spiegare quella decisione “senza precedenti” – ha ribadito John Podesta – con cui di fatto ha annunciato la riapertura dell’inchiesta sulle mail a soli 11 giorni dal voto, consegnando una nuova speranza a Trump.
Mentre emerge che sono 650mila la mail da spulciare, un’impresa che durerà  settimane se non di più, ben oltre la chiusura delle urne l’8 novembre.
Eppure stando ai primi sondaggi condotti dopo la ‘sorpresa di ottobre’ piombata sulla corsa di Hillary Clinton, il 63% dell’elettorato ritiene che le nuove indagini dell’Fbi circa le mail della ex segretario di Stato non cambieranno la loro decisione sul voto.

(da “Huffingtonpost”)

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