Agosto 11th, 2016 Riccardo Fucile
IN DIFFICOLTA’ NEI SONDAGGI, IL TYCOON CONTINUA A SPARARE FRASI DA RICOVERO
Alza ancora il tiro, Donald Trump. Dopo le infelici frasi sul popolo delle armi chiamato a fermare
Hillary Clinton – avversaria democratica nella corsa alla Casa Bianca – nell’ultimo comizio se l’è presa con il presidente in carica.
“Barack Obama è il fondatore dello Stato islamico”, ha detto parlando in Florida, a Fort Lauderdale. Ripetendo l’accusa per ben tre volte.
Trump attacca anche Hillary Clinton. “E’ la cofondatrice dell’Is”. Il tycoon accusa Obama e Hillary di aver perseguito politiche che hanno creato un vuoto in Iraq, vuoto riempito dallo Stato islamico.
Insomma, il candidato repubblicano – in difficoltà nei sondaggi – prova a recuperare alzando i toni.
Ma la strategia non sembra pagare, nemmeno nella base elettorale del partito.
ll 19% degli elettori repubblicani registrati vorrebbe che Donald Trump fosse escluso dalla corsa per le presidenziali statunitensi di novembre.
Lo ha rivelato un sondaggio Reuters/Ipsos.
Tra tutti gli elettori registrati, il 44% vorrebbe che Trump fosse escluso dalla corsa.
(da agenzie)
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Agosto 10th, 2016 Riccardo Fucile
LE DIRETTIVE AI CORPI D’ELITE AUTORIZZATI DIRETTAMENTE DA RENZI
Il governo italiano ammette per la prima volta ufficialmente che commando delle forze speciali siano stati dislocati nei teatri di guerra in Iraq, ma soprattutto in Libia. La notizia è contenuta in un documento appena trasmesso al Comitato di controllo sui servizi segreti (Copasir), e classificato “segreto”.
Nel documento, redatto dal Cofs (Comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali), si specifica che si tratta di operazioni effettuate in applicazione della normativa approvata lo scorso novembre dal Parlamento, che consente al Presidente del Consiglio di autorizzare missioni all’estero di militari dei nostri corpi d’elite ponendoli sotto la catena di comando dei servizi segreti con tutte le garanzie connesse. Immunità compresa.
Dunque, è bene chiarire subito che in Libia tecnicamente non siamo ancora in guerra. Primo, perchè i commando del 9° Reggimento “Col Moschin” del Gruppo Operativo Incursori del Comsubin, del 17° Stormo Incursori dell’Aeronautica Militare e del Gruppo di Intervento Speciale dei Carabinieri (e le forze di supporto aereo e navale) non rispondono alla catena di comando della coalizione dei trenta e più paesi che appoggia il governo del premier Fayez al-Sarraj, ma direttamente al nostro esecutivo. Secondo, perchè si tratterebbe di missioni limitate nel tempo, che partono dalle basi italiane.
Ma almeno adesso non c’è più alcun dubbio sul fatto che nel supporto alle operazioni contro l’Isis non ci sia solo la mano delle forze speciali americane, britanniche e francesi.
In Libia, a singhiozzo, ci siamo anche noi.
Cosa abbiamo fatto e cosa stiamo facendo in queste ore è scritto nero su bianco nell’informativa inviata al Copasir, su cui il Governo sarebbe pronto ad alzare il livello di segretezza fino ad apporre il sigillo del Segreto di Stato.
Fonti della Difesa hanno confermato ufficiosamente il contenuto del documento, che dopo mesi di indiscrezioni e smentite — l’ultima con Matteo Renzi a Repubblica che diceva che “le strutture italiane impegnate nella lotta contro Daesh sono quelle autorizzate dal Parlamento, ai sensi della vigente normativa”, era in realtà un’ammissione della possibilità di applicare il testo della legge approvata a novembre — fa chiarezza sulla presenza delle nostre forze speciali in due teatri di guerra in rapidissima evoluzione.
(da “Huffingtnopost”)
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Agosto 10th, 2016 Riccardo Fucile
IL MAGNATE HA PASSATO IL SEGNO, UN ELETTORE REPUBBLICANO SU CINQUE CHIEDE CHE SI RITIRI
Donald Trump alza ancora l’asticella a livelli fin qui considerati inarrivabili. Un’ennesima
battuta-shock per il candidato repubblicano alla Casa Bianca, che arriva quasi a invitare a sparare alla sua rivale democratica Hillary Clinton che, tra le altre cose, vuole una stretta sulle armi da fuoco: “Il popolo del secondo emendamento potrebbe fermare Hillary Clinton”, ha affermato il tycoon durante un comizio, riferendosi a chi difende il diritto di avere in casa fucili o pistole.
“Uno che istiga alla violenza non può fare il presidente. Per questo Trump è pericoloso”, replica lo staff della ex first lady.
“Quando ho letto le sue parole, francamente non potevo credere lo avesse detto. Sono andato a vedere il video e mi sono reso conto che era esattamente ciò che aveva detto”, ha spiegato Tim Kaine, candidato dem alla vice presidenza
La strategia di Trump è sperimentata. Dopo la battuta a effetto e, soprattutto, dopo le inevitabili reazioni indignate e le critiche dei media, The Donald non fa marcia indietro ma corregge il tiro.
Ha spiegato di aver voluto semplicemente incoraggiare i sostenitori del diritto a portare le armi affinchè si impegnino di più politicamente.
Secondo i sondaggi, però, la strategia non paga.
Secondo l’ultima rilevazione di Ipsos un elettore repubblicano su cinque è a favore di un ritiro del tycoon dalla corsa alla Casa Bianca.
Prendendo in considerazione l’intero bacino di elettori, di ogni colore politico, è il 44% ad auspicare un’uscita di scena di Trump prima del voto del 6 novembre.
“E’ giunta l’ora per i repubblicani di ripudiare Donald Trump una volta per tutte” è il durissimo commento del New York Times, per il quale oggi “gli americani si ritrovano a doversi interrogare se davvero il tycoon abbia istigato chi possiede armi ad assassinare Hillary Clinton. Di rado, forse mai, gli americani si sono ritrovati davanti a un candidato così disposto a scendere nella bigotteria e nell’intolleranza più profonde”, scrive l’Editorial Board del quotidiano, sottolineando come Trump “quando è circondato dall’adulazione della folla è incapace di controllare se stesso”.
(da “Huffingtonpost“)
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Agosto 9th, 2016 Riccardo Fucile
PASQUALE MAURO, 89 ANNI, HA ACQUISTATO LA MAGGIOR PARTE DEI TERRENI DI BARRA E LI’ HA COSTRUITO IL CAMPO DA GOLF OLIMPICO
Se c’è un italiano che queste Olimpiadi le ha già stravinte, ricoprendosi d’ori e argenti, questi è un calabrese arrivato a Rio da bambino, nel lontano 1933.
Pasquale Mauro, 89 anni portati con esuberanza, è il padrone di mezza Barra da Tijuca, il grande quartiere di Rio dove si svolgono gran parte dei giochi e alloggiano gli atleti.
Nei decenni Mauro è arrivato a possedere da queste parti terreni per almeno 50 milioni di metri quadri, un terzo circa del territorio del Comune di Milano, per avere una idea.
E Rio negli anni è cresciuta a dismisura dove tutto era (o ancora è) suo.
L’ultimo colpo l’ha messo a segno da poco, convincendo il sindaco e le autorità olimpiche a costruire su un milione di metri quadri di sua proprietà il campo da golf che mancava per le Olimpiadi, e soprattutto a circondarlo di trenta palazzi residenziali.
Un’operazione immobiliare che mai sarebbe riuscito a fare in condizioni normali perchè tutta l’area, tra lagune e oceano, era soggetta a rigide limitazioni ambientali. Anche a Rio l’imprenditore di origini italiane è poco conosciuto.
Conduce vita riservata in un palazzo di classe media, lavora con due dei suoi quattro figli e un socio, non ama la pubblicità e la stampa (è stato accusato di ogni cosa, «ma non ho mai perso una causa»).
L’ascesa
La sua ascesa è comunque incredibile, roba da conquistador di altri secoli.
Aveva sei anni, e non aveva mai visto un paio di scarpe, quando il padre, venditore di pesce a Paola, costa tirrenica della Calabria, decise di tentare la fortuna in Brasile.
A Rio, semianalfabeta, «Pascoal» fa un po’ di tutto sin da bambino, dal lustrascarpe allo strillone di giornali, al venditore di biglietti della lotteria.
Ancora giovane inventa un sistema di trasporto e conservazione delle banane, che in breve lo converte nel primo distributore della città , o rei das bananas, scrive O Globo negli anni Sessanta.
Da lì prende il volo e, altra intuizione, capisce che la metropoli può solo espandersi verso ovest, una regione lungo l’oceano dove ai tempi c’erano soltanto dune di sabbia, lagune e coccodrilli.
La terra non vale quasi nulla, è proprietà dimenticata di banche, monasteri, eredi di colonizzatori portoghesi: lui ne accumula più che può, e soprattutto si mette a estrarre sabbia dalle preziose dune atlantiche, da vendere all’industria del vetro e delle costruzioni.
In pochi decenni Barra cresce fino agli attuali 300.000 abitanti. A partire dagli anni 70, ogni volta che un immobiliarista vuole costruire un quartiere nuovo a Rio deve andare a comprar terra da Pasquale Mauro.
Il quale però riserverà sempre una enorme fazenda per sè, dove allevare mucche e bufali e prodursi i formaggi con i sapori della sua infanzia. Sono gli ultimi sette chilometri quadrati, chiamati Fattoria Calabria, che un giorno non lontano probabilmente i suoi figli e nipoti lottizzeranno in allegria.
Limiti ambientali
L’operazione golf olimpico ha suscitato perplessità , perchè Mauro è riuscito a guadagnarci, proponendo una operazione di recupero di danni ambientali che lui stesso aveva provocato, per aver estratto lungo i decenni sabbia da quel terreno. L’imprenditore lo ammette, ma spiega di non aver mai violato le leggi.
«Non c’erano i limiti ambientali d’oggi e io avevo tutte le licenze in regola».
Idem per lo scambio tra campo da golf e la selva di condomini che stanno sorgendo.
È il maggior progetto di recupero ambientale della città di Rio, spiegano nel suo quartier generale, tutti ci hanno guadagnato in questa operazione.
E il golf, finite le Olimpiadi, sarà aperto al pubblico, il primo in Brasile.
Ora resta solo da convincere i carioca a comprarsi mazze e palline, per una attività che da queste parti è pressochè sconosciuta.
(da “il Corriere della Sera“)
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Agosto 9th, 2016 Riccardo Fucile
LA LETTERA CON CUI 50 EX ALTI FUNZIONARI DI AMMINISTRAZIONI REPUBBLICANE SCARICANO IL MAGNATE: “NON VOTEREMO UN IRRESPONSABILE IGNORANTE”
“Non voteremo Donald Trump”. Cinquanta ex alti funzionari esperti di sicurezza e politica estera che hanno servito sotto le amministrazioni americane lo hanno scritto in una lettera aperta pubblicata sul New York Times quando mancano tre mesi al voto. “Noi sappiamo quali sono le qualità che sono richieste ad un presidente degli Stati Uniti”, dicono, evidenziando come il candidato repubblicano manchi di “carattere, valori, esperienza” per andare alla Casa Bianca.
E ancora, sostengono i firmatari – tra i quali ci sono l’ex direttore della Cia Michael Hayden, gli ex segretari alla Sicurezza interna Michael Chertoff e Tom Ridge, gli ex rappresentanti per il commercio Carla Hills e Robert Zoellick, ex funzionari del dipartimento di Stato come Eliot Cohen e Philip Zelikow – “a differenza di altri presidenti che avevano un’esperienza limitata di politica estera, Trump non ha mostrato alcun interesse a prepararsi” nelle cose del mondo, “continua a fare sfoggio di un’ignoranza allarmante sui fatti fondamentali della politica internazionale contemporanea”.
La sua elezione, avvertono gli ex funzionari, metterebbe “a rischio la sicurezza nazionale del Paese ed il suo benessere”.
E questo perchè, a loro dire, Trump “indebolisce l’autorità morale degli Stati Uniti come leader del mondo libero, sembra che gli manchi la conoscenza fondamentale e il credere nella costituzione degli Stati Uniti, nelle leggi americane, nelle istituzioni americane, nella tolleranza religiosa, nella libertà di stampa e nell’indipendenza della magistratura”.
“Incapace di tollerare le critiche personali”, accusano ancora, il candidato repubblicano “ha allarmato i nostri alleati più stretti a causa del suo comportamento capriccioso” e tutto questo “è pericoloso in un individuo che vorrebbe diventare presidente e comandante in capo, con la responsabilità dell’arsenale nucleare americano”.
I cinquanta ex funzionari concludono concedendo che “in molti hanno dubbi su Hillary Clinton, proprio come molti di noi, ma Donald Trump non è la risposta alle sfide impegnative che ha davanti l’America e a queste elezioni cruciali: siamo convinti che nello Studio Ovale sarebbe il presidente più irresponsabile nella storia americana”.
(da agenzie)
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Agosto 7th, 2016 Riccardo Fucile
DOPO IL KU KLUX KLAN ANCHE IL PARTITO NAZISTA AMERICANO SI SCHIERA TRA L’IMBARAZZO DEI REPUBBLICANI
Imbarazzo in casa Donald Trump, col tycoon che al termine della peggior settimana della sua campagna elettorale incassa – secondo quanto riporta il Washington Post – anche l’endorsement del leader dei nazisti americani.
“Trump – ha detto Rocky Suhayda, 64 anni, presidente del partito nazista americano – rappresenta una reale opportunità per i bianchi nazionalisti, Un opportunità che non capiterà mai più”.
“La campagna di Trump – ha aggiunto – ha mostrato che i nostri punti di vista non sono così impopolari”.
Per il leader dei nazisti americani, se Donald Trump arriverà alla Casa Bianca sarà più facile perseguire l’obiettivo di piantare i semi del nazionalismo bianco nel ‘mainstream’ della politica e creare una coalizione rivolta a un numero più grande di elettori.
Suhayda – che ha parlato nel corso di una trasmissione radiofonica – spiega infatti che il suo obiettivo è quello di trasformare il partito nazista e la galassia del suprematismo in America da ‘movimento contro’, che si basa sullo scontro razziale, a un movimento ‘pro-white’, più propositivo a favore dei bianchi, agendo nelle stanze della politica che conta.
A febbraio era stato uno dei leader del Ku Klux Klan, David Duke, a esprimere le sue simpatie per Donald Trump, e nei giorni scorsi è tornato a dire che lui è al 100% a favore del tycoon.
Anche Rachel Pendergraft, il coordinatore del ‘Partito dei Cavalieri’, molto vicino al KKK, ha affermato come la candidatura di Trump viene sempre più usata per reclutare nuovi seguaci.
(da “Huffingtonpost“)
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Agosto 5th, 2016 Riccardo Fucile
TRA LITI, PARTITO CONTRO E SONDAGGI IMPIETOSI
E se alla fine Donald Trump, perso terreno su Hillary Clinton nei sondaggi (ha accumulato un
distacco di 10 punti in pochi giorni) e convinto di non poter più recuperare, decidesse di tirarsi indietro con una scusa (ripete da giorni che queste elezioni sono truccate) per evitare di uscire sconfitto dalle urne?
Sembra fantapolitica: per adesso il miliardario non farà di certo un passo simile.
Ma è l’ipotesi sulla quale stanno lavorando i funzionari del partito repubblicano anche perchè, se un evento simile si verificasse, si creerebbe una situazione senza precedenti che nessuno sa bene come affrontare: bisognerebbe trovare su due piedi un nuovo candidato e non è affatto certo che l’iscrizione del suo nome sarebbe accettata da tutti gli Stati, visto che in alcuni casi i termini per la presentazione delle liste sono scaduti.
L’ipotesi ha una sua logica, ma per adesso è meglio stare ai fatti
«Va tutto bene», continua a ripetere il candidato, ma lo fa per rassicurare i suoi in quello che, in realtà , è il suo momento più difficile dopo sei mesi trionfali: ha gestito con successo la convention repubblicana di Cleveland, ma quella democratica di Filadelfia lo ha messo in difficoltà tra gli attacchi dell’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg, e il caso di Khizr Khan, il padre di un soldato musulmano americano morto in Iraq, che lo ha accusato di non conoscere la Costituzione.
Anzichè evitare una polemica rischiosa e concentrarsi sulle debolezze di Hillary come gli chiedevano i suoi consiglieri, il tignoso Trump ha seguito la sua natura e ha preso di petto la famiglia dell’eroe della Patria.
Poi, già che ci stava, ha cominciato a spararle un po’ troppo grosse sulla Clinton («è il demonio», «è il vero fondatore dell’Isis»).
Infine, davanti a un partito spaventato dalla sua condotta umorale che ora teme di perdere, oltre alla Casa Bianca, anche la maggioranza alla Camera e al Senato, Trump non ha trovato di meglio che negare il suo endorsement a due repubblicani eccellenti: l’ex candidato alla Casa Bianca, John McCain, e il leader del partito al Congresso, Paul Ryan.
Pazienza per McCain: Trump lo ha sempre detestato e il senatore lo ha ripagato disertando la convention.
Ma Ryan gli aveva dato un sofferto endorsement. Ora Trump non solo non lo appoggia, ma sta sostenendo uno sconosciuto che lo sfida nel suo collegio del Wisconsin alle primarie per la Camera, martedì prossimo: sta praticamente cercando di cancellare l’astro nascente del Grand Old Party dalla politica americana.
Troppo anche per chi fin qui lo ha spalleggiato accettando tutto da lui: il suo vice, Mike Pence, si è schierato con Ryan ed è andato ad abbracciare McCain, mentre il vecchio Newt Gingrich ha sentenziato: o Donald cambia rotta subito o perde le elezioni.
Massimo Gaggi
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 4th, 2016 Riccardo Fucile
TRA BOMBE ATOMICHE, GAFFE COLOSSALI E SCONTRI NEL PARTITO, GLI ULTIMI GIORNI DI CAMPAGNA ELETTORALE DEL MILIARDARIO SEGNANO IL SUO SUICIDIO POLITICO
Un partito ben oltre lo sfascio. Un candidato avvitato sul proprio ego, incontrollabile, pronto a distruggere tutto ciò che gli si para davanti — forse anche se stesso.
E’ l’immagine del partito repubblicano e di Donald Trump in questi giorni. Non che manchi l’entusiasmo attorno al candidato. Nel solo mese di luglio, 82 milioni di dollari sono entrati nelle casse della sua campagna, la gran parte in piccole donazioni.
Quello che manca è tutto il resto. Unità . Strategia. Idee.
Partiamo dall’ultimo episodio. L’opzione nucleare. O “l’incubo nucleare”, come l’ha chiamato qualcuno. Mercoledì mattina Joe Scarborough, che conduce “Morning Joe”, un programma di MSNBC, dice che Trump avrebbe chiesto almeno tre volte a un esperto di politica estera: “Perchè, se abbiamo l’atomica, non la possiamo usare?”
Scarborough non cita la fonte, ma spiega che la cosa è totalmente affidabile.
Scoppia la polemica. Già Hillary Clinton, nel discorso finale della Convention democratica, ha detto: “Non possiamo permetterci che uno come Trump abbia il controllo del bottone nucleare”. I nuovi commenti ora spiegano che le domande di Trump sull’atomica ribaltano decenni di politica nucleare, basata sulla “deterrenza” e non sull’uso delle armi.
La campagna di Trump interviene affermando che il candidato non ha “assolutamente fatto la domanda sull’uso dell’atomica”.
Emergono però altre frasi che Trump ha disseminato in televisione, a MSNBC e Fox News, lo scorso marzo. Alla domanda se può escludere l’uso dell’atomica in Medio Oriente ed Europa, Trump ha spiegato che no, non lo può escludere: “E l’Europa è così grande. Non mi privo di nessuna opzione…”.
Si dirà che si tratta di affermazioni che rivelano una certa ingenuità da parte di un candidato non abituato a maneggiare i grandi temi della politica internazionale.
E del resto è stato lo stesso Trump a sostenere che “Putin non andrà in Ucraina”, come se la crisi della Crimea del 2014 non fosse mai esistita.
Il problema è che l’ingenuità — o pericolosità , secondo i punti di vista — in tema di nucleare si accompagnano a una serie di fronti, polemiche, cadute, enormità che Trump sta offrendo negli ultimi giorni.
C’è stata la polemica con Khizr e Ghazala Khan, genitori di Humayun, il capitano di 24 anni ucciso da un’autobomba dopo aver messo al sicuro i commilitoni. I due hanno parlato alla Convention democratica, denunciando la proposta di Trump di bloccare l’arrivo dei musulmani negli Stati Uniti. “Se fosse per Donald Trump, Humayun non sarebbe mai stato in America. Trump offende continuamente il carattere dei musulmani. Non mostra alcun rispetto per le altre minoranze, per le donne, per i giudici, persino per i leader del suo stesso partito”.
Da lì è partita un’escalation di accuse e controaccuse, con Trump che è arrivato a dire che anche lui, come i Khan, ha dovuto fare dei “sacrifici” nella vita. Alla domanda: “Quale tipo di sacrifici?”, ha risposto: “Ho costruito case. Ho dato lavoro a molta gente”.
A nulla sono valsi gli inviti alla prudenza di consiglieri e amici politici.
Negli Stati Uniti non è mai una buona idea mettersi contro l’esercito; in particolare, non è vantaggioso, nè moralmente accettabile, ingaggiare uno scontro pubblico con i genitori di un soldato morto e decorato con la massima onoreficenza.
La cosa non ha frenato Trump, che si è lasciato andare a un profluvio di dichiarazioni e tweet contro i Khan (il fatto che la signora Khan, sul palco della Convention, non abbia parlato, è stata attribuita da Trump al fatto che è musulmana e che non può parlare in pubblico; lei ha risposto spiegando di non essere stata in grado di parlare perchè distrutta dal dolore). L’imbarazzo dei repubblicani — il partito alleato tradizionale dell’apparato militare — è cresciuto, fino a quando John McCain, prigioniero di guerra in Vietnam, ha sentenziato: “La posizione di Trump non è quella repubblicana”.
McCain, insieme allo speaker della Camera Paul Ryan, sono stati del resto oggetto della successiva uscita di Trump.
I due, McCain e Ryan, sono impegnati tra qualche giorno in primarie combattute per conquistare la candidatura a novembre.
Decoro istituzionale vorrebbe che il candidato alla presidenza appoggi i candidati uscenti del partito, soprattutto se il candidato uscente è Ryan, massima carica istituzionale per i repubblicani.
Trump ha però negato il suo sostegno (nonostante Ryan e McCain, sia pure con qualche esitazione, abbiano appoggiato Trump nella corsa alla Casa Bianca). “Ryan mi piace, ma non al punto di sostenerlo”, ha spiegato.
Uomini legati a Trump, del resto, stanno apertamente facendo campagna per l’avversario di Ryan in Wisconsin.
Un altro episodio non ha a che fare con la politica, bensì con il privato. E’ successo a un comizio in Virginia. Trump stava parlando della concorrenza commerciale della Cina agli Stati Uniti, quando un bambino ha cominciato a piangere in sala.
Trump si è interrotto e rivolto alla madre: “Non ti preoccupare — le ha detto — amo i bambini. Amo i bambini. Sento quel bambino piangere. Mi piace. Che bambino. Che meraviglioso bambino”. Il candidato ha ripreso. Poi, di fronte al bambino che continuava a piangere, si è di nuovo rivolto alla madre: “In effetti, stavo scherzando. Porta quel bambino fuori della sala”.
Egocentrismo? Ingenuità politica? Sintomi di un disturbo più profondo della personalità ?
Sono le domande che a questo punto ci si fa e che sono state riassunte da Barack Obama quando ha detto che “Donald Trump è inadeguato a guidare gli Stati Uniti” e chiesto ai repubblicani di abbandonarlo.
Sono proprio i repubblicani del resto ad apparire increduli.
Fonti del partito dicono che il chair Reince Priebus, non uso a prendere posizioni troppo coraggiose, abbia telefonato a Trump e gli abbia urlato tutta la sua indignazione per la piega che la campagna sta prendendo.
Sempre fonti interne al partito parlano di un prossimo intervento di Priebus, insieme a Newt Gingrich e Rudy Giuliani, due dei “grandi elettori” di Trump, per convincerlo a una campagna più controllata.
Intanto però il partito perde i pezzi.
Hanno annunciato che non voteranno per Trump due deputati, Richard Hanna e Adam Kinzingersaid (quest’ultimo veterano della guerra in Iraq).
Non voteranno Trump Maria Comella, ex capo staff di Chris Christie; e Stuart Stevens, ex consulente di Mitt Romney e tra gli strateghi repubblicani più ascoltati.
Non voterà per Trump lo stesso Romney, che ha detto di voler scegliere Gary Johnson, il candidato dei libertarian.
Mentre il silenzio dei tre Bush è più che rivelatore.
La confusione non si limita peraltro al partito ma sembra allargarsi anche allo stesso staff di Trump. Testimoni parlano di collaboratori di Trump frustrati e sgomenti di fronte a un candidato che pare avviato al suicidio politico.
Questa frustrazione è stata, sia pur velatamente, espressa dal capo della campagna di Trump, Paul Manafort, che in una dichiarazione a Fox News ha detto: “Sono in controllo delle cose che il candidato vuole io faccia”.
Mentre Trump apre sempre nuovi fronti, i numeri per lui crollano.
Un sondaggio Fox News dà Clinton avanti di 10 punti; per CNN il vantaggio è di 9 punti.
Il credito politico che i repubblicani erano riusciti a conquistare alla Convention di Cleveland — soprattutto di fronte a una candidata debole, gravata da scandali e divisioni come Hillary Clinton — pare ormai completamente dissolto.
Roberto Festa
(da “la Repubblica”)
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Luglio 30th, 2016 Riccardo Fucile
UFFICIALMENTE NON ESISTONO, MA SONO DUE OPERAZIONI: UNA SI CHIAMA CENTURIA A FALLUJA, L’ALTRA HA BASE A MISURATA
La guerra all’Isis l’Italia la fa ma non lo dice. 
Operazioni militari segrete condotte dalle forze speciali e decise dal governo all’insaputa del parlamento, missioni che ufficialmente non esistono e che quindi vanno categoricamente smentite fino alla loro conclusione, fino a quando non arriva il conferimento ufficiale di medaglie e onorificenze.
È accaduto dieci anni fa per l’operazione “Sarissa” della Task Force 45 in Afghanistan, decisa e sempre negata dal governo Prodi.
Sta accadendo oggi in Iraq e in Libia, dove truppe d’èlite italiane partecipano da tempo ai combattimenti contro l’Isis.
Partiamo dall’Iraq.
Il coinvolgimento di truppe italiane nella guerra al Califfato nella provincia sunnita di Al-Anbar, oltre ad essere trapelato sulla stampa un anno fa a inizio missione (con inevitabile smentita dalla Difesa), è stato riportato lo scorso febbraio anche sul sito web ufficiale dei marines.
Rispondendo a un’interrogazione parlamentare in proposito, la Difesa — non potendo smentire anche gli americani — disse a marzo che la presenza nell’area aveva riguardato solo cinque uomini ed era terminata.
Ad aprile però il sito dei marines confermava la presenza italiana. Ora il Fatto Quotidiano apprende da autorevoli fonti militari che in Al-Anbar è in corso ancora oggi un’azione delle forze speciali italiane.
Si chiama operazione “Centuria” ed è condotta dalla Task Force 44, inizialmente basata su un’aliquota del 9° Reggimento d’assalto “Col Moschin”, poi affiancati, o avvicendati, dalle altre unità dipendenti dal Cofs (il Comando interforze per le operazioni delle forze speciali del generale Nicola Zanelli) quindi gli incursori di Marina del Comsubin, quelli del 17° Stormo dell’Aeronautica e i Gis dei Carabinieri, solitamente supportati dai ricognitori del 185° Folgore e dai Ranger del 4° Alpini.
La partecipazione del Goi (Gruppo operativo incursori, alias Comsubin) è certa, altre fonti riferiscono la presenza di uomini di tutte le 4 unità del Cofs. Difficile dire con esattezza quale sia la consistenza numerica della TF-44: certamente non i 200 uomini della TF-45 afghana, ma si dovrebbe essere non di molto sotto ai cento che suggerisce il richiamo alla centuria romana.
La base operativa della Task Force 44 è l’aeroporto militare di Taqaddum, tra Ramadi e Fallujah, teatro delle principali offensive anti-Isis degli ultimi mesi.
Ed è qui che le forze speciali italiane, insieme a quelle australiane e ai marines, sono state impegnate al fianco dell’8 ª Divisione dell’esercito iracheno con compiti di pianificazione, coordinamento e appoggio ai combattimenti.
Una funzione che le forze regolari della Coalizione svolgono inside the wire, cioè all’interno della base, ma che per le unità speciali comporta anche attività outside the wire, cioè sul campo al fianco dei corpi d’èlite iracheni.
L’operazione “Centuria”, inquadrata nell’operazione multinazionale a guida Usa Inherent Resolve, è cosa ben diversa sia dall’operazione italiana “Prima Parthica” per l’addestramento dell’esercito iracheno e dei peshmerga curdi, sia dalla missione della Brigata Friuli a protezione della diga di Mosul.
È invece probabile che gli elicotteri italiani da attacco Mangusta e da trasporto Nh-90, schierati a Erbil in primavera per missioni Combat search and rescue, possano fornire supporto alle nostre forze speciali. Soprattutto se, conclusa anche la riconquista di Fallujah dopo quella di Ramadi, la TF-44 venisse ridislocata più a nord, nella base aera di Qayara, dove in vista dell’offensiva autunnale su Mosul stanno per arrivare 560 marines e forze speciali americane.
Veniamo all’altro fronte della guerra segreta all’Isis: la Libia.
Dell’operazione italiana nell’ex colonia, autorizzata da Renzi lo scorso 10 febbraio con un decreto subito secretato, non si conosce ancora il nome in codice nè i corpi speciali che vi partecipano.
Si sa solo, in via del tutto ufficiosa, che si tratta di un piccolo distaccamento basato all’aeroporto militare di Misurata, che partecipa insieme alle forze speciali britanniche all’operazione “Banyoun Al Marsoos” (Struttura Solida) lanciata a maggio delle brigate misuratine e dalle guardie petrolifere di Ibrahim Jadhran per riconquistare la roccaforte Isis di Sirte.
I combattimenti hanno provocato pesanti perdite tra le forze filo-governative libiche, ufficialmente supportate dall’Italia solo con un ponte-aereo di soccorso medico.
A fine aprile, quando fonti israeliane hanno riportato la notizia di soldati inglesi e italiani caduti in un’imboscata dell’Isis, la smentita del governo italiano è stata immediata: “Non ci sono soldati italiani che combattono in Libia”.
Come non ci sono in Iraq. Come non c’erano in Afghanistan.
Enrico Piovesana
(da “il Fatto Quotidiano“)
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