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SONDAGGIO FOX NEWS: SANDERS TRAVOLGEREBBE TRUMP 53% A 38%

Febbraio 19th, 2016 Riccardo Fucile

IN NEVADA PRIMARIE DEMOCRATICHE: SANDERS HA RECUPERATO 22 PUNTI E ORA E’ IN VANTAGGIO DI 3… TRUMP PREVALE DI POCO SU CRUZ MA HA PERSO 16 PUNTI IN UN MESE

Si spostano verso sud le primarie per decidere i candidati delle elezioni presidenziali del prossimo 8 novembre.
Entrambi gli appuntamenti elettorali del weekend — in Nevada per i democratici e in South Carolina per i repubblicani — si annunciano più combattuti di quanto sembrava fino a poche settimane fa.
In Nevada — uno stato fino a poco tempo fa considerato sicuro per Hillary Clinton — gli ultimi sondaggi danno Bernie Sanders in forte recupero, prefigurando un altro possibile testa a testa dopo il ‘pareggio virtuale’ in Iowa e la pesante sconfitta dell’ex first lady in New Hampshire.
Secondo un sondaggio di Fox News, a livello nazionale Clinton è stata superata per la prima volta da Sanders: il senatore del Vermont è dato al 47% (37% in gennaio), la ex segretario di Stato al 44% (49% un mese fa).
Nei sondaggi della Fox la Clinton guidava con vantaggio di 46 punti su Sanders la scorsa estate e di 22 punti due mesi fa.
In casa repubblicana, il dibattito è dominato dai postumi dello ‘scontro’ tra Papa Francesco e Donald Trump.
Dopo l’aspro confronto a distanza, Trump ha scelto toni più conciliatori con Bergoglio durante un town hall in South Carolina.
“Il Papa è un uomo fantastico, non mi piace scontrarmi con lui”, ha risposto a una domanda durante il confronto con gli elettori organizzato da Cnn. Per il candidato repubblicano alla Casa Bianca, sono stati i media a ‘gonfiare’ l’attacco nei suoi confronti. “Il Papa è stato più morbido rispetto a quanto non sia stato riportato”.
Per il Pontefice, ha aggiunto, “nutro un grande rispetto, ha una forte personalità . Sta facendo un buon lavoro. Penso che gli siano state date informazioni sbagliate. Certo non è stata una bella cosa da dire perchè noi dobbiamo avere una frontiera. Al momento non ne abbiamo una. Dobbiamo costruire un muro e lo faremo. Abbiamo bisogno di sicurezza. È quello che chiedono i cittadini”.
La polemica con Bergoglio ha avuto un’eco enorme negli States, e il magnate è consapevole del possibile effetto boomerang.
Gli effetti, tuttavia, saranno più evidenti nei prossimi appuntamenti, visto che in South Carolina i cattolici non sono molti.
Secondo gli ultimi sondaggi, Trump continua a essere avanti in South Carolina, anche se il suo vantaggio si è fortemente ridimensionato.
L’ultima rilevazione di Nbc/Wall Street Journal – condotta tra il 15 e il 17 febbraio, quindi prima dello ‘scontro’ con il Papa – indica che il sostegno verso Trump è sceso al 28%, giù di otto punti rispetto a gennaio. Ted Cruz è invece salito al 23%. Terzo Marco Rubio al 15%.
Un mese fa il vantaggio stimato di Trump in questo stato era di 16 punti.
Secondo il New York Times, la battaglia tra i due candidati democratici alla Casa Bianca è diventata particolarmente aspra tra gli elettori latinoamericani.
Proprio l’arrivo in uno stato con una larga presenza di latinoamericani, che sono quasi il 28% della popolazione, secondo i dati dell’ufficio del censimento relativi al 2014, era visto come l’inizio della discesa verso la nomination di Hillary.
Lo scenario, però, è cambiato, come dimostrano i pochi sondaggi effettuati: secondo la media di Real Clear Politics, Clinton avrebbe 2,4 punti percentuali di vantaggio su Sanders.
Lo staff di Clinton sembra pronto al peggio: sta abbassando le aspettative sul Nevada e spostando l’attenzione sul South Carolina, dove si voterà  sabato 27, e sugli undici stati che voteranno per la nomination democratica il primo marzo, il ‘super Tuesday’. Il risultato in Nevada, però, potrebbe essere un’avvisaglia in vista del voto in stati come Texas e Colorado, il primo marzo.
In Nevada, molta attenzione è data anche alla questione occupazionale, visto che la disoccupazione è al 7,1%, mentre a livello nazionale è al 4,9: un punto, questo, che potrebbe giocare a favore di Sanders e del suo messaggio populista contro le lobby e Wall Street.
Il nervosismo di Hillary è ormai evidente.
Con il primo sorpasso del senatore del Vermont a livello nazionale, l’incubo si è materializzato per lo staff di Hillary.
Secondo il rilevamento diffuso da Fox News, la ex segretario di Stato perde terreno soprattutto tra le donne (-25 punti), i bianchi (-13 punti) e i democratici ‘regolari’ (-14 punti), mentre tiene tra i neri e i laureati.
Il senatore ‘socialista’ batte l’ex first lady anche in un’eventuale sfida contro il front runner dei repubblicani Donald Trump: 53% contro 38%, mentre la Clinton avrebbe un margine di vantaggio più ristretto, 47% a 42%.
La differenza, spiegano gli autori del sondaggio, la fanno gli indipendenti, più propen
si a votare Sanders contro Trump (54% a 33%) piuttosto che Hillary (43% a 39%). Sanders, sempre secondo lo stesso rilevamento, vincerebbe anche una eventuale corsa a tre con l’indipendente Michael Bloomberg, il miliardario ex sindaco di New York: il senatore otterrebbe il 46%, Trump il 35% e Bloomberg il 12%.
La Clinton invece avrebbe il 39%, solo due punti in più su Trump, con Bloomberg al 17%.

(da “Huffingtonpost“)

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SANDERS STRACCIA ILARY: CHE BATOSTA IN NEW HAMPSHIRE, 20 PUNTI DI DISTACCO

Febbraio 10th, 2016 Riccardo Fucile

TRA I REPUBBLICANI TUTTO COME PREVISTO, PREVALE TRUMP

Donald Trump e Bernie Sanders hanno dominato le primarie del New Hamsphire, segnate da un’affluenza record.
Stavolta non ci sono state grandi sorprese, rispetto ai sondaggi della vigilia, ma la corsa alla Casa Bianca si è complicata ancora di più per entrambi i partiti.
Fra i repubblicani Trump ha archiviato in fretta il secondo posto dell’Iowa, battendo anche le migliori aspettative.
Ha preso circa il 35% dei voti, più che doppiando il secondo. Così ha confermato di essere il front runner del Grand Old Party, per la disperazione dell’establishment, che non lo considera un candidato con cui potrà  riconquistare la Casa Bianca a novembre.
Alle sue spalle, però, la competizione per individuare l’alternativa presentabile si è complicata.
Marco Rubio, che con il solido terzo posto dell’Iowa sembrava destinato ad interpretare questo ruolo, è finito quinto.
Una grossa delusione, attribuita in buona parte alla sua incapacità  di rispondere agli attacchi lanciati contro di lui dal governatore del New Jersey Christie durante l’ultimo dibattito presidenziale fra i repubblicani.
Il suo posto stavolta lo ha preso John Kasich, che si è piazzato secondo dopo Trump, col 15% dei voti.
Il governatore dell’Ohio ha puntato sulla sua esperienza, e pensa di poter vincere quando le primarie si sposteranno nel suo Midwest. Il problema però è vedere se riuscirà  ad ottenere abbastanza voti nel sud, per tenere in vita la sua campagna prima di andare negli stati più favorevoli per lui.
Ted Cruz, che aveva vinto in Iowa, è finito in un testa a testa con Jeb Bush per il terzo posto.
Il senatore del Texas ha dipinto questo risultato come un successo, perchè il suo conservatorismo e il legame con la destra evangelica non lo favorivano in New Hampshire.
Bush pensa di aver salvato la sua campanga con il risultato di ieri, e ora punta sulla South Carolina, dove suo fratello George aveva bloccato McCain, per cominciare a vincere e diventare l’alternativa responsabile a Trump.
La corsa quindi si è complicata, almeno alle spalle di Donald. Christie, Carson e Fiorina probabilmente si ritireranno, ma per il secondo posto continuerà  una sfida a quattro, che i risultati nelle prossime primarie al sud dovranno cercare di decidere.
Tra i democratici la vittoria di Sanders era scontata, ma è stata ancora più netta del previsto, toccando la soglia del 60% dei voti. Un brutto colpo per Hillary, al punto che già  circolano voci di una rivoluzione nello staff della sua campagna.
La versione dei consiglieri della Clinton è che Bernie era favorito, perchè viene dallo stato confinante del Vermont, e perchè il New Hampshire è abitato soprattutto da bianchi.
Ora si va al sud, prima nel Nevada popolato dalla minoranza ispanica, e poi nella South Carolina dove i neri sono in maggioranza. Hillary è forte fra questi gruppi, e pensa che si prenderà  rivincite decisive.
Sanders però risponde che la sua vittoria nel New Hampshire non era affatto scontata: quando si era presentato la Clinton aveva un vantaggio di oltre 40 punti, e l’appoggio di tutto l’establishment democratico dello Stato.
Secondo Bernie la sua campanga ormai ha innescato una rivoluzione politica, che sta contagiando tutto il paese, come dimostrano l’affluenza record alle urne, il coinvolgimento dei giovani, e la scelta delle donne di appoggiarlo.
Sanders quindi ritiene che la logica dei consiglieri di Hillary non rifletta più la realtà , e lui potrà  continuare a vincere ovunque.
Dietro le quinte, infatti, c’è già  chi immagina di richiamare nella corsa il vice presidente Biden, per avere un candidato di consenso che riunisca il partito e sia eleggibile a novembre.

Paolo Mastrolilli
(da “La Stampa”)

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PRIMARIE USA, SANDERS, IL “SOCIALISTA” DA OUTSIDER A SPINA NEL FIANCO DEI DEMOCRATICI

Febbraio 3rd, 2016 Riccardo Fucile

CRITICA A WALL STREET E ALLA POLITICA ASSERVITA AL POTERE DEL DENARO: OVUNQUE VA RIEMPIE LE SALE, PIACE AI GIOVANI

C’è una storia che Bernie Sanders ha raccontato ai giornali qualche giorno fa.
Era una domenica mattina, lo scorso maggio, e il senatore del Vermont era in macchina, diretto per un comizio all’American Indian Center di Minneapolis. Cinque giorni prima aveva annunciato la sua candidatura a presidente. La strada era intasata di traffico, si procedeva a rilento.
“C’è un incidente?”, chiede Sanders, preoccupato di non arrivare in tempo all’appuntamento. “No, sono quelli qui per te”, gli risponde un suo assistente.
Sin dall’inizio della campagna, Bernie Sanders è stato capace di riempire stadi, arene, palestre e ogni tipo di sala che abbia utilizzato per i suoi meeting.
Sono arrivati in migliaia, a Denver, a Madison, in città  non particolarmente sensibili al messaggio progressista come Dallas e Houston.
A Phoenix lo hanno accolto in più di 11 mila, in 28 mila a Portland. Ovunque, Sanders ha portato il suo messaggio di giustizia sociale, di critica dello strapotere di Wall Street e di una politica troppo asservita al potere del denaro.
“Siamo un movimento che farà  una rivoluzione”, ha scandito spesso, mentre la folla dei sostenitori cresceva e la proposta politica si precisava: aspettativa pagata, college statale gratuito, aumento dei minimi salariali, sanità  universale sul modello europeo.
A questo punto, dopo l’Iowa, dopo il sostanziale pareggio con Hillary Clinton (la Clinton ha vinto per un esile 0,3 per cento), è ancora troppo presto per dire se Bernie Sanders e il suo movimento riusciranno davvero a scatenare quella “rivoluzione” di cui lui parla.
È comunque un fatto che Sanders non è più l’outsider che era all’inizio; non è più il “senatore socialista del Vermont” che, a fine carriera (ha 74 anni) si toglie la soddisfazione di un ultimo urrà  e sfida Hillary, la stella del firmamento democratico, in una gara comunque impossibile.
No, a questo punto Bernie Sanders è qualcosa di più. Una possibile spina nel fianco della dirigenza democratica. O, magari, un’occasione per quegli stessi leader democratici.
Visto che la politica non dovrebbe avere a che fare con i soldi, ma che i soldi in politica contano, c’è un dato che conferma la “realtà ” della candidatura Sanders: i tre milioni e mezzo in piccole donazioni, con una media di 27 dollari a persona, raccolti da Sanders in questi mesi.
È un dato di cui il senatore va particolarmente fiero, che continua a citare nei suoi comizi, che ha sottolineato anche in una pubblicità  elettorale acquistata il giorno prima del voto sui giornali locali dell’Iowa. in cui Sanders scriveva: “La verità  è che non puoi cambiare un sistema corrotto accettando il suo denaro. La mia campagna è finanziata da milioni di piccole donazioni da parte di persone come voi, che vogliono reagire a questo stato di cose”.
Il dato politico — il candidato contro Wall Street, il candidato che osa mettersi contro la lobby dei soldi — si sostanzia però in un dato organizzativo importante. Con i milioni raccolti in donazioni grandi e piccole, Sanders può continuare nella campagna: comprare spazi televisivi, aprire uffici, assumere collaboratori. Insomma, può continuare a essere rilevante.
Lunedì sera, al party elettorale di Sanders all’Holiday Inn di Des Moines, i presenti erano soprattutto lo zoccolo duro dei “sandersiani”: giovani universitari, professionals, professori universitari, in generale la borghesia bianca e progressista. Ascoltavano musica, ballavano.
Quando è comparso Sanders, la prima cosa che ha detto è la frase più volte ripetuta: “La nostra è una rivoluzione”.
Tra i presenti si potevano comunque incontrare reduci della guerra in Iraq, ex-sostenitori di Ron Paul e dei libertarians, gente che lavora nella finanza, tassisti ispanici e gente che ha saputo del party attraverso Grindr, la app di incontri gay; segno che il richiamo di Sanders si allarga ben oltre le frange più minoritarie del progressismo della East Coast, dove il senatore ha costruito la sua carriera politica.
C’è del resto un elemento che avvantaggia ulteriormente Bernie Sanders, ed è legato a Barack Obama.
Sanders raccoglie molti dei delusi, in campo democratico, per gli otto anni della presidenza Obama. Con lui sono quelli che ritengono le riforme di Obama troppo timide, che contestano la sua riforma sanitaria non particolarmente coraggiosa, la sua politica estera comunque aggressiva, i suoi interventi sui diritti civili poco significativi.
D’altra parte l’America, in questi otto anni di Barack Obama, si è comunque spostata a sinistra. Il presidente ha moltiplicato l’intervento federale in economia, dall’Obamacare al salvataggio delle banche e dell’industria automobilistica; è intervenuto per decreto su immigrazione e armi; ha accompagnato la legalizzazione dei matrimoni omosessuali; ha rilanciato la politica ambientale come una priorità .
La strategia ha contribuito a orientare in senso più progressista l’intero partito democratico, che ora guarda a Sanders non più come al “socialista” esterno al discorso politico accettabile e riconosciuto.
Ma che guarda al socialista Sanders come parte integrante del discorso democratico.
C’è poi, a favorire ulteriormente la sfida di Sanders, l’immagine di Hillary Clinton. Agli elettori democratici dell’Iowa, prima di entrare nel seggio, sono state poste alcune domande sui loro candidati.
Soltanto il 10 per cento degli intervistati ha dichiarato di fidarsi dell’“onestà  e trasparenza” della candidata.
Sono stati troppi gli scandali che hanno perseguitato la Clinton negli ultimi mesi: Bengasi, la storia delle mail inviate dal suo account di posta elettronica privata quand’era segretario di stato. E poi ci sono le parcelle ricevute da Goldman Sachs e dalle altre grandi multinazionali cui Hillary ha offerto i suoi servigi.
E ancora i finanziamenti raccolti dalla Clinton Foundation un po’ ovunque nel mondo — e spesso in posti non particolarmente raccomandabili.
È questo quadro che dà  fiato, e speranza, alla campagna di Sanders.
La Clinton resta ancora, senza dubbio, la favorita nella corsa democratica. È la candidata più ricca e organizzata. Quella che possiede la rete dei contatti giusti e una macchina rodata e capillare.
Probabile che, passato il New Hampshire — il prossimo Stato dove si vota e dove Sanders è favorito — la ex First Lady possa godere di un percorso meno agitato negli Stati del Sud, dove è grande favorita.
Dalla sua c’è anche un limite di Sanders, che per vincere dovrebbe allargare il suo consenso alla working-class bianca, alle minoranze che continuano a snobbarlo.
Ma Sanders, in Iowa, ha comunque segnato un punto importante. Ha mostrato all’America che il “movimento” di cui continua a parlare esiste davvero.
E ha mostrato al partito democratico che, se vuole comunque portare Hillary Clinton alle elezioni generali di novembre, non può farlo senza ascoltare le richieste e i sogni della “People for Bernie Sanders”.

Roberto Festa
(da “il Fatto Quotidiano”)

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PRIMARIE USA: TRUMP BATTUTO DA CRUZ, MA ANCHE RUBIO E’ IN GIOCO

Febbraio 2nd, 2016 Riccardo Fucile

TRA CLINTON E SANDERS E’ PAREGGIO, ORMAI E’ UN TESTA A TESTA

REPUBBLICANI
Vince Ted Cruz con il 27,7% dei voti, superando Donald Trump (24,3%) e Marco Rubio (23,1%). Sono bastate solo due ore e mezzo per conoscere il vincitore della contesa fra i repubblicani. Complice un sistema di voto semplice (per alzata di mano o attraverso una preferenza espressa su un foglio di carta), i vari centri sparsi nelle 99 contee dello Stato del Midwest hanno impiegato poco a contare i voti.
Ma da subito si erano capite due cose: che Trump sarebbe stato sconfitto da Cruz e che la sfida repubblicana è di fatto a tre, con Rubio molto vicino.
Il quarto arrivato, l’ex neurochirurgo Ben Carson, è stato staccato di molto (ha preso solo il 9,3% dei voti).
Il primo commentare lo spoglio è stato proprio Rubio. Con alle spalle il motto della sua campagna (New American Century) e con alla sua destra la famiglia al completo (la moglie di blu vestita con collana di perle bianche, due ragazzine e due bambini in camicia e cravatta), ha esordito dicendo “questo è il momento che ci hanno detto che non sarebbe mai successo”.
Parole che secondo qualche osservatore echeggiavano quelle usate nel 2008 dal semi-sconosciuto senatore dell’Illinois Barack Obama, che a sorpresa ebbe la meglio proprio in Iowa sull’allora senatrice di New York Hillary Clinton.
Per Rubio invece “questo è il momento di un presidente che difende il secondo emendamento”, quello che riconosce il diritto di possedere un’arma da fuoco. “Questo è il momento di un presidente che rafforza il sistema militare”.
Il giovane candidato repubblicano ha avvertito gli elettori che festeggiavano la sua terza posizione: “la nostra nazione ha davanti a sè due opzioni: diventare la migliore di sempre o diventare una grande nazione in declino”.
Poco dopo anche Donald Trump ha preso la parola nel suo quartier generale. Con al fianco la moglie vestita di un rosso fiammante come la sua cravatta, Trump non ha fatto altro che ripetere di amare le persone di fronte a lui, l’Iowa e il popolo del New Hampshire, lo Stato dove si terranno le prossime primarie (il 9 febbraio).
“Sono onorato di essere secondo”, ha dichiarato il magnate, il quale ha promesso di “andare avanti per sconfiggere Clinton, Sanders o chiunque decida di farsi avanti”, riferimento non casuale all’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg, che sta valutando se candidarsi da indipendente.
È stato poi il vincitore tra i repubblicani, Ted Cruz, a prendere la parola ringraziando “i conservatori coraggiosi in Iowa e nella nazione. Questa sera lo stato dell’Iowa ha parlato. Questa notte è la vittoria di milioni di americani che hanno sopportato per sette anni il presidente Obama”.
Cruz ha promesso che “l’alba sta arrivando” e ha citato lo slogan con il quale Barack Obama arrivò alla Casa Bianca nel 2008, durante il suo discorso per celebrare la vittoria ai caucus repubblicani dell’Iowa: “I conservatori coraggiosi hanno detto: yes we can”.
DEMOCRATICI
Hillary Clinton prevale per un soffio su Bernie Sanders: L’ex first lady ha vinto sul filo di lana i caucus in Iowa con il 49,89% dei voti (700) contro il 49,54% dei voti (695) andato al suo rivale.
È stata Hillary a salire per prima sul palco con alle spalle il marito ed ex presidente Bill e la figlia Chelsea. “What a night!” ha detto come prima cosa l’ex segretario di stato. Clinton si è guardata bene dal dichiarare vittoria. Si è limitata a dire di avere “tirato un sospiro di sollievo”.
“So quello che siamo capaci di fare; io so come alzare i salari e garantire l’assicurazione sanitaria a tutti; io so come possiamo essere la super potenza dell’energia pulita del 21esimo secolo; io so come rendere l’università  a portata di tutte le tasche; io so come proteggere i diritti degli elettori, dei lavoratori, degli immigrati, delle donne, di gay e di lesbiche. Come lo facciamo? Garantendomi la nomination e andando alla Casa Bianca”.
I festeggiamenti più calorosi sono provenuti dal quartier generale del senatore del Vermont, Bernie Sanders. “Iowa, grazie”, ha subito detto fra l’ovazione dei suoi sostenitori.
Si è poi subito complimentato con Clinton, ma sentendosi a suo agio nel dire che “ci siamo aggiudicati la metà  dei delegati dell’Iowa”.
Il senatore è poi partito alla carica ripetendo alcuni dei punti chiave della sua agenda politica: “noi non rappresentiamo gli interessi di Wall Street o della Corporate America. E sono molto orgoglioso di essere l’unico candidato senza un super pac”. Secondo lui, “il popolo americano sta dicendo no a un’economia truccata. Non è giusto che il 10% della società  possieda la ricchezza del resto del 90% della popolazione”.
Per questo ha chiesto ai suoi supporter: “siete pronti per un’idea radicale? Creeremo un’economia che funziona per le famiglie lavoratrici e non solo per quelle miliardarie. Alzeremo il salario minimo orario a 15 dollari, garantiremo lo stesso trattamento di reddito alle donne, renderemo il college accessibile a tutti, ricchi e poveri e faremo in modo che l’assistenza sanitaria sia un diritto per tutti”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA BOMBA H DI KIM È UNA BUFALA?

Gennaio 6th, 2016 Riccardo Fucile

DALLA BBC ALLA COREA DEL SUD, PASSANDO PER GLI ESPERTI USA, TUTTI I DUBBI SU COSA SIA DAVVERO SUCCESSO NELLA NOTTE

La bomba H di Kim è una bufala? Molti i dubbi a proposito. A Partire dagli Stati Uniti.
Il luogo e il tipo di attività  sismica registrati in Corea del Nord sono coerenti con i precedenti test nucleari condotti nel Paese.
Lo hanno fatto sapere fonti del governo americano, dopo che Pyongyang ha affermato di avere testato per la prima volta una bomba nucleare a idrogeno.
Le agenzie americane stanno conducendo verifiche.
Anche i militari sudcoreani hanno espresso scetticismo sul test nucleare con bomba all’idrogeno annunciato da Pyongyang, data l’intensità  contenuta della detonazione.
“È difficile considerarlo tale”, ha detto in forma anonima alla Yonhap una fonte dell’esercito.
“Solo pochi Paesi, tra cui Usa e Russia, hanno condotto test con la bomba H e le dimensioni delle detonazioni hanno raggiunto i 20-50 megatoni”.
L’ultima prova di Pyongyang è stimata in 6 chilotoni, troppo debole per una bomba all’idrogeno.
A conferma dei dubbi la Bbc sottolinea che il sisma innescato dalla deflagrazione è della stessa potenza – magnitudo 5,1 – registrato nel febbraio del 2013 quando Pyongyang sostenne di aver effettuato il suo terzo test di una bomba atomica.
Valori del tutto incompatibili con quelli dell’esplosione di un’ordigno termonucelare. Peraltro si tratta di valori molto vicini a quelli del primo teste dell’ottobre del 2006 quando i sismografi registrarono una scossa di magnitudo 4,3 e 4,7 per quello di maggio 2009.
La tecnologia necessaria per una bomba H è ancora oggi appannaggio esclusivo di poche nazioni: solo Usa, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna e forse Israele la posseggono ma ad esempio nè India, che ottenne la bomba atomica nel 1974, nè il Pakistan (1998) la hanno.
Non solo. Anche i tempi per il passaggio da un tipo di ordigno all’altro, dalla più semplice atomica a quella all’idrogeno o termonucleare, sono sospetti. La prima bomba H venne realizzata dagli Usa nel novembre del 1952.
All’allora Unione Sovietica, la cui potenza è incomparabile a quella dell’odierna Corea del Nord, ci volle un anno.
Seguirono la Gran Bretagna, aiutata dagli Usa, 5 anni dopo nel 1957; 15 anni dopo, nel 1967 ci arrivò la Cina; ultima nel 1968 la Francia.
Le differenze tra le potenze dei due ordigni sono incommensurabili.
Basta pensare che la prima bomba atomica sganciata dagli Usa su Nagasaki (Little Boy) il 6 agosto 1945 aveva una potenza di 15 chilotoni (1 solo chilotone – kt – è unità  di misura convenzionale equivalente all’esplosione di mille tonnellate di tritolo).
La deflagrazione della prima bomba H effettuata dagli Usa alle isole Marshall in pieno oceano Pacifico aveva una potenza di 15.000 kt, ossia 1.000 volte maggiore. La più grossa bomba H mai fatta esplodere fu nel 1961 la all’epoca sovietica Zar di 57.000 kt.

(da “Huffingtonpost”)

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BUGIE, INSULTI E LO SPOT FALSO: LA CAMPAGNA DI TRUMP AI CONFINI DEL RIDICOLO

Gennaio 6th, 2016 Riccardo Fucile

CONTRAFFATTE LE IMMAGINI… “I MIGRANTI MESSICANI PRONTI ALL’INVASIONE”, IN REALTA’ SONO A MELILLA

Con una miserabile figura che fa rima con “perda”, nella traduzione letterale in italiano del primo commento costernato del manager della sua campagna elettorale Cory Lewandoski, Donald Trump ha lanciato il primo spot televisivo oltre i confini del ridicolo.
Anche da un personaggio tragicamente clownesco come il miliardario dall’aureola di richiamati arancione che aveva definito le donne “cagne, maiale, sciattone e disgustosi animali” e aveva trovato “ripugnante ” il tiralatte che le mamme usano per nutrire il figlio neonato, la colossale gaffe del superspot ripreso da RepubblicaTV e diffuso in Iowa per mostrare orde di messicani lanciati oltre la frontiere del Sud, risultati poi marocchini all’assalto del confine spagnolo a Mellina, ha già  conquistato l’Oscar dell’imbarazzo.
Anche se non è mai il candidato in persona a produrre direttamente gli spot che vengono mandati in onda, regola e tradizione vogliono che siano lui o lei a visionarli e dunque a esserne responsabili e troppo bella, troppo efficace, troppo terrificante gli è apparsa quella sequenza di disperati in corsa oltre la frontiera per perdere tempo a controllarne la veridicità .
Come invece ha fatto il sito di PolitiFact, un servizio creato dal quotidiano della Florida Tampa Bay Times che puntigliosamente vede e rivede tutte le affermazioni dei politicanti per controllarne la fondatezza e per questo di vide assegnare il Premio Pulitzer nel 2014.
Non soltanto PolitiFact ha facilmente rivelato il falso di quella videoclip prodotta da governo spagnolo e messa online da Repubblica.
Per arrotondare ha rivisto tutte le sparate del “Donald” notando che su quattro sparate che lancia, tre sono false e soltanto una su dieci è completamente vera.
Per altri candidati alla investitura del proprio partito, il Repubblicano nel caso di Trump, una toppata di dimensioni così enormi, che appunto il manager della campagna ha riassunto in una parola che fa rima con “mitt”, per non dire “shit”, sarebbe, se non letale, almeno squassante.
Al senatore della Virginia George Allen bastò definire un giovane cineoperatore che lo seguiva per conto dell’avversario riprendendo tutti i suoi interventi pubblici “un macaco “, per la piccola statura e la carnagione bruna da indiano, per esserne distrutto.
Ma per l’Uomo dall’Aureola Arancione sembra valere, dall’inizio della sua resistibile ascesa verso la nomination a pretendente alla Casa Bianca un set di regole diverse. Trump, che pure vantava fino a ieri una grande amicizia con i Clinton, invitati d’onore al suo terzo matrimonio, e aveva licenziato come “del tutto irrilevanti” gli scandali sessuali di Bill, ora non soltanto demolisce la coppia che allora finanziava con insulti diretti (“Li conosco bene quei due, li ho sempre comprati”) e può riesumare l’affaire Lewinsky come “la prova che Bill era un molestatore di donne” e Hillary “gli teneva bordone rendendo possibili i suoi ignobili comportamenti”.
In più, vede i propri eccessi, la propria mimica istrionica, le sue sortite e ora lo svarione nello spot come conferme della propria diversità .
E come argomento da rivoltare contro le elite, gli snob, i media, la casta, come si direbbe nel dialetto politico italiano.
Lui, Trump, signore dei casinò di Atlantic City, dei permessi edilizi, dei grattacieli più sfacciamente lussuosi, dei cinque miliardi di dollari in portafoglio e della immensa egolatria scritta a maiuscole ciclopiche sul proprio jet privato, chiamato, non sorprendentemente, TRUMP, un jumbo jet Boeing 757.
Poi c’è lo sdegnoso disprezzo con il quale i Clinton, veterani di troppe risse elettorali e mische politiche per lasciarsi spettinare dalle gag del Donald, vorrebbero segnalare la distanza siderale che separa il superpalazzinaro newyorkese dalla serietà  richiesta per governare una superpotenza nucleare, dove il “Comandante in capo” vive, giorno e notte, a pochi passi dalla valigetta con i codici per lanciare l’olocausto nucleare, il “football” come si dice nello slang della presidenza.
Bill, al suo esordio in New Hampshire, lunedì scorso per sostenere la moglie, tra breve impegnate nei consigli elettorali delloIowa, il primo febbraio e poi il 9 nelle fondamentali Primarie in quello Stato, ha ignorato l’esca del sexgate lanciata da Trump e la figura di “perda” fatta con quello spot.
“Io ho imparato a guardare alla prossima elezione, quella che si terrà  qui in New Hampshire, non a quella di novembre”.
Lo snobismo sussiegoso dei Clinton, molto, forse troppo sicuri di sè, contro la istrionica furia del formidabile imbonitore, pronto a barare pur di “fare l’affare” come lui ripete, e prendersi la candidatura.
Non sarà  questo l’ultimo shock inflitto da un Trump che deve vivere, o morire politicamente, di scosse sempre più forti.

Vittorio Zucconi
(da “La Repubblica“)

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L’INDIA RECLAMA ALL’INGHILTERRA IL DIAMANTE DELLA CORONA APPARTENUTO ALL’ULTIMO MAHARAJA

Dicembre 26th, 2015 Riccardo Fucile

AL CENTRO DI UNA LUNGA CONTESA, VALE 170 MILIONI DI EURO… CAMERON: “NON LO AVRANNO MAI”

Si chiama Koh-i Noor ed è uno dei diamanti della corona inglese. Il più bello, il più ricco, il più puro.
Da secoli cinge capi regali. Dalla queen Mum all’attuale sovrana, Elisabetta II.
Eppure si tratta anche del gioiello più reclamato e desiderato, al centro di una contesa, come ricorda il settimanale francese Point de vue, che dura dal 1947, anno dell’indipendenza dell’India.
Molte personalità  del mondo della cultura, dell’imprenditoria e della finanza, si sono addirittura riunite all’interno di un collettivo Montagne de lumière, pronti a reclamare giustizia presso l’Alta corte contro Elisabetta II.
Al centro, dunque, della contesa il favoloso diamante che l’associazione reclama supportata dall’Holocaust Act, una legge che permette la restituzione ai legittimi proprietari dei beni confiscati, per esempio, dai nazisti durante la Seconda Guerra mondiale.
787 CARATI DA GREZZA, LA PIETRA VALE 170 MILIONI  
In particolare il Koh-i Noor è una pietra del valore di circa 170 milioni di euro. Origini dubbie, incerte. Sembra che il diamante, come ricorda Point de vue, appartenesse a Babur, fondatore dell’Impero Moghol nel 1526, che l’avrebbe però rubato al rajah di Gwalior.
Ma le cronache raccontano che il celebre diamante era, molto probabilmente, all’origine, una pietra grezza di 787 carati, scoperta nel XVII secolo nella miniere di Golkonda in India.
UNA STORIA AFFASCINANTE CHE SI PERDE NELLA NOTTE DEI TEMPI  
La pietra fu successivamente lavorata per lo shah Jahan, quinto imperatore della dinastia. A lui si deve la costruzione, nel 1632, del mausoleo di Taj Mahal in memoria della moglie Arjumand Banu Begum.
Rubato dallo shah di Persia dopo il sacco della città  di Delhi, nel 1739, il diamante sarebbe stato poi misteriosamente trasferito in Afghanistan, prima di approdare tra i tesori dei maharadjahs sikhs del Pendjab. Diamante sempre al centro di scontri fratricidi, violenze e brutalità  inaudite.
GIOIELLO MALEDETTO  
Ecco dunque spiegata la sua pessima reputazione. Il diamante, infatti, si dice porti sfortuna a chi lo indossa, ad eccezione di «un dio o di una regina».
Il suo nome, significa «Montagna di luce». Fu offerto alla regina Vittoria dal Dhulip Sing, ultimo sovrano dell’Impero sikh. Anche se in quegli anni, era il 1850, il piccolo maharadjah, aveva solo 11 anni ed era stato appena deposto dagli inglesi che si erano impossessati del suo regno.
La madre, Jind Kaur, reggente del figlio, fu imprigionata per un lungo periodo, e potè rivedere il figlio solo altri 11 anni dopo. Dhulip Singh, nel frattempo, fu costretto a convertirsi al cristianesimo e fu spedito in Inghilterra, dall’allora governatore, Lord Dalhousie, per essere «rieducato». Solo più tardi si solleverà  contro gli inglesi, ma ormai invano.
TAGLIATO AD AMSTERDAM  
Per ciò che concerne il celebre diamante, una volta entrato a far parte dei gioielli della corona, fu spedito ad Amsterdam per essere tagliato e lavorato per esaltarne lo splendore e la luminosità .
LA PRIMA APPARIZIONE NELLA TIARA DELLA REGINA VITTORIA  
La prima apparizione ufficiale del diamante Koh-i Noor fu incastonato su una tiara indossata dalla regina Vittoria, che amava portarlo anche come spilla.
Dopo di lei altre illustri sovrane inglesi sfoggeranno la «Montagna di luce». Le regine Alexandra e Mary di Teck, spose rispettivamente di Edoardo VII e Giorgio V, ma anche la queen Mum e l’attuale sovrana.
CAMERON NEL 2013: “NON LO AVRANNO MAI”  
Impossibile, forse impensabile che dopo circa 150 anni Elisabetta II decida di separsi dallo splendido gioiello.
Tra l’altro, nessuno dei nove discendenti di Dhulip Singh, scomparsi poi senza lasciare eredi, ha mai reclamato il prezioso Koh-i Noor. Ma continuano a tuonare gli attivisti perchè il diamante ritorni in India, tra questi anche Bhumika Singh, star di Bollywood.
Eppure, come ha ricordato Point de vue, non soltanto Lahore, capitale dell’impero sikh, non si trova più in India, ma in Pakistan, ma anche il primo ministro inglese, David Cameron, dopo un suo viaggio in India nel 2013, sembra sia stato categorico. «Non lo avranno mai».

(da “la Stampa“)

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LA RIVOLTA DEI CAMION BLOCCA LA RUSSIA MA I MEDIA NON NE PARLANO

Dicembre 23rd, 2015 Riccardo Fucile

IL TRAFFICO-LUMACA CONTRO LO ZAR PUTIN: DIRE NO A UN’IMPOSTA DI CIRCOLAZIONE DIVENTATA IL SIMBOLO DI UN PAESE AUTORITARIO

I camionisti russi sono protagonisti di proteste dalla metà  del mese scorso: chiedono l’abrogazione di una nuova tassa di circolazione entrata in vigore il 15 novembre.
La tassa, stabilita per risarcire lo Stato dei danni causati alle strade dai veicoli pesanti, è di 1,53 rubli (meno di 3 centesimi) per chilometro fino al primo marzo, per passare poi a 3,06 rubli (quasi 5 centesimi).
Al tasso di cambio attuale, da marzo andare da Mosca a Novosibirsk costerebbe circa 150 dollari in tasse, più o meno quanto viene pagato un camionista per la stessa distanza.
Per aggiungere la beffa al danno, i proprietari di camion devono installare un sistema di tracciamento per elaborare la somma da pagare, prodotto da una società  che appartiene a Igor Rotenberg, figlio di un vecchio amico del presidente Vladimir Putin.
La nuova tassa è generalmente percepita come uno strumento di corruzione.
In questo Paese dove le distanze sono enormi e l’economia dipende dalle importazioni, ci sono circa due milioni di camion.
I camionisti e gli operatori del settore hanno il potere e gli strumenti per far rallentare l’economia russa e bloccare il traffico.
Il mese scorso, i camionisti hanno cominciato a fare manifestazioni e hanno organizzato proteste.
La più popolare è diventata nota come ulitka, “la lumaca”: alcuni camionisti hanno messo i loro mezzi in tutte le corsie di una strada e poi hanno cominciato ad avanzare a passo d’uomo, costringendo il traffico a tornare indietro.
Un’altra forma di protesta, messa in atto a Chelyabinsk, negli Urali, ha costretto il traffico a fermarsi per un gruppo di persone che faceva costantemente avanti e indietro su un passaggio pedonale.
C’è un motivo per cui alcuni camionisti hanno scelto di protestare a piedi piuttosto che con il loro camion, un motivo che rimanda a una difficoltà  fondamentale di queste proteste.
Ancor più di molti dei loro connazionali, i camionisti sono in balìa della burocrazia russa: hanno patenti di guida e permessi che possono essere revocati. Un vigile urbano può togliere a un camionista i suoi mezzi di sostentamento.
Se i camionisti avessero la certezza che tutti i loro colleghi si assumessero gli stessi rischi, potrebbero ignorare il problema della polizia stradale.
Ma qui ci sono tutti i classici problemi di comunicazione e di fiducia. I sindacati russi sono deboli e spesso cooptati. La maggior parte dei media sono sotto il controllo statale. I forum online sono praticamente l’unico strumento di organizzazione e di comunicazione su cui i camionisti possono contare.
In un primo momento, i camionisti avevano minacciato di mettere in atto una protesta-lumaca sulla tangenziale che circonda Mosca il 30 novembre. Poi avevano deciso di aspettare fino al 3 dicembre, giorno in cui Putin avrebbe rivolto il suo discorso annuale al Parlamento.
Gli hanno scritto, sperando che avrebbe citato la questione nel suo discorso, ma Putin non ha menzionato i camionisti.
Quella notte, i camion hanno cominciato a riunirsi al di fuori della tangenziale di Mosca. Pochi giorni dopo, i media indipendenti hanno dato la notizia che i camionisti avevano iniziato la protesta ulitka sulla strada.
Subito la mappa del traffico lo ha confermato: verso le 4 del pomeriggio, la corsia esterna della circonvallazione sul lato nord della città  era bloccata. Poi la polizia stradale ha annunciato di aver chiuso la strada, senza motivo.
L’effetto sul traffico era lo stesso della manifestazione, ma tecnicamente l’avrebbe impedita.
Allo stesso tempo, il Parlamento ha approvato un provvedimento per diminuire drasticamente la sanzione per il mancato pagamento della nuova tassa ma non ha ridotto la tassa stessa.
Basterà  questa piccola concessione a fermare la protesta? Se non dovesse bastare, la polizia stradale sembra avere praticamente chiuso la zona di Mosca agli autocarri. Durante il fine settimana, 15 camion si sono accampati in un parcheggio Ikea a circa 10 chilometri a nord di Mosca.
Altri si sono temporaneamente stabiliti a circa 70 chilometri più a sud. La polizia impedisce agli altri colleghi di unirsi a loro ed essi stessi non possono muoversi: se escono dal parcheggio per comprare da mangiare o mettere benzina non li fanno rientrare. I moscoviti gli hanno portato cibo e nafta per poter tenere accesi i motori e scaldarsi.
Con la tangenziale chiusa per loro, i camionisti potrebbero ancora bloccare Mosca. Hanno i numeri per farlo.
Ma potrebbero essere privi dell’organizzazione e della fiducia necessarie per realizzare una protesta così complessa.
Anche se superassero questi ostacoli, i media di Stato continueranno ad ignorarli, permettendo a Putin di continuare a ignorarli anche lui.
E se la televisione non la trasmette, la protesta non sarà  una rivoluzione.

Masha Gessen
(da “The New York Times“)

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“FORZE STRANIERI IN IRAQ SARANNO CONSIDERATE OCCUPANTI, ITALIANI COMPRESI”: L’AVVISO DELLE BRIGATE SCITE HEZBOLLAH

Dicembre 18th, 2015 Riccardo Fucile

IL “BENVENUTO” ALLA NOTIZIA CHE IL GOVERNO ITALIANO INTENDEREBBE INVIARE 450 SOLDATI A TUTELA DELLA DITTA CHE HA VINTO L’APPALTO ALLA DIGA DI MOSUL

Il premier Matteo Renzi aveva affermato che i militari italiani da inviare in Iraq non combatteranno, ma dalle brigate sciite irachene di Hezbollah arriva una minaccia che non si può ignorare: qualsiasi forza straniera in Iraq sarà  considerata come una forza occupante, compresi gli italiani.
La minaccia-avvertimento lanciata dal portavoce delle Brigate sciite irachene Hezbollah, Jaafar al Husseini, arriva a stretto giro dall’annuncio del governo italiano sull’invio di 450 militari italiani a protezione dei lavori di ricostruzione della diga di Mosul, impianto il cui bando è stato vinto dalla società  italiana Trevi di Cesena.
“La nostra posizione è chiara: qualsiasi forza straniera in Iraq sarà  considerata una potenza occupante a cui dobbiamo resistere”, ha detto al Husseini commentando la notizia data da Renzi a Porta a Porta.
L’obiettivo della missione italiana a protezione della diga è impedire che i terroristi possano minare la sicurezza della zona.
Il pericolo di un crollo della struttura è stato più volte denunciato da funzionari iracheni e curdi.
La città  di Mosul si trova nella provincia nordoccidentale di Ninive ed è considerata una roccaforte dello Stato islamico, che nel paese controlla ancora alcune aree più o meno estese nella provincia ed in quella di Salah al Din e al Anbar.

(da “Huffingtonpost”)

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