Gennaio 5th, 2020 Riccardo Fucile
SI TORNI A FARE POLITICA INTERNAZIONALE, OCCORRE UNA AUTONOMIA DELL’EUROPA DAGLI INTERESSI USA
Salvatore Cannavò sul Fatto Quotidiano oggi spiega perchè l’Italia dovrebbe ritirare le sue truppe e concludere le missioni in Medio Oriente dopo l’omicidio di Soleimani da parte degli USA:
Se il gioco è cambiato, dunque, al di là dei giudizi sulla politica estera del passato e sulla dipendenza italiana da Washington, sarebbe il caso di trarre le conseguenze e, come Italia ed Europa, fare i passi necessari.
Ieri la Nato ha annunciato la sospensione della missione in Iraq basata su alcune centinaia di soldati (una dozzina gli italiani) finalizzata ad addestrare le forze armate irachene.
“La missione Nato continua, ma le attività di addestramento sono sospese”. Contemporaneamente Mike Pompeo si è detto pubblicamente “deluso”del mancato sostegno degli europei —citando solo Francia, Germania e Gran Bretagna e non l’Italia.
L’Italia però ha anche altri 926 soldati impegnati nella missione “Prima Parthica” all’interno della coalizione contro l’Isis e schierati soprattutto a Erbil e Baghdad per l’addestramento delle Forze di Sicurezza curde (Peshmerga) e irachene.
Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha ieri rimarcato l’importanza della lotta all’Isis. Ma se il gioco è cambiato sarebbe meglio prenderne atto e dare alcuni segnali chiari: ritirare le truppe italiane nella missione Nato e riconsiderare la missione anti-Isis con una maggiore autonomia europea.
Anche solo annunciare un ripensamento costituirebbe un fatto nuovo e un segnale che si torna a fare politica internazionale.
(da “NextQuotidiano“)
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Gennaio 4th, 2020 Riccardo Fucile
L’ESCLUSIONE DALLE TELEFONATE DI MIKE POMPEO EVIDENZIA L’IRRILEVANZA DELL’ITALIA CHE PURE OSPITA LE BASI NATO… DI MAIO NON E’ ADATTO PER LA FARNESINA
Se questo fosse un Paese normale, e il nostro fosse un Governo efficiente, e i capi dei partiti
fossero responsabili, come pure ripetono di essere, oggi noi discuteremmo delle possibili dimissioni del ministro degli Esteri Luigi Di Maio.
Questione non di punizione, per carità , ma di opportunità e sicurezza.
Il segretario di Stato Mike Pompeo, poche ore dopo l’assassinio del generale Qassam Soleimani, ha parlato, per spiegare le ragioni americane, con i ministri degli Esteri di
diversi paesi alleati, europei inclusi. Ma ha escluso l’Italia.
Un’omissione che nelle drammatiche circostanze di queste ore appare come una scelta gravissima, qualcosa che somiglia a un incidente politico. O no?
Qui le domande diventano tante. Al netto della possibilità che il segretario di Stato americano abbia comunicato non con il ministro degli Esteri, ma con Palazzo Chigi, o con il Quirinale (ma ci sarebbe stato detto), come mai non siamo entrati nella lista di Pompeo? Certo non sarà una svista — queste telefonate sono accuratamente preparate, persino nell’ordine in cui vengono fatte.
Se non è una svista, sarà frutto di un incidente diplomatico occorso con gli Usa, di cui non sappiamo molto? In un caso del genere avremmo comunque avuto almeno un segnale dagli Usa.
Oppure è stata una scelta di campo della Washington di Trump contro un Governo che considera non simpatizzante? Eppure, questo è il Governo sdoganato questa estate proprio da un caloroso tweet del presidente Trump in cui lodava “Giuseppi”.
Domande tante e non una risposta è arrivata da una classe politica rimasta in un silenzio quasi totale.
Salvo una breve comunicazione del ministro della Difesa Lorenzo Guerini sul fatto che per i nostri soldati all’estero “sono state innalzate le misure di sicurezza”. C’è poi un appello attribuito da fonti di Palazzo Chigi al Premier Giuseppe Conte “alla moderazione, al dialogo, al senso di responsabilità delle parti”, e un identico appello “al dialogo e alla responsabilità ” del ministro degli Esteri Luigi Di Maio.
Quest’ultimo, fotografato in attesa di un volo per tornare in Italia, ma non preoccupatevi, non ha rotto le regole M5S perchè ha preso un volo di linea. L’universo politico che ci informa con interviste permanenti, nelle ultime 24 ore non ha trovato il tempo o le idee per dire qualcosa di meglio agli Italiani, non fosse altro per rassicurarli.
È questo dunque, davvero, il punto in cui siamo? Siamo stati esclusi dalle consultazione di Washington alla vigilia di una nuova fase drammatica in Medio Oriente, dove abbiamo qualche migliaia di uomini e dove abbiamo contato non pochi morti, e dobbiamo accettare di non sapere come intendiamo muoverci?
Dobbiamo accettare che gli interessi che abbiamo in Iran siano una tomba anche della nostra inquietudine?
O più semplicemente dobbiamo immaginare come inevitabile che saremo parte di questo conflitto senza che nessuno ci spieghi esattamente nemmeno quali sono le forze in campo, qual è la differenza fra sciiti e sunniti, e fra sciiti e sciiti, fra interessi da una parte o dall’altra?
Abbiamo un problema di irrilevanza del paese che risale nel tempo di almeno un paio di decenni, mentre il ministro è entrato in carica solo a settembre, e gli Esteri non sono davvero il suo mestiere.
Ma non si può nemmeno accettare che un ministro di primissimo piano, nonchè capo politico di uno dei due maggiori partiti di governo, non assuma la responsabilità piena del suo incarico.
L’esclusione di Pompeo è uno smacco per il nostro paese, ci piaccia o meno. È il risultato, uno dei tanti, dell’instabilità e della inaffidabilità che ha contraddistinto il nostro ultimo anno e mezzo di due governi. Ma Luigi Di Maio, a sua volta, in questi suoi primi tre mesi di incarico non può vantare grandi contributi.
L’Italia ha dato segnali di recupero in Europa, ma il dossier europeo è fuori dalle mani se non della Farnesina, certo del ministro, gestito com’è nei fatti da una sorta di Troika Italiana, composta da Paolo Gentiloni, Roberto Gualtieri e David Sassoli.
Il rapporto con l’America di Trump è passato nelle mani di Palazzo Chigi e del Quirinale. Per quel che riguarda gli Stati Uniti, i primi due viaggi di Di Maio, uno a novembre del 2017 appena nominato capo politico e l’altro a marzo del 2019, si sono distinti soprattutto per la mancanza di incontri rilevanti.
Solo al seguito della visita del presidente Mattarella, nell’ottobre scorso, è riuscito a entrare alla Casa Bianca.
Sulla Cina ricordiamo, a parte le gaffe, che il tema più divisivo, Huawei e il 5G, non è nelle mani di Di Maio, ma di Palazzo Chigi e dei Servizi. Della Libia meglio non parlare.
Nel carniere del ministro degli Esteri, dunque, non ci sono grandi successi, e in un paese in cui la collocazione nei confronti degli Usa è stata alle radici di fortune e sfortune di politici, dalla caduta di Giulio Andreotti a quella di Bettino Craxi, un bilancio del genere avrebbe costituito una volta un epitaffio su una carriera.
È inutile girarci intorno. Il capo politico dei 5 stelle non è preparato per la Farnesina che, del resto, come ben si sa, è stata chiesta per lui dal Movimento 5 stelle per “rafforzare” il suo ruolo politico.
La politica estera è una specializzazione e Di Maio non ha avuto nè il tempo, nè forse la vocazione, per specializzarsi. Non a caso il suo ruolo più rilevante è quello di capo politico M5S. E infatti è il lavoro a cui si dedica indefessamente: oggi si è visto con Nicola Zingaretti per decidere sulla verifica di governo, e martedì affronterà la questione delle espulsioni dal Movimento.
Ma, e questa è la domanda, in tempi che ogni giorno diventano sempre più complicati e difficili, con altre guerre all’orizzonte, ci possiamo permettere di tenere alla Farnesina un uomo che non è tagliato, nè formato, per quell’incarico, e soprattutto che non lo esercita a tempo pieno? La risposta la conosciamo: nessun ministro si può toccare in questo Governo, meno di tutti Di Maio, pena una crisi interna.
Ma speriamo che nel suo cuore il Governo sappia la verità : che mettere le ragioni interne di un Governo davanti alla responsabilità di come viene condotta la Farnesina in epoca di scontri internazionali costituisce un grave errore politico.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 4th, 2020 Riccardo Fucile
USA “DELUSI” DAGLI ALLEATI EUROPEI: “NON UTILI COME POTREBBERO”… TRUMP SI FACCIA LA SUA SPORCA CAMPAGNA ELETTORALE CON IL SANGUE DEI SUOI MILITARI, NON CON QUELLO DEGLI EUROPEI
Nelle ore successive al raid a Baghdad in cui è stato ucciso Qassam Soleimani, Mike Pompeo ha
preso il telefono e ha fatto un corposo giro di telefonate a tutte le principali capitali mondiali per spiegare la decisione del presidente Donald Trump.
Il segretario di Stato americano ha avuto colloqui con Pechino, Mosca, Kabul, Islamabad, Parigi, Londra e Berlino.
Il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, bacchetta gli alleati europei che, a suo giudizio, non sono stati “così disponibili” come avrebbero dovuto nel comprendere le ragioni che hanno spinto gli americani a uccidere il generale iraniano Qassem Soleimani.
In un’intervista a Fox News, Pompeo ha raccontato come, all’indomani del raid, sia stato al telefono con i leader di tutto il mondo per spiegare l’attacco: “Ho parlato con i nostri partner nella regione per spiegare loro cosa stessimo facendo, perchè lo stessimo facendo, e per chiedere loro assistenza. Tutti sono stati fantastici”.
“Ma le mie conversazioni con i nostri partner in altri luoghi non sono state altrettanto positive. Francamente, gli europei non sono stati così disponibili come avrei voluto che fossero. Gli inglesi, i francesi, i tedeschi, tutti devono capire che ciò che abbiamo fatto, ciò che hanno fatto gli americani, che hanno salvato vite umane anche in Europa”.
Tranquillo che abbiamo capito benissimo: vi siete comportati come terroristi per tutelare i vostri interessi economici e far dimenticare la messa in stato d’accusa di Trump, mettendo a repentaglio la vita dei soldati italiani ed europei operativi in Iraq.
La campagna elettorale fatevela con il sangue dei vostri soldati, non con quello dei nostri.
(da agenzie)
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Gennaio 4th, 2020 Riccardo Fucile
DOMANI LE ESEQUIE A TEHERAN
Migliaia di iracheni, fra cui il primo ministro dimissionario Mahdi, partecipano a Baghdad alle esequie di Qassem Soleimani, il generale iraniano ucciso da un raid Usa, scandendo il coro “Morte all’America”. Cerimonie anche nelle due città sante sciite di Najaf e Kerbala per il generale.
Il presidente iraniano, Hassan Rohani – che si è recato in visita dalla famiglia del generale Qassem Soleimani, per portare le sue condoglianze- ha detto che “gli americani vedranno la vendetta” per l’uccisione del capo delle forze al-Quds “negli anni”
Il corteo funebre è partito dal quartiere di Kazimiya a Baghdad, roccaforte sciita nella capitale irachena, diretto verso la Green Zone, il quartiere dove si trovano gli edifici del governo e delle ambasciate e dove si terrà il funerale ufficiale.
I missili lanciati dal drone americano e che hanno polverizzato le due macchine in cui viaggiavano Soleimani e Mouhandis hanno causato in tutto dieci vittime: cinque iracheni e cinque iraniani.
Le bare dei cinque iracheni sono state portate a Kazimiya su pick-up sormontati dalla bandiera nazionale e che hanno attraversato la folla di migliaia di persone, tutte vestite di nero. I feretri dei cinque iraniani erano invece sormontati dalla bandiera della Repubblica Islamica. Alcuni tra la folla innalzavano i ritratti della Guida suprema iraniana, Ali Khamenei, o del leader libanese di Hezbollah, Hassan Nasrallah.
Dopo la parata di Kazimiya, nella Zona verde di Baghdad il funerale ufficiale alla presenza di molti leader iracheni. Poi la salma di Soleimani sarà portata anche nelle città sante per gli sciiti, Kerbala e Najaf, prima che il suo corpo venga riportato in Iran dove il generale iraniano avrà un altro funerale in patria.
Le esequie in onore del generale si terranno nella città santa di Mashad, nel nord-est del Paese, e domani mattina a Teheran, alla presenza anche della Guida Suprema Ali Khamenei, come riporta l’agenzia di stampa ‘Mehr’. Il corpo del generale sarà quindi trasferito a Kerman, la città che ha dato i natali a Soleimani.
(da agenzie)
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Novembre 18th, 2019 Riccardo Fucile
L’ASSEDIO DELLA POLIZIA ALLA ROCCAFORTE DEI GIOVANI PATRIOTI CHE NON VOGLIONO IL PAESE SVENDUTO AI CINESI… MA I SEDICENTI SOVRANISTI ITALIANI DOVE SONO? IN SILENZIO COME SEMPRE, COMPLICI DEI POTERI FORTI
Frecce, catapulte, molotov. Assedi e ultimatum. Un campo di battaglia chiamato Hong Kong. L’assedio della polizia di Hong Kong al PolyU, il Politecnico diventato la roccaforte dei manifestanti, non accenna ad allentarsi.
Dopo un braccio di ferro andato avanti per tutta la notte, alcuni manifestanti hanno provato a uscire dal campus (al cui interno si sono asserragliati dagli 800 ai mille manifestanti) ma la polizia li ha arrestati o ha lanciato lacrimogeni e i proiettili di gomma contro di loro. Gli agenti hanno invitato a più riprese i giovani ad arrendersi e intanto il governatore Carrie Lam appare sempre più defilata: oggi si è limitata a visitare l’agente ferito domenica da una freccia al polpaccio e ha invitato esplicitamente i giovani a seguire le indicazioni della polizia.
Le autorità dell’ex colonia britannica per la prima volta hanno ventilato l’eventualità di cancellare le elezioni comunali previste per il fine settimana. Uno dei tentativi di fuga dei giovani è stato ripreso in un drammatico video diffuso dall’emittente Rthk, che mostra i manifestanti correre sopra un ponte pedonale: a decine sono riusciti a fuggire, calandosi con una corda, altri sono stati arrestati e si sono consegnati alle forze dell’ordine.
Gli arresti si sono susseguiti per tutto il corso della giornata, intervallati dagli appelli della polizia alla resa. “Se abbandoneranno le armi, la polizia non userà la forza”, ha assicurato un portavoce. Ma diverse centinaia di giovani continuano l’occupazione: gli agenti hanno lasciato entrare personale della Croce Rossa per assistere i feriti, ma secondo alcuni rappresentati degli studenti, ci sarebbe anche un problema di carenza di viveri e acqua. Il dramma dell’assedio al PolyU si consuma anche fuori dal campus molti genitori, qualcuno assiepato fuori dal campus, hanno implorato l’amministrazione e la polizia di lasciare uscire indenni i loro figli dall’università accerchiata, e venti dirigenti di altre scuole superiori hanno chiesto di potere entrare all’interno del campus per il timore che ci possano essere decine di minorenni all’interno del campus. L’escalation della violenza e del caos ha causato, solo oggi, 66 feriti ricoverati negli ospedali di Hong Kong, tra i quali un uomo di 84 anni.
Nell’ultimo fine settimana sono state arrestate 154 persone, tra cui 51 persone identificate come giornalisti o personale paramedico, per il sospetto che potessero essere manifestanti.
In totale, sono 4.491 le persone arrestate a Hong Kong dall’inizio delle proteste anti-governative, di cui non si vede la fine e che stanno mettendo a durissima prova la pazienza di Pechino. “Nessuno sottovaluti la nostra determinazione a salvaguardare la nostra sovranità e la stabilità di Hong Kong”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Geng Shuang, dopo che gli Usa avevano definito “ingiustificato” l’uso della forza nell’ex colonia britannica.
Intanto, l’Unione Europea ha parlato di violenza “inaccettabile”. Anche oggi, soprattutto sul Kowloon, si sono consumati scontri a colpi di raffiche di gas lacrimogeni e di lanci di bottiglie molotov tra polizia e manifestanti con i secondi spesso impegnati in azioni diversive per distrarre gli agenti dall’accerchiamento del campus. Il clima rimane fortemente instabile: sempre sul Kowloon sono comparsi anche agenti delle squadre speciali, alcuni dei quali avvistati mentre imbracciavano armi d’assalto, i fucili M4, e in serata centinaia di persone si sono nuovamente radunate in sostegno degli studenti asserragliati al PolyU.
Allo scenario di guerriglia urbana si aggiunge lo schiaffo subito dall’amministrazione di Hong Kong: l’Alta Corte ha giudicato “incostituzionale” il divieto di indossare maschere per coprire il volto nei raduni pubblici, emesso dall’amministrazione il 5 ottobre scorso facendo ricorso a una legge di emergenza di epoca coloniale. Il tribunale ha accolto il ricorso presentato da 25 parlamentari pan-democratici contro il governo guidato da Carrie Lam.
“Una rara vittoria legale per i manifestanti di Hong Kong”, ha twittato l’attivista pro-democrazia Joshua Wong. “Assediando il Politecnico e colpendo con proiettili di gomma e lacrimogeni coloro che cercavano di fuggire, le forze di polizia di Hong Kong hanno ancora di più esasperato la tensione, anzichè cercare di allentarla”, denuncia il direttore di Amnesty International Hong Kong Man-Lei Tam ha diffuso questo commento: “Invece di fornire assistenza ai manifestanti feriti intrappolati all’interno del Politecnico, gli agenti hanno arrestato i medici che cercavano di trasferirli fuori”.
“La natura sempre più violenta delle proteste è allarmante ma dobbiamo ricordare che la principale causa è la mano dura usata nei mesi scorsi dalle forze di polizia nei confronti di manifestazioni ampiamente pacifiche. Ora è fondamentale che si eviti una tragedia”, sottolinea il direttore di AI Hong Kong.
Come ha informato il sito cattolico italiano Asianews verso le 2 di notte, mons. Joseph Ha, vescovo ausiliare di Hong Kong, insieme ad alcuni parlamentari del gruppo democratico e membri del PolyU hanno cercato di dialogare con il comandante della polizia per trovare una soluzione pacifica all’assedio.
Ma i poliziotti, accecandoli coi riflettori, li hanno avvertiti: “Andate via. Questa è una messa in guardia”. Il gruppo guidato da mons. Ha ha cercato di entrare nell’università da altre entrate, ma è stato sempre ricacciato indietro dalla polizia. La Cina ha ripetutamente avvertito che non tollererà il dissenso e c’è il timore crescente che Pechino possa inviare truppe per porre fine ai disordini: sabato i soldati dell’esercito di Liberazione Popolare cinese, di stanza a Hong Kong, sono scesi per la prima volta per le strade dall’inizio delle proteste anti-governative, ufficialmente per rimuovere i mattoni. Ma è stato comunque un impressionante sfoggio di efficienza.
“Gli studenti si stanno sempre più radicalizzando — dice ad HuffPost il professor Alessandro Politi, direttore della Nato Defense College Foundation, profondo conoscitore del ‘pianeta Cina’ – il che offre al Governo cinese l’opportunità di intervenire, ma come interverranno, è una questione aperta. I margini di compromesso sembrano esigui, perchè Pechino ha confermato la fiducia alla governatrice di Hong Kong, Cariie Lam. E le sue dimissioni erano una delle cinque richieste degli studenti”. Nei giorni scorsi il presidente cinese Xi Jinping ha usato parole molto forti, sostenendo che la crisi minaccia il modello “un Paese, due sistemi” (in base al quale Hong Kong è stata governata dopo il passaggio di consegne dalla Gran Bretagna nel 1997) e che porre fine alle violenze e ripristinare l’ordine sono “il compito più urgente”.
Concetto ribadito anche dall’ambasciatore cinese in Italia, Li Junhua, che ha avvertito: “Qualora la situazione continuasse a peggiorare, il governo centrale cinese non resterà seduto a guardare”. Nessuno dovrebbe “sottovalutare la determinazione della Cina nella difesa della sua sovranità e della stabilità di Hong Kong”: così il portavoce del ministero degli Esteri Geng Shuang, in merito agli ultimi sviluppi.
Secondo il Quotidiano del Popolo, l’organo ufficiale del Partito comunista cinese, il futuro di Hong Kong è al suo punto critico e non c’è “alcun margine” per i compromessi nella “lotta” contro i manifestanti anti-governativi. “Quello che abbiamo di fronte è la battaglia tra la tutela del principio ‘un Paese, due sistemi’ e la sua distruzione. Sulla questione, che coinvolge la sovranità nazionale e il futuro di Hong Kong, non c’è una via di mezzo e assolutamente neanche lo spazio per un compromesso”, si legge.
Pechino non esiterà a contrastare qualsiasi tentativo che minacci la sovranità , la sicurezza e l’unità nazionale. “Ogni tentativo che minacci queste 3 linee di fondo e che interferisca o possa sabotare il modello ‘un Paese, due sistemi’ è delirante, futile e destinato a fallire”. “nulla a che fare con la cosiddetta democrazia, ma mira a minare il modello ‘un Paese, due sistemi’”. Così l’ambasciatore della ex colonia britannica a Londra, Liu Xiaoming, ammonendo che Pechino “non resterà con le mani in mano se lo scenario diverrà incontrollabile”. “Abbiamo sufficiente determinazione e potere per mettere fine ai disordini”, rincara Liu, tornando a denunciare “i commenti irresponsabili” del governo britannico, sollecitato a “non interferire negli affari interni” della Cina.
Il governo britannico ha oggi ribadito, in una nota del Foreign Office, la sua grave preoccupazione per “l’escalation delle violenze” da parte sia dei manifestanti sia della polizia. “Siamo seriamente preoccupati per l’escalation delle violenze da parte sia dei manifestanti sia delle autorità attorno ai campus dell’università ”, ha fatto sapere Londra. ”È vitale che i feriti possano ricevere adeguate cure mediche e sia garantito un corridoio sicuro a chi voglia lasciare l’area”, ha aggiunto il Foreign Office prima di rilanciare un appello per “la fine della violenza e l’impegno di tutte le parti a un dialogo politico serio in vista delle elezioni per il rinnovo del Consiglio Distrettuale di domenica”.
Al di là delle dichiarazioni ultimative, resta il fatto, su cui concordano gli analisti di geopolitica, che la Cina si trova oggi di fronte a un dilemma: qualsiasi compromesso troppo poco stringente potrebbe creare un precedente che rischierebbe di estendersi alle relazioni tra Pechino e altre regioni contese come Macao, Taiwan, Tibet, Xinjiang e Mongolia interna. D’altra parte, altrettanto rischioso sarebbe agli occhi di Pechino far finta che nulla sia successo, poichè proprio nelle suddette regioni le proteste di Hong Kong potrebbero trovare facili emuli.
L’assedio al Politecnico continua, e lo spettro di una nuova Tienanmen aleggia su Hong Kong.
(da “Huffigtonpost“)
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Ottobre 28th, 2019 Riccardo Fucile
VIGILI DEL FUOCO PRIVATI A 3.000 DOLLARI AL GIORNO SOLO PER CHI SE LO PUO’ PERMETTERE
La California continua a bruciare e la situazione si sta facendo così critica da far scattare lo stato di
emergenza.
Il governatore Gavin Newsom ha annunciato che si impegna a usare “ogni risorsa a disposizione” per combattere gli incendi, per i quali sono state evacuate 200mila persone.
Tra loro anche il campione dei Los Angeles Lakers e star della Nba, LeBron James, costretto a fuggire nottetempo dalla sua dimora e a vagare a lungo in auto con la famiglia alla ricerca di una sistemazione temporanea in albergo.
Non tutti i milionari californiani hanno avuto questa problema: stando ad alcuni articoli di stampa apparsi sul New York Times e il New York Post, infatti, i più benestanti hanno ingaggiato a 3mila dollari al giorno pompieri privati a protezione delle loro proprietà .
Alcuni testimoni riferiscono di una “apocalisse”, di qualcosa “mai visto prima”. I forti venti stanno rendendo difficile gli sforzi dei pompieri, impegnati 24 ore su 24: le fiamme sono infatti contenute solo al 10% e a causa loro 2,7 milioni di abitanti sono al buio, in quello che è il maggiore blackout volontario della storia.
“Siamo in una posizione difensiva contro Madre Natura”, dice il portavoce dei pompieri, Jonathan Cox, assicurando comunque che le evacuazioni si sono svolte senza intoppi. Il timore delle autorità è che le fiamme, complici i venti, possano dilagare ulteriormente, spingendosi in aree che non bruciano da decenni e quindi con una vegetazione rigogliosa.
Nelle strutture allestite per ospitare gli evacuati, la Croce Rossa e i volontari prestano soccorso e aiuto. “Stiamo usando tutte le nostre risorse e ci stiamo coordinando con diverse agenzie per la risposta più adatta. È essenziale che coloro che si trovano nelle aree da evacuare seguano gli ordini”, dice il governatore Newsom.
I ricchi californiani per il momento non sono scossi dalle fiamme, divampate mercoledì in seguito al malfunzionamento di una linea dell’utility PG&E.
Per loro infatti, a 3mila dollari al giorno, come raccontato dai media Usa e accaduto già negli incendi del 2018 con la villa di Kim Kardashian e Kanye West, sono disponibili pompieri privati per cercare di tenere al sicuro le loro proprietà milionarie.
Non LeBron James, che ha raccontato la sua notte in fuga dalle fiamme su Twitter. L’incendio che lo ha costretto ad abbandonare la sua dimora è scoppiato nella notte tra domenica e lunedì l’autostrada 405 e potrebbe minacciare anche il Getty Center, il museo di Los Angeles che ospita preziose opere d’arte.
Non a caso il nuovo rogo è stato chiamato The Getty Fire e ha costretto il centro ad attivare le procedure di emergenza. Le autorità locali hanno deciso anche l’evacuazione obbligatoria e la chiusura delle scuole nelle vicinanze del museo.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 27th, 2019 Riccardo Fucile
I CURDI NON SI FANNO ILLUSIONI, SI TEMONO FUGHE DAI CENTRI DI DETENZIONE E RAPPRESAGLIE
A Qamishlo, Rojava, Siria del Nord Est, sono le 3 del pomeriggio quando il presidente statunitense Donald Trump conferma che Abu Bakr al Baghdadi, il leader dell’Isis, è stato ucciso in un’operazione condotta dalle forze speciali.
In strada non si parla d’altro, anche se molti non ci credono. “Magari è scappato, forse non era lui”, mormorano gli anziani mentre si avviano a fare colazione verso il bazar.
Ed è proprio qui che un’autobomba è esplosa 5 giorni fa. Nessun morto, nessun ferito. Ma è la dimostrazione che Isis è stato sconfitto ma non è finito. E anche oggi che viene annunciata la morte del suo leader, non significa che la pace sia finalmente arrivata.
Murat, un venditore di miele e formaggio sorride mentre serve i clienti come ogni giorno. Quando parla del futuro però la sua espressione cambia, si vela di preoccupazione. “Baghdadi sarà anche morto ma i miliziani ci sono ancora”.
Bali continua a guidare con gli occhi fissi sulla strada e le mani serrate sul volante. È pensieroso mentre guida verso al Hol dove un vecchio campo profughi risalente alla prima guerra del golfo ospita oggi i familiari dei combattenti di Daesh (ISIS in arabo) e dove oggi tra i foreign fighters e i miliziani locali sono trattenute anche le donne del califfato.
Adesso che il loro leader è stato ucciso si temono rappresaglie, i miliziani vorranno vendetta. A dirlo è stato anche Mazloum Abdi, comandante generale delle Forze Democratiche Siriane, che in un tweet ha definito storica e di successo l’operazione in cui è stato ucciso il Califfo.
Girando per le vie del villaggio di al Hol la tensione è evidente. Bali non è contento di fermarsi, figurarsi scendere dalla macchina. Anche i residenti hanno paura. Temono che la morte del leader dello Stato islamico possa rendere più aggressivi i tentativi di fuga dei jihadisti rinchiusi nel campo. “Abbiamo paura, anche se la città è molto controllata tutti sanno dei tentativi di fuga” racconta un uomo che si protegge dal sole sotto la tettoia del suo negozio.
Alcuni sostengono che un gruppo di miliziani ancora in libertà possano aver cercato di facilitare la fuga. Una sensazione di pericolo diffusa dunque, tanto che Redur Xelil, un ufficiale delle Forze Democratiche Siriane, ha dichiarato in conferenza stampa che da oggi il lavoro di intelligence sarà intensificato per individuare cellule dormienti in grado di compiere attentati.
Intanto però nel Rojava si aspetta. Perchè tra poche ore scade l’ultimatum che il presidente turco Erdogan ha dato ai curdi per ritirarsi dalla “safe zone”. Uno scenario che la morte di Al Baghdadi potrebbe sicuramente cambiare. In che modo, però, è ancora tutto da vedere.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 27th, 2019 Riccardo Fucile
LA STORIA DEL JIHADISMO NON FINIRA’ CON LA SUA MORTE
Da tempo era uscito dai “radar” mediatici. Di lui si erano perse le tracce. Il “Califfo” è morto tante
volte e sembrava svanito nel nulla, come nel nulla era finito il “suo” Stato islamico di Siraq. Come era avvenuto con Osama bin Laden, diventato sul finire della sua vita un’icona piuttosto che un capo operativo di al-Qaeda, così per ciò che è rimasto, e non è poco, di Daesh era diventato Abu Bakr al-Baghdadi: una voce, più che un comandante operativo. Una icona in vita. Fino a oggi.
Fonti del Pentagono, che trovano sponde presso fonti di Siria, Iraq e Iran, il “Califfo” è morto nel corso di un raid Usa nel Nord della Siria. Al-Baghdadi si sarebbe fatto esplodere per evitare la cattura. Le verifiche sono ancora in corso, a partire dall’esame del dna, decisivo per l’identificazione.
Social media e siti internet legati all’Isis non confermano ma esortano i seguaci in tutto il mondo a “continuare la jihad anche se la notizia fosse vera” definendo già il loro leader come “martire della guerra santa”.
Nel corso degli anni ci sono state molte rivendicazioni sulla morte del capo dell’Isis che però sono sempre state smentite. Ad aprile era ricomparso in un video per la prima volta dal luglio 2014, quando fu ripreso mentre parlava alla moschea di Mosul. Nel febbraio del 2018 diverse fonti Usa riportarono che il leader dell’Isis era rimasto ferito nel corso di un bombardamento aereo del maggio del 2017 e, a causa delle ferite, dovette lasciare la guida dell’Isis per almeno cinque mesi.
Ma quella guida, di fatto, il “Califfo” l’aveva dovuta lasciare da tempo. Il tempo nel quale si consumavano le sconfitte sul campo di battaglia a Raqqa, l’autoproclamata capitale dello Stato islamico, a Mosul, la città irachena da dove tutto ebbe inizio, a Kobane… Il tempo nel quale nasce l’Isis 2.0.
Quarantotto anni, Ibrahim Awwad Ibrahim Ali al-Badri al-Samarri nasce a Samarra, in Iraq in una famiglia della classe media sunnita. Laureato a Baghdad nel 1996 in Studi Islamici, fu arrestato nel febbraio 2004 dalle forze di occupazione Usa che lo rilasciarono dopo 10 mesi, ritenendolo non pericoloso.
Dopo il rilascio, entrò in contatto con al Qaeda. Nel 2010 divenne leader dell’Isis in Iraq, organizzazione che nel 2013 si diffuse nell’intero Medio Oriente. Una volta libero si avvicina ad al-Qaeda in Iraq, che diventa “Stato islamico dell’Iraq”.
Alla morte del capo Abu Omar al-Baghdadi, il 18 aprile del 2010, i vertici del gruppo nominano leader proprio Awwad che prende il nome di Abu Bakr. Un mese dopo, il 16 maggio, annuncia l’alleanza con al Qaeda, guidata da Ayman al Zawahiri. Ma poco dopo comincia a sfidare l’autorità del medico egiziano, successore di Bin Laden (ucciso nel 2011).
Con l’inasprirsi della guerra siriana nel 2013 e con il ritiro di gran parte delle truppe governative di Damasco dal nord e dall’est della Siria, gli uomini di al al Baghdadi risalgono facilmente l’Eufrate e prendono Raqqa senza colpo ferire, proprio come è successo poi con Mosul, la seconda città dell’Iraq, caduta nel giugno 2014.
Forte di successi militari ancora inspiegabili contro eserciti descritti come i più potenti della regione, il credito di al Baghdadi che ha ormai rotto con al- Qaeda – e su cui gli Usa hanno intanto messo una taglia di 25 milioni di dollari m- conquista i cuori di migliaia di giovani disadattati di mezzo mondo i
cerca di una ragione per vivere e morire. Si nasconde da cinque anni. Anni in cui ha diffuso video con i suoi sermoni, compreso quello nel quale annunciava che il Califfato avrebbe “presto conquistato Roma”. In aprile è stato pubblicato un video dell’ala mediatica dell’Isis al-Furqan che mostrava un uomo che si spacciava per Baghdadi.
Era la prima volta che Baghdadi veniva visto dal luglio 2014, quando aveva parlato nella Grande Moschea di Mosul. Il 5 luglio si mostra in pubblico per la prima volta e rivolge un’allocuzione dall’interno della Grande moschea al-Nuri. Nel sermone al Baghdadi ordinava ai fedeli musulmani riuniti di obbedirgli e si autoproclamava “Califfo” di un territorio che si estendeva dalla Siria all’Iraq, ovvero dalla provincia di Aleppo fino a quella di Diyala.
L’Isis 2.0 si decentra, affidandosi a lupi solitari, foreign fighter di ritorno e a nuovi indottrinati. Quanti operano, con diverse funzioni e gradi di responsabilità , nel contrasto al radicalismo islamico armato, condividono una preoccupazione: l’abbassamento della guardia da parte dell’opinione pubblica, come se, dopo le sconfitte subite in Siria e Iraq, lo Stato islamico sia una forza residuale, allo sbaraglio. Niente di più erroneo.
“Dobbiamo essere consapevoli che la storia del jihadismo — dice ad HuffPost Nabil El Fattah, già direttore del Centro di Studi strategici di Al- Ahram del Cairo, tra i più autorevoli studiosi arabi dell’Islam radicale armato – non finirà con al-Baghdadi così come non è finita con l’eliminazione di bin Laden. C’è un malessere profondo che investe il mondo islamico e che va anche al di là dei pur ampi confini del Grande Medio Oriente. Un malessere sociale ma anche identitario che riguarda soprattutto i giovani. D’altro canto — aggiunge El Fattah- sul piano strettamente operativo, al-Baghdadi non aveva mai presieduto alla definizione dell’azione militare di Daesh, compito che spettava agli ufficiali sunniti del disciolto esercito di Saddam Hussein, che il ‘Califfo’ aveva conosciuto durante la sua prigionia in Iraq”.
Raqqa, Mosul, Sirte, Fallujia non erano più difendibili: troppo possente la potenza di fuoco messa in atto dalle coalizioni, quella a guida americana e quella russa, per poter reggere da parte dei miliziani del Daesh. Meglio ripiegare nelle aree desertiche, come quella al confine tra Libia e Tunisia, e da lì riorganizzare le forze e coordinare gli attacchi all’Europa. E in Europa a scatenarsi non sono più solo i “lupi solidari”.
Perchè i “lupi jihadisti” agiscono sempre più in branco, si strutturano in cellule compartimentalizzate, acquisiscono elementi fondamentali per colpire attraverso la rete di siti on line legati all’integralismo islamico armato. A organizzazione decentrata, catene di comando autonome, che entrano in azione senza dover dipendere da una “cupola” o da un capo supremo. Sul piano operativo e della catena di comando, la divisione che si occupa degli attentati all’estero è una branca distinta all’interno dell’organigramma dello Stato islamico: recluta, addestra, fornisce i soldi e organizza la consegna delle armi ai combattenti del gruppo che sono pronti a compiere degli attentati. La divisione non si occupa solo degli attentati in ma anche in altri Paesi dove ci sono località turistiche frequentate dagli occidentali, per esempio la Turchia, l’Egitto e la Tunisia.
L’Isis diventa così un “marchio di fabbrica” che amplifica mediaticamente le azioni condotte dalle varie branche affiliate. Di questo “marchio” Abu Bakr al-Baghdadi era diventato la voce. Una voce che, forse, si è spenta per sempre. Trump esulta e ora può sostenere, anzitutto all’opinione pubblica interna, che la guerra all’Isis è definitivamente vinta. Uno spot elettorale. Perchè chi, anche in America, si occupa di monitorare i cambiamenti in essere dello Stato islamico, sa bene che i tentacoli dell
“piovra” jihadista sono ancora tanti e pericolosi. Non avevano più bisogno di un Capo ma di un Martire da celebrare e vendicare. Abu Bakr al-Baghdadi può far paura anche da morto
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 27th, 2019 Riccardo Fucile
SAREBBE STATO DECISIVO L’AIUTO DEI CURDI
A poche ore dall’annuncio dell’uccisione del leader dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi, il comandante in capo delle Forze democratiche siriane (Fds), composte anche di milizie curde, Mazloum Abdi, ha pubblicato un tweet i cui parlava di «un’operazione storica di successo» che era stata «portata a termine a seguito del lavoro congiunto di intelligence con gli Stati Uniti».
Pochi minuti dopo Mustafa Bali, il capo ufficio stampa delle SDF ha aggiunto ulteriori dettagli: «L’operazione di successo e efficace portata avanti dalle nostre forze è l’ennesima prova delle capacità anti-terroristiche di SDF.
I messaggi sono arrivati dopo che diverse fonti hanno confermato che un villaggio nella zona di Barisha a Idlib, nel nord della Siria, è stato bombardato per un’ora e mezza da elicotteri, seguito dalla diffusione della notizia della presenza di al-Baghdadi.
Nè Abdi nè Bali hanno confermato direttamente il coinvolgimento di Fds nell’uccisione di al-Baghdadi, ma i loro tweet potrebbero essere una conferma non-ufficiale del loro coinvolgimento.o a lavorare con i nostri partner nella coalizione globale che combatte contro il terrorismo dell’Isis».
Secondo un alto funzionario del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, intervistato dall’emittente statunitense in lingua araba al Hurra, sarebbero stati i militari del corpo èlite americano dei Navy Seal ad aver portato a segno l’operazione contro al-Baghdadi nella Siria nordoccidentale.
Parlando in anonimato, lo stesso funzionario ha attribuito ai servizi segreti americani il merito di aver confermato la posizione dell’ex leader dell’Isis. Citando fonti della Difesa, il media americano CNN aveva parlato di un coinvolgimento della CIA (Central Intelligence Agency) nell’operazione.
Dopo il primo video che mostrerebbe il risultato del raid ai danni di al-Baghdadi nella provincia nord-occidentale di Idlib, spunta un secondo filmato dei resti di una macchina andata in fiamme nelle vicinanze della presunta tana di al-Baghdadi, un’altra possibile prova del bombardamento effettuato dalle forze americane.
(da agenzie)
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