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MANOVRA, DALL’EUROPA OK CONDIZIONATO: “A MARZO NUOVO ESAME PER L’ITALIA”

Novembre 22nd, 2014 Riccardo Fucile

“NEL 2014 CI SONO STATE CIRCOSTANZE ECCEZIONALI”: PER ORA NESSUNA PROCEDURA PER IL NOSTRO PAESE… OGNI DECISIONE RIMANDATA IN PRIMAVERA

Il giudizio è arrivato prima del previsto. Con il verdetto atteso per martedì, oggi il collegio dei commissari Ue presieduto da Jean-Claude Juncker ha dato l’ok al bilancio dell’Italia, che “deve continuare nelle riforme”.
La Commissione non avvia procedure e riconosce che nel 2014 ci sono state “circostanze eccezionali“. A marzo 2015 nuovo esame per Italia, Francia e Belgio.
I commissari erano chiamati a prendere in mano tutto il delicato dossier economico. Non solo le bozze delle leggi di stabilità  quindi, ma anche il piano Juncker per gli investimenti e il futuro della governance economica che dovrebbe contenere anche quella interpretazione più estesa e chiara della flessibilità  contenuta nelle regole, che l’Italia ha chiesto a Juncker fin dalla sua elezione.
Invece su quest’ultimo fronte la decisione non è arrivata: i tecnici della Commissione non hanno trovato un accordo sul documento per l’interpretazione della flessibilità .
Il tema verrà  affrontato nuovamente la prossima settimana a Strasburgo, dove verrà  presentato anche il piano per gli investimenti.
Che allo stato attuale non ha l’indicazione di una cifra. E’ però previsto che i contributi nazionali ad un Fondo di investimenti saranno “volontari” e saranno “esclusi dal calcolo del deficit”.
La scelta dei progetti che saranno ammessi ai finanziamenti saranno valutati “da una commissione di esperti indipendenti”.
Nel piano di investimenti della Commissione è prevista la creazione di un fondo europeo per gli investimenti. I fondi e le garanzie verranno dalla Bei, dal bilancio europeo e da versamenti degli stati membri.
Questi ultimi, indicano fonti europee, “non saranno calibrati sui Pil”, ma saranno “volontari” e proporzionati agli investimenti necessari nei paesi che contribuiscono al fondo.
In ogni caso i finanziamenti dei paesi saranno “esclusi dal patto di stabilità ”.
Venerdì Pier Carlo Padoan aveva scritto alla Commissione, dicendosi “fiducioso in un chiaro appoggio”.
Il ministro ricordava l”’ambizioso” piano di riforme varato dall’Italia e gli effetti che questo avrà  su una ripresa che ancora appare “timida e fragile”.
La missiva, indirizzata al Commissario Pierre Moscovici e al vicepresidente Valdis Dombrovskis, puntava anche sul debito.
Uno dei più ”sostenibili” — diceva il ministro del Tesoro — tra i paesi europei.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA UE AVVERTE L’ITALIA: PRONTI ALLA PROCEDURA

Novembre 10th, 2014 Riccardo Fucile

LA COMMISSIONE MINACCIA UNA NUOVA CORREZIONE DA 3,3 MILIARDI SUL 2015

Palazzo Chigi tira dritto sul Jobs act e stila un calendario serrato: chiudere entro dicembre, varare i decreti attuativi sui quali sono già  al lavoro i tecnici e avere regole certe a partire dal 1° gennaio del 2015.
La posizione del governo va ad impattare sul percorso parlamentare della legge di Stabilità  che questa settimana comincia l’esame in Commissione Bilancio con l’obiettivo di consegnare il testo all’aula entro il 24 novembre, data che potrebbe slittare di un paio di giorni come spesso avviene.
Il rischio è quello di un «incrocio»: per assecondare il timing del governo potrebbe essere necessario dunque anticipare l’esame del Jobs act rispetto alla legge di Stabilità : la valutazione che viene fatta in Commissione Bilancio è che il ritardo potrebbe spostare la data di consegna della “Finanziaria” al Senato verso il 10 dicembre.
Comprimendo l’esame di Palazzo Madama. A decidere sarà  martedì la conferenza dei capigruppo in accordo con ministro dei rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi.
Naturalmente la questione non è solo procedurale: dopo la fiducia al Senato (il 9 ottobre) al Jobs act, la minoranza Pd ha detto esplicitamente che vuole modifiche, soprattutto sul tema nodale dell’articolo 18, oggetto delle agitazioni sindacali di questi giorni, e che non intende votare una nuova fiducia al Senato (fiducia che peraltro Palazzo Chigi vuole utilizzate a Montecitorio solo se necessaria).
La partita della legge di Stabilità  non ha ancora un esito scontato.
In prima linea il Tfr in busta paga, al quale Palazzo Chigi non vuole rinunciare, ma che il Tesoro ha già  annunciato di essere pronto a cambiare.
L’intervento che sembra più gettonato è quello di ridurre le tasse a chi chiede l’anticipo instaurando una neutralità  fiscale con chi riscuote a fine rapporto.
L’altra ipotesi di cambiamento, peraltro chiesta da tutti i gruppi parlamentari, riguarda la riduzione delle tasse sul rendimento dei fondi pensione.

Roberto Petrini
(da “La Repubblica”)

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JUNCKER ROTTAMA RENZI: LA MANOVRA TORNA A RISCHIO

Novembre 5th, 2014 Riccardo Fucile

RENZI COME FRACCHIA: VOCE GROSSA IN ITALIA, SCODINZOLA IN EUROPA

Doveva succedere ed è successo: le parole spot con cui Matteo Renzi struttura la sua comunicazione “politica” interna sono sbarcate a Bruxelles, dove — come qui — trovano evidentemente più conveniente discutere sulle parole che sulle cose.
La scena si svolge all’incontro tra Jean-Claude Juncker, nuovo capo della Commissione europea, e i capigruppo dell’Europarlamento: “Vorrei sapere, presidente Juncker, cosa pensa del premier italiano che non vuole farsi dettare la linea dai tecnocrati di Bruxelles”, parte il numero 1 del Ppe, Manfred Weber, parlando di posizione “inaccettabile” (segue scontro col capogruppo dei socialisti, l’italiano Pittella).
“Devo dire al mio caro amico Renzi che io non sono il presidente di una banda di burocrati, forse lui lo è”, è la replica un po’ infantile di Juncker: “Io sono il presidente della Commissione europea che è un’istituzione non meno legittimata rispetto ad altre” (seguono lamentele anche su David Cameron, che si rifiuta di aumentare di 2,1 miliardi il suo contributo all’Unione).
Segue velata minaccia: “Se la Commissione avesse dato ascolto ai burocrati il giudizio sulla manovra italiana sarebbe stato molto diverso…”.
Infine il presidente dell’esecutivo Ue lascia anche intendere perfidamente che Renzi sia pure un po’ vigliacco: battagliero in pubblico e assai meno nelle riunioni formali (“i Consigli europei servono per risolvere i problemi, non per crearli: io prendo sempre appunti durante le riunioni, poi sento le dichiarazioni fuori e spesso i testi non coincidono”).
Toni mai sentiti nemmeno mentre a Bruxelles tentavano di far fuori Silvio Berlusconi e che non saranno senza esiti — dicono fonti qualificate — nel momento in cui il confronto sulla manovra entrerà  nel vivo: tra le altre cose, per dire, alla Commissione non è piaciuto affatto che un premier che fa propaganda sulla necessità  degli investimenti, poi usi 4 miliardi di fondi europei per coprire le sue misure.
Matteo Renzi, per parte sua ha continuato a fare il bullo.
Su Twitter: “Per l’Italia pretendo rispetto”. Poi a Ballarò, su Raitre: “È cambiato il clima. In Europa non vado col cappello in mano, non vado a Bruxelles a farmi spiegare cosa fare: l’ho detto anche a Barroso e Juncker”.
Magari i due non hanno capito, visto la fretta con cui il governo la scorsa settimana s’è affrettato ad obbedirgli sull’ulteriore taglio dello 0,3% del deficit, ma tant’è.
Più diplomatico Sandro Gozi, il sottosegretario (prodiano) che ha la delega ai rapporti con l’Unione: “Nessuno dice che Juncker sia un tecnocrate, ma è bene che non dia troppo ascolto ai tanti tecnocrati che lo circondano”. Frase che, volendo malignare, testimonia di una certa preoccupazione di palazzo Chigi su quanto “i tecnocrati” potrebbero ancora combinare.
La commissione peraltro, e l’ex presidente dell’Eurogruppo Juncker in testa, deve fare i conti con l’esito delle politiche che ha sponsorizzato (e sponsorizza).
Le previsioni autunnali dello stesso esecutivo confermano lo stato comatoso dell’economia del continente e rivedono al ribasso le stime di crescita rispetto a quelle di primavera: l’aumento previsto del Pil dell’Eurozona nel 2015 — ai paesi con la propria moneta va un po’ meglio — viene assai ridimensionato (da +1,8 a +1,1%), mentre le due economie maggiori vedono addirittura dimezzata la loro performance (la Francia dall’1,5 allo 0,7%, la Germania dal 2 all’1,1%). Pure l’inflazione è destinata a rimanere troppo bassa.
Per questo il falco Jyrki Katainen si appella a Berlino: “Per il bene della stessa Germania ha senso investire in ricerca e sviluppo e in infrastrutture”. Come al solito, in queste previsioni della Commissione, tra due anni inizia la pacchia e si torna a crescere. Forse: “Rischi al ribasso sono legati all’ulteriore slittamento della domanda esterna”.
Quanto all’Italia, invece, le previsioni non sono piacevoli comunque: crescita anemica, debito verso il record del 133,8% del Pil nel 2015, disoccupazione che resta attorno al 12,5%, deficit in discesa (dal 3 di quest’anno al 2,2% del 2016) ma troppo piano secondo Bruxelles, che però è felice perchè la bilancia dei pagamenti con l’estero continua a essere in attivo (è così che si pagano i debiti).

Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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“CAPO DI BANDA DI BUROCRATI? IO NO, FORSE TU SI'”: E JUNCKER SBEFFEGGIA RENZI

Novembre 4th, 2014 Riccardo Fucile

DURA RISPOSTA DEL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE: “L’EUROPA MERITA RISPETTO: SE AVESSIMO DATO ASCOLTO AI BUROCRATI, IL GIUDIZIO SUL BILANCIO ITALIANO SAREBBE STATO BEN DIVERSO”

“Devo dire al mio caro amico Matteo Renzi che io non sono il capo di una banda di burocrati, forse lui lo è. Io sono il presidente della Commissione Ue, istituzione che merita rispetto, non meno legittimata dei governi”.
Così Jean Claude Juncker, appena insediato alla presidenza del nuovo esecutivo europeo, ha risposto a una domanda del capogruppo del Ppe al Parlamento europeo Manfred Weber che gli chiedeva un commento alle parole del premier Matteo Renzi. Il quale, a margine dell’ultimo Consiglio europeo, ha attaccato “tecnocrazia e burocrazia di Bruxelles”.
“Se la Commissione avesse dato ascolto ai burocrati il giudizio sul bilancio italiano sarebbe stato molto diverso“, è stata la velenosa replica di Juncker.
Chiaro riferimento al via libera preventivo incassato il 29 ottobre dalla legge di Stabilità  firmata da Renzi e dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.
Insomma, uno scontro in piena regola.
E dire che, a cavallo della presentazione della manovra italiana, Juncker era considerato dal presidente del Consiglio una specie di asso nella manica.
L’uomo sulla cui sponda l’ex sindaco di Firenze pensava di poter contare per evitare la “bocciatura” minacciata dal predecessore Josè Manuel Barroso.
Con cui non sono mancate esplicite polemiche, ultima della lista quella seguita alla pubblicazione sul sito del Tesoro della lettera in cui l’allora commissario agli Affari economici Jirky Katainen (ora vicepresidente di Juncker) chiedeva chiarimenti su alcuni punti del piano di bilancio per il 2015.
Ora la situazione è ribaltata. Juncker risponde all’inquilino di Palazzo Chigi con evidente fastidio.
Pessimo preambolo nel giorno in cui la Commissione ha diffuso le nuove previsioni d’autunno, non buone per l’Italia, alla cui luce le manovre di bilancio dei Paesi membri saranno valutate in modo più approfondito.
E Katainen ha già  avuto modo di spiegare che l’assenza di “deviazioni significative” dalle regole del Patto di stabilità  non mette al riparo da eventuali richieste di “ulteriori misure o correzioni”.
Quanto al “forse lui lo è”, il rimando è all’apparente asse italo-britannico emerso durante l’ultimo dell’ultimo Consiglio Europeo, lo scorso 24 ottobre.
Quel giorno Renzi ha detto che il problema dell’Europa non sono gli extra-costi sul bilancio Ue ma, appunto, “la tecnocrazia e la burocrazia”.
Poco prima il capo del governo italiano era stato citato dal premier britannico David Cameron, che gli aveva attribuito la definizione “arma letale” per indicare i 2,1 miliardi in più richiesti da Bruxelles al Regno Unito per l’aggiustamento del bilancio: “Cito la reazione del premier italiano quando queste cifre sono state presentate: ha detto che questo non è un numero, ma un’arma letale”.
Lo stesso Renzi poco dopo ha rettificato sostenendo di non aver mai parlato di “arma letale”. Ma il danno, evidentemente, era fatto.
Tornando all’oggi, a dare il la al nuovo numero uno della Commissione è stato Weber, che gli ha chiesto “cosa pensa del premier italiano che non vuole farsi dettare la linea dai tecnocrati di Bruxelles”.
Anticipando di ritenere “inaccettabile” quella posizione.
Da lì la replica piccata. Non prima che intervenisse anche Gianni Pittella, presidente del gruppo dei socialisti e democratici europei, che ha difeso l’esecutivo italiano dicendo che “quello che valgono sono le decisioni finali, non le espressioni che si usano”.
Juncker ha poi spiegato di essere “sempre stato convinto che i Consigli europei servano per risolvere i problemi, non per crearli. Personalmente prendo sempre appunti durante le riunioni, poi sento le dichiarazioni che vengono fatte fuori e spesso i due testi non coincidono”.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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LEGGE STABILITA, LA UE AVVISA RENZI: “NON SONO ESCLUSE ALTRE PROCEDURE”

Ottobre 29th, 2014 Riccardo Fucile

DALLE UE IN ARRIVO 43 MILIARDI DI FONDI DA QUI AL 2020: CERCHIAMO DI SPUTTANARLI COME SEMPRE

“L’Italia sta facendo cambiamenti importanti, ora bisogna vedere se saranno attuati”. Così il commissario agli Affari economici dell’Unione europea e vicepresidente in pectore della Commissione, Jyrki Katainen, torna sul via libera alla legge di Stabilità  da parte di Bruxelles.
Un ok che però non allenta la tensione sul Belpaese: “Il fatto che non abbia riscontrato serie deviazioni dalle regole del Patto, non significa che i piani lo rispettano appieno, non pregiudica la nostra analisi finale e non esclude che la Commissione possa adottare procedure nell’ambito del Patto”.
Tagli ai Comuni. Per la Stabilità  il tempo delle politiche è tutt’altro che finito.
Oggi sulle barricate tornano i Comuni, per i quali la Finanziaria 2015 pesa “non per 1,2 miliardi, come è stato detto finora, ma per 3,7 miliardi”.
Lo ha detto il presidente dell’Anci, Piero Fassino, intervenendo all’assemblea dei presidenti di Provincia e annunciando che oggi pomeriggio al governo chiederà  “una forte correzione alla legge di stabilità “.
Le decisioni di Bruxelles.
Tornando all’Europa, per Katainen la valutazione della Stabilità  si baserà  sulle previsioni economiche d’autunno e terrà  conto delle opinioni dell’esecutivo di Bruxelles sull’outlook macroeconomico, delle misure prese dai governi e dai rischi legati all’attuazione del bilancio.
La valutazione, ha concluso, dirà  “se misure addizionali o sostitutive saranno necessarie per assicurare il pieno rispetto del Patto”.
Per Katainen non si può quindi escludere che la Commissione “debba adottare ulteriori misure sotto la procedura per deficit eccessivo per alcuni Stati membri”.
Il commissario ha poi rincarato la dose quando ha sottolineato che “la situazione economica è cambiata in quest’ultimo anno”, ma “non possiamo cambiare retrospettivamente gli impegni”, quindi “non cambiamo le regole per quest’anno, e se mi chiede se i Paesi eviteranno sanzioni per quest’anno a causa delle prospettive cambiate, la risposta è no”.
Un modo per dire che la recessione non è una buona scusa per deviare dagli obiettivi, in classico stile da “falco”.
Fondi Ue, 43 miliardi dal 2014 al 2020.
Mentre continuano queste frizioni, l’Italia ha incassato l’approvazione dell’accordo per l’assegnazione dei fondi strutturali Ue per il periodo 2014-2020.
Si tratta di programmi da un valore complessivo di circa 43 miliardi, in linea con il periodo precedente.
Di questi, 32,2 miliardi proverranno dai fondi della politica di coesione (erano circa 28 miliardi nel 2007-2013), 10,4 di quelli per lo sviluppo rurale e 537,3 milioni per il settore marittimo e della pesca.
I fondi europei serviranno a cofinanziare i progetti regionali approvati, con la condizione che siano accompagnati da un piano di rafforzamento amministrativo.
Dato che la Commissione ha riscontrato nell’inefficienza della pubblica amministrazione uno dei fattori principali di cattiva spesa dei fondi europei, all’Italia si impone l’obbligo di snellire la burocrazia.
Indicazione, questa, che risponde peraltro a una delle raccomandazioni avanzate da Commissione e Consiglio Ue indipendentemente dal nuovo ciclo di programmazione sui fondi strutturali.
Dal canto suo, l’Italia dimezzerà  la quota di co-finanziamento dei fondi dal 50 al 25%, anche per liberare dal patto di stabilità  interno quei soldi che avrebbero rischiato di bloccare pure gli stanziamenti europei.
All’interno dell’accordo mancano ancora all’appello i programmi di Campania, Calabria e Sicilia, ultimi in assoluto in Ue assieme ad un programma svedese, nell’ambito delle politiche di coesione.
Tra le altre cose, si segnala l’incremento di fondi per la Banda larga, che sarebbero potuti finire altrove.

(da “la Repubblica“)

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ECCO LA LETTERA UE: “L’ITALIA DEVIA DAGLI OBIETTIVI BILANCIO, CHIARISCA IN 24 ORE”

Ottobre 23rd, 2014 Riccardo Fucile

LEGGE DI STABILITA’: IL GOVERNO DOPO GIORNI DI TRATTATIVA NON E’ RIUSCITO A CONVINCERE L’UNIONE EUROPEA

L’Italia ha deciso di intraprendere «una deviazione significativa» dal percorso di avvicinamento per l’obiettivo di bilancio a nel 2015.
Lo scrive la Commissione europea, in una lettera inviata al governo italiano in merito alla legge di stabilità .
La Commissione Ue chiede una risposta entro 24 ore. La Commissione ha inoltre sottolineato la necessità  di venire a conoscenza di «come l’Italia potrebbe garantire il pieno rispetto dei suoi obblighi di politica finanziaria» per il 2015.
«Dall’analisi preliminare, sulla base dei conti degli uffici tecnici della Commissione Ue, l’Italia programma una significativa deviazione dagli aggiustamenti richiesti per centrare l’obiettivi di medio termine (il pareggio ndr) nel 2015» scrive la Commissione europea.
«La Commissione intende continuare il dialogo costruttivo con l’Italia per arrivare alla valutazione finale» della manovra e «gradirebbe il vostro punto di vista non appena possibile e preferibilmente entro il 24 ottobre».
Questo «per consentirci di tener conto delle valutazioni italiane nella prossima fase» aggiunge nella missiva Bruxelles.
Sostanzialmente sono due i punti che il commissario Ue, Jyrki Katainen, chiede all’Italia di spiegare: «Perchè l’Italia programma di non rispettare il patto di stabilità  nel 2015» e «come assicurerà  un pieno rispetto degli obblighi della politica di bilancio nel 2015».
Nella lettera, Katainen rileva che l’Italia viola i vincoli europei del Patto di stabilità  rinviando il pareggio di bilancio strutturale al 2017 e rallenta il percorso di riduzione del debito/Pil nei prossimi anni.
Katainen, già  premier finlandese, è responsabile Ue per il lavoro, la crescita, gli investimenti e la competitività  cioè ha la supervisione di tutti i principali portafogli economici, mentre commissario per gli Affari economici è il francese Pierre Moscovici.

(da “il Corriere della Sera“)

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LA MERKEL FRENA BARROSO E SALVA L’ITALIA: “ALLEGGERITA” LA LETTERA DI CHIARIMENTI

Ottobre 23rd, 2014 Riccardo Fucile

EVITATO L’EUROSHOCK CHE AVREBBE MESSO L’ITALIA ALL’ANGOLO, MA LA MANOVRA VA RIVISTA

È intervenuta anche Angela Merkel per bloccare la sortita di Josè Manuel Barroso contro l’Italia.
Il presidente della Commissione Ue — a otto giorni dalla sua uscita di scena dopo dieci anni senza guizzi a Bruxelles — voleva lo scalpo italiano per rilanciare la sua carriera politica in Portogallo.
Ma la levata di scudi dei colleghi, del suo successore, Jean Claude Juncker, e di diverse Cancellerie sembra averlo stoppato.
E così la lettera con i rilievi alla Legge di Stabilità  è stata riscritta, ragion per cui nella tarda serata di ieri si prevedeva che sarebbe arrivata a Roma nella notte o oggi di buon mattino, con diverse ore di ritardo rispetto alla scadenza prevista.
Il testo originario della missiva sull’Italia non lasciava vie d’uscita a Roma, avrebbe portato automaticamente a una bocciatura il 29 ottobre, data in cui la Commissione deciderà  quali Leggi di Stabilità  dei governi di Eurolandia affondare e quali salvare.
Le correzioni ingiunte erano insostenibili: non solo la richiesta di chiarimenti sulle coperture della manovra da 36 miliardi, ma anche il diktat a tagliare di otto miliardi il deficit strutturale (0,5%) nel 2015.
E dulcis in fundo il rifiuto di riconoscere all’Italia le circostanze eccezionali (recessione, deflazione e riforme) previste dal Patto e dunque il no allo slittamento del pareggio di bilancio al 2017.
Il che avrebbe portato alla richiesta di azzerare il deficit strutturale l’anno prossimo, con un intervento da decine di miliardi in grado di mandare al tappeto l’economia italiana e l’intera area euro.
La rivolta è scattata l’altro ieri, quando lo stesso staff del commissario agli Affari economici, il finlandese Katainen considerato un falco vicino alla Merkel, riconosceva che una simile richiesta avrebbe potuto causare «uno shock sistemico» a tutta l’eurozona.
La stessa Cancelliera sarebbe intervenuta per stoppare Barroso.
Così come Juncker, che dopo la fiducia ottenuta ieri dall’Europarlamento il 1 novembre prenderà  il timone della Commissione.
E infine il presidente del Consiglio europeo, Van Rompuy, che insisteva di non mandare la lettera a Roma per evitare che monopolizzasse l’attenzione del summit europeo che si apre questa sera a Bruxelles.
L’ipotesi che dunque circolava ieri mattina era di non mandare proprio l’early warning all’Italia per la violazione delle regole europee (restiamo sotto il 3% del deficit, ma non correggiamo abbastanza la sua rotta facendo lievitare ancora il debito).
Ma non mettere nero su bianco i dubbi sulla manovra avrebbe precluso a Bruxelles la possibilità  di bocciare il testo mercoledì prossimo, un aiuto forse eccessivo a Roma.
Così nel pomeriggio di ieri è arrivato il compromesso: mandare la lettera, ma alleggerita.
Così il testo è stato limato fino all’ultimo, anche con una videoconferenza tra Roma e Bruxelles e una serie di telefonate tra Padoan e Katainen, che firmerà  di proprio pugno la missiva (sono altri quattro i governi che la riceveranno a mo’ di cartellino giallo).
A Roma nella tarda serata si dicevano fiduciosi che la lettera non avrebbe contenuto diktat insostenibili, pur chiedendo chiarimenti sulle coperture oltre a spiegazioni sulla previsione di crescita dello 0,6% il prossimo anno e sul perchè Roma nel 2015 taglierà  il deficit strutturale solo dello 0,1% e non dello 0,5 richiesto a tutti.
Intanto i governi nel mirino studiano le vie d’uscita per evitare la bocciatura.
Se la Francia sembra avere già  raggiunto un accordo, l’Italia nonostante la lettera spera di evitare la bocciatura tra una settimana e negoziare direttamente con Juncker.
«Mi sembra improbabile — spiegava il sottosegretario Gozi — che l’Italia possa essere in una situazione di grave inadempienza».
E questo risponderà  il governo a Bruxelles, cioè che le circostanze eccezionali ci mettono in regola.
Ma già  si mette in conto di dover usare parte dei 3,4 miliardi lasciati come riserva nella manovra per tagliare il deficit dello 0,25-0,35%. Non di più.
E ieri circolava un’ipotesi che alla fine potrebbe togliere le castagne dal fuoco per tutti: mantenere la richiesta di un taglio del deficit dello 0,5% ma poi smussarla con una serie di clausole tecniche legate al modo in cui si conteggia il co-finanziamento dei fondi Ue e contando i fattori positivi per la crescita nella manovra.
Il che di fatto porterebbe ad un aggiustamento effettivo dello 0,25% che permetterebbe all’Italia di chiudere la partita con un paio di miliardi, come messo in conto dal governo.
Ma tutto è ancora da vedere.

Alberto D’Argenio
(da La Repubblica”)

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NO ALLA SECESSIONE, MA ORA IL REGNO UNITO CAMBIERA’

Settembre 19th, 2014 Riccardo Fucile

L’ESITO DEL VOTO AVRA’ RICADUTE COSTITUZIONALI E POLITICHE

Gli indipendentisti sono stati sconfitti ma Regno Unito da oggi è diverso.
L’esito del voto avrà  importanti ricadute costituzionali e politiche. La secessione è scongiurata ma gli equilibri del potere subiranno un profondo cambiamento. Ci sarà  un altro Regno Unito.
David Cameron ha il merito di avere accettato la sfida, ritenendo il referendum separatista un esercizio naturale di democrazia, visto che lo chiedeva il primo partito scozzese.
Sia il premier britannico sia il leader dell’opposizione Ed Miliband hanno commesso però un grave errore: hanno sottovalutato gli indipendentisti, la loro crescente capacità , con toni moderati, mai volgari e folkloristici, di toccare le corde passionali del nazionalismo.
Non un populismo verboso e arrogante, semmai l’orgoglio politico con solide radici storiche e culturali, unito a pragmatismo e intelligenti strategie comunicative.
Così la separazione della Scozia è stata davvero vicina
I più alti dirigenti della amministrazione statale avevano ammonito Downing Street sin da gennaio che l’abile Alex Salmond, il «first minister» di Scozia, stava recuperando terreno e che il quadro si stava modificando.
E pure i leader laburisti scozzesi avevano riportato a Londra le medesime preoccupazioni, segnalando che una parte partito si andava schierando per il sì.
Ma soltanto nelle ultime due settimane David Cameron e Ed Miliband si sono svegliati dal torpore promettendo una più ampia devoluzione alla Scozia, specie in materia fiscale e hanno recuperato al fotofinish.
A livello costituzionale e istituzionale la conseguenza è evidente: sarà  inevitabile allargare gli spazi di sovranità  della Scozia (l’hanno giurato Cameron, Miliband e Clegg ai 4 milioni e 400 mila elettori), a cominciare dalle tasse e dal welfare.
E ciò significa viaggiare verso una Londra e un parlamento di Westminster meno dominanti politicamente, tenuto pure conto delle inevitabili spinte che arriveranno dall’Irlanda del Nord e dal Galles e tenuto conto che molti fra gli unionisti scozzesi hanno votato «no» in forza della promessa di una più ampia delega di poteri.
La Scozia resta ma in un nuovo Regno Unito.
Questa considerazione, condivisa da tutti gli analisti, porta a una seconda ricaduta che è politica e che tocca sia David Cameron sia Ed Miliband.
La prospettiva di una devoluzione ampliata viene contestata da almeno un centinaio di deputati conservatori inglesi i quali prefigurano scenari di ribellione al loro premier e la dura opposizione ai Comuni.
Dopo le insubordinazioni sui matrimoni gay, dopo le fibrillazioni antieuropee, dopo le rincorse allo Ukip, ora la devoluzione: i conservatori sono sull’orlo della crisi di nervi. Alla vigilia delle elezioni non è un segnale rassicurante per Cameron che punta alla riconferma.
E non è che stiano meglio i laburisti. L’incubo indipendenza li ha allarmati e divisi. Con la secessione Ed Miliband avrebbe perso ogni speranza di andare a Downing Street dato che la Scozia è un fortino laburista.
Con l’unione confermata e con la devoluzione, invece, cresce e si moltiplica il «peso» condizionante dei 41 parlamentari laburisti scozzesi oggi presenti a Westminster: saranno determinanti negli equilibri numerici nel caso in cui Ed Miliband riuscisse a vincere le consultazioni generali della prossima primavera.
Questo referendum cambierà  gli assetti e la bilancia del potere nel Regno Unito.
Una storia, una storia importante, è alla spalle. E un’altra sta per cominciare.

Fabio Cavalera
(da “il Corriere della Sera”)

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REFERENDUM, LA SCOZIA DICE NO: 55,3% CONTRO 44,7%

Settembre 19th, 2014 Riccardo Fucile

AFFLUENZA RECORD, LA STERLINA VOLA, CAMERON RESPIRA

La Scozia ha detto no all’indipendenza, e lo ha fatto in maniera decisa, al termine di uno storico referendum che ha spaccato la nazione e tenuto la Gran Bretagna e l’Europa con il fiato sospeso: 55.3% agli unionisti contro il 44.7% degli indipendentisti.
Il risultato, certificato dalla commissione elettorale nella capitale Edimburgo, ha infranto il sogno di Alex Salmond, leader indipendentista che ha trascinato la Scozia alle soglie di una decisione storica.
“Accetto il verdetto del popolo e invito tutti gli scozzesi a fare altrettanto”, ha detto. David Cameron ha tirato un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo: Il Regno Unito resta tale, l’unione tra Scozia e Inghilterra sancita tre secoli fa continua.
“La questione è risolta per una generazione,” ha detto il Primo Ministro britannico in una dichiarazione a Downing Street.
“Non ci sono discussioni, non ci sono ripetizioni”, ha aggiunto Cameron, che ha comunque salutato l’esercizio democratico degli scozzesi e ribadito la promessa di maggiori poteri non solo alla Scozia ma alle altre nazioni che compongono il Regno Unito: Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord.
A scrutinio concluso il no ha preso oltre due milioni di voti contro un milione e seicentomila preferenze per il sì.
Il voto ha anche fatto registrare record di affluenza per la Scozia: circa l’85% dei 4.2 milioni che si erano registrati per votare si sono recati alle urne.
Mentre gli indipendentisti piangono per aver fallito un’occasione storica, gli unionisti riuniti nella sede di Glasgow esultano.
Il leader del no Alistair Darling ha parlato di “notte straordinaria” e ha invitato gli scozzesi all’unità  dopo una campagna elettorale che ha infuocato gli animi.
Il drammatico spoglio, durato tutta la notte, è stato seguito con un misto di apprensione e speranza da tutto il Paese, con centinaia di scozzesi riuniti nei pub rimasti aperti per l’occasione.
I primi dati sono arrivati dalle più piccole e remote contee della Scozia, e il trend è apparso subito favorevole agli indipendentisti.
La prima vittoria per il sì è arrivata dopo sette aree scrutinate nel collegio di Dundee, roccaforte indipendentista nota come ‘Yes City’, dove il sì ha registrato il 57,35% contro il 42,65% del no.
Anche Glasgow vota per l’indipendenza, 53.5% contro 46.5%. Ma non basta. In mattinata arriva anche il dato di Edimburgo, che vota convintamente per gli unionisti, 61% al no contro il 39% del no.
Gli indipendentisti, che promettevano un Paese sovrano, prospero e ancorato alla sterlina e alla casa reale, avevano compiuto una clamorosa rimonta e sembravano ad un passo dal successo.
La loro è stata una campagna più aggressiva e intraprendente, ma alla fine ha prevalso la “maggioranza silenziosa” preoccupata per i rischi economici e l’incertezza politica che l’indipendenza avrebbe potuto comportare.
In Europa tutti i Paesi in cui esistono rivendicazioni separatiste avevano gli occhi puntati sulla Scozia.
Più di tutti la Spagna, dove la Catalogna ha già  convocato, nonostante l’ostilità  di Madrid e l’irrilevanza giuridica, un suo referendum indipendentista per il 9 novembre. Faceva il tifo per il sì anche la Lega in Italia, con il segretario Matteo Salvini arrivato in Scozia.
Il quesito sulla scheda chiedeva semplicemente: “Dovrebbe la Scozia essere un Paese indipendente?”
Ma il voto ha costretto gli elettori a confrontarsi con la fondamentale questione della loro identità  e senso di appartenenza: Sono più le cose che ci dividono dalla Gran Bretagna o quelle che ci uniscono?
Una studentessa di 18 anni al suo primo voto, Shonagh Munro, racconta: “Mia madre è inglese, mio padre scozzese, sono nata a Glasgow, studio a Edimburgo. Mi definisco scozzese ma sono orgogliosa di far parte del Regno Unito e non ci rinuncerei per nulla al mondo”.
Giovedì le urne sono state aperte della 7 alle 22 ora locale, quindici ore per decidere se separarsi per sempre dalla Gran Bretagna o mantenere intatto un legame che dura dal 1707.
A Edimburgo e in molte altre città  le file erano cominciate ancor prima dell’apertura dei seggi, mentre volontari distribuivano bandierine e spillette agli angoli delle strade cercando di convincere gli indecisi.
Per alcuni votare per l’indipendenza è stato il sogno di una vita, adesso spezzato. “Sono nazionalista da quando ho 13 anni,” aveva detto Tommy Moore, 59 anni, spilletta “YES” appuntata sulla maglietta.
“Gli unionisti dicono di amare la Scozia ma sono dei traditori”.

Alessandra Rizzo
(da “La Stampa”)

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