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DOPO DUE ANNI SI FERMA LA LOKOMOTIVA GERMANIA: PAESI EUROPEI FERMI E BERLINO NON ESPORTA PIU’

Agosto 14th, 2014 Riccardo Fucile

LA FRANCIA A CRESCITA ZERO… COLPO DI SOLE DI RENZI AL SUD: “TRASCINEREMO NOI L’EUROPA FUORI DALLA CRISI”

La locomotiva Germania rallenta.
Per la prima volta dopo due anni il Pil tedesco registra uno -0,2% nel secondo trimestre 2014.
Il dato è peggiore delle attese che indicavano una possibile flessione del -0,1%.
La crescita del primo trimestre rispetto all’ultimo del 2013 è stata rivista dal +0,8 al +0,7%. Il rendimento del bund, il titolo di Stato decennale, crolla sotto l’1% su attese crescenti per ulteriori misure da parte della Bce per venire in soccorso ai governi con misure non convenzionali pro-crescita: è la prima volta mai registrata dalle serie storiche.
Quelle che arrivano da Berlino non sono le uniche brutte notizie sul fronte della ripresa.
Oggi l’Eurostat ha diffuso le stime sull’economia dell’Eurozona: nei 18 Paesi la crescita è ferma e sale dello 0,76% su base annua.
Le previsioni degli analisti erano di una crescita trimestrale dello 0,1%.
Nell’Unione europea a 28 paesi il Pil cresce dello 0,2% trimesterale e dell’1,2% annuale.
Ma oltre al prodotto interno lordo, che è fermo anche in Francia, a far paura è lo spettro deflazionistico: dopo il Portogallo (-0,7%) anche la Spagna segna un’inflazione negativa (-0,4%).
A livello europeo si registra un nuovo calo dal 0,5% di giugno al 0,4% di luglio.
I dati del Pil nel secondo trimestre, diffusi questa mattina dall’istituto di statistica Insee, segnano che l’economia francese è ferma per il secondo trimestre consecutivo. Il dato invariato rispetto al trimestre precedente segue la crescita zero già  registrata nel primo trimestre dell’anno rispetto all’ultimo trimestre del 2013. L’economia francese ristagna e il governo si prepara a rivedere le stime per il 2014.
Il ministro delle finanze, Michel Sapin, ha scritto sul quotidiano Le Monde che per l’anno in corso la previsione di crescita sarà  ridotta dall’1% allo 0,5%. Come conseguenza Parigi mancherà  l’obiettivo di deficit-Pil al 3,8%.
La nuova stima è un rapporto superiore al 4%. Sapin sollecita risposte dall’Europa, dal rafforzamento dell’azione della Bce ad un adattamento delle regole di budget alla situazione economica, quindi maggiore flessibilità  rispetto ai vincoli che gravano sui conti pubblici.
Arriva a stretto giro la replica di Francoforte.
A parlare è la Banca centrale europea nel suo bollettino mensile dove cita fra i rischi anche una «domanda interna inferiore alle attese» e invita i governi a «riforme strutturali».
Riforme strutturali che «dovrebbero mirare innanzitutto a promuovere gli investimenti e la creazione di posti di lavoro», e i Paesi dell’Eurozona dovrebbero «procedere in linea con il Patto di stabilità  e crescita senza vanificare i progressi conseguiti», risanando i bilanci «in modo da favorire l’espansione economica», scrive la Bce.
Per quanto riguarda l’allarme deflazionistico (le nuove stime danno l’inflazione al 0,7% nel 2014) la Bce dice di essere pronta a fare la propria parte con «misure non convenzionali».
C’è però una possibile luce in fondo al tunnel di buona parte dell’Eurozona, ed è la Grecia ormai prossima a uscire da una recessione durata sei anni.
Anche la Spagna, con un +0,6% già  incassato grazie alle riforme decise adottate dal premier Mariano Rajoy sotto la pressione di Ue e Fondo monetario internazionale.
La Grecia, sempre nel secondo trimestre, ha segnato un -0,2%, un dato migliore del -0,5% previsto e che apre all’uscita dalla recessione peggiore dal dopoguerra.
Ma proprio la Spagna riaccende l’allarme-deflazione: mentre i prezzi restano positivi in Francia e Germania e stagnano in Italia, in Spagna sono scesi a luglio dello 0,3% su anno.
Numeri che rischiano di rivelare che la ripresa ha già  dato il meglio di sè.
Al termine della disamina delle cose serie, da annotare l’affermazione del premier italiano Renzi, frutto ci auguriamo di un colpo di sole, visto il suo tour al sud dove il sole picchia forte: “Oggi l’Italia è nelle condizioni di poter essere la guida dell’Europa, di trascinare l’Eurozona fuori dalla crisi», ha detto parlando a Napoli alla Città  della Scienza.
Meglio non commentare.

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LA UE BACCHETTA L’ITALIA: “NON AVETE UNA STRATEGIA, A RISCHIO 40 MILIARDI DI FONDI”

Agosto 13th, 2014 Riccardo Fucile

FONDI STRUTTURALI: NON SAPPIAMO NEANCHE SPENDERE QUELLO CHE CI SPETTA… NEL MIRINO RICERCA, INNOVAZIONE, AGENZA DIGITALE   E CULTURA

Indispendabile per sbloccare i singoli programmi, nazionali e regionali. Senza l’assenso di Bruxelles su questo particolare accordo si ferma tutto, non arrivano i soldi e non si inizia a spendere.
Una partita che vale per l’Italia 41 miliardi e mezzo in sette anni.
Cifra che raddoppia con il cofinanziamento nazionale. E che ora dunque si congela. Con lo svantaggio per l’Italia di partire male e in ritardo sui fondi strutturali, pure stavolta. Ma Bruxelles è categorica. Senza un piano e una strategia chiari ed efficaci, appunto, l’assenso non c’è.
Anche perchè — ed è questa la critica più forte — l’Italia ha gravi problemi di governance. La sua pubblica amministrazione non è efficiente e ben funzionante.
E quando il motore è inceppato, non si può sperare che la linfa europea contribuisca a rivitalizzare il paese. Anzi i fondi rischiano di imboccare di nuovo la via, biasimata, degli incentivi a pioggia.
Se non è una bocciatura, poco ci manca
CAPACITà€ ISTITUZIONALE
In 249 punti e 37 pagine, la Commissione europea analizza passaggio per passaggio tutto il piano italiano.
E chiede ancora una volta al governo, come aveva raccomandato già  in marzo, di rispondere sulla sua «capacità  amministrativa ». Se sia cioè migliorata e come, non tanto l’abilità  e l’organizzazione tecnica nel gestire i programmi operativi.
Quanto il quadro complessivo, la cornice in cui si muove questo fiume di denaro: la pubblica amministrazione.
Per Bruxelles l’Italia confonde tra «assistenza tecnica » e «capacità  istituzionale».
Se la prima si può ovviare con l’Agenzia per la coesione (istituita di recente e coordinata direttamente da Palazzo Chigi, sotto la supervisione del sottosegretario Graziano Delrio), per la seconda occorre «sostenere ampie e orizzontali riforme» della P.A. e «buone iniziative di governance».
Di più, «il ruolo delle diverse istituzioni deve essere chiarito, definendo chi fa cosa, quando e come ».
Punto fondamentale, visto che si tratta di una spesa ad alta incidenza territoriale. Laddove però centro e periferia (assai parcellizzata) faticano a coordinarsi.
Con i magri risultati di questi anni: soldi spesi tardi, male, in qualche caso persi in mille rivoli o restituiti al mittente
SPECIALIZZAZIONE INTELLIGENTE
L’altro buco nero italiano, che la Commissione torna a denunciare come fa da almeno tre anni, è quello delle “Strategie di specializzazione intelligente”. Una definizione burocratica per intendere, in buona sostanza, un piano su come far ripartire il Paese (anche con i soldi europei), ora necessario più che mai, visto il ritorno dell’Italia in recessione.
Non solo il governo “non ha adottato queste strategie”, ma risulta, agli occhi della Ue, deficitario praticamente in tutti gli ambiti che contano per il rilancio.
Agenda digitale: «Manca una vera strategia». Innovazione: «Calo significativo dei fondi», ma «ciò non deve comportare un calo delle risorse per la ricerca industriale nel settore privato». Aziende: «Identificazione ancora insufficiente degli interventi strutturali necessari per riguadagnare competitività ».
Anzi, sottolinea Bruxelles, «regimi di aiuto “generalisti” orizzontali andrebbero evitati». E sostituiti da «un sostegno mirato alle imprese legato allo sviluppo tecnologico ».
A questo proposito, la Commissione si chiede anche che fine abbia fatto il piano Giavazzi per sfoltire incentivi alle aziende
E quale effetto abbiano avuto i crediti d’imposta concessi dai vari governi.
Cultura: «Assenza di un progetto strategico e di cenni alle lezioni apprese dal periodo di programmazione 2007-2013».
E cioè il disastro Pompei (fondi ancora non spesi pari a 105 milioni, rimessi da poco in pista) e 15 milioni restituiti.
Addirittura, la Commissione ricorda che «il Fesr (uno dei fondi strutturali, ndr) non sostiene “eventi” culturali e turistici che sono considerati a basso valore aggiunto». Ma «solo interventi strutturali e che possono avere un impatto strutturale ».
Insomma, meno sagre e più patrimonio culturale da curare, restaurare, far fruttare. Infine, istruzione: «Le percentuali di risorse destinate all’abbandono scolastico per le regioni meno sviluppare (12%) e di partecipazione all’istruzione superiore (2%) sembrano basse rispetto alla portata dei problemi in queste aree».
PROGRAMMI A RISCHIO
Il governo Renzi dovrà  rispondere su questi e altri punti. Ma è chiaro che la tirata d’orecchie non fa piacere, specie in un momento non proprio brillante per l’Italia sul fronte dei risultati economici.
Se la Commissione da una parte dà  pur adito all’esecutivo di voler accentrare, per meglio fluidificare, la gestione dei fondi europei — anzi si dice «favorevole al rafforzamento degli interventi gestiti dalle amministrazioni centrali» — dall’altra parte «sospende le sue considerazioni in attesa di una valutazione approfondita degli obiettivi» su tre proposte: legalità , aree metropolitane e cultura.
In particolare, ritiene che l’attuazione del programma nazionale sulle Città  metropolitane «appare a rischio, in considerazione della architettura complessa e dei rischi di sovrapposizione con programmi regionali».
Insomma troppa confusione, tra piani nazionali per città  metropolitane che ancora non esistono e piani regionali per città  non metropolitane, spesso assai piccole (5 mila comuni italiani su 8 mila hanno meno di 5 mila abitanti).
La domanda di Bruxelles sembra essere: ma ce la fate?
CRONOPROGRAMMA
Tra l’altro, osserva ancora la Commissione, in molti casi non ci sono proprio le premesse per spendere.
Mancano o sono insufficienti le «condizioni ex ante». In particolare, considera «solo parzialmente soddisfatte», tra le altre, le condizionalità  in materia di «agenda digitale, gestione delle acque, trasporti, politiche del lavoro, abbandono scolastico, sistemi di controllo sugli aiuti di Stato».
Per questo chiede al governo italiano di «fornire un cronoprogramma plausibile per l’adozione dei vari provvedimenti».
E «si riserva di valutare l’effettivo soddisfacimento delle condizionalità  quando tutte le informazioni saranno disponibili». Altra bacchettata.
Infine un richiamo pure sul «gran numero» dei soggetti chiamati ad attuare questo Accordo di partenariato. Può anche andar bene, ma Bruxelles vorrebbe che fossero esplicitati «i criteri per la selezione dei partner ».
Anche qui troppa superficialità .
MEZZOGIORNO IN AFFANNO
È chiaro che una pagella siffatta fa male soprattutto alle regioni meridionali, destinatarie del 71,1% delle risorse messe a disposizione dall’Europa, come calcola il Servizio politiche territoriali della Uil.
Un Sud Italia che non sempre è stato messo in condizione, dalla politica locale e nazionale, di lavorare bene.
Ne parlerà  forse Renzi con gli amministratori delle città  che visiterà  a partire da domani.

Valentina Conte
(da “La Repubblica“)

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MAMMA MIA, ARRIVA LA TROIKA, I SICARI DELL’ECONOMIA

Agosto 13th, 2014 Riccardo Fucile

ECCO COME LA TRIADE BCE-FMI-UE POTREBBE COMMISSARIARE L’ITALIA E COSA CI SAREBBE DA ASPETTARSI

C’è gente in Italia che si augura che arrivi.
La Troika, s’intende, ovvero la struttura mista Commissione Ue, Bce e Fondo monetario internazionale che, in cambio di prestiti, impone ai governi la sua ricetta politica.
Eugenio Scalfari l’ha persino scritto in una delle sue omelie domenicali.
Matteo Renzi, ogni volta che gli capita, dice che non succederà , eppure un certo umore circola in giro: le banche d’affari invitano a non comprare italiano, il Pil cala, Moody’s vede nero, Mario Draghi chiede “cessioni di sovranità ”.
Non siamo ancora all’estate 2011, quando la Troika s’affacciò per la prima volta da noi, ma anche allora le cose precipitarono assai in fretta: ad aprile lo spread era 122 punti, più basso di adesso, ad agosto 400, a novembre 552 e i rendimenti sui Btp decennali oltre il 7%.
Al tempo arrivò Mario Monti, stavolta il commissariamento sarebbe completo.
Tre signori stanno bussando alla porta: hanno un Memorandum in mano    
Non è che la Troika si presenti così e suoni al palazzo del governo: arriva su invito, a seguito di eventi che sono quasi sempre identici. Funziona così. Il paese X, per qualche motivo, comincia ad avere difficoltà  a finanziarsi sul mercato: gli investitori chiedono interessi troppo alti.
È qui, quando il paese X teme di non poter pagare stipendi e pensioni, che arriva la Troika proponendo un bel prestito e sostenendo che il problema è il debito pubblico.
Per avere i soldi, però, bisogna firmare un bel “Memorandum”, una lista assai nutrita di cose da fare. La ricetta è sempre la stessa per tutti i paesi: tagli di spesa pubblica, stipendi e pensioni; licenziamenti nel settore statale; aumenti di tasse; privatizzazioni e liberalizzazioni selvagge (servizi pubblici in primis); riforme del mercato del lavoro (libertà  di licenziare).
Al termine della “cura” — aiutata da cospicue pressioni sull’opinione pubblica — il paziente è più malato di prima, il welfare e i beni pubblici un ricordo.
In sostanza, e per paradosso, l’arrivo della Troika europea coincide con la distruzione del modello sociale europeo.
Non solo: i debiti pubblici — causa di ogni male — aumentano in maniera esponenziale. Non c’è da sorprendersi: il fine non è comprimere il debito dello Stato, ma quello estero, bloccando le importazioni attraverso un taglio dei redditi disponibili.
È in questo modo che i creditori (spesso banche del Nord) rientrano dei soldi prestati negli anni di vacche grasse.
In principio fu la Grecia: un debutto, e neanche troppo felice    
Ad aprile 2010 il debito pubblico greco è ormai classificato “spazzatura” dalle agenzie di rating: la Germania aveva nel frattempo fatto sapere che i debiti dei singoli paesi dell’Eurozona non sono garantiti dalla Bce. È a quel punto che arriva la Troika con la sua borsa: promette un prestito da 110 miliardi, poi divenuti oltre 300 negli anni.
Piccola notazione: i soldi non sono gratis — e nemmeno prestati all’1% come la Bce fece coi mille miliardi dati alle banche — ma concessi al ragguardevole interesse del 5,5%.
In cambio la Troika ha preteso tagli strutturali per 30 miliardi di euro a regime.
Per capirci: il Pil greco ammonta a 180 miliardi, quindi è come se all’Italia chiedessero una manovra da 250 miliardi.
Atene procede a rilento, ma comunque ha già  licenziato 8.500 statali e altri 6.500 seguiranno entro quest’anno (alla fine saranno 30mila su 750mila totali).
La tv pubblica è stata chiusa dalla sera alla mattina, la rete degli ambulatori specialistici pure, scuola, università  e ospedali sono stati falcidiati.
L’ultimo Memorandum, questa primavera, ha imposto alla Grecia di vendersi pure le spiagge (110 per la precisione) e un piano di privatizzazioni capillari da qui al 2020.
La Troika, peraltro, non si occupa solo di spesa pubblica, ma di ogni aspetto della vita economica: pretende, per dire, che la Grecia cambi le leggi su come si pastorizza il latte (a vantaggio delle multinazionali).
I risultati, però, non sono brillanti: quest’anno se n’è accorto persino l’Europarlamento.
Il reddito disponibile delle famiglie dal 2009 è diminuito del 40%, gli stipendi del 34%, servizi e benefit sociali del 26%.
La disoccupazione era al 9% cinque anni fa e ora supera il 27%, il Pil s’è ridotto di un quarto. Pure i conti pubblici, ovviamente, non migliorano: il rapporto deficit-Pil nel 2013 era al 12,7%, il debito pubblico al 175% (dal 129% del 2009).
I bravi allievi Irlanda e Portogallo: liberi alfine, ma solo per finta  
Il secondo paese a essere curato dalla Troika è stato l’Irlanda, messa nei guai a fine 2010 dal fallimento del suo sistema bancario e costretta a chiedere un prestito di 78 miliardi di euro.
La struttura economica dell’Irlanda (un sistema basato sul esportazioni, tassazione irrisoria e poco welfare) sembrava fatta apposta per applicare i diktat dei Memorandum, eppure “l’allievo modello” non se la passa così bene come si vorrebbe far credere: dopo una sostanziosa sforbiciata dei salari e manovre per il 19% del Pil, il debito pubblico — che nel 2008 era solo al 44% del Pil — oggi sfora il 125%.
E ancora: la crescita degli ultimi due anni è stata solo dello 0,2% nonostante la spinta di un deficit che l’anno scorso s’è attestato al 7,6%.
Il valore degli immobili è il 57% in meno rispetto a cinque anni fa, il debito delle famiglie il 200% del reddito.
La disoccupazione nel 2013 è passata dal 14,5 al 12,6%, ma il calo è dovuto in larga parte all’emigrazione (lo stesso discorso vale per Spagna, Portogallo e Grecia).
Il Consiglio d’Europa, infine, ha denunciato che l’Irlanda non offre garanzie minime per malattia, disoccupazione, sopravvivenza, infortuni sul lavoro e benefici di invalidità .
Sarà  per questo che — a dicembre 2013 — quando Fmi, Bce e Ue hanno proposto all’Irlanda un nuovo prestito, il governo di Dublino ha risposto subito: “No, grazie”.
In realtà , i funzionari della Troika continueranno a fare ispezioni biennali fino al 2031.
Sei anni in meno di quel che tocca al Portogallo, uscito anche lui formalmente dall’ombrello della Troika nel dicembre scorso.
Il panorama è lo stesso degli esempi precedenti: dopo tre anni di “cura” 1,9 milioni di persone (il 18% circa della popolazione) vivono sotto la soglia di povertà  e i conti pubblici sono un disastro.
Una vicenda simbolica: il governo di Lisbona, per realizzare le richieste dei Memorandum, voleva vendersi 85 quadri di Joan Mirò all’asta (ma un giudice, per ora, ha bloccato tutto).
Va citato, infine, almeno il caso di Cipro, dove per la prima volta è stato applicato il principio, ora comunitario, che i fallimenti bancari li pagano anche i correntisti.
Esagera Bruno Amoroso, del centro studi Federico Caffè, quando li chiama “i sicari dell’economia”?

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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THE MEN IN BLACK: IL TRIO SOTTO SCORTA CHE SPAVENTA MEZZA UE

Agosto 13th, 2014 Riccardo Fucile

SONO DUE TEDESCHI E UN DANESE… AD ATENE NON LI AMANO… IL GOVERNO GRECO: “È MEGLIO SE NEGOZIAMO A PARIGI”

Il soprannome “Men in black” gliel’ha appioppato Cristòbal Montoro, ministro delle Finanze di Mariano Rajoy in Spagna.
I tre, d’altronde, prediligono la grisaglia scura d’ordinanza tra i travet di alto livello che guidano le grandi istituzioni internazionali.
Ci si riferisce ai signori Troika, i tre dirigenti che formano il vertice della struttura messa insieme da Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea e Commissione Ue per concedere prestiti ai paesi in difficoltà  e ridisegnarne la politica economica in senso fortemente liberista.
Certo, formalmente ne fanno parte anche i loro capi — Christine Lagarde, Mario Draghi, Josè Barroso e il responsabile degli Affari economici Jyrki Kaitanen — ma la Troika vera sono loro
Sono loro che sbarcano negli aeroporti coi loro vestiti neri, loro che parlano coi governi, loro che contrattano le condizioni per concedere i prestiti: loro sono Poul Thomsen, Klaus Masuch e Matthias Mors, un danese e due tedeschi, anche se non è l’inizio di una barzelletta, ma l’ennesima conferma di un’Unione a trazione “nordica”. Il danese è Thomsen, al Fmi dal 1982, specializzato nell’area ex sovietica, è stato il principale artefice delle complicate trattative con la Grecia per la prima tranche di aiuti: la stampa di Atene lo chiamava “Mr blue eyes”.
Masuch, invece, è l’incaricato della Bce: pallido, occhiali leggeri, lo stereotipo del funzionario.
Mors, invece, è l’inviato della Commissione, che poi è anche il creditore più importante tra i tre: esile, basso di statura, affilato, viene dalla direzione Affari economici e finanziari.
I greci, unici in Europa assieme a portoghesi e ciprioti, hanno imparato a conoscerli anche fisicamente in questi anni e, per così dire, non li amano.
I tre sono costretti a muoversi costantemente sotto scorta quando si recano nel paese per le loro periodiche ispezioni e la cosa — ovviamente e ironicamente — ha un costo per la casse pubbliche: è tanto vero che nelle scorse settimane il governo greco ha chiesto ai tre di non farsi più vedere ad Atene. “Veniamo noi, diteci dove”.
E così il 3 e 4 settembre prossimo l’incontro tra i rappresentanti dei creditori internazionali della Grecia e il governo di Antonis Samaras avverrà  a Parigi: aria più tranquilla, ristoranti migliori e poi in Francia è pieno di Men in black, la gente non ci fa più caso.
Non è chiaro, a questo punto, cosa sarà  della task force che la Troika ha installato ad Atene per controllare passo passo l’erogazione dei prestiti e l’uso dei fondi comunitari.
Si tratta di una quindicina di persone coordinate da un altro tedesco: Horst Reichenbach, alto dirigente della Commissione europea dopo essere stato per anni alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo.
Reichenbach però è di stanza a Bruxelles, mentre la capo della task force ad Atene è una funzionaria europea di nazionalità  greca: Georgette Lalis, già  direttrice del catasto greco che all’albergo d’ordinanza per le truppe brussellesi ha preferito un appartamento in un quartiere residenziale.
I forzati dell’Hilton, in realtà , tecnicamente non fanno parte della task force della Lalis: sono circa trenta persone che lavorano alla delegazione dell’Unione europea in Grecia e fanno da segreteria in loco della Troika tenendo d’occhio l’adesione di governo e Parlamento greci ai diktat contenuti nei Memorandum d’intesa: la loro vita si divide tra l’albergo, presidiato dalla polizia, e le stanze dei ministeri dove negoziano voce per voce i provvedimenti elencati nei Memorandum firmati dal governo in cambio dei circa 300 miliardi di prestiti concessi dalla Troika in questi ultimi anni.
Il blocco monolitico di interessi che appare all’esterno non è però così compatto.
Ha raccontato l’ex ministro dell’Economia greco, George Papaconstatinou: “Quando arrivò la Troika mi trovai davanti tre prospettive diverse. Ai greci piace odiare il Fondo monetario, ma tra i tre è il soggetto più razionale e realistico”.
La Bce, invece, “è l’ortodossia, è il Papa: qualunque cosa succeda, ogni paese dell’Eurozona deve rispettare gli impegni presi”.
A volte, ha detto il politico socialista, i negoziati dovevano fermarsi perchè i tre “dovevano contrattare tra loro”.
Era il debutto: portoghesi e irlandesi assicurano che da quell’epoca il rapporto si è cementato.
Quello con gli europei, invece, stenta ancora a decollare.

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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RENZI DORME, LA UE: “META’ DEI FONDI EUROPEI NON VENGONO SPESI, L’ITALIA NON HA UTILIZZATO 14 MILIARDI”

Agosto 12th, 2014 Riccardo Fucile

“ITALIA FANALINO DI CODA PER L’IMPIEGO DELLE RISORSE MESSE A DISPOSIZIONE, PIU’ DELLA META’ DEI SOLDI RISCHIA DI EVAPORARE”

L’Italia «si distingue per la sua, tutt’altro che lusinghiera, incapacità  nello spendere i fondi comunitari»; con «un ritardo cronico nei confronti degli altri Paesi membri».
È l’allarme che rilancia oggi l’Eurispes sul fronte del programma di spesa dei fondi strutturali 2007-2013.
Dai dati aggiornati a aprile 2014 – indica una nota dell’istituto di ricerca, il tasso di attuazione in Italia è «poco al di sopra del 45%, ben al di sotto della media Ue (60,81%), e del PAese che ha registrato la performance più lusinghiera, la Lituania (80,1%).
Solo due Paesi «sono riusciti a fare peggio di noi: la Croazia (22%) che non ha avuto il tempo materiale (è stata ammessa nell’Ue nel 2013) e la Romania, fanalino di coda con il 37%».
Dei fondi europei 2007-2013, ancora «ben 14,39 miliardi devono essere spesi entro la data limite» di fine 2015.
«Ad oggi è stato speso meno della metà  delle risorse disponibili».
Sul fronte delle Regioni, il tasso di attuazione medio dei programmi operativi regionali (Por) relativi all’obiettivo «convergenza» vede «due velocita: i virtuosi, Basilicata ed in minor misura la Puglia, con valori chiaramente superiori alla media del Sud Italia; dall’altro lato i ritardatari – rileva ancora il rapporto Eurispes – che esibiscono livelli di attuazione dei programmi operativi particolarmente modesti, soprattutto in relazione alla spesa dei fondi Fesr. Il 33,3% della Campania spicca negativamente».
Il tasso di realizzazione dell’Obiettivo Convergenza del programma 2007-2013, per le risorse Fesr si ferma al 33,3% in Campania, al 36,5% in Calabria, al 40,5% in Sicilia, al 59,4% in Puglia, al 62,2% in Basilicata; per il Fse, al 56,4% in Sicilia, al 59,1% in Campania, al 59,6% in Calabria, al 62% in Puglia, al 74,3% in Basilicata.
Complessivamente, tra Fesr e Fse, gli stanziamenti non spesi sono pari a circa 2,52 miliardi su 3,99 impegnati in Campania, 2,4 miliardi su 4,3 in Sicilia, 1,3 miliardi su 3,25 in Puglia, 1,12 miliardi su 1,92 in Calabria, 146 milioni su 429 in Basilicata.

(da “La Stampa”)

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“CEDERE SOVRANITA’? NON C’E’ ALTERNATIVA”. “NO, INTEGRAZIONE UE PORTERA’ AL DISASTRO”

Agosto 7th, 2014 Riccardo Fucile

DOPPIA INTERVISTA AGLI ECONOMISTI ALBERTO BAGNAI E FABIO SCACCIAVILLANI DOPO LE PAROLE DI DRAGHI

Quale scenario prefigurano i tre passaggi del discorso del governatore della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, che più riguardano l’Italia?
Lo abbiamo domandato a due economisti, uno favorevole e l’altro critico nei confronti dell’euro: Fabio Scacciavillani, docente e Chief Economist del Fondo d’investimenti dell’Oman, e Alberto Bagnai, professore di Politica economica all’università  “Gabriele d’Annunzio” di Pescara
Prima il focus sull’Italia: “Uno dei componenti del basso Pil italiano è il basso livello degli investimenti privati”. Il problema ”è dovuto anche all’incertezza sulle riforme, che scoraggia gli investimenti”. Poi lo sguardo si allarga al continente e indica la strada da seguire: “Per i Paesi dell’Eurozona è arrivato il momento di cedere sovranità  all’Europa per quanto riguarda le riforme strutturali”.
Pil, riforme, sovranità : quale scenario prefigurano i tre passaggi del discorso del presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, che più riguardano la situazione economica italiana e l’operato del premier Matteo Renzi?
Lo abbiamo domandato a due economisti, entrambi opinionisti, uno favorevole e l’altro critico nei confronti dell’euro: Fabio Scacciavillani, docente e Chief Economist del Fondo d’investimenti dell’Oman, e Alberto Bagnai, professore di Politica economica all’università  “Gabriele d’Annunzio” di Pescara.
Quella di Draghi   è una bocciatura dell’Italia e delle riforme di Renzi o è un aut aut che sarebbe comunque arrivato perchè la cessione di sovranità  è parte integrante del processo di integrazione? Ovvero, la Bce ha nei fatti commissariato l’Italia?
CACCIAVILLANI: “Innanzitutto è improprio personalizzare. Draghi esprime il consenso forgiato in seno alla Bce, un’istituzione governata da un organismo di 24 membri provenienti da 18 paesi. La Bce non ha il potere di commissariare l’Italia, o altro stato membro dell’area euro, così come la Fed non il potere di commissariare il Presidente Obama. La Bce non ha bocciato le riforme di Renzi per il semplice fatto che non si possono definire riforme i pastrocchi abborracciati di cui Renzi e le sue Giovani (e vecchie) Marmotte vantano le mirabilia. La riforma istituzionale in particolare darà  vita ad un mistura di Pro Loco strapaesane e vestigia di caudillismo paraguayano. La coincidenza tra il dato negativo del Pil e l’invito ad una maggiore integrazione dei meccanismi decisionali a livello comunitario è meramente casuale. Da decenni si ripete il mantra che l’Unione Europea deve dotarsi di un assetto istituzionale più solido e coerente. Questa crisi è l’occasione storica per scardinare le resistenze della Vandea retrograda nazionalista agli Stati Uniti d’Europa”.
BAGNAI: “La cessione di sovranità  è una fuga in avanti per la quale i dati Istat sono solo un pretesto. Con in più un problema fondamentale: Draghi non è stato eletto da nessuno e non ha alcun titolo per dettare la linea economica di uno Stato sovrano. L’attuale processo di integrazione condurrà  l’Europa alla catastrofe: l’Eurozona è l’unica area del mondo in cui non si sia tornati al livello del 2008. In questo momento c’è un partito in Italia e in Europa che vuole il commissariamento del nostro paese: per farsene un’idea basta rileggere l’editorale di Eugenio Scalfari di domenica su Repubblica. Questo avviene perchè storcamente l’Italia è il concorrente più temibile della Germania. Proporre il commissariamento dell’Italia sul tema del debito pubblico è una strategia che serve a fare un favore a Berlino. Si tratta di un assurdo, perchè per risolvere il problema si vuole utilizzare la stessa strategia che lo ha creato”.
Che differenza c’è tra la situazione in cui si trova oggi Renzi e quella in cui si trovava Silvio Berlusconi nel 2011?
SCACCIAVILLANI: “Quando Berlusconi fu cacciato a furor di popolo il paese era a pochi giorni dalla bancarotta. Il suo governo non aveva una maggioranza in Parlamento e tra i ministri si intrecciavano congiure. Tremonti in un delirio di autoesaltazione credeva di poter fare la festa al suo padrone e prenderne il potere. Per cui cavalcava la destabilizzazione finanziaria convinto di poter pescare nel torbido la chiave di Palazzo Chigi. Il tributarista socialista era persino convinto di trovare appoggi autorevoli a Bruxelles e Francoforte dove notoriamente del soggetto si parla dandosi di gomito. Renzi al contrario ha una maggioranza solida anche se finora ha speso capitale politico e negoziale per far girare il motore in folle. Inoltre non si trova nel mezzo di una tempesta finanziaria, grazie al bluff della Bce che si è solennemente impegnata a fare qualsiasi cosa per preservare l’euro. Da due anni nessuno è andato a scoprire le carte perchè fa comodo a tutti preservare l’arcano. Ma la situazione sta diventando fragilissima per cui la quiete potrebbe tramutarsi in tempesta nel giro di pochi giorni. Per cui un replay del novembre 2011 non si può certo escludere. Il Pd è pur sempre il partito dei 101 stiletti che si sguainano all”occor-renzi’”.
BAGNAI: “La situazione in cui si trova Renzi è ancora più tragica, perchè il premier non fa nemmeno finta di opporsi all’Unione Europea. Se continua così, finirà  maciullato. C’è una parte dell’opinione pubblica che, con molta malizia, è portata a pensare che aver messo al governo un inetto che va in giro dicendo che la crescita non è importante sarebbe una strategia per favorire la cessione di sovranità . Renzi, purtroppo, è un personaggio inaffidabile e rafforza nell’opinione pubblica l’opinione secondo cui al suo posto sarebbe meglio un governo fatto di tecnici”.
Per Draghi “non c’è nulla che la politica monetaria possa fare per sopperire ai ritardi dei governi”. E’ proprio così?
SCACCIAVILLANI: “E’ assolutamente vero. Si può ricorrere a misure straordinarie di politica monetaria per tamponare situazioni di emergenza e organizzare un cordone finanziario. Ma la crisi dura ormai da sette anni e a parte una riforma delle pensioni la cui urgenza era nota da decenni in Italia non si è preso nessun provvedimento significativo. Si sono partorite buffonate retoriche pomposamente denominate SalvaItalia, Decreto Semplificazione et similia”.
BAGNAI: “Non c’è nulla che una politica monetaria di livello europeo possa fare. Una politica monetaria nazionale potrebbe fare molto: per poterne avere una è necessario uscire dall’euro“.
Cosa potrebbe accadere se gli Stati decidessero di non cedere sovranità ?
SCACCIAVILLANI: “Non c’è alternativa: su questo ormai il consenso è quasi unanime. A livello politico due paesi frapponevano ancora ostacoli. La Francia, dove dopo il crollo alle europee persino i socialisti hanno preso atto che le ricette spendi e spandi sono un boomerang, e il Regno Unito che è uscito scornato dalla fase post elettorale e quindi si è dimostrato incapace di opporre veti come un tempo. Io spero che il referendum sulla permanenza dei sudditi di sua Maestà  Britannica nell’Ue venga convocato al più presto in modo da eliminare un membro da sempre dannoso per il processo di integrazione. Anzi proporrei di indire un referendum nel resto dell’Ue per votare sulla permanenza del Regno Unito”.
BAGNAI: “Gli Stati decideranno di non cedere sovranità , i vari elettorati non lo accetteranno mai, in primo luogo quello francese. Gli europei avvertono sempre di più questo defict di democrazia che si è venuto a creare con il progredire del processo di integrazione europea e lo rifiuteranno“.
Cosa cambierà  per gli italiani in termini pratici se l’Italia cederà  sovranità  sulle riforme?
SCACCIAVILLANI: “Che finalmente a una classe politica corrotta e incapace, parolaia e collusa con la criminalità  organizzata (dai consigli di quartiere fino alle poltrone di governo), venga sottratto il potere di decidere l’utilizzo delle risorse pubbliche per mantenersi al potere, al di fuori di qualsiasi controllo e violando sistematicamente lettera e spirito della Costituzione“.
BAGNAI: “Accadrà  che la Bce deciderà  quanto pagheremo le cure in ospedale, quale sarà  la percentuale delle nostre tasse andranno a finanziare i bisogni di un altro Paese, a quanti chilometri da casa mia sorgerà  la scuola in cui andrà  mio figlio”.

Marco Pasciuti
(da “il Fatto Quotidiano”)

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L’EUROPA A RENZI: “BASTA CHIEDERE FLESSIBILITA’, FACCIA SUBITO LE RIFORME”

Luglio 19th, 2014 Riccardo Fucile

IL NUOVO COMMISSARIO PER L’ECONOMIA   BOCCIA IL PALLISTA: “MISURE DI CRESCITA CHE COMPORTANO UN AUMENTO DEL DEBITO POSSONO VARARLE I PAESI CHE POSSONO PERMETTERSELO”

Sono passati solo due giorni dalla sua conferma ufficiale, anche se pro tempore, nel ruolo di commissario europeo per gli Affari economici e monetari al posto del connazionale Olli Rehn. Ma il finlandese Jyrki Katainen ha preferito non perdere tempo e chiarire subito come la pensa sull’interpretazione flessibile del Patto di stabilità  invocata da Matteo Renzi anche all’avvio del semestre di presidenza italiana della Ue. In una parola: “Pericoloso”.
Anche solo “discutere di una maggiore flessibilità  nell’interpretazione del patto” è un rischio. Qualche dettaglio in più? “E’ un dibattito sbagliato”.
E occorre “evitare qualsiasi ipotesi sulla possibilità  di trovare un modo creativo per eludere” il Patto.
Per il bene dell’Eurozona in generale, ma anche per Roma, che dovrebbe piuttosto “varare finalmente le importanti riforme” promesse dagli ultimi governi.
Insomma, nell’intervista che apparirà  domenica sul giornale tedesco Die Welt il giovane ex premier di Helsinki (classe 1971, quattro anni più di Renzi) non usa mezzi termini.
Anzi, entra a gamba tesa negli affari romani e mette pure il dito nella piaga delle centinaia di decreti attuativi che mancano all’appello e rallentano l’entrata in vigore delle leggi.
“I due precedenti governi (Monti e Letta, ndr) hanno varato importanti riforme e l’attuale esecutivo ha obiettivi ambiziosi”, ricorda.
Dunque meglio concentrarsi sulla realizzazione effettiva, invece che pensare a chiedere deroghe o anche solo un’interpretazione morbida dei paletti esistenti.
“Sarebbe d’aiuto se si realizzasse ciò su cui si è già  trovato un accordo”. Poi l’ulteriore richiamo: “Le medicine fanno bene solo se vengono assunte”.
Da Katainen arriva poi un veto assoluto a misure di stimolo dell’economia che passino attraverso una crescita del debito: “Le possono varare solo quei paesi che possono permetterselo. E nell’Eurozona ci sono paesi vulnerabili che non possono farlo”.
“La loro crescita debole non è solo un problema ciclico, ma è il risultato di una scarsa competitività . E contro questo dato non sono di nessun aiuto misure” del genere.
Insomma: pessime notizie per il governo Renzi, già  alle prese con il pessimo andamento dell’economia e lo spettro di una manovra correttiva autunnale.
Soprattutto perchè il finlandese non è una figura di passaggio: è anzi tra i papabili per la sostituzione di Rehn anche nella prossima Commissione Juncker, che si insedierà  a novembre. Mentre sono in calo le quotazioni dell’ex ministro delle finanze francese Pierre Moscovici, il socialista su cui l’ex sindaco di Firenze contava come sponda per ottenere qualche apertura sul versante delle misure pro-crescita.
La sparata del finlandese arriva il giorno dopo una nuova uscita a muso duro del presidente della Banca centrale tedesca, Jens Weidmann. Il “falco” di Berlino, che già  a fine giugno, smentendo la stessa cancelliera Angela Merkel, si era fatto sentire chiedendo un rafforzamento delle regole di bilancio, è tornato sull’argomento.
Avvertendo che “qualsiasi tentativo di barattare le riforme con i disavanzi strutturali elevati aprirebbe la strada a un’arbitrarietà  di bilancio, minando la credibilità  delle regole”.
Non solo: il numero uno della Bundesbank ha anche evocato la necessità  di “irrigidire” le regole “per far rispettare il principio della responsabilità  individuale” dei Paesi dell’eurozona. Esattamente il contrario rispetto alla flessibilità  di cui il governo di Roma ha bisogno.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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MOGHERINI, LA SPECIALISTA IN CAMBI DI CASACCA: DA VELTRONI A BERSANI, FINO A RENZI

Luglio 17th, 2014 Riccardo Fucile

LA “TELEFONISTA” DEM CON LA ZAVORRA DI PUTIN

E chi l’andava a dire a Washington? Questo è il problema.
E chi rassicurava i paesi ex sovietici ? Questo è il problema più grosso.
Dove non potè l’inesperienza, può la sintonia tra Federica Mogherini e lo zar Vladimir Putin bloccare l’investitura per il ministro italiano come alto rappresentante per la politica estera di Bruxelles.
Forse l’etichetta di putiniana è eccessiva, ma il governo di Renzi (benedetto dagli Stati Uniti) e la Farnesina hanno indugiato troppo e troppo spesso su Mosca. Dall’inizio.
Il primo marzo, un sabato, il giovane esecutivo si godeva un giovane fine settimane: palazzo Chigi deserto, centralini sotto assedio, vampe di guerra in Crimea, ansie diplomatiche.
Ma l’Italia non interviene, neanche una parola.
Mosca, non indossa l’elmetto (simbolico) e consegna all’Unione Europea i suoi generici timori: “La Russia rispetti la sovranità  ucraina”.
Sempre il 2 marzo, di sera, Barack Obama fa un giro telefonico per l’Europa, carezza l’amica Londra, blandisce Berlino, Varsavia e Bruxelles. Italia ignorata.
Al secondo giro, sabato 8 marzo, tocca a Renzi. E la Mogherini, chiamata telefonista per la capacità  di rispondere a Matteo e di indirizzarlo nel mondo, che fa?
Professa dialogo, non considera ritorsioni (in denaro) contro Mosca, poi va a Bruxelles e si corregge.
Gli americani sanno che se il cuore italiano, o quel che resta di un retaggio storico, è saldamente a Washington, il portafogli sta a Mosca: l’energia, i miliardi, il gas.
Il ministro non impone mai deviazioni all’asse Roma-Mosca che rimanda a Silvio Berlusconi in vacanza nella dacia di Putin, non alimenta dubbi, non contempla traslochi strategici.
E ogni volta che commenta, ogni volta esprime desideri, formula auguri, solite speranze: “Il governo italiano ha la consapevolezza che il rapporto di Unione Europea e comunità  internazionale con la Federazione russa debba essere di sodalizio per le crisi mondiali: Siria, Libia, Iran, Libano e Afghanistan”.
Un ragionamento che non fa difetto a una logica geopolitica, ma che indebolisce la fermezza di Europa e Stati Uniti che si agitano e scalciano mentre Vladimir Putin strappa la Crimea a Kiev o ammassa soldati al confine ucraino.
Stavolta, l’abile Federica ha sbagliato i tempi e, assieme ai tempi, i modi.
E stupisce. Perchè la Mogherini ha un percorso da funzionaria di partito – spesso in segretaria nazionale, prima con Franceschini e poi con Renzi — che potrebbe confluire in un manuale di tattica politica.
Eppure ha commesso un errore marchiano: appena l’Italia ha assunto la guida per il semestre europeo, la scorsa settimana, la Mogherini è andata in visita a Mosca dopo una tappa a Kiev. E non basta.
Ha riesumato il progetto per il gasdotto South Stream che manda in solluchero Mosca perchè permette di aggirare l’Ucraiana e poi ha invitato Putin all’incontro asiatico-europeo di Milano a ottobre, lo stesso Putin sospeso per il G8 di Bruxelles a giugno.
Il sospetto dei paesi ex sovietici ha contaminato la stampa mondiale.
Ieri i quotidiani Wall Street Journal, Der Spiegel e Le Monde hanno inchiodato la Mogherini che non segue la linea di Bruxelles (e di Washington) e, dunque, non può essere l’ambasciatrice di 28 paesi.
Ancora ieri, Merkel e Obama hanno ringhiato contro la Russia. Renzi insiste perchè vuole pesare il partito democratico nei socialisti europei e Mogherini ha spinto l’ingresso del Nazareno nel Pse
In questi giorni, mentre a Bruxelles la valutano, la Mogherini è in viaggio tra Palestina e Israele, ci manca che l’Europa la rimproveri per la fotografia (rilanciata dal Wall Street Journal, ndr) con Yasser Arafat da fresca laureata in Scienze Politica (tesi sull’Islam).
Renzi l’ha messo in testa a un elenco che prevede Massimo D’Alema in panchina, già  in riscaldamento, e pronto a subentrare.
Come il lìder mà ximo, Federica ha un sentimento arabeggiante. Ha vissuto di tattica, ora la tattica l’ha fregata
Era il megafono dei ragazzi al liceo Lucrezio Caro di Roma, zona Ponte Milvio, non periferia.
Ha preso una tessera dei giovani comunisti e poi l’ha tenuta rincorrendo le infinite conversione e, mentre osservava i capi che smarrivano il potere, anche Federica si convertiva.
Quando Piero Fassino stava per tumulare i Democratici di Sinistra, Federica era già  una tifosa di Walter Veltroni (il marito curava la comunicazione istituzionale in Campidoglio).
Quando Veltroni s’è dimesso, Federica l’aveva già  rinnegato scoprendo l’efficacia di Dario Franceschini.
Quando Pier Luigi Bersani sfidava il sindaco di Firenze alle primarie, la dirigente democratica Federica— deputata in cerca di nuova legislatura — bocciava lo spavaldo di Rignano: “Renzi ha bisogno di studiare un bel po’ di politica estera… non arriva alla sufficienza”.
Troppo semplice capire come sia finita durante il passaggio tra Enrico Letta e Matteo Renzi e chi abbia scelto la scafata Federica.
Reliquia di un giovanilismo veltroniano in coppia con Marianna Madia, eletta in Emilia Romagna per non affrontare le “parlamentarie” democratiche, Federica Mogherini ha aspettato l’ascesa di Matteo e l’ha braccato.
Poi non ha aspettato più, e ha rischiato tutto.

Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano“)

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A BRUXELLES SPUNTA LETTA, MOGHERINI NON PASSA, IL BAMBOCCIONE IN CRISI ISTERICA

Luglio 16th, 2014 Riccardo Fucile

PROBABILE RINVIO DI OGNI DECISIONE A FINE AGOSTO: COSI’ LA MOGHERINI AVRA’ UN MESE DI ESPERIENZA IN PIU’?… I POPOLARI TEDESCHI: “SOLO IL MINISTRO DEGLI ESTERI UNGHERESE HA MENO COMPETENZE DELLA MOGHERINI”

Ogni volta è una sorpresa. Trovarsi sulla stampa o sui dispacci delle agenzie il nome di Enrico Letta candidato ad un incarico europeo manda Matteo Renzi in tilt.
Stavolta poi, addirittura a vertice europeo iniziato, il presidente del consiglio italiano apprende di una candidatura dell’ex premier alla presidenza del consiglio europeo da parte dell’attuale presidente del consiglio Ue Herman Van Rompuy.
Sono fonti del Ppe che mettono in giro la voce con i cronisti.
Ma il punto è che, parlando con Renzi prima del summit Ue, Van Rompuy non avrebbe ufficialmente fatto il nome di Letta e la sorpresa lascia spazio anche all’irritazione
Perchè di tanto in tanto spunta fuori il nome dell’ex premier, che Renzi fin dall’inizio non ha preso in considerazione per un incarico di vertice in Ue?
A Bruxelles girano diverse voci che parlano di pressioni internazionali, anche non europee, sul nome di Enrico, dall’America a Israele, paese che Mogherini ha visitato proprio oggi intrattenendosi a colloquio con Benjamin Netanyahu sulla situazione di crisi nella striscia di Gaza.
Ma stando ai fatti, per il ruolo di ‘Mr/Mrs Pesc’ sul tavolo per ora c’è solo la candidatura ufficiale del ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini.
Solo che l’accordo è di là  da venire ed è molto probabile che si decida per un rinvio ad un nuovo vertice alla fine di agosto.
Intorno al nome di Mogherini si è coagulato tutto il gruppo del Pse.
Massimo D’Alema? Certo, il nome suona caro alla famiglia socialista europea, ma Renzi non la considera un’opzione, resta fermo sulla Mogherini come i bambini viziati.
Il problema è che sul nome di Mogherini resta il blocco dei paesi dell’est, i quali accusano la titolare della Farnesina di avere posizioni troppo vicine alla Russia di Putin.
Fatto sta che a Bruxelles l’ipotesi del rinvio si fa strada da subito. Già  in mattinata il vertice Ue è slittato di due ore nel tentativo di lasciare maggior tempo alle trattative. Ma al loro arrivo a Palazzo Justus Lipsius, molti leader si sono detti inclini ad una soluzione che contemplasse tutto il pacchetto delle nomine e non solo quella dell’Alto Rappresentante per la politica estera.
Tra questi, la stessa Merkel, che ha parlato chiaramente del rischio rinvio, e anche il premier svedese Friedrik Reinfeldt, nonchè la presidente della Lituania Dalia GrybauskaitÄ—. Tutti e tre hanno anche chiesto maggiori sanzioni contro la Russia per via della crisi con l’Ucraina.
Da notare che sia Reinfeldt (Ppe) che GrybauskaitÄ— (indipendente ma vicina al Ppe) sono in lizza per la presidenza del consiglio europeo.
E se il primo è freddo verso l’ipotesi Mogherini, la seconda invece è proprio la più esplicitamente contraria alla candidatura del ministro italiano.
Di fatto, la lituana GrybauskaitÄ—, soprannominata ‘Lady di ferro’ non solo per il temperamento ma anche perchè è cintura nera di karate, guida il fronte dei paesi dell’est sul no a Mogherini.
Ma contro la Mogherini, dopo l’opposizione di vari paesi orientali, si è schierata anche la Germania: “Sinceramente – ha detto il tedesco Elmar Brok (popolari), presidente della commissione Affari esteri del Parlamento europeo e tra i consiglieri di politica estera del cancelliere tedesco Angela Merkel – ritengo che ci sia bisogno di qualcuno che abbia buona competenza e buona conoscenza in politica estera”.
Non solo. A chi gli chiede nomi alternativi alla candidata italiana, Brok fa i nomi di Elisabeth Guigou (Francia), Kristalina Georgieva (Bulgaria) e Ratoslaw Sikorski (Polonia).
Brok poi aggiunge che, rispetto alla Mogherini, “solo il ministro degli Esteri dell’Ungheria ha meno competenze” per fare l’Alto Rappresentante.
La mazzata finale.

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