Gennaio 3rd, 2014 Riccardo Fucile
A MAGGIO ELEZIONI EUROPEE: IL PARTITO TRASVERSALE DEGLI EUROSCETTICI POTREBBE ARRIVARE AL 25% DEI SEGGI… IN TRE PAESI SONO IN TESTA AI SONDAGGI: LA GEOGRAFIA DELLE FORZE IN CAMPO
“Insieme per l’Europa, vota con fiducia, la distruggeremo”. Tra gli appuntamenti cruciali della
primavera 2014 c’è il voto del 22-25 maggio per il rinnovo del Parlamento Europeo.
Una data cruciale perchè il consenso delle formazioni euroscettiche è tanto cresciuto che non è poi così remota la possibilità che riescano a strappare una quota consistente dei 751 seggi in palio.
Si parla di un 25-30%, abbastanza da rendere il prossimo Parlamento europeo quanto mai instabile, proprio quando la neoeletta assemblea dovrà nominare il nuovo Presidente della Commissione, cioè il governo dell’Unione.
Alle tre del mattino di lunedì 26 maggio, dopo la ripartizione tra i gruppi politici, il verdetto potrebbe essere definitivo: l’Europarlamento, e dunque l’Europa, è ingovernabile.
Anche uniti in una Grande coalizione, i partiti tradizionali — i popolari del Ppe, i socialisti del Pse, i liberali dell’Alde — potrebbero non avere la maggioranza per governare, mentre uno schieramento di nazionalisti, populisti, xenofobi, eurocritici, euroscettici, eurofobici, estremisti di destra e sinistra avrà impallinato il claudicante progetto di integrazione del Continente per un’altra Europa.
Migliore o peggiore, resta da vedere.
La mappa di chi sogna l’Europa. Per abbatterla
La geografia dell’euroscetticismo in una manciata d’anni e perfino di mesi ha mutato ed esteso i propri confini a furia di cercare consensi e saldature di fronti fisicamente e culturalmente distanti. Francia, Austria e Olanda sono i tre grandi Paesi con partiti antieuro dati in testa, anche se con sfumature diverse che qualcuno sta provando a limare per costruire in Europa un “blocco antieuropeista”.
Incontri e i corteggiamenti dei leader sono all’ordine del giorno. Ad aprile Marine Le Pen e l’omologo olandese Geert Wilders hanno infilato i piedi sotto a un tavolo e messo da parte le divergenze per tentare il colpaccio di unire i populisti di destra nella “Alleanza europea per la libertà ”.
“L’embrione di un gruppo parlamentare è già costituito”, aveva annunciato Le Pen. L’obiettivo è riunire i “patrioti” per “combattere l’Ue che impone i suoi diktat contro l’opinione dei popoli” coinvolgendo i Democratici svedesi, la Fpo austriaca, il Vlaams Belang belga e alcuni esponenti della Lega Nord (il 15 dicembre scorso la leader del Front National francese ha inviato un messaggio di adesione al congresso dei padani). Tutte queste forze politiche puntano a raccogliere i voti “contro”, favorite anche dal sistema proporzionale e dall’astensione, soprattutto fra i moderati.
Ecco perchè lo scenario è incerto, allarmi e inviti alla calma si susseguono ormai quotidianamente.
ECCO COME SI VOTA
Il Parlamento europeo è composto da 751 deputati eletti nei 28 Stati membri dell’Unione europea allargata.
Dal 1979 i deputati sono eletti a suffragio universale diretto per una periodo di cinque anni. Ogni paese stabilisce le proprie modalità elettorali ma deve garantire l’uguaglianza di genere e la segretezza del voto.
Per le elezioni europee vige il sistema proporzionale. L’età del voto è fissata a 18 anni, salvo in Austria (16 anni). I seggi sono ripartiti in base alla popolazione di ciascuno Stato membro. Le donne rappresentano un po’ più di un terzo dei deputati europei. I deputati sono raggruppati per affinità politiche e non per nazionalità . Dividono il loro tempo tra le loro circoscrizioni elettorali, Strasburgo — dove il Parlamento europeo si riunisce in seduta plenaria 12 volte all’anno — e Bruxelles, dove partecipano a ulteriori tornate, nonchè a riunioni di commissione e dei gruppi politici.
C’è chi è convinto che le fortune elettorali e demoscopiche di nazionalisti, populisti ed estremisti siano cicliche.
Ricorda come lo stesso Fn francese, ad esempio, aveva ottenuto il 10% nelle europee nel 2004 gettando le cancellerie nel panico, ma cinque anni dopo ha dimezzato i voti e oggi è ri-accreditato al 24%. Effetto delle differenze tra nazionalisti che finora hanno impedito una vera saldatura del fronte anti europeista.
Altri confidano invece che le soglie di sbarramento dei sistemi elettorali nazionali chiudano le porte dell’Europarlamento a diverse forze euroscettiche. Con la soglia al 4%, ad esempio, la Lega è in bilico.
Ma resta il fatto che il partito transnazionale dell’antieuropeismo è tornato a correre da Londra ad Atene e il motivo non è un mistero: la fiducia dei cittadini nell’eurozona sta crollando. Secondo un’indagine Gallup gli scettici sono ormai il 43%, più degli euro-ottimisti che sono ormai fermi al 40%.
Tra i Paesi del Mediterraneo a guidare le danze anti euro è stata la Grecia sull’orlo del fallimento, dove Alba Dorata ha mostrato prima che altrove il potere di aggregazione delle formazioni estremiste messe a capo della battaglia per uscire dall’euro.
Come è andata a finire ad Atene si sa: attentati e arresti. Resta il voto critico di Syriza e del partito dei Greci Indipendenti che vogliono approfittare del rifiuto delle misure imposte da Bruxelles e dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi) per imporsi a Strasburgo. Ma l’ondata si è estesa ad altri Paesi, con modalità e contenuti diversi.
Il caso Italia: tre partiti eurodelusi in corsa
Gli europeismi nostrani concorrono ma non trovano sintesi possibile. La Lega Nord chiede un’Europa delle Regioni.
Alle ultime politiche ha preso un magro 4,1% ma potrebbe salire, anche per la ristrutturazione generale del partito che vede ora come segretario proprio un eurodeputato. Matteo Salvini insiste che quello è il cavallo di battaglia della Lega in vista del voto, l’Euroregione. Il Carroccio però fatica a far digerire il malcelato razzismo dalle forze nazionaliste non xenofobe come la Fpo austriaca che ha epurato gli elementi estremisti al suo interno o il britannico Ukip che a giungo ha preteso l’espulsione di Mario Borghezio per continuare l’esperienza nel gruppo parlamentare comune a Strasburgo EDF.
Sulla bandiera dell’antieuropeismo hanno messo da tempo le mani anche i 5 Stelle. Alle politiche hanno incassato un eccezionale 25,5% vincendo, di fatto, la sfida dei partiti italiani. I sondaggi di novembre li danno al 20-24% e ora guardano dritto a Strasburgo.
Nel suo discorso di Natale, non è un caso, Beppe Grillo ha messo proprio la sfida europea al centro. L’atteggiamento del movimento non è però di autentico antieuropeismo, quanto di critica frontale al direttorio europeo, prono al potere delle banche centrali e della tecno-finanza, insensibile alle istanze dei cittadini.
Per questo Grillo propone un referendum dei popoli sulle regole del gioco, a partire dalla moneta unica e dagli accordi stretti dai governi italiani.
E volutamente ambiguo è il tema dell’uscita dall’euro, che lascia ognuno libero di pensarlo sia come la conta dei delusi e un avvertimento ai naviganti sia di fantasticare un nostalgico (quanto improbabile) ritorno alla Lira nazionale.
Diversamente populista, anche il Movimento è stato adocchiato da quelli d’ispirazione nazionalista. Ma la stessa Marine Le Pen ha ritenuto che il programma del M5S non fosse affatto assimilabile a quello delle destre europee. Dove prenderanno posto gli eurogrillini?
La rinata Forza Italia, anche in seguito al riposizionamento per la fuoriuscita di Ncd sta passando il Rubicone che divide pro e contro l’Eurozona.
La spaccatura con gli Alfaniani ha lasciato campo libero ai falchi, sempre pronti a far la voce grossa con Bruxelles salvo farsi dettare l’agenda economica dalla Bce quando governavano. Brunetta, per dire, è arrivato più volte a stigmatizzare la necessità di una temporanea uscita dall’euro. In ogni caso in Italia c’è un blocco che marcia, a ranghi divisi, verso Strasburgo.
Tra miliardari, reazionari e neofascisti. L’Europa divisa che va contro l’Europa
In Spagna il movimento degli Indignados vuole presentare diverse liste alle elezioni di maggio. Anche nell’Europa continentale l’avanzata degli euroscettici è rapidissima. La Francia sta diventando un caso e motivo di forti preoccupazioni per l’avanzata del Fronte Nazionale di Marine Le Pen che nelle presidenziali del 2011 al primo turno prese il 17,9% e ora è accreditata a un 24%.
Il suo menù euroscettico prevede politiche contro l’immigrazione e la moneta unica. In Olanda c’è il Partito delle Libertà guidato da Geert Wilders che nelle elezioni 2012 ha preso il 10% dei voti.
In Belgio la grancassa antieuro è affidata a Vlaams Belang (Interesse Fiammingo), estrema destra. Rivendica l’indipendenza delle Fiandre, mano ferma sull’immigrazione e l’uscita dall’orbita della Comunità europea.
In Austria fa proseliti il partito Team Stronach fondato dal miliardario austro-canadese Frank Stronach che vorrebbe tornare allo scellino e in cambio di questa promessa ha incassato nelle regionali 2013 il 9% dei consensi.
In Germania, paese sul banco degli imputati per l’eurosconquasso, l’ultimo arrivato è Alternativa per la Germania di Bernd Lucke, professore di macroeconomia ad Amburgo.
Con la promessa “se vinciamo via dall’euro” ha sfondato la soglia del 5% portando nel Bundestag la prima forza marcatamente antieuropeista e secondo un sondaggio Tns-Emnid veleggia oltre il 20%.
In Finlandia alle presidenziali 2012 la lista Veri Finlandesi di Timo Soini si è presa 39 seggi su 200 diventando la terza forza del Paese.
Terzo in Ungheria è il movimento di estrema destra Jobbik guidato da Gabor Vona che alle politiche 2010 ha preso il 16,7%, un sondaggio conferma la tenuta al 16%.
In Inghilterra il fronte è rappresentato dall’United Kingdom Independence Party (Ukip) di Nigel Farage. Partito di estrema destra non è rappresentato alla Camera dei Comuni ma ha conquistato 13 seggi a Strasburgo con una percentuale di voti (16,5%) superiore a quella dei laburisti (15%). Missione dichiarata, il ritiro del Regno Unito dalla Ue.
Sommati i seggi potenziali l’antieuropeismo transnazionale dal 2014 potrebbe pesare per un terzo del nuovo Parlamento europeo e consentire a tanti di parlare al popolo attaccando l’Europa da Strasburgo, dall’interno del suo cuore parlamentare.
Se poi sapranno imporre anche un’idea comune e alternativa, partendo da posizioni tanto diverse, è tutta da vedere.
Ci sono ancora (e solo) quattro mesi per capirlo.
Thomas Mackinson
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Gennaio 3rd, 2014 Riccardo Fucile
EUROPA E DEFICIT, DOPO LE PAROLE DI RENZI “SFORIAMO IL TETTO”… L’ITALIA È TRA I POCHI “VIRTUOSI”, BERLINO FU LA PRIMA A “PECCARE”
Chiariamo un equivoco. Sforare il 3% del deficit si può: uno Stato della Ue può decidere di non rispettare i vincoli economici europei che ha liberamente sottoscritto.
E non c’è verso che la Commissione europea, nè nessuna altra istituzione comunitaria, possa impedirglielo: Bruxelles potrà al massimo aprire procedure d’infrazione, comminare sanzioni, negare l’accesso ad alcuni vantaggi riservati ai paesi virtuosi.
Il limite del deficit di bilancio al 3 per cento del Pil è, del resto, solo uno, anche se il più noto dei vincoli economici europei.
Vediamo di fare un quadro dell’esistente, di ciò che si prepara e delle scadenze che ci attendono.
Maastricht e l’euro.
Il Trattato che preconizzava l’Unione economica entrò in vigore nel 1993. L’euro diventò la moneta unica nel 1999 e cominciò a circolare il 1° gennaio 2002.
Oggi c’è in diciotto Stati Ue e in quattro micro-Stati inglobati nella zona euro (Città del Vaticano, San Marino, Monaco e Andorra), oltre che in Kosovo e nel Montenegro.
Patto di Stabilità e crescita.
In vigore dal primo gennaio 1999: stabilisce i criteri di bilancio che i paesi dell’Eurozona devono rispettare, cioè tra gli altri avere un deficit non oltre il 3 per cento del Pil e un debito non superiore al 60 per cento (criteri presi di peso dai Trattati di Maastricht e in vigore anche per quei Paesi che non hanno adottato la moneta unica come Gran Bretagna o Polonia).
Per chi sfora i parametri, scatta la procedura per deficit o debito eccessivo durante la quale la Commissione europea invia una “raccomandazione” ai governi interessati con le misure per rientrare nei parametri.
Precedenti.
La prima a subire un avvertimento per deficit eccessivo fu l’Irlanda nel 2001. L’Italia ha subìto una prima procedura tra il 2005 e il 2008, dall’ultima è uscita giusto a giugno del 2013, ma rischia di rientrarci, se il governo decidesse di sfondare il 3 per cento o non riuscisse a restarci dentro.
Non sempre, però, l’applicazione dei criteri è stata stretta come ora: tra il 2003 e il 2004, proprio la Germania e la Francia sforarono (per prime) il 3 per cento senza incorrere negli strali dell’Unione. Questione di peso politico.
Cosa si rischia?
Trascorsi alcuni anni senza rientrare nei parametri una multa che, però, non può comunque superare lo 0,5 per cento del Pil all’anno (nel caso dell’Italia si parla di circa otto miliardi). I virtuosi. Per ora solo 12 paesi su 27 dell’Unione rispettano i parametri in materia di deficit , tra questi c’è l’Italia.
Il caso Francia e Spagna.
A differenza dell’Italia, cui è stato imposto un percorso rapido verso il pareggio di bilancio, a Parigi e Madrid (e altri) quest’anno è stato di nuovo concesso più tempo anche solo per rientrare sotto il parametro del 3 per cento.
Altri accordi: il Sixpack.
In vigore dal dicembre 2011: consiste di cinque regolamenti e una direttiva — donde il nome — che riguardano la sorveglianza di bilancio e gli squilibri macro-economici nella zona euro, nonchè i requisiti che i bilanci nazionali devono rispettare. Si tratta di misure attuative del Patto di Stabilità .
Fiscal Compact. Il nome ufficiale è “Trattato su stabilità , coordinamento e governance”: in vigore dal 1° gennaio 2013, è un documento inter-governativo, non Ue, perchè Gran Bretagna e Repubblica Ceca non vollero saperne di firmarlo. È l’accordo più discusso: prevede, fra l’altro, l’obbligo del pareggio di bilancio, un deficit “strutturale” massimo allo 0,5 per cento del Pil, riduzione del debito del 5 per cento annuo della quota eccedente del 60 per cento del Pil; emissione di titoli di debito coordinata con gli altri Paesi.
Twopack.
Sono due regolamenti Ue limitati alla zona euro. In vigore dal 30 maggio 2013, prescrivono che entro il 15 ottobre, prima della approvazione da parte del proprio Parlamento, i governi sottopongano alla Commissione europeo una proposta di bilancio per l’anno seguente. L’esecutivo comunitario formula , entro il 15 novembre, le proprie considerazioni non vincolanti. Solo allora il bilancio, eventualmente modificato in base ai suggerimenti di Bruxelles, va all’esame del Parlamento nazionale, che deve approvarla entro il 31 dicembre. È quella che si chiama “Legge di Stabilità ”.
Contratti per la crescita e la competitività .
Sono intese che l’Ue potrà siglare con singoli Stati membri, barattando deroghe agli obiettivi finanziari con la realizzazione di riforme strutturali.
La Germania li ritiene uno strumento per incidere ancor più sulla politica economica degli altri Paesi e ci tiene molto. Se ne comincerà a parlare nel giugno 2014.
Giampiero Gramaglia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 28th, 2013 Riccardo Fucile
“L’EURO FRUTTO DI UN EUROPEISMO SENZA MACCHIA”
A sentire oggi i suoi esponenti, sembra che la destra abbia sempre combattuto contro la moneta
europea. E invece le cronache dell’epoca sono piene di inni alla nuova valuta. A cominciare da quelli del presidente del consiglio di allora…
Letta jr., il Pd e i giornali al seguito stanno regalando a Berlusconi un vantaggio propagandistico mica da ridere: lo associano a Grillo nel nuovo nemico da battere, cioè il fronte “populista” M5S-Forza Italia che minaccerebbe l’Italia con la sua antica e costante ostilità all’euro.
Senz’accorgersi che, così dicendo, regalano al Cavaliere una comodissima patente di coerenza e perfino di estraneità alla moneta unica europea, divenuta il bersaglio fisso di tutte le proteste politiche e sociali.
E contribuiscono ad accreditare autolesionisticamente, nell’opinione pubblica più insofferente e meno informata, la leggenda nera secondo cui l’euro sarebbe figlio della sinistra, mentre la destra l’avrebbe sempre combattuto.
Niente di più falso.
Il primo passo dell’euro fu il Sistema monetario europeo (Sme), creato nel 1978 ed entrato in vigore il 13 marzo 1979, quando in Italia governava per la quarta volta Giulio Andreotti.
Nel dibattito parlamentare che precedette la firma, l’allora “ministro degli esteri del Pci” Giorgio Napolitano lanciò il 13 dicembre 1978 alla Camera un duro attacco agli accordi Sme che garantivano la sola Germania, «paese a moneta più forte», col rischio di indebolire «i paesi più deboli della Comunità » e di portare l’Italia «a intaccare le sue riserve e a perdere di competitività », oltre a dover «adottare drastiche politiche restrittive».
Il trattato di Maastricht fu firmato il 7 febbraio 1992, quando in Italia governava per la settima e ultima volta Giulio Andreotti.
L’area Euro fu definita nel 1998, sotto il primo governo Prodi, con un tasso di cambio concordato in Europa dal ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi.
L’euro nacque ufficialmente il 1° gennaio 1999 ed entrò in circolazione il 1° gennaio 2002, quando da sette mesi in Italia governava per la seconda volta Silvio Berlusconi. Il quale, vinte le elezioni del 2001, tenne subito a rassicurare chi temeva l’avvento di un governo euroscettico: «Voglio mandare — disse il 14 maggio subito dopo la vittoria nelle urne — un messaggio ai leader e agli amici dell’Unione europea… Siamo orgogliosi di far parte dell’Europa e di avere nel presidente Ciampi il più illustre interprete del sincero e fattivo europeismo degli italiani».
Poi, alla cerimonia ufficiale di presentazione della divisa europea, il 26 novembre 2001, esaltò le magnifiche sorti e progressive della moneta unica, frutto di un «europeismo senza macchia» e foriera di «vantaggi di gran lunga superiori ai dubbi che qualcuno nutre per le difficoltà ad adattarsi e a fare i calcoli del cambio».
La definì «un traguardo di arrivo, ma anche di partenza». E, durante il festoso brindisi, accompagnò con ampi cenni di assenso le parole commosse del presidente Ciampi («l’euro è un evento storico, la realizzazione di un sogno e il sinonimo di risanamento dell’economia, di stabilità monetaria, di bassi tassi di interesse, di trasparenza dei beni e servizi, quindi di maggiore libertà dei consumatori, ma soprattutto della nascita dell’Europa come soggetto politico»).
E quelle del presidente della Commissione europea Prodi («quando a gennaio l’euro entrerà nelle tasche di tutti i cittadini europei creerà una economia più forte nella Ue, ma soprattutto l’identità di cittadini europei»).
Non contento, Berlusconi fece stampare e recapitare per posta a 20 milioni di italiani «una sorpresa», «un piccolo omaggio che spero gradito»: l’euroconvertitore in plastica azzurra, per «facilitare i calcoli da lira a euro», «con i più cordiali auguri di Silvio Berlusconi».
Come se l’euro l’avesse inventato lui.
Visto il livello di impopolarità raggiunto dall’euro negli ultimi mesi, e visto il boom nei sondaggi di chiunque lo contesti, non sarebbe male se chi vuol battere Berlusconi alle prossime elezioni tirasse fuori quel pezzo di plastica azzurro con la griffe del Cavaliere per rinfrescare la memoria ai tanti che l’hanno perduta.
Semprechè chi vuol battere Berlusconi alle elezioni esista, in natura.
Marco Travaglio
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Dicembre 26th, 2013 Riccardo Fucile
LA LIBERTA’ DI STAMPA DEGLI AMICHETTI DI PUTIN: GUAI A CRITICARE IL GOVERNO YANUKOVICH… PROTESTE IN PIAZZA CONTRO L’INFAME AGGRESSIONE
In Ucraina la conoscono per gli articoli contro il presidente Viktor Yanukovich. Le sue
inchieste hanno creato non poco imbarazzo tra gli alti funzionari del governo. Giornalista, attivista filo-europea, 34 anni, Tetyana Chornovol è quella che nel Paese vassallo di Mosca definiscono una persona scomoda. Troppo scomoda.
Nella notte tra mercoledì 25 dicembre e giovedì 26, intorno all’1,30, è stata aggredita selvaggiamente.
Si trovava in auto nella periferia di Kiev quando una Porsche Cayenne l’ha speronata più volte cercando di buttarla fuori strada.
Le immagini della telecamera posta scrupolosamente da Tetyana sul cruscotto dell’auto fanno rabbrividire.
Per oltre 5 minuti la donna cerca di sottrarsi all’aggressione. Fugge, avanti e indietro sull’autostrada. Riesce a non perdere il controllo, suona disperatamente il clacson. Poi cede. L’auto finisce fuori strada.
Dalla Porsche Cayenne scendono due uomini. Il resto lo raccontano le immagini pubblicate sul sito dell’Ukraà¯nska Pravda, il giornale di Tetyana.
Frattura al naso, commozione cerebrale e lesioni in tutto il corpo.
«Ho cercato di scappare, – racconta la giornalista – poi mi hanno preso e hanno iniziato a colpirmi sulla testa».
Ora Tetyana si trova nel reparto di terapia intensiva: sarà sottoposta ad almeno tre operazioni chirurgiche.
Il presidente Yanukovich ha provato a condannare l’episodio. «Il governo si oppone con forza alla violenza – ha scritto in un comunicato -, le forze dell’ordine faranno il possibile per trovare i colpevoli».
Ma dal carcere Yulia Tymoshenko punta il dito contro le autorità .
«Il regime è passato all’offensiva – accusa l’ex primo ministro -. Incapace di fermare le proteste pro-Ue, provoca con metodi criminali».
Duro anche il deputato dell’opposizione ed ex giornalista Andri௠Chevtchenko che su Twitter attacca «la polizia e i banditi che vogliono distruggere gli oppositori, come hanno fatto i regimi dittatoriali in Africa e in America Latina».
Quella contro Tetyana Chornovol, d’altronde, non è l’unica aggressione rimasta impunita.
La sera di martedì, a Kharkiv, nell’est del Paese, è stato accoltellato Dmytro Pilipets, uno degli organizzatori delle manifestazioni antigovernative che da giorni tengono sotto assedio la capitale ucraina.
I colpevoli non sono stati identificati.
E, sempre martedì, dopo giorni di agonia, è morto in ospedale l’attivista Masurenko Paul: il 18 dicembre alcuni agenti lo avevano picchiato a sangue.
Poco prima dell’agguato Tetyana Chornovol aveva pubblicato un articolo sulla residenza di campagna del ministro dell’Interno Vitaliy Zakharchenko, accusato di essersi arricchito con operazioni commerciali poco chiare.
Nel suo blog la giornalista aveva anche attaccato il segretario del Consiglio di Sicurezza nazionale Andrii Kliuiev e l’oligarca Viktor Volodymyrovich Medvedchuk. Persone influenti nel Paese che ora, si spera, cercheranno di far luce su questi orribili agguati.
Centinaia di persone, intanto, hanno manifestato a Kiev davanti alla sede del ministero dell’Interno.
Lo slogan è sempre lo stesso: libertà e giustizia.
L’Italia come al solito tace?
(da “La Stampa”)
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Dicembre 24th, 2013 Riccardo Fucile
DOPO IL PAGAMENTO DI UNA CAUZIONE, CADE L’OBBLIGO DI RIMANERE AD ASTANA PER LA MOGLIE DI ABLYAZOV… UN SUCCESSO DELLA PRESSIONE INTERNAZIONALE DOPO IL SEQUESTRO DI PERSONA AVALLATO DAL GOVERNO ITALIANO
Alma Shalabayeva può lasciare il Kazakistan. 
Il portavoce del ministero degli Esteri kazako, secondo quanto scrive l’agenzia di stampa russa Rapsi, ha spiegato che la moglie dell’ex banchiere e dissidente Mukhtar Ablyazov può espatriare, dopo che l’avviso di restrizione imposto precedentemente è stato sollevato con il pagamento della cauzione.
Un risultato che per la Farnesina “è il frutto di settimane di lavoro”. La donna ha raggiunto telefonicamente il ministro degli Esteri italiano Emma Bonino ringraziando l’Italia per la sua liberazione.
“Il nostro incaricato d’affari — spiega il ministro Bonino — si è recato a Almaty ieri sera per accompagnare la signora Shalabayeva a Astana e consegnarle il visto Schengen per il rientro in Europa”.
“Giunge a buon fine una vicenda sulla quale la Farnesina ha continuato a lavorare anche dopo che si sono spenti i riflettori”, ha detto la titolare degli Esteri. “La riconquista della libertà di movimento della signora Shalabayeva chiude un cerchio aperto con il provvedimento di revoca dell’espulsione del 12 luglio”.
L’Italia ha così rimediato formalmente al sequestro di persona per conto terzi perpetuato nel nostro Paese ai danni della moglie e delle figlie del dissidente kazako.
“Mi sembrava sollevata e contenta di essere con la figlia. Deciderà lei dove riterrà opportuno stabilirsi: è una decisione che spetta a lei”.
Il ministro Bonino, risponde così Skytg 24 a chi le chiede se, nella conversazione con Alma Shalabayeva, la donna abbia espresso l’intenzione di tornare in Italia.
Il ministro poi rivela che nei mesi scorsi aveva scritto una lettera al suo collega kazako. Ora che la vicenda si è conclusa, ha aggiunto, “dobbiamo riallacciare in qualche modo i rapporti tra Italia e Kazakistan dopo un periodo prolungato di freddezza”.
Shalabayeva era stata espulsa dall’Italia con la figlia lo scorso 31 maggio.
Il marito è stato arrestato a Cannes il 31 luglio ed è detenuto a Aix-en-Provence in attesa di sentenza sulla richiesta di estradizione da parte di Kazakhstan, Russia e Ucraina.
Il dissidente kazako, oppositore del presidente Nursultan Nazarbayev, era fuggito in Gran Bretagna dove aveva chiesto ed ottenuto asilo politico nel 2011.
A novembre, l’Ufficio del procuratore generale del Kazakistan ha riferito che la donna aveva fatto appello alle autorità per ottenere il permesso di lasciare il Paese.
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Dicembre 3rd, 2013 Riccardo Fucile
IL COMMISSARIO UE: “SCETTICO SU ROMA, HO ANCORA L’INCUBO DEL 2011”
“Ho preso nota delle buone intenzioni del governo italiano su privatizzazioni e spending review. Ma lo scetticismo è un valore profondamente europeo. E io ho il preciso dovere di restare scettico, fino a prova del contrario. In particolare per quanto riguarda i proventi delle privatizzazioni e i loro effetti sul bilancio del 2014». Parla così Olli Rehn, vicepresidente della Commissione europea e responsabile per gli affari economici.
Rehn resta convinto che la Finanziaria messa a punto da Letta e Saccomanni non ci consenta margini di manovra e che per di più debba essere corretta sul fronte del debito.
Ma si dice anche pronto a ricredersi se, entro febbraio, il governo fosse in grado di presentare dati concreti sui tagli effettivi di spesa e introiti delle privatizzazioni.
Che cosa non la convince nel piano di stabilità e nella legge finanziaria italiana?
«Per quanto riguarda il deficit, l’Italia è in linea, anche se di poco, con il criterio del tre per cento e questo ha consentito al Paese di uscire dalla procedura per deficit eccessivo che è importante per la sua credibilità sui mercati finanziari. Inoltre l’Italia deve rispettare un certo ritmo di riduzione del debito, e non lo sta rispettando. Per farlo, lo sforzo di aggiustamento strutturale avrebbe dovuto essere pari a mezzo punto del Pil, e invece è solo dello 0,1 per cento. Ed è per questo motivo che l’Italia non ha margini di manovra e non potrà invocare la clausola di flessibilità per gli investimenti».
Ma il governo assicura che una serie di misure extra-finanziaria, come le privatizzazioni e la spending review, permetteranno di colmare questa differenza. Lei ci crede?
«Come dicevo, io devo essere scettico. Le privatizzazioni daranno un piccolo contributo a migliorare l’efficienza del sistema economico e, forse, a ridurre il debito in parte già l’anno prossimo. La spending review è molto importante, ma sarà ancora più importante se riuscirà a mettere in pratica tagli di spesa che abbiano effetto già nel 2014. Le nostre previsioni di febbraio saranno un appuntamento molto importante per l’Italia. Se il governo per quella data ci fornirà risultati concreti e soddisfacenti, ne terremo conto per calcolare i possibili effetti sui margini di manovra a disposizione del Paese».
Non sembra molto ottimista. L’Italia le pare davvero messa così male?
«A vantaggio dell’Italia, si può dire che ha grandi potenzialità di crescita. Se davvero riuscisse a riformare il proprio sistema economico e giudiziario, potrebbe registrare una crescita superiore a quella di molti altre nazioni. Ma il vostro Paese ha un estremo bisogno di rilanciare la propria economia e la propria competitività ».
La ricetta europea del rigore sembra dare frutti in Irlanda e in Spagna, ma non in Grecia o in Italia. Come potete pretendere di curare tutti i malati con la stessa medicina, quando le malattie sono diverse?
«Ma non è così. I programmi adottati per ogni Paese erano e sono cuciti su misura. In Spagna e Irlanda erano focalizzati sul settore bancario e stanno dando risultati. In Grecia sulle riforme strutturali, ma le resistenze corporative ne hanno frenato il cammino. L’Italia, come la Francia e anche la mia Finlandia, ha un problema di competitività , che però non può essere risolto trascurando il consolidamento dei conti pubblici».
Gira e rigira, siamo sempre al binomio rigore e austerità .
«No. Le cose stanno cambiando. Il peso dell’aggiustamento strutturale delle finanze dell’eurozona l’anno scorso è stato pari all’1,5% del Pil; quest’anno sarà dello 0,75% e l’anno prossimo dello 0,25%. Ma ricordiamoci che questo sforzo può attenuarsi solo perchè l’Europa ha ritrovato credibilità sui mercati grazie all’impegno della Bce e al miglioramento della governance economica».
Vuol dire che Bruxelles sta cambiando politica?
«Le risponderò con le parole del presidente americano John Quincy Adams: la nostra politica non è cambiata, sono le circostanze ad essere cambiate. Oggi l’Europa ha ritrovato più stabilità , che ci consente di ridurre la pressione sul rigore. Ma, all’inizio della crisi non avevamo credibilità e dunque non avevamo alternative. Se io facessi incubi, rivivrei l’angoscia del periodo tra agosto e novembre del 2011, quando l’Italia era al centro della tempesta sui mercati finanziari».
Allora l’Italia si salvò da sola, mandando a casa Berlusconi e chiamando Monti al governo. Ma forse adesso ce lo può dire: sareste stati in grado di salvare dalla bancarotta un Paese grande come il nostro?
Rehn si ferma a riflettere, ma non dà una risposta diretta. «Quello che le posso dire è che avremmo fatto tutto il possibile. E molto in effetti è stato fatto. Ma certo, in quel momento, la dimensione del fondo di stabilità era notevolmente limitata».
Insomma, non ha rimproveri da farsi sulla gestione della crisi?
«Sicuramente oggi l’Europa è più forte di tre anni fa. Adesso c’è una governance economica dell’eurozona che allora non esisteva. Rammarichi? Certo, la gestione della crisi con la regola dell’unanimità è una sfida permanente. E spesso siamo stati costretti a scegliere la soluzione politicamente percorribile invece della soluzione economicamente migliore».
Al vertice di dicembre discuterete degli accordi contrattuali, che prevedono finanziamenti europei in cambio di riforme economiche nazionali?
«Penso che su questo ci sarà una discussione di massima. Gli sherpa ci stanno lavorando. Ma molto resta da fare».
E’ vero che si candida come prossimo presidente della Commissione per i liberali europei in competizione con l’ex premier belga Verhofstadt?
«Sì, mi piacerebbe continuare la battaglia che ho condotto in tutti questi anni per modernizzare l’Europa».
Andrea Bonanni
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 2nd, 2013 Riccardo Fucile
“SE NON VOGLIAMO CHE TRIONFI IL MODELLO CINESE L’EUROPA DOVRA’ RESTARE UNITA”
Non usa mezzi termini il deputato europeo dei Verdi, il tedesco Daniel Marc Cohn-Bendit,
nell’opporsi all’idea del leader del M5S Beppe Grillo di indire un referendum che possa mettere in discussione la presenza dell’Italia nella moneta unica.
“Uscire dall’Euro? Ma che, è matto?”. Tuona Cohn-Bendit durante una conferenza stampa a Milano per presentare una serie di iniziative italiane dell’Europa in green party: un nuovo simbolo per l’Italia e l’idea di avviare sul web le primarie, per scegliere il nome del prossimo segretario europeo del movimento.
Secondo Cohn-Bendit non si può mettere in discussione l’unità europea.
“Anche se a livello sociale e nelle politiche ambientali — ha aggiunto l’europarlamentare — è stato fatto poco, in futuro ci si dovrà confrontare con nazioni come la Cina. L’Italia, la Germania o la Francia (che tra trent’anni nemmeno saranno più nel G8) da sole non avranno mai la forza per contrattare con queste superpotenze; per cui se non vogliamo che trionfi un modello cinese, che in questi giorni, con la tragedia di Prato, ha dimostrato tutta la sua improponibilità , dobbiamo restare nell’alveo di un’Europa unita, per aver la forza di combattere”.
All’incontro con Daniel Cohn-Bendit era presente anche Giorgio Ambrosoli, leader del Patto civico in Regione Lombardia, anch’egli europeista convinto.
“Lo dobbiamo ai nostri giovani — ha detto l’eruoparlamentare — perchè solo nell’ambito di un’Europa unita sarà possibile per loro trovare una qualche speranza nel futuro”
Fabio Abati
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 22nd, 2013 Riccardo Fucile
NELL’AUTUNNO 2011 IL PREMIER ITALIANO AVEVA AVVIATO TRATTATIVE SEGRETE PER FAR USCIRE L’ITALIA DALLA MONETA EUROPEA..MA L’11 NOVEMBRE RASSEGNO’ LE DIMISSIONI APRENDO LA STRADA A MONTI
Clamoroso: Silvio Berlusconi aveva avviato le trattative in sede europea per uscire dalla moneta unica. A rivelarlo è Hans-Werner Sinn, presidente dell’istituto di ricerca congiunturale tedesco, Ifo-Institut, durante il convegno economico “Fuehrungstreffen Wirtschaft 2013” organizzato a Berlino dal quotidiano “Sueddeutsche Zeitung”. Quella di Sinn è una voce autorevole, tanto che potremmo paragonare l’istituto da lui presieduto all’italiano Istat .
“Sappiamo – ha detto Sinn – che, nell’autunno 2011, l’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha avviato trattative per far uscire l’Italia dall’Euro”.
Intervenendo in un dibattito dedicato alla crisi europea e agli effetti sui paesi meridionali dell’eurozona, Sinn ha aggiunto di “non sapere per quanto ancora l’Italia ce la farà a restare nell’Unione Europea: l’industria nel nord del paese sta morendo, i fallimenti delle imprese sono ormai alle stelle e la produzione industriale è in continuo calo”.
La possibilità di un’uscita, forzata o voluta, “è sempre concreta per Francia, Grecia e Italia”, ha detto ancora il presidente di Ifo-Institut, sottolineando che, in ogni caso, il salvataggio di due paesi come la Francia e l’Italia, con un ammontare di crediti in percentuale del pil pari a quelli concessi alla Grecia, “ci costerebbe qualcosa come 4.500 miliardi di euro”.
Ma tornando a quell’autunno di due anni fa, se il tentativo di Berlusconi di uscire dall’Euro c’è stato veramente, di certo non gli portò fortuna.
È proprio in quel frangente che per l’ultimo governo guidato del Cavaliere tutto cominciò a precipitare.
Lo spread iniziò a salire, già dall’estate, arrivando a toccare vette allarmanti e l’economia del Paese andava verso il collasso.
L’esecutivo era sempre più logoro, tanto che l’11 novembre del 2011 il Cavaliere rassegnò le dimissioni. Fu quella l’anticamera della nascita del governo tecnico presieduto dall’ex commissario europeo Mario Monti.
C’è chi poi, in questi passaggi concitati, ha visto un complotto ai danni dell’allora premier.
Non una persona qualunque, dato che stiamo parlando di Lorenzo Bini Smaghi, ex membro della Bce, la Banca centrale europea.
In un suo recente libro intitolato “Morire di austerità ” (editrice Il Mulino), l’economista spiega come “la minaccia di uscita dall’Euro non sembra una strategia negoziale vantaggiosa (…). Non è un caso che le dimissioni (…) di Berlusconi siano avvenute dopo che l’ipotesi di uscita dall’Euro era stata ventilata in colloqui privati con i governi di altri paesi”.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 21st, 2013 Riccardo Fucile
“L’ITALIA UTILIZZA CONTRATTI DI LAVORO A TERMINI CONTINUATIVI CHE DURANO ANNI E LASCIANO I DOCENTI ETERNI PRECARI”… E GLI STIPENDI VANNO ADEGUATI
L’Italia rischia una multa di minimo 10 milioni di euro dall’Europa per i precari della scuola, che
rappresentano un esercito di 130 mila persone, secondo Cgil Cisl e Uil, addirittura di 137 mila secondo l’Anief.
L’altolà è arrivato ieri da Bruxelles, dove è stata aperta una procedura di infrazione per il mancato rispetto da parte del nostro Paese della direttiva sul lavoro a tempo determinato. L’Italia, scrive la Commissione Ue nella lettera di messa in mora, utilizza i supplenti con contratti a termine «continuativi», che durano anche molti anni e li lasciano così «in condizioni precarie nonostante svolgano un lavoro permanente come gli altri».
Non solo: anche gli stipendi vanno adeguati, visto che i precari «svolgono lo stesso lavoro ma hanno un contratto diverso» rispetto agli immessi già in ruolo.
A questo punto, l’Italia ha due mesi di tempo per rispondere alla Commissione europea altrimenti la procedura verrà portata davanti alla Corte di giustizia europea che, nel caso di condanna e mancato rispetto della sentenza, può sanzionare il nostro Paese con multe che vanno da un minimo di circa 10 milioni e possono salire (da 22mila a 700mila euro) per ogni giorno di ritardo nel pagamento.
LA LINEA DI DIFESA DEL MIUR
Il ministero dell’Istruzione ha già pronta la sua linea di difesa per rispondere al monito dell’Ue: «Spiegheremo la particolarità delle mansioni svolte dal personale della scuola in considerazione delle esigenze del territorio e di funzioni specifiche come quella del sostegno — spiegano da viale Trastevere —. Sarà pure ricordato che non si può prescindere da una rigidità nell’obbligo di garantire a tutti il diritto all’istruzione imposto dalla Costituzione e neppure dalla forte variabilità della domanda dettata da una pluralità di fattori, immigrazione inclusa».
Ai commissari Ue sarà anche sottolineato che sulla questione si sta lavorando: «Aver trasformato le graduatorie fisse in graduatorie ad esaurimento è una scelta destinata a sgonfiare le sacche del precariato e non certo ad alimentarle – scriveranno i tecnici ministeriali a Bruxelles -. E le assunzioni in ruolo decise con il recente decreto istruzione contribuiranno a riportare a un livello fisiologico il ricorso ai precari».
Se queste spiegazioni basteranno alla Commissione, la procedura si fermerà , altrimenti passerà alla Corte di giustizia, con il rischio di condanne pesanti.
SINDACATI IN TRINCEA
I sindacati rivendicano l’intervento dell’Europa sulla vicenda precari.
«La Flc-Cgil, oltre ad essere stata protagonista delle tanti mobilitazioni, ha promosso un ricorso alla Corte di giustizia europea -ricorda il segretario Domenico Pantaleo -. Adesso il governo metta in campo un piano pluriennale che consenta la stabilizzazione dei precari andando oltre gli stessi contenuti della legge sull’istruzione recentemente approvata dal Parlamento».
Anche l’Anief l’anno scorso aveva presentato a Bruxelles e Strasburgo una denuncia, a nome di migliaia di precari, proprio per la reiterata violazione nel pubblico impiego della direttiva comunitaria 1999/70/CE.
«Dopo la messa in mora dell’Italia sul personale Ata della scuola, quello di oggi è un altro segnale importante», dice il presidente Marcello Pacifico.
Incalza pure la Uil: «Nonostante i continui richiami, la risposta data con il piano di immissioni in ruolo è —osserva il segretario Massimo Di Menna — una soluzione parziale perchè ci sono ancora posti in organico di diritto coperti con contratti annuali reiterati di anno in anno. La soluzione — ribadisce Di Menna- è nell’organico funzionale».
Stabilizzare i rapporti di lavoro, secondo la Cisl, risolverebbe anche gli aspetti economici su cui interviene la Commissione Ue: «Chi è assunto a tempo indeterminato- sottolinea il segretario Francesco Scrima — può far valere anche ai fini economici l’anzianità accumulata con il lavoro precario, come da sempre avviene quando si entra in ruolo».
Mentre l’Ugl sottolinea: «I contratti a tempo determinato dovrebbero trovare applicazione solo in caso di supplenze brevi e saltuarie.
Il monito dell’Ue -conclude il segretario Giuseppe Mascolo — non resti inascoltato».
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