Luglio 30th, 2013 Riccardo Fucile
L’EUROPAISCHE AKADEMIE BERLIN HA ANALIZZATO I SERVIZI PUBBLICATI DA DIE ZEIT, FRANKFURTER ALLGEMENINE E BILD ZEITUNG
L’Europaische Akademie Berlin, ente indipendente che collabora con il ministero degli Affari
Esteri tedesco, ha effettuato uno studio sull’immagine dell’Italia nei media tedeschi, analizzando titoli e servizi dal 2008 ad oggi pubblicati da Die Zeit, Frankfurter Allgemenine e Bild Zeitung.
Tre giornali differenti, che si rivolgono ad un pubblico diverso, da cui emerge con prepotenza un giudizio pesante sull’Italia.
Il pregiudizio tedesco sul conto del popolo italiano, del resto, è vecchio di cent’anni ed è stato rafforzato nel tempo.
Il peccato originale risale alla prima guerra mondiale, poi confermato con l’epilogo della seconda.
Il giudizio storico è stato poi alimentato dal mito costruito negli anni della dolce vita, di un Paese popolato da maschi veraci, votati più al piacere che alla fatica.
Oggi quell’impronta rimane e il pregiudizio torna a riproporsi, pescando da quell’immaginario.
Negli articoli presi in esame dall’analisi si parla principalmente dei protagonisti del sistema politico, delle elezioni e della crisi del sistema, oltre che di economia e di crisi finanziaria.
L’equazione che ne emerge è particolarmente pesante: “Italia = Berlusconi = caos = debiti”.
Ad esporre i risultati dello studio il professor Eckart Stratenschulte (direttore dell’ente), in occasione di un seminario dedicato alla Germania, organizzato da Villa Vigoni, centro Italo-Tedesco per l’eccellenza europea.
“A farla da padrone, tra i politici italiani raccontati dai giornali tedeschi, è stata la figura di Silvio Berlusconi — ha spiegato Stratenschulte -. Sono famose le copertine e le prime pagine che gli sono state riservate, spesso irriverenti. Ancora oggi in Germania domina l’incomprensione su come gli italiani possano continuare a votare Berlusconi, sia come imprenditore dei media, sia per gli scandali che lo hanno travolto, per le leggi ad personam, ma soprattutto per quello che è successo sul caso Ruby, in particolare per la bugia sulla parentela con Mubarak, che all’epoca era ancora un importante Capo di Stato, una cosa incomprensibile e inconcepibile per un tedesco”.
Accanto ad un giudizio pesante su una certa classe politica c’è però anche il tentativo di spiegare il caso italiano è diverso da quello greco: “Per noi la Grecia è stato un vero incubo e lo è tutt’ora. Soprattutto la Frankfurter e Zeit, in questi anni hanno spiegato che l’Italia non è la Grecia. Certo c’è preoccupazione per la situazione di crisi in Italia, perchè l’Italia è una grande forza economica e un tracollo avrebbe conseguenze disastrose per tutta l’eurozona, ma sono stati fatti notare gli sforzo compiuti, prima con il governo Monti e adesso con il governo Letta. I tedeschi capiscono e apprezzano lo sforzo di dare un governo al Paese che vada oltre le spaccature”.
Interessante, per comprendere il giudizio tedesco sull’Italia, un sondaggio pubblicato recentemente nel quale è stato chiesto chi fosse il partner più affidabile per la Germania: “L’82% per cento ha messo al primo posto la Francia, poi a scendere ci sono altri paesi come Usa, Polonia e solo il 32% ha risposto Italia”.
Quando invece si è trattato di rispondere alla domanda su quale paese dovesse uscire dall’Europa il risultato è stato differente: “Il 74 % degli intervistati ha detto che l’Italia deve rimanere dentro l’eurozona e solo il 20% ritiene che debba uscire. Un risultato migliore di Spagna, Portogallo e ovviamente della Grecia”.
Stratenschulte ha spiegato che non ci sono solo stereotipi negativi sul conto degli italiani: “Siete caotici ma charmant. Venite visti comunque come il Paese della moda, della cultura, della gastronomia, del buon vivere, dell’architettura e del design. Io non sarei preoccupato per l’immagine italiana. Per chiudere con una battuta possiamo dire che forse alla base c’è un po’ di invidia, perchè i tedeschi lavorano per entrare in paradiso mentre gli italiani lavorano meno perchè sono già in paradiso”.
Prova a metterci una buona parola anche Michael Georg Link, viceministro degli Affari Esteri tedesco, con delega alle politiche comunitarie: “Io sono del Baden Wà¼rttemberg, abbiamo relazioni molto strette con il Nord Italia ormai da 40 anni. C’è molto rispetto a livello tecnico e industriale. La nostra immagine dell’Italia è che ci sono molte italie differenti. Sappiamo che l’Italia è uno dei migliori alleati quando si tratta di portare avanti l’idea europea. Oggi siamo molto lieti della collaborazione tra Guido Westerwelle ed Emma Bonino, che a Mallorca hanno appena firmato una dichiarazione di intenti per continuare nel processo di integrazione europea. Gli anni del governo Berlusconi, in Germania, sono stati percepiti come anni perduti per l’Europa. Durante quel periodo è mancata una voce forte italiana a Bruxelles, oggi stiamo riflettendo su come approfondire la collaborazione perchè crediamo molto nella forza di questo governo Letta”.
Alessandro Madron
argomento: Esteri, Europa | Commenta »
Luglio 19th, 2013 Riccardo Fucile
UN GULAG SENZA GARANZIE: ISOLAMENTO E VIOLENZA NELLE CARCERI, REPRESSIONE DEL DISSENSO FUORI
La terra dei Cosacchi, degli spiriti indipendenti, dei leggendari cavalieri liberi e selvaggi, è in realtà un luogo di abusi e di impunità , grande più dell’Europa occidentale ma molto meno popolato, dove le carceri sono incubi e la repressione ancora quella dei tempi di Stalin, che proprio qui aveva voluto i suoi campi di concentramento per dissidenti.
Il regime di Nursultan Nazarbaev, l’ultimo ad abbandonare riluttante l’Urss in disfacimento, ha garantito una continuità di metodo: le organizzazioni per la difesa dei diritti umani raccontano di un gulag senza garanzie e senza speranze, con violenza e isolamento dentro le prigioni, repressione e paura fuori.
L’unica rottura con il passato è in economia, con il via libera allo sfruttamento dei lavoratori, in nome del capitalismo petrolifero.
Il regime è considerato “tollerante” in tema di religione, e la storia delle deportazioni volute dal “piccolo padre” georgiano ha imposto una tradizione di convivenza fra diverse etnie.
Ma forse nazionalismi e religioni sono considerati sovrastrutture, ciò che conta sono i giacimenti, su cui si svela il pugno di ferro dell’ex leader sovietico, eletto presidente per la terza volta con oltre il 95 per cento dei voti.
Il “caso” più eclatante, lo sciopero degli operai represso brutalmente a Zhanaozen, è rimasto un simbolo dell’incapacità di uscire dalla logica dittatoriale, tanto che le autorità kazake stanno valutando persino se proporre alla popolazione locale un referendum per dimenticare il vecchio nome sporco di sangue e ribattezzare la cittadina Beket-Ata, con il nome di un filosofo Sufi nato da quelle parti.
Era il 2011 quando gli operai del campo di Ozenmunaigas incrociarono le braccia, per sentirsi dire che lo sciopero era illegale e decidere di occupare la piazza del paese.
Nei disordini che seguirono, almeno 15 persone rimasero uccise.
Chi sopravvisse alle pallottole della polizia, finì poi davanti ai giudici, decisi a non ascoltare le denunce di tortura e abusi.
Nè il presidente Nazarbaev ha mai ascoltato il cantante Bavyrjan, che ai fatti di Zhanaozen ha dedicato una canzone: era così critica che il regime ha preferito vietarla.
Ufficialmente la repressione era dovuta al sospetto che lo sciopero degli operai fosse stato strumentalizzato da un vecchio nemico di Nazarbaev, l’oligarca Mukhtar Ablyazov, per cercare di rovesciare il presidente.
Ma nessun riferimento a cospirazioni internazionali può cancellare le denunce di Amnesty International, di Human Rights Watch, della Fondazione Open Dialog, sulla gestione dei processi, sul trattamento dei detenuti, sui limiti alla libertà di stampa e al diritto di espressione.
Alla fine, dietro le sbarre sono finiti 37 fra operai e attivisti, ma nessun agente.
La certezza dell’impunità favorisce poi il trattamento disumano di arrestati e detenuti. E i racconti che filtrano sono raggelanti: l’attivista sindacale Roza Tuletaeva, che organizzava i lavoratori di Zhanaozen, ha rifiutato di fornire durante il processo i dettagli degli abusi sessuali subiti, perchè in aula c’erano i suoi parenti e amici. Pestaggi, esposizione al freddo, minacce, persino soffocamenti provocati da buste di plastica: la lista delle sevizie è lunga.
Ma nemmeno i richiami dell’Onu e quelli dell’Europa hanno smosso qualcosa.
Oltre alle vicende italiane, anche la recente visita del premier britannico David Cameron, che ha posto con linguaggio molto prudente il problema dei diritti umani, ne è la prova: Nazarbaev ha risposto che nessuno stato straniero deve dire cosa fare al Kazakhstan.
In altre parole, finchè il presidente-padrone controlla i rubinetti del petrolio, nessuno potrà impedirgli di fare del suo popolo quello che vuole.
Giampaolo Cadalanu
(da “La Repubblica“)
argomento: Europa | Commenta »
Luglio 8th, 2013 Riccardo Fucile
FONDI EUROPEI DESTINATI ALLE PICCOLE E MEDIE IMPRESE: LA TROPPA BUROCRAZIA AFFONDA IL PROGETTO JEREMIE, SOLO 60 MILIONI SU 371 SONO STATI UTILIZZATI
Nella sola Atene stanno aiutando centinaia di piccole e medie imprese a nascere, crescere e dare lavoro: i fondi strutturali europei del programma Jeremie 2007/2013 costituiscono tra il 50 e il 70% del capitale (120 milioni di euro) che finanzia le oltre 200 start up ad alto tasso di tecnologia che stanno facendo intravedere cenni di risveglio nell’economia nella capitale greca. Una scena hi-tech in piena espansione che crea occupazione e attira investitori da ogni parte del mondo, nonchè uno spiraglio di luce nel baratro in cui la Grecia è precipitata.
Nato nel 2006, Jeremie, Joint European Resources for Micro to Medium Enterprises, è attivo anche in Italia dal 2008 per start up e Pmi in difficoltà : 371 milioni disponibili in Sicilia, Calabria e Campania, dove è gestito dal Fondo Europeo di Investimento, che seleziona le banche che erogano i prestiti e a loro volta prestano il loro denaro alle stesse condizioni.
Altri stanziamenti sono previsti in Lombardia, dove l’ente gestore è Finlombarda, la finanziaria regionale.
Ma in Italia il fondo funziona male, specie al Sud. Una realtà che si scontra con i dati dei primi tre mesi del 2013, in cui sono state costrette a chiudere 40 piccole e medie imprese al giorno. Le colpe del cattivo funzionamento di Jeremie? Di tutti.
Banche, Regioni ed enti gestori: ritardi nell’attivazione, tassi di interesse troppo alti, poche informazioni, “scarsa predisposizione degli istituti di credito a usare Jeremie”.
In Sicilia i fondi sono due, per un totale di 120 milioni: 110 li ha il Dipartimento Finanza e Credito (44 sono dell’Ue, 66 li mette la Bnl), 10 il settore delle Attività produttive con Unicredit, destinati al microcredito.
Dal 2009, anno di costituzione del fondo, sono stati erogati solo 10 milioni. “Nel 2012 abbiamo sbloccato il meccanismo — spiega al fattoquotidiano.it Giovanni Bologna, dirigente del Dipartimento Finanza — alzando il massimale da 400 mila euro ad un milione e dando la possibilità alle imprese di ristrutturare il loro credito.
Ora la macchina è partita”.
Eppure l’assessore all’Economia, Luca Bianchi, il 23 maggio scorso dichiarava: “I fondi Jeremie hanno fallito e se non funzionano occorrerà definanziarli”.
Le responsabilità ? Il solito scaricabarile.
Solo il 5 ottobre 2012 l’allora assessore Armao denunciava “gravi inadempienze dell’Istituto bancario gestore in materia di comunicazione tali da impedire alle imprese la giusta conoscenza delle opportunità dello strumento”. Giovanni Catalano, direttore di Confindustria Sicilia, spiega: “Nell’ultimo seminario che abbiamo fatto, Bnl e Unicredit hanno dato la colpa al complesso meccanismo di gestione delle pratiche: per il microcredito, ad esempio, costa troppo gestire il progetto di un prestito che al massimo è di 25 mila euro, e per questo le banche non hanno interesse a usare questi fondi”.
Ancora peggio va in Calabria.
Nell’ottobre 2011 veniva presentato uno stanziamento di 45 milioni. A tutt’oggi alle imprese non è arrivato un euro. Il 29 maggio il nuovo annuncio: 95 milioni a disposizione delle Pmi (52,5 del Banco di Napoli, 42 della Banca del Mezzogiorno). Ma alla conferenza stampa si notava un’assenza importante, quella di Confindustria Calabria: “Il problema è che il pallino è in mano alle banche — racconta il presidente, Giuseppe Speziali — i vincoli sono troppo stringenti e il costo del denaro troppo alto: qual è l’impresa in difficoltà che riesce a prendere un prestito con un tasso dell’11%?”. Colpa della politica per Franco Laratta, politico calabrese, fino al 14 marzo deputato Pd: “I Confidi non bastano, la Regione non ha previsto un fondo di garanzia pubblico in grado di tranquillizzare le banche, che tengono alti gli interessi”.
Le cose vanno meglio in Campania.
Dei 156 milioni a disposizione (70 dai Fondi Fei e i restanti 85,5 di Unicredit) 50 sono stati erogati alle imprese. Un terzo, un capolavoro nel panorama generale.
Sono 371 i milioni stanziati complessivamente nelle 3 Regioni (210 dell’Ue, 161 delle banche), solo 60 quelli utilizzati.
Un’idea complessiva sul perchè la dà il Rapporto Finale del Workshop Tecnico sul sistema del Microcredito in Italia, datato 24 febbraio 2012 e firmato da Ente nazionale per il microcredito e Commissione Ue: “scarsa informazione”, “difficoltà di trovare operatori competenti”, “elevati ritardi dei decreti attuativi”, “eccessiva burocrazia”, “scarsa predisposizione degli istituti di credito a usare Jeremie”.
A Nord Jeremie è disponibile in Lombardia dal 2008.
L’ente gestore è Finlombarda. I pochi dati ufficiali li fornisce il Rapporto sul Microcredito: in Lombardia, si legge, “le risorse messe a bando ammontano a 31,5 milioni”.
I siti di Regione, finanziarie e banche traboccano di comunicati che parlano di milioni e milioni di euro a disposizione delle Pmi (dai 76 annunciati da Confidi Lombardia e Intesa Sanpaolo nell’aprile 2010 ai 95 sbandierati da UniCredit ed Eurofidi nell’ottobre 2011), nessuno che parli di erogazioni. Come stanno andando questi fondi? Finlombarda non risponde alle richieste di informazioni.
E il resto dell’Ue? Ad oggi, sono 14 i Fondi Jeremie gestiti dal FEI in Europa.
Quasi tutti vanno meglio di quelli italiani.
Il Report Annuale 2012 racconta che dei 349 milioni disponibili in Bulgaria a fine anno ne erano stati erogati 90.
In Francia due fondi regionali per complessivi 50 milioni sono stati utilizzati per il 32%.
La Lituania aveva 170 milioni: 126 sono andati alle imprese.
In Romania “i fondi stanziati sono andati oltre i 115 milioni, superando la dotazione del fondo che era di 100″.
Marco Quarantelli
argomento: Europa | Commenta »
Luglio 4th, 2013 Riccardo Fucile
IL FMI BOCCIA L’IPOTESI ABOLIZIONE… “DISOCCUPAZIONE GIOVANILE A LIVELLI INACCETTABILI”
«L’imposta sulla prima casa andrebbe mantenuta». La sentenza inappellabile di Kenneth Kang,
assistant director del dipartimento europeo del Fondo monetario internazionale.
Secondo Kang l’Italia dovrebbe «rivedere il sistema catastale per andare nella direzione di un sistema più equo e giusto. Per questo incoraggio il governo a tale riforma».
«TERREMO CONTO»
«E’ una questione che stiamo valutando. Certamente terremo conto dell’opinione del Fmi. Ma l’obiettivo è trovare un consenso all’interno della coalizione», ha subito replicato il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni.
Il titolare del Tesoro ha chiarito che la missione del Fondo monetario internazionale «riconosce comunque i punti di forza dell’economia italiana nell’aver realizzato progressi significativi nel consolidamento fiscale, nella gestione della riforma delle pensioni e in altri campi come la solidità del sistema bancario».
LE STIME
«La crisi non è scongiurata del tutto e la disoccupazione resta ad un livello inaccettabile. Il percorso delle riforme deve avere la prioroità¡ per creare crescita e lavoro», ha aggiunto Aasim Husain del Fmi al termine della missione italiana. «I segni di stabilizzazione dell’economia ci sono ma gli investimenti e occupazione restano deboli. Nel 2013 stimiamo che il pil chiuda a -1,8». E ha alzato quelle per il 2014 dal +0,5% al +0,7%.
IL RAPPORTO
Nel testo si legge che la necessità di «un ribilanciamento del risanamento fiscale è assolutamente necessario per sostenere la crescita».
È necessario «modificare la composizione del risanamento attraverso tagli di spesa e minori tasse». Un efficace pagamento dei debiti della pubblica amministrazione «può ridurre le difficoltà del credito delle aziende».
LA DISOCCUPAZIONE
«Il livello di disoccupazione giovanile in Italia è inaccettabile», ha poi rilevato il fondo monetario. Che ha elaborato la sua ricetta, secondo la quale ci si dovrebbe «indirizzare verso un contratto unico, più flessibile per i nuovi lavoratori che gradualmente aumenta la protezione del posto di lavoro all’aumentare dell’età potrebbe ridurre il costo delle nuove assunzioni e sostenere l’apprendistato». Nell’Article IV si sottolinea che «incoraggiare aziende e lavoratori alla contrattazione di secondo livello consentirebbe di unire in modo migliore stipendi e produttività ».
(da “il Corriere della Sera“)
argomento: economia, Europa | Commenta »
Luglio 1st, 2013 Riccardo Fucile
LA COMMISSIONE MOBILITE’ 21 RINVIA QUALSIASI IMPEGNO A DOPO IL 2030: PRIORITA’ A MANTENERE EFFICIENTI I SERVIZI PER I PENDOLARI
E’ proprio vero. 
La commissione Mobilitè 21, incaricata dal Governo francese della spending review sui progetti di infrastrutture legate ai trasporti, ha fatto scattare ufficialmente il semaforo rosso davanti al tratto francese della Tav Torino-Lione.
Rimandato a dopo il 2030: come dire, alle calende greche.
La commissione ha consegnato la versione definitiva del suo lavoro, che dovrà poi ricevere l’ok del Parlamento e del Governo.
A voler fare la punta alla matita si può notare che Mobilitè 21 non aveva espliciti incarichi sui progetti di tratte transfrontaliere: nel caso della Torino-Lione, il tunnel di 57 chilometri sotto le Alpi (costo pari a circa 8 miliardi di euro, di cui tre a carico della Francia e 5 a carico dell’Italia) da Bussoleno a Saint Jean de Maurienne.
In ogni caso, ammesso e non concesso che il tunnel in qualche modo sopravviva alla spending review francese, a Saint Jean la Tav imbocca il binario morto, senza se e senza ma: continuerà a funzionare solo la linea attuale per Lione, addio al vagheggiato tracciato più veloce.
Le news francesi danno ampio risalto alle conclusioni di Mobilitè 21 e alle sue decisioni sulla Tav Torino-Lione.
In Italia invece squillano le fanfare per la recente ratifica in Consiglio dei Ministri dell’accordo del buco (il tunnel di cui sopra fra Bussoleno e Saint Jean de Maurienne): un accordo però raggiunto da Italia e Francia in gennaio, ben prima delle conclusioni rese pubbliche oggi da Mobilitè 21.
Le fanfare squillano anche per il prossimo arrivo della talpa che comincerà il vero e proprio scavo del tunnel geognostico nel cosiddetto cantiere Tav di Chiomonte: col che il processo per realizzare l’opera “diventerà irreversibile”.
Attenzione: la talpa non scaverà il traforo ferroviario ma solo un cunicolo per vedere cosa c’è sottoterra e per poter così completare la progettazione del traforo, di cui il tunnel geognostico costituirà poi un’uscita di sicurezza.
Rendere “un processo irreversibile” lo scavo di un costosissimo buco che almeno fino al 2030 condurrà verso un binario morto?
Già la Tav Torino-Lione sarebbe stata inutile: esiste una linea ferroviaria parallela, recentemente rimodernata e ampiamente sotto utilizzata.
Spendere cinque miliardi per arrivare una manciata di minuti prima nel grazioso paese francese di Saint Jean de Maurienne (8.000 abitanti circa) sembra francamente fuori luogo: in Italia cadono a pezzi strade, scuole, trasporti, ospedali…
Anche in Francia, da questo punto di vista, non sono messi benissimo. La commissione Mobilitè 21 ha infatti deciso che bisogna dare la priorità alle spese per mantenere in efficienza i servizi già esistenti e favorire i quotidiani viaggi dei pendolari.
Di solito ai francesi viene rimproverato un congenito senso di grandeur.
La loro grandeur adesso consiste nell’aver capito che le grandi opere in questo momento sono assolutamente fuori luogo.
L’Italia invece le rincorre per cucire paillettes sui suoi stracci sbrindellati.
(“da dirittiglobali.it“)
argomento: Europa | Commenta »
Giugno 18th, 2013 Riccardo Fucile
A CHI HA GIOVATO LA MONETA UNICA? …LA CONVIVENZA TRA CICALE E FORMICHE ALLA LUNGA NON REGGE
Uscire dall’euro? Di tanto in tanto qualche sprovveduto, come Grillo, o qualche semisprovveduto, come Berlusconi, lancia l’idea.
Pare che si sia posto il problema anche qualcuno che sprovveduto non è, come Tremonti. Proviamo dunque a fare, sul tema, qualche ragionamento.
È stato un errore adottare una moneta unica, cioè l’euro, per i paesi europei?
Forse sì: certo è che l’operazione è stata prematura. Dettata da nobili speranze.
Si sperava, con l’euro, di accelerare i tempi per la fondazione di una federazione europea.
Stati Uniti d’Europa: bellissimo obiettivo.
Ma l’operazione non ha funzionato: gli Stati Uniti d’Europa non si sono avvicinati, tutt’altro. Riusciremo mai a dargli vita? Per quel che mi riguarda, sono pessimista: non credo che siano possibili, per tante ragioni.
Ma non è questo, per ora, il nostro tema.
Torniamo all’euro, che invece è la realtà con la quale dobbiamo misurarci.
A chi ha giovato, la moneta unica? E chi ha danneggiato?
In un primo tempo è sembrato che danneggiasse i paesi ricchi, che giovasse invece ai paesi che arrancano, come il nostro.
Ci siamo detti, in Italia (e in Spagna, e in Grecia, e così via): che fortuna per noi, che i paesi ricchi (Germania in prima fila) siano disposti ad accollarsi, in parte, il nostro debito pubblico, enorme, spaventoso.
Che grande fortuna: la lira non può più fallire, non può più andare a rotoli, come andò a rotoli la moneta tedesca nella famosa Repubblica di Weimar, anni Venti, prima di Hitler.
Ma i colpi di fortuna vengono e vanno.
A un certo momento i paesi ricchi (Germania in prima fila) si sono stancati, e le parti si sono invertite.
Adesso, i paesi ricchi ci chiedono: volete stare nell’euro? E allora mettete la testa a partito, quadrate i conti. Altrimenti, fuori!
Così si spiega l’imposizione diuna politica finanziaria che fa, su questo non c’è dubbio, tante vittime, tanti danni.
Ma si capisce che le cicale (debito pubblico in libertà ) e le formiche (finanza pubblica sotto controllo) non possono convivere per sempre.
Come finirà ? Regna per il momento una strana quiete, instaurata soprattutto dalla Banca centrale europea: quel geniale Mario Draghi, il suo presidente, ha frenato gli speculatori, dicendo che la Banca, costi quel che costi, difenderà l’euro.
Ma le difese disperate, come quella promessa da Draghi, non possono continuare all’infinito.
I tedeschi, che essendo i più forti hanno in mano il pallino, discutono fra loro (riunioni di Karlsruhe fra banchieri e costituzionalisti) in attesa delle elezioni di settembre.
Poi dovranno prendere decisioni. Certo è che così come siamo non potremo andare avanti a lungo.
Gli Stati europei, a cominciare dai più importanti (Germania e Francia in primo luogo) dovranno prendere decisioni. Per adesso, la mancanza di una politica europea per risolvere i problemi di fondo, per rendere possibile in primo luogo la convivenza fra cicale e formiche, è irreale. L’Economist l’ha descritta in una copertina nella quale “i sonnambuli”, cioè i governanti europei, marciano sorridendo verso il precipizio.
In realtà , il precipizio si dovrà evitare. Si sono commessi errori, senza dubbio.
Ma le terapie, i cambiamenti di rotta, dovranno essere presi di comune accordo, dovranno coinvolgere tutta l’Europa.
Una sola cosa è certa, per l’Italia: uscire dall’euro nella situazione attuale, unilateralmente, come suggerisce uno sprovveduto (Beppe Grillo), o come lascia presagire un semisprovveduto (Silvio Berlusconi), è inconcepibile, è impossibile: e se fosse possibile sarebbe per noi un disastro immane, senza precedenti.
Piero Ottone
argomento: economia, Europa | Commenta »
Giugno 11th, 2013 Riccardo Fucile
L’ITALIA E’ RIUSCITA A SPENDERE SOLO 19,7 MILIARDI DEI 49,5 STANZIATI DALLA UE PER IL PERIODO 2007-2013
Dai fondi strutturali europei non spesi o spesi male possono venire parte delle risorse che il governo sta affannosamente cercando per rilanciare l’occupazione dei giovani.
Lo ha confermato ieri il ministro per la Coesione territoriale, Carlo Trigilia, in occasione del monitoraggio al 31 maggio scorso sui fondi Ue: «Occorre procedere il più rapidamente possibile, con uno sforzo straordinario e con la collaborazione di tutte le amministrazioni a una riprogrammazione delle risorse non ancora spese, secondo le priorità che il governo si è dato, a partire dalle misure per affrontare il problema della disoccupazione giovanile».
Per ora il ministro non dice quanti soldi potrebbero essere dirottati da voci inutili di spesa a impieghi più produttivi, ma, se si tiene conto che ci sono ancora 30 miliardi di euro che tra risorse europee (circa 17 miliardi ) e cofinanziamenti nazionali (circa 13 miliardi) devono essere spesi entro la fine del 2015, si capisce che i margini di manovra sono importanti.
Del resto, già il predecessore di Trigilia, Fabrizio Barca, ha deciso nel breve spazio di vita del governo Monti due riprogrammazioni dei fondi Ue, che hanno spostato ben 6,4 miliardi di euro.
Secondo i dati del monitoraggio diffusi ieri, l’Italia ha speso finora 19,7 miliardi dei 49,5 complessivamente stanziati dai due fondi europei Fse (Fondo sociale europeo) e Fesr (Fondo europeo di sviluppo regionale) per il periodo 2007-2013 (le somme vanno impegnate entro il 2013, ma per spenderle ci sono due anni in più).
Di questa cinquantina di miliardi 27,9 sono a carico dell’Unione Europea e il resto (21,6 miliardi) dei fondi nazionali.
I quasi 20 miliardi spesi finora equivalgono al 40% del totale, un livello che rispetta il livello minimo del 38% fissato dall’Ue, ma non basta certo a assicurare che i restanti 30 miliardi saranno spesi e, soprattutto, spesi bene.
In particolare nel Mezzogiorno, dove la spesa si è fermata, al 31 maggio, al 35,7%.
Si tratta ora, spiegano i collaboratori di Trigilia, di guardare bene nei singoli programmi di spesa per trovare quelli più inefficienti e chiedere poi a Bruxelles di dirottare le risorse su impieghi più utili.
Attualmente questa enorme massa di denaro fatta di fondi Ue e cofinanziamenti nazionali è suddivisa su ben 52 programmi: regionali, interregionali e nazionali.
In 35 casi l’ammontare delle spese certificate finora ha superato il target fissato dall’Ue, in 11 è rimasto entro la soglia di tolleranza mentre in 6 casi non ha raggiunto il livello minimo.
Il caso più rilevante è proprio quello del «programma nazionale su ricerca e competitività » che concentra in 4 regioni — Puglia, Calabria, Sicilia e Campania — circa 6 miliardi di euro nel periodo 2007-2013, gestiti dai ministeri dell’Istruzione e dello Sviluppo, a sostegno di attività di ricerca, innovazione, potenziamento infrastrutturale e creazione d’imprese.
Finora sono stati spesi solo 1,8 miliardi, 260 milioni in meno del minimo richiesto.
Ci sono poi altri ritardi che riguardano due piani regionali del Lazio, uno del Piemonte e due piani interregionali.
Complessivamente il ritardo riguarda fondi per quasi mezzo miliardo.
Fatta la ricognizione, il ministro proporrà a Bruxelles, al massimo entro settembre, la riprogrammazione delle risorse.
Con una priorità : l’occupazione giovanile.
Enrico Marro
(da “il Corriere della Sera“)
argomento: Europa, governo, Lavoro | Commenta »
Maggio 30th, 2013 Riccardo Fucile
OTTINGER: “GLI ITALIANI? SONO COME BULGARI E ROMENI”
Si respirava da qualche settimana quasi un’aria di tregua, nella guerriglia verbale contro
l’Italia instabile e poco virtuosa, fino a quando non si è fatto sentire il commissario europeo all’Energia, Gà¼nther à–ttinger.
Qualcuno potrebbe dire che ci si poteva aspettare qualcosa di simile da un uomo che ha proposto il mese scorso di tenere a mezz’asta, a Bruxelles, le bandiere dei Paesi dell’Ue indebitati.
L’ex governatore cristiano-democratico del Baden Wà¼rttemberg non è nuovo a esternazioni come quella con cui ha lamentato la «difficile governabilità » di alcuni scomodi iscritti al club europeo.
Ha chiamato in causa l’Italia, appunto, la Bulgaria e la Romania. Si è detto «preoccupato».
Alle reazioni negative si è aggiunta anche quella del presidente del Parlamento europeo Martin Schulz,che ha invitato à–ttinger ad evitare inutili lezioni.
Naturalmente, come accade in questi casi, le frasi riportate dalla Bild sarebbero state «fuori contesto».
Un portavoce ha precisato il senso del ragionamento: «Se non c’è nessuna stabile maggioranza è più difficile affrontare le questioni del deficit e del debito».
Sarà , ma non va dimenticato che appena il mese scorso, mentre il presidente Josè Manuel Barroso sottolineava i limiti delle politiche di austerità , il commissario tedesco ribadiva che per l’Europa non c’era altra scelta che risparmiare.
E ieri è tornato alla carica.
Le frasi sull’Italia non sono piaciute anche perchè la pazienza è stata messa a dura prova da innumerevoli punzecchiature.
«Non sentirete mai espressioni del genere sull’Italia dal governo tedesco», ha commentato il portavoce della cancelliera, Steffen Seibert.
Prendiamola come una promessa, anche se è vero che dalla visita di fine aprile del presidente del Consiglio Enrico Letta, all’indomani dell’insediamento, le inquietudini per il prolungarsi della crisi italiana si sono dissipate.
Sembrano passati secoli, dopo la fase caratterizzata dal sostegno alle riforme intraprese dal governo Monti, da quando il ministro degli Esteri Guido Westerwelle avvertiva che la Germania non voleva essere il caprio espiatorio di una campagna elettorale populista.
Questo non vuol dire che tutti i problemi siano risolti. Anzi.
L’Italia è sempre sotto osservazione.
«È decisivo proseguire con il corso di risanamento», ha avvertito il ministro delle Finanze Wolfgang Schà¤uble
Il confronto italo-tedesco sta tornando a misurarsi sui contenuti.
Ma gli irriducibili sono sempre vigili, come ha dimostrato il caso à–ttinger.
Un grosso contributo alla loro attività è venuto dai dirigenti del nuovo partito anti-euro Alternativa per la Germania.
Il suo leader, Bernd Lucke, ha ipotizzato una unione di valute di dimensioni più piccole del quale potrebbe far parte l’Italia. Grossa sfiducia è stata espressa in varie occasioni dal capogruppo liberale Rainer Brà¼derle. Il ministro delle Finanze bavarese, Markus Sà¶der, e il segretario generale della Csu, Alexander Dobrindt, furono redarguiti pubblicamente dalla cancelliera per le loro parole incendiarie.
Quest’ultimo avvertì Monti l’estate scorsa che i tedeschi non sarebbero stati disposti ad «annullare la democrazia per finanziare il debito italiano».
Nella lista va inserito anche il candidato cancelliere socialdemocratico Peer Steinbrà¼ck, «inorridito» per l’elezioni di due «clown», Silvio Berlusconi e Beppe Grillo.
Il presidente Giorgio Napolitano, che annullò immediatamente il suo incontro con lo sfidante di Angela Merkel, disse poi che l’Italia «rispetta la Germania ed esige rispetto».
Una frase che rimane valida.
Paolo Lepri
(da “il Corriere della Sera“)
argomento: Europa | Commenta »
Maggio 27th, 2013 Riccardo Fucile
POTREBBE IN TEORIA SBLOCCARE UNA DECINA DI MILIARDI PER INVESTIMENTI PRODUTTIVI ALLE INFRASTRUTTURE CO-FINANZIATI DALLA UE… MA SENZA SFORARE IL LIMITE DEL 3%: IL DEBITO PUBBLICO DELL’ITALIA E’ SEMPRE OSSERVATO SPECIALE
Con tre giorni di anticipo sulla scadenza annunciata del 29 maggio, la Commissione europea
fa trapelare da Bruxelles l’intenzione di proporre ai 27 dell’Ue di chiudere mercoledì la procedura d’infrazione per deficit eccessivo nei confronti dell’Italia.
L’indicazione sta nelle raccomandazioni all’Italia che l’Esecutivo comunitario discuterà e, in linea di massima, approverà mercoledì.
L’ok alla chiusura della procedura non è, però, un via libera senza condizioni alla spesa pubblica: esso, infatti, si accompagna, alla richiesta di mantenere la rotta del risanamento dei conti pubblici.
Le intenzioni della Commissione, intercettate dall’Ansa, non colgono di sorpresa Palazzo Chigi, perchè erano nell’aria, dopo che Bruxelles aveva lodato le prime mosse praticamente a costo zero del governo Letta, che avevano mantenuto il deficit di bilancio italiano sotto la soglia del 3%.
Ma vengono ovviamente accolte con soddisfazione: “Finalmente — si nota — una buona notizia”, pur se la prudenza suggerisce di attendere la formalizzazione della decisione. Prima di andare al vaglio della Commissione, le raccomandazioni dei collaboratori del responsabile degli affari economici e monetari Olli Rehn saranno oggetto di un approfondimento tecnico, oggi, da parte degli sherpa dei 27 commissari. In concreto, che cosa significa la chiusura della procedura d’infrazione?
L’Italia potrà sfruttare i margini di manovra sugli investimenti produttivi aperti di recenti dall’Ue, ma riservati a chi ha i conti in ordine.
Però, chiudendo la procedura Bruxelles non scoperchia il vaso di Pandora, perchè gli sforamenti andranno prima comunque discussi con gli interlocutori comunitari.
Diverse le stime sull’impatto del provvedimento: secondo alcuni, potrebbe sbloccare circa 12 miliardi di investimenti produttivi da destinare, in primo luogo, alle infrastrutture. Altri, invece, stimano il tesoretto a 8 miliardi.
E i finanziamenti pubblici italiani potranno essere co-finanziati dagli strumenti comunitari.
Con l’ok alla chiusura della procedura per deficit eccessivo, Bruxelles certificherà che il programma d’azione presentato dal governo Letta consente all’Italia di restare al di sotto della soglia del 3% nel rapporto deficit-Pil sia quest’anno sia nel 2014: un programma d’azione che, al momento, prevede l’Imu e l’aumento dell’Iva.
Sullo spazio di manovra, seppure limitato, che si aprirà gravano, quindi, parecchie ambiguità . Sono sei le raccomandazioni che la Commissione potrebbe rivolgere formalmente all’Italia mercoledì: la prima riguarda il proseguimento dell’azione di consolidamento del bilancio, si tratta, cioè, di rispettare gli impegni presi; le altre insistono tutte sull’esigenza di andare avanti con il processo di riforme giudicato essenziale per ridare slancio alla crescita del Paese e quindi all’occupazione, anche se, purtroppo, non nell’immediato.
A leggerle, molti penseranno “la solita solfa”: aumentare l’efficienza della pubblica amministrazione e la produttività del sistema bancario nazionale; accrescere ancora la flessibilità del mercato del lavoro, agendo pure sulle scelte per la formazione dei lavoratori; ridurre la pressione fiscale sul lavoro e sulle imprese; aprire di più alla concorrenza i servizi.
Giampiero Gramaglia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: economia, Europa | Commenta »