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WOLKSWAGEN, LA RICETTA ANTICRISI: “ASSUMEREMO INGEGNERI ITALIANI”

Novembre 13th, 2012 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE: “FACCIAMO LAVORARE I MIGLIORI RAGAZZI DEI PAESI EUROPEI PIU IN DIFFICOLTA'”

Il presidente del Consiglio di sorveglianza della Volkswagen, Ferdinand Piech, annuncia un programma di assunzioni di giovani ingegneri italiani.
In un’intervista al domenicale “Bild am Sonntag” (BamS) il padre-padrone del colosso di Wolfsburg annuncia di voler estendere anche all’Italia il programma di assunzioni già  varato in Spagna e Portogallo, con il quale intende offrire prospettive di lavoro ai giovani laureati disoccupati.
«Sono molto preoccupato per l’elevata disoccupazione giovanile in alcuni Paesi dell’Ue, è qui che dobbiamo agire uniti», spiega Piech, aggiungendo che «nel suo piccolo la Volkswagen offre già  il suo contributo. Offriamo a giovani spagnoli e portoghesi l’opportunità  di mettere radici professionalmente».
«Il nostro programma “StartUp” è concepito per ingegneri uomini e donne che dopo la laurea vogliono compiere un’esperienza internazionale», afferma Piech, precisando che «al termine dei due anni di questo programma è possibile l’assunzione definitiva. Questa opportunità  vogliamo offrirla adesso anche ai giovani italiani».
Il debole di Piech per l’Italia è confermato dalla rivelazione di avere in garage una Ferrari ed una moto Ducati, azienda che il suo gruppo ha rilevato nei mesi scorsi.
«Nel mio garage c’è una Ferrari, ma appartiene a mia moglie. La prima vettura di Maranello, con un piccolo motore medio V8, l’ha avuta per la ricorrenza dei nostri 15 anni di matrimonio».
Quando gli viene chiesto se il suo motore preferito sia quello della Bugatti, vettura che guida abitualmente, Piech risponde affermativamente, precisando che «ha un suono molto simile a quello della Ducati. Un anno fa ho comprato la moto più potente da 200 CV, se si vuole un cabrio di gamma alta molto a buon mercato».

(da “il Corriere della Sera“)

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ANCHE LA LOCOMOTIVA GERMANIA SI SCOPRE FRAGILE: SCENDE L’EXPORT

Novembre 11th, 2012 Riccardo Fucile

E NELLE IMPRESE SCATTANO I TAGLI E I COSTI

Crolla l’export, e il consumo interno non basta proprio per nulla a compensarne la caduta.
Crolla per il sesto mese l’indice di fiducia Ifo degli investitori.
Uno dopo l’altro, i giganti del Made in Germany lanciano profit warning, allungano le ferie, accorciano l’orario di lavoro, o preannunciano brutali piani di tagli ai costi. Autunno triste, e vigilia di Natale cupa, per la prima potenza europea.
«Farà  male anche a noi, la locomotiva d’Europa non ce la fa più a trainare il convoglio», sentenziava ieri l’analista Tobias Kaiser sull’insospettabile Die Welt, quotidiano liberalconservatore di qualità  vicino al governo.
Addio ai sogni d’essere fortezza invulnerabile grazie all’export di eccellenza: il gelo della crisi, come confermato anche da Mario Draghi, è arrivato in Germania.
Troppo a lungo Berlino ha ignorato il monito che l’Ocse aveva lanciato fin da agosto: «State scivolando nella recessione ».
La recessione ormai bussa alle porte della Bundesrepublik, con cifre che – pur con produttività , competitività  e livello di vita da sogno rispetto a Italia o Francia – fanno paura.
La caduta degli ordinativi dell’industria è spaventosa: meno 3,3% a ottobre rispetto a settembre; a settembre meno 3,6% rispetto all’agosto della pausa estiva. Su base trimestrale (terzo trimestre) il crollo è del 2,3%.
«La debolezza delle economie europee, ma anche il rallentamento mondiale, fa sentire le sue conseguenze sulla produzione industriale tedesca, che nei prossimi mesi in tendenza s’indebolirà  ancora», ammette il ministero dell’Economia.
La domanda globale del made in Germany è diminuita del 4,5%, e dalla sola eurozona del 9,6%.
La reazione a catena perversa riduce gli affari tra aziende tedesche: meno 1,8%. «Il rischio recessione sta aumentando per la Germania», avverte Carsten Brzeski, capo economista della grande banca ING.
Secondo l’Unione di industrie e camere di commercio tedesca (Dihk), il Prodotto interno lordo quest’anno crescerà  al massimo di un 1%, e l’anno prossimo di non oltre lo 0,7%.
Insomma, dolori e drammi francesi o italiani si avvicinano, entrano sempre più nelle case del tedesco medio.
Proprio mentre si avvicina il Natale, e a undici mesi scarsi dalle elezioni politiche federali, difficile prova per Angela Merkel.
A lungo sottovalutato, l’impatto delle brutali manovre di risanamento chieste all’Europa mediterranea, e alla stessa Francia, e l’ostinato no di Berlino a forti misure di stimolo alla crescita, si vendicano sul primo della classe dell’export. Disabituiamoci a grandi aspettative, prepariamo tagli ai costi per uno o due miliardi, ha detto previdente Dieter Zetsche, AD di Daimler.
Orari accorciati in molti gruppi automobilistici, nonostante sia tuttora tedesca un’auto su due circolanti in Europa.
Orario corto anche a Man, uno dei due big mondiali (con Mercedes) degli autotreni. E Siemens, il colosso multicomparto, secondo JP Morgan deve realizzare risparmi dai 4 ai 5 miliardi per salvarsi.
In alcuni casi, come nelle tlc a Nokia-Siemens, la scure colpisce spietata prima delle feste: via 160 dei 1000 dipendenti.
Persino il porto di Amburgo, prediletto dai cinesi di Cosco o dai coreani di Hanjin Shipping per portare le loro merci all’Europa, soffre della crisi: meno ordini, meno navi ad attraccare.
Il peso del rigore a ogni costo, la priorità  ai tagli rispetto a politiche per la ripresa, curva anche le forti spalle della Bundesrepublik, il cui debito pure continua a crescere e già  vola all’80% del pil, troppo più di Maastricht.
Allarme anche per le banche: l’autorità  di controllo BaFin ha chiesto ai maggiori istituti calcoli trasparenti sulla loro situazione, e se necessario rapidi aumenti di capitale. Deutsche Bank si adegua per prima.
«E’ quasi come obbligare le banche a scrivere il testamento», commentano amari a Francoforte

Andrea Tarquini
(da “La Repubblica“)

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L’EUROPA MULTA L’ITALIA PER BEN 255 DISCARICHE ILLEGALI

Ottobre 29th, 2012 Riccardo Fucile

OMESSI CONTROLLI SUL CICLO RIFIUTI: STANGATA DA 56 MILIONI DI EURO

La Commissione Ue ha deciso di chiedere che la Corte europea di giustizia multi l’Italia perchè non ha rispettato le sentenze che chiedono la bonifica di centinaia di discariche illegali di rifiuti.
La multa sarà  di 56 milioni di euro, oltre a 256.000 euro da pagare per ogni giorno successivo alla sentenza fino al momento in cui verrà  materialmente effettuato il versamento.
La Commissione Ue spiega in una nota che, «nonostante una precedente sentenza della Corte di giustizia al riguardo nell’aprile 2007, i problemi sussistono ancora in quasi tutte le regioni italiane e le misure in vigore non sono sufficienti per risolvere il problema a lungo termine.
Su raccomandazione del Commissario per l’Ambiente, Janez Potocnik, la Commissione ha pertanto deciso di deferire l’Italia alla Corte di giustizia dell’Unione europea e di imporre un’ammenda forfettaria di 56 milioni di euro (28089,60 euro per giorno tra le 2 sentenze della Corte) e un’ammenda giornaliera di 256819,20 euro per ogni giorno successivo alla seconda sentenza fino al giorno della regolarizzazione dell’infrazione».
La procedura di infrazione si riferisce a 255 discariche – 16 delle quali contenenti rifiuti pericolosi – che devono ancora essere bonificate.
Nonostante gli impegni assunti dalle autorità  italiane nel 2007, sottolinea Bruxelles, solo 31 discariche problematiche saranno bonificate entro la fine del 2012.
Un calendario completo per l’ultimazione dei lavori è stato programmato unicamente per 132 discariche su 255.
Inoltre, la Commissione non dispone di informazioni da cui risulti che l’Italia abbia istituito un sistema di controllo adeguato per evitare l’apertura di nuove discariche illegali.

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IN GERMANIA IL FURTO DEI DATI DEGLI EVASORI VALE ALMENO TRE MILIARDI DI EURO

Settembre 17th, 2012 Riccardo Fucile

MENTRE IN ITALIA SI STA ANCORA TRATTANDO CON BERNA, IL LAND RENO-WESFFALIA CONTA GLI INCASSI PORTATI DAI CD CON LE SITUAZIONI PATRIMONIALI DI 6.989 CLIENTI DI BANCHE ELVETICHE, TRAFUGATI TRAMITE I SERVIZI SEGRETI

Oltre 3 miliardi di euro sono passati dai forzieri delle banche elvetiche al Land tedesco del Nord Reno-Westfalia.
Mentre il governo Monti è ancora alle prese con la definizione di un accordo con la Svizzera per stanare gli evasori italiani, la Germania sta infatti già  contando i soldi che le sono entrati in cassa grazie alla sua aggressiva politica di lotta all’occultamento dei capitali oltrefrontiera.
Una politica realizzata, in prima istanza, con l’aiuto dei servizi segreti che hanno acquistato i dati degli evasori da dipendenti infedeli degli istituti di credito.
Solo adesso, poi, è stato firmato un accordo bilaterale fra i due Paesi, che deve ancora essere approvato dal Parlamento.
L’acquisto dei cd con i dati degli evasori è costato alcune decine di milioni di euro, mentre fra tasse finalmente riscosse e sanzioni comminate sono stati recuperati diversi miliardi.
I dati ufficiali sono al momento disponibili solo per il Land Nord Reno-Westfalia, la più popolosa regione della federazione tedesca, ma sono più che indicativi.
Un portavoce del ministero delle Finanze di Dusseldorf (ogni Land dispone di tale ministero che in alcuni casi, come in quello dell’acquisto dei cd, si è mosso in totale autonomia rispetto al ministero delle Finanze del governo centrale di Berlino) ha detto che l’acquisto dei dati è costato 10,3 milioni, grazie ai quali sono già  stati recuperati più di 3 miliardi, una cifra pari a un terzo del gettito Imu di giugno (solo che l’Imu è a livello nazionale e non regionale).
I 10,3 milioni sono ovviamente la somma lorda pagata ai dipendenti infedeli delle banche svizzere, i quali hanno dovuto pagarci sopra le tasse.
“Al netto delle imposte l’acquisto dei dati è costato al Land 8,9 milioni”, ci ha tenuto a precisare davanti al parlamento regionale il ministro delle Finanze del Nord Reno-Vestfalia, Norbert Walter-Borjans.
Dal 2010 a oggi il Land ha comprato complessivamente 6 cd pieni di dati di Credit Suisse, Julius Baer e probabilmente anche Merrill Lynch, entrando talvolta in conflitto anche con il governo di Angela Merkel che stava trattando con Berna.
Nei dischetti erano presenti le situazioni patrimoniali di 6989 clienti degli istituti svizzeri, 2624 dei quali hanno subito un processo nei tribunali tedeschi.
L’offensiva del Nord Reno-Vestfalia non è però finita qui.
Questa settimana il primo ministro Hannelore Kraft ha detto di voler proseguire la propria azione per stanare nuovi evasori. Per la Kraft l’evasione fiscale è una truffa ai danni della società : “Continueremo a perseguire con decisione chi evade le tasse portando i capitali all’estero”.
La Kraft e lo stesso Walter-Borjans hanno inoltre criticato l’accordo siglato dalla Merkel con Berna perchè, a loro modo di vedere, “gli evasori se la caverebbero con poco”.
La Kraft è convinta che l’accordo non supererà  l’esame del Bundesrat (la camera alta dell’ordinamento tedesco dove siedono i rappresentanti dei Laender e dove l’esecutivo della Merkel non ha la maggioranza).
L’accordo bilaterale siglato da Germania e Svizzera prevede che in cambio del mantenimento del segreto bancario (mitigato, di recente, su richiesta dell’OCSE) e di importanti facilitazioni per l’accesso delle banche svizzere in territorio tedesco, la Svizzera a partire dall’anno prossimo si impegni ad applicare, a vantaggio dell’Erario tedesco, un’imposta annuale — anonima — del 26,375% sui redditi finanziari prodotti dai patrimoni dei cittadini tedeschi, un prelievo che copre interamente le imposte che si sarebbero applicate in Germania sui medesimi redditi.
Per il passato, l’accordo prevede un prelievo forfetario una tantum — una vera e propria imposta patrimoniale — che inciderà  pesantemente sullo stock dei depositi (e non sui soli flussi) con aliquote che, in ragione degli anni di deposito e dell’ammontare delle consistenze, oscillano tra il 21 e il 41 per cento.
Per quel che riguarda l’Italia, invece, niente ancora è stato deciso.
Si è parlato di una cedolare secca del 20% ma la “delicata” diplomazia di Monti potrebbe arrivare a partorire qualcosa quando i capitali italiani saranno ancora nei forzieri delle banche svizzere ma nelle filiali del sud-est asiatico.

Giorgio Faunieri
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA PAURA DEI TEDESCHI: “BERLUSCONI NON VA PRESO SUL SERIO, MA SE TORNA LUI ALLORA L’EURO FINIRA'”

Settembre 17th, 2012 Riccardo Fucile

NEGLI AMBIENTI VICINI ALLA CDU DELLA CANCELLIERA MERKEL MALUMORE E PREOCCUPAZIONE EVIDENTE: “BERLUSCONI VORREBBE USARE IL DENARO COME IL VIAGRA”

No comment, dicono interpellati telefonicamente da Repubblica ambienti governativi.
Ma nella Berlino della politica e negli ambienti vicini alla Cdu della cancelliera Angela Merkel malumore e preoccupazione sono evidenti. «Berlusconi forse vorrebbe usare il denaro come il viagra», afferma il professor Michael Stuermer, storico, intellettuale di rango del centrodestra al potere ed ex consigliere di Helmut Kohl negli anni del varo dell’euro.
E Karl Lamers, che in quella stessa epoca storica fu l’uomo chiave del team del cancelliere della riunificazione per i rapporti con i partner europei, aggiunge: «Non lo prendo sul serio, non do valore alle sue parole, e spero non venga preso sul serio. La Banca centrale europea, come tutti sanno, è indipendente, non è controllata dalla signora Merkel».
Le dichiarazioni di Silvio Berlusconi stanno creando qui un effetto molto preciso: la paura che torni l’immagine dell’Italia inattendibile, paese bello da visitare ma di cui non puoi fidarti.
E insieme, l’effetto del risveglio di nuovi timori sul futuro dell’euro, proprio mentre appoggiando il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, contro la linea dura del numero uno della Bundesbank Jens Weidmann (criticato ieri molto duramente dal ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble per aver attaccato Draghi in pubblico) Angela Merkel cerca di far accettare alla sua opinione pubblica il suo appoggio a Draghi e i costi e rischi del salvataggio della moneta unica.
«Berlusconi ha reso un pessimo servizio al suo Paese, ha resuscitato e rafforzato diffidenze verso l’Italia», sottolinea Stuermer.
E continua: «Insisto, lui probabilmente ne sa più di viagra che non di denaro e gestione del denaro pubblico, e forse gli piacerebbe un uso facile o smodato della stampa di denaro. Sarebbe inutile o dannoso, come l’uso facile o smodato del viagra. Se lui tornasse al potere una fine dell’euro, quella che i tedeschi temono, si accelererebbe. Quelle parole, quando l’opinione pubblica tedesca ne sarà  informata, daranno a molti la conferma di vecchie idee sull’Europa mediterranea, che siano pregiudizi oppure no».
«La Germania – insiste Stuermer – ha una certa idea della lotta all’inflazione, e anche un’idea molto precisa dell’indipendenza della Bce da ogni pubblico potere, Berlusconi è stato premier e dovrebbe saperlo. Agli occhi dei tedeschi il vostro dibattito sul dopo-Monti adesso acquista anche un’altra luce”
Non molto diverse, al fondo, le opinioni a caldo di Karl Lamers.
«Le idee della cultura politica tedesca sulla gestione dei pubblici bilanci e sulla politica monetaria sono note, ma il rispetto dell’indipendenza della Bce è assoluto, e colgo quest’occasione per ribadire il nostro pieno rispetto per Mario Draghi.
Invito a sdrammatizzare, a non prendere sul serio quelle parole, e spero che i più nel suo partito non lo seguano».
Non prendiamola sul serio, almeno non ancora, aggiungono confidenzialmente e nell’anonimato altre fonti: lui adesso non è al timone.

Andrea Tarquini
(da “la Repubblica“)

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OLANDA AL VOTO: “PRIMA IL PERICOLO ERANO GLI ARABI, ADESSO SONO I GRECI”

Settembre 10th, 2012 Riccardo Fucile

MARK RUTTE, IL PREMIER USCENTE E’ FAVORITO… IL TIMORE DI UN SUCCESSO DEGLI EUROSCETTICI

La luce è soffusa, dominano il blu e l’amaranto.
Sul palco i sei uomini che puntano a governare l’Olanda sono in piedi, di fronte, tre per parte, la stessa tonalità  di abito scuro, il medesimo portamento severo.
Sobrie anche le cravatte, se non per il rosso acceso di Emile Roemer, il socialista che gioca col populismo sventolando la bandiera euroscettica a sinistra, figura emergente che i sondaggi dipingono come terzo incomodo. Sino a pochi giorni fa era al numero due.
Poi Diederik Samsom, il giovane laburista che somiglia a John Malcovich, lo ha superato, cambiando look, difendendo con pragmatismo l’Europa e strizzando l’occhio ai moderati.
Lo sfidante vero è lui, immobile sulla scena davanti al liberalconservatore Mark Rutte, premier uscente e leader dei giorni di crisi che, nonostante deficit e disoccupazione, resta il favorito per l’apertissimo voto di mercoledì.
Il dibattito anima l’Università  intitolata a Erasmo, e vola in diretta tv rispettando la scaletta al millisecondo.
Sono tesi, i candidati, ma è nulla rispetto agli elettori, inquieti e incerti come non capitava da tempo.
La gente là  fuori trema per la crisi, invoca soluzioni immediate per scacciare la sindrome della pancia vuota. Ha paura.
Il confronto fra le civiltà  che aveva gonfiato l’onda antislamica del partito delle libertà  fondato dal troppo biondo Geert Wilders è scomparso dall’agenda.
Ora si parla di Economia, di pensioni a rischio, di Welfare insostenibile, dei senza lavoro al 9%, dell’Europa presunta responsabile di ogni male.
«Il populismo che prima sparava sugli arabi adesso tira sui greci», confessa Sophie in ‘t Veld, liberale-liberale del D66. Il nemico è cambiato, la guerra continua.
Lo strano governo di Rutte è caduto in aprile.
Non poteva tenere una coalizione di centrodestra puntellata dall’appoggio esterno di Wilders, s’è frantumata lavorando sui 16 miliardi di tagli necessari per comprimere il deficit sotto il 3% del Pil richiesto dalle regole dell’Eurozona.
Nei quasi due anni di vita, il premier e i suoi ministri sono stati sballottati dallo scomodo alleato populista, hanno fatto ballare Bruxelles, con frequenti sbandate da falchi del rigore impartite con un argomenti al limite dell’euroscetticismo.
Tutto ciò ha reso difficile eleborare le giuste decisioni anticicliche, in Europa come nei Paesi Bassi.
«Abbiamo portato il conto a chi non ha fatto l’ordine», ha tuonato l’altra sera Roemer, 51 anni, ex maestro elementare soprannominato «L’Orso Fozzie», come quello del Muppet Show.
Nell’ateneo di Rotterdam dove ha studiato anche Pim Fortuyn, il padre dell’antislamismo olandese ucciso 10 anni fa, il leader socialista ex maoista lo ha urlato nel faccia a faccia con Rutte.
«E’ naturale pagare il conto della crisi – gli ha risposto il premier -. Ma noi lo faremo tagliando il costo della burocrazia senza toccare i ceti deboli».
Anche Samsom lo ha attaccato frontalmente.
Gli ha dato del bugiardo, accusandolo di parlare del programma laburista più che del VVd. Così ha smentito l’ipotesi patrimoniale, per iniziare.
Samsom è in effetti l’uomo nuovo, anche se potrebbe non farcela.
I polls gli attribuiscono 30 seggi dei 150 in palio, ne aveva 26 dieci giorni fa.
I socialisti raddoppiano a 29, ma di sondaggio in sondaggio perdono peso.
Wilders cala. Rutte è stabile intorno ai 34.
I più prevedono una sua vittoria. Formare il governo sarà  un’impresa.
Coi liberali progressisti, si potrebbe arrivare a una Coalizione Porpora, come dal 1994 al 2002: Vvd, laburisti, D66. Sarebbe una maggioranza risicata che almeno disinnescherebbe gli estremismi.
Forse appoggiata ai verdi GroenLinks, «disponibili a trattare se necessario», ammette l’eurodeputato Bas Eickhout.
L’elettorato è diviso, recita Peter Kanne, sondaggista della Tns Nipo. «L’elemento comune è la paura della perdita della sicurezza – spiega -, ma ha sbocchi diversi: a sinistra si contesta la finanza; a destra, si biasima lo stato troppo assistenzialista».
E’ per questo che non si parla più del nemico arabo e Wilders si sgonfia. L’Europa è facile da brandire come avversario, per spiegare o denunciare i tagli inevitabili al Welfare che potrebbe rivoluzionare il modello olandese.
C’è chi crede di potersi chiudere in casa per evitare il contagio e difendere l’identità . «Mai nella vita rispetteremo il 3% col deficit», giura Roemer. «Non daremo tempo e soldi alla Grecia», è l’impegno di Rutte.
Parlare male dell’Europa porta un po’ voti, non necessariamente calma gli spiriti e risolve i problemi. Eickhout nega persino che l’Ue sia vittima della contesa politico: «E’ il contrario, questa campagna sta rimettendo le cose a posto, i laburisti crescono perchè sono con l’Europa».
Ecco fatto. C’è in un paese un tempo liberare e aperto una minoranza rumorosa che vuol «uscire dall’Ue» (come dice Wilders).
E’ c’è una maggioranza più questa che vuole restare nel cuore dell’Europa, dove Amsterdam è sempre stata.
Mercoledì il voto sarà  una sorta di referendum.
Sull’Olanda e sull’Europa, progresso contro conservatorismo, populismo contro integrazione.
Tutto il resto verrà  di conseguenza.

Marco Zatterin

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DRAGHI USA IL BAZOOKA E CROLLA LO SPREAD

Settembre 7th, 2012 Riccardo Fucile

LA BCE FA SUL SERIO, ACQUISTI ILLIMITATI DI DEBITO PUBBLICO PER I PAESI CHE CHIEDONO AIUTO

Il sito della Bce crolla attorno alle 14.30, tutto il mondo si è sintonizzato per vedere in streaming Mario Draghi annunciare l’uso del “bazooka”, come si chiama in gergo finanziario l’intervento estremo della Banca centrale europea.
Il presidente della Bce spiega che cosa intende fare per garantire che l’euro sia davvero “irreversibile”: comprare, senza fissare in anticipo limiti di tempo e di quantità , titoli di Stato con scadenza 1-3 anni dei Paesi che pagano interessi troppo alti.
In cambio di “condizionalità ”, cioè dell’impegno dei beneficiari a rispettare un programma di riforme e risanamento contabile.
Dopo settimane di abili negoziati, Draghi riesce a imporre una linea fino a poco fa impensabile per i tedeschi ma ora approvata, sia pure senza entusiasmo, anche da Angela Merkel.
Resta contrario Jens Weidmann, il capo della Bundesbank, la banca centrale tedesca, che nel consiglio della Bce vota contro e poi in un comunicato durissimo spiega che “considera questi acquisti equivalenti al finanziamento dei governi attraverso la stampa di banconote” e che così “la politica monetaria rischia di essere soggiogata alla politica fiscale”.
Ma la situazione è questa e Draghi ha preso su di sè — e sulla Bce — il compito di salvare l’euro e di fornire di basi più solide la costruzione europea nel medio periodo. “Non è una italianizzazione della Bce”, ha risposto a un giornalista tedesco che vedeva nelle scelte di ieri un regalo a Italia e Spagna (che infatti sono le prime beneficiarie).
I mercati reagiscono con entusiasmo: lo spread italiano cala.
Ecco come funzionerà  il bazooka di Draghi.
ACQUISTI ILLIMITATI
Il nuovo programma di acquisto di titoli da parte della Bce si chiama OMT, Outright monetary transactions (transazioni monetarie in blocco) che prende il posto dell’SMP (Securities Market Program) dell’estate 2011.
La differenza è cruciale: allora la Bce decideva di settimana in settimana quanto comprare, sulla base dell’andamento dei mercati.
Decisioni che venivano comunicate ex post.
Questa volta Franco-forte avverte da subito che il potenziale di fuoco è illimitato, “nessun tetto quantitativo è fissato in anticipo”.
Chi vuole speculare al ribasso, quindi, è avvertito che la Bce può intervenire comprando in qualunque momento e mandandolo in perdita.
Gli acquisti saranno sterilizzati, cioè la Bce venderà  titoli per somme equivalenti. Così la massa monetaria (e l’inflazione) non dovrebbero aumentare
LE CONDIZIONI
Se un Paese come l’Italia vuole beneficiare del “bazooka” della Bce, deve prima chiedere l’aiuto del fondo salva Stati (oggi l’Efsf, tra breve l’Esm).
Il governo firmerà  un memorandum con gli impegni da rispettare in cambio dell’aiuto. Ancora non si sa quanto saranno dure, ma un Paese può beneficiare di un aiuto complessivo (come la Grecia) o di un sostegno sul mercato (come potrebbero fare Italia e Spagna), cosa che implica condizioni più leggere.
Sarà  poi la Bce a valutare se gli impegni vengono rispettati. In caso contrario smetterà  di comprare i titoli.
Nel fissare le condizioni può essere coinvolto il Fondo monetario internazionale, da sempre l’organismo più duro con i Paesi indebitati.
COSA COMPRA
Draghi ha spiegato che gli acquisti del programma OMT si concentreranno sui titoli a breve termine, cioè quelli “con scadenza tra uno e tre anni”.
Ancora non è chiaro se siano compresi titoli con durata maggiore ma vicini alla data del rimborso.
La ragione di questa scelta è che così si limita nel tempo l’impegno della Bce, visto che tutti i soldi saranno (o non saranno) restituiti nel giro di tre anni massimo. Inoltre influenzando i titoli a breve, la Bce si assicura di trasmettere subito nell’economia l’effetto delle sue scelte.
Lo spread che guardiamo di solito è quello tra titoli a 10 anni, esclusi dal programma, ma è in calo perchè il sostegno a uno Stato sul debito a breve gli permette di pagare con maggiore facilità  quello a lungo termine.
AIUTI EXTRA
La Bce adotta altre due misure aggiuntive che piacciono ai mercati. Francoforte rinuncia al suo status di creditore privilegiato .
In futuro se un Paese non riuscirà  a rimborsare le obbligazioni, la Bce soffrirà  le perdite come tutti gli altri creditori, a differenza di quanto è successo per la Grecia. Inoltre la Bce non rivenderà  sul mercato gli oltre 219 miliardi di euro di titoli di Stato comprati con il programma di assistenza del 2011 e li terrà  fino a scadenza.
Questo limiterà  l’offerta di titoli, sostenendo il loro prezzo (cioè tenendo basso lo spread).
EFFETTI SPERATI
La speranza di tutti è che non ci sia neppure bisogno di usare questo piano anti-spread. Sono bastate le parole di Draghi a far scendere i rendimenti dei debiti dei Paesi a rischio.
Se continua così, sia Italia che Spagna avranno spread più bassi e quindi pagheranno meno interessi e, soprattutto, banche, imprese e famiglie avranno minori difficoltà  nell’accesso al credito.
E SE NON BASTA?
Ci sono diversi rischi nel piano Draghi: il primo è il caos istituzionale.
Ora non si capisce più bene a chi risponderanno i Paesi beneficiari di aiuti.
A Bruxelles? A Francoforte? A Berlino?
E se la Bce boccia le politiche di bilancio e la Commissione le approva? Chissà .
Se le condizioni imposte a chi chiede gli aiuti saranno troppo pesanti, i Paesi ad alto debito rischiano di trovarsi con spread bassi ma disoccupazione elevata, a causa di pesanti recessioni.
Non sarebbe un gran miglioramento.
Nel caso poi un grosso Paese, diciamo la Spagna, dovesse andare in default, la Bce dovrebbe svalutare i titoli spagnoli in suo possesso.
E potrebbe essere costretta a chiedere un aumento di capitale agli altri Paesi membri.

Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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I TIMORI DELLA MERKEL SUI SUCCESSORI DEI TECNICI NEL DOPO-MONTI

Agosto 30th, 2012 Riccardo Fucile

“CI PREOCCUPA L’ONDATA DEI POPULISMI”… FARI PUNTATI SULL’OLANDA CHE VOTERA’ IL 12 SETTEMBRE… MONTI E’ DIVENTATO L’ALLEATO-CARDINE PER LA NUOVA EUROPA

“Siamo molto preoccupati per quello che potrà  accadere con le elezioni in Italia”. Angela Merkel l’ha ripetuto a Mario Monti nella colazione di lavoro al primo piano della bianca “Bundeskanzleramt”, davanti alla porta di Brandeburgo.
Ma per una volta non è il fantasma del ritorno di Berlusconi quello che agita la Cancelliera, a cui piacerebbe comunque una permanenza del Professore a palazzo Chigi.
Al momento sembra abbiano fatto breccia le rassicurazioni che lo stesso premier ha fornito ai tedeschi riguardo al “principio di responsabilità ” che, a suo avviso, avrebbe ormai contagiato irreversibilmente i tre partiti che lo sostengono in Parlamento.
“Sono molto fiducioso sul fatto che c’è una maturazione dei partiti politici”, ha confermato ieri Monti in conferenza stampa, “inoltre ormai ci sono vincoli europei da rispettare per tutti”.
No, la principale preoccupazione che si avverte da Berlino a Bruxelles è quella per la crescita impetuosa dei “populismi” di destra e di sinistra che spuntano in Europa come funghi. In Italia e altrove.
Ne hanno discusso due sere fa a Bruxelles anche Josè Barroso e Mario Monti, dopo che il presidente della Commissione aveva analizzato la questione con vari parlamentari europei.
E Monti ha riportato le sue valutazioni alla Merkel.
Il faro è acceso oggi sull’Olanda, che andrà  al voto anticipato proprio il 12 settembre, lo stesso giorno in cui la corte di Karlsruhe farà  conoscere il suo verdetto sulla compatibilità  del fondo Salva-Stati con la costituzione tedesca.
Si avvicina dunque un giorno fatidico, in cui l’intera costruzione elaborata in questi mesi potrebbe vacillare sotto il maglio dei giudici tedeschi, gelosi della sovranità  tedesca, e degli elettori olandesi arrabbiati con l’Europa.
I sondaggi, valutati ieri a Berlino, danno infatti in testa i due principali partiti anti-Ue: i populisti di destra di Geert Wilders e il partito socialista di Emile Roemer, la versione arancione della Syriza greca.
Qualunque sarà  il risultato sarà  un guaio per il futuro dell’euro.
E la prospettiva in Italia, anche se probabilmente spostata nel tempo, vede comunque una avanzata delle forze che giudicano Bruxelles come una matrigna da cui fuggire, dal Movimento 5 stelle di Grillo fino alla Lega.
Per questo Merkel e Monti hanno valutato che non c’è un minuto da perdere, occorre erigere un cordone difensivo intorno all’euro e al processo di integrazione politica.
E in queste ultime settimane è stato intenso il lavorio diplomatico dietro le quinte portato avanti dal ministro Moavero con il suo collega tedesco Meyer-Landrut, incentrato anche sul rafforzamento del mercato unico.
Un’azione, quella portata avanti dal premier e dal ministro in Germania ed Europa, che ha consentito ieri di incassare comunque la “promozione” dell’Italia da parte della Merkel: l’Italia può farcela da sola.
Nonostante i timori per un futuro politico incerto.
La Cancelliera, come prima cosa, ieri ha messo a tacere i falchi di casa sua con un messaggio molto forte in chiave interna: giù le mani da Draghi, via libera alle “misure non convenzionali” per difendere la moneta unica.
“La Bce prepara le sue decisioni, la Bce è indipendente”, ha scandito durante la conferenza stampa con Monti.
E’ un altolà  indiretto al presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, contrario a “drogare” i paesi in difficoltà  con l’aiuto della banca centrale.
L’altro fronte su cui accelerare è quello dell’integrazione europea: unione bancaria, supervisione europea dei bilanci nazionali, maggiore potere alla Bce e alla Commissione.
Il commissario Barnier ha lavorato tutto agosto su una bozza di unione bancaria da presentare a metà  settembre.
Il progetto prevede la centralizzazione in capo all’Eurotower della sorveglianza sulle banche. Barroso ha anticipato il piano martedì sera a Monti, chiedendogli una mano a convincere la Merkel.
La Germania infatti vorrebbe che la Bce controllasse soltanto i 25 istituti bancari più grandi del Continente, senza arrivare alle potenti casse di risparmio regionali. “Si sono fatti passi avanti su tutto”, riferiscono fonti della delegazione italiana.
L’altra questione su cui si sarebbe trovato un compromesso è quella della revisione dei trattati europei.
Secondo la Merkel è necessario un nuovo trattato per fissare la futura costituzione di quella che sembrerà  sempre più simile a una vera federazione.
Monti, anche per formazione, è più pragmatico, conosce bene i rischi legati alla riscrittura dei trattati, sa che in alcuni paesi un referendum potrebbe far saltare tutto. “Ci siamo accordati – riferisce uno sherpa presente a Berlino – che dobbiamo intanto portare a casa la sostanza dell’integrazione e soltanto in un secondo momento preoccuparci della questione di un eventuale nuovo trattato”.
Fare in fretta, perchè la casa brucia.
Anche con la questione più difficile, quella della Grecia, l’intesa tra Monti e Merkel ha il sapore del compromesso dettato dal realismo politico.
“I greci – spiega un diplomatico – non parlano più di proroga di due anni, hanno capito che è controproducente. Intanto facciano anche loro i compiti a casa e poi valuteremo sulla base del rapporto della Troika ai primi di ottobre”.
Si dà  insomma per scontato un approccio più soft con Atene, ma senza dirlo.
L’importante è spegnere l’incendio in fretta.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

argomento: Europa | Commenta »

MONTI E LA SVIZZERA: VERSO UNA MAXI TASSA SUI CAPITALI ESPORTATI

Agosto 18th, 2012 Riccardo Fucile

STATO DI GUERRA CONTRO L’EVASIONE FISCALE… L’ITALIA POTREBBE RICAVARE 50 MILIARDI DALLA TASSAZIONE SUI CAPITALI ITALIANI TRASFERITI IN SVIZZERA

Casomai dovessimo chiedere salvagenti all’Europa, certo non ci aiuterebbe l’evasione fiscale che abbiamo in Italia.
Perchè altrove, specie in Germania, già  ce lo stanno facendo pesare: prima di invocare aiuti, dovremo sforzarci di far pagare le tasse a chi se ne guarda bene… Monti ha chiara la difficoltà , sa che l’evasione «produce un grosso danno nella percezione del Paese all’estero», addirittura sostiene che contro questo malcostume «siamo in uno stato di guerra».
E quando c’è un’emergenza bellica non si può andare troppo per il sottile.
Per cui il Prof spiega al settimanale ciellino «Tempi» che «certi momenti di visibilità  possono essere antipatici» (chiaro il riferimento ai blitz delle Fiamme Gialle), però «hanno un grande effetto preventivo» e rinunziarvi significherebbe alzare bandiera bianca.
Bene, anzi benissimo se qualcuno se ne spaventa e torna sulla retta via.
Per dimostrare che farà  sul serio, Monti ha colloquiato con la presidente della Confederazione elvetica, nonchè ministro delle Finanze, Eveline Widmer-Schlumpf.
Il nostro premier non ha avuto bisogno di volare in Svizzera, in quanto già  vi si trova per le vacanze, precisamente a Silvaplana in Engadina.
Lì ha avuto luogo l’incontro, il cui nocciolo riguarda proprio il recupero dell’evasione che si rifugia da quelle parti.
Con la Widmer-Schlumpf avevano fatto conoscenza il 12 giugno scorso, ieri si sono limitati a un punto sui lavori della commissione bilaterale (l’idea di massima consiste nell’esigere una tassa salata sui depositi anonimi in Svizzera dei cittadini italiani).
L’agenda prevede che gli esperti consegnino le loro proposte in autunno, per poi firmare un accordo come quello già  raggiunto tra Germania e Confederazione elvetica.
Nelle settimane scorse un po’ tutti i partiti avevano sollecitato Monti a procedere con decisione, nella speranza che lo Stato italiano possa incassare un pacco di miliardi.
Il Professore raccoglie i suggerimenti di Bersani, Alfano, Casini; però sbaglia chi lo immagina posseduto dall’ansia di concludere.
La fretta c’è, assicurano dalle sue parti, ma si accompagna alla preoccupazione di non commettere passi falsi.
Per esempio, il premier vuole evitare che l’operazione si trasformi in un condono mascherato, per effetto del quale chi ha trasferito i soldi in Svizzera se la possa cavare con poco.
L’altro rischio è che, alzando invece troppo il tiro, i capitali fuggano dalle banche elvetiche e vadano a rifugiarsi in qualche paradiso fiscale irraggiungibile: col risultato che l’Erario non incasserebbe un cent.
Insomma, si cammina sul filo.
Il Consiglio federale elvetico intende negoziare con Roma un accordo fiscale sul modello di quello firmato con la Germania.
Secondo le stime della scorsa primavera l’intesa potrebbe portare nelle casse   dello Stato fino a 50 miliardi di euro prelevati dai capitali svizzeri dei   nostri concittadini.
Svizzera e Italia vogliono anche discutere sulla problematica dei frontalieri.
Altri temi sono le liste nere che l’Italia annovera da 20 anni e con le quali intende proteggere i propri mercati.
Le relazioni finanziarie e fiscali tra Berna e Roma hanno così subito una schiarita: all’inizio di maggio il Ticino ha sbloccato 28 milioni di franchi bloccati dall’estate 2011, somma che rappresenta la metà  delle imposte alla fonte trattenuta ai frontalieri italiani e versate a Roma.

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