Agosto 23rd, 2011 Riccardo Fucile
PER L’ITALIA CI SAREBBE UN FORTE GUADAGNO IN TERMINI DI TASSI DI INTERESSE, PER GERMANIA E FRANCIA UNA PERDITA… SAREBBERO PIU’ DIFFICILI GLI ATTACCHI SPECULATIVI: METTENDO INSIEME GLI STOCK DI TITOLI DEI PAESI DELL’EURO SI ARRIVEREBBE A 5.500 MILIARDI
Potrebbe rivelarsi l’ultima trincea per evitare il collasso dell’euro e la disgregazione dell’unione monetaria.
E questo scenario apocalittico potrebbe spingere anche la Germania – il Paese che più li pagherebbe, ma che più ha da perdere dalla fine della moneta unica – ad accettarli.
Il dibattito sugli eurobond – Bot emessi collettivamente dai 17 Paesi dell’area euro, per finanziare il debito dei suoi membri – è ripreso con grande clamore, da quando la crisi finanziaria europea ha raggiunto la soglia dell’allarme rosso con l’attacco speculativo a Italia e Spagna.
E la decisione della Commissione di Bruxelles di preparare, per l’autunno, uno specifico progetto consentirà di delineare meglio gli schieramenti.
Gli eurobond rappresentano un sostanziale salto di qualità rispetto al meccanismo appena messo in piedi dall’eurozona con l’Efsf (l’European financial stability facility).
Nel caso dell’Efsf, i Paesi della moneta unica conferiscono 440 miliardi di euro, in proporzione al loro prodotto interno lordo.
Il fondo interviene in specifiche situazioni (come l’aiuto alla Grecia), finanziando l’intervento con l’emissione di obbligazioni, che pagano un interesse più basso di quello che pagherebbe la Grecia, perchè il rating del fondo è il massimo possibile (AAA).
Il rating è alto, perchè ogni intervento è appoggiato dalla garanzia di Paesi che già godono – come Francia e Germania – della tripla A.
Questo, però, è un limite: se la Francia perdesse il suo rating attuale, i fondi a disposizione dell’Efsf, che già molti ritengono insufficienti, ad esempio, nel caso di una crisi italiana, verrebbero decurtati.
Con gli eurobond, invece, i Paesi garantirebbero, tutti insieme, i loro titoli, con obbligazioni emesse da un’agenzia europea del debito.
Il rating AAA di questi eurobond non dovrebbe essere in discussione.
Nel suo insieme, infatti, i parametri finanziari dell’area euro sono buoni: il rapporto fra debito complessivo e Pil totale è all’88 per cento (negli Usa è al 98 per cento), quello fra deficit annuale e Pil è al 4 per cento (10 per cento negli Usa).
Inoltre, il mercato complessivo degli eurobond sarebbe di dimensioni globali. Oggi, lo stock di titoli Usa in circolazione è pari a 6.600 miliardi di euro. Mettendo insieme gli stock di titoli dei 17 Paesi dell’euro, si arriva a 5.500 miliardi di euro.
Secondo gli esperti, un mercato così grande e così liquido ha due vantaggi. Primo, è praticamente inaggirabile.
Si può scappare dal debito greco o da quello irlandese, ma uno sciopero degli investitori in un mercato così grande è difficilmente concepibile.
Secondo, le dimensioni rendono più arduo mettere insieme munizioni sufficienti per un attacco speculativo: troppi soldi occorrerebbero per influenzarlo significativamente al ribasso.
Questi due vantaggi, secondo alcuni, dovrebbero assicurare un tasso d’interesse, anche più basso di quello che risulta dalla media attuale dei rendimenti sui titoli nazionali.
Altri pensano che questa riduzione sarebbe limitata ad uno 0,3-0,4 per cento in meno o, addirittura, verrebbe vanificata dai rischi di contagio di Paesi, oggi, in piena salute.
Se, comunque, il tasso d’interesse sugli eurobond fosse pari alla media attuale, sarebbe – ha calcolato l’Ifo, un istituto tedesco – pari al 4,41 per cento sui titoli decennali.
Per l’Italia, che è arrivata a pagare fino al 6 per cento, e altri Paesi in difficoltà sarebbe un cospicuo guadagno.
Ma per nazioni come la Germania, l’Austria, l’Olanda, una perdita netta.
L’Ifo ha calcolato che Berlino – dove l’interesse sui titoli decennali è stato, quest’anno, in media del 3,08 per cento – si troverebbe a sborsare 33 miliardi di euro in più l’anno per pagare l’interesse sugli eurobond, anzichè sui Bund.
Ne vale la pena? Berlino potrebbe scambiare l’assenso agli eurobond con l’impegno degli altri paesi ad inserire il pareggio di bilancio nelle loro Costituzioni.
Ma difficilmente questo spegnerà le ansietà di buona parte dell’opinione pubblica tedesca.
Il timore, come spiega l’Ifo, è che, sotto l’ombrello degli eurobond, i Paesi, in particolare mediterranei, perdano ogni incentivo a tenere sotto controllo la loro finanza pubblica.
«Senza il pungolo dei mercati – si chiede l’Economist – l’Italia avrebbe portato avanti il suo programma di austerità ?».
Per rispondere a questi dubbi, alcuni economisti hanno proposto una sorta di tetto: ogni Paese potrebbe finanziare il proprio debito con gli eurobond, solo fino ad una cifra pari al 60 per cento del proprio Pil.
Se va oltre, dovrebbe finanziarsi nuovamente con titoli nazionali, senza garanzia.
La replica dei critici è che questo significherebbe innescare la speculazione, appena un Paese si avvicinasse al tetto.
Il dibattito è destinato a continuare.
La novità , rispetto ai mesi scorsi, è che l’opposizione, anche in Germania, non è più un muro compatto. Se Angela Merkel continua ad escluderla, l’ipotesi degli eurobond ha incontrato interesse in un bastione del giornalismo conservatore, come la Welt, nella lobby degli esportatori, nell’opposizione socialdemocratica.
Pesa la paura dello sconquasso che un collasso dell’euro porterebbe nelle esportazioni e, anche, nei bilanci di molte banche del gigante d’Europa.
Sullo sfondo, peraltro, c’è un ostacolo che solo un colpo di genio giuridico della Commissione di Bruxelles potrebbe rimuovere: se l’introduzione degli eurobond, con la loro garanzia collettiva dei debiti altrui, comportasse una modifica del trattato di Maastricht, i nuovi titoli, pensati per risolvere una crisi che si sta sviluppando qui ed ora, arriverebbero fra anni.
Maurizio Ricci
(da “La Repubblica“)
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Agosto 21st, 2011 Riccardo Fucile
PIL: CRESCE IL DISTACCO TRA NORD E SUD…RISCHIAMO DI PERDERE 2,8 MILIARDI DI FONDI EUROPEI SE LA SOMMA NON SARA’ IMPEGNATA ENTRO FINE DICEMBRE
Dice Raffaele Fitto che l’idea di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel, sospendere il pagamento
dei fondi europei ai Paesi che si ostinano a comportarsi da cicale, sarebbe un colpo mortale allo sviluppo.
Testuale al Sole 24 Ore : «Noi siamo nell’Unione Europea tra i maggiori beneficiari dei fondi e al tempo stesso fra i principali contribuenti netti».
Verissimo, ma soltanto per quanto riguarda la seconda parte della sua affermazione.
Perchè fra i maggiori beneficiari lo siamo soltanto sulla carta.
Comprensibile e perfino istituzionalmente doverosa la difesa d’ufficio del ministro degli Affari regionali Fitto.
Tuttavia gli dev’essere sfuggita (ma non l’aveva ricevuta anche lui?) la lettera del commissario europeo alla politica regionale Johannes Hahn, il quale si è premurato di avvertirci che siamo sempre, in Europa, quelli meno capaci a utilizzare i finanziamenti strutturali.
E stavolta non si scherza: rischiamo di perdere 2,8 miliardi di euro di fondi se questa somma non verrà impegnata entro il 31 dicembre prossimo.
Sono risorse che riguardano addirittura il periodo 2007-2009 e che rappresentano da sole metà del valore dei tagli lineari ai ministeri imposto dalla manovra economica bis.
Per quanto riguarda poi il colpo mortale allo sviluppo, al ministro Fitto devono essere sfuggiti anche i recenti e drammatici dati della Svimez, il documentatissimo centro studi per il Mezzogiorno.
Ci informano che il prodotto interno lordo pro capite delle regioni meridionali, cinque delle quali (Puglia, Sicilia, Calabria, Campania e Sardegna) destinatarie del recente «warning» europeo, dal 1951 al 2009 è sceso in valuta costante dal 65,3% al 58,8% di quello del Centro-Nord.
Dopo il minimo divario toccato nel 1975, quando eravamo al 66 per cento, la forbice è tornata ad allargarsi.
Non hanno fermato l’aumento del divario nè i soldi dell’intervento straordinario nè quelli del terremoto dell’Irpinia, dispersi in migliaia di rivoli clientelari e improduttivi.
Ma neppure i fondi europei.
Pochi, pochissimi, a giudicare da quanto male riusciamo a utilizzarli.
Carmine Fotina sul Sole 24 Ore ha scritto il 5 aprile del 2011 che i 43,6 miliardi di euro del programma 2007-2013, somma comprensiva del cofinanziamento nazionale, sono stati spesi appena per il 9,6% del totale: circa la metà della cifra effettivamente impegnata, che non superava comunque il 18,8%.
«Spiccano in negativo», scriveva Fotina, «il 2,4% della Campania e il 3,7% della Sicilia sul Fondo sociale europeo».
Ma un po’ ovunque è una tragedia.
La Sardegna, per esempio. Non più tardi di qualche settimana fa una relazione della Corte dei conti ha rilevato un «consistente ritardo» nell’utilizzo dei fondi europei da parte della Regione ora presieduta da Ugo Cappellacci.
Prendiamo i soldi del cosiddetto «Obiettivo competitività » del Fondo europeo di sviluppo regionale.
Alla Sardegna dovrebbero essere destinati per il periodo 2007-2013 un miliardo 701 milioni di euro.
Ebbene, finora non è stato impegnato che il 20,67%, e i pagamenti veri e propri non raggiungono nemmeno il 20%. Esattamente il 19,07%.
E in Sardegna, almeno per quanto riguarda i quattrini materialmente sborsati, si possono leccare i baffi.
Perchè nel complesso delle regioni italiane si arriva a malapena al 17,05%.
Ovvero, un miliardo 394 milioni su 8 miliardi e 176 milioni.
Passiamo ora al Fondo sociale europeo: di male in peggio.
Se in tutte le nostre regioni è stato impegnato appena il 35,5% di quel capitolo finanziario, che vale oltre 7,6 miliardi, la Sardegna si è fermata al 24,08%, con pagamenti appena superiori al 20% del totale.
Una situazione, dice la Corte dei conti, che deve «attribuirsi sia alla tardiva partenza della programmazione comunitaria in Sardegna, sia, in massima parte, alla mancata accelerazione dell’azione regionale nel corso del 2010, che proprio il ritardato avvio avrebbe reso necessaria».
Chiaramente un dito nell’occhio della politica, responsabile della gestione dei fondi europei. Accuse che, del resto, non vengono risparmiate dai magistrati contabili anche alle altre Regioni. Per esempio la Sicilia, dove analogamente alla Sardegna «il grado di realizzazione di programmi comunitari inerenti ai fondi strutturali Fers (fondo europeo di sviluppo regionale, ndr) e Fse (fondo sociale europeo, ndr) è contrassegnato da gravi ritardi, espressione di una politica di gestione degli stessi frammentata e non sufficientemente sorretta da un disegno organico». Parole che stridono con le proteste che si sono subito levate da Forza Sud, partito di Gianfranco Miccichè, sottosegretario alla presidenza con delega al Cipe, ma soprattutto per molti anni potentissimo luogotenente di Silvio Berlusconi in Sicilia.
Come tale, corresponsabile di molte scelte politiche isolane.
Sorprendente, dunque, che proprio da lì siano venute le critiche più forti alla proposta della coppia Sarkozy-Merkel, e non invece ai numeri, veramente penosi, dello scarso utilizzo dei fondi europei da parte della Regione siciliana.
Eppure, per capire la gravità della situazione, e darsi finalmente una mossa, sarebbe bastato dare una rapida occhiata ai numeri messi in fila dai bravi economisti del centro studi Svimez.
Dai quali viene fuori uno scenario davvero sconcertante.
Non soltanto il divario fra il Sud e il Centro-Nord tende ad allargarsi sempre di più, ma anche le zone del Mezzogiorno che si erano affrancate dalla «povertà », come statisticamente viene definita a Bruxelles, stanno di nuovo precipitando nel baratro dell’obiettivo uno.
Ossia, il girone delle aree più depresse del continente, dove il prodotto interno lordo pro capite è inferiore al 75% della media europea.
La Basilicata, che già dalla metà degli anni Novanta era uscita dall’obiettivo uno, riuscendo ad arrivare nel 1995 all’81%, dal 2004 è tornata alla soglia fatidica del 75%.
Il Pil pro capite dell’Abruzzo, addirittura balzato 16 anni fa al 104% della media continentale, è retrocesso nel 2007 di quasi 20 punti, precipitando all’85%.
Il Molise è passato dall’87% al 78%.
E anche la Sardegna danza pericolosamente sul baratro dell’obiettivo uno, con il suo Pil pro capite sceso dall’89% al 78% della media Ue.
Con un doloroso paradosso: che se dovessero rientrare nel girone dei dannati, queste Regioni non potranno nemmeno più contare sui fondi europei destinati ai poverissimi.
Perchè allora i rubinetti saranno chiusi per sempre.
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)
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Agosto 9th, 2011 Riccardo Fucile
LA TELEFONATA DI OBAMA A BERLUSCONI…IL CONTATTO CON TREMONTI, MA IL GELO RESTA
A Porto Rotondo, nella war room allestita a villa Certosa, il telefono di Berlusconi
squilla tutto il giorno.
È il lunedì decisivo, quello del verdetto dei mercati, e la situazione è di massima allerta.
Alla fine, alla chiusura delle borse, con lo spread Btp-Bund sceso intorno a quota 300, la telefonata più importante arriva da Mario Draghi.
Il governatore della Banca d’Italia risolleva il morale del premier, confermando che la giornata è andata benino, che l’ombrello steso dalla Bce ha funzionato.
Ma questo non deve assolutamente portare ad abbassare la guardia: “Adesso – così si congeda Draghi – il governo deve dare seguito agli impegni presi, non possiamo assolutamente permetterci di tergiversare”.
Le cose da fare sono lì, nero su bianco, nella lettera (firmata anche da Draghi) che Trichet ha scritto a Berlusconi.
Un menù fatto di tagli, liberalizzazioni da varare immediatamente “per decreto”, privatizzazioni, meno vincoli ai licenziamenti e alle assunzioni e, soprattutto, una correzione del rapporto deficit/Pil per il 2012 dal 2,7% all’1,5%.
Un taglio di oltre un punto percentuale, equivalente a circa 20 miliardi di euro.
Una mazzata talmente forte che Berlusconi sta raccogliendo le idee di tutti, consultando più gente possibile per capire come procedere: dal presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua al presidente di Equitalia Attilio Befera.
Consigli preziosi, anche perchè stavolta il Cavaliere non intende lasciare la partita nelle mani del solo Tremonti.
Tra il premier e il ministro dell’Economia la fiducia si è incrinata, tanto che una telefonata che c’è stata ieri a proposito del G7 – pura routine – è stata comunicata alle agenzie con la formula del colloquio “lungo e cordiale”, quasi fossero due estranei.
Un colloquio “cordiale” è invece quello che c’è stato tra Berlusconi e Obama. Entrambi i leader sono appannati e in difficoltà , entrambi i paesi affrontano crisi gemelle.
Così i due hanno cercato di farsi un po’ coraggio a vicenda, anche perchè pochi minuti prima c’era stato il tonfo di Wall Street.
A palazzo Chigi raccontano che Obama abbia esordito criticando con vigore il declassamento del rating Usa, passando quindi rapidamente a commentare la situazione italiana: “Ho sentito che avete deciso di anticipare il pareggio di bilancio al 2013. Bene, molto bene. Se farete tutto quello che avete annunciato risolverete sicuramente i vostri problemi”.
Incassato il sostegno americano, Berlusconi ha illustrato la sua teoria su quanto accaduto in questi giorni neri sulle borse: “L’attacco non è stato contro l’Italia, nel mirino della speculazione c’era l’euro. È successo a noi, domani potrebbe accadere a un altro grande paese. Per questo occorre un maggior coordinamento delle politiche europee”.
Nel governo si fronteggiano diverse (e opposte) idee su come rispondere all’ultimatum della Bce sul risanamento del bilancio.
La strada più gettonata sembra essere quelle di un intervento drastico sulle pensioni, ma Umberto Bossi è già sul piede di guerra.
Lo stesso Berlusconi è incerto, teme un autunno caldo con i sindacati in piazza.
Anche per questo ha deciso di non presenziare alla riunione di domani con le parti sociali, proprio perchè non sa ancora cosa dire.
Da un’altra parte chi ne ha raccolto lo sfogo assicura che il Cavaliere sarebbe anche tentato di prendere il toro per le corna: “Se non ora quando? Possiamo approfittare della crisi per approvare tutto quello che in tempi normali non riusciremmo a fare”. Nel caso gli riuscisse di tirare il paese fuori dalle secche, Berlusconi immagina di essere considerato un salvatore della patria.
La prospettiva inizia a solleticarlo.
Da qui l’ipotesi di un consiglio dei ministri straordinario da fissare proprio il giorno di Ferragosto, per dare agli italiani l’immagine di un governo che lavora e approva per decreto le misure necessarie.
Oltretutto sul rigore il terzo polo è pronto a dare una mano, persino votando a favore in Parlamento.
Un’occasione davvero insperata per riagganciare l’Udc. “Casini ci propone di superare le contrapposizioni – spiega il ministro Raffaele Fitto – e non possiamo lasciar cadere questa offerta di collaborazione. L’opposizione è divisa in tre: Di Pietro chiede le elezioni, Bersani chiede le dimissioni di Berlusconi, mentre il terzo polo vuole salvare con noi il paese. Io dico di andare a vedere”.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Agosto 8th, 2011 Riccardo Fucile
MERCATI, EUROPA E GOVERNO ITALIANO: IL TESTO DELLA LETTERA DI MARIO MONTI AL “CORRIERE DELLA SERA” CHE HA SUSCITATO POLEMICHE E UN AMPIO DIBATTITO IN ITALIA
I mercati, l’Europa. 
Quanti strali sono stati scagliati contro i mercati e contro l’Europa da membri del governo e della classe politica italiana!
«Europeista» è un aggettivo usato sempre meno.
«Mercatista», brillante neologismo, ha una connotazione spregiativa.
Eppure dobbiamo ai mercati, con tutti i loro eccessi distorsivi, e soprattutto all’Europa, con tutte le sue debolezze, se il governo ha finalmente aperto gli occhi e deciso almeno alcune delle misure necessarie.
La sequenza iniziata ai primi di luglio con l’allarme delle agenzie di rating e proseguita con la manovra, il dibattito parlamentare, la riunione con le parti sociali, la reazione negativa dei mercati e infine la conferenza stampa di venerdì, deve essere stata pesante per il presidente Berlusconi e per il ministro Tremonti.
Essi sono stati costretti a modificare posizioni che avevano sostenuto a lungo, in modo disinvolto l’uno e molto puntiglioso l’altro, e a prendere decisioni non scaturite dai loro convincimenti ma dettate dai mercati e dall’Europa.
Il governo e la maggioranza, dopo avere rivendicato la propria autonoma capacità di risolvere i problemi del Paese, dopo avere rifiutato l’ipotesi di un impegno comune con altre forze politiche per cercare di risollevare un’Italia in crisi e sfiduciata, hanno accettato in questi ultimi giorni, nella sostanza, un «governo tecnico».
Le forme sono salve. I ministri restano in carica.
La primazia della politica è intatta.
Ma le decisioni principali sono state prese da un «governo tecnico sopranazionale» e, si potrebbe aggiungere, «mercatista», con sedi sparse tra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York.
Come europeista, e dato che riconosco l’utile funzione svolta dai mercati (purchè sottoposti a una rigorosa disciplina da poteri pubblici imparziali), vedo tutti i vantaggi di certi «vincoli esterni», soprattutto per un Paese che, quando si governa da sè, è poco incline a guardare all’interesse dei giovani e delle future generazioni.
Ma vedo anche, in una precipitosa soluzione eterodiretta come quella dei giorni scorsi, quattro inconvenienti.
Scarsa dignità .
Anche se quella del «podestà forestiero» è una tradizione che risale ai Comuni italiani del XIII secolo, dispiace che l’Italia possa essere vista come un Paese che preferisce lasciarsi imporre decisioni impopolari, ma in realtà positive per gli italiani che verranno, anzichè prenderle per convinzione acquisita dopo civili dibattiti tra le parti.
In questo, ci vorrebbe un po’ di «patriottismo economico», non nel fare barriera in nome dell’«interesse nazionale» contro acquisizioni dall’estero di imprese italiane anche in settori non strategici (barriere che del resto sono spesso goffe e inefficaci, una specie di colbertismo de noantri ).
Downgrading politico .
Quanto è avvenuto nell’ultima settimana non contribuisce purtroppo ad accrescere la statura dell’Italia tra i protagonisti della scena europea e internazionale.
Questo non è grave solo sul piano del prestigio, ma soprattutto su quello dell’efficacia.
L’Unione europea e l’Eurozona si trovano in una fase critica, dovranno riconsiderare in profondità le proprie strategie.
Dovranno darsi strumenti capaci di rafforzare la disciplina, giustamente voluta dalla Germania nell’interesse di tutti, e al tempo stesso di favorire la crescita, che neppure la Germania potrà avere durevolmente se non cresceranno anche gli altri. Il ruolo di un’Italia rispettata e autorevole, anzichè fonte di problemi, sarebbe di grande aiuto all’Europa.
Tempo perduto .
Nella diagnosi sull’economia italiana e nelle terapie, ciò che l’Europa e i mercati hanno imposto non comprende nulla che non fosse già stato proposto da tempo dal dibattito politico, dalle parti sociali, dalla Banca d’Italia, da molti economisti.
La perseveranza con la quale si è preferito ascoltare solo poche voci, rassicuranti sulla solidità della nostra economia e anzi su una certa superiorità del modello italiano, è stata una delle cause del molto tempo perduto e dei conseguenti maggiori costi per la nostra economia e società , dei quali lo spread sui tassi è visibile manifestazione.
Crescita penalizzata .
Nelle decisioni imposte dai mercati e dall’Europa, tendono a prevalere le ragioni della stabilità rispetto a quelle della crescita.
Gli investitori, i governi degli altri Paesi, le autorità monetarie sono più preoccupati per i rischi di insolvenza sui titoli italiani, per il possibile contagio dell’instabilità finanziaria, per l’eventuale indebolimento dell’euro, di quanto lo siano per l’insufficiente crescita dell’economia italiana (anche se, per la prima volta, perfino le agenzie di rating hanno individuato proprio nella mancanza di crescita un fattore di non sostenibilità della finanza pubblica italiana, malgrado i miglioramenti di questi anni).
L’incapacità di prendere serie decisioni per rimuovere i vincoli strutturali alla crescita e l’essersi ridotti a dover accettare misure dettate dall’imperativo della stabilità richiederanno ora un impegno forte e concentrato, dall’interno dell’Italia, sulla crescita.
Mario Monti
(da “Il Corriere della Sera“)
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Agosto 6th, 2011 Riccardo Fucile
L’INTERVENTO DEL SEGRETARIO AL TESORO TIM GEITHNER CONVINCE LA MERKEL A DARE IN VIA LIBERA ALL’ACQUISTO DEI TITOLI PUBBLICI ITALIANI…IL FORCING DI SARKOZY PREOCCUPATO DALLA CRISI DEI TITOLI FRANCESI…LA CASA BIANCA RINGRAZIA PARIGI E BERLINO PER IL “RUOLO GUIDA”
“La Bce ha commissariato l’Italia, Trichet governa a Roma su mandato di Germania e
Francia”.
Sono le 13 a Wall Street, manca un’ora e mezza alla conferenza stampa di Silvio Berlusconi in Italia, e i mercati sanno già tutto.
Un “gabinetto di crisi” sovranazionale ha dato mandato alla Bce per scrivere l’agenda del governo italiano.
“Anticipo dei tagli al deficit; pareggio di bilancio nella Costituzione; liberalizzazioni dei mercati”: in tre diktat, è l’anticipazione che la Borsa americana apprende molto prima dei cittadini italiani.
La fonte che firma lo scoop è l’agenzia Dow Jones, le gole profonde stanno al Tesoro di Washington e alla Federal Reserve, e subito gli indici di Borsa recuperano.
Barack Obama a tarda sera di venerdì si mette al telefono con Angela Merkel e Nicolas Sarkozy che “ringrazia per la loro leadership”.
A mezzanotte ora italiana non c’erano invece conferme di telefonate con Berlusconi.
Il segretario al Tesoro Tim Geithner è al lavoro dietro le quinte fin da giovedì sera. È costretto a un intervento eccezionale sui governi europei dopo il tracollo di 513 punti del New York Stock Exchange.
I suoi interlocutori privilegiati sono il leader francese che è anche presidente di turno del G7 e G20; la cancelliera tedesca; il presidente della Bce. L’obiettivo è far passare uno schema familiare a Geithner, che si fece le ossa al Fmi e nella diplomazia Usa quando i focolai di crisi erano Thailandia, Argentina, Brasile.
Per spegnerli, arrivavano gli esperti del Fmi con i diktat del “Washington consensus” nelle loro valigette.
Commissariamento dei governi inaffidabili, in cambio di aiuti.
È la ricetta che ieri Geithner ha caldeggiato nel corso della giornata, nelle sue ripetute triangolazioni con Berlino, Parigi, Francoforte.
A Berlusconi le condizioni sono state anticipate a metà pomeriggio dal presidente Ue Herman Van Rompuy e dal commissario all’Economia Olli Rehn: “l’Italia deve accelerare il suo risanamento”, prendere o lasciare.
Sarkozy e Geithner hanno confermato, costringendo il premier italiano alla conferenza stampa.
Ben più difficile era convincere la Merkel.
Sull’altro piatto della bilancia, infatti, al commissariamento dell’Italia da parte di un gabinetto di crisi corrisponde l’intervento della Bce per acquisti di titoli pubblici italiani.
Uno strappo alle regole del rigore monetario. Un’operazione contrastata dalla squadra tedesca in seno alla Bce: il capo della Bundesbank Jens Weidmann, il chief economist Juergen Stark, più gli alleati olandesi e lussemburghesi.
Ma Sarkozy ieri mattina ha capito di dover fare un pressing estremo su Berlino, quando ha visto allargarsi di nuovo lo spread dei tassi francesi su quelli tedeschi.
A dargli man forte sono intervenuti gli americani.
“Attenzione a non ripetere l’effetto Lehman – hanno detto gli uomini di Geithner agli europei – quando quella banca fu lasciata fallire nel 2008, nessuno capì che ne avrebbe trascinate molte altre a picco, e di più grosse”. Chiara l’antifona: “l’Italia ha il terzo debito pubblico mondiale in valore assoluto, se avanza verso il default non vi basterà triplicare il fondo di salvataggio europeo”.
È intervenuto Ben Bernanke, il presidente della Federal Reserve, con dati inquietanti sull’esposizione delle stesse banche americane al debito pubblico italiano; figurarsi quelle francesi e tedesche.
A rafforzare le pressioni americane sulla Merkel, si sono aggiunte due voci autorevoli dall’Estremo Oriente: Cina e Giappone, due mercati strategici per il made in Germany.
I governi di Pechino e Tokyo hanno chiesto un'”azione coordinata” per arginare il panico creato nel giovedì nero dallo spettro del default italiano.
Per smuovere la Merkel il contributo finale lo ha dato Trichet.
“Il presidente della Bce sta facendo un lavoro straordinario, dobbiamo dargli atto del ruolo prezioso durante questa crisi”, confida Geithner ai collaboratori. La mossa chiave di Trichet, è proprio quella che i mercati non hanno capito giovedì, e che ha provocato il panico. Nelle ore terribili in cui Milano perdeva il 5% e poi andava in tilt, a contenere le perdite iniziali delle altre Borse si era la diffusa la voce che la Bce avrebbe acquistato Btp italiani e bond spagnoli. Invece niente.
A sorpresa gli acquisti si erano limitati ai titoli portoghesi e irlandesi.
La delusione per il mancato sostegno all’Italia aveva contribuito al tracollo del Dow Jones, la capitolazione finale.
Geithner e Bernanke erano stati fra i primi a chiedere spiegazioni. Ieri la vicenda si è sciolta: il giovedì nero “è servito”, la Bce ha mostrato i muscoli alla Merkel e a Roma.
Una prova di forza giocata sul filo del terrore: per costringere Berlusconi a ingoiare qualsiasi imposizione esterna; per mostrare alla Merkel fin dove poteva degenerare il panico dei mercati.
“Non possiamo correre il rischio che un altro focolaio di crisi nell’eurozona uccida le speranze di una ripresa”, è l’imperativo che Obama ha sottolineato ai suoi ieri pomeriggio, prima di chiamare i leader europei.
Il presidente ha incassato ieri mattina un dato di 117.000 assunzioni, meno negativo di quanto temeva, ha annunciato una nuova manovra per l’occupazione, ma ricorda che un anno fa il crac greco diffuse la sfiducia sui mercati, soffocò i germogli della crescita americana.
Oggi è ancora peggio: l’America è già sull’orlo della ricaduta in recessione, il default di Roma va evitato ad ogni costo.
Il pacchetto delle direttive confezionato tra Parigi e Francoforte, Berlino e Washington, a Berlusconi è stato consegnato a scatola chiusa.
Il gabinetto sovranazionale di crisi ha avuto il suo battesimo di fuoco.
Ora i mercati lo attendono al varco, e già ieri cominciavano a serpeggiare i primi dubbi: per esempio sul valore che ha, in Italia, un obbligo di pareggio del bilancio scritto nella Costituzione.
Federico Rampini
(da “La Repubblica”)
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Agosto 4th, 2011 Riccardo Fucile
DOCUMENTO COMUNE DI IMPRESE E SINDACATI, SEI PUNTI PER LA CRESCITA: “RIFORME SUBITO, NON SI PUO’ ASPETTARE SETTEMBRE”… BARROSO PREOCCUPATO
Un accordo in sei punti su pareggio di bilancio, costi della politica, sblocco degli
investimenti pubblici, semplificazione nella pubblica amministrazione e riforma del mercato del lavoro.
Così le parti sociali si sono presentate all’atteso incontro di questa mattina con il governo.
Un “documento comune” che il presidente degli industriali Emma Marcegaglia ha letto al tavolo di questa mattina con l’esecutivo.
“La gravità del momento non consente pause e va affrontata con la massima determinazione senza cercare scuse o scappatoie, non si può restare fermi fino a settembre, ha detto il leader di Confindustria a nome delle parti nella conferenza stampa conclusiva del vertice, ribadendo quanto enunciato nel documento condiviso. “Noi siamo a disposizione nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. Riteniamo che il Consiglio dei Ministri debba assumere decisioni rapidamente e sottoporle al Parlamento senza soluzioni di continuità . Non possiamo permetterci di rimanere fermi e in balia dei mercati fino a settembre. Il confronto non può esaurirsi in un incontro. Ma l’incontro di oggi non può esaurirsi in un avvio”.
Per il leader degli industriali “i punti proposti dalle parti sociali sono stati condivisi dal Governo. Attendiamo ora di capire – ha detto – se verranno affrontati con l’urgenza e il senso di emergenza che noi sentiamo molto forte”.
La presidente di Confindustria davanti ai giornalisti ha sintetizzato i punti presentati al governo entrando nel merito di alcuni di questi dal “la credibilità del pareggio di bilancio”, che secondo le parti andrebbe costituzionalizzato, ai “provvedimenti strutturali per aumentare la produttività pubblico impiego e modernizzare il welfare”, fino al “taglio dei costi della politica che va anticipato subito”.
In particolare, ha aggiunto Marcegaglia, vanno rivisti “i costi assemblee elettive”, abolite le province e accoprati i piccoli comuni”.
Secondo la leader degli industriali è poi “fondamentale il tema dei fondi europei: “Rischiamo di perdere 7 miliardi di fondi strutturali entro la fine dell’anno; abbiamo poi chiesto di contrastare l’evasione anche riducendo l’uso del contante e aumentare la fatturazione elettronica”.
Dalla Marcegaglia è giunta poi la richiesta di un “piano straordinario di lotta” all’evasione fiscale contributiva.
Per le imprese ha indicato la richiesta di “detassare i premi di risultato in modo strutturale e incetivare crescita dimensionale e la patrimonializzazione”.
Divise invece le parti sociali sul tema delle privatizzazioni.
Un punto, l’unico, su cui il segretario della Cgil ha espresso il suo dissenso rispetto al documento presentato stamane.
Otto i punti con cui il governo ha voluto rispondere alle sollecitazioni delle parti sociali.
Li ha elencati in conferenza stampa il presidente SIlvio Berlusconi, spiegando che l’esecutivo si metterà al lavoro già nei prossimi giorni e si presenterà a settembre con un piano da sottoporre al Parlamento.
Questi i temi elencati dal premier: Pareggio di bilancio e libertà economica nella Costituzione; riforma assistenziale e fiscale e contrasto all’evasione; modernizzazione delle relazioni industriali e del mercato del lavoro; finanze e reti di impresa con internazionalizzazione; accelerazione opere pubbliche, delle reti energetiche e delle nuove reti di telecomunicazione; privatizzazioni anche dei servizi pubblici locali e liberalizzazioni; costi della politica e semplificazione della politica della burocrazia e delle funzioni pubbliche e sociali centrali e locali; diffusione delle nuove tecnologie, fondi strutturali europei e mezzogiorno.
Concetti che sentiamo ripetere da anni senza veder mai nulla di realizzato concretamente.
Entrando nel merito delle tensioni che stanno colpendo i mercati, Berlusconi ha detto di non ritenere che la situazione possa peggiorare.
“Non credo che la crisi si aggraverà e non dobbiamo essere spaventati che gli spread attuali possano mantenersi’, ha detto il presidente del Consiglio.
Soddisfatto del vertice anche il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che ha rassicurato sull’azione in sede comunitaria e internazionale del nostro Paese. “Abbiamo oggi un metodo di lavoro che non è solo Italia su Italia, ma anche con l’estero, con contatti con le principali istituzioni economiche internazionali, Commissione Europea, Ocse e Fmi, per un confronto su percorso e proposte”. Un’affermazione che ha dato il la anche a un piccolo battibecco con il presidente del Consiglio, che ha interrotto Tremonti suggerendo di includere anche la Banca Centrale Europea.
“Credo sia molto importante ma non coinvolgibile”, il commento piccato del ministro dell’Economia.
Intanto dall’Unione Europea arriva l’avvertimento del presidente della Commissione Europea “Qualunque siano le motivazioni, è chiaro che non abbiamo più a che fare solo con una crisi della periferia dell’area euro”, ha detto Barroso in una lettera inviata ai leader Ue.
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Luglio 16th, 2011 Riccardo Fucile
UNA CORREZIONE NOTTURNA AL TESTO NEUTRALIZZA LA NORMA PRECEDENTE CHE RIDUCEVA LE INDENNITA’ ALLA MEDIA DEGLI ALTRI PAESI EUROPEI…L’IRA DELLE OPPOSIZIONI…RIMBORSI ELETTORALI RIDOTTI MA SOLO DALLA PROSSIMA LEGISLATURA
Taglio alle indennità dei parlamentari addio, o quasi. 
Meglio equipararsi ai sei paesi più ricchi dell’Unione europea. E poi rimborsi elettorali ridotti ma dalla prossima legislatura, auto blu da ridimensionare ma dal 2012, vitalizi salvati in extremis, finanziamenti ai partiti appena sforbiciati. Doveva essere il fiore all’occhiello della manovra lacrime e sangue.
Il buon esempio all’insegna dell’austerity dato dalla politica, perchè – ammoniva Tremonti ancora pochi giorni fa – non si possono chiedere sacrifici agli italiani senza imporli alla classe dirigente.
E invece ecco servito il bluff.
La manovra appena approvata da 70 miliardi, che si abbatterà tra ticket e superbolli su famiglie e risparmiatori, nel testo definitivo rinvia e in qualche caso annulla i buoni propositi di chi l’ha scritta.
Il colpo grosso è andato in scena nel chiuso delle commissioni Affari costituzionali e Bilancio al Senato sulla norma più attesa.
Proprio quella che avrebbe dovuto equiparare le indennità parlamentari a quelle dei paesi Ue.
Falcidiata tra la notte del 12 e il 13 mattino grazie a un paio di emendamenti targati Pdl.
l testo originario di Tremonti prevedeva (dalla prossima legislatura) l’equiparazione delle attuali indennità parlamentari italiane a quelle dei 17 paesi dell’area euro.
A conti fatti, per passare dall’attuale “trattamento economico” base (al netto delle varie voci accessorie) di quasi 12 mila euro mensili lordi dei nostri parlamentari, ai 5.339 euro della media europea, com’è
stata di recente calcolata dal Sole 24 ore.
Risultato: Camera e Senato che oggi sborsano circa 144 milioni all’anno per le indennità , ne avrebbero spesi solo 62 milioni, meno della metà (il 53,5% in meno).
E invece, viene azzerato o quasi quel risparmio da 82 milioni.
Come? Grazie a due colpi sottobanco.
L’emendamento 1.1 del relatore in commissione, il pidiellino Picchetto, che prevede intanto un adeguamento della paga a quella non dei 17 paesi euro, ma dei “sei principali” paesi Ue, quindi dei più grandi.
Infine, con l’emendamento 1.2 del duo siciliano (sempre Pdl) Fleres-Ferrara, con cui viene sancito che in futuro l’adeguamento andrà fatto in base alla “media”, sì, ma “ponderata, rispetto al Pil” di quei paesi.
Dovrà tener conto cioè non del numero dei cittadini, ma della ricchezza dei sei paesi. Bizantinismi.
Sta di fatto, protesta il senatore Pd Francesco Sanna che si è battuto in commissione, “che con il sistema prescelto da maggioranza e governo la riduzione, se ci sarà , sarà lievissima”.
Anzi, con la media “ponderata al Pil”, non sarà neanche detto che la decurtazione ci sarà .
Il Pdl d’altronde in commissione aveva difeso a spada tratta la busta paga, contro “la deriva populista” e in difesa della “prestigio del Parlamento”, con una sfilza di interventi, da Raffaele Lauro a Giuseppe Saro a Andrea Pastore. Missione compiuta.
Ma è solo il bluff più macroscopico, tra quelli che vengono a galla in queste ore in cui enti locali e sindacati denunciano la mannaia da 500 euro l’anno a famiglia in arrivo con la manovra.
Scomparsa la norma che cancellava i vitalizi dei parlamentari che – grazie ai 2.238 assegni staccati ogni mese da Camera e Senato per gli “ex” – comportano un esborso annuo da 218,3 milioni di euro: ben più che per gli onorevoli in servizio.
Mai messa nero su bianco quella annunciata sull’azzeramento delle indennità da 2.243 euro dei ministri (che si somma a quella da parlamentare) che avrebbe consentito di risparmiare 100 mila euro al mese, dunque un milione e 200 mila euro l’anno.
Ha vissuto solo un paio di giorni sui giornali.
Le auto blu – che sono oltre 15 mila e costano 1 miliardo di euro l’anno – non potranno avere in futuro una cilindrata superiore a 1.600, ma quelle in servizio saranno tenute fino alla rottamazione.
I rimborsi elettorali ai partiti per le elezioni, che pesano per 180 milioni di euro, saranno ridotti, ma solo “dalla prossima legislatura” e solo del 10 per cento: 18 milioni appena di risparmio.
Il voto di ogni tedesco oggi viene ripagato ai partiti con 38 centesimi, in Italia continuiamo a viaggiare sui 3,5 euro.
Il rigore sulla politica può attendere.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Giugno 29th, 2011 Riccardo Fucile
MISURE ANCHE SU LIBERALIZZAZIONI, ALTA VELOCITA’, CROCE ROSSA PRIVATA…ECCO LE PRINCIPALI NOVITA’ PREVISTE DAL PIANO DI TREMONTI: SACRIFICI RICHIESTI AI SOLITI NOTI, IL CETO MEDIO E LE CATEGORIE PIU’ DEBOLI
Blocco degli stipendi per gli statali per un anno in più, donne in pensione a 61 già dal
2012 per progressivamente arrivare a 65, ticket da 10 euro sulle prestazioni specialistiche e da 25 euro sul pronto soccorso a partire dal prossimo anno.
Sono alcune delle misure contenute nella “bozza” della manovra, un provvedimento al momento lungo 82 pagine che poi si intersecherà con la riforma del fisco che riguarda Irpef, Iva, Irap e tasse sulle rendite finanziarie.
Tra le novità anche la privatizzazione della Croce Rossa Italiana e il rifinanziamento delle missioni internazionali per tutto il 2011.
Ecco la bozza della manovra in “pillole”.
TICKET 10 EURO – Scatterà dal primo gennaio 2012 per le prestazioni specialistiche ambulatoriali. Pagheranno invece 25 euro i ‘codici bianchì del pronto soccorso.
Al momento infatti è stato stanziato un finanziamento da 486,5 milioni di euro solo per il 2011.
PENSIONI, PARTE IN 2014 AGGANCIO ETà€ A SPERANZA VITA. Era previsto al 2015.
PENSIONI D’ORO. Stop alla rivalutazione se sono cinque volte superiori al minimo. Per quelle pari atre volte il minimo la rivalutazione sarà al 45%.
PENSIONI, DONNE A 65 ANNI. La bozza è stringente: dal 2012 servirebbero 61 anni per andare in pensione, e poi si aumenta di un anno fino a raggiungere i 65 anni.
Ma l’ipotesi sarebbe già superata da una che prevede un adeguamento diluito: si parte dal 2015 con un mese l’anno, per accelerare dal 2020 di sei mesi l’anno, fino a raggiungere l’età pensionabile di 65 anni. Ma tutto sarebbe ancora aperto.
P.A., STIPENDI CONGELATI. Stop agli aumenti di retribuzione, anche accessori, per il personale delle pubbliche amministrazioni, fino alla fine del 2014.
P.A., BLOCCO TURN-OVER. Proroga del turn-over nel pubblico impiego ancora per un anno. Esclusi dalla stretta i Corpi di Polizia, i Vigili del Fuoco e le agenzie fiscali.
MISSIONI INTERNAZIONALI. La dotazione del fondo è incrementata di 700 milioni di euro per il 2011.
LIBERALIZZAZIONE PROFESSIONI. Più facile l’accesso; fuori dalle nuove norme notai, architetti, farmacisti e avvocati.
SPENDING REVIEW. Addio tagli lineari: parte dal 2012 il processo di ‘spending review’ «mirata alla definizione dei fabbisogni standard propri dei programmi di spesa delle amministrazioni centrali dello Stato».
CROCE ROSSA. Sarà privatizzata. Il personale non militare rischia di essere posto in mobilità .
BADANTI E PENSIONI. Dal primo gennaio del prossimo anno, la pensione di reversibilità «è ridotta, nei casi in cui il matrimonio con il dante causa sia stato contratto ad età del medesimo superiori a 70 anni e la differenza di età tra i coniugi sia superiore a 20 anni, del 10% per ogni anno di matrimonio mancante rispetto al numero di 10».
CATTEDRE BLOCCATE. A decorrere dall’anno scolastico 2012/2013 le dotazioni organiche del personale docente, educativo ed Ata della scuola non devono superare la consistenza delle relative dotazioni organiche dello stesso personale determinata nell’anno scolastico 2011/2012.
INSEGNANTI DI SOSTEGNO. L’organico degli insegnati di sostegno, attribuito alle singole scuole o a ‘reti di scuolè, dovrà prevedere in media un docente ogni due alunni disabili.
ALTA VELOCITà€. Arriva sovrapprezzo canone, servirà ad assicurare la copertura degli oneri del servizio universale.
PROTEZIONE CIVILE. Arrivano 64 milioni di euro nel 2011 per la gestione dei mezzi della flotta aerea del Dipartimento della protezione civile. Al relativo onere si provvede con una riduzione della quota destinata allo Stato dell’8 per 1000.
FONDI RESIDUI. Sono abrogate, a decorrere dal 2012, tutte le norme che dispongono la conservazione nel conto dei residui, cioè le somme stanziate ma non spese dalla Pubblica Amministrazione, per essere utilizzate nell’esercizio successivo, di somme iscritte negli stati di previsione dei Ministeri. La Corte dei Conti ha quantificato in 108 miliardi l’ammontare dei residui passivi dell’intera amministrazione pubblica.
IMMOBILI PUBBLICI. Arrivano «fondi d’investimento immobiliari chiusi promossi da Regioni, Provincie, Comuni anche in forma consorziata ovvero da società interamente partecipate dai predetti enti, al fine di valorizzare o dismettere il proprio patrimonio immobiliare disponibile».
CONTI DORMIENTI. Una piccola parte della manovra (100 milioni) sarà coperta dal fondo in favore delle vittime dei crack finanziari. – ANAS. Sarà divisa in Holding e Spa e arriva anche un commissario.
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Giugno 28th, 2011 Riccardo Fucile
IL MINISTRO RESISTE A OGNI RICHIESTA DI SPUTTANARE SOLDI PER FINI ELETTORALI DI PDL A LEGA….BERLUSCONI: “STAVOLTA FINISCE MALE”…GIA’ CIRCOLA IL NOME DEL SUCCESSORE: BINI SMAGHI
È una guerra di nervi quella tra Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti, ma l’epilogo è vicino. 
E potrebbe portare a un clamoroso abbandono del ministro dell’Economia proprio alla vigilia della presentazione della manovra. I segnali ci sono tutti, le voci nel governo si rincorrono.
Chi ha sondato Tremonti riferisce che il ministro resta impermeabile a ogni richiesta di ammorbidimento della manovra.
“Chi parla in questi termini – ripete Tremonti – non ha capito cosa sta succedendo sui mercati. Venerdì scorso lo spread tra Btp e Bund ha sfondato il record, pensavamo fosse finita, e oggi il differenziale ha raggiunto i 223 punti: 9 in più rispetto a venerdì”.
Ma le prediche di Tremonti restano inutili.
Ha un bel dire il ministro che “rischiamo la Grecia”, che lui non metterà mai la firma su una manovra all’acqua di rose che possa “mettere a rischio i titoli pubblici e quindi i risparmi di milioni di famiglie italiane”.
Berlusconi non ci sente, Bossi nemmeno. A loro interessano i voti.
Eppure a Via XX Settembre la risposta per ora è ancora più netta: “Va a finire che i nostri btp diventeranno come i Tango-bond. I mercati non ci perdonerebbero una manovra soft”.
Questa mattina i tre si vedranno prima del vertice di maggioranza per tentare un’ultima mediazione.
Ma Tremonti avrebbe persino deciso di disertare il summit allargato a palazzo Grazioli per non farsi mettere in un angolo.
Giocando la carta finale, quella minaccia di dimissioni che dovrebbe riportare
alla ragione i due azionisti del centrodestra, Bossi e Berlusconi.
E tuttavia, se in passato questa tattica ha prodotto risultati, sembra proprio che il premier stavolta non sia dell’idea di trattenere Tremonti.
Lasciandolo andare, insalutato ospite, al suo destino.
La violenta polemica scatenata contro il ministro da un fedelissimo del premier, Guido Crosetto, è stata la spia del malumore che cova a palazzo Grazioli.
“Sono stanco – dice in privato il Cavaliere – di sentirmi dire: o così o niente. Questa volta Giulio, se insiste, potrà essere sostituito”.
Decisioni non sono ancora state prese, si tratta al momento di una partita a scacchi appena iniziata tra due giocatori – Berlusconi e Tremonti – che conoscono a menadito ciascuno le mosse dell’altro.
“Io – osserva il premier – condivido l’obiettivo del pareggio di bilancio, la tutela del debito italiano. Ma Tremonti non propone nulla per lo sviluppo e se il Pil non cresce, anche il rapporto con il debito è destinato a peggiorare”.
Sono due “verità ” al momento inconciliabili e destinate a cozzare.
Oltretutto, a peggiorare il clima, c’è anche una certa ruvidezza del personaggio, che sta facendo andare fuori dai gangheri i suoi colleghi di governo. “Nessuno di noi conosce questa benedetta manovra – confida un ministro furioso – , Tremonti non ce l’ha fatta leggere. Ma se pensa di fare come l’altra volta, di farci votare in 3 minuti un pacco misterioso, si sbaglia di grosso”.
Tremonti non si è fatto molti amici neppure in Parlamento, dove il progetto di tagliare i costi della politica ha fatto andare sulle barricate mezza maggioranza.
“Quello che tagliò meglio di tutti i costi della politica – ricorda il ministro Gianfranco Rotondi – fu il cavaliere Benito Mussolini. E anche allora i giornali applaudirono. Questo non significa che fosse una cosa giusto. Oltretutto è come se il Cda di un’azienda pensasse di andare avanti insultando e prendendo a schiaffi gli azionisti: i parlamentari alla fine si arrabbiano e ti mandano a casa, tanto dal primo maggio non si può più minacciare elezioni anticipate. E io a casa non ci voglio andare”.
L’arma forte di Tremonti, quella con cui è certo di poter mettere ancora una volta a tacere tutte le critiche, è ovviamente la minaccia di un attacco fenomenale della speculazione.
Il rischio c’è, è concreto, e il crollo simultaneo di tutti i titoli bancari lo scorso venerdì è stata un’avvisaglia di quello che potrebbe accadere.
Anche Napolitano predica cautela e vigilia sulle mosse del governo.
Per questo il Cavaliere, consapevole che la linea di Tremonti al momento è “dopo di me il diluvio”, per rafforzare la sua posizione negoziale si sta dando da fare per immaginare un sostituto.
Purtroppo per lui i nomi spendibili, quelli davvero in grado di rassicurare i mercati, non sono molti e quei pochi titolati non hanno intenzione di farsi arruolare in un esecutivo dalle prospettive incerte.
Ma nelle ultime ore si sta facendo strada un candidato su tutti gli altri: Lorenzo Bini Smaghi. Membro del board della Bce, Bini Smaghi è in corsa per andare al vertice della Banca d’Italia dopo l’accordo raggiunto all’ultimo Consiglio europeo sulle sue dimissioni da banchiere europeo.
Un nome in grado di tranquillizzare i mercati, soprattutto se iniziasse a circolare da subito, su cui il Quirinale non potrebbe sollevare obiezioni.
Al momento tuttavia si tratta solo di voci dentro il governo, la partita deve ancora cominciare.
Giorni fa, sicuro del fatto suo, Tremonti ha ricordato un aneddoto a un amico, a dimostrazione che il Cavaliere fa la faccia feroce ma alla fine si rivela un agnellino. “L’anno scorso ci provò allo stesso modo ad evitare la manovra. Mi disse: ma perchè non facciamo un bel condono? Poi se andò a via dei Coronari, in giro per antiquari, e dichiarò alle agenzie che lui il decreto ancora non l’aveva firmato. In realtà la manovra stava già sul tavolo di Napolitano per la promulgazione”.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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