Aprile 13th, 2011 Riccardo Fucile
IL VIRUS LEGHISTA FINISCE QUESTA VOLTA AD INVOCARE PER GLI ITALIANI IL TRATTAMENTO CHE BOSSI VUOLE RISERVARE AGLI IMMIGRATI.. IL PROGRAMMA DELL’IMPRESENTABILE GIULIANO BRIGNASCA DALLA RICCA FEDINA PENALE
“Tremonti con la Svizzera sta facendo il pirla. Ma è un somaro se non tratta con noi. Ora deve ascoltarci”.
Con ragionamenti politici come questo — e con slogan come “i frontalieri (gli italiani pendolari che vengono in Svizzera a lavorare, ndr) verranno cacciati a calci in culo” — Giuliano Bignasca ha conquistato il cuore (e i voti) degli abitanti del Canton Ticino, che hanno riservato alla sua Lega dei ticinesi un pienone di consensi, quasi il 30 per cento.
Che tradotto significa due scranni su cinque nel Consiglio di Stato (il governo del Cantone, assegnato su base proporzionale).
Un potere senza precedenti.
Le ragioni di questa ondata xenofoba non vanno ricercate solo nella crisi economica, che ha portato disoccupazione anche nel Cantone più “italiano” della vicina Svizzera.
L’insofferenza di una parte dei ticinesi per “gli italiani che ci portano via il lavoro”, e soprattutto per quella parte di tasse pagate sui dipendenti che il governo svizzero restituisce al nostro Paese, è un sentimento che brucia sotto la cenere da diversi anni.
Solo 6 mesi fa l’Udc, che non è la versione svizzera del partito di Casini ma è al contrario un movimento con posizioni di destra radicale, aveva lanciato una campagna contro i “frontalieri topi”.
Alla fine erano arrivate le scuse all’Italia, ma il messaggio intanto era passato. E l’assist al partito di Bignasca era servito.
Lui, soprannominato “il nano”, non è “l’uomo nuovo”, nè tantomeno “l’uomo—immagine”.
Figlio di uno scalpellino, ha ereditato l’azienda del padre e, insieme al fratello (anche lui nel partito) ha messo in piedi diverse imprese di costruzioni.
Il suo casellario giudiziario non è certo immacolato: nel corso degli anni si sono sommate condanne passate in giudicato per calunnia, diffamazione, ingiuria, droga.
E anche per avere sottratto gli oneri sociali ai suoi stessi dipendenti stranieri.
Eppure oggi, dopo un primo trionfo elettorale negli anni ’90 e una successiva crisi di consensi, è tornato sulla cresta dell’onda, sempre con slogan che contrappongono gli svizzeri agli usurpatori italiani.
Il personaggio è ruvido e non si fa problemi a mandare “a quel paese” i cronisti.
Ma ne ha anche per i ministri italiani e i governanti della sua stessa Svizzera: “O Tremonti mette a posto (rinnovando gli accordi bilaterali sulle tasse dei frontalieri, ndr), altrimenti buttiamo fuori 10 mila frontalieri. Ne abbiamo 48 mila, entro tre anni dobbiamo andare a 35 mila. Se lo capisce va bene, altrimenti gli spacchiamo le ossa. Tremonti fa il pirla con la Svizzera. Il blocco dei pagamenti ai comuni per i frontalieri? Questione di dieci giorni”.
Tutti avvisati.
Ogni giorno dalle provincie lombarde di Varese, Como e Sondrio migliaia di lavoratori varcano il confine attratti da stipendi mediamente più alti di quelli italiani.
Sono operai, impiegati, addetti alla grande distribuzione, ma anche camerieri, commessi o infermieri che da anni si rivolgono alle imprese del Canton Ticino per guadagnarsi la pagnotta.
Tanti italiani che provengono da zone tradizionalmente leghiste.
“Io faccio il frontaliere da sei anni — spiega un salumiere che lavora nella centralissima via Nassa di Lugano — e in Italia ho sempre votato Lega. Se ci mandassero via e ci rimpiazzassero con dei tunisini, mancherebbe la manodopera italiana, perchè noi veniamo qui a lavorare seriamente, non siamo in Svizzera per rubare o per scavalcare gli svizzeri”.
Insomma, la Lega dei ticinesi vuole far perdere il lavoro ad almeno 10 mila frontalieri.
Eppure la Lega Nord italiana appoggia e approva.
“Mi ha chiamato l’onorevole Giancarlo Giorgetti per complimentarsi”, spiega Bignasca.
E, interpellato dal Fatto Quotidiano, anche il sindaco leghista di Varese Attilio Fontana, dice: “Mi fa piacere che abbiano fatto questo risultato alle elezioni, si tratta di un movimento vicino al territorio, con cui la Lega Nord è sempre andata d’accordo”.
I frontalieri? Un dettaglio: “Credo che farebbero fatica a sostituire i lavoratori italiani con altrettanti lavoratori seri e di valore. I lavoratori frontalieri sono una risorsa per il Canton Ticino, lo sono doppiamente, perchè lavorano, producono e alla sera rientrano a casa loro, senza dunque appesantire infrastrutture e servizi”.
Le due Leghe, in effetti, hanno molto in comune: “L’unico elemento distintivo è quello degli italiani”, spiega Daniele Fontana (nessuna parentela con il sindaco), giornalista e responsabile della comunicazione del Partito socialista del Cantone.
“Tutti gli altri stereotipi sono uguali”, aggiunge.
Che cosa deve fare Bossi per accontentare i cugini svizzeri? Giuliano Bignasca ha le idee chiare: “Deve tagliare l’Italia sotto Bologna — azzarda serio — altrimenti siete falliti”.
E con il leader lumbard, Bignasca ha in comune anche l’avversione per la Carta costituzionale: “Io la Costituzione non l’ho mai letta e non la voglio leggere, al massimo la straccio. Che rapporto abbiamo con Berna? Come con Roma. Li mandiamo affan..”
Simone Ceriotti e Alessandro Madron
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 12th, 2011 Riccardo Fucile
MAL SOPPORTATO DAI GENERALI COSI’ COME PERALTRO IN PASSATO DAI MILITANTI MISSINI, PER GLI AMERICANI E’ SOLO UN “GRAN CHIACCHIERONE”…L’ASSE STORICO DELLA SUA FAMIGLIA CON IL COSTRUTTORE LIGRESTI, IL CLAN MILANESE, I PARENTI PIAZZATI OVUNQUE
Il giorno del primo attacco alla Libia, Ignazio La Russa sembrava Atlas Ufo Robot: come il
Goldrake dei cartoni animati urlava in diretta tv nomi di armi portentose per scacciare Gheddafi.
Poi la mattina dopo si è presentato ad annunciare che i nostri stormi avevano neutralizzato le difese di Tripoli.
In realtà l’unico ad essere abbattutto è stato il pilota dell’Aeronautica che ha professionalmente spiegato i fatti: non era stato lanciato alcun missile.
Lo hanno mandato via a velocità supersonica, per evitare che i sogni fantabellici di Ignazio ministro d’acciaio venissero spazzati via.
Ma chi negli Stati Maggiori deve convivere con La Russa ormai è alla disperazione, costretto a fare i conti con proclami in libertà , iniziative pasticciate e una profonda ignoranza per le questioni militari.
Ama le parate, le tute mimetiche, i voli dannunziani ma si annoia nei vertici operativi e mostra insofferenza per i summit internazionali, aspettando solo il coffee break per mettersi a fumare e incollarsi al cellulare per parlare del partito.
Eppure La Russa si era imposto come l’unico titolare della Difesa con un trascorso da ufficiale.
Per l’insediamento avevano pensato di diffondere il suo stato di servizio in pompa magna, poi quando hanno recuperato il fascicolo si è deciso che era meglio riseppellirlo negli archivi.
“Diciamo che aveva servito la patria poco e male…”, sussurrano nel palazzone di via XX settembre.
Un documento top secret, in cui lo si vede recluta nella scuola di Ascoli, dove gli istruttori faticano a metterlo in riga: “Sono entrato un po’ disordinato ma mano mano ho acquisito una consapevolezza nuova”.
Quindi lo mandano a Genova e di corsa lo avvicinano a Milano, dislocandolo a Bergamo.
Ma nella caserma Montelungo lo vedono poco, tra permessi a casa e un addio alle armi molto rapido.
La voce sul servizio militare “agevolato” del ministro della Difesa viene raccolta anche da uno che lo aveva conosciuto e frequentato parecchio, Tomaso Staiti di Cuddia, missino della prima ora, consigliere comunale a Milano nei caldi anni Settanta, deputato per tre legislature, oggi aderente a Futuro e Libertà : “Quando l’ho visto in televisione parlare dei Tornado mi è venuto in mente del suo congedo anticipato, ho chiesto a un amico e me lo ha confermato”.
Forse è nel suo plotone missilistico che La Russa ha imparato a spararle grosse perchè – come rivela un cablo di WikiLeaks che “l’Espresso” pubblica in esclusiva – nel 2008 agli emissari del governo americano ha detto “di avere svolto il breve servizio militare nei paracadutisti della Folgore e che per questo aveva cercato l’incarico di ministro della Difesa”.
Quel file riservato del 23 maggio 2008 descrive il primo incontro tra un rappresentante di Washington e il politico prossimo alla nomina nel governo Berlusconi.
Le sue priorità ? Tutte rimaste sulla carta, tranne un capriccio che gli sta particolarmente a cuore: la mini-naja “per diffondere un senso di orgoglio civico”.
Come? “D’estate le caserme devono aprire le porte ai giovani per trenta giorni. Lui spera che questo spinga alcuni verso la carriera militare ma diffonda anche un senso di identità nazionale e di servizio al Paese. Ha detto che il programma può indirettamente contribuire per combattere la microdelinquenza e il consumo di droga tra i ragazzi”.
La sua biografia trasmessa a Washington recita: “E’ un gran chiacchierone (talkative), energetico e ama fare battute per illustrare il suo punto di vista. E’ una personalità teatrale (flamboyant) e ammette apertamente che gli piace stare sotto i riflettori”.
La Russa racconta che già nel 2001 Berlusconi gli aveva offerto una poltrona ma lui aveva preferito restare alla guida del gruppo parlamentare di An: “Io sono innamorato della politica. Mi sono divertito all’opposizione ed è stato estremamente gratificante mettere in luce le debolezze del governo”.
Agli americani Ignazio promette che sui piani per l’espansione delle loro basi “non ci sarà da preoccuparsi” e si “descrive letteralmente come filostatunitense. Fa risalire il suo coinvolgimento nel movimento giovanile dell’Msi negli anni ’60 come un esempio dei suoi sentimenti filoamericani. Dice che il movimento era diviso in due: chi stava con i palestinesi e chi stava con gli Usa (e con Israele). Lui sostiene di essere stato un esponente di punta dei secondi”.
La carriera politica di La Russa, all’apice tra la responsabilità di un ministero e la cogestione della segreteria Pdl, in questi giorni ha raccolto frutti abbondanti anche con le nomine pubbliche.
Se alla Terna resta Flavio Cattaneo, da sempre considerato in buoni rapporti con lui (quando l’Inter gioca in trasferta loro due vanno a vedere la partita da Ligresti), due nuovi ingressi sono nel segno del ministro: Giovanni Catanzaro, già manager del gruppo Ligresti e presidente della Consip è entrato nel consiglio Finmeccanica, mentre Roberto Petri debutta all’Eni.
Peccato che martedì il ministro abbia dovuto prendersi una censura dalla Camera per il “vaffa” al presidente Fini (che gli rispose “deve essere curato”, con un’allusione a un vizietto del quale si chiacchiera molto a Roma e Milano).
Che la sua sia una condotta spesso sopra le righe lo dimostra anche da giovane militante, quando la sua scalata nel Msi si interrompe bruscamente nell’aprile 1973.
Lui ha 25 anni, barba e capelli lunghi, è il leader cittadino del Fronte della Gioventù e organizza un corteo non autorizzato che finisce con l’uccisione dell’agente Marino colpito da una bomba a mano: è la scena con cui si apre “Sbatti il mostro in prima pagina”, film girato in quei giorni da Marco Bellocchio.
Giorgio Almirante, che già ama poco quel leaderino troppo esagitato, scioglie la federazione di Milano e La Russa sparisce per una decina d’anni.
Riappare alle elezioni regionali del 1985.
Con una curiosa coincidenza temporale, ricorda Staiti di Cuddia, 79 anni, che all’epoca aveva pessimi rapporti con Fini e oggi sostiene alle amministrative milanesi la futurista Barbara Ciabò: “Raffaella Stramandinoli, già coniugata De Medici e poi diventata donna Assunta Almirante, aveva un figlio reduce da qualche difficoltà economica e in quel periodo riuscì a trovargli un’agenzia della Sai a Roma. Il merito fu naturalmente di Antonino La Russa, grande amico (direi quasi padrone) di Salvatore Ligresti”.
Da quel momento tutto si rappacificò e Ignazio fu messo capolista scavalcando l’uscente Benito Bollati “obbedendo al principio della famiglia”, aggiunge Staiti, “che non è importante partecipare, ma vincere. Ancora prima che il Comitato centrale del partito avesse formalizzato la candidatura, Milano era tappezzata di 100 mila manifesti con scritto Ignazio La Russa. E la campagna la diresse il padre”.
L’asse storico La Russa-Ligresti nasce dalla parentela con Michelangelo Virgillito, cognato del vecchio La Russa.
Tutti sono di Paternò, nel catanese. Virgillito arriva a Milano nel 1921. Si dà molto da fare anche se con alterne fortune tra immobili, cinema e finanza. Con l’aiuto di La Russa conquista la Lanerossi e poi la Liquigas che gira al suo delfino Raffaele Ursini, ma dopo qualche anno entra in gioco alla grande Salvatore Ligresti.
Ben tre generazioni di La Russa si sono intrecciate con gli affari dell’Ingegnere.
Capostipite a parte, è coinvolto in primo luogo il figlio Vincenzo, fratello maggiore di Ignazio, già deputato e senatore democristiano e autore di tre biografie da Almirante a Scelba e Fanfani, avvocato civilista, consigliere di amministrazione della Fondiaria Sai e da un anno della Metropolitana milanese.
Ora c’è in pista anche Geronimo, uno dei tre figli di Ignazio, consigliere Premafin, di alcune collegate e della Gilli, l’azienda del lusso di Giulia Ligresti. Da poco è anche vicepresidente dell’Aci di Milano.
Il terzo fratello, Romano, è assessore lombardo alla Protezione civile.
Ma l’allargamento a macchia d’olio del clan familiare va oltre.
Marco Osnato ha sposato Maria Cristina “Cri Cri” La Russa, figlia di Romano, ed è il coordinatore vicario del Pdl milanese, nonchè consigliere comunale e dirigente dell’Aler, l’ex istituto delle case popolari.
Osnato è tra i soci fondatori, assieme al suocero, di “Fare Occidente”, associazione culturale di ex aennini che ha conquistato un po’ di notorietà quando in gennaio alcuni militanti hanno oscurato un cartellone in difesa del made in Italy sul quale è raffigurato Gesù in croce.
Altri due larussiani doc sono il vicesindaco De Corato e l’emergente Marco Clemente.
Il primo, veterano del consiglio comunale, fu reclutato da Ignazio in Regione Lombardia (“Faceva anche il baby sitter di suo figlio Geronimo” ironizza Staiti) e si ricandida alle amministrative del 15 maggio, numero due dietro Berlusconi.
Il “clan di Paternò” cresce. Negli affari nazionali e locali.
E non sarà certo una censura alla Camera a fermare la lunga marcia su Roma.
Gianluca Di Feo e Claudio Lindner
(da “L’Espresso“)
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Aprile 12th, 2011 Riccardo Fucile
“DA DOMANI COMANDIANO NOI” COMMENTA IL LORO LEADER BIGNASCA… I LAVORATORI CHE PROVENGONO DALLA VICINA ITALIA DEFINITI NEI MANIFESTI DEI “RATT”… PER LORO I PADANI SONO TERRONI
La Lega dei Ticinesi ha trionfato alle elezioni cantonali in Ticino.
Il movimento populista di opposizione, che ha fatto soprattutto campagna sui problemi con la vicina Italia, ha conquistato la maggioranza relativa nell’esecutivo locale conquistando un secondo seggio nel governo cantonale. Nella consultazione tenuta nel cantone di lingua italiana, ha ottenuto quasi il 30% dei voti, circa l’8% in più rispetto al 2007 e superato i liberali-radicali.
A Lugano, città considerata culla del movimento degli anarchici, è andata oltre il 36 per cento.
Quello festeggiato è stato un 66/mo compleanno perfetto per Giuliano Bignasca, il leader del movimento definito l’Umberto Bossi del Canton Ticino. «Da domani comanda la Lega e ha già chiarito quello che vuole», si è rallegrato Bignasca che, citato dai siti locali, ha già tracciato la strada per il futuro del cantone.
«Il decalogo c’è, a partire dai rapporti con Roma. Se non cambiano le cose, o con le buone o con le cattive, gli tagliamo i frontalieri», ha detto Bignasca, evocando i ristorni all’Italia provenienti dai lavoratori frontalieri.
Il Ticino è stato recentemente teatro di una campagna di manifesti contro i «ratt», ovvero i lavoratori frontalieri provenienti dalla vicina Italia.
Quando sono state diffuse le prime proiezioni, centinaia di simpatizzanti della Lega hanno invaso la Piazza a Lugano per festeggiare la vittoria.
Una vittoria leghista svizzera contro i terroni leghisti padani.
Verrebbe quasi da ridere ad assistere a questa nemesi politica.
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Aprile 11th, 2011 Riccardo Fucile
“NON C’E’ ANCORA UNA FORTE PRESSIONE DI MIGRANTI CHE GIUSTIFICHI LA MISURA”… IL GOVERNO ITALIANO SPERAVA DI SCARICARE I TUNISINI NELL’AMBITO UE E COSI’ EVITARE I CAMPI AL NORD…MARONI REPLICA: “TANTO VALE USCIRE DALL’EUROPA”; MA PER ADESSO FUORI DAI GANGHERI CI VA SOLO LUI
Attivare la direttiva europea per la protezione temporanea dei rifugiati è prematuro.
Lo ha ribadito oggi, dopo la secca bocciatura di ieri, il commissario europeo Cecilia Mallstrom a margine della riunione dei ministri degli Interni che si è tenuta in Lussemburgo.
L’esponente della Commissione europea ha ribadito come quelle norme risalgano ai tempi del conflitto in Kosovo che riguardavano una situazione di “centinaia di migliaia di profughi. E non siamo ancora a questo punto”.
Con queste motivazioni il consiglio europeo ha bocciato la proposta italiana e maltese di attivare la direttiva 55 del 2001, così da estendere la protezione temporanea concessa dall’Italia ai migranti provenienti dal Nord Africa al resto del Continente. Condizione necessaria per fare diventare operativa la direttiva è che ci sia una fortissima pressione di migranti da paesi in conflitto. Come sostiene la Malmstrom, “la maggioranza dei paesi ritiene che la direttiva puo’ essere utilizzata, ma non ci troviamo ancora in una situazione tale da far scattare il meccanismo”
La Malmstrom ha anche enumerato le iniziative europee per fare fronte all’emergenza profughi che coinvolge il nostro paese: “Abbiamo dato assistenza, messo a disposizione stanziamenti e la missione Frontex. Inoltre ci sono i fondi strutturali che possono essere utilizzati a Lampedusa”.
Il commissario ha poi precisato che l’Italia ha tutto il diritto di concedere permessi di soggiorno temporanei, ma perchè questi siano validi anche nell’Area Schengen, “devono rispettare i criteri previsti dall’Unione europea”.
«Non possiamo accettare – aveva spiegato il ministro dell’Interno tedesco Hans Peter Friederich nel corso della riunione con i suoi colleghi europei in Lussemburgo – che immigrati economici in gran numero vengano in Europa passando per l’Italia”.
“Constatiamo – ha detto Friedrich – che gli italiani stanno concedendo dei permessi di soggiorno provvisori che “de facto” permettono ai migranti di venire in Europa. I francesi stanno rafforzando i controlli, e l’Austria ci sta riflettendo. Non sarebbe nell’interesse dell’Europa – ha sottolineato il ministro tedesco – essere costretti a introdurre nuovi controlli alle frontiere; speriamo che gli italiani compiano il loro dovere».
«Dobbiamo fare in modo – ha concluso Friedrich – che la situazione migliori nei Paesi di origine (dei migranti, ndr), e che controlli rigorosi da parte di Tunisia e Italia evitino che i migranti vengano in Europa».
«La Commissione ha ragione», ha osservato, da parte sua, il ministro dell’Interno spagnolo Rubalcaba.
«Non si può attivare la clausola di solidarietà di fronte a questa situazione. I migranti tunisini – ha sottolineato il ministro spagnolo – sono illegali, e bisogna riportarli in Tunisia».
All’obiezione dei cronisti circa la mancanza di volontà di Tunisi di riprenderli, Rubalcaba ha risposto: «Deve accettarli».
Lo spagnolo si è detto «favorevole al fatto che l’Europa resti una regione d’asilo, uno spazio in cui quelli che hanno problemi possono venire e trovare la libertà , ma bisogna dire chiaramente che gli immigrati illegali devono tornare a casa loro; quelli arrivati dalla Tunisia – ha insistito il ministro spagnolo – sono per la maggior parte migranti economici e non hanno diritto all’asilo».
Amara la prima reazione del ministro italiano dell’Interno, Roberto Maroni: nell’emergenza immigrazione l’Italia «è stata lasciata sola» dall’Europa e quindi «mi chiedo se abbia un senso continuare a far parte dell’Unione europea.
«È stato un incontro deludente – ha aggiunto il ministro – e la linea passata è quella che l’Italia deve fare da sola”.
D’altronde va rimarcato che altri Paesi hanno accolto 4 volte il numero attuale di profughi per ragioni umanitarie (vedi Germania) e non hanno chiesto aiuto a nessuno.
Tutto nasce dalla volontà della Lega di “liberarsi” dei profughi al più presto senza dover accoglierli al Nord per ragioni meramente elettorali.
Per ora infatti li ha scaricati tutti al centro-sud.
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Aprile 11th, 2011 Riccardo Fucile
ACCORDO BIPARTISAN NEL NON FARSI CONGELARE DIARIA E STIPENDI, OLTRE CHE VIAGGI DI LIVELLO…ANCHE GLI ITALIANI OVVIAMENTE TUTTI D’ACCORDO
Terremoto in Spagna dopo che il Parlamento europeo ha votato contro alcune proposte di risparmio come la rinuncia alla business class per gli europarlamentari nei voli di meno di 4 ore, il congelamento di stipendi e diarie: in poche ore su Twitter è partita la gogna contro gli euro-onorevoli della “casta”, che ha spinto a Madrid i vertici di vari partiti a correggere la posizione dei propri euro-onorevoli.
In rete si spreca l’ironia contro i deputati di Strasburgo: “Andare in prima classe, tornare dopo 5 minuti e che ti paghino… non ha prezzo”, si legge in un tweet ispirato a una famosa pubblicità di carte di credito.
“Urgente: abbiamo messo un eurodeputato su un autobus Finisterre (Galizia) – Bruxelles”, ironizza un altro utente.
“Volo di un eurodeputato spagnolo in business: 1.541 euro, turistica 561”, ricordano oggi alcuni degli innumerevoli tweet pubblicati a raffica.
Mentre spopola la lista con i nomi dei parlamentari spagnoli che hanno votato contro il taglio, bocciato in modo del tutto bipartisan anche dalla stragrande maggioranza degli onorevoli italiani, sia del gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici, che del Ppe.
In Spagna i partiti politici hanno dovuto prendere posizione di fronte all’indignazione generale: il Psoe ha parlato attraverso la portavoce Elena Valenciano, che dal suo twitter ha strigliato gli eurodeputati del partito che hanno votato contro le riforme, osservando che “si sarebbero dovuti astenere”.
Oggi il numero due socialista Josè Blanco ha ordinato che si trasmetta loro la nota: “La direzione del partito non condivide”.
Simile strigliata è arrivata anche per l’eurodeputato centrista di Upyd, ‘sgridato’ dal partito in Spagna, mentre il Partido Popular, con la capogruppo al Congresso dei deputati Soraya de Santamaria, ha minimizzato il significato del voto: era solo “indicativo, quello che conterà e il voto sul bilancio interno”, ha spiegato.
Senza però precisare come si orienteranno in quel frangente i popolari spagnoli.
E senza convincere il popolo di Twitter.
Inutile dire che in Italia quasi nessuno ha pubblicizzato questa vicenda.
Tutti d’accordo nel tenerla nascosta agli elettori.
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Aprile 11th, 2011 Riccardo Fucile
NIENTE SPRECHI, SIAMO INGLESI: PER FESTEGGIARE IL COMPLEANNO DELLA MOGLIE IL PRIMO MINISTRO INGLESE VA IN VACANZA DUE GIORNI IN SPAGNA…MA NON VIAGGIA IN PRIMA CLASSE E SCEGLIE UN ALBERGO DI POCHE PRETESE, GLI INGLESI LO VOGLIONO COSI’…CHE DIFFERENZA CON IL CIARPAME POLITICO ITALIANO
Chiamatela pure demagogia. Eppure venerdì David Cameron è partito per una
breve vacanza con la moglie Samantha a bordo di un EasyJet da Luton, l’aeroporto più scomodo di Londra, diretto a Granada, nel sud della Spagna. Due giorni di break per festeggiare i 40 anni della first lady britannica, la prima vacanza che la coppia si concede da quando sono approdati a Downing Street e dalla nascita dell’ultima figlia, la scorsa estate.
Sarà demagogia, certo.
Il premier conservatore che sta spremendo gli inglesi come limoni, che ha chiesto sacrifici mai visti dai tempi della Thatcher, che dichiara la sua una missione salvifica per evitare al Regno Unito il baratro del Portogallo e dell’Irlanda, non vuole farsi beccare con le mani nel sacco a sprecare soldi pubblici per i suoi sollazzi.
Non solo non usa voli di Stato per i suoi spostamenti personali, ma non usa neppure comode poltrone di linea in prima classe, quando potrebbe benissimo permetterselo, dato che sia lui che la moglie appartengono alla upper class, la classe ricca e benestante e prima di entrare in politica avevano lavori ottimamente retribuiti.
Samantha è figlia di Sir Reginald, ottavo baronetto di Sheffield e per seguire il marito al Numero 10 ha lasciato un super impiego come business executive nella premiata ditta Smythson di Bond Street.
Lui appartiene all’antico clan scozzese dei Cameron ed è anche discendente illegittimo (la genia proviene da una amante di Guglielmo IV) nella successione al trono britannico.
Suo padre era un banchiere, il ragazzo ha frequentato Eton, la scuola privata più esclusiva d’Inghilterra.
Insomma, hanno sempre fatto una vita dorata e piena di agi, con tenute in campagna e vacanze esotiche comprese.
Da quando sono arrivati a Downing Street però, il loro tenore si è sensibilmente abbassato.
A cominciare dall’abitazione, che se pure allargata da Tony Blair per far posto alla numerosa prole, pare sia molto piccola e scomoda.
Per di più, essendo la residenza del primo ministro patrimonio storico nazionale, gli arredi vecchiotti e le stanze anguste non si possono toccare nè ammodernare.
Tanto che Samantha avrebbe preferito rimanere con i tre figli nella casa di famiglia a Notting Hill. Ma l’etichetta istituzionale non le ha permesso tale comodità .
I giornali inglesi sguazzano nei dettagli della vacanza del premier e pare che i Cameron abbiano alloggiato in un “mid-market hotel”, ossia un albergo di poche pretese.
Non il cinque stelle superlusso che qualsiasi assessore nostrano pretende di diritto (con annessa signorina-tangente nel caso di certi appalti che ben conosciamo).
Senza parlare degli sciali presidenziali del nostro primo ministro, che girls e menestrelli li spediva in Sardegna a spese del contibuente e dei nostri ministri che si spostano sui voli di Stato anche per andare a fare la pipì.
E delle ville private dove il nostro premier riceve i capi di Stato stranieri e organizza incontri politici, in questo insano miscuglio di pubblico e privato che dà i nauseabondi risultati sotto gli occhi di tutti.
Certo, il comportamento esemplare di Cameron sarà pure strumentale.
Strumentale o no, significa però che se i politici britannici non si comportassero così, sarebbero messi alla berlina.
E questa demagogia alla fine è preferibile all’andazzo nostrano, dove l’auto blu è una protesi del potere e se puoi volare a spese dello Stato e non lo fai sei considerato un povero scemo.
Dove i furbi sono oggetto di invidia e alla berlina ci finiscono gli onesti.
Caterina Soffici
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 10th, 2011 Riccardo Fucile
I 26 CANTONI VANNO OGGI ALLE URNE PER RINNOVARE PARLAMENTI ED ESECUTIVI LOCALI…IL PARTITO DI GIULIANO BIGNASCA SI PRESENTA CHIEDENDO DI RICACCIARE INDIETRO I FRONTALIERI PADANI… CHI VUOLE CACCIARE I TUNISINI, CHI I PADANI
Nord che vai, Lega che trovi.
E la Lega dei Ticinesi, omologo svizzero del Carroccio, non ammette sconti per i padani, “cugini” ma anche un po’ “terroni”.
Oggi i ventisei Cantoni elvetici andranno alle urne per rinnovare il parlamento e l’esecutivo locali, e il partito di Giuliano Bignasca, il pittoresco “Bossi di Lugano”, si presenta agli elettori con slogan che sembrano rubati al Senatur: “Via gli italiani dalla Svizzera”, per esempio.
Da settimane, nel mirino di Bignasca, e del suo rappresentante nel parlamento di Berna, Norman Gobbi, ci sono i 45 mila frontalieri, quegli italiani di Sondrio, Como, Varese e Verbania con un impiego nel Ticino, accusati di rubare il lavoro agli autoctoni e di costare decine di milioni l’anno in rimborsi di tasse diretti a Roma.
Così, mentre Bossi chiede di mandare “fà¶ra da i ball” i tunisini, non lontano da Gemonio c’è chi vorrebbe ricacciare indietro proprio i “padani”.
I malumori dei ticinesi risalgono a oltre trent’anni fa.
Era il 1974, quando un accordo bilaterale tra il governo svizzero e quello italiano regolava per la prima volta i cosiddetti “ristorni”, la percentuale di tasse, versate in Svizzera dai lavoratori italiani, che i tre cantoni di confine (Ticino, Grigioni e Vallone) da allora restituiscono a Roma perchè questa giri la somma a Comuni, Province e Comunità montane di frontiera.
Tocca poi agli enti locali destinare questo tesoretto ai servizi pubblici, dalla sanità ai trasporti.
Ora, contro la quota – il 38,8 per cento – dei ristorni fissata in quell’accordo lontano, si sono scagliati sia il leghista ticinese Gobbi, sia – a sorpresa – i moderati del Partito popolare democratico.
Segno che le istanze leghiste hanno fatto breccia anche al centro.
A marzo, il Ppd ha fatto approvare all’unanimità dal Gran Consiglio uscente un impegno affinchè il parlamento cantonale chieda a Berna di abbassare i ristorni al 12,5 per cento, equiparandoli a quelli destinati all’Austria, e di introdurre il principio di reciprocità : anche l’Italia, cioè, dovrebbe rimborsare parte delle tasse incassate dai frontalieri svizzeri (una pattuglia ben più esigua degli italiani).
La stessa proposta è stata presentata da Gobbi al parlamento centrale, ma, per ora, è stata bocciata dai vertici del Dipartimento delle finanze federali.
Il dibattito, però, è ormai aperto, e difficilmente sarà archiviato in breve.
Il che allarma gli amministratori italiani di frontiera.
Dice Mario Della Peruta, da trentadue anni sindaco di Cremenaga, 810 anime in provincia di Varese: “Qui otto abitanti su dieci lavorano in Svizzera. Dopo la soppressione dell’Ici sulla prima casa, il nostro bilancio si regge quasi esclusivamente sui ristorni: non possiamo permetterci di perdere quelle somme”.
Neanche Marco Zacchera, primo cittadino di Verbania e deputato Pdl, sottovaluta la questione.
Anzi, il parlamentare ha chiesto pochi giorni fa ai ministri Tremonti e Frattini di “avviare immediatamente contatti con i vertici della Confederazione elvetica per evitare che ciascun cantone si attivi in ordine sparso penalizzando ulteriormente i lavoratori italiani”.
Intanto, gli slogan e i manifesti anti-frontalieri, in Ticino, restano al livello di guardia.
La Lega è passata nel 2007 dal 16 al 25 per cento, diventando il secondo partito locale dietro al Partito liberale radicale.
E il leghista Marco Borradori è stato il candidato più votato di tutto il Cantone.
Ad alimentare l’astio contro gli italiani pensano, però, anche gli estremisti dell’Udc (niente a che vedere con i centristi italiani).
Di recente, il loro leader Pierre Rusconi, ideatore della campagna pubblicitaria che a ottobre raffigurava gli italiani come ratti, ha commentato uno studio dell’Istituto ricerche economiche (Ire) dell’Università svizzera, che dimostrerebbe come gli italiani non rubino il lavoro ai ticinesi, con queste parole: “Mi piacerebbe sapere quanti frontalieri lavorano all’Ire. Magari sono gli stessi che hanno fatto la statistica”.
Rusconi ha poi aggiunto che la piazza finanziaria ticinese starebbe diventando troppo “brianzola”.
Insomma, hai voglia a fare il leghista duro e puro: ci sarà sempre qualcuno più a nord di te…
Paolo Casicci
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 8th, 2011 Riccardo Fucile
DAL VERTICE CON IL MINISTRO DEGLI INTERNI FRANCESE IL GOVERNO ITALIANO ESCE SOLO UN IMPEGNO COMUNE A PATTUGLIARE LE COSTE TUNISINE…IN COMPENSO ORA PURE MALTA CI ACCUSA DI ESSERE DEGLI IRRESPONSABILI E DI AVER VIOLATO LE NORME INTERNAZIONALI
«Per sollecitare la Ue a contrastare l’immigrazione clandestina abbiamo
concordemente deciso un pattugliamento comune sulle coste tunisine fra Italia e Francia per bloccare le partenze dalla Tunisia».
Lo ha annunciato il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, al termine dell’incontro bilaterale con l’omologo transalpino Claude Gueant, preceduto alla vigilia da dichiarazioni tutt’altro che concilianti tra i due Paesi.
Il governo francese aveva minacciato di rimandare in Italia tutti gli immigrati che valicheranno la frontiera in possesso del solo permesso temporaneo di soggiorno che le autorità italiane hanno deciso di rilasciare agli immigrati sbarcati nelle ultime settimane a seguito delle crisi nord-africane.
E Maroni aveva replicato spiegando che «mettere le truppe, come a Risiko, alla frontiera tra noi e la Francia è la cosa più sbagliata» e che c’è un solo modo per i francesi di impedire che i migranti circolino liberamente anche in territorio francese: «che la Francia esca da Schengen o sospenda il trattato». Dopo l’incontro milanese sembra invece profilarsi un clima di collaborazione, anche se sull’applicazione delle norme europee in materia di accoglienza le posizioni restano distanti.
La disputa maggiore era proprio sull’interpretazione del trattato di Schengen, che prevede la libera circolazione entro i confini dei Paesi che vi aderiscono. La Francia aveva fin dall’inizio sostenuto che il solo permesso di soggiorno temporaneo non sarebbe stato sufficiente e che i migranti avrebbero dovuto avere con sè quantomeno un passaporto valido e le risorse economiche necessarie al proprio sostentamento.
«I permessi temporanei di soggiorno rilasciati dal governo italiano – ha precisato Gueant al termine dell’incontro con Maroni – aprono la possibilità di libera circolazione ma nel rispetto dell’articolo 5 di Schengen, che prevede il possesso di risorse finanziarie e documenti».
Il ministro di Sarkozy ha poi sottolineato che «spetta ad ogni paese verificare queste condizioni».
Non è dunque passata la linea italiana che con i permessi temporanei riteneva di avere trovato la chiave per far sì che anche altre nazioni facessero la propria parte nell’accoglienza ai migranti.
Molti dei quali, tra l’altro, hanno dichiarato di essere sbarcati in Italia per questioni di vicinanza ma di essere in realtà interessati a raggiungere altri Paesi, in primis proprio la Francia, punto di riferimento naturale (a causa del suo passato coloniale) per tutte le popolazioni dell’area maghrebina.
Ma proprio per questo il governo di Sarkozy teme una vera e propria invasione e per questo ha stabilito ulteriori restrizioni per l’ingresso di stranieri sul proprio territorio.
Il vertice milanese di questa mattina si è limitato in realtà a ratificare un’intesa che era già stata trovata ieri. I termini della “pace” erano stati comunicati infatti in serata a Bruxelles.
Marcin Grabiec, ricordando come “le decisioni prese da un paese abbiano conseguenze anche sugli altri”. Grabiec, ha poi confermato che “la Commissione ha ricevuto ieri sera tardi la lettera del governo italiano e quella del governo francese”, nella quale vengono spiegate a Bruxelles le disposizioni prese dai due governi relativamente alla concessione dei permessi di soggiorno temporanei da parte dell’Italia agli immigrati tunisini ed alle condizioni poste dalla Francia, secondo gli accordi di Schengen, per permettere l’ingresso nel Paese.
Su questi punti, Grabiec ha ribadito che “avere un permesso di soggiorno temporaneo non garantisce automaticamente il diritto a viaggiare negli altri paesi”, essendo condizionato al rispetto di alcune condizioni previste dagli accordi di Schengen, elencate nella circolare diramata due giorni fa dal ministro dell’Interno francese, Claude Gueant.
Per l’Italia si apre però ora un nuovo fronte diplomatico con Malta.
Il ministro dell’Interno maltese, Carm Mifsud Bonnici, ha accusato infatti le autorità italiane di essere “irresponsabili” per essersi rifiutate di accogliere 171 migranti soccorsi in mare da una motovedetta maltese.
“Gli italiani hanno violato i loro obblighi giuridici e umanitari e l’atteggiamento è sbagliato quando si tratta di tali circostanze”, ha affermato Bonnici.
Secondo il ministro, le autorità italiane hanno negato il permesso per il trasporto dei migranti a Lampedusa che dista circa 13 miglia nautiche dal punto del soccorso in mare e quindi molto più vicina di Malta.
I migranti, per lo più eritrei e libici tra i quali tre bambini, erano partiti dalla Libia e sono stati soccorsi dalla motovedetta maltese dopo che le autorità italiane avevano dato l’allarme, ha aggiunto Bonnici.
Sulla questione immigrazione è intervenuto oggi anche il presidente della Camera Gianfranco Fini.
“E’ un paradosso – ha commentato – nello stesso momento in cui risulta evidente a tutti che l’Unione Europea deve avere politiche comuni, l’Unione Europea balbetta”.
“Le istituzioni europee – ha aggiunto – appaiono inadeguate rispetto alle sfide di oggi. Proprio oggi, che servono politiche comuni si hanno maggiori difficoltà “.
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Aprile 8th, 2011 Riccardo Fucile
IL NODO RESTA IL PERMESSO DI SOGGIORNO: IN REALTA’ NON CONSENTE AUTOMATICAMENTE LA LIBERA CIRCOLAZIONE NEI PAESI UE… BERLUSCONI TEME IL CROLLO DEI VOTI, NELLA LEGA DELLE CONTRADIZIONI CRESCE IL NERVOSISMO
“Sull’emergenza immigrazione ci giochiamo le amministrative, rischiamo di perdere anche il 5% dei voti”.
Silvio Berlusconi lancia l’allarme.
Italia e Francia sono di nuovo ai ferri corti.
Per Roma i permessi di soggiorno sono in grado di far circolare nel resto d’Europa i migranti sbarcati a Lampedusa. Per Parigi no.
Accuse e minacce sono ormai all’ordine del giorno, con il governo italiano che non riesce a risolvere l’emergenza immigrati. I
l premier allora si sfoga con i suoi fedelissimi. E in vista delle elezioni la Lega è ancora più spaventata. La partita si gioca tutta nei prossimi giorni.
Oggi alla prefettura di Milano il vertice tra il ministro degli Interni Maroni e il collega francese Gueant.
Lunedì il summit dei ministri dell’Unione europea a Lussemburgo. La strada è tutta in salita.
Da Bruxelles arrivano notizie sconfortanti: al momento non c’è una maggioranza in grado di sostenere la richiesta italiana di attivare la direttiva europea che imporrebbe a tutte le capitali di accogliere i migranti arrivati in Italia.
E sul contenzioso italo-francese la Ue non si sbilancia, limitandosi a dire che i permessi non consentono automaticamente la libera circolazione in Europa.
A questo punto il Cavaliere non ha più molte carte da giocare, se non quella delle minacce. Più o meno velate.
Chi ieri gli ha parlato spiega: “Se non troveremo un accordo con la Francia o un sostegno dagli altri governi europei faremo capire a tutti che non siamo più in grado di controllare le frontiere, non solo quelle con la Francia”.
Come dire, partirà l’esodo dei migranti anche verso Austria e Slovenia, da dove poi si riverseranno nel resto del continente.
Che la tensione sia alle stelle lo conferma il ministro degli Esteri Frattini: “Siamo convinti che i nostri permessi valgano per circolare in tutta Europa, al riguardo abbiamo anche un parere dell’avvocatura di Stato. Ma ormai la partita è politica”. Anche perchè, aggiunge, solo la Corte di giustizia Ue potrebbe dirimere la disputa, “ma i tempi sarebbero troppo lunghi”.
E così il governo trema.
Berlusconi e Maroni chiedono a Bossi di tenere a freno le esternazioni anti-immigrati dei leghisti, ansiosi di smarcarsi per non perdere voti ma in grado di mettere a repentaglio le trattative internazionali.
Trattative che sono partite ieri.
A Bruxelles la prima riunione tra gli ambasciatori Ue in vista del vertice dei ministri degli Interni di lunedì. Qualche risultato l’Italia lo porterà a casa. I governi chiederanno a Bruxelles di dare a Roma nuovi fondi per gestire l’emergenza e di farsi sentire nei negoziati con i paesi di origine e di transito dei migranti, promettendo aiuti in cambio di chiusura delle frontiere, rimpatri e lotta ai trafficanti di esseri umani.
Ma i guai inizieranno quando si chiederà di ripartire gli immigrati tra i 27 paesi Ue.
L’attivazione della solidarietà è stata chiesta 10 giorni fa da Malta e solo ieri dall’Italia con una lettera ufficiale alla Commissione Ue.
Ma oltre a Spagna e Grecia non sono in molti a sostenere il governo italiano (la decisione passa a maggioranza qualificata).
Con i nordici, guidati dai francesi, decisamente contrari.
Oltretutto l’eventuale solidarietà varrebbe solo per i rifugiati e non per gli “immigrati economici”, come i tunisini sbarcati a Lampedusa.
L’Italia chiederà di estendere l’accoglienza anche a loro, spiegano dalla Farnesina, ma sarà difficile.
Frattini avverte: “I governi che voteranno contro se ne dovranno assumere la responsabilità “.
Di fronte alle rispettive opinioni pubbliche (in questi giorni bombardate dalle immagini delle tragedie nel Canale di Sicilia, fa notare un europarlamentare italiano).
E sulle possibili fughe di massa dall’Italia.
Ma la tensione a Roma resta alta.
Ieri al consiglio dei ministri in molti si sono scagliati contro la Francia. Poi il dibattito è stato troncato da una telefonata del capogruppo pdl Cicchitto: ha chiesto Berlusconi di spedire i ministri alla Camera per dare manforte sulla prescrizione breve.
Assorto nei problemi sulla giustizia, Berlusconi resta comunque convinto di poter chiudere la partita nel vertice con Sarkozy del 26 aprile.
Ma potrebbe rivelarsi una speranza vana, visto che anche Sarkò sull’immigrazione si gioca l’Eliseo.
Alberto D’Argenio
(da “La Repubblica“)
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