Marzo 27th, 2011 Riccardo Fucile
ALL’ESTERO CONSIDERANO RIDICOLA QUESTA OFFENSIVA ITALIANA CONTRO LA FRANCIA… SERVE A COPRIRE LA PASSATA CONNIVENZA ITALIANA CON IL REGIME DI GHEDDAFI…CHE SILVIO POI ACCUSI NICOLAS DI “PROTAGONISMO” E’ DAVVERO IL MASSIMO
Raramente gli capita di sentirsi gabbato, e stavolta è successo che
mentre lui volava a Parigi, per giunta nel pieno dell’irresolutezza, quell’altro non solo si era già messo d’accordo con inglesi e americani, ma era già partito con i bombardieri.
La situazione ricorda l’incipit di una di quelle barzellette che al Cavaliere piace tanto raccontare.
Ma il finale è aperto.
In Parlamento e fuori il ministro Frattini è stato molto poco diplomatico, la grana sulla Nato e sul comando delle operazioni militari era quasi dovuta, però è arrivata tardi e sapeva di ripicca.
La contemporanea guerra commerciale sulla Parmalat rinfocola, a colpi di decreti legge, l’avversione antifrancese.
L’autocompatimento si estende ai tanti, ai troppi posti che Parigi occupa nelle istituzioni finanziarie, Fondo Monetario, Bce.
È la variante tecnocratica di un’antica antipatia che i governanti italiani, specie quando si trovano nelle peste per faccende di scontento sociale o di cialtronate che di colpo si rivelano tali, riattizzano con la malcelata speranza di spostare l’attenzione su qualcosa che c’è, che va e viene, un complicato sentimento di amore e odio che scorre nella storia e fermenta nell’immaginario, da Giulio Cesare in giù, da Asterix in su.
Anche le reazioni delle batterie mediatiche berlusconiane sull’impiccio libico appaiono, più che eccessive, un po’ sopra le righe della legittima animosità .
All’estero deve sembrare al tempo stesso scontata e ridicola questa improvvisa offensiva italiana contro l’Eliseo.
La politica internazionale è un campo che rifugge artifici, semplicismo e improvvisazioni.
Un conto è attaccare Bocchino, Santoro o la casa di Montecarlo; altro conto è misurare la propria fantasia polemica – e ancora di più le proprie forze – con una nazione come la Francia. Tra Libero, il Giornale e Panorama si oscilla tra colpi bassi a base di rivelazioni da servizi segreti sulla Francia che ha armato i ribelli oppure ha venduto a Gheddafi le armi con cui questi li massacra ed effettacci tipo quello con cui si conclude l’editoriale del settimanale di Segrate: «Al di là delle Alpi devono ogni tanto ricordare che nella loro storia non c’è solo il generale Napoleone. C’è anche il generale Cambronne».
Figurarsi che peso avranno dato, in quel luogo di assoluta umiltà che è Parigi, all’ammiccante invito di Giorgio Mulè.
Sulla copertina, sotto l’immagine del presidente francese ritratto con la più celebre delle feluche campeggia uno strillo che vorrebbe tanto essere brillante: «Sarkofago», accipicchia.
A sinistra si chiarisce il contesto: quel signore lì «voleva trascinarci in un duello mortale. Ecco come l’Italia ha ridimensionato la sua smania di protagonismo».
Nella distanza tra l’immagine focosa del «duello mortale» e il mesto participio «ridimensionato» si misurano ragionevoli dubbi e inconfessabili frustrazioni.
Quanto alla «smania di protagonismo», beh, qui da noi negli ultimi tempi un certo protagonismo il potere se l’è pure conquistato sui media, a livello planetario, ma per un altro genere di smanie.
Che faranno senz’altro meno male delle bombe e dei missili, francesi o italiani o soprattutto gheddafiani che siano, però insomma, forse è meglio lasciar perdere. O forse no.
Perchè in tutto questo c’entrano i peggiori appetiti, c’entra il petrolio, c’entra la geopolitica, l’Africa, il Mediterraneo, i commerci, il prestigio, c’entra tutto quello che rende a volte gli interessi di due nazioni incompatibili.
Ma nessuno, in un tempo nel quale la personalizzazione del potere è scappata di mano, riuscirà mai a escludere che il nemico francese è anche un fatto privato: è più di Berlusconi, se proprio bisogna dire, che di Sarkozy.
Troppo simili per non detestarsi. Simili, però diversi quel tanto che basta a concludere, con abbondanti evidenze documentarie e anche visive (una clip in cui il presidente italiano fa il segno al suo collega rumeno che il francese è matto), che il Cavaliere soffre Sarkozy. Dopotutto Chirac – con cui pure le cose andavano sempre abbastanza male – era un vecchio signore.
Una volta, nel pieno del primo ciclo di scandali, raccontò che il Cavaliere gli aveva indicato il bidet di camera sua dicendo: «Ah, se queste maioliche potessero parlare!».
Non fu simpatico, ma Chirac ormai se n’è andato; ed è arrivato quell’altro.
Meno ricco di Berlusconi, d’accordo.
Con meno esperienza internazionale, e vabbè.
Ma più giovane, più bello, più fico e anche più potente perchè lì monsieur le president mica deve penare per avere una firma del Quirinale sul Milleproroghe bis o perdere il sonno per la pronuncia della Consulta.
Per non dire – colpo di grazia – del fatto che Sarkò ha come «fidanzatina» una delle donne più belle del mondo.
Si deve a Berlusconi di aver introdotto la categoria dell’invidia nel discorso pubblico; e sempre lui ha introdotto la diplomazia del contatto personale.
Quanto basta per chiedersi se l’una e l’altra non gli si stiano ritorcendogli contro.
Filippo Ceccarelli
(da “La Repubblica”)
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Marzo 26th, 2011 Riccardo Fucile
FREDDEZZA DEGLI ALLEATI NEI CONFRONTI DEL PREMIER ITALIANO, UNICO TRA I LEADER EUROPEI CHE NON SI PRESENTA ALLA CONFERENZA STAMPA…”QUA FANNO SOLO CHIACCHIERE, IO I FATTI, NON CONOSCONO NEACHE IL DIRITTO INTERNAZIONALE”… E RECITA SCENA MUTA, DIMENTICANDOSI PERSINO DI PERORARE LE RICHIESTE DELLA LEGA
«Questo è un vertice fatto di chiacchiere. Io sto zitto e aspetto il momento giusto per passare ai fatti».
Silvio Berlusconi a Bruxelles rimane in silenzio.
Per due giorni si nega alla stampa facendosi scudo con un motto per lui – comunicatore per antonomasia – del tutto inedito: «Non avete ancora capito che governare è fare, non dichiarare», dice ai cronisti.
Unico tra i leader del continente, non risponde del suo operato al summit europeo, evita le domande scomode su Libia e Gheddafi, sul Patto di stabilità e sulla politica, ma prima di tornare a Roma si limita a dire che è «soddisfatto» per la guida Nato di Odissey Dawn e per il comando italiano delle operazioni navali.
Tanto che agli alleati si spinge a promettere nuovi aerei e quattro navi, tra cui la portaerei Garibaldi.
Eppure il Cavaliere è nero. Glielo si legge in faccia.
Lo conferma chi ha assistito alle riunioni del Consiglio europeo.
Una fonte comunitaria racconta che «il premier è entrato nella sala e, al posto di scambiare i normali convenevoli con gli altri leader, scuro in viso si è seduto e ha iniziato a leggere».
E’ un premier isolato. E furibondo.
Con la stampa, per le indiscrezioni sulla cena con i Responsabili di mercoledì scorso spesa tra canti (anche ironici su Fini) e barzellette mentre il Paese è di fatto in guerra.
Ma soprattutto per il nuovo strappo di Sarkozy e Cameron che nel chiuso delle riunioni provano a far passare l’idea di piccoli interventi con truppe a terra in Libia e in conferenza stampa annunciano una nuova iniziativa che taglia fuori l’Italia.
«Quei due fanno finta di non conoscere il nostro ruolo a Tripoli», commenta il premier con i collaboratori.
Ma sono ignoranti «non conoscono il diritto internazionale» e le loro iniziative «non vanno da nessuna parte».
Nei colloqui riservati si dice certo che l’ostinazione con cui Sarkozy cerca di escludere l’Italia è dettata dal calcolo politico: vuole fare affari nel dopo-Gheddafi «sostituendo la nostra presenza economica e commerciale».
Ma forse il Cavaliere dimentica l’irrilevanza ormai cronica di Roma quando in Europa ci sono da prendere le grandi decisioni.
In realtà l’illusione del premier è quella di tornare in gioco in un secondo momento, se e quando si aprirà uno spiraglio per risolvere la partita libica. Certo, sarebbe più facile se l’Italia non fosse entrata in Odissey Dawn.
Tanto che il Cavaliere nella cena con i partner Ue si lascia andare e alla Merkel dice: «Forse hai fatto bene tu a restare fuori dall’alleanza».
Una frase che resta ben impressa alla delegazione tedesca, stupita da parole tanto in contraddizione con le responsabilità assunte dall’Italia nella coalizione dei volenterosi (che Berlusconi però non mette in dubbio).
Per il resto il Cavaliere è taciturno, anche quando vengono affrontati gli altri temi in agenda.
Tanto che nei riassunti dei diplomatici il suo nome compare pochissimo, perfino meno di quello del maltese Lawrence Gonzi.
Berlusconi ha paura di perdere ancora terreno. Pensa ad un vertice internazionale sulla Libia a Napoli, ma è ancora un’ipotesi.
Si racconta che nella sua suite all’hotel Conrad campeggiasse un’enorme cartina della Libia sulla quale si è a lungo concentrato.
Si tiene pronto a mediare con Gheddafi, pur conoscendo tutti i rischi di una simile impresa.
Per ora, grazie al ministro degli Esteri Frattini, lavora ad un’iniziativa multilaterale portata avanti dall’Unione Africana. Punta a convincere il raìs al cessate il fuoco.
Dopo scatterebbe la fase due, quella «del fare», come la chiama un Berlusconi tentato ad entrare in gioco in prima persona.
Se ormai ha capito che il Colonnello è perso, vuole almeno provare la via dell’esilio salvandogli la vita.
Ma dovrà convincerlo a passare la mano ad un uomo di fiducia che tratti una «riconciliazione» con gli insorti.
Intanto una soddisfazione arriva dal viaggio in Tunisia di Frattini e Maroni che, grazie ai buoni uffici dell'”amico” Tarek Ben Ammar, parlano di immigrazione con le nuove autorità .
Una missione della quale il premier si complimenta con un comunicato. Anche perchè sulle promesse fatte alla Lega per salvare il governo (scudo navale e ripartizione dei rifugiati nella Ue) a Bruxelles non ha ottenuto niente. Anzi, non ne ha proprio parlato.
Alberto D’Argenio
(da “La Repubblica”)
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Marzo 24th, 2011 Riccardo Fucile
DOPO AVER PERSO LA FACCIA REGALANDO 5 MILIARDI AL BOIA DI TRIPOLI E PROSTRANDOSI AI SUOI PIEDI, PDL E LEGA PRESENTANO UNA MOZIONE IN PARTE SCONTATA, IN PARTE VILE E AFFARISTICA.. L’UNICA LORO PREOCCUPAZIONE PARE ESSERE IL BUSINESS E AVERE QUATTRINI EUROPEI PER GESTIRE I PROFUGHI
Rigoroso rispetto della risoluzione Onu anche attraverso opportune iniziative politico diplomatiche e intimazione del cessate il fuoco per tornare il prima possibile ad uno stato di non conflittualità ; assegnazione alla Nato del comando e del controllo delle operazioni militari; ma anche embargo sulle armi nei confronti della Libia e un’azione di pattugliamento del Mediterraneo per contrastare le organizzazioni criminali con il rischio di infiltrazioni terroristiche.
E ancora: riattivazione, quando le circostanze lo renderanno possibile, degli accordi bilaterali in particolare quelli in materia energetica, stipulati dall’Italia con la Libia; iniziative per tutelare le imprese europee impossibilitate ad onorare i contratti per le sanzioni.
E infine: impegno dei partner europei e della Commissione a dare mezzi anche finanziari per condividere l’onere della gestione degli sbarchi di immigrati e attivazione affinchè l’Europa si doti al più presto di un ‘sistema unico di asilo’ che fin da subito preveda un sistema di ‘burden sharing’ teso a ridistruibuire la presenza degli immigrati tra i paesi membri e fornisca una maggiore assistenza nelle operazioni di riconoscimento e identificazione di coloro che si dirigono verso le coste italiane.
Sono questi i punti chiave della risoluzione sulla Libia, firmata dai capigruppo di Pdl, Lega e Coesione Nazionale, su cui la maggioranza ha raggiunto l’intesa e con cui si impegna il governo.
Si legge nel documento che “vi sono comunque delle condizioni che occorre siano garantite affinchè il paese possa tener fede ai suoi impegni senza che siano messi in pericolo i suoi interessi nazionali”.
La risoluzione di maggioranza rileva quindi che “l’Italia riceve il 14% del petrolio e il 26% del gas naturale di cui ha bisogno dalla Libia” e che il nostro è il paese “più esposto ad eventuali ritorsioni militari o terroristiche da parte libica e ha quindi un interesse primario nel non valicare i confini dettati dalla risoluzione Onu che giustificano l’intervento con il solo criterio della protezione delle popolazioni civili. Ogni altra azione che possa essere intesa come ostile dalla popolazione della Libia – viene sottolineato nel documento – e dalle opinioni pubbliche dei paesi arabi, metterebbe a serio repentaglio la nostra sicurezza nazionale”.
In pratica emergono alcuni dati di fatto:
1) Dopo aver regalato a Gheddafi 5 miliardi di dollari, essersi prostrati ai suoi piedi, aver permesso per settimane che il boia di Tripoli trucidasse il suo popolo senza “disturbarlo” con una telefonata, aver atteso l’intervento di altri Paesi europei e non, di fronte alla possibilità di rimanere gli unici schierati con Gheddafi, obtorto collo, ci siamo alfine schierati con Usa, Francia e Gran Bretagna.
Atteggiamento tipico dell’Italietta che si pone a seconda di chi pare uscire vincitore.
Gli altri applicano la risoluzione Onu, noi precisiamo che i nostri non sganciano bombe, fanno solo un giro turistico.
Per impedire il massacro di Bengasi i francesi giustamente bombardano, noi ci raccomandiano che non esagerino troppo.
Magari bastavano due fialette puzzolenti e le truppe libiche sarebbero arretrate.
Nella mozione si dice ok all’Onu, ma sarebbe meglio il cessate il fuoco: perchè non lo dite a Gheddafi che continua a sparare sui civili?
2) L’interventismo di Sarkozy ci aveva messo nell’angolo che peraltro meritavamo: piagnucolando ci hanno dato il controllo marittimo dell’embargo di armi alla Libia: il nulla fatto passare per grande successo.
La preoccupazione maggiore è che la Francia un domani ci estrometta dagli affari in caso di vittoria degli insorti.
Sarebbe anche giusto: se non ci fossero stati gli aerei francesi oggi Bengasi sarebbe rasa al suolo.
Se aspettavano gli italiani…
In ogni caso che senso ha chiedere il rispetto degli accordi economici sottoscritti in questa fase?
A chi lo chiedete?
A Gheddafi che dovrebbe essere un nemico?
O agli insorti di cui per viltà non avete neanche riconosciuto lo status di governo provvisorio a differenza della Francia?
Siamo nel ridicolo a parlare di business mentre la gente spara.
3) La solita fissa dei profughi: peccato che siano arrivati finora non più di 10 libici, gli altri sono tutti tunisini e non c’entrano una mazza.
E in ogni caso sono appena 15.000, la metà di quelli arrivati a Lampedusa nel 2008 e per i quali non è stato fatto tutto questo casino.
Erano stati accolti, identificati e poi in buona parte rimpatriati, senza tenerli a dormire sul molo di Lampedusa.
La ripartizione dei profughi tra i vari Paesi europei?
Concetto teorico giusto, ma se la Germania ci chiedesse di prenderci 20.000 dei 90.000 profughi accolti qualche tempo fa interamente da loro?
Che facciamo? Uno scambio?
Ha senso fare una mozione “egoista” in questo momento o non sarebbe meglio lavorare per una prospettiva futura senza Gheddafi?
E se per garantire l’incolumità delle forze di opposizione libiche occorresse scaricare 10 bombe sul bunker di Gheddafi, noi saremmo per farlo o no?
O ci dispiacerebbe, pover’uomo?
In fondo all’estero ha solo 120 miliardi di dollari.
Rubati al popolo libico.
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Marzo 23rd, 2011 Riccardo Fucile
“A VOLTE BISOGNA SCEGLIERE, VEDO APPELLI CONTRO I RAID AEREI SOLO IN ITALIA O DAI NEOSTALINISTI GRECI”… “SONO PRIGIONIERI DELLE CATEGORIE IDEOLOGICHE DEGLI ANNI ’50”
«Attenti, ragazzi, chi scende in piazza contro la missione internazionale cerca magari una terza via ma di fatto non è neutrale, bensì sta con Gheddafi. Perchè niente cortei quando Gheddafi massacrava il suo popolo? Ricordate Francia e Gran Bretagna del ’36, che lasciarono sola la Repubblica spagnola contro Franco, Hitler e Mussolini».
Daniel Cohn-Bendit, leader verde europeo, è durissimo.
In piazza per la pace: solo in Italia o anche altrove?
«In Germania si va in piazza contro l’atomo. Vedo appelli anti-raid aerei solo in Italia, o in Grecia dai neostalinisti. Finiscono per schierarsi con la Cina, Putin e Chavez. Sono prigionieri delle categorie degli anni ’50».
Insomma, la ricerca di una “terza via” non la convince?
«In Italia vedo appelli a protestare mossi dall’ossessione assoluta e accecante della mitica lotta contro l’imperialismo americano. Come fa Vendola a dire nè con Gheddafi nè con le bombe? Non faccio paragoni col triste slogan “nè con lo Stato nè con le Br”, ma mi ricordo del 1936. Madrid democratica fu lasciata sola contro Franco, la Legion Condor di Hitler e i reparti di Mussolini. Risultato: stragi, 50 anni di franchismo, e nel ’39 la seconda guerra mondiale».
Scusi, ma la voglia di pace, di un’altra via tra la guerra e il tiranno, non è importante?
«Arriva il momento in cui bisogna fare scelte. La Resistenza italiana, francese o jugoslava fu giusta, ma sanguinosa. Gli Alleati non la lasciarono sola. Che lo voglia o no, chi vuol lasciare soli i rivoluzionari libici è con Gheddafi, non è neutrale. E schiavo di miti come l’ossessione della pace a ogni costo che a Monaco 1938 portò Londra e Parigi a cedere a Hitler. O il mito del patto Molotov-Ribbentrop, giustificato dall’Urss perchè anti-imperialista».
E la nonviolenza alla Gandhi?
«Gandhi vinse contro un imperialismo democratico, non contro un tiranno sanguinario pronto a sterminare il suo popolo. Gandhi potè trovare una terza via, per i rivoluzionari libici la terza via non esiste sul campo. È triste che non lo si capisca. Agire è giusto, come lo fu contro Milosevic e i suoi massacri in Bosnia e in Kosovo. La guerra è sanguinosa, lo fu anche la Resistenza nell’Europa occupata dall’Asse. Ma allora gli italiani dovrebbero rinnegare la Resistenza? I jet occidentali hanno fermato i Panzer di Gheddafi che puntavano su Bengasi per un bagno di sangue. E in Tunisia ed Egitto la rivoluzione ha vinto perchè gli Usa, influenti sulle forze armate locali, le hanno convinte a non fare stragi. In Libia è diverso».
La voglia della “terza via” però è forte in una parte dell’opinione pubblica? Perchè, secondo lei?
«Per i precedenti della guerra in Iraq, dove non c’era un movimento rivoluzionario da appoggiare, e perchè in Afghanistan la situazione è difficile. Ma ricordiamo che dopo la prima guerra alleata in Iraq (contro l’occupazione irachena del Kuwait-ndr), prima ci fu la no-fly zone, poi Saddam massacrò 500mila sciiti e sterminò col gas un’intera città curda. Spesso chi protesta nel mondo del benessere non s’immagina cosa sia vivere sotto dittatori come Gheddafi. Ciò ha a che fare con ideologie marxiste-leniniste: il mondo diviso in cattivi e buoni, l’imperialismo cattivo e tutti i suoi nemici buoni».
Come giudica la non partecipazione della Germania alla coalizione anti-Gheddafi?
«Merkel e Westerwelle sono opportunisti, fiutano aria di pacifismo e temono per le elezioni di domenica. Potrei capirli solo se criticassero l’amicizia passata di Berlusconi e Sarkozy con Gheddafi, ma non lo fanno. In troppi amano solo le rivolte che vengono sconfitte, facile poi chiudere gli occhi davanti alla repressione, come con la Spagna lasciata a Franco».
Andrea Tarquini
(da “La Repubblica”)
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Marzo 22nd, 2011 Riccardo Fucile
LE VERSIONI EDULCORATE DEL GOVERNO SECONDO LE QUALI I NOSTRI AEREI DEVONO SOLO PATTUGLIARE CONTRASTANO CON LE DICHIARAZIONI DEI NOSTRI MILITARI CHE, RIENTRATI ALLA BASE, HANNO PARLATO DI “SOPPRESSIONE” DELLE DIFESE AVVERSARIE E DI AVER “COLPITO” OBIETTIVI LIBICI…UN GOVERNO SERVO DI BOSSI E DEI COMPAGNI DI MERENDE DEL BOIA DI TRIPOLI
Se sulla gestione del comando dell’operazione militare internazionale in Libia regna
un’incertezza responsabile di forti tensioni diplomatiche, non è certo più chiara la dimensione del ruolo svolto dalle forze armate italiane.
I nostri Tornado partecipano attivamente alla missione, colpendo gli obiettivi nemici, o si limitano ad appoggiare i mezzi alleati?
Sui limiti e le caratteristiche dell’impegno dei nostri veivoli le versioni fornite da politici e militari sono quanto mai discordanti.
“I nostri aerei non hanno sparato e non spareranno”, ha assicurato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in serata, preoccupato tra l’altro di tranquillizzare una Lega resa sempre più irrequieta dall’impegno italiano in Libia.
“I nostri aerei – ha aggiunto il premier – sono lì per il pattugliamento e per garantire la no-fly zone”.
Ma le parole di Berlusconi cozzano con il resoconto fatto oggi dal comandante Mauro Gabetta, pilota e portavoce della base di Trapani Birgi.
“L’operazione di soppressione delle difese degli avversari condotta dai nostri apparecchi è stata positiva, gli obiettivi sono stati colpiti”, ha spiegato l’ufficiale. “La zona interessata era nei pressi di Bengasi”, ha sottolineato. “Siamo pronti a operare in seno alla coalizione internazionale e ci sentiamo responsabili nei confronti dei cittadini italiani e di tutti i paesi della coalizione – ha aggiunto
Gabetta – la nostra missione non è finita, siamo pronti a rispondere ogni volta che ci viene richiesto”.
A rendere ancora più confusa la situazione la notizia della rimozione dall’incarico del maggiore Nicola Scolari, uno dei piloti dei Tornado italiani che ieri sera hanno svolto una missione nei cieli di Bengasi.
Al rientro alla base di Trapani l’ufficiale aveva raccontato. “Abbiamo verificato la presenza o meno di radar nemici, ma non abbiamo rilevato emissioni tali per cui un nostro impiego fosse necessario”.
Oggi dallo Stato maggiore dell’Aeronautica si è appreso che per Scolari è stato disposto il rientro al suo reparto di appartenenza, a Piacenza.
La tesi del premier secondo la quale “i nostri aerei non sparano” rasenta l’umorismo, perchè la risoluzione dell’Onu autorizza a bombardare obiettivi militari libici che possano essere usati contro la popolazione civile.
Se non potessero neanche sparare, viene da chiedersi, che li avremmo mandati a fare? A giocare a tresette col morto?
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Marzo 22nd, 2011 Riccardo Fucile
DIETRO LA SVOLTA DEL PRESIDENTE GLI UOMINI DI CHIRAC: LA NECESSITA’ DI FAR DIMENTICARE LE CONNIVENZE DELL’ELISEO CON I DITTATORI…MA SARKOZY HA CAPITO CHE SE L’OCCIDENTE AVESSE LASCIATO SOLA LA GENERAZIONE CHE SI BATTE PER LA DEMOCRAZIA ARABA SAREBBE ANDATA SPRECATA UN’OCCASIONE STORICA PER RIAVVICINARE LE DUE SPONDE DEL MEDITERRANEO
Quando il 10 marzo si è avventurato a parlare di Libia, annunciando all’improvviso che la Francia riconosceva gli insorti come gli unici legittimi rappresentanti di quel Paese, per poi inviare un ambasciatore a Bengasi e chiedere all’Onu di proteggere la popolazione dall’aviazione del colonnello Gheddafi, tutta l’èlite francese, a destra come a sinistra, ancora una volta si è fatta beffe di questa nuova stravaganza di un presidente che non sa più cosa inventarsi – così diceva la stampa – per far dimenticare le sue connivenze del passato con il dittatore tunisino e quello egiziano.
La Francia si è sbagliata e oggi destra e sinistra lo ammettono.
È vero: Nicolas Sarkozy aveva intenzione di ridare smalto alla propria immagine, ora che soltanto un elettore su cinque è disposto ad approvarne l’operato.
Questo è un dato di fatto. Indiscutibile.
Che ha certamente contato molto sulla sua decisione.
Ma Sarkozy ha compreso anche – eccoci al punto cruciale – che se il Nerone di Tripoli fosse riuscito a far affogare nel sangue le aspirazioni dei libici alla libertà , altri dittatori del Maghreb e del Mashrek ne avrebbero presto seguito l’esempio, che le democrazie occidentali avrebbero lasciato calpestare la generazione che si batte per la democrazia araba, che gli unici ad approfittarne sarebbero stati gli islamisti e che sarebbe andata sprecata un’occasione storica per riavvicinare le opposte sponde del Mediterraneo. Nel caso specifico, Sarkozy ha visto giusto, e in ciò è stato sostenuto da Alain Juppè, ex primo ministro di Jacques Chirac, appena nominato ministro agli Affari Esteri.
Insieme a Dominique de Villepin, che si è opposto alla guerra in Iraq, Alain Juppè è uno dei pochi superstiti del gaullismo, di questa destra sociale, dirigista e, prima di ogni altra cosa, attenta alla posizione che la Francia occupa nel mondo e alla sua unicità nel campo occidentale.
È proprio con il gaullismo che Nicolas Sarkozy aveva voluto “rompere”, farla finita, avvicinandosi agli Stati Uniti di Bush e predicando la liberalizzazione dell’economia francese.
Ma il crollo di Wall Street lo aveva bruscamente convertito al ritorno allo Stato, mentre i suoi insuccessi sulla ribalta internazionale l’avevano lasciato alla ricerca di una diplomazia.
Nicolas Sarkozy adesso ascolta sempre più spesso gli uomini di Chirac, arriva addirittura a fare il tentativo di riconciliarsi con il suo nemico intimo Dominique de Villepin, e tra i suoi ministri colui sul quale fa maggiore affidamento è ormai Alain Juppè, che tuttavia non gli ha mai risparmiato le sue critiche.
Secondo Juppè la Francia doveva mettersi alla guida dell’aiuto occidentale a questa primavera araba e collocarsi così in prima fila sullo scenario internazionale, ritrovando un prestigio in buona parte perduto tra le popolazioni arabe.
Non soltanto Nicolas Sarkozy gli ha dato retta, ma la tenacia di cui egli ha dato prova insieme ai suoi ambasciatori hanno convinto da un lato Barack Obama che non avrebbe potuto lasciar morire Bengasi senza che ciò un giorno gli possa essere rimproverato, e dall’altro la Cina e la Russia che non potevano in nessun caso apparire come le salvatrici di Gheddafi opponendo il loro veto alla proposta francese.
Eclissata dalla Germania e ignorata dagli Stati Uniti, la Francia è riuscita adesso a fare un ritorno in grande stile che la onora, ed è grazie a lei che Bengasi è stata salvata, che l’Onu – per una volta – si è mostrato fedele ai propri ideali e che la primavera araba non ha subito un colpo d’arresto.
Certo, non tutto può dirsi concluso.
Non si può mai cantare vittoria prima che una battaglia si concluda, ma Muhammar Gheddafi ormai non ha più vie di fuga e – purchè la Nato non assuma il comando di questa battaglia, riacutizzando la diffidenza degli arabi nei confronti degli occidentali – ci sono chance effettive per la Libia di liberarsi una volta per tutte di questo dittatore folle.
A parte lui stesso, chi potrebbe mai rimpiangerlo?
Bernard Guetta
(da “La Repubblica“)
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Marzo 21st, 2011 Riccardo Fucile
L’ISOLA E’ AL COLLASSO E NON VUOLE LE TENDOPOLI…DOVEVA ESSERE UN POSTO DI TRANSITO PER I PROFUGHI, E’ FINITO PER ESSERE UN LAZZARETTO BLOCCATO… PRIMA NON VOLEVANO APRIRE IL CENTRO, ORA COSTRINGONO A STARCI 4.000 PERSONE INVECE DELLE 800 POSSIBILI: DELIRIO MARONIANO
Poi verrà un giorno in cui di tutto questo ci dovremo vergognare. 
Vergognarci di aver lasciato solo Hamid dopo 38 ore in mezzo al mare, con soltanto una felpa addosso.
Tremava come sull’orlo di morire, due infermieri l’abbracciavano ma non bastava.
Allora uno dei due – grosso e con i capelli bianchi – si è sdraiato sopra di lui e sul cemento della banchina del porto, non avendo altro per scaldarlo.
Erano le 11 di ieri mattina, altri 320 immigrati stavano sbarcando.
Li contavano in fila per tre, ordinati. E qualcuno sorrideva e faceva il segno di vittoria, se ne aveva la forza, perchè ancora non aveva capito cosa lo stesse aspettando.
Tutto già successo, già raccontato, enorme e senza risposte.
Basterebbero gli aggettivi dei compassati documentaristi della Bbc, che da una settima stanno seguendo ogni ombra di Lampedusa, per spiegare come ci vede il resto del mondo.
«Pazzesco». «Assurdo». «Disumano». «Ma perchè non viene nessuno?». Come se davvero i collegamenti con l’Italia fossero interrotti.
Succede che alle 8 di sera vengono avvistati altri otto barconi.
Si annuncia l’ennesima notte al freddo a distribuire tozzi di pane e cartoni di latte, le ultime scarpe da ginnastica made in China.
Ormai si accucciano anche sotto i rimorchi dei camion, ovunque. C’è mare, vento, freddo, tutti i ragazzi arrivano fradici.
I tunisini sono più di 4000 mila. L’isola sta esplodendo.
E mentre succede tutto questo, va in scena la manifestazione dei lampedusani contro lo sbarco della tendopoli.
Anche loro lasciati soli.
Dalle 9 di mattina bloccano la strada di accesso al porto. La stessa di Hamid. La bloccano perchè non vogliono che dal traghetto Siremar scenda il tir con sopra le prime 37 tende che dovrebbero comporre il campo di emergenza, nella zona della vecchia base militare.
Hanno il terrore che quelle tende restino qui per sempre.
Paura di giocarsi la stagione turistica.
In prima fila, davanti ai carabinieri in tenuta antisommossa, ci sono Pina, Patrizia, Angela e Maria Luisa. Sedute di traverso occupano tutta la strada. Non passa nessuno. Dietro di loro, il paese si dà il cambio.
Così la scena è paradossale: in porto continuano ad arrivare vecchie carcasse di pescatori africani, ma non parte l’unica nave italiana che collega Lampedusa all’Europa.
Il sindaco Bernardino De Rubeis cerca di condurre la trattativa.
La protesta arriva al Governo. Telefona il ministro di Grazia e Giustizia, Angelino Alfano.
Il sindaco torna indietro con delle rassicurazioni: «Mi hanno assicurato che si terrà un Consiglio dei Ministri straordinario, forse già domani.
Lampedusa sarà una zona franca, avremo sconti sulle tasse, il territorio riceverà ristoro, faranno una campagna televisiva per promuovere il turismo. Metteranno anche una nave in mezzo al mare per la prima accoglienza.
E da domani incominciano le partenze: 300 al giorno. Ma quelle 37 tende devono sbarcare».
Lo aggrediscono, quasi lo insultano: «Non ci fidiamo, basta promesse! Noi non ci muoviamo da qui».
Poi va in scena quello che viene definito il ricatto del pesce. «Se non accettiamo le tende, il traghetto non porta il nostro pescato al mercato».
Ma anche il rischio economico non fa cambiare opinione ai lampedusani. Così alle 9 di sera la situazione è la stessa delle 9 di mattina. Sbarchi e tensione.
Va detto che gli agenti stanno facendo il massimo per tenere la situazione sotto controllo, come gli operatori della Croce Rossa e di Medici Senza Frontiere.
Ma è una tragedia molto più grande di loro.
In tutta questa solitudine si perdono migliaia di storie.
Come quella di Wissem Alayat, arrivato da Parigi in cerca di suo fratello: «L’ho sentito lunedì notte al telefono, era in mare. Felice, mi ha detto di salutare papà . Che ci saremmo visti presto. Ma l’attimo dopo ho sentito delle grida, panico a bordo. Il telefono staccato».
Wissem Alayat è qui perchè ha saputo che i pescatori di Lampedusa giovedì mattina hanno raccolto due cadaveri in mare.
Vorrebbe vederli, ma finora non c’è riuscito.
Gli hanno detto che le bare sono sigillate. Si è dovuto accontentare della descrizione dei corpi stilata dal medico legale.
Uno dei due è di età compatibile, ma indossava calze per vene varicose. Wissem Alayat non ha ancora capito se sia ciò che resta di suo fratello Jaouher.
Intanto da due giorni sta riprendendo con una piccola telecamera tutto quel che vede.
Ha dormito nel centro di accoglienza come un profugo, ammassato con più di duemila persone.
«Io devo mostrare l’Italia ai tunisini – spiega -, devo andare a fargli vedere come vengono accolti qui. Loro partono convinti di trovare il paradiso, ma finiscono peggio dei cani».
Niccolo’ Zancan
(da “La Stampa“)
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Marzo 21st, 2011 Riccardo Fucile
L’ORRORE DELLA REPRESSIONE ORDINATA DAL CRIMINALE GHEDDAFI NON RISPARMIA DONNE E BAMBINI….PARLA OMAR, UN PROFESSIONISTA LIBICO FUGGITO GIOVEDI DAL SUO PAESE
Omar (nome di fantasia) è un libero professionista libico. In Italia ci è arrivato giovedì.
E’ partito dal Cairo dopo l’inizio dei bombardamenti a Ajdabiyah, città a 160 chilometri da Bengasi.
“Siamo partiti in 14 su minibus privati diretti verso il confine egiziano che oggi, con tutta probabilità , è chiuso. Alcuni di noi, tra cui anche donne e bambini, sono rimasti in Egitto, altri sono venuti in Italia o si sono diretti a Beirut. Le milizie non controllavano la frontiera e gli egiziani hanno aiutato i profughi libici facilitando le pratiche burocratiche dei passaporti. C’erano molti volontari disposti a darci una mano”.
Omar era in Libia sin dall’inizio della rivoluzione, ma due giorni fa ha deciso di partire prima che la situazione degenerasse anche a Bengasi, come è accaduto nelle ultime ore.
Spiega che l’informazione dei media occidentali è stata carente, che non hanno fornito una copertura esauriente di quanto accadeva a Tripoli.
“I giornalisti hanno fatto un uso massiccio delle notizie diramate da Jana, l’agenzia governativa. Certo, è stata data voce anche a denunce e al massacro dei civili, ma le fonti più attendibili erano le forze di opposizione. Non sono d’accordo con chi li chiama ribelli o insorti. Sono soltanto oppositori del regime”.
Gheddafi, che Omar definisce “un pazzo visionario, un megalomane che vuole spargere sangue per entrare nella storia”, ha sottoposto il suo popolo a violenze e repressioni durissime.
“Da est a ovest del paese ci sono stati rastrellamenti sistematici casa per casa. I primi sono stati a Tripoli dopo il 17 febbraio, giorno della manifestazione ufficiale a Bengasi contro il governo. La Cirenaica è sempre stata contro la dittatura, e per quello è la regione meno sviluppata, senza infrastrutture. Hanno preso tanti giovani, soprattutto attivisti politici. Molti sono spariti, i corpi occultati, e chi è tornato a casa ha dovuto firmare dichiarazioni di fedeltà al regime”.
Gheddafi, che ha definito i suoi concittadini “topi, ratti da stanare”, ha fatto ampio uso di mercenari provenienti principalmente da Niger, Ciad, Algeria, Mauriotania, Gabon e Ghana integrati anche nell’esercito e addestrati per sparare ad altezza d’uomo.
“Erano pronti da dieci anni a intervenire”, prosegue Omar. “Gheddafi aveva intessuto rapporti politico-commerciali con i paesi dell’Africa subsahariana da cui ha ingaggiato migliaia di uomini per la sua incolumità .
Un amico mi ha riferito che la sua casa è stata colpita, che i morti nell’ospedale sono oltre 50 e i feriti centinaia.
Hanno bombardato la Croce Rossa e lo stadio di Bengasi, le comunicazioni via cellulare sono possibili soltanto attraverso il satellitare o la connessione a internet via parabola. A Misurata hanno tagliato anche l’acqua e la luce da giorni. Molti civili hanno le case dotate di scantinati che utilizzano come rifugi durante i bombardamenti”.
Nelle ultime settimane i media parlavano di gruppi a sostegno di Gheddafi che erano disposti a difenderlo anche con le armi.
“E’ tutto fasullo, nessuno lo vuole più alla guida guida del paese. Sono gli uomini dei suoi apparati quelli che avete visto sui giornali vestiti in abiti civili, gli orfani indottrinati dal regime”.
Omar è convinto che con l’intervento internazionale queste siano le ultime ore per il leader che, tuttavia, non è intenzionato ad arrendersi.
Il popolo libico è però deluso dal tardivo intervento occidentale, che avrebbe dovuto attaccare già la settimana scorsa, e al temporeggiamento di Berlusconi.
“Non c’è odio nei confronti degli italiani, anzi. Ma avremmo preferito parole più nette sin dall’indizio al posto dell’intenzione dichiarata di non interferire, che si è tramutata in indifferenza. Spero che lo prendano vivo, deve essere processato. Troppo comodo se muore”.
Il ringraziamento di Omar va ai popoli maghrebini di Tunisia ed Egitto, i primi a insorgere: “Se Ben Ali e Mubarak fossero ancora al potere — conclude Omar — in Libia non sarebbe successo nulla. Tutti volevamo che Gheddafi se ne andasse eppure, in mancanza di alternativa, speravamo che suo figlio Saif Al-Islam ci facesse transitare verso la democrazia. Ma si è rivelato peggiore del padre, meglio averlo saputo prima”.
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Marzo 20th, 2011 Riccardo Fucile
CREATORE DI “AL HURRA TV”, DENUNCIAVA LE INFAMIE DI GHEDDAFI AI DANNI DEL POPOLO LIBICO….”NON HO PAURA DI MORIRE, HO SOLO PAURA DI PERDERE QUESTA BATTAGLIA PER LA LIBERTA”…ERA IL VOLTO DELLA RIVOLUZIONE CONTRO IL REGIME, ORA LA MOGLIE LANCIA UN APPELLO: “QUELLO CHE ABBIAMO COMINCIATO NON DEVE FINIRE, COSTI QUEL CHE COSTI: FATE IN MODO CHE LUI NON SIA MORTO INUTILMENTE”
Nell’ultima trasmissione sulla sua Web-tv, aveva mostrato le macchie di sangue sui cuscini di due bambini di 4 e 5 anni, uccisi a Bengasi da un missile delle forze libiche leali a Gheddafi.
«Che cosa sarebbe successo se fosse stata casa nostra, se fosse stata la nostra stanza da letto?», si era chiesto in diretta stream Mohammad Nabbous, creatore di Al Hurra tv e volto principe del “giornalismo partecipativo” libico con il nomignolo di “Mo”.
Ci teneva a fornire le prove di quello che stava succedendo, voleva sottolineare che il cessate il fuoco proclamato dal regime di Tripoli era in realtà una finzione: «Voglio che i media vedano quello che sta accadendo qui».
E lo ha fatto fino all’ultimo, anche con una trasmissione telefonica interrotta all’improvviso.
Sembrava un guasto al telefono.
Ma la moglie Perdita, incinta, lo ha trovato morto, ucciso da killer legati al regime del colonnello, cecchini che lo hanno fulminato con un proiettile in testa.
«Voglio far sapere a tutti voi che Mohammed è morto per questa causa e speriamo che la Libia un giorno sia libera», ha detto sulla stessa web tv la moglie in lacrime: «Non fermiamoci, finchè non è finito tutto. Quello che abbiamo cominciato non deve finire, costi quel che costi. Ognuno faccia tutto il possibile per questa causa. Vi prego, gente, fate in modo che Mohammed non sia morto inutilmente».
Faccia scavata e sorridente, Nabbous amava sghignazzare sulla “Guida della rivoluzione” che «appare sempre sotto l’effetto di droghe allucinogene» e non aveva paura di sfidare il regime. «Non ho paura di morire, ho paura di perdere questa battaglia», diceva.
Era diventato quasi il volto della rivoluzione contro il regime di Gheddafi, uno dei primi a essere intervistato dopo la liberazione di Bengasi.
Per il popolo della Rete, “Mo” era «l’uomo che è stato in piedi notte e giorno per cercare di far conoscere al mondo cosa sta succedendo in Libia».
E lo stesso popolo si è radunato ieri in modo virtuale a segnalare il cordoglio con messaggi su Twitter e Facebook.
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