Marzo 1st, 2011 Riccardo Fucile
DOPO LE ACCUSE DI PLAGIO RIVELATE DALLA STAMPA, IL MINISTRO GUTTEMBERG SI E’ DIMESSO PER DIGNITA’ DA OGNI INCARICO…IN ITALIA DA MESI IL SOTTOSEGRETARIO LEGHISTA BELSITO SI RIFIUTA DI MOSTRARE LA LAUREA FANTASMA CHE DICHIARA DI AVER CONSEGUITO, MA NESSUNO GLI CHIEDE LE DIMISSIONI
Il ministro della Difesa tedesco, Karl-Theodor zu Guttenberg, da giorni in difficoltà in
seguito alle accuse di plagio della sua tesi di dottorato, ha annunciato questa mattina le dimissioni da ogni incarico politico.
Come aveva anticipato la Bild nella sua edizione online, il ministro ha comunicato la sua decisione in una conferenza stampa questa mattina.
L’esponente Csu, partito fratello della Cdu, aveva già – secondo Bild – presentato le dimissioni alla cancelliera Angela Merkel.
Dopo le accuse affiorate nelle scorse settimane, l’ateneo di Bayreuth, dove il giovane ministro aveva ottenuto il suo dottorato in diritto internazionale, aveva aperto un’inchiesta dando due settimane di tempo a Guttenberg per fare chiarezza.
Nel frattempo il titolare della Difesa aveva rinunciato, seppure “temporaneamente”, al titolo accademico.
Trentanovenne, popolarissimo e in ascesa, vera star del governo Merkel, Guttenberg era considerato uno dei politici in campo conservatore di maggiore peso e carisma, proprio grazie alla sua immagine di onestà ed integrità , ed un possibile futuro candidato per il cancellierato.
E’ finito improvvisamente nella bufera dello scandalo copygate a metà febbraio, quando un professore di diritto, Andreas Fischer-Lescano, lo ha accusato su un quotidiano di “plagio sfacciato” perchè numerosi passaggi
della sua tesi di dottorato di 475 pagine erano quasi identici a testi precedentemente pubblicati da altri autori.
Accuse che il ministro, appoggiato dalla Merkel, aveva respinto.
Dopo le rivelazioni, l’opposizione era partita all’attacco, chiedendone le dimissioni se le accuse di plagio fossero state provate.
Termina così in maniera drammatica la vicenda nata dalla scoperata che il ministro della difesa aveva copiato gran parte della sua tesi di dottorato.
Sulla vicenda era intervenuto di nuovo anche il presidente del Bundestag, il conservatore Norbert Lammert (Cdu), che già nei giorni scorsi era stato critico nei confronti di Guttenberg: il caso, aveva detto lunedì al quotidiano Mitteldeutsche Zeitung, rappresenta un «chiodo nella bara della fiducia nella nostra democrazia».
Parole forti, che erano seguite alla pubblicazione di una lettera aperta indirizzata alla Merkel e firmata da circa 23 mila tra accademici, dottorandi e semplici cittadini: nella missiva si criticava la gestione della cancelliera, che fa una «parodia» del dottorato di ricerca.
Se fino alla settimana scorsa Guttenberg era stato assediato solo dalle forze politiche d’opposizione, quindi, da oggi la pressione comincia a salire anche all’interno della coalizione di governo.
Se in Germania è sufficiente “aver copiato” una tesi per porre una “questione morale” di incompatibilità con un ruolo politico, in Italia siamo ancora nei pressi del Terzo mondo, senza offesa per i Paesi emergenti.
Ricordiamo il caso del sottosegretario leghista Francesco Belsito, amministratore del Carroccio, che quando ha dovuto presentare il curriculum per un posto nel Cda di una finanziaria della regione Liguria ha indicato di essere laureato in Scienza della Comunicazione.
Salvo dopo due anni, entrando al Governo, indicare nel sito ufficiale del Ministero, una laurea in Scienze Politiche.
E salvo poi ammettere che la prima sarebbe stata conseguita a Malta (e quindi mai riconosciuta in Italia), mentre la seconda in Inghilterra in una non meglio precisata università .
In entrambi i casi il sottosegretario non ha mai esibito la copia della sedicente laurea, nè indicato l’ateneo di provenienza.
In compenso a Genova egli risulta, negli archivi dell’università , come “studi interrotti”.
Nonostante diversi articoli di stampa e interviste, Belsito non ha mai dato prova di essere laureato, rifiutandosi anche di esibire la relativa documentazione.
In Germania sarebbe già stato accompagnato alla porta per falso in atto pubblico, in Italia gestisce un ministero grazie alla Padagna ladrona.
Un bell’esempio di trasparenza.
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Febbraio 25th, 2011 Riccardo Fucile
IL CUORE DEL POPOLO LIBICO E’ PIU’ FORTE DEL GENOCIDIO ORDINATO DAL COMPAGNO DI MERENDE DI SILVIO…. NON BASTANO MIGLIAIA DI MORTI PER FERMARE LA RIVOLUZIONE POPOLARE IN NOME DELLA LIBERTA’….TRIPOLI IN FIAMME, IL FOLLE NEL BUNKER
Tripoli è alla battaglia finale.
Dopo i sanguinosi combattimenti della notte a Misurata, infatti, sono in corso scontri a fuoco in varie aree della capitale libica, con le forze di Gheddafi che hanno sparato sui manifestanti.
Ci sono morti e feriti, anche se la tv di Stato lo nega.
Intanto l’aeroporto internazionale di Mitiga, a Tripoli è caduto nelle mani dei manifestanti.
Secondo la tv araba Al Jazeera i militari che sono presenti al suo interno hanno aderito alla rivolta contro Muammar Gheddafi.
Secondo il presidente della Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai) Foad Aodi, anche uno dei figli di Gheddafi sarebbe passato dalla parte degli insorti.
Sarebbero circa 50mila i manifestanti che dal quartiere periferico di Tajura si stanno dirigendo verso il centro di Tripoli.
Lo riferiscono testimoni citati dalla tv satellitare Al-Arabiya.
Intanto nella Piazza Verde della capitale libica qualche migliaio di persone sta manifestando in sostegno al regime di Muammar Gheddafi.
La manifestazione dei sostenitori di Gheddafi è seguita in diretta dalla tv di stato libica.
«Abbiamo un piano per far cadere Tripoli – ha detto al Wall Street Journal Tareq Saad Hussein, uno dei sette colonnelli che a Bengasi hanno preso il comando della rivolta, conquistando la seconda città del Paese – non ci fermeremo fino a quando non avremo liberato tutto il Paese».
Secondo l’emittente araba Al Jazeera gli insorti libici si sarebbero di nuovo assicurati il controllo di al Zawia a ovest di Tripoli sulla costa.
Voci riferiscono di nuove dimissioni nello staff del dittatore e di alcuni figli del Colonnello già all’estero.
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Febbraio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
VIAGGIO NELLA ZONA “LIBERATA” DELLA LIBIA TRA I GIOVANI PROTAGONISTI DELLA RIVOLTA CONTRO IL MACELLAIO, MENTRE IN TELEVISIONE ESPLODE LA RABBIA DI GHEDDAFI
Per convincere soldati e poliziotti a fraternizzare con la piazza, i manifestanti hanno cominciato col dare alle fiamme il commissariato.
Quel gesto ha reso Tobruk la prima città caduta nelle mani degli insorti.
Ora è proprio davanti alle rovine di quell’edificio che da una settimana i manifestanti continuano a raccogliersi, mentre pennacchi di fumo si stagliano sull’orizzonte cristallino del Mediterraneo, innalzati da un deposito di munizioni bombardato dalle truppe guidate da un figlio di Muhammar Gheddafi.
È accaduto anche ieri pomeriggio, mentre il leader concionava in tv agghindato nella tunica marrone del beduino, nel patetico proposito di restituire spessore alla leggenda da lui confezionata riguardo alla sua nascita, per richiamare alla fedeltà i leader tribali che lo abbandonano: lui che si dice figlio di pastori della tribù dei Qadhdhafiya, nato nel 1942 sotto una tenda beduina nei deserti della Sirte.
Quando il suo ghigno sulfureo riempie lo schermo della tv, pochi si raccolgono a guardarlo, se non i più anziani nei caffè attorno alla piazza dove adesso sventola alto il tricolore con la mezzaluna “dell’indipendenza” al posto del vessillo verde introdotto da Gheddafi nel ’52 come simbolo della “rivoluzione popolare”.
Verde come il Libro pubblicato dal tiranno nel 1975 per regolare la Jamahiriyyia, l’immaginario Stato delle masse.
È lo stesso che, scolpito in copie di dimensioni monumentali, punteggia il Paese e infatti là fuori i giovani ora stanno demolendone uno a colpi di piccone.
“Ecco la giusta fine di quel libro assurdo”, si sgolano i ragazzi.
I tonfi del cemento che rotola a terra fanno da sordo controcanto alle raffiche di mitra che riempiono il cielo di Tobruk, sparate per festeggiare “la liberazione”.
Sono loro, i giovani, gli eroi della Nuova Rivoluzione, i grandi protagonisti dei moti libici.
Per questo, quando la voce di Gheddafi arriva dai televisori, e lui ringhia “Muhammar Gheddafi è il capo della rivoluzione, sinonimo di sacrifici fino alla fine dei giorni” esplodono le invettive degli shebab, i ragazzi: “Per ironia, il “capo della rivoluzione popolare” sta per essere rovesciato dalla vera Rivoluzione popolare della Libia”, fanno in coro.
“L’uomo è disperato”, ironizzano con un misto di rabbia e disgusto per la “stolta furbizia” del leader, che mette le mani avanti: “Se potessi dimettermi lo farei, ma non sono presidente. Però ho il mio fucile e mi batterò fino all’ultima goccia di sangue”.
Il coro quasi si smorza, incredulo, nell’ascoltare Gheddafi che nega le stragi di questi giorni: “Noi non abbiamo ancora fatto ricorso alla forza. Non ho ordinato di sparare un singolo proiettile”, ripete.
Lo fa sullo sfondo della mattanza dei mille morti denunciati questo pomeriggio dalle ong, a fronte dei 400 calcolati dalla Federazione internazionale della Lega dei diritti umani.
Un gruppo di medici mostra alcuni proiettili raccolti sul bitume.
Uno di loro ha in pugno un proiettile calibro 50, lo stesso calibro usato dalla Nato per trapassare i muri.
“Questo spiega l’osceno stato di certi cadaveri, maciullati”, dice.
Ma quando la voce di Gheddafi rimomba, indirizzandosi ai giovani con l’epiteto di “topi di fogna”; quando li minaccia: “Restituite immediatamente le armi, se no ci saranno mattanze”; e poi evoca i massacri di Tienanmen, nell’89 a Pechino, e la fine di Fallujah, il bastione sunnita iracheno distrutto dagli americani nel 2004, anche gli anziani gli lanciano epiteti di “Kalb, kalb”, cane, cane, “rognoso e rabbioso”.
Seguiti da “Abbasso il macellaio”.
Il frastuono copre il discorso del “re dei re d’Africa” (il titolo di cui s’è fregiato nel 2009 a capo dell’Unione africana) quando lui promette ai “rivoltosi la pena di morte”, legge i codicilli del Libro verde, e si appella ai libici: “Voi che mi amate, voi libici tutti, uomini e donne uscite dalle case, attaccate i topi di fogna nei loro rifugi, purgate la Libia centimetro per centimetro, casa per casa, strada per strada. Prendeteli, arrestateli, consegnateli alla polizia. Milioni mi difenderanno, fatevi sentire e gridate “Sacrificheremo l’anima e il sangue per il nostro leader”.
“Muhammar Gheddafi non è una persona normale, che si possa avvelenare o abbattere con una rivoluzione”, urla ancora e poi resta senza fiato il rais. Scrosci di risate in piazza e nei caffè.
“Il muro della paura è caduto”, commentano di rimando.
Finchè al tentativo di sminuirli: “Stanno soltanto copiando l’Egitto e la Tunisia”, gli shebab rispondono con lo slogan universale delle rivoluzioni arabe: “Erhal, erhal”, vattene, vattene.
Sono loro che hanno pagato il prezzo più alto, e che si preparano a prendere in mano le redini del Paese.
Loro, che vedi pattugliare i posti di blocco che puntellano la Libia liberata, ossia tutta la fascia orientale del Paese.
Indossano gli abiti più strampalati.
Felpe, maglioni a righe, giacconi da cacciatore.
Hanno tutti un cappello in testa, e ce ne sono dalle fogge più strane.
Molti, forse per ridicolizzare quelle di Gheddafi e del suo “amico” Berlusconi, si fasciano la testa di coloratissime bandane. S
cherzano, ridono, ballano, pur essendo tutti armati, chi di Kalashnikov, chi di rivoltelle, chi di mazze ferrate.
Dopo aver controllato il portapacchi delle auto, di solito benedicono il conducente con una frase del Corano.
E sono ancora una volta loro che accolgono i giornalisti con entusiasmo: “Perchè avete tardato?”.
“Finalmente”, dicono, possono consegnare i video dei massacri: immagini a volte troppo raccapriccianti, di corpi esplosi in pezzi. A
ltri filmati confermano le sparatorie sui dimostranti.
Alcuni gruppi sono già partiti verso Tripoli, mentre il movimento si sposta verso occidente a dare man forte alla protesta.
In senso inverso, cioè in direzione del confine egiziano, incrociamo pulmini carichi fino all’inverosimile.
Sono gli immigrati che tornano a casa.
Riportano notizie di Tripoli, di elicotteri che continuano a sparare sui manifestanti, di “orrende sevizie da parte delle milizie di Gheddafi, di notti di terrore coi mercenari che sparano su tutto e tutti, mentre i feriti restano a dissanguarsi sull’asfalto, perchè è impossibile soccorrerli sotto i tiri dei proiettili”.
I lavoratori stranieri vanno a imbottigliarsi alla frontiera di Musaid: aspettano in fila almeno seimila persone.
Altri due milioni pensano di espatriare.
Pietro Del Re
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
FRATTINI: “NON DOBBIAMO DARE L’IMPRESSIONE SBAGLIATA DI VOLER INTERFERIRE”… CRITICHE LONDRA E PARIGI…NEW YORK TIMES: “BERLUSCONI SCIMMIOTTA I MODI DEI DESPOTI ARABI”
In Europa l’hanno ribattezzata “la schizofrenia di Rue Froissart”.
È l’ultimo ritrovato della diplomazia berlusconiana: all’ingresso nelle riunioni comunitarie (le auto delle delegazioni entrano appunto da Rue Froissart, sul lato del palazzo del Consiglio) il politico italiano di turno fa dichiarazioni benevolenti verso il dittatore sotto accusa.
Poi, in riunione, vota con gli altri un comunicato di condanna.
È già successo all’ultimo vertice europeo, quando Berlusconi, arrivando alla riunione, ha cantato le lodi di Mubarak, per poi approvare una risoluzione di condanna delle repressioni ordite dal raìs egiziano.
Era successo in precedenza, quando avevamo difeso il dittatore bielorusso Lukashenko, salvo poi appoggiare le sanzioni Ue alla Bielorussia.
È successo puntualmente anche ieri, con la Libia.
Il ministro degli Esteri Frattini, subito dopo l’ingresso da Rue Froissart, ha difeso le ragioni della “riconciliazione” in un Paese dilaniato dalla guerra civile.
“Spero che in Libia si avvii una riconciliazione nazionale che porti ad una Costituzione libica, come proposto da Seif al-Islam (il figlio di Gheddafi a capo della repressione, ndr)”.
Sempre prima di entrare nella sala del Consiglio, il ministro degli Esteri italiano ha messo in guardia l’Europa contro ogni tentativo di interferire negli affari libici: “Non dobbiamo dare l’impressione sbagliata di volere interferire, di volere esportare la nostra democrazia. Dobbiamo aiutare, dobbiamo sostenere la riconciliazione pacifica: questa è la strada”, ha spiegato ai giornalisti mentre l’aviazione del Colonnello bombardava i manifestanti.
Ma poi, uscito dalla riunione, ha spiegato di condividere pienamente il comunicato finale che “condanna la repressione in corso contro i manifestanti”, chiede “l’immediata fine dell’uso della forza” e difende “le legittime aspirazioni e le richieste di riforme del popolo libico”, che devono essere soddisfatte “attraverso un dialogo aperto e inclusivo che porti ad un futuro costruttivo per il Paese e per il popolo”.
Insomma, se non si chiede esplicitamente l’allontanamento di Gheddafi, poco ci manca.
Quali siano le ragioni che spingono il governo berlusconiano a questo tipo di sdoppiamento, è cosa che a Bruxelles stentano a capire.
Forse perchè non hanno potuto apprezzare fino in fondo quanto sia consustanziale al berlusconismo la “politica dell’annuncio”, che consacra la dicotomia tra fatti e parole.
Forse perchè non hanno (ancora) letto l’editoriale di Roger Cohen sul New York Times, che racconta come “Berlusconi scimmiotta i modi dei despoti arabi confondendo se stesso con la Nazione”.
Ma ormai la “schizofrenia di Rue Froissart” è diventata uno dei divertissements dei diplomatici europei, sempre pronti a sorridere dell’Italia.
Per essere onesti, questa volta Frattini qualche debole tentativo di difendere “l’amico Gheddafi” lo ha fatto anche nel corso della riunione, spalleggiato solo dal collega maltese.
Del resto anche Berlusconi all’ultimo vertice, durante la colazione di lavoro, si era speso in una imbarazzante quanto inutile eulogia di Mubarak.
Questa volta, il nostro ministro degli Esteri ha dovuto battersi contro britannici e tedeschi, che volevano rendere ancora più duro ed esplicito il comunicato finale.
Il ministro degli Esteri finlandese, Alexander Stubb, si era spinto fino a chiedere il varo di sanzioni immediate contro il governo libico.
Ma alla fine i “falchi” non l’hanno spuntata.
“Oggi dobbiamo parlare di dialogo nazionale di riconciliazione – ha spiegato soddisfatto il ministro italiano – non creare le condizioni per un nuovo scontro con decine di migliaia di cittadini europei che vivono in Libia”.
Ma anche la delegazione italiana ha dovuto inghiottire qualche rospo.
Una proposta, avanzata dal ministro maltese e sostenuta dall’Italia, voleva inserire nel comunicato finale una frase in cui l’Unione europea “riconosce pienamente i diritti sovrani della Libia e la sua integrità territoriale”.
L’idea, nonostante le premesse di Frattini sulla non interferenza, era forse quella di sottolineare il pericolo di una spaccatura del Paese tra la parte orientale e quella occidentale.
Ma molti ministri hanno fatto osservare che, come ha spiegato il belga Steven Vanackere, “riconoscere la piena sovranità dei libici in questo momento equivale a legittimare il massacro dei dimostranti come un affare di politica interna su cui non si può interferire”.
Di fronte a questa obiezione, Italia e Malta hanno dovuto rinunciare alla loro richiesta. Ma non importa.
“Sono un ministro europeo e mi riconosco pienamente nella dichiarazione che abbiamo sottoscritto. Anche il comunicato finale parla della necessità di una riconciliazione nazionale”.
Nel comunicato finale, però, la parola “riconciliazione”, tanto cara all’Italia, proprio non compare.
Si deve essere persa in Rue Froissart.
Andrea Bonanni
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 21st, 2011 Riccardo Fucile
IL GOVERNO ITALIANO SI SCHIERA COL BOIA GHEDDAFI: “L’EUROPA NON ESPORTI LA DEMOCRAZIA”…. IN IRAQ E IN AFGHANISTAN ANDAVA BENE BOMBARDARE LA POPOLAZIONE CIVILE, ORA PER SPORCHI INTERESSI ECONOMICI E RAZZISTI FRATTINI DIFENDE CHI HA IMPICCATO CENTINAIA DI STUDENTI: E’ LA DEMOCRAZIA DEL BUNGA BUNGA?
Il video gira su You Tube. 
Un mercenario, assoldato in Ciad da Gheddafi, è catturato dalla folla a Bengasi e ammette: «Ci ordinano di sparare sulla folla».
Ma mentre Francia e Germania assumono una posizione fortemente critica nei confronti del regime libico, il governo italiano “non interferisce” e diffida addirittura l’Europa dall’imporre il proprio modello a Tripoli.
“L’Europa non deve esportare la democrazia”.
Ne è convinto il ministro degli Esteri Franco Frattini che, a margine della riunione dei capi delle diplomazie europee a Bruxelles, è intervenuto sulla situazione libica.
Una dichiarazione lontanissima dalle posizioni espresse dai leader degli altri paesi europei, soprattutto alla luce del fatto che le forze armate italiane sono state mandate a “esportare la democrazia” in Iraq (per ben due volte) e in Afghanistan.
Una presa di posizione da vigliacchie complici degli eccidi.
La linea del titolare della Farnesina sulla pesantissima crisi politica e sociale in Libia è quindi quella della non interferenza: “Noi vogliamo sostenere il processo democratico — continua il ministro — ma non dobbiamo dire ‘questo è il nostro modello europeo, prendetelo’. Non sarebbe rispettoso dell’indipendenza del popolo, della sua ownership”.
Una posizione che stona con quanto espresso dai titolari della diplomazia di tutti i paesi europei e degli Stati Uniti.
Solo per fare qualche esempio la Germania, per voce del ministro degli Affari europei Werner Hoyer, si è detta “preoccupata e indignata” per “la violenza impiegata dalle autorità dello Stato in Libia e in altri stati” del Nord Africa.
Una posizione condivisa anche dalla Francia che con il ministro per le Politiche europee, Laurent Wauquiez, ha condannato l’uso della forza in Libia, definendolo “totalmente sproporzionato” e aggiungendo che i morti negli scontri fra dimostranti e polizia sono “assolutamente inaccettabili”.
Insomma, ancora una volta la diplomazia italiana non perde l’occasione di fare brutta figura davanti al mondo.
Quella che sembrava solo un’infelice battuta di Silvio Berlusconi, che nei giorni scorsi aveva dichiarato “non voglio disturbare Gheddafi”, in realtà era una linea programmatica.
Che poi per Frattini Muammar Gheddafi sia un modello di democrazia è cosa nota da tempo.
In un’intervista concessa a Claudio Caprara del Corriere della Sera il 17 gennaio 2011 e pubblicata sul sito del Mae (ministero degli Affari esteri) il capo della diplomazia italiana definisce il rais un modello di dialogo con le popolazioni locali per un paese arabo.
Nonostante la comunità internazionale condanni senza se e senza ma la violenta repressione in atto in Libia, il governo italiano sembra più preoccupato ad assecondare gli avvertimenti di Gheddafi sulle possibili ripercussioni sulle ondate migratorie provenienti dalla sponda sul del Mediterraneo.
A tale riguardo, l’Unione europea ha riferito di aver ricevuto vere e proprie “minacce” arrivate da Tripoli che avrebbe convocato l’ambasciatore ungherese (paese presidente di turno dell’Ue), per riferire che il Paese non è più disposto a collaborare sul fronte dell’immigrazione se l’Europa continuerà a sostenere i manifestanti.
Minacce simili, ha sempre riferito l’ambasciatore, sarebbero arrivate anche ad altre rappresentanze Ue in Libia.
Le dichiarazioni di Frattini hanno provocato un vespaio di polemiche fra i banchi dell’opposizione. ”.
Le opposizioni chiedono a Frattini di venire in aula a riferire e ad “assumersi la responsabilità del patto d’acciaio stretto per assecondare e proteggere Gheddafi” .
Sulle strette relazioni che legano la leadership libica con il nostro paese è intervenuto anche Enrico Jacchia, responsabile del Centro di Studi Strategici, che in una nota mette in guardia il presidente del Consiglio dall’accogliere e ospitare in Italia il colonnello Gheddafi.
“Se noi lo ospitassimo ci metteremmo in una situazione impossibile con il resto del mondo. Ma le alternative per Gheddafi sono poche”.
Secondo lo studioso di strategia e difesa è molto probabile che il rais, nel caso sopravviva e riesca a scappare da Tripoli, chieda asilo a Roma proprio in virtù dello stretto rapporto che lo lega con Berlusconi.
E un’eventuale decisione del premier di accoglierlo “ci metterebbe in una situazione impossibile con il resto del mondo”, dice Jacchia.
Ecco perchè secondo lui dovrebbe essere convocata una sessione di emergenza del Parlamento o almeno della commissione Esteri.
Questo governo fantoccio affaristico- razzista ha oggi svelato il suo vero volto: ma che destra, sono solo degli ignobili servi di un assassino che paga persino dei mercenari per massacrare il suo popolo.
La destra vera sta col popolo libico, non con Gheddafi e i suoi servi italiani.
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Febbraio 21st, 2011 Riccardo Fucile
I DOCUMENTI DIMOSTRANO L’IDEA CHE LA DIPLOMAZIA STATUNITENSE HA SUL CLOWN BERLUSCONI….DURI GIUDIZI SUL CAOS ORGANIZZATIVO AL G8 DELL’AQUILA: “BERLUSCONI IN EUROPA E’ ORMAI UNA CARICATURA”
Il premier Berlusconi “non è mai stato condannato in via definitiva nei processi a suo carico, che lo inseguono sin da quando è entrato in politica nel 1994”.
Diversi personaggi a lui vicini “sono però stati giudicati colpevoli, con sentenze confermate in appello”.
E in molti casi “per evitare una condanna al premier sono intervenuti i suoi legali, cercando di portare indietro nel tempo l’orologio della prescrizione.
In un caso addirittura il Parlamento controllato dal presidente del Consiglio ha ridotto i termini di prescrizione per i reati a suo carico” (la cosidetta legge ex-Cirielli).
È l’8 ottobre 2009, a pochi giorni dalla bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale, quando Elisabeth Dibble, numero due dell’ambasciata americana a Roma, scrive a Washington per raccontare cosa sta succedendo in Italia.
Dopo la bocciatura della legge che lo avrebbe protetto dai giudici – riferisce la diplomatica – Berlusconi si scaglia contro i giudici “comunisti” e attacca direttamente il presidente Napolitano “rompendo un tabù” di garbo istituzionale e tacciandolo “di essere stato eletto da una maggioranza di centro-sinistra”; il portavoce della maggioranza intanto critica la Corte, definendo la sua sentenza “sfacciatamente politica” e si affacciano quindi timori di una crisi di governo.
Un clima pesante, insomma. A Washington sono preoccupati.
Vogliono spiegazioni.
In un lungo cable, – che fa parte dei 4mila documenti ottenuti
da WikiLeaks di cui l’Espresso ha l’esclusiva- la Dibble lo fa.
Nel documento, classificato come “Confidential” e indirizzato al Dipartimento di Stato Usa – la funzionaria spiega che la Corte Costituzionale ha giudicato illegittima una norma che avrebbe evitato a Berlusconi di essere processato per almeno quattro reati di cui è accusato.
Pragmaticamente la Dibble avverte anche che gli italiani “fanno spallucce su queste questioni così come spesso dimenticano le frequenti gaffes del premier e le sue trasgressioni sessuali”.
Ma in ogni caso la bocciatura del lodo Alfano “ha indebolito il premier. Il doversi difendere dalle accuse – si legge nel documento – diventerà un’altra significativa distrazione” dalle attività di governo, “mentre le aspre critiche a Napolitano minacciano ulteriori divisioni tra Palazzo Chigi e il Quirinale” e hanno un eco poco favorevole tra i cittadini, che rispettano il Presidente della Repubblica.
La Dibble comunque tranquillizza Washington.
Berlusconi è indebolito ma non è sconfitto.
“Il premier ha ancora una solida maggioranza in Parlamento”.
Lo aiuta anche l’opposizione, con il Partito Democratico definito “disorganizzato”: l’ex leader Walter Veltroni ci ha detto che il Pd “sarà competitivo tra quattro-cinque anni, riconoscendo che nell’immediato futuro non sarà una seria alternativa a Berlusconi”.
E “i dissidenti della coalizione di maggioranza” infine “non sono ancora in grado di agire”. Le crepe però si vedono tutte.
Le prime, nella visione americana, si erano già aperte in occasione del G8 de L’Aquila.
Silvio Berlusconi nell’estate del 2009, alla vigilia del vertice tra capi di stato e di governo è già definito – in un altro cable, sempre firmato da Elisabeth Dibble – “una caricatura” in Europa, “bersagliato quotidianamente dalla stampa estera”.
In Italia invece in buona parte della stampa nazionale – nota con stupore l’ambasciata Usa – “pochi analisti sembrano essersene accorti”.
Ma il suo gradimento, fiaccato dai primi scandali a sfondo sessuale (le frequentazioni con la minorenne Noemi Letizia e gli incontri a palazzo Grazioli a cui partecipa la escort Patrizia d’Addario, con corredo di imbarazzanti registrazioni audio) comincia a vacillare.
“Berlusconi è lontano dai picchi di popolarità raggiunti nell’autunno del 2008 – scrive da Roma l’ambasciata Usa – e parte di questa sua debolezza è attribuibile alla stanchezza di molti italiani, inclusi gli elettori di centrodestra, nel vedere immagini in cui il presidente del Consiglio amoreggia assieme ad altri con giovani donne nelle sue residenze”.
La Dibble fotografa con esattezza un trend costantemente calante.
Nell’aprile del 2008 l’indice di fiducia calcolato dall’Istituto Piepoli è a quota 52, sull’onda del tributo alla Resistenza che il premier fa ad Onna, quando in una cerimonia indossa il fazzoletto della brigata partigiana Maiella.
Ma ad agosto 2008 è già precipitato a quota 46: in quei quattro mesi hanno fatto irruzione la visita a Noemi Letizia a Casoria, l’ira di Veronica Lario per il “ciarpame senza pudore”, i festini a palazzo Grazioli con la escort Patrizia D’Addario.
E nel giugno 2009, alla vigilia del G8, si tocca pericolosamente quota 42. Berlusconi lo sa, e come spesso accade inventa il suo colpo di teatro.
Il vertice dei capi di stato e di governo non si farà più alla Maddalena, annuncia Berlusconi nell’aprile 2009, ma sarà trasferito a L’Aquila, da poco devastata dal terremoto.
Una sfida coraggiosa, ma anche una decisione ispirata da opportunismo.
Il 27 giugno la Dibble scrive direttamente al presidente Barack Obama, che sta per arrivare in Italia, e gli illustra cosa troverà .
“Il summit – dice – era in origine previsto alla Maddalena – ma la realizzazione delle opere programmate era molto lontana dalla realizzazione”.
Così ci si trasferisce a L’Aquila.
E sull’appuntamento il premier conta molto per invertire il trend di popolarità calante.
Berlusconi – leggerà Obama nel rapporto – è in questo momento in difficoltà nell’affrontare i reali problemi economici del Paese, ed “è ansioso di ospitare Lei e questo evento dimostrando il suo ruolo e la sua importanza in qualità di capo di governo più longevo del G8. In Italia tutti gli occhi saranno puntati sul premier, ed il vertice cade proprio mentre la stampa nazionale ed internazionale è piena di impressionanti accuse che riguardano la sua condotta privata. Berlusconi – spiega la Dibble – spera di usare il vertice per dimostrare che gode del rispetto internazionale”.
Gli americani staranno al gioco. A mettere i bastoni tra le ruote – paradossalmente – saranno gli italiani.
Per strafare l’Italia organizza il G8 infilando nel programma tutti i temi possibili.
Si dovrà parlare di stabilità finanziaria, di clima, di energia, di sicurezza, di pirateria, dei rapporti tra Pakistan e Afghanistan, di non proliferazione degli armamenti, di commercio mondiale ed anche di sicurezza dell’alimentazione. La Farnesina e gli sherpa sono un vulcano di iniziative.
Tante. Troppe.
“La proliferazione di argomenti e una lista continuamente crescente di invitati caratterizza il vertice”, scrive la Dibble, che usa toni ironici.
A L’Aquila in effetti ci sono tutti.
Il gruppo dei 5 emergenti Outreach (Cina, India Brasile, Sudafrica e Messico), avrà il piacere di vedersi allargato a Corea del Sud, Indonesia e Australia. I paesi del Mef (Major Economic Forum) inizialmente sono soli, ma l’organizzazione italiana provvede ad affiancargli anche la Danimarca.
Ci sono anche gli africani del Nepad (Libia, Egitto, Algeria, Senegal, Nigeria ed Etiopia).
L’Egitto però avrà in dono anche la possibilità di rendersi ubiquo potendo discutere anche con il gruppo Outreach.
In più, visto che c’era posto, sono state chiamate anche Spagna e Olanda.
“Il vertice del G8 italiano – scrive sconsolata la Dibble – sarà il più grande mai organizzato, superando come partecipanti anche il G20. Il risultato? “Sminuita la coesione tra i partner e vanificato l’obiettivo italiano di rendere adeguato il summit”, e questo anche grazie a ministri in competizione tra loro.
L’Aquila insomma è una Babele con pochi frutti, ma gli americani daranno una mano.
Anche perchè, conclude la Dibble, gli italiani si sono detti disponibili a venire incontro “dovunque a tutte le nostre esigenze”.
“La sua visita – signor Presidente ha un significato particolare per il governo, mentre il premier Silvio Berlusconi vede il summit come l’occasione per dare di sè l’immagine di uno statista”.
Fabio Bogo
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 12th, 2011 Riccardo Fucile
LA RICHIESTA DEI PM DI MILANO RIPORTA SUI MEDIA INTERNAZIONALI L’ANOMALIA ITALIANA E IL DEGRADO DELLA POLITICA NEL NOSTRO PAESE… SONDAGGIO WSJ: L’80,3% PER LE DIMISSIONI DEL PREMIER
“Il processo che promette di imbarazzare perfino il primo ministro italiano”. Cioè un uomo che fino ad ora non è sembrato in imbarazzo davanti a nessuna delle accuse e delle critiche che gli sono state mosse, dalla corruzione al conflitto di interessi, dall’inefficienza del suo governo ai festini con escort, minorenni e vallette.
Così l’Economist racconta l’ultimo capitolo nella storia di Silvio Berlusconi, lasciando intendere che potrebbe diventare l’ultimo per davvero: ossia un problema insuperabile per la sua sopravvivenza politica.
E l’impressione che la richiesta dei magistrati milanesi di rinviare a giudizio il leader del Pdl sia la goccia che fa traboccare il vaso è condivisa oggi dalla maggioranza dei media internazionali.
I maggiori giornali stranieri, così come le più importanti reti televisive, dalla Bbc a Sky alla Cnn, dedicano lunghi servizi agli sviluppi della vicenda.
Il Wall Street Journal, maggior quotidiano finanziario americano, ha una pagina sulla richiesta di processare Berlusconi: un lungo articolo nota che, se il premier sarà incriminato, si tratterà del quarto procedimento giudiziario in cui si ritroverebbe imputato nei prossimi mesi, e aggiunge che il processo per concussione e induzione di un minore alla prostituzione può in ogni caso “destabilizzare” la sua fragile maggioranza di governo.
Il Wall Street Journal pubblica sul proprio sito anche un sondaggio: l’80,3 per cento dei rispondenti dicono che Berlusconi dovrebbe dimettersi, il 19,7 per cento dicono che deve restare al suo posto.
“Silvio Berlusconi mostra di non comprendere la differenza che intercorre tra il tornaconto personale e il dovere nei confronti del pubblico. Egli abusa la sua carica politica per i suoi fini e sfida chiunque a fermarlo: è da tempo passato il momento in cui questa farsa avvilente e distruttiva arrivi a una fine”. E’ la conclusione di un durissimo editoriale del Times di Londra – titolo: ‘Abuso di potere’ – dedicato alle vicende giudiziarie del presidente del Consiglio italiano.
“La volgarità – prosegue il quotidiano conservatore – è sempre stata una componente distintiva della sua avventura politica, ma un procedimento penale è un’aggiunta che oltrepassa l’ordinario squallore. Dovrebbe essere superfluo affermarlo, ma Berlusconi è distante dalla consapevolezza quanto lo è dal decoro, quindi ribadiremo l’ovvio: la sua condotta è incompatibile alla carica istituzionale che ricopre quindi dovrebbe dimettersi immediatamente”. Per il Times, poi, l’incompatibilità di Berlusconi non deriva solo da questioni di affari interni, per i quali “gli amici dell’Italia dovrebbero restare in silenzio”. “Berlusconi, oltre a degradare la politica nazionale, ha infatti ricoperto di vergogna la diplomazia”.
Segue un lungo elenco di ‘gaffe’ dall’Obama abbronzato a il gesto del mitragliatore alla giornalista russa che incalzava Putin con domande taglienti. “La tentazione di definire il primo ministro italiano come un buffone le cui azioni sono dettate da vanità e venalità è alta. Purtroppo la verità è peggiore”. Il Times dedica poi una pagina intera al caso, scrivendo che il settimanale Oggi avrebbe ricevuto l’offerta di foto e video: “Una foto del capodanno 2008 in cui il premier è con Noemi Letizia e miss Oronzo, entrambe 17enni all’epoca” e due video ripresi a Villa Certosa e quattro a Palazzo Grazioli, in uno dei quali Noemi “fa una danza sensuale su un palcoscenico”.
Berlusconi è sopravvissuto a molti scandali, osserva il Times, ma questa è “la minaccia legale più grave da quando salì per la prima volta al potere nel 1994”.
“Sta per finire in galera?” titola senza mezzi termini l’Independent di Londra, in un’analisi dettagliata di tutti i nuovi capi di imputazione contro il premier. L’Independent chiede il parere di James Watson, docente di scienze politiche all’American University di Roma, che afferma: “E’ chiaro a questo punto che Berlusconi non si libererà delle minacce legali. L’unico dubbio è se le combatterà da Roma o dall’esilio in Antigua”.
L’Economist, il settimanale globale che vende un milione e mezzo di copie in tutto il mondo, scrive: “Il primo ministro italiano, Silvio Berlusconi, è stato raramemente fuori dai problemi nei suoi 18 anni di carriera politica, ma le ultime accuse mosse contro di lui dagli inquirenti milanesi sembrano il problema peggiore che ha mai avuto fino a questo punto”.
In una corrispondenza da Roma, il settimanale nota che le 800 pagine di imputazioni descrivono Berlusconi come “uno che passa il tempo libero come se fosse uno dei più sordidi imperatori romani”.
L’Economist giudica “probabile” che il processo per il Rubygate si farà e richiama l’attenzione sul “linguaggio pericoloso” usato dal premier e dalla Lega Nord quando parlano di prepararsi a una “guerra totale”.
Anche il quotidiano progressista britannico Guardian mette l’accento sulla minaccia di “guerra totale” pronunciata dagli alleati di Berlusconi all’indirizzo di giudici, media, opposizione, mentre il conservatore Telegraph riferisce anche dell’altra vicenda emersa di recente, i presunti rapporti a pagamento tra il primo ministro e Sara Tommasi, “che prima lo chiamava ‘amore’ e poi lo ha accusato di abuso di potere”.
Il Financial Times online, accanto all’articolo di cronaca, pubblica una mappa interattiva dal titolo “La politica e gli scandali di Berlusconi” dove si ripercorrono, dal 1994 ad oggi, le vicende del Cavaliere “perseguitato da una sequenza di casi giudiziari”.
In Spagna la vicenda è tornata sui principali quotidiani.
El Pais si sofferma sulla reazione del premier e titola “Berlusconi: ‘i giudici sono uno schifo e infangano l’Italia’”.
In Francia, la notizia è ripresa da Le Figaro che si chiede “se il premier affronterà i giudici”.
Mentre per France Soir l’interrogativo è: “Berlusconi sarà presto giudicato?”.
Oltreoceano, la Cnn online ricorda che “l’accusa” per il caso Ruby “non è l’unica questione legale che sta affrontando Berlusconi” e osserva che, nonostante “il premier abbia superato due voti di fiducia negli ultimi mesi e il suo partito goda di un vasto supporto in Italia, gli scandali, uno stile di vita da playboy e una serie di gaffe ben pubblicizzate hanno esposto il premier al ridicolo. E ci sono segnali che gli italiani siano stanchi del costante focalizzarsi sulle sue faccende personali”.
Il Boston Globe, in un editoriale dal titolo “Crimini, non giochi”, osserva che gli italiani non “hanno bisogno di essere puritani per decidere che Berlusconi non è adatto a governare”.
Nel resto del mondo, la notizia è in evidenza sul canale di news australiano Abc, sul sito della tv del Qatar Al Jazeera ed è riportata anche dall’agenzia ufficiale cinese Xinhua.
Mentre in Sud America i principali quotidiani, dal Perù all’Argentina, si soffermano sul caso e in Brasile diversi media riferiscono che anche “il nome di Ronaldinho è coinvolto negli scandali di Berlusconi”.
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Febbraio 11th, 2011 Riccardo Fucile
“IL PREMIER ITALIANO HA UMILIATO SE STESSO, SVALUTATO IL SUO UFFICIO E MESSO IN IMBARAZZO GLI ALLEATI DELL’ITALIA”…”LE SUE AZIONI TRADISCONO VENALITA’ E VANITA’, EGLI ABUSA DELL’UFFICIO POLITICO PER FINI PERSONALI: E’ ORA CHE QUESTA UMILIANTE FARSA FINISCA”
“Abuso di potere”.
Il Times di Londra non va per il sottile e dedica il suo editoriale di apertura al caso Ruby.
Il titolo è eloquente e il contenuto pesantemente critico nei confronti di Silvio Berlusconi.
La tesi è riassunta nel sommario: il premier “ha umiliato se stesso, ha svalutato il suo ufficio e ha messo in imbarazzo gli alleati dell’Italia”.
Aldilà delle ricadute giudiziarie, che pure per il quotidiano hanno una loro rilevanza, il Times sottolinea come le vicende emerse negli ultimi mesi non siano una questione “di carattere interno su cui gli amici dell’Italia debbano stare zitti”.
Berlusconi “ha screditato la diplomazia” scrive il giornale che poi elenca una serie di fatti: le frasi su Obama (“giovane, attraente e anche abbronzato”), l’incontro con Angela Merkel (lasciata in attesa per rispondere a una chiamata sul cellulare), l’invito alla finanza americana a investire nel Bel Paese perchè “ci sono belle segretarie”, il suo comportamento “rozzo” al ricevimento di Buckingham Palace, la conferenza stampa con Putin durante la quale “pretese di cacciare una giornalista russa che poneva domande severe”.
A tutto ciò, rileva il Times, si aggiungono le ultime notizie sull’inchiesta milanese.
“E’ facile insinuare che il Primo Ministro italiano è un pagliaccio le cui parole e azioni tradiscono vanità e venalità . Sfortunatamente la verità è persino peggiore. Il signor Berlusconi dimostra di non avere alcuna comprensione della distinzione fra ruolo pubblico e gratificazione personale. Abusa dell’ufficio politico per fini suoi e sfida chiunque tenti di fermarlo. E’ ora che questa umiliante e distruttiva farsa finisca”.
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Gennaio 19th, 2011 Riccardo Fucile
ARTICOLI E CORRISPONDENZE SU TUTTI I PRINCIPALI GIORNALI DEL MONDO, DI VARI ORIENTAMENTI….LA BBC: “I MAGISTRATI MILANESI HANNO MORSO IL FRENO”
Il caso Ruby continua a conquistare spazio sulle pagine dei quotidiani e i siti web di mezzo mondo.
A seguire le vicende del premier con maggiore attenzione è in particolare la stampa britannica.
Aggiornamenti sulle novità emerse dal deposito degli atti giudiziari alla Camera dei deputati, corredate da gallerie di immagini delle donne che sono solite accompagnare Silvio Berlusconi, sono presenti sulle edizioni online di Finacial TImes, Guardian e Daily Mail , con tanto di dettagli sulle più scabrose conversazioni intercettate dagli inquirenti.
The Independent interviene invece anche con un commento di Peter Popham nel quale l’editorialista sostiene che “stavolta neppure Silvio se la può cavare”.
Altro editoriale sul sito della Bbc .
“Un premier miliardario di una grande nazione europea nasconde prostitute e fornisce loro appartamenti gratis o elargisce denaro? In un mondo socialmente collegato, iper-controllato e senza segreti potrebbe sembrare bizzarro che si scherzi con queste cose, come Berlusconi suggerisce. Eppure – scrive Duncan Kennedy – si ha la sensazione che i magistrati milanesi abbiano morso il freno sulla questione”.
Restano accesi i riflettori sul presidente del Consiglio anche negli Stati Uniti. Se il Washington Post si limita a pubblicare un breve articolo ripreso dall’agenzia Ap, va invece in profondità il Wall Street Journal che arricchisce la sua corrispondenza da Roma con una mappa interattiva della carriera politica di Berlusconi, delle sue disgrazie giudiziarie e dei ripetuti tentativi di sottrarsi alle inchieste attraverso leggi ad personam.
Spazio alla difesa del premier anche sul sito della Cnn .
Molto seguito lo scandalo Ruby pure In Germania, nazione abituata a dimissioni di politici e uomini delle istituzioni per molto meno.
La Sudduetsche Zeitung titola: “Prove contro Berlusconi”, mentre la versione web del settimanale Spiegel sottolinea che ieri “nuovi dettagli hanno messo in imbarazzo” il Cavaliere.
Il tabloid popolare Bild nel titolo di un breve articolo, si chiede: “Berlusconi e Putin si sono incontrati nell’affare sexy?”.
In Francia l’edizione online di Le Monde parla di una situazione che “si fa più e più imbarazzante per Berlusconi”.
In Spagna articolo sia sull’edizione cartacea che su quella telematica per El Pais . Secondo il corrispondente da Roma Miguel Mora “la vicenda ha assunto dimensioni enormi”, e quelle attuali sono “ore decisive per la sopravvivenza politica di Berlusconi”.
Il catalano La Vanguardia si concentra invece sulla possibile “fidanzata” del Cavaliere e sostiene – indicando Nicole Minetti – che “potrebbe essere la sua igienista dentale e consigliera regionale lombarda”.
Ma il caso Ruby balza alle cronache anche in Sud America, ed è riportato dall’argentino El Clarin e dal messicano El Milenio, mentre il foglio brasiliano La Folha de Sao Paulo titola in prima pagina: “Secondo la procura, Berlusconi ha indotto alla prostituzione diverse giovani ragazze”.
Lo sputtanamento del nostro Paese continua.
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