Agosto 16th, 2019 Riccardo Fucile
“I SOCCORSI VANNO GESTITI DALL’EUROPA E LA RIDISTRIBUZIONE DEVE ESSERE CHIARA”
Il premier Giuseppe Conte lo ha ricordato nel giorno di Ferragosto al ministro dell’Interno,
Matteo Salvini: “Francia, Germania, Romania, Portogallo, Spagna e Lussemburgo mi hanno appena comunicato di essere disponibili a redistribuire i migranti. Ancora una volta, i miei omologhi europei ci tendono la mano“, ha scritto nella lettera indirizzata al suo vice, aggiungendo: “Non limitiamoci a posizioni di assoluta intransigenza”.
L’Europa si è mossa, quindi, anche se con colpevole ritardo. Ci è voluta una settimana prima che arrivasse una risposta, come già successo negli altri casi in cui la disponibilità degli Stati Ue aveva poi portato allo sblocco della situazione.
Che qualcosa in questo meccanismo debba cambiare è evidente anche alla cancelliera tedesca Angela Merkel: “Sono convinta che ci sia bisogno di un nuovo meccanismo di ridistribuzione che metta in chiaro la responsabilità di tutti” sul tema dei migranti, ha detto solo l’altro ieri.
Un messaggio rivolto soprattutto a chi dovrà prendere il posto di Juncker: la nuova presidente della Commissione Ursula von der Leyen. La fedelissima che di certo non potrà ignorare la linea dettata da chi le ha permesso di sedere a capo dell’esecutivo di Bruxelles.
“Un nuovo inizio credo sia buono per tutti”, ha sottolineato Merkel riferendosi proprio al nuovo corso che comincerò la sua ex ministra della Difesa.
Quindi i punti su cui, secondo la cancelliera, serve intervenire: “Prima di tutto dobbiamo combattere i trafficanti di uomini in modo da ridurre il più possibile la migrazione illegale”. “Per farlo dobbiamo portare avanti le trattative con i Paesi africani, avere un processo di pace in Libia, fare in modo che in Siria si proceda per via politica e che l’accordo Turchia-Europa sia messo in atto”, ha continuato Merkel.
Che ha un altro chiodo fisso, ribadito nuovamente anche il 15 agosto: il ripristino del salvataggio in mare coordinato dagli Stati europei. “Sicuramente sarebbe bello, oggi avremmo di nuovo una missione Sophia e navi statali che salvano persone”, ha sottolineato.
A far morire la missione Sophia era stato proprio il governo gialloverde, chiedendo una revisione degli accordi.
Senza le navi militari europee, il tratto di mare tra Sicilia e Libia resta pattugliato solamente dalla sedicente guardia costiera libica e dalle ong. Anche di questo si è discusso nell’ultimo vertice europeo sul tema, tenutosi a metà luglio a Helsinki.
“Non possiamo agire da soli. Dobbiamo continuare a insistere in Europa, come peraltro hai fatto tu, di recente a Helsinki. E’ questa la direzione giusta. E poi non oscuriamo quello che abbiamo fatto di buono”, ha scritto il premier Conte sempre nella lettera rivolta a Salvini.
I giornali tedeschi raccontano però di un’offerta di cui il Viminale non ha dato conto: un nuovo meccanismo di redistribuzione proposto proprio dal ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer, in accordo con il suo omologo francese Christophe Castaner.
Nel concreto della proposta targata Seehofer non si sa molto: dovrebbe sicuramente coinvolgere circa 15 Paesi europei, tramite un meccanismo ad hoc che scatterebbe di volta in volta, ma senza delle quote fisse per Paese.
Una proposta tiepida quindi e ancora tutta embrionale, ma su cui Salvini, secondo i racconti dei quotidiani tedeschi, non avrebbe neanche voluto ragionare, imputandosi sulla questione del porto di sbarco.
Nel successivo incontro voluto da Emmanuel Macron a Parigi, il leader della Lega non si è presentato. In quell’occasione 14 Paesi avrebbero, secondo il racconto del presidente francese, trovato un accordo di massima su un nuovo meccanismo di redistribuzione dei migranti che Macron ha definito “veloce” e “automatico“.
I promotori dell’iniziativa, oltre a Francia e Germania, sono Finlandia, Lussemburgo, Portogallo, Lituania, Croazia e Irlanda. Da Parigi, il ministro degli Esteri tedesco Heiko Mass aveva fissato nel prossimo vertice di Malta a inizio settembre il momento utile in cui trovare un accordo definitivo.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 9th, 2019 Riccardo Fucile
TIMES: “SALVINI VUOLE DIVENTARE IL DITTATORE DELL’ITALIA”
“La terza più grande economia dell’eurozona nel caos”, con la coalizione di governo italiana sull’orlo del collasso e di elezioni anticipate.
Così il Financial Times commenta la crisi nel nostro Paese in un articolo che apre stamane il sito del quotidiano della City. La notizia dell’imminente voto di fiducia in parlamento e dell’incontro tra il premier Conte e il presidente Mattarella viene riportata con ampio rilievo da numerosi giornali britannici.
Il Financial Times cita l’opinione di Giovanni Orsina, docente di scienze politiche all’università Luiss di Roma, secondo cui Mattarella potrebbe nominare un governo ad interim per guidare l’Italia durante la campagna elettorale, se come previsto l’attuale coalizione verrà sfiduciata segnando la fine dell’alleanza tra 5 Stelle e Lega.
“Poichè a organizzare le elezioni è il ministro degli Interni, di cui è capo Salvini, il presidente della repubblica potrebbe decidere che non è giusto che sia questo governo a gestire il voto”, afferma il professor Orsina.
Il Guardian sottolinea che la spaccatura finale è arrivata dopo mesi di polemiche tra i due partiti partner della coalizione di governo e le profonde differenze che li separano su questioni cruciali. Salvini, “che si muove da tempo come se fosse già in campagna elettorale, minacciava elezioni da settimane dopo che la Lega ha raggiunto il 36 per cento dei consensi nei sondaggi, mentre i 5 Stelle sono scesi al 15” scrive il quotidiano londinese.
Anche la Bbc sottolinea in un servizio sul suo sito che i sondaggi hanno capovolto i risultati delle elezioni dello scorso anno, “quando i 5 Stelle vinsero il doppio dei voti della Lega: ora il partito di Salvini appare largamente in testa, principalmente grazie alla sua posizione contro l’immigrazione illegale”. La radiotelevisione di stato britannico ricorda che lo scontro sulla Tav è stato l’ultimo motivo di conflitto tra i due litigiosi alleati della coalizione.
“Salvini vuole nuove elezioni nel tentativo di ottenere da solo il controllo dell’Italia” titola il Times, definendolo come “il leader antimigranti” e dando per inevitabile la crisi.
Tutti i giornali parlano della possibilità che il voto anticipato nel nostro Paese si tenga all’inizio dell’autunno: per coincidenza nello stesso periodo in cui, secondo l’opinione dominante, anche la Gran Bretagna potrebbe tornare alle urne, dopo un possibile voto di sfiducia in settembre contro Boris Johnson.
(da agenzie)
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Agosto 9th, 2019 Riccardo Fucile
E IL FRANKFURTER ZEITUNG RICORDA I SUOI LEGAMI CON PUTIN
Le notifiche dei grandi giornali tedeschi sono arrivate sugli smartphone già ieri sera intorno alle
20.30, e i flash d’agenzia avvertivano, quasi unanimamente, che “Salvini vuole elezioni anticipate”.
Ma a parte un pezzo della Frankfurter Allgemeine Zeitung sul sito di stamane che ricorda la vicinanza tra il leader della Lega e Vladimir Putin, i titoli sono rimasti piuttosto sobri.
Anche perchè gli articoli spiegano che l’iter istituzionale è complesso e le urne non ancora scontate. Persino la Bild ha rinunciato al solito ditino alzato per informare i suoi elettori degli ultimi sviluppi italiani in modo asciutto.
Secondo lo Spiegel, però, Matteo Salvini precipita l’Italia in una “crisi pesante”, e dopo aver declinato tutti gli scenari, osserva che Sergio Mattarella “ha spesso insistito perchè ci sia un governo in carica” durante “la discussione con la Ue sulla Finanziaria”, prevista da settembre.
Anche la Zeit sottolinea che “in autunno, in realtà , il governo dovrebbe presentare il bilancio, che il Parlamento dovrebbe approvare entro la fine dell’anno”.
La Sà¼ddeutsche Zeitung osserva come per gli italiani, “abituati a ogni tipo di capitombolo politico, questa crisi sarebbe un inedito. Nel mezzo dell’estate, mentre il Parlamento è in vacanza — come può mai funzionare?”.
Anche il quotidiano di Monaco sottolinea che il ruolo di Mattarella diventa ora centrale. E che, se si rifiutasse di sciogliere le Camere, “rischierebbe di regalare ancora più voti al trionfatore del momento”, ossia Salvini.
La svizzera Neue Zà¼richer Zeitung, molto letta anche in Germania, osserva che Salvini ha aperto la crisi dopo mesi di incomprensioni con i 5Stelle, ricorda che la crisi era già stata sfiorata a marzo, sempre a causa della Tav, e che il vicepremier leghista vuole andare evidentemente all’incasso dopo che gli ultimi sondaggi lo danno al 36%.
(da agenzie)
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Agosto 2nd, 2019 Riccardo Fucile
IL GOVERNO CHE VOLEVA RIVOLTARE L’EUROPA NON RIESCE A FARE NEANCHE IL NOME DEL COMMISSARIO… LA VON DER LEYEN VA DA CONTE MA TROVA UN’ITALIA SMOBILITATA E PARALIZZATA DAI GIOCHINI DI SALVINI CHE SE NE FREGA DEGLI INTERESSI NAZIONALI
Perchè poi, quando si alimenta tutto questo mistero sui “nomi”, la verità è che i nomi non ci sono.
Ci sono ipotesi, più o meno convinte, più o meno improvvisate e un alone di mistero per coprire il vuoto attorno a chi sarà il commissario europeo che spetta all’Italia.
Ma non c’è, questo il punto, una strategia credibile costruita dal Governo italiano sul dossier, neanche sull’ultima nomina rimasta, l’ultimo strapuntino dopo il grande fallimento del negoziato attorno ai vertici europei, che registra l’Italia più debole e isolata.
È la fotografia di un reflusso, dopo i roboanti annunci alla vigilia del voto sulla “rivoluzione sovranista” che avrebbe portato a un cambiamento radicale nella tolta di comando dell’Ue.
Adesso non c’è certezza neanche sul commissario. Quale casella, pesante o un contentino. Quale figura, tra tanti nomi che vengono fatti che non parlano neanche inglese.
Ecco, la visita italiana del neo commissario Ursula von der Leyen si è rivelata, in definitiva, un semplice scambio di cortesia, più che un appuntamento negoziale vero. Perchè ha trovato un’Italia smobilitata, con il premier che, con la consueta eleganza, ha sondato e chiesto garanzie, affogando in una sorta di discorso sul metodo l’impossibilità di un discorso politico, razionale, definito, supportato da una riflessione condivisa all’interno del Governo.
Anche la potente fabbrica degli spin che alberga a palazzo Chigi si limita a far trapelare che “nomi non ne sono stati fatti”, ma ancor più indicativo è che i più abili sarti della comunicazione fossero in vacanza, elemento che misura l’importanza attribuita all’incontro e il clima che si respira.
E il vero capo del Governo che dal Papeete Beach si diletta e diletta in un quotidiano panem et circentes, alimentando il mito dell’estraneità all’establishment nazionale ed europeo, perchè in fondo cosa gliene frega al popolo di chi sarà il commissario italiano nell’Europa dei banchieri e delle regole assurde, che magari esprimerà qualche perplessità sulla prossima manovra se costruita con l’intento di sballare i conti.
E cosa gliene frega che l’Italia è sempre più isolata rispetto al passato in cui — basta fare qualche nome: Prodi, Monti, Bonino, Draghi — era nel cuore apicale dell’Unione, dove le decisioni vengono prese e non subite.
C’è tutto questo dietro il mistero sui nomi, dati all’ultimo momento, come se la questione non fosse rilevante.
E su una trattativa che non decolla e non perchè c’è tempo fino a fine mese (gli altri paesi già da tempo sono impegnati sul dossier), ma perchè manca la colla politica.
E l’Italia è arrivata tardi e male. La verità è su questo che per Salvini si misura il peso dell’Italia in Europa, perchè in fondo la sua strategia “prescinde” da questo. E prescinde, sempre, da una assunzione di responsabilità per cui, alla fine, è meglio dire “colpa degli altri”: vale per il Governo italiano, vale per l’Europa.
La solita ridda di voci attorno ai soliti nomi lascia intendere che il leader della Lega ha fatto davvero il minimo indispensabile preferendo stare “fuori”, sin dal voto contro la commissaria su cui si è diviso il governo e ha affondato l’unica vera, possibile, candidatura di peso, quella di Giancarlo Giorgetti.
Perchè magari i petali della rosa saranno anche nomi eccelsi della Lega — Giulia Bongiorno, Lorenzo Fontana, Massimo Garavaglia — ma il punto è che una strategia degna di questo nome si basa sul rapporto tra il nome e il portafoglio a cui si ambisce. Ed è chiaro che se l’ambizione, come ha spiegato il presidente del Consiglio, è di avere un portafoglio economico è altrettanto chiaro che alcuni di questi nomi sono palesemente inadatti. Insomma, nomina sunt conquaentia rerum.
Invece l’impressione è che la questione del commissiario europeo si sia ridotta all’ennesimo tassello di un gioco interno che poco a che fare con una visione dell’interesse nazionale e con il ruolo che il governo, nel suo insieme, vuole giocare in Europa: Salvini che dà il nomi a Conte solo alla fine, Conte che fa trapelare la sua irritazione, un incontro inutile con il neo-commissario, Salvini che, fanno sapere i suoi, “adesso vuole vedere come si comporta Conte” e alimenta la suspense prima del suo comizio balneare di sabato sera in cui continuerà a tenere sulle corde il governo.
Parliamoci chiaro: se l’intero gioco fosse stato coralmente gestito attorno a una figura credibile, il premier avrebbe avuto maggiori margini di azione e tutto sarebbe stato costruito con la consueta grancassa mediatica, non certo in un clima di vacanza, telefoni spenti, sospiri e misteri.
E magari qualcuno avrebbe fatto una telefonata al Quirinale che, si sa, non interviene su ciò che è di competenza del governo, ma certo ha cuore tutto ciò che attiene al peso e al ruolo che l’Italia agisce in Europa.
È chiaro che Salvini non ha fretta. E in questa sconfitta annunciata di un paese che, in Europa, rischia di doversi accontentare di uno strapuntino, c’è il gioco cinico e angusto di chi vuole tenersi le “mani libere”, nell’ambito di una “via nazionale” al sovranismo, fallita la rivoluzione europea.
Neanche il commissario. Sai che bella campagna d’autunno contro la perfida Europa dei tecnocrati, della Merkel, di Macron e della von der Leyen.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 1st, 2019 Riccardo Fucile
VON DER LEYEN HA UNA VISIONE POLITICA CHIARA: “I PRO-EUROPA DEVONO AGIRE INSIEME”…. IL SUO SOGNO GLI STATI UNITI D’EUROPA… ATTENDE DUE NOMI DA CONTE TRA CUI SCEGLIERE UN COMMISSARIO “EUROPEISTA”
Ursula alla conquista dell’Europa. Con propositi ambiziosi e una visione politica molto chiara,
attorno alla quale Ursula von der Leyen, neo presidente della Commissione europea, farà discendere alleati e avversari: “I pro-Europa devono agire insieme”. Oltre le tradizionali famiglie politiche, oltre la vecchia divisione tra destra e sinistra: è il progetto-Europa la bussola della ex ministra della Difesa tedesca; un progetto che definisce già di per sè coloro che sono già entrati nell’elenco dei “cattivi”: i sovranisti di vecchio e nuovo conio, sotto qualunque coloritura politica e ideologica essi si manifestino.
“La parola chiave del suo agire è: unire — dice ad HuffPost una fonte diplomatica tedesca molto vicina alla neo presidente — ma una unità da raggiungere nella chiarezza d’intenti e nella condivisioni delle grandi scelte strategiche. Von der Leyen è stata ministra della Difesa, ma è una politica che sa, e lo ha praticato, che la migliore difesa è l’attacco”.
Ascoltare, mediare ma poi decidere senza guardarsi indietro: è il segno del tour nelle cancellerie europee della neo presidente della Commissione europea, che l’ha vista impegnata ieri a Madrid, oggi a Bruxelles dove ha incontrato il premier ungherese Viktor Orban, e domani a Roma. “Ho avuto discussioni fruttuose ed un pranzo di lavoro con Pedro Sanchez.
Ci sono grandi sfide davanti a noi, come la transizione ecologica, la migrazione, la digitalizzazione e una possibile Brexit senza accordo”, ha scritto von der Leyen su Twitter, commentando la sua visita a Madrid.
“L’eguaglianza di genere sarà uno dei nostri progetti comuni. I pro-Europa devono agire insieme”, ha aggiunto.
Prima della tappa spagnola, la neo presidente era stata a Berlino, Parigi Varsavia, Zagabria. Von der Leyen è alle prese con un problema che le sta particolarmente a cuore: mantenere la sua prima promessa, che è quella di una Commissione paritaria, tanti uomini tante donne (sin da quando era ministro per la Famiglia in Germania, la von der Leyen si è battuta per le quote rosa, anche contro il volere del suo capo, Angela Merkel).
Al momento l’equilibrio è precario. Su diciannove candidature pervenute, ci sono otto nomi di donna: uno è quello della stessa von der Leyen, altri tre più che candidature sono delle conferme: la danese Margrethe Vestager, la bulgara Mariya Gabriel e la ceca Vera Jourovà¡. Poi ci sono l’estone Kadri Simon, la finlandese Jutta Urpilainen, la maltese Helena Dalli e la cipriota Stella Kyriakides (è la prima volta che Estonia, Finlandia e Malta propongono una donna).
C’è tempo fino al 26 agosto ma la presidente della Commissione europea non vorrebbe fare un viaggio a vuoto in Italia. Domani, a Palazzo Chigi dal premier Giuseppe Conte gradirebbe sentirsi proporre un nome (meglio due, un uomo e una donna) per rappresentare l’Italia nella futura squadra di Bruxelles.
Commissario già indicato da molti Paesi, alcuni dei quali hanno già opzionato il portafoglio: più tardi si arriva e meno si ha la possibilità di ottenere un ruolo di rilievo, magari economico come più volte auspicato da Conte (quanto ad una vice presidenza, è inutile insistere, partita persa).
Domani a pranzo il Commissario italiano sarà dunque il primo degli argomenti in agenda anche se il tour europeo di von der Leyen è solo il primo giro d’orizzonte della nuova legislatura e la trattativa finale per la definizione della squadra si concretizzerà dopo la pausa ferragostana.
La neo presidente, confidano ad HuffPost fonti diplomatiche italiane, ha molto apprezzato il segno fortemente europeista dato dal Capo dello Stato Sergio Mattarella, dal presidente del Consiglio e dal ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi nei loro interventi alla recente Conferenza degli Ambasciatori e Ambasciatrici italiani, annoverati a pieno titolo tra i “pro-Europa” che “devono agire insieme”.
Una squadra di cui non fa parte il vice premier e ministro dell’Interno Matteo Salvini, e non solo perchè gli europarlamentari della Lega hanno votato contro la nomina della ex ministra tedesca. Il protocollo diplomatico non prevede altri incontri se non con i primi ministri, ma anche se si fosse fatto uno strappo alla regola, non avrebbe di certo riguardato il vice premier leghista.
Ursula si profila rispettosa delle regole ma non vestale di un iper rigorismo senza flessibilità : “La Commissione che presiederò monitorerà molto da vicino la situazione in Italia, così come in altri Paesi. Il nostro obiettivo è di riuscire a investire per stimolare la crescita senza contravvenire alle regole esistenti”, ha sostenuto la neopresidente della Commissione europea in una intervista concessa due settimane fa ai giornali del gruppo Lena, tra cui Repubblica, rispondendo ad una domanda sul perchè′ sia stata fermata la procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia.
E poi c’è, per l’appunto, il nodo dei commissari. “E’ diritto di ciascuno Stato membro proporre i propri commissari”, così′ come è “diritto del presidente chiedere altri nomi qualora se ne ravvisino delle buone ragioni”, aveva rimarcato von der Leyen sulla possibilità che l’Italia proponga un commissario della Lega.
“Per iniziare bene – ha aggiunto – è′ importante che io non dia delle condizioni, l’unica cosa che mi sembra essenziale è che nella composizione del collegio ci siano tante donne quanti sono gli uomini”.
Se Roma venisse incontro a questo input, guadagnerebbe molti punti con la neo presidente. Tre i nomi “rosa” più gettonati: Giulia Bongiorno, attuale ministro per la Funzione Pubblica in quota Lega ma non sgradita al Movimento 5 Stelle; la ministra della Difesa, la pentastellata Elisabetta Trenta e la Segretaria generale della Farnesina, l’ambasciatrice Elisabetta Belloni.
Sull’impegno europeista di von der Leyen, nessuno ha dubbi alla Farnesina o a palazzo Chigi (e questo infastidisce non poco il titolare del Viminale”). Von del Leyen, annota in proposito con HuffPost il professor Angelo Bolaffi,filosofo della politica e germanista, dal 2007 al 2011 direttore dell’Istituto di cultura italiana a Berlino, “è una europeista convinta e rappresenta la tradizione della Germania renana di Adenauer e Kohl.
Da questo punto di vista c’è una sensibilità europeista superiore a quella anche della Merkel, cresciuta nelle regioni dell’ex Germania dell’Est.
Il vero fatto nuovo è un tedesco alla guida della Commissione europea, ma a differenza di quanto molti hanno sostenuto, e cioè che è l’ennesima prova del ‘predominio germanico’, la guida della Commissione europea in mano tedesca costringe la Germania ad assumersi una responsabilità europeista che necessariamente dovrà andare oltre il semplice e ripetuto appello a ‘rispettare le regole’”.
L’europeismo di von der Leyen abbraccia anche un campo a lei molto conosciuto: quello della difesa e della sicurezza (un campo, quest’ultimo, nel quale i servizi d’intelligence di Berlino sono all’avanguardia in particolare nel contrasto al cyber terrorismo).
Il suo passaggio al ministero della Difesa – prima donna a ricoprire tale ufficio nella storia della Germania – avviene con il governo Merkel III.
Due anni fa è stata al centro di uno scontro frontale con i vertici militari tedeschi dopo che era scoppiato uno scandalo sulla presenza di militari filonazisti nella Bundeswehr, avendo von der Leyen accusato i generali di “debolezza di conduzione” dell’esercito. La ministra rispose alle critiche annunciando una grande riforma delle forze armate e chiedendo più investimenti a favore della difesa.
Una battaglia che ora condurrà in Europa, ritirando fuori dai cassetti di Bruxelles il progetto di un esercito europeo integrato.
Un discorso che si proietta anche nel campo dell’intelligence, con l’idea di una cooperazione rafforzata tra i servizi più impegnati nella lotta al terrorismo e al grande crimine organizzato (trafficanti di esseri umani in primis): in questo campo i servizi tedeschi sono all’avanguardia, soprattutto per quanto riguarda la lotta contro gli “hacker di Stato”, russi e cinesi.
La nuova Europa di Ursula passa anche da qui. UvdL, che amici e avversari riconoscono come una politica pragmatica, seria, determinata, ha un sogno, ambizioso. “La mia aspirazione è arrivare agli Stati Uniti d’Europa: immagino l’Europa dei miei nipoti non come una unione sfilacciata di Stati intrappolati nei loro interessi nazionali”. Impresa impossibile?
No, se sei WunderFrau, la”’donna miracolo”, al secolo Ursula von der Leyen.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 24th, 2019 Riccardo Fucile
NELL’ANNIVERSARIO DEL NAUFRAGIO DI LAMPEDUSA DEL 2013 IN CUI PERSERO LA VITA 400 MIGRANTI
Il 3 ottobre Carola Rackete sarà ascoltata nel Parlamento dell’Unione europea. 
“Siamo lieti che interverrà per parlare dell’importanza della ricerca e del salvataggio nel Mediterraneo, per commemorare la tragedia del 2013 dove morirono in centinaia” a Lampedusa, si legge in un tweet
La comandante tedesca della Sea Watch 3, arrestata — e poi scarcerata — dopo essere entrata in acque italiane forzando il blocco e attraccando a Lampedusa con la nave della ong tedesca a bordo della quale si trovavano ancora 42 migranti soccorsi in acque libiche, sarà in audizione nella commissione Libertà civili (Libe) del Parlamento in occasione dell’anniversario del naufragio in cui hanno perso la vita quasi quattrocento migranti.
(da agenzie)
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Luglio 23rd, 2019 Riccardo Fucile
L’ATTIVISMO DEI SERVIZI TEDESCHI CON L’AVALLO DI FRANCIA, GRAN BRETAGNA E STATI UNITI PER OPPORSI ALLA STRATEGIA IMPERIALISTA DI PUTIN… LE VOCI CHE GIRANO NELLE CANCELLERIE CHE CONTANO
La manina che più efficacemente potrebbe aver lavorato contro i sovranisti italiani sarebbe tedesca. Nel quadro di una “riattivizzazione” a tutto campo della strategia della Germania per difendere l’Europa dal risorgente nazionalismo, e dalla Russia di Vladimir Putin – un’uscita dal tradizionale schema della leadership “riluttante” che ha caratterizzato la Germania nel Dopoguerra.
Passo intrapreso con il consenso/conoscenza della Francia e della Gran Bretagna, nonchè degli Stati Uniti, a dispetto delle affermazioni di rutilante simpatia che il presidente americano Donald Trump ha sempre espresso nei confronti del leader russo Putin.
Questa è la storia che circola tra le due sponde dell’Atlantico in risposta alla sola domanda che interessa fuori dall’Italia sul caso Salvini/Mosca: chi ha incastrato il leader della Lega, vice premier e ministro dell’Interno italiano?
Domanda non da spy story — anche se, come vedremo, di spy story è tutto il tono della vicenda — ma di pura politica.
La vicenda dei rapporti Lega/Mosca, comunque la si voglia interpretare, fuori dall’Italia ha colpito perchè segnala alle elite della politica estera occidentale la necessità di fare, dopo le recenti elezioni per il governo di Bruxelles, i conti con il nuovo assetto interno dell’Europa e dei rapporti inter-atlantici.
Nei sensibilissimi think tank americani, o nelle sfere dei professionisti della politica globale, alcune novità sono state immediatamente registrate.
Va detto anche che, al momento, alla domanda su chi abbia incastrato Salvini nessuno ha risposta certa, ma solo serie ipotesi.
E ogni ipotesi sull’attuale Europa ha un solo possibile inizio: la Guerra Fredda, che ha forgiato l’Unione attuale, e di cui memoria, passioni, e strumenti costituiscono ancora oggi la struttura di fondo.
Quello che gli europei hanno oggi come influenza politica e come agibilità operativa nel continente, ricalca in buona parte infatti, ancora, le tradizionali aree di influenza della varie nazioni, in alcuni casi quelle di radice imperiale, e più di recente, dopo la Seconda Guerra Mondiale, quelle economiche e culturali.
Così la Francia ancora mantiene una infrastruttura, anche di intelligence, in Africa e in parti del Medio Oriente francese, la Gran Bretagna gioca alla grande in Medio Oriente e nell’area subcontinentale del far east, l’Italia è a casa in parti del Nord Africa, e la Germania ha una sorta di “signoraggio” ereditario sui paesi dell’Est europeo.
“Voi europei non dimenticate mai nulla” prende in giro, bonariamente, un anziano civil servant americano, riconoscendo la ostinata continuità della nostra storia.
Il campanello d’allarme che avverte di un nuovo clima in Europa suona proprio nella capitale di uno stato simbolo, un luogo che è stato un passaggio cruciale del conflitto europeo del secolo scorso: l’Austria.
Il 17 maggio di quest’anno, a poche ore dal nuovo voto europeo, per il quale le urne si aprono dal 23 al 26, viene reso pubblico un video che riguarda il politico più discusso e più in ascesa dell’Austria, Heinz-Christian Strache, leader del partito di estrema destra, il Freedom Party.
Nel video, girato nel 2017 in una villa di Ibiza, Strache e un suo collega, parlano per sei ore di donazioni illegittime al partito, con una donna che si presenta come la nipote di un oligarca russo, che vuole influenzare la politica austriaca con il suo denaro.
La donna vuole comprare il 50 per cento di un grande giornale austriaco, per aiutare il Freedom Party. Strache, che si impegna a darle in cambio ricchi contratti di Stato, tira in mezzo anche il sovranista Viktor Orban, dicendo di voler “costruire un panorama mediatico” come quello in Ungheria — in ammirazione della politica di chiusura dei media in quel paese.
L’incontro era una trappola. Il video viene passato ai media tedeschi e in poche ore porta alle dimissioni di Strache, cancella l’Austria dalle elezioni europee, e distrugge il Governo austriaco, che si avvia a nuove elezioni questo settembre.
Per molti versi la vicenda sembra una storia molto locale, di un paese da sempre attraversato da una forte corrente di estremismo di destra.
Ma la lezione nel cuore dell’Europa centrale viene ben capita. Il Freedom Party di Strache è stato fondato da un neo nazista e si dichiara amico della Russia.
Il giovane cancelliere Sebastian Kurz forma una coalizione con questo partito, nel 2017, ricevendo molte critiche, incluso dalla Germania, nell’idea che i conservatori moderati possano a loro volta servire a moderare, con l’inclusione nel governo, i neonazi.
Il potenziale impatto dello scandalo accende l’attenzione internazionale su quel che può accadere nel resto dell’Europa.
Alina Polyakova, esperta di questioni di estrema destra per il Brookings Institute di Washington, scrive sul New York Times che la vicenda prova che gli estremisti non possono essere moderati, anche quando entrano al Governo.
“Altri politici europei che si trovano a confrontare con una destra estrema dovrebbero capirlo. A fronte di tutta la retorica di sovranità nazionale regolarmente celebrata da Marine Le Pen, Matteo Salvini e altri leader populisti, la caduta di Strache prova che tutte queste idee sono solo copertura di opportunismo e ipocrisia”.
Che i populisti siano un pericolo da fermare è un’idea che assume una forte valenza proprio intorno a quello scandalo, nelle ore immediatamente a ridosso dell’apertura delle urne per le europee.
Chi c’è dietro quella trappola? Molti parlano degli stessi russi, ma molti vi vedono un ruolo tedesco — magari non di organizzazione, ma certamente di facilitazione.
Sono i giornali tedeschi che riverberano lo scandalo, il tema del pericolo populista; ma è soprattutto Vienna a far scattare l’associazione con la Germania.
Dire Austria ha avuto a lungo il significato, ed è vero ancora oggi, di dire Germania. Dalla tragica avanguardia antisemita della “notte dei cristalli” nel 1938, alla guerra pericolosa e sottile degli anni della Guerra Fredda, appunto.
L’influenza della Germania è ancora oggi molto estesa, nei paesi dell’Est — Visegrad è il gruppo di nazioni che ricalcano ancora la vecchia zona di influenza dove Germania e Russia hanno fatto patti o guerra.
I rapporti fra Russia e Germania sono nella storia europea fra i più stretti: persino nella divisione creata dal Muro, quando la Germania era il cuore e il confine di un conflitto per la sopravvivenza di due modi di vedere l’Europa, questi rapporti sono rimasti intrecciatissimi.
Proprio per questo, nella Guerra Fredda gli inglesi e gli americani in prima fila contro la Russia si sono sempre basati sulla struttura operativa, inteso come uomini, conoscenze, contatti, costituita dalla rete tedesca — spesso delle due parti della Germania.
Nella stessa leadership attuale dei due paesi c’è l’imprint di questa storia.
La attuale cancelliera, Angela Merkel, è cresciuta nella Ddr, ed è da sempre “sospettata” (ma non si sono mai trovate le prove) di aver lavorato come informatrice della Stasi, il servizio di intelligence della Germania dell’Est; l’attuale presidente Putin ha fatto un’importante parte di carriera come ufficiale dei Servizi segreti sovietici con il grado di tenente colonnello del Kgb, dal 1975 al 1991, in residenza (dal 1985 al 1990) anche lui nella Ddr, a Dresda, utilizzando un’identità di interprete come copertura. Come poi da lui raccontato, la notte della caduta del Muro passò il tempo a bruciare migliaia di carte di documenti ufficiali del Kgb.
Putin parla tedesco, e fra loro Merkel e Putin usano questa lingua per comunicare, in un rapporto stretto in termini di uso reciproco, ma ugualmente conflittuale, che simboleggia nelle carriere parallele di due forti leader il senso di quanto profondo e quanto radicato (nel senso di profondità delle radici) sia ancora oggi lo snodo Europa-Russia.
L’ 8 luglio, meno di due mesi dopo la tempesta austriaca, arriva un’altra pubblicazione, quella degli audio di un gruppo di leghisti che, suppostamente a nome della Lega di Matteo Salvini, tratta per un finanziamento illegale con dei russi a tutt’oggi non identificati. Le somiglianze con il caso austriaco sono sorprendenti: i due avvenimenti sono la fotocopia l’uno dell’altro. E il parallelismo non va perso.
La Lega si difende dallo scandalo, sottolineando l’aspetto geopolitico della trappola, cita i Servizi, parla dei francesi, della Massoneria. Gli avversari della Lega evocano gli stessi russi che avrebbero tradito il proprio alleato — per fare un favore all’America, per scaricare un alleato che ha tradito le aspettative.
Ma la storia che siano gli stessi russi è in parte troppo contraddittoria. Seguendo invece la pista della “operatività ” e del “cui prodest”, si arriva molto più vicini a una pista più politicamente fondata.
Naturalmente toccherà ai giornalisti dell’Espresso raccontare a fondo un giorno questa storia da loro scoperta con tenacia e audacia — e ce ne vuole di queste due virtù per aver fatto l’impeccabile lavoro che hanno fatto.
Ma se dei giornalisti sapevano, a maggior ragione è probabile che anche l’intelligence straniera che opera in Russia sapesse e tenesse sotto controllo i protagonisti italiani, ben noti nelle vicende russe per posizioni e attività .
E in Russia operano tutti i Servizi occidentali, ma di questi il tedesco rimane comunque quello con maggiore agibilità nella ex oltre cortina.
Che si tratti di un trojan, di microspie, di doppi fili e doppi agenti, lo sapremo mai? Si può però dire con certezza che l’operazione è il secondo atto in due mesi di una trappola ostile costruita contro i sovranisti d’Europa.
La trappola stavolta viene resa nota per vie americane, Buzzfeed e New York Times.
E non è audace sostenere che è questo il passaggio che serve: laddove la questione austriaca era molto europea, il rapporto con Mosca di Matteo Salvini, vincitore delle elezioni europee e astro nascente del nazionalismo europeo, ci porta dritti dritti agli americani, oggi alleati del leader leghista tanto quanto Putin.
E la domanda che si pone è: Washington sapeva o meno? Gli Usa sono stati protagonisti o solo spettatori? E sono stati contenti o meno? Questa è la seconda parte della storia, che è appena iniziata.
“La struttura stessa della intelligence è oggi profondamente interdipendente. Per ragioni di globalizzazione e di tecnologie, tutti sanno tutto di tutti”, commenta un esperto di queste materie.
“La Germania non potrebbe politicamente agire da sola, perchè nel corso di tutta la Guerra Fredda in quanto avamposto dello scontro con i sovietici, ha sempre lavorato insieme a inglesi, francesi e americani”. Tutto quello che è avvenuto, è avvenuto con la conoscenza e l’approvazione in chiaro o meno di un po’ tutti.
Gli Americani, dunque. Non sono gli americani dell’amministrazione Trump amici di Salvini e ammiratori di Putin? Questa definizione, che dal nostro lato dell’Atlantico, è una opinione indiscussa, a Washington non è invece tale.
John Hamre, uno dei maggiori esperti in Usa di Difesa, presidente e Ceo dal 2000 del Csis (Center for Strategic and International Studies), alla domanda su questo intreccio apparente di contraddizioni sul caso Metropol/Lega, è abbastanza chiaro: “Trump dice e fa cose che tuttavia a livello di politica estera non hanno la stessa rappresentatività ”. Parere su cui si ascoltano opinioni simili all’Atlantic Council, dove il programma sulle relazioni fra Europa e Usa è affidato al francese Benjamin Haddad, che nel 2017 a Washington rappresentava “En Marche” di Emmanuel Macron.
Ma sul lato opposto dello spettro politico americano, si ascoltano valutazioni non distanti: a pranzo con Rover Norquist, si può ascoltare il carismatico fondatore e leader del think tank considerato più influente oggi a Washington, American for tax reform, l’uomo che ha inventato la flat tax, un reaganiano della prima ora, amico e compagno di avventure in America Centrale del colonnello Oliver North (proprio lui, il protagonista della campagna a favore dei Contras).
Norquist ha incontrato Salvini nel recente viaggio del leader Italiano, ma sul rapporto Russia/Usa non ha nessuna incertezza, nemmeno lui: l’America non sta con Putin e non intende lasciare via libera alla Russia in Europa.
La distanza fra Amministrazione, cioè fra gli uomini che formano la politica, e il presidente, sembra uno dei punti assodati di questo panorama washingtoniano.
In particolare si indicano il percorso e le opinioni del segretario di Stato Mike Pompeo, oggi segretario di Stato, ufficiale dell’esercito americano e da gennaio 2017 ad aprile 2018 direttore della Cia.
Nel suo discorso davanti al Congresso durante le confirmation hearings accusò Barack Obama di aver invitato la Russia in Siria, e così descrisse la politica di Mosca: “Si è di nuovo imposta con metodi aggressivi, invadendo l’Ucraina, minacciando l’Europa, e non facendo nulla per aiutare la distruzione e sconfitta dell’Isis”.
D’altra parte, sottolinea Hamre, per andare alla sostanza di questa relazione basta guardare la Nato: a dispetto di tutte le polemiche e le proteste di Trump con gli europei, “la Nato non è stata smantellata. Semmai rafforzata”.
In sintesi, dice il presidente del Csis: “Pompeo è un uomo parte della vecchia scuola di politica estera americana. Un conservatore che su Putin e sulla Russia ha idee molto chiare. Il fatto che ci siano tra superpotenze necessità di buone relazioni, come ha sempre sostenuto, non vuol dire far rientrare Putin in Europa dalla porta di servizio”.
“La porta di servizio”, la definizione è una ottima sintesi per descrivere bene il punto intorno a cui sembra ora svilupparsi la situazione in Europa e sull’asse Atlantico: sul rapporto con la Russia è in corso nel nostro continente un marcato cambio di percezione e, forse, di decisioni.
Il rapporto fra Putin e i nazionalisti europei – a lungo probabilmente sottovalutato o, comunque mal analizzato dalle leadership europee, nell’ultimo anno, in mezzo alle spoglie dell’indebolimento della Ue (tra Brexit e la crisi dei modelli Germania e Francia) – ha finito con il diventare una sfida frontale alla sovranità europea, i nazionalisti visti come la quinta colonna, la “porta di servizio” appunto, attraverso cui la Russia rientra in Europa. Vincendo alla fine, in una specie di mano di ritorno, quella Guerra Fredda che invece per tanti ha perso.
Le vicende e le opinioni che fin qui si raccontano sembrano puntare ora a una reazione. Reazione di intelligence, ma anche politica.
“L’Europa ha combattuto per difendersi, negli ultimi anni, interpretando il ruolo di guardiana dei parametri di Maastricht” dice Hamre. “Nel caso l’intelligence europea avesse deciso di avere un ruolo attivo nel contenimento dei sovranisti, saremmo di fronte a un cambio di approccio”. In attacco invece che in difesa.
Se poi questo approccio fosse guidato dalla Germania ci troveremmo di fronte a un seconda novità : l’attivazione sul campo di una potenza che dall’epoca della fine della seconda Guerra, in rispetto del suo tragico retaggio, si è sempre tenuta fuori dai conflitti aperti, in puro supporto del campo anglo-americano .
Immaginiamo cosa e dove ci potrebbero portare questi cambiamenti.
Intanto, la scena politica sembra ampiamente appoggiare questa ipotesi di una Germania che allarga il proprio campo di azione. La partita giocata da Angela Merkel nella formazione del governo della Unione europea è stata innovativa, e forse non va considerato un caso il peso che la Difesa ha avuto in questo disegno: Ursula von der Leyen, oggi presidente della Commissione Ue, è stata a lungo ministro della Difesa, e il Ministero della Difesa è la scelta della Germania per la delfina della Merkel, Annegret Kramp-Karrenbauer.
Che il primo atto della presidente von der Leyen sia stato quello di non incontrare Salvini e di allontanare i voti leghisti è un altro segno di una lotta che si sposta dal controllo delle spese delle nazioni alla sfida diretta.
Così come inequivocabili sono state le parole della cancelliera, nei primi giorni del nuovo governo europeo, sul tema oggi più sensibile – il nazismo e il pericolo di una destra che ritorna in Europa.
Nel discorso di commemorazione del fallito attentato ad Adolf Hitler, Merkel ha collegato l’evento al presente della Germania: “Questo giorno ci ricorda non solo chi agì nel 20 luglio del 1944, ma tutti coloro che si sono opposti al regime nazista”.
“Oggi siamo ugualmente obbligati a opporci a tutte le tendenze che cercano di distruggere la democrazia. Compreso l’estremismo di destra”.
È questo l’inizio di un nuovo ruolo della Germania in Europa, una leadership che si schiera contro i sovranisti, che non si nasconde più (anche perchè non c’è più spazio per farlo) dietro la funzione tecnica del guardiano di Maastricht?
Un ruolo più schierato ideologicamente, compensato magari da una versione più soffice nelle trattative con i vari paesi? In questo senso, l’asse coltivato in Italia con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sulla trattativa per la procedura di infrazione, andata a buon fine, fa pensare non solo ad una alleanza anti-Salvini, ma anche a un’anticipazione di politiche di alleanze che spaccano i fronti dentro ogni territorio nazionale.
Qualunque sarà il futuro, questa Germania non più molto “riluttante” è un segnale che l’Europa non ha intenzione di smobilitare, e che con i sovranisti si prepara a uno scontro. “Europe is kicking back”, dice John Hamre.
L’Europa reagisce. E il calcio, viene da aggiungere, potrebbe far partire una seconda tranche di guerra fredda. Anzi freddissima, se dobbiamo giudicare questi primi colpi iniziali.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
SALVINI PERDE LA FACCIA: NON SOLO ERA ASSENTE, MA INVECE CHE ESSERE SODDISFATTO CHE I NUOVI ARRIVI VERRANNO RIDISTRIBUITI IN 14 STATI PARLA DI FLOP… AI SOVRANISTI I PROFUGHI PIACCIONO SOLO AFFOGATI
Attacca il ministro dell’Interno Matteo Salvini, assente “ingiustificato” alla riunione
informale di Parigi sui migranti e raccoglie l’adesione di 14 Stati Ue ad un “meccanismo di solidarietà ” per ripartire le persone salvate in mare, con un’indicazione indigesta per il titolare del Viminale: lo sbarco deve avvenire nel porto più vicino.
Il presidente francese Emmanuel Macron illustra la sua soluzione sul dossier migranti, aprendo ad un nuovo scontro con l’Italia.
La replica di Salvini? La riunione “è stata un flop” e “noi non prendiamo ordini da Macron”.
Le posizioni erano cristallizzate: da una parte l’asse Parigi-Berlino con una bozza di documento che apriva alla redistribuzione tra i Paesi europei dei migranti soccorsi, fermo restando che questi ultimi devono sbarcare nel “porto più vicino”.
Dall’altra Italia e Malta, i “porti più vicini” per eccellenza. Salvini ha inviato una delegazione tecnica del Viminale con il preciso mandato di affondare i tentativi di arrivare ad un documento condiviso.
Alla fine Macron deplora gli assenti (“non si guadagna ma nulla non partecipando”) e porta a casa l’accordo di 14 Stati “volontari”, pronti a ripartirsi in modo sistematico i migranti soccorsi in mare, senza dover avviare ogni volta complesse trattative dopo il salvataggio.
Resta però fermo, ha sottolineato il presidente, che “quando una nave lascia le acque della Libia e si trova in acque internazionali con rifugiati a bordo deve trovare rifugio nel porto più vicino. E’ una necessità giuridica e pratica. Non si possono far correre rischi a donne e uomini in situazioni di vulnerabilità ”.
Lo stabiliscono le leggi internazionali, piacciano o meno al sequestratore di persone.
(da “La Stampa”)
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Luglio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
“SALVINI? UN HATER PROFESSIONALE AL VIMINALE”… “IN EUROPA L’ITALIA NON CONTA PIU’ NULLA, E’ VISTA SOLO COME UN PROBLEMA”
“È scandaloso che più partiti italiani, con la Lega in testa, abbiano scelto in modo dichiarato un rapporto privilegiato con Putin in funzione anti europea”.
Emma Bonino, la leader di +Europa e storica esponente radicale, parla di Moscopoli e del ruolo dell’Italia nella nuova commissione Ue. E su Salvini attacca: “È inconcepibile avere un hater professionale come ministro dell’Interno”.
Emma Bonino, lei è stata Commissaria Ue, ministra degli Esteri, ora senatrice, dopo l’elezione di Ursula Von der Leyen con il Governo giallo-verde italiano diviso, quale ruolo si è ritagliata l’Italia?
“Non si è ritagliata nessun ruolo, con un governo diviso, per metà ostile e per metà favorevole alla nuova presidente della Commissione. Il governo non ha preso una posizione sbagliata. Ha fatto di peggio, non ne ha presa nessuna, con l’illusione di ‘coprirle’ tutte, da quella con gli anti-Ue a quella a sostegno dell’asse Parigi-Berlino”.
A che livello è oggi la credibilità internazionale dell’Italia?
“Basso, tendente al nullo. L’Italia non è un interlocutore, ma un problema. Ed essendo un grande paese è un grosso problema. Le campagne contro la Commissione e la Germania, le felpe contro l’euro di Salvini, l’alleanza del M5S con il gilet gialli, il sarcasmo contro le letterine di Bruxelles sull’equilibrio di bilancio. E sul piano globale la pretesa di essere alleati insieme della Russia e degli Usa, in funzione anti Ue, quando è evidente che, a prescindere da Trump, non si può essere insieme a favore e contro le strategie globali dell’Alleanza Atlantica. L’Italia non procede in nessuna direzione, va a caso, senza bussola, guidata unicamente da strategie di consenso interno dei partiti di Governo. Il ‘mondo’ per questo esecutivo non esiste, è solo il campo di gioco di partite nazionali”.
Potremmo ambire a un portafoglio importante?
“È evidente che l’Italia ha il dovere di esigerlo, meno evidente che il governo sarà in grado di ottenerlo. Ovviamente dipenderà anche dall’affidabilità delle persone indicate per questa carica”.
L’Italia potrebbe puntare al commissario per l’Africa, se l’idea si concretizzasse.
“L’idea contenuta nel programma della presidenza finlandese , è gia stata archiviata. Ma rimane il fatto che l’Africa è un importantissimo dossier non per “fermare l’invasione”, non per o contro l’immigrazione, ma per lavorare su una grande partnership, una grande accordo per un’area di libero scambio Africa/Ue; una prospettiva strategica che metterebbe il Mediterraneo e l’Italia al centro di flussi di investimenti e di rapporti politico-commerciali – e non solo di migrazioni – che potrebbero trasformare il Sud da periferia a avanguardia di un’Europa protagonista della nuova fase della globalizzazione. Questo consentirebbe di stringere con i paesi africani anche accordi più efficaci contro l’immigrazione irregolare”.
Moavero, Trenta, Bongiorno: dopo che il leghista Giorgetti si è tirato indietro, sono i nomi che circolano. Lei su chi punterebbe?
“Sono invece molto favorevole alla promozione di figure femminili per una candidatura così prestigiosa. Ciò detto, mi pare complicato immaginare, al di là delle questioni di genere, che da un governo anti-europeo possa venire la candidatura migliore per la Commissione Ue.”
Dallo scandalo Moscopoli che sfiora Salvini cosa trova più inquietante?
“Lo scandalo a cui da anni ci si trova dinanzi, molto prima delle intercettazioni del Metropol, non è che da Mosca possano essere arrivati illegalmente fondi a un partito italiano, ma che più partiti italiani, con in testa la Lega, abbiano scelto in modo dichiarato un rapporto preferenziale con Putin in funzione anti-europea. “Mi trovo meglio a Mosca che nelle capitali europee”, diceva Salvini, eleggendo a modello un regime che teorizza la fine dei diritti liberali come nuova frontiera della civiltà politica, anche al netto dei giornalisti e oppositori ammazzati, dei dissidenti incarcerati, delle violazioni costanti del diritto internazionale, come con l’annessione della Crimea.
C’è un problema di ingerenza del Cremlino nella politica Ue?
“Temo che il termine ingerenza suoni abbastanza eufemistico. C’è una strategia scientifica e “ingegnerizzata” di inquinamento mediatico e digitale e di destabilizzazione del processo democratico in tutti i paesi che il Cremlino considera nemici”.
Nel Governo siamo ai penultimatum a giorni alterni di Salvini e Di Maio, quali sono le conseguenze e cosa dovrebbe fare l’opposizione
“Il consenso per il governo non sta diminuendo, ma non è ‘fisso’. Il ciclo di vita dei fenomeni politici apparentemente esplosivi e invincibili, compreso quello di Salvini, si accorcia sempre di più. Il vero problema è che la fine di un fenomeno non apre sempre la strada a un fenomeno di segno opposto. Infatti della crisi dei 5 Stelle ha beneficiato solo Salvini. Da un populismo a un altro. Il compito della minoranza oggi non è solo di fare opposizione a quello che il governo fa, ma di costruire una alternativa a quello che il governo è: un’alternativa liberal-democratica, progressiva, federalista. Al centro, deve esserci il concetto di sostenibilità , che è sinonimo di responsabilità : finanziaria, ambientale, demografica e strategica. Non possiamo ipotecare il futuro con debiti insostenibili, condizioni ambientali invivibili, rapporti generazionali squilibrati e alleanze internazionali subalterne con i nemici della democrazia”.
Ci vuole una mozione di sfiducia al ministro Salvini?
“Non voglio entrare nelle strategie del Pd ma è vero che con i rapporti di forza che ci sono sarebbe poco più che simbolica. A di là del caso Moscopoli, abbiamo superato il limite di guardia di volgarità e insulti inaccettabili. Quello scatenato sui social contro la deputata Maria Elena Boschi è da rabbrividire, così come il termine di “zecca tedesca” alla Rackete, semplice avversaria della sua policy. È inconcepibile avere un hater professionale come ministro dell’interno. Non solo il caso Metropol è grave, ma tutto è gravissimo. Questa maggioranza, in ogni caso, andrà avanti o si romperà unicamente per ragioni interne. Ora occorre vedere se nella prossima settimana Conte e Salvini continueranno a non dire niente di serio sul punto dei rapporti con il potere russo, o diranno qualcosa non dico di condivisibile, ma di responsabile”.
(da “La Repubblica”)
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