Dicembre 19th, 2018 Riccardo Fucile
IL GOVERNO SI RIMANGIA 10 MILIARDI, MA LA COMMISSIONE NON SI FIDA E CONGELA 2 MILIARDI DI RISORSE A GARANZIA
“Questo accordo dimostra che la Commissione non è nemica del popolo italiano, come qualcuno voleva dipingerci”. Pierre Moscovici chiude mesi e mesi di scontro con il governo di Roma, togliendosi qualche sassolino dalla scarpa. Ma non va oltre.
Il commissario agli Affari Economici non ha bisogno di sollevare ancora polemiche con i vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio, mentre parla calmo di fianco a Valdis Dombrovskis in una conferenza stampa ancora una volta monopolizzata dal caso Italia.
I due sono scesi in sala stampa a Palazzo Berlaymont per spiegare che la Commissione ha deciso di non aprire la procedura per deficit eccessivo legato al debito contro l’Italia.
Niente polemiche, solo sorrisi di compiacimento: questo è decisamente un ‘1 a zero’ per Bruxelles contro i populisti italiani.
“Ora il bilancio italiano è molto più realista, prossimo alle regole, con modifiche considerevoli. E’ quello che volevo come commissario: missione compiuta”, dirà Moscovici ai giornalisti dopo la conferenza stampa con Dombrovskis.
“Ricordo il primo progetto con il nostro parere del 21 novembre scorso”, aggiunge, riferendosi alla ‘sentenza’ di quasi un mese fa, sempre qui nella stessa sala stampa.
Fu il giorno della conferma della bocciatura del documento programmatico presentato dall’Italia. “Il governo voleva un peggioramento del deficit strutturale dello 0,8 per cento”, non rispettava “le nostre previsioni economiche di ottobre”. Erano i tempi del deficit nominale al 2,4 per cento e indietro non si sarebbe andati, proclamavano da Roma.
Non è andata così. L’unico punto su cui la Commissione fa una ‘gentile’ concessione all’Italia è sul deficit strutturale: chiedeva un miglioramento dello 0,1 per cento almeno, rispetto all’anno scorso, ha accettato una previsione stabile dello 0 per cento. Lo hanno deciso perchè pure il Belgio è fermo sullo zero per cento, non potevano chiedere lo 0,1 a Roma.
Sul resto però il governo Conte, con i suoi due scalpitanti vicepremier, ha dovuto rimangiarsi tanto.
Innanzitutto il deficit nominale, sceso al 2,04 per cento.
Ma anche le previsioni di crescita: scese dal 1,5 per cento per il 2019 all’1 per cento. E questo, raccontano fonti europee, è stato il punto più ostico della trattativa: settimane e settimane a discutere, fino alla svolta raggiunta soltanto ieri pomeriggio.
Ma ancora: il governo aveva chiesto di poter spendere 10,25 miliardi di euro tra reddito di cittadinanza, ‘quota cento’ sulle pensioni e altre misure.
Ma la Commissione ha chiesto e ottenuto il congelamento di 2 miliardi di euro, a salvaguardia dell’accordo raggiunto. Potranno essere usati soltanto se il deficit nominale resta sotto il 2,04 per cento.
Roma non ha da festeggiare. Non solo ha inviato a Bruxelles la manovra sbagliata, con calcoli sbagliati (per ammissione dello stesso premier Conte).
Ma poi di fatto se l’è fatta correggere da Bruxelles e oggi l’ok al testo è arrivato prima da qui che in Parlamento, dove il presidente del Consiglio ha anche ritardato di un’ora il suo intervento, cominciando a parlare in Senato quando a Bruxelles Moscovici e Dombrovskis avevano praticamente finito.
Ma poi c’è anche il fatto che, anche se che la procedura non è partita, la manovra italiana rimane ‘sub judice’.
Su questo Dombrovskis è stato chiaro: “L’accordo non è perfetto ma ci permette di evitare la procedura a condizione che le misure vengano attuate”. La Commissione “continuerà a seguire gli sviluppi a cominciare dalla votazione della manovra in Parlamento”.
Il vicepresidente della Commissione, punto di riferimento dei ‘falchi’ rigoristi del nord, non fa mistero del fatto che “la composizione delle misure” della manovra “continua a destare preoccupazione”, perchè “parte notevole degli importi deriva dalla tardiva entrata in vigore del reddito di cittadinanza e delle pensioni. Quando entreranno in vigore a pieno, daranno un costo superiore per il 2020 e il 2021. L’Italia pensa di farvi fronte con l’attivazione della clausola di salvaguardia sull’Iva ma in passato non l’ha attivata. Se dovesse succedere, bisognerebbe trovare risorse ingenti altrove…”.
E poi ci sono misure come “tasse superiori sulle società e tagli agli investimenti che non sono amiche della crescita”, anche se Roma può recuperare “usando meglio i fondi strutturali”.
“Siamo ai limiti – conclude Dombrovskis – Ecco perchè ho detto che non è un accordo perfetto ma è un passo importante nella direzione giusta. Del resto, l’Italia ha assunto “un atteggiamento molto diverso rispetto a varie settimane fa, quando Roma diceva che non avrebbe modificato una virgola… Invece ora sono stati rivisti 10,25mld del bilancio”.
E’ proprio questo il punto che ha convinto i falchi della Commissione oggi nella riunione di collegio. L’esito della discussione sull’Italia non è stato del tutto scontato.
I ‘falchi’ del nord (il finlandese Katainen, la danese Vestager) hanno sollevato più di qualche dubbio sulla proposta esposta da Moscovici e Dombrosvkis di non dar seguito alla procedura di infrazione.
Poi però anche loro hanno riconosciuto lo sforzo fatto, il calo da 0,8 per cento allo 0 per cento del peggioramento del deficit strutturale. Dunque, è stato il presidente Jean Claude Juncker a tirare le somme: niente procedura.
Mentre Moscovici e Dombrovskis terminano la loro conferenza stampa a Palazzo Berlaymont, Giuseppe Conte inizia il suo intervento in Senato sulla manovra, appunto.
A Roma è arrivata la lettera con cui la Commissione europea ufficializza il suo sì all’accordo, a patto che l’intesa sia rispettata in Parlamento.
Il presidente del Consiglio conferma le cifre che hanno dato i due commissari, solo che di fianco a lui non ci sono nè Salvini, nè Di Maio.
Bello o cattivo segno che sia, se la manovra cambia, l’Ue riapre il dossier procedura.
Anche Moscovici, che si è battuto per evitare la procedura dopo aver ottenuto la marcia indietro dell’Italia, sottolinea che “saremo attenti e vigili perchè restano interrogativi. Questo non significa essere sospettosi: ci sarà il monitoraggio nel semestre Ue”.
Significa che se tutto va bene, se l’accordo resterà blindato in Parlamento, la Commissione si esprimerà di nuovo a maggio, come avviene ogni anno per i bilanci di tutti gli altri Stati della zona euro.
Cosa resta ora? C’è che di certo è stato “salvato il Natale”, come auspicavano la settimana scorsa i collaboratori di Moscovici. E c’è anche il fatto che ora la Commissione ha maggiori margini per trovare una soluzione di dialogo con Emmanuel Macron, che si prepara ad aumentare il deficit per effetto delle misure promesse ai ‘gilet gialli’ (in programma nel pomeriggio qui a Bruxelles un confronto tra il ministro dell’Economia Bruno Le Maire con Moscovici e Dombrovskis).
E poi ci sono le europee che si stagliano all’orizzonte come la sfida (finale?) tra partiti populisti-sovranisti e partiti tradizionali.
Il Commissario agli Affari Economici non nasconde che le elezioni di maggio hanno avuto un peso sulle scelte finali. Certo, “non abbiamo pensato solo alle europee – dice – ma se vivessimo in una specie di bolla e ignorassimo l’avanzata dei nazionalismi di fronte all’austerità e alle imposizioni calate dall’alto, non saremmo all’altezza delle aspettative. Abbiamo pensato che sarebbe stato meglio evitare la procedura per disavanzo, riuscendo a portare le autorità italiane molto più vicine alle regole rispetto a prima”.
Per ora, è Roma che si è avvicinata a Bruxelles. Non il contrario.
Una cornice che servirà a placare gli euroscettici? “L’unica cosa che posso dire è che se avessimo fatto diversamente, se fossimo arrivati ad un risultato diverso, gli anti-europeisti avrebbero festeggiato”, chiude Moscovici.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 17th, 2018 Riccardo Fucile
L’ITALIA PUO’ ATTENDERE, IL GIUDIZIO FINALE RINVIATO A GENNAIO
Se ne parla a gennaio. Con il dialogo avviato con Bruxelles ormai da tre settimane, il governo Conte è solo riuscito a ‘sgonfiare’ la data del 19 dicembre.
Inizialmente doveva essere il giorno in cui la Commissione Europea avrebbe scritto le proprie raccomandazioni sulla manovra economica italiana e le avrebbe inviate all’Ecofin, il consiglio dei ministri dell’Economia dell’Ue.
Sarebbe toccato a loro, nella prima riunione utile il 22 gennaio, aprire formalmente la procedura di infrazione per deficit eccessivo legato al debito.
Non andrà così. Dopodomani la squadra di Juncker non tratterà il caso Italia, rimandando la decisione finale a dopo le feste di Natale.
A quanto si apprende, la riunione dei capi di gabinetto della Commissione Europea oggi pomeriggio a Bruxelles non ha inserito la manovra economica italiana all’ordine del giorno dell’incontro dei commissari dopodomani.
Certo, il presidente Jean Claude Juncker può sempre inserire il tema tra gli argomenti da trattare, può farlo anche all’ultimo minuto: è tra le sue prerogative.
Ma, seppure a strappi e con una trattativa non proprio lineare, dalla sera del 24 novembre scorso, data del primo incontro sulla manovra economica tra Giuseppe Conte e Juncker, il clima tra Bruxelles e Roma è cambiato. E la procedura di infrazione per ora sembra allontanarsi, anche se non è del tutto scongiurata.
Oggi negli uffici della Commissione è arrivata l’ultima versione della manovra, con il deficit al 2,04 per cento del pil e i cambiamenti apportati dal vertice di maggioranza ieri sera a Palazzo Chigi, discussi con Bruxelles in un lavoro continuo di raccordo tra i tecnici della Commissione e quelli del Tesoro.
Il ministro Giovanni Tria ha sentito al telefono i commissari Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis, dopo averli incontrati per due giorni consecutivi la settimana scorsa.
Moscovici e Dombrovskis sono un po’ i terminali di due sensibilità diverse che convivono all’interno della stessa Commissione.
Il primo si è ammorbidito nell’approccio con Roma, soprattutto dopo che è scoppiato il caso francese: la rivolta dei ‘gilet gialli’ che ha indotto il presidente Emmanuel Macron ad annunciare misure che potrebbero portare il deficit oltre il tetto del 3 per cento del pil.
Il lettone Dombrovskis invece rappresenta ancora adesso la sensibilità più rigida, quella dei paesi del nord Europa, i più furiosi per le spese in deficit decise anche per quest’anno dall’Italia.
E’ per questo che la Commissione sceglie di non chiudere subito la partita, nonostante riconosca gli sforzi italiani: la marcia indietro del governo sul deficit nominale che dal 2,4 per cento è diventato quasi un 2.
Sforzi che tuttavia non seminano certezze a Bruxelles sul deficit strutturale che la Commissione vuole vedere in miglioramento, pur minimo, l’anno prossimo. Solo così riuscirà a convincere i ‘falchi’ del nord ad evitare la procedura di infrazione.
Sostanzialmente, alla luce anche delle difficoltà della trattativa con il governo italiano, mai lineare e alquanto ostica, dalla Commissione aspettano l’approvazione definitiva della manovra in Parlamento nonchè i decreti che dettaglieranno misure come il reddito di cittadinanza e ‘quota cento’.
Quest’ultima sembra essere la misura che preoccupa di più i leader europei, a cominciare da Angela Merkel che venerdì scorso ne ha parlato con Conte in un bilaterale a margine del consiglio europeo.
In quanto ‘quota cento’ va a incidere su una riforma strutturale come la Fornero, l’unica che negli ultimi anni aveva trasmesso un po’ di certezze a Bruxelles in termini di stabilità del sistema dei conti pubblici italiano.
Ad ogni modo, pur con l’intenso carteggio tra Roma e Bruxelles, pur dopo la marcia indietro sul deficit nominale, ancora non ci sono le condizioni per chiudere ora l’iter della procedura di infrazione.
Resterà all’orizzonte fino a gennaio, eventualità e avvertimento nel caso in cui a Roma facesse capolino la tentazione di rimescolare le carte ancora.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 17th, 2018 Riccardo Fucile
UN MOVIMENTO PANEUROPEO FONDATO DA TRE GIOVANI DI TRE NAZIONALITA’ DIVERSE, UNO E’ UN ITALIANO
Alle elezioni europee di giugno ci sarà un nuovo protagonista con il quale – a quanto sembra – le
forze politiche tradizionali, quelle populiste, quelle sovraniste e antieuropee dovranno fare i conti.
Lo chiamano ‘il partito dei Millennial’, ma senza alcun intento beffardo perchè i ragazzi di Volt sono pronti non a dare battaglia, ma a imporre la loro presenza in ogni angolo d’Europa.
Per colmare quel vuoto che la generazione che li ha preceduti non è stata capace di riempire.
Un movimento paneuropeo, scrive il Sole 24Ore, fondato da tre giovani di tre nazionalità diverse nel 2017 in reazione al referendum su Brexit e l’affermazione, al primo turno delle presidenziali francesi, del Front National di Marine le Pen.
Volt ha iscritti in 30 paesi — nei 28 dell’attuale Unione, ma anche in Svizzera e Albania — ed è già articolato in 8 partiti “nazionali” (Italia, Germania, Spagna, Svezia, Danimarca, Bulgaria, Olanda, Francia).
Volt Italia, guidato da Federica Vinci, presidentessa, e Michele Quagliata, vicepresidente, è stato ufficialmente fondato a Bologna il 14 luglio, e ha già preso posizione, per esempio a favore della Tav. Conta circa 1.500 aderenti.
L’idea, racconta a Linkiesta Andrea Venzon, l’italiano tra i tre fondatori, è venuta in un periodo in cui lavorava come consulente nel settore privato e si prospettava di allacciare rapporti con Gran Bretagna che si preparava a uscire dall’Unione.
“Mi accorsi di quanto la politica influiva davvero sulla vita di tutti giorni delle persone e sull’economia degli Stati. A quel punto mi sono detto che forse era davvero il momento di dare vita a qualcosa, che l’Europa stava andando nella direzione sbagliata. Ho condiviso queste mie riflessioni con una ragazza francese e un tedesco. Ci siamo trovati d’accordo e abbiamo deciso di prendere l’iniziativa”.
Volt nasce come partito progressista che vuole superare la dicotomia destra-sinistra, ma ha posizioni molto avanzate in termini di diritti civili ma è più rigoroso di una forza tradizionale di sinistra sui temi dell’economia e della finanza pubblica, con una particolare attenzione alla crescita in generale e allo sviluppo delle piccole e medie imprese.
Volt si presenta in modo leggermente diverso a seconda dei Paesi – in Italia, ad esempio, come moderato — ma non cambia il messaggio politico concreto, decisamente proeuropeo.
Andrea Venzon, 26 anni e una carriera già avviata nel settore privato, milanese e bocconiano doc, un master alla London Business School, nell’autunno 2016 parla della sua idea a un gruppo di amici, trova sponda in particolare in due coetanei conosciuti durante gli studi: il tedesco Damien e la francese Colombe.
I tre, scrive il Corriere della Sera iniziano a scrivere la bozza di un manifesto politico per l’Europa che vorrebbero.
L’età media dei suoi aderenti, ormai più di 10 mila, è 35 anni e non permette di caratterizzare in modo definitivo questo movimento come pura espressione di una “classe demografica”.
Social network, meetup. Il suo statuto prevede anche il voto elettronico tra gli iscritti. Lo statuto di Volt Europa ha un articolato sistema di pesi e contrappesi tra i vari organi: l’assemblea degli iscritti, il presidente, il board e il consiglio regionale (composto dai rappresentanti dei partiti nazionali).
L’idea di fondo del progetto è quella di creare un partito transnazionale, ma dato che attualmente non possono esistere per legge, si è deciso di replicare in ogni Stato brand e valori di Volt, riadattati in partiti nazionali e gestiti in maniera pseudo-federale.
Il programma di Volt si articola su sei obiettivi:
“Smart state”: Stati più efficienti, che abbiano una gestione migliore di sanità , educazione e istruzione.
“Rinascimento economico”: mettere in gioco e incrociare le risorse che i Paesi hanno a disposizione con l’obiettivo primario di aumentare il livello di benessere dei cittadini
“Uguaglianza sociale”: il continente è ricco, ma ci sono fasce di persone svantaggiate, ovunque, non solo in Paesi in crisi come Italia e Grecia
“Equilibrio globale”: l’idea che ci siano trend come il cambiamento climatico e l’emigrazione che l’Europa può gestire solo come realtà unica transnazionale.
“Partecipazione democratica”: anche senza andare all’estremo della democrazia diretta, è sicuramente necessario superare le norme della partecipazione politica rimasta ferma a sessanta anni fa.
“La sfida +1”: la riforma dell’Unione europea concentrata sulla revisione del modello attuale di gestione delle istituzioni: via gli sprechi, più potere al parlamento e più vicinanza ai cittadini
La maggior parte del denaro, decine di migliaia di euro, è stato raccolto attraverso crowdfunding.
I promotori parlano di molte fondazioni interessate a finanziarli.
(da Globalist)
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Dicembre 15th, 2018 Riccardo Fucile
IL DISCORSO ALLA SANT’ANNA DI PISA: “ORGOGLIOSO DI ESSERE ITALIANO”
L’orgoglio e le certezze di un banchiere centrale europeo e italiano: Mario Draghi è sceso da Francoforte a Pisa, alla Scuola superiore Sant’Anna, per ricevere in PhD honoris causa in Economics.
E nella sua lezione agli studenti ha rimarcato con vigore l’importanza della moneta unica, ammonendo su quello a cui si andrebbe incontro al di fuori di essa.
“Non è ovvio che un paese tragga vantaggi in termini di sovranità monetaria dal non essere parte dell’euro”, ha detto il governatore soltanto dopo aver esordito con un “mi sento orgoglioso di essere italiano”.
Draghi si è rivolto al passato per argomentare la sua posizione sull’importanza dell’euro e sui rischi del porsi al di fuori di esso: “Dal varo del sistema monetario europeo la lira fu svalutata sette volte, eppure la crescita della produttività fu inferiore a quella dell’euro a 12, la crescita del prodotto pressappoco la stessa, il tasso di occupazione ristagnò” e “allo stesso tempo l’inflazione toccò cumulativamente il 223% contro il 126% dell”area euro a 12″.
Insomma, per le tasche dei cittadini non fu tutto rose e fiori.
Per un banchiere che per anni ha cercato di traghettare l’Europa verso la crescita e quindi di alimentarla, tenendo insieme le pulsioni di un board fatto di falchi e colombe, non è poi da poco un’altra sottolineatura: “La moneta unica ha permesso a diversi paesi di recuperare sovranità monetaria rispetto allo Sme: allora le decisioni di politica monetaria erano prese dalla Germania”, mentre “oggi sono condivise da tutti i paesi”.
Al termine del programma d’acquisti di titoli di Stato da 2.600 miliardi di euro, che certo molti al Nord hanno osteggiato e che invece ha portato benefici evidenti sul fronte dei tassi, è un chiaro messaggio a chi crede di poter restare fuori dall’euro perdendo questo ombrello protettivo condiviso.
“L’appartenenza alla moneta unica gioca un ruolo fondamentale” per i paesi europei, anche perchè “stabilizza” le economie degli Stati aderenti, “soprattutto nelle fasi recessive”, ha aggiunto ancora.
Se “l’unione monetaria è stata un successo sotto molti punti di vista, allo stesso modo dobbiamo riconoscere che non in tutti i Paesi sono stati ottenuti i risultati che ci si attendeva. In parte per le politiche nazionali seguite, in parte per l’incompletezza dell’unione monetaria che non ha consentito un’adeguata azione di stabilizzazione ciclica durante la crisi”, ha riconosciuto Draghi ripercorrendo un passaggio che ha recentemente tenuto nella conferenza stampa dopo le decisioni di politica monetaria. “Occorre ora disegnare i cambiamenti necessari dell’unione monetaria – ha aggiunto – e realizzarli il prima possibile- aggiunge-, spiegandone l’importanza a tutti i cittadini europei”.
All’Italia ha di nuovo guardato quando ha ricordato che “la crescita degli anni Ottanta fu presa a prestito dal futuro cioè sulle spalle delle future generazioni” attraverso l’esplosione del debito pubblico.
Un fardello che oggi rende difficile “ricreare il margine nei bilanci pubblici per avere spazi nei momenti di crisi”.
(da agenzie)
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Dicembre 15th, 2018 Riccardo Fucile
“L’EUROPA GLI DEDICHI 1000 BORSE DI STUDIO, SOGNAVA UN’EUROPA UNITA, CONTINUEREMO LA SUA BATTAGLIA”
“Se scrivo è solo perchè tutti devono sapere chi abbiamo appena perso. Antonio Megalizzi non era
solo un collega o un amico: era un fratello. Antonio era il migliore tutti noi. Amava la radio, la politica, il giornalismo, l’Europa”.
Comincia così il post pubblicato su Facebook da Andrea Fioravanti, collega e amico del giovane italiano ucciso a Strasburgo. Fioravanti decide di usare i social per rendere omaggio a Megalizzi, raccontare ciò che di lui non si conosceva e fargli una promessa: continuerà a portare avanti il suo progetto.
“Volevamo raccontare l’Europa e la sua politica ai nostri coetanei”, si legge, “Antonio non meritava di finire su tutti i giornali per una insulsa pallottola di un terrorista. Meritava di raccontare l’Europa e il mondo come sognava di fare per lavoro. Sognava di farlo per sempre. Sognava un’Europa diversa e io non lascerò morire quell’idea. Noi di Europhonica non permetteremo che tutto sia vano”.
Poi, un invito: “Il Parlamento europeo dovrebbe intitolarti mille borse di studio, l’Aula di Strasburgo per la tua voglia, il tuo impegno anche quando non c’erano i soldi ma solo la passione. Abbiamo perso il migliore di noi. Il migliore. Ho perso un fratello. Ciao Antonio. Nec flere, nec ridere, sed intelligere. Sarà difficile ma lo farò per te, con la tua ironia. Ti voglio bene”.
Fioravanti non è l’unico amico ad aver omaggiato il 29enne. Alcuni di loro hanno lasciato una lettera affissa sulla sua porta di casa in via Centa, a Trento, dove viveva con i genitori.
“Se potessi fermare il tempo lo farei per te amico mio, perchè i tuoi momenti più belli regalassero ancora ai tuoi giorni una gioia sempre viva. Se potessi prendere un arcobaleno lo farei proprio per te. E condividerei con te la sua bellezza, nei giorni in cui tu fossi malinconico. Se potessi costruire una montagna, potresti considerarla di tua piena proprietà ; un posto dove trovare serenità , un posto dove stare da soli e condividere i sorrisi e le lacrime della vita. Se potessi prendere i tuoi problemi li lancerei nel mare e farei in modo che si sciolgano come il sale. Ma adesso sto trovando tutte queste cose improponibili per me, non posso fermare il tempo, costruire una montagna, o prendere un arcobaleno luminoso da regalarti. Ma lasciami essere ciò che so essere di più: semplicemente un amico”
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 15th, 2018 Riccardo Fucile
DOPO BUDAPEST ANCHE IN AUSTRIA MONTA LA PROTESTA SOCIALE CONTRO I RAZZISTI
Prima l’Ungheria, ora l’Austria: i governi sovranisti e di destra cominciano ad avere sempre meno
appeal in Europa e molte sono le proteste dopo un iniziale consenso: migliaia di persone hanno sfidato la neve e le temperature gelide per denunciare pacificamente un anno di coalizione tra destra ed estrema destra in Austria, durante una manifestazione organizzata oggi nel centro di Vienna.
“Il razzismo non è un’opinione”, “Non ne posso più”, hanno urlato i manifestanti, circa 30.000
I partecipanti alla manifestazione, in particolare, hanno criticato la politica migratoria e sociale del governo, con un corteo a cui hanno partecipato diverse organizzazioni,in occasione del primo anniversario della salita al potere, il 18 dicembre 2017, di una coalizione formata dai conservatori del giovane cancelliere Sebastian Kurz e dal partito di estrema destra FPà–
Il governo, che detiene la presidenza dell’Unione europea fino alla fine dell’anno, ha attuato una moltiplicazione delle misure anti-immigrazione e l’adozione di una legislazione che porta a 12 ore al giorno e 60 a settimana la durata massima legale dell’orario di lavoro
“Vogliamo un’altra Austria”, ha sottolineato Andreas Schieder, leader del Partito socialdemocratico (opposizione) per le elezioni europee del maggio 2019, durante la manifestazione.
(da agenzie)
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Dicembre 14th, 2018 Riccardo Fucile
SCONTRO GIORGETTI-DI MAIO, SCARICABARILE SUI TAGLI: “COSI’ NON SI DURA”
“La tensione si taglia con il coltello”. A sera una fonte M5s di governo mette sul tavolo le carte di una mano rimasta al buio per ore.
I cellulari squillano a vuoto, staff, governo e sottogoverno tacciono. “È comunque normale — spiega la stessa fonte — se non ci fosse in sessione di bilancio quando ci dovrebbe essere?”.
La partita tra Roma e Bruxelles sulla manovra resta intricatissima.
La proposta italiana di scendere al 2,04% nel rapporto deficit/Pil condivisa dal presidente del Consiglio con il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha di per sè obbligato Movimento 5 stelle e Lega ad asciugare i denari stanziati rispettivamente per reddito di cittadinanza (da 9 a 7,5 miliardi) e riforma della Fornero (da 6,7 a circa 4,5).
E nonostante il premier assicuri che “non sia stato affatto difficile convincere Salvini e Di Maio”, è da mercoledì che l’aria tra le rispettive war room è diventata elettrica.
Il leader della Lega si è inabissato: “Sono affari vostri, noi abbiamo dato” ha fatto sapere a premier e alleati facendo perdere le tracce per una due giorni dedicata ai figli e sostanzialmente staccando il telefono.
“Più di così non possiamo fare”, ha ribadito in un gioco di specchi il capo politico del Movimento 5 stelle, al quale il taglio del reddito è costato non poco.
Il punto è che Conte e Tria sono ripartiti da Bruxelles con un’ulteriore richiesta di sforzo da parte dell’Europa.
“Sul deficit/Pil possiamo chiudere un occhio — il senso del messaggio — ma il deficit strutturale deve calare ulteriormente”.
Non basta dunque il mastodontico piano di dismissioni (che al momento rimane sulla carta, di fatto un “pagherò”), un maggiore impegno sugli investimenti, la promessa di uno sprint maggiore sui tagli.
Serve ridurre l’impatto delle misure portanti.
Dall’incontro fra Conte e Angela Merkel filtra una forte preoccupazione soprattutto sul versante quota 100.
“La Fornero è una delle poche riforme strutturali positive”, spiegano a Bruxelles, non accontentandosi della durata triennale assicurata dalla Lega. Salvini riaffiora a pelo d’acqua per gelare qualsiasi ulteriore sforzo su quel versante: “Quota cento non si tocca”, tuona raggiunto dall’agenzia di stampa Agi. E conferma che la misura deve essere “triennale, con prima finestra utile ad aprile”.
La Lega fiuta gli spin dei 5 stelle che riversano sulla loro misura chiave l’onere di evitare la procedura d’infrazione. E si inviperisce.
Giancarlo Giorgetti è al Senato. Parla in un potenzialmente innocuo convegno sui populismi. E tira un fendente micidiale: “Il rischio è che il reddito di cittadinanza aumenti il lavoro nero, piace all’Italia che non ci piace”.
Sbam, uno schiaffo in piena faccia agli alleati. I pompieri leghisti si affannano a spiegare che “sapete come è Giancarlo, è uno schietto che dice quel che pensa ma non rema contro”. Ma le parole, collocate nel bel mezzo di una fase delicatissima, pesano come macigni.
Di Maio si affretta ad arginarle. Raccontano che il leader 5 stelle sia furioso. Ma spiegano anche che sia convinto che l’impatto strutturale di quota 100 sia il vero nodo rimasto in campo, e decide di non forzare la mano con una replica che sarebbe potuta essere decisamente più dura: “Non è tra i rischi che stiamo contemplando nel senso che l’ispettorato del lavoro e la Guardia di Finanza saranno a lavoro ogni giorno. Ho anche letto di una sua dichiarazione per cui il reddito di cittadinanza piace ad un’Italia che non piace a Giorgetti. A me l’Italia piace tutta, dalla Sicilia alla Valle d’Aosta, e sono orgoglioso di questo paese”.
Mentre a Roma vanno in scena cannoneggiamenti sulle rispettive trincee, Conte e Tria si infilano in aereo, verso una quattro giorni di passione e tensioni, con i tecnici del Tesoro rimasti in Belgio a limare la parte tecnica.
Ore di passione perchè martedì, al massimo mercoledì, un maxiemendamento dovrà mettere nero su bianco al Senato i nuovi saldi, pena la partenza della procedura d’infrazione.
E non sono solo quota 100 e reddito a dividere i 5 stelle: “Sai quanti emendamenti sono in gioco?
I 5 stelle sono convinti: a Giorgetti è scappata la frizione perchè è furioso per il loro no alla proroga della pubblicità sul gioco d’azzardo, fonte di finanziamento cruciale per il comparto dello sport, a lui molto caro.
È un tutti contro tutti, fibrillazioni che si muovono pericolosamente sul crinale del normale caos di sessione di bilancio e di pericolose spinte centrifughe verso la rottura. E negli ambienti di alcuni tecnici al governo rimbalza la domanda: “Possiamo anche superare lo scoglio della manovra, ma così come stiamo andando avanti adesso non si dura”.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 14th, 2018 Riccardo Fucile
I PENDOLARI CONTE E TRIA FANNO IL PIENO DI RILIEVI E TORNANO A ROMA A RIFERIRE AI DUE FUORICORSO… I PAESI DEL NORD NON CI STANNO
“Stiamo lavorando, c’è lo staff tecnico che sta lavorando, per poter compiere gli ultimi dettagli per
completare la nostra proposta”. Se c’è una questione su cui Giuseppe Conte non si sbilancia, parlando della trattativa con l’Ue sulla manovra economica nella lunga conferenza stampa al termine del Consiglio europeo a Bruxelles, è il deficit strutturale.
E’ su questo che l’Europa chiede all’Italia maggiori sforzi, pur apprezzando la scelta di ridurre quello nominale dal 2,4 per cento al 2,04 per cento.
Lo hanno sottolineato a Giovanni Tria i commissari Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis, che il ministro ha incontrato di nuovo oggi.
Lo ha rilevato Angela Merkel nel bilaterale con Conte stamattina: una Cancelliera molto disponibile e determinata a evitare le sanzioni contro Roma, ma preoccupata per l’intervento sulle pensioni, ‘quota cento’, voluto da Matteo Salvini.
E anche nel bilaterale con il premier olandese Mark Rutte la musica è stata la stessa. “La Commissione sia ferma sulle regole del Patto”, dirà dopo Rutte, il più ostile a Roma sulle spese in deficit.
Questo non vuol dire che la trattativa con la Commissione si sia inceppata. Conte, esattamente come Merkel, si dice “fiducioso in una soluzione positiva”.
Ma qui a Bruxelles, negli ultimi due giorni di negoziati senza sosta, il governo ha fatto il pieno dei rilievi europei e ora li porta a Roma per dirimerli come al solito con i due vicepremier, Matteo Salvini e Luigi Di Maio.
Resta qui solo la delegazione dei tecnici del Tesoro al lavoro con quelli della Commissione, che nel weekend è chiusa ma il negoziato continua lo stesso.
Si sono trasferiti nel vicino Palazzo Charlemagne e lì hanno cominciato a scrivere un documento con diverse opzioni in campo. Poi però tocca alla politica decidere. E’ questo il punto, ancora questo.
A sorpresa, al termine della conferenza stampa di Conte, Tria dice che anche lui stasera torna a Roma: “Qui restano i miei tecnici, con cui sono in contatto costante”. Però fino a ieri il ministro aveva programmato di rimanere qui tutto il weekend, fino a missione compiuta, pronto per fare altri incontri politici con i commissari per chiudere questa tenzone tra Italia ed Europa che dura ormai da mesi. Non è così. “Speriamo di chiudere entro il weekend”, dice Conte ma non sembra molto convinto.
Perchè di fatto, in queste ultime 24 ore, il governo ha guadagnato un giorno in più: c’è anche tutta la giornata di lunedì.
In quanto si è deciso di presentare il maxiemendamento che modificherà la manovra, licenziata dalla Camera e ormai superata alla luce delle trattative con l’Ue, direttamente in aula al Senato e non in commissione. Altre 24 ore di tempo.
Ma le questioni da dirimere non sono più a Bruxelles bensì a Roma: almeno sul livello politico, che è quello che serve.
Le preoccupazioni europee restano concentrate su ‘quota cento’, provvedimento sul quale Salvini non intende mollare. Ufficialmente nemmeno Conte retrocede. Anzi rispondendo ad una domanda precisa in conferenza stampa si piazza come al solito in posizione esattamente mediana tra le richieste leghiste e quelle pentastellate.
“Reddito di cittadinanza e riforma delle pensioni verranno realizzate così come sono state concepite, programmate, annunciate – insiste il capo del governo – conoscerete i testi normativi, nessun arretramento su questo”.
Ma l’Ue chiede uno sforzo in più altrimenti non riuscirà a convincere i falchi del nord, meno facili alla trattativa con Roma, a evitare la procedura di infrazione.
Dall’altro lato il governo cerca di resistere, almeno nelle dichiarazioni ufficiali. Conte in conferenza stampa difende fino alla fine il nuovo documento programmatico di bilancio presentato mercoledì scorso a Juncker, con saldi diversi da quello bocciato, una marcia indietro in sostanza.
Il massimo che può fare Bruxelles in queste condizioni è far slittare le raccomandazioni per l’Italia, penultimo passo prima dell’apertura formale della procedura, a dopo Natale.
Al momento la riunione di mercoledì in Commissione non si presenta in termini ostili, ma nemmeno come l’occasione per chiudere formalmente l’ipotesi delle sanzioni.
L’Ue potrebbe prendere altro tempo e aspettare che la manovra venga approvata definitivamente dal Parlamento a fine dicembre: non si sa mai. Se cambiasse rispetto ad un eventuale accordo raggiunto qui a Bruxelles, la procedura di infrazione battezzerebbe il nuovo anno per il governo gialloverde.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 14th, 2018 Riccardo Fucile
LA UE BLOCCA I FONDI E GLI INTIMA DI RESTITUIRE QUELLI RICEVUTI, BEN 84 MILIONI DI EURO… E’ UN VIZIO DEI SOVRANISTI FOTTERSI I SOLDI
E’ il primo ministro, ma è stato il fondatore e ha ancora voce in capitolo sui bilanci del gigante ceco dell’agroalimentare che da anni prende fondi europei per l’agricoltura: 84 milioni nel solo 2017.
Lui, Andrej BabiÅ¡, capo del governo della Repubblica Ceca, nega ma ora il Parlamento Europeo ha chiesto alla Commissione di “sospendere tutti i finanziamenti dell’Ue destinati al gruppo Agrofert fino al completamento delle indagini e alla risoluzione del conflitto di interessi“.
La questione ha una forte rilevanza politica: Agrofert guarda con occhio attento a molte delle questioni in gioco nella riforma della politica agricola comune e nei negoziati sul bilancio dell’Unione in corso in questi giorni a Bruxelles in sede di Consiglio Ue.
L’indicazione non poteva essere più chiara. Giovedì l’assemblea di Strasburgo ha adottato una risoluzione “sul conflitto di interessi e la protezione del bilancio dell’Ue in Repubblica ceca” con 434 voti a favore, 64 contrari e 47 astensioni: nel testo presentato dai Verdi con il sostegno del Ppe, l’Europarlamento “si rammarica del fatto che per lungo tempo la Commissione sia rimasta passiva, nonostante fin dal 2014 vi fossero forti indizi relativi a un conflitto di interessi di Andrej BabiÅ¡ nella sua funzione di ministro delle Finanze e successivamente di primo ministro”, sollecita la sospensione di tutti i sussidi comunitari nei confronti del gruppo e chiede che tutti i fondi ricevuti da Agrofert “illegalmente o irregolarmente” siano recuperati.
Il caso era scoppiato a settembre dopo una denuncia di Transparency International Repubblica ceca, secondo cui BabiÅ¡ — che, oltre che leader del partito Ano 2011 e capo del governo dal 2014, è anche un imprenditore di successo i cui interessi spaziano dall’agroalimentare al settore dei media — continui a controllare la holding Agrofert attraverso vari fondi fiduciari, nei quali a febbraio 2017 aveva trasferito i suoi beni per soddisfare le leggi ceche sul conflitto di interessi.
Secondo la sollecitazione inviata dall’organizzazione alla Commissione Ue, la holding dell’agro-chimico-alimentare continua a profittare dei finanziamenti comunitari e BabiÅ¡, in quanto premier, partecipa alla definizione del bilancio europeo e non si può dunque escludere che sia in conflitto di interessi.
Con un ulteriore problema politico: la Repubblica Ceca orbita in quell’area Visegrad che contesta alla base le politiche di Bruxelles continuando a beneficiare dei fondi comunitari.
“Transparency International non ha alcuna prova“, aveva risposto all’epoca BabiÅ¡, accusando il capo del ramo ceco dell’organizzazione di prendere “parte a una lotta politica contro di me”.
Ora la palla passa alla Commissione, cui la risoluzione votata a Strasburgo chiede di esaminare “la legittimità di tutte le sovvenzioni versate al gruppo Agrofert da quando Andrej BabiÅ¡ è entrato a far parte del governo ceco”.
Mercoledì, affrontando la questione in Parlamento, il commissario per il bilancio dell’Unione Gà¼nther Oettinger ha dichiarato che l’esecutivo non ha intenzione di erogare sussidi alle società collegate a BabiÅ¡ finchè la situazione non sarà risolta.
“La situazione legale non è stata chiarita in modo soddisfacente — ha detto il Oettinger secondo Radio Praga — i potenziali conflitti di interessi non sono stati eliminati”
Secondo il quotidiano Hospodarske noviny l’anno scorso il gruppo Agrofert, il più grande datore di lavoro privato del Paese, aveva ricevuto dai fondi europei la cifra record pari a 2,1 miliardi di corone, circa 84 milioni di euro.
In un comunicato di giovedì la holding, che nel 2017 ha totalizzato 4,8 miliardi di corone (186 milioni di euro) in profitti, ha fatto sapere che le sue attività in Repubblica Ceca hanno ricevuto 10,24 miliardi di corone in sussidi tra il 2006 e il 2017.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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