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L’UNGHERIA INIZIA A RIBELLARSI A ORBAN: MIGLIAIA DI PATRIOTI IN PIAZZA, SCONTRI CON LA POLIZIA DAVANTI AL PARLAMENTO

Dicembre 14th, 2018 Riccardo Fucile

NON SOLO RAZZISTA, ORA PURE SCHIAVISTA CON 400 ORE DI LAVORO STRAORDINARIO

Prima il razzismo, poi lo sfruttamnento e infine la limitazione delle libertà .
Una ‘ricetta’ che ha provocato scontri violenti fino a tarda notte, a Budapest, fra manifestanti che protestano contro il governo e la polizia, sulla piazza davanti al Parlamento.
In migliaia hanno protestato ieri sera di nuovo contro la legge sugli straordinari, ribattezzata «schiavista», che aumenta a 400 ore l’anno gli straordinari dei lavoratori.
La mobilitazione è motivata però anche dalle misure che minacciano la libertà  accademica e il forzato trasferimento da Budapest della Ceu, istituto fondato da George Soros.
La polizia è intervenuta con ingenti forze, usando gas lacrimogeno e urticante al peperoncino. Secondo un primo bilancio ci sarebbero 30 feriti, fra cui anche due poliziotti
Gli scontri sono continuati fino a tarda notte: molti giovani hanno occupato due ponti sul Danubio, e sono ritornati più volte sulla piazza del Parlamento. La polizia ha fermato una decina di persone.
I manifestanti hanno usato fumogeni. Il corteo ha esibito cartelli con le scritte: «Non siamo schiavi!», «Paese libero, università  libera!». La folla scandiva fra l’altro: «Orban vattene!».
L’opposizione intende ricorrere alla Corte costituzionale per la legge controversa.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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MOSCOVICI SULLA MANOVRA ITALIANA: “NON CI SIAMO ANCORA” “CI SONO ANCORA PASSI DA FARE”

Dicembre 13th, 2018 Riccardo Fucile

“CI SONO ANCORA PASSI DA FARE”

“Non ci siamo ancora”. Così il commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici, ha commentato i nuovi obiettivi di deficit/Pil che il presidente del consiglio italiano, Giuseppe Conte, ha presentato all’Europa abbassando l’asticella dal 2,4 al 2,04 per cento del Prodotto interno lordo.
Una retromarcia rispetto alle dichiarazioni bellicose del passato che sta facendo scendere sensibilmente lo spread.
Nel corso di un’audizione al Senato, ha parlato di “un passo nella giusta direzione” da parte italiana, ma ha poi voluto precisare che “ci sono ancora dei passi da fare, possibilmente sia da una parte che dall’altra”.
Moscovici ha toccato anche il delicato piano francese, con le promesse di Macron che portano Parigi fuori dalle traiettorie comunemente accettate sui conti pubblici.
Il commissario aggli Affari economici ha infatti auspicato che il superamento della soglia del 3% di deficit nella manovra di bilancio francese per il 2019 sia “il più limitato possibile” dopo le misure sociali annunciate lunedì: si parla di arrivare al 3,4% nel 2019.
“Ciò che è desiderabile è che questo superamento sia il più limitato possibile”, ha affermato il davanti al parlamento francese.

(da agenzie)

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“LASCIATECI VOTARE E SCEGLIEREMO L’EUROPA”: IN GRAN BRETAGNA L’APPELLO DELLA SOCIETA’ CIVILE

Dicembre 12th, 2018 Riccardo Fucile

REGISTI, EX CALCIATORI, ATTRICI E SCRITTORI SI MOBILITANO PER RIDARE LA PAROLA AI CITTADINI

Uno sceneggiato televisivo britannico degli anni Ottanta, intitolato «Auf Wiedersehen, Pet» (Addio, tesoro) metteva in scena la vita di sette uomini i quali, per sfuggire alla disoccupazione rampante in Gran Bretagna, emigravano nella Germania dell’ovest per trovare lavoro come operai nei cantieri edili.
Da quei giorni, la libertà  di movimento ha facilitato enormemente la vita, il lavoro e gli spostamenti dei cittadini da un capo all’altro dell’Unione Europea.
Nell’industria dell’intrattenimento, il nostro lavoro ci costringe spesso a viaggiare e lavorare ovunque in Europa, e da quasi trent’anni la libertà  di movimento ci è venuta incontro nella vita e nel lavoro. E non solo a noi.
Oltre un milione di britannici oggi vivono in altre parti d’Europa, e molti di loro hanno avviato imprese di successo, si sono sposati e hanno messo su famiglia.
Oggi, invece, in base alle normative della Brexit di Theresa May, quei diritti stanno per arrivare al capolinea.
Le future generazioni di giovani inglesi, molti dei quali non hanno avuto modo di esprimere il loro parere nel referendum del 2016, perderanno i diritti di cui hanno goduto le generazioni precedenti.
La Gran Bretagna rischia di ritirarsi dalla scena internazionale, e solo perchè ai suoi cittadini sono state raccontate vere e proprie menzogne nel 2016.
I sostenitori della Brexit avevano promesso ai cittadini che avrebbero continuato a godere «di tutti i vantaggi» dell’Unione Europea, riservandosi semplicemente la prerogativa di «riprendersi il controllo».
L’accordo della Brexit, negoziato da Theresa May, ahimè, sta a dimostrare invece che tutte quelle promesse resteranno disattese.
La Gran Bretagna si è impegnata a versare un assegno di divorzio da 50 milioni di sterline, ma a quale scopo? Non avremo nulla in cambio. Anzi, perderemo i nostri diritti di Stato membro dell’Unione Europea, vale a dire meno commercio, meno opportunità  e standard di vita inferiori.
I britannici perderanno il diritto a vivere, lavorare e studiare senza necessità  di visto in tutta Europa. E in virtù di quella che si rivelerà  la più grave perdita di sovranità  e controllo nella storia inglese, dovremo continuare a seguire le regole europee, senza tuttavia aver diritto a partecipare alla loro formulazione.
Decine di migliaia di imprese britanniche – la stragrande maggioranza delle quali si fonda sul libero scambio commerciale, importare ed esportare cioè verso ogni punto dell’Europa – oggi si ritrovano a vivere in un’atmosfera di intensa e prolungata incertezza. L’accordo per la Brexit si limita a promettere scambi commerciali senza scossoni per i prossimi due anni, ma non dà  garanzie su nulla oltre quella scadenza.
Sempre più lavoratori nel Regno Unito oggi scoprono che il loro posto di lavoro è a rischio.
Le aziende chiudono le fabbriche oppure decidono di non fare ulteriori investimenti in quanto non hanno alcuna certezza sulle prospettive a lungo termine.
Le famiglie in Gran Bretagna già  si vedono costrette ad affrontare spese crescenti, per la perdita di valore della sterlina. E milioni di euro di finanziamenti europei per la ricerca, le scienze e le arti, sono altresì minacciati.
Lo stesso governo ha ammesso che l’accordo della Brexit danneggerà  gravemente l’economia britannica. Dominic Raab, il membro di gabinetto responsabile per i negoziati della Brexit, è stato costretto a riconoscere che questo accordo è peggio che restare nell’Unione Europea.
I sondaggi di opinione mostrano come una percentuale chiaramente maggioritaria di elettori in quasi tutti i distretti oggi esige di esprimere il proprio parere in un voto popolare. Una netta maggioranza della popolazione oggi voterebbe per restare nell’Ue.
A ottobre, 700.000 persone da ogni angolo del Paese sono confluite nel centro di Londra per chiedere il diritto di dire l’ultima parola sulla Brexit, in un voto appunto popolare.
Ora spetta ai politici eletti in parlamento respingere con il loro voto questo nefasto accordo della Brexit e restituire l’ultima parola ai britannici.
Se avranno il coraggio di farlo, chiediamo al vostro Paese e a tutta l’Unione Europea di concedere alla Gran Bretagna un lasso di tempo sufficiente per esprimere questo voto popolare e per ripensare la Brexit. Ne va del futuro di moltissime persone.

(da “il Corriere della Sera”)

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GLI ITALIANI VOGLIONO PIU’ EUROPA: I FAVOREVOLI ALLA UE SONO IL 64%, I CONTRARI SCESI AL 15%

Dicembre 11th, 2018 Riccardo Fucile

IL DATO E’ IN FORTE CRESCITA (BEN 15 PUNTI PERCENTUALI) RISPETTO A UN ANNO FA

Un buon segnale: l’appartenenza all’Ue è vista come una cosa positiva dal 64% delle persone intervistate in Italia, secondo un sondaggio flash Eurobarometro pubblicato in anteprima.
Il dato, rilevato una settimana fa, è in forte crescita (ben 15 punti percentuali) rispetto a un sondaggio simile realizzato un anno fa, nel dicembre 2017, secondo il quale a dare questa risposta era stato solo il 49%.
Gli italiani che vedono negativamente l’appartenenza all’Ue sono diminuiti al 15% rispetto al 22% di un anno fa.
Le risposte neutrali (nè positivo, nè negativo) sono scese anch’esse, al 18% rispetto al 22% del dicembre 2017
In tutta l’Ue, a inizio dicembre, su una base di 26.071 cittadini intervistati, le risposte positive riguardo all’appartenenza del proprio paese all’Unione sono state il 68%, anche qui in aumento rispetto al 60% di aprile e al 62% di settembre di quest’anno
Irlanda (84%), Germania (81%), Lussemburgo (80%), Estonia (76%), Austria (75%), Polonia (75%), Olanda (74%), Danimarca (70%), Lituania (69%), Svezia (69%) sono sopra la media.
La Spagna è al 68%, la Francia è sotto l’Italia, al 58%.
Solo un paese fra tutti i Ventisette è sotto la maggioranza assoluta, l’Ungheria con il 49%.

(da agenzie)

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LA MAGGIORANZA DEI BRITANNICI VUOLE RIMANERE IN EUROPA: OGGI IL 52% VOTEREBBE “REMAIN” CONTRO IL 40% DI “LEAVE”

Dicembre 9th, 2018 Riccardo Fucile

IL SONDAGGIO DELL’INDIPENDENT DIMOSTRA CHE OCCORRE UN NUOVO REFERENDUM… LA BREXIT FA PAURA, BRUCIATI 130 MILIARDI

La maggioranza dei britannici ora pensa che il Paese dovrebbe rimanere all’interno dell’Unione europea, secondo un nuovo sondaggio pubblicato pochi giorni prima del cruciale voto sull’accordo sulla Brexit tra Ue e Gb in Parlamento, riferisce l’Independent online.
La ricerca rivela che il 52 per cento dei cittadini si dice a favore del ‘remain’, un sostegno che, sottolinea BMG research, è aumentato di mese in mese dall’estate scorsa fino appunto a superare il 50 per cento a dicembre quando sono emerse le complesse realtà  della Brexit.
A favore dell’uscita dalla Ue il 40% dei britannici, con un 8% di non interessati o indecisi.
Il sondaggio ha inoltre rivelato che quasi la metà  delle persone ritiene che l’accordo il ritiro raggiunto da Theresa May rappresenti un “cattivo affare” per la Gran Bretagna con molti cittadini che sostengono che i deputati dovrebbero respingere l’intesa nel voto di martedì.

(da “Indipendent”)

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LA NUOVA LEADER CDU E’ ANNEGRET KRAMP-KARRENBAUER

Dicembre 7th, 2018 Riccardo Fucile

HA SCONFITTO IL PUPILLO DI SCHAUBLE… SUCCEDE ALLA MERKEL IN NOME DELLA CONTINUITA’

Annegret Kramp-Karrenbauer è la nuova presidente della Cdu. Sarà  lei a guidare l’ultima grande Volkspartei, l’ultimo partito di massa in Europa – negli ultimi sondaggi è tornato al 30% – nella difficile era post-Merkel dei populismi e dell’insorgenza delle destre.
AKK ha battuto con quasi il 52% il concorrente Friedrich Merz. Al ballottaggio la segretaria generale del partito ed ex governatrice della Saar era arrivata con il 45% dei voti, battendo al primo turno di sei punti il lobbyista di Blackrock.
Terzo con il 15% dei voti, il ministro della Sanità  Jens Spahn.
Il cuore del discorso con cui Friedrich Merz si era candidato alla guida della Cdu non stava nella rassicurazione che “il governo e il parlamento sono eletti fino al 2021”, la rassicurazione insomma che se fosse stato eletto presidente della Cdu, la coabitazione con Angela Merkel sarebbe pacifica e il governo non sarebbe caduto. Era questo, infatti, il timore che attraversa le file dei 1001 delegati.
Molti delegati ragionano come il parlamentare Fritz Guentzler: “con la testa voterei per Merz, anche per le sue competenze economiche. Ma strategicamente sarebbe più saggio votare Annegret Kramp-Karrenbauer”.
La Cdu è stanca di conflitti, vuole una navigazione tranquilla del Merkel IV. Anche per questo ha scelto Kramp-Karrenbauer. Ma in una frase successiva della relazione, in modo molto più sottile, Merz aveva promesso invece il contrario.
I “nostri veri avversari”, aveva scandito nella plenaria della fiera di Amburgo, sono “Spd, Verdi e Fdp”. Merz prometteva il ritorno di “dibattito politico” e di “posizioni chiare” nella Cdu, senza le quali il lobbyista di Blackrock è intimamente convinto che non si possano riconquistare voti.
Vuol dire che con lui la Cdu si sarebbe spostata talmente a destra e avrebbe litigato talmente spesso con il partner di governo, già  sofferentissimo nei sondaggi anche per la convivenza nella Grande coalizione, finchè la Spd non avrebbe staccato la spina? Chissà . La suggestione è sembrata questa.
Per il resto, l’attacco a Merkel non sarebbe potuto essere più esplicito: “la smobilitazione asimmetrica”, la tendenza della cancelliera a non prendere posizione su nulla, “ha fatto il suo tempo”, ha sibilato ai mille delegati. La politica “si sta polarizzando”. E “per me è insopportabile”, ha gridato quasi, tra gli applausi della platea, “che non riusciamo a riconquistare i voti andati all’Afd”.

(da agenzie)

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L’ITALIA PERDE QUOTA A FRANCOFORTE, LA BCE TAGLIA LA QUOTA ITALIANA NEL SUO CAPITALE

Dicembre 3rd, 2018 Riccardo Fucile

AVREMO MENO PESO NEL CAPITALE DELLA BCE…E CI COSTERA’ ALMENO UN MILIARDO

L’Italia scende in Bce. Perde peso nella stanza dei bottoni dell’euro.
E un’altra tegola cade sulla testa del governo gialloverde. Cinque anni di crescita anemica, per non dire sottozero, accompagnata da una riduzione del tasso di natalità , hanno ridotto di oltre mezzo punto percentuale la quota dell’Italia nel capitale azionario della Eurotower.
Crescita e popolazione infatti sono i parametri che i tecnici di Francoforte utilizzano per aggiornare ogni quinquennio le quote relative degli eurosoci, e la fotografia 2018 fresca di stampa conferma l’arretramento economico sociale del Paese con la conseguente discesa nella graduatoria degli azionisti Bce, la prima significativa da molti anni.
Non siamo i soli, anche se siamo quelli con il problema più grande. Spagna, Portogallo e Grecia hanno avuto la stessa sorte all’interno di una spaccatura tra periferia Sud e cuore nordico della Eurozona che vede in particolare la posizione della Germania crescere ancora.
La cosa in sè potrebbe anche essere archiviata come una delle tante graduatorie sfavorevoli che misurano il processo di declino del Belpaese. Del resto, con il 16,9 per cento l’Italia resta pur sempre il terzo azionista dell’istituto guidato da Mario Draghi dietro la Francia.
C’è un però tecnico ma non secondario tuttavia, un particolare che non piacerà  al ministro Giovanni Tria.
Ed è questo: la quota di capitale di ciascun azionista è anche la base sulla quale viene calcolato il volume degli acquisti di titoli di Stato e bond dei vari paesi.
Oggi la Bce ha in pancia quasi 350 miliardi di titoli italiani acquistati nell’ambito del Quantitative easing che termina a fine anno.
Parte di questi titoli scadranno nel 2019 e dovranno essere rinnovati in base alle nuove regole.
L’agenzia Bloomberg Economics ha calcolato che a causa della rimodulazione delle quote di capitale il reinvestimento in titoli del debito italiano potrebbe in teoria risultare inferiore di quasi un miliardo rispetto alle previsioni: Soldi dunque che il Tesoro dovrebbe cercare altrove. Un piccolo problema in più insomma.
In queste ore il Mef preme affinchè si trovi una soluzione, la più indolore possibile, perchè anche se le cifre in gioco sono relativamente importanti la finanza pubblica italiana versa nelle condizioni critiche che tutti sanno.
L’impatto che la nuova struttura di capitale potrebbe avere sui mercati è comunque oggetto di riflessione a Francoforte.
L’idea è cercare di diluirlo nel tempo e le opzioni sul tavolo sono diverse. C’è chi vorrebbe che i rinnovi proseguissero senza fissare un termine tenendo conto delle condizioni generali della congiuntura e dell’inflazione nell’area euro.
C’è chi invece, come i paesi nordici, vorrebbe stabilire una data di riferimento temporale in modo da orientare il mercato. Il quale, nel frattempo, si aspetta che nel giro di massimo due tre anni la Bce si chiami gradatamente fuori dal circuito del debito e si avvii a ridurre un bilancio che ha al proprio attivo 2,6 trilioni di bond sovrani europei. Il Consiglio dovrebbe prendere una decisione in merito nella riunione del 13 dicembre prossimo.
Certamente il 2019 sarà  un anno cruciale per la Bce e per la presenza dell’Italia nella Eurobanca. Alla questione della minore quota di capitale si aggiunge infatti quella della presenza di un nostro rappresentante nel comitato direttivo.
In maggio infatti scadrà  il capoeconomista Peter Praet, il cui posto sembra destinato a un rappresentante dei piccoli paesi. In novembre lascerà  Draghi. Nei primi mesi del 2020 sarà  la volta del francese Benoit Courè, che se alla presidenza non andrà  un francese sarà  rimpiazzato da un connazionale. L’Italia rischia di restare senza una voce nel board.

(da “Huffingtonpost”)

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UNA BANDIERA DELL’EUROPA ALLA FINESTRA CONTRO LA MANIFESTAZIONE SOVRANISTA DI SALVINI

Dicembre 2nd, 2018 Riccardo Fucile

EUROPA NOW! LANCIA LA PROTESTA CONTRO IL RADUNO A ROMA PER L’8 DICEMBRE: “E’ ARRIVATO IL MOMENTO DEL PATRIOTTISMO EUROPEO”

Una bandiera dell’Unione Europea alla finestra e al balcone a Roma e nella altre città  italiane contro Matteo Salvini e la manifestazione sovranista   prevista per l’8 dicembre.
La proposta arriva da Europa Now! , associazione europeista fondata da Gian Paolo Accardi, Maurizo D’Amore, Eric Jozsef, Francesca Paci e Gianna Radiconcini, che da venerdì distribuisce i vessili europei in alcuni punti di Roma.
“Roma risponde alla marcia di Salvini: per fermare l’avanzata dei nazionalisti e rivendicare una nuova Europa più unita, democratica, fraterna, solidale e federale, EuropaNow! con la Gioventù Federalista Europea lancia una campagna di mobilitazione civica”, scrive Jozsef.
Secono Europa Now!   “i nazionalisti vogliono distruggere l’Europa, noi vogliamo cambiarla. “È arrivato il momento di agire, per dire no”.
Un no a “chi vuole il ritorno delle frontiere interne, il ritorno delle vecchie monete, la sottomissione geopolitica agli Stati Uniti di Donald Trump e alla Russia di Vladimir Putin”
“È arrivato il momento di affermare un patriottismo europeo fondato sui valori e sui principi democratici per dire sì a un’Europa che non sia esclusivamente un’Europa delle nazioni e dei vincoli di bilancio, ma un’Europa dei cittadini e dell’uguaglianza dei diritti politici, sociali, fiscali, ambientali e culturali”, scrive Jozsef.
Per sostenere questi progetti e contrastare il credo sovranista EuropaNow!, insieme ad altre associazioni europeiste “invita a mettere una bandiera europea alle finestre, perchè la bandiera europea appartiene ai cittadini e perchè l’Europa significa unire le persone, non soltanto integrare gli Stati”.

(da agenzie)

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BRUXELLES HA IL DITO SUL GRILLETTO: ALTRA BOCCIATURA, LA PROCEDURA DI INFRAZIONE VA AVANTI

Novembre 29th, 2018 Riccardo Fucile

DISCO VERDE DEL COMITATO DEI DIRETTORI DEL TESORO DI TUTTI GLI ALTRI STATI EUROPEI

Il passo formale è arrivato: il Comitato economico e finanziario, composto dai direttori del Tesoro degli altri Stati dell’eurozona, si è riunito oggi a Bruxelles e ha approvato l’analisi della Commissione Europea sulla legge di bilancio italiana.
È il disco verde che mancava per la procedura di infrazione per deficit eccessivo legato al debito, l’ok necessario alla Commissione per cominciare a formulare la sua raccomandazione all’Italia: arriverà  prima di Natale, prevedibilmente il 19 dicembre, nella settimana che segue il Consiglio europeo di fine anno.
L’Ecofin ha spiegato la sua decisione, ritenendo “un fattore aggravante che in risposta all’opinione della Commissione che chiedeva di sottomettere un Documento programmatico di bilancio aggiornato, l’Italia ha inviato un piano che conferma i target di bilancio del 2019”.
Per gli sherpa del comitato inoltre, “il debito pubblico italiano resta una grande fonte di vulnerabilità  per l’economia”, che potrebbe essere aggravata dalle “misure sulle pensioni (quota 100)”, in grado di “toccare negativamente il trend positivo generato dalle riforme delle pensioni passate e indebolire la sostenibilità  a lungo termine delle finanze”.
Tuttavia, l’Efc tiene aperti alcuni spiragli sul fronte della trattativa Roma-Bruxelles: “Ulteriori elementi potrebbero emergere dal dialogo in corso tra la Commissione e il Governo italiano”.
Come previsto dunque, l’Europa va avanti. Anche se tutti gli attori in campo, sia gli europei che gli italiani, continuano ad auspicare il dialogo.
L’ok del comitato economico e finanziario, sulla base dell’articolo 126.4 del Trattato sul funzionamento dell’Ue, step tecnico fondamentale per la procedura di infrazione, arriva mentre Giuseppe Conte è a Buenos Aires insieme a Giovanni Tria per un G20 che sarà  occasione anche per bilaterali importanti sulla manovra economica.
Stasera (stanotte in Italia), il ministro dell’Economia vedrà  ancora Pierre Moscovici alla cena con i ministri del Tesoro dei paesi del G20. Domani Conte avrà  un altro incontro con il presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker.
Tria, che sta cercando di convincere il resto del governo — soprattutto i due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio — a ridurre il deficit al 2 per cento (dal 2,4 che ha fatto infuriare gli altri Stati dell’Ue), non si sbilancia: “I numeri si fanno nella trattativa, non si dicono in giro prima…”.
Questo all’Europa non basta. Bruxelles continua a tenere il dito sul grilletto .
Tanto che, si ragiona in ambienti diplomatici, il punto di caduta di tutta questa trattativa tanto enunciata ma senza atti concreti, potrebbe essere solo il rallentamento di una procedura di infrazione che appare scontata. Non lo stop, dunque.
O anche una negoziazione per renderla meno pesante in termini di sanzioni.
Dunque un dialogo a procedura aperta, visto che finora Roma non ha inviato un documento di bilancio rivisto e corretto che sostituisca quello bocciato.
Anzi, lunedì prossimo, proprio mentre sarà  riunito l’Eurogruppo che discuterà  ancora con Tria del caso italiano (argomento che è nell’ordine del giorno della riunione), a Roma la manovra approderà  nell’aula di Montecitorio, pronta per essere approvata così com’è con voto di fiducia entro metà  settimana.
Le modifiche semmai verranno apportate nella lettura del testo al Senato. Semmai.
Certo, le raccomandazioni della Commissione, vale a dire i compiti da fare per raddrizzare la traiettoria del debito italiano ora a 131 punti percentuali sul pil, arriveranno in tempo: prima che la manovra venga licenziata da Palazzo Madama, sembrerebbe il 19 dicembre appunto.
Insomma, se il governo vuole, può correggere. Formalmente la procedura dovrebbe scattare alla riunione dell’Ecofin del 22 gennaio: i ministri del Tesoro dell’Unione si riuniranno anche martedì prossimo a Bruxelles, ma non discuteranno del caso italiano, punto non inserito nell’ordine del giorno.
Insomma, ci sono ancora quasi due mesi di tempo per rivedere la rotta: l’Europa va avanti ma non con velocità  sostenuta.
“Passo dopo passo”, ha sempre detto Moscovici. Resta il fatto che, senza novità  di sorta, pur lentamente, la procedura si avvicina. §
Tradotto in sanzioni, significa un obbligo per l’Italia di ridurre il debito di 3,5 punti percentuali ogni anno a partire dall’anno prossimo, cioè un ventesimo del 71 per cento, vale a dire lo scarto che c’è tra la regola europea del debito — 60 per cento del pil — e l’attuale debito italiano — 131 per cento del pil.

(da “Huffingtonpost”)

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