Settembre 13th, 2018 Riccardo Fucile
L’IMBARAZZO DI CONTE, CHE DEVE TROVARE UNA POSIZIONE UNITARIA IN CONSIGLIO UE… LA VERGOGNA DI FORZA ITALIA, SERVI DELLA LEGA
Ancora lei: Angela Merkel. C’è la cancelliera dietro il voto che oggi a Strasburgo ha condannato il
Governo ungherese guidato da Viktor Orban per gravi violazioni dei diritti fondamentali dell’Ue.
I sì sono stati tanti: 448, contro 197 no e 28 astenuti. A dispetto delle previsioni della vigilia, il Ppe, il gruppo che incredibilmente tiene insieme due opposti come Merkel e Orban, ha votato in maniera quasi compatta contro il premier ungherese, insieme ai socialisti, ai liberali e anche al M5s.
Tra i Popolari, sono ‘sfuggiti’ al richiamo della Merkel solo gli italiani di Forza Italia, schierati per Orban insieme ai leghisti di Matteo Salvini, i polacchi, gli ungheresi. Poca roba.
Il voto di oggi sfila i Popolari dall’abbraccio sovranista e costruisce i presupposti per un nuova alleanza tra Ppe, socialisti e liberali dopo le elezioni di maggio 2019. Shock. Ma come ci è arrivati?
E Giuseppe Conte, a capo di un governo spaccato su Orban, cosa racconterà in Consiglio Europeo quando (e se) arriverà il momento di rendere operative le indicazioni dell’europarlamento?
Raccontano dal Ppe che dall’ultimo incontro di Angela Merkel con Emmanuel Macron si era capito come andava a finire. Si sono visti a Marsiglia il 7 settembre scorso. Da lì la cancelliera e il presidente francese hanno rilanciato un imperituro asse franco-tedesco in chiave anti-populista, guardando alle Europee dell’anno prossimo.
Il voto del Parlamento europeo su Orban è stata la prima occasione per dare un segnale: si fa sul serio, basta con l’inquinamento sovranista nel Ppe.
Anche il capogruppo a Strasburgo Manfred Weber è stato richiamato all’ordine. Proprio lui che in un’intervista a La Stampa aveva parlato della necessità di un “compromesso con i sovranisti”. Bene, su Orban niente compromessi.
Il Ppe vota compatto tranne poche eccezioni, quella italiana soprattutto, e l’astensione dei conservatori spagnoli e francesi (questi ultimi per distinguersi da Macron, avversario di ‘En Marche’ in Francia).
Ora, Weber resta comunque in lizza per la candidatura a presidente della Commissione (‘spitzenkandidaten’) alle prossime Europee: quel posto sarà suo con maggioranza qualificata al congresso del Ppe a Helsinki il 7 e 8 novembre, scommettono nella sua area.
Del resto si è riposizionato sulla nuova linea della Merkel, quella che ha risolto i tentennamenti estivi di una Cancelliera che comunque si ritrova a dover mediare al governo con l’alleato populista Horst Seehofer.
Ma Merkel alla fine non tentenna. Oltre all’asse con Macron, c’è un altro dato che l’ha portata a decidere di fare senza i populisti: le politiche di domenica scorsa in Svezia.
I sovranisti svedesi di Jimmie Akesson (‘Democratici svedesi’) non hanno sfondato: il loro 17 per cento segnala un aumento nei consensi, ma non è la porta di ingresso per il governo del paese.
E soprattutto dopo il voto su Orban, una loro eventuale trattativa di governo con i Popolari svedesi appare in salita.
Bene, il voto in Svezia ha convinto Merkel e la parte moderata del Ppe che alla fine il caso italiano, di un governo a guida populista, può rimanere un’eccezione in Europa. O meglio: un caso da isolare.
Da qui l’accelerazione per votare la relazione dell’eurodeputata olandese Judith Sargentini che condanna Orban per violazioni dello stato di diritto nel campo dell’indipendenza della magistratura e dei media, della libertà accademica, della libertà religiosa, della protezione delle minoranze e della possibilità di operare per le Ong e la società civile, nonchè casi di corruzione, appalti irregolari e frode nell’uso dei fondi Ue.
Meglio fare senza Orban, senza Salvini, senza i sovranisti: Merkel sterza, il Ppe segue e ora punta a conseguire un buon risultato alle Europee di maggio per cercare ancora – in caso di non autosufficienza – una maggioranza con i liberali e i socialisti dopo il voto invece che con i sovranisti.
A margine, resta una matassa tutta italiana che rischia di restare residuale.
Benchè piazzati bene nei sondaggi, i sovranisti non hanno chance di influenzare il Parlamento europeo senza un’alleanza con il Ppe.
Salvini infatti non fa mistero di questo obiettivo per “allontanare la sinistra dal malgoverno europeo”. Ora invece gli resta Orban, isolato nel Ppe, e Silvio Berlusconi, che lo ha seguito in questa avventura: è come restare a piedi. A meno di sfondare davvero alle prossime elezioni. Si vedrà .
Nel frattempo resta il solco di un governo italiano spaccato su Orban. Che non è poca cosa, visto che la scelta del Parlamento Europeo deve essere approvata dal Consiglio europeo per diventare operativa.
Cosa dirà Conte? I cinquestelle eletti a Strasburgo sono convinti che il premier terrà conto della “nostra scelta di votare la condanna di Orban”.
Ma Conte è anche premier della parte leghista al governo, benchè espressione del M5s. “Sarebbe bene che il Parlamento italiano convocasse il presidente Conte per spiegare quale sarà la sua posizione nel Consiglio europeo. L’Italia non può rischiare l’isolamento”, attacca David Sassoli del Pd, vicepresidente del Parlamento Europeo.
La buona notizia per Palazzo Chigi è che potrebbero passare dei mesi prima che il Consiglio europeo venga chiamato a discutere dell’attivazione dell’articolo 7 dei Trattati contro Orban.
Nella versione più severa, può significare sanzioni e la sospensione del diritto di voto dell’Ungheria in Consiglio, ma serve l’unanimità dei 27 Stati.
Complicato nei tempi e nei modi. Il voto del Parlamento rischia quindi di restare lettera morta: un monito che serve a indirizzare le alleanze per le prossime europee ma nulla di operativo.
Ad ogni modo, il Consiglio europeo si riunisce il prossimo 18 ottobre e poi a metà dicembre: difficile che il nodo Orban arrivi al pettine per allora.
Ma la prossima settimana a Salisburgo, i capi di stato e di governo si incontreranno per un vertice informale: potrà essere l’occasione per un chiarimento a margine sul caso Ungheria, un caso che invece che spaccare il Ppe, ha costruito un argine tra i Popolari e i sovranisti, un muro tra l’Ue e il pensiero “illiberale” di cui Orban si vanta.
“Ecco, Merkel ha sterzato verso un’alleanza liberale — ci dice una fonte moderata del Ppe — l’Europa ha conosciuto Hitler e Mussolini, entrambi avevano il consenso, come Orban: il che non significa che puoi fare come vuoi. Ci sono delle regole e appartengono alla democrazia liberale. Illiberale vuol dire regime”.
E la Cancelliera ha deciso di combatterlo prima che sia troppo tardi, “un po’ come Churchill contro i nazisti”, azzarda qualcuno.
Fosse anche la sua ultima crociata da leader.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 12th, 2018 Riccardo Fucile
ORA TOCCA AI LEADER EUROPEI DECIDERE LE SANZIONI…ESULTANO I CINQUESTELLE, SCONFITTA LA LINEA DELLA LEGA… MA L’ERRORE E’ STATO FAR ENTRARE NELL’UNIONE STATI CHE PENSANO SOLO A PRENDERE SOLDI SENZA RISPETTARNE I DOVERI
Il Parlamento chiede di aprire la procedura contro l’Ungheria per violazione delle norme sullo
stato di diritto. L’assemblea ha approvato la risoluzione di Judith Sargentini sulla situazione in Ungheria, chiedendo di aprire la procedura prevista dall’articolo 7 del Trattato in caso di violazione dei diritti fondamentali come democrazia, Stato di diritto e diritti umani.
Il testo è stato approvato con 448 voti a favore, 197 contrari e 48 astenuti
Per attivare la procedura dell’articolo 7, che potrebbe portare a sanzioni, era necessaria una maggioranza dei due terzi dei voti espressi, oltre alla maggioranza assoluta dei deputati europei
(da agenzie)
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Settembre 6th, 2018 Riccardo Fucile
I CAPITALI FUGGONO ALL’ESTERO, I BANCOMAT CHIUDONO, ESPLODE L’INFLAZIONE: PER GUARDARE OLTRE L’ABISSO SUL QUALE IL NOSTRO PAESE SI STA AFFACCIANDO
L’avevano chiamata operazione Morris. Il nome in codice era stato partorito durante una cena
nella saletta riservata del ristorante Il Moro, a Roma, cento metri dalla Fontana di Trevi. Il capo sovranista era appena stato nominato presidente del Consiglio e aveva riunito i fedelissimi davanti a un piatto di spaghetti alla carbonara. E non ci poteva essere pietanza più adatta per quella cena. Che aveva tutte le caratteristiche, appunto, di un vertice della carboneria.
Quattro persone stavano decidendo in gran segreto il futuro del paese. Davanti al premier era seduto il suo vice nel partito: gli altri due lati del tavolo erano occupati dal tesoriere e da Piero. La presenza di un sottosegretario allo Sviluppo economico delegato alle relazioni con Putin e i paesi del blocco di Visegrà¡d in quel consesso si spiegava con il rapporto, strettissimo, che lo legava da tempo al capo. Non c’era decisione politica importante che per ragioni forse imperscrutabili non venisse condivisa con lui. Di sicuro, il capo si fidava ciecamente di Piero. O Piotr, come era solito chiamarlo.
E fu proprio Piero-Piotr a suggerire il nome in codice per l’uscita dall’euro. Era fissato con un film, che avrebbe potuto rivedere in continuazione senza mai stancarsi. Un film del regista americano Don Siegel: Fuga da Alcatraz. Ispirato a un fatto realmente accaduto, raccontava l’evasione rocambolesca dal penitenziario su un’isoletta nella baia di San Francisco di un detenuto condannato per vari crimini fra cui rapina a mano armata. Si chiamava Frank Morris e nel film veniva interpretato da Clint Eastwood. L’evasione di Morris fu l’unica riuscita fra le innumerevoli tentate nei trent’anni durante i quali Alcatraz era stato adibito a carcere di massima sicurezza. Dell’evaso e dei due fratelli che lo accompagnarono nella fuga si persero le tracce, e nove mesi dopo il penitenziario venne definitivamente chiuso.
Una metafora cristallina, disse Piero ai commensali, di quello che si stava progettando. Come l’evasione, con successo, di Frank Morris da Alcatraz aveva provocato la chiusura di quella prigione, così la fuga dell’Italia dall’euro avrebbe causato la dissoluzione del carcere europeo nel quale erano ingabbiati i popoli del Vecchio continente. Il volto del capo si illuminò. Il decreto di nomina del Comitato per il Risorgimento monetario fu secretato e dunque non venne pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. I suoi componenti erano tenuti al riserbo più assoluto. Come deterrente era stata inserita un’apposita norma che prevedeva l’arresto immediato per chi avesse violato anche solo con il pensiero la consegna della riservatezza. Il premier avrebbe avuto anche il potere di disporre intercettazioni telefoniche e ambientali nei confronti dei componenti del Comitato e dei loro familiari, se questo fosse stato ritenuto necessario a tutelare maggiormente la segretezza.
Il provvedimento divenne operativo alle ore 00.00 di lunedì 28 dicembre 2019.
Il testo fu consegnato simultaneamente pochi minuti prima della mezzanotte del 27 ai componenti del Comitato. Il più sorpreso fu il governatore della Banca d’Italia, che dovette comunque attendere fino al pomeriggio del giorno seguente per parlare con il capo sovranista. La faccenda era davvero seria, molto più seria di quanto chiunque potesse immaginare.
La Banca centrale sarebbe stata immediatamente investita da un terremoto di inaudita potenza. Tutti gli esperti concordavano sul fatto che il presupposto per l’uscita dalla moneta unica era la nazionalizzazione della Banca d’Italia e la cessazione della sua indipendenza dal governo. Per il semplice motivo che avrebbe dovuto far fronte alla prevedibile e subitanea carenza di liquidità del sistema allagando le banche con Lire Nuove. La nazionalizzazione, inoltre, sarebbe scattata l’ultimo giorno dell’anno per una ragione ulteriore.
Le stime più attendibili attribuivano alla Banca d’Italia un valore di circa 7 miliardi di euro. E siccome le azioni erano nelle mani dei principali istituti di credito nazionali, lo Stato avrebbe dovuto acquistarle versando loro quella cifra, che sarebbe stata una bella boccata d’ossigeno per i bilanci messi a dura prova dalle svalutazioni dei titoli pubblici che le banche avevano in pancia. Ma sempre a patto che l’acquisto fosse concluso entro il 31 dicembre. Al telefono con il presidente del Consiglio il governatore era livido di rabbia: “Non capisco, presidente. Spero vi rendiate conto delle conseguenze. Questo è il suicidio del paese”.
La risposta fu raggelante: “La pensi come crede, non m’interessa. Immaginavo che non le sarebbe andata giù. Ma non è una decisione che spetta a lei”. “Lo so bene. Se mi permette, avrei potuto essere consultato prima. Era un vostro preciso dovere, e non soltanto per rispetto istituzionale.” “Non c’è niente da permettere. L’opinione sua o della Banca d’Italia non ci avrebbe fatto cambiare idea.”
“Ma la Banca d’Italia avrebbe avuto l’opportunità di spiegarvi in quale guaio state per cacciare il paese…” “Intanto cominciamo a cacciare lei. Aspetto la sua lettera di dimissioni immediatamente. E le ricordo che le norme sulla riservatezza con le relative sanzioni penali riguardano pure chi rassegna le dimissioni perchè in disaccordo con il break up. Articolo 6, la formulazione è sufficientemente precisa. Lo tenga bene a mente, e lo ripassi se necessario.” “Non c’è problema. Non vorrei comunque portare la responsabilità di quello che accadrà .” “Sono d’accordo, caro governatore. Lei è stato complice della sottomissione del popolo italiano alla finanza che lo ha dato in pasto alla povertà e al precariato. E ai complici di Soros e soci non riconosciamo il diritto di partecipare alla liberazione da questa oppressione che dura da un ventennio. Perchè questo è ciò che accadrà , garantisco.”
“Li avete letti bene i trattati? Li avete letti con attenzione prima di intraprendere questa strada? Non pare proprio… Perchè altrimenti avreste scoperto che l’uscita dalla moneta unica non è soltanto il ritorno alla lira. Ma comporta automaticamente l’uscita anche dall’Unione europea. Significa essere espulsi dal mercato unico e da tutti gli accordi di cooperazione, e questo comporterebbe che le nostre imprese sarebbero colpite da dazi commerciali pesantissimi. Perciò si illude chi pensa di tornare alla lira per poter svalutare a proprio piacimento e recuperare, abbassando il prezzo dei prodotti, la competitività che le imprese italiane avrebbero perduto con il risultato di avere un boom delle esportazioni. Il calo dei nostri prezzi sarebbe annullato dalle tasse doganali che ci verrebbero imposte, e non servirebbe assolutamente a nulla. Comprendo che per chi non ha dimestichezza con i trattati internazionali la loro lettura possa risultare noiosa, anche se mi pare che lei, presidente, sia stato parlamentare europeo e dunque i trattati dovrebbe conoscerli nei dettagli. Potrei comunque consigliarle la lettura, sia chiaro a tempo perso, di un breve documento di un professore che dirige la Scuola di politica economica europea dell’università e da anni studia la questione. Lì dentro, in parole semplici e comprensibili, c’è scritto tutto. C’è scritto che saremmo costretti a continue svalutazioni con l’inflazione che divorerebbe il potere d’acquisto delle famiglie. C’è scritto che saremmo condannati al protezionismo e verremmo espulsi dalle economie avanzate. C’è scritto che il governo e le imprese non potrebbero far fronte ai debiti contratti in euro con una moneta enormemente svalutata e si dovrebbero dichiarare insolventi sui mercati internazionali. A quel punto le nostre imprese più forti sarebbero spinte a trasferirsi all’estero…”
“Quando tutto verrà giù, quella non servirà a niente. Dovrete fare un decreto non per multare chi delocalizza, ma per vietare del tutto i trasferimenti, pena il carcere. Il che non potrà impedire fallimenti a catena, soprattutto delle imprese più piccole e fragili.” Al presidente del Consiglio sfuggì una risata: “Lo sa perchè rido? Lei, mi fa ridere. Evidentemente non conosce la forza delle nostre imprese, e fa anche il governatore della Banca d’Italia. Le piccole e medie aziende sono fatte da gente che lavora fino a mezzanotte e si sveglia alle cinque del mattino. Sono il nerbo del paese e hanno una vitalità sorprendente. Hanno passato momenti che lei non s’immagina…”
“Niente al confronto di quello che capiterà ,” sbuffò il governatore. E continuò: “La disoccupazione andrà a livelli mai visti. Sarete costretti a fare i salvataggi con i denari dei contribuenti, la spesa pubblica esploderà . Quindi dovrete aumentare la pressione fiscale e i tassi d’interesse andranno alle stelle per piazzare il debito pubblico che somiglierà sempre di più alla carta straccia. I mutui torneranno a essere carissimi e chi li ha stipulati con una banca estera, e sono tantissime famiglie, questo lo può facilmente verificare, non potrà pagare le rate con le lire ma dovrà continuare a farlo in euro. E ciò sarà insostenibile. Quelle famiglie si sveneranno, molte perderanno la casa. Succederebbe come in Argentina. È questo ciò che volete?”.
“Al contrario di voi, noi vogliamo solo il bene del popolo italiano. La saluto, e si ricordi le dimissioni. Entro oggi.”
La lettera del governatore della Banca d’Italia arrivò due ore più tardi. Appena due righe. Ma nella busta c’era anche un documento di sei pagine in inglese, dal titolo: The frying pan burns less than the fire. Why Italy should not go out of the euro. “La padella brucia meno della brace. Perchè l’Italia non deve uscite dall’euro.” Autore, il direttore della scuola di politica economica.
Il presidente del Consiglio lo scorse distratto, poi lo accartocciò rabbiosamente e lo gettò nel cestino.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 4th, 2018 Riccardo Fucile
IL REMAIN OGGI VINCEREBBE
Oltre 2,6 milioni di elettori britannici hanno cambiato idea sulla Brexit e ora sono contrari a un’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea.
E’ quanto emerge da un sondaggio dell’azienda informatica Focaldata. Secondo i media inglesi, se questi elettori avessero votato per rimanere nella Ue al referendum del 23 giugno 2016, il popolo del “Remain” avrebbe vinto in modo netto.
La maggioranza degli elettori che hanno cambiato idea sono laburisti, indica il sondaggio, e questo dovrebbe aumentare la pressione sul leader del partito Jeremy Corbyn e indurlo ad assumere una posizione più dura contro la Brexit
Dal sondaggio emerge inoltre che 970mila persone che nel 2016 hanno votato contro la Brexit oggi voterebbero a favore: il partito anti-Brexit, quindi, registra un guadagno netto di oltre 1,6 milioni di persone
Intanto i negoziati fra Gran Bretagna ed Europa sono entrati nella fase finale. “Qualsiasi sarà lo scenario, il Regno Unito lascerà comunque l’Unione a marzo del prossimo anno”, ha detto il ministro britannico per la Brexit, Dominic Raab. “Saremo preparati per tutte le eventualità possano emergere dai negoziati”, ha aggiunto.
(da agenzie)
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Settembre 2nd, 2018 Riccardo Fucile
L’INDISCREZIONE DEL JOURNAL DU DIMANCHE, L’INTERESSATO NON CONFERMA
Daniel Cohn-Bendit, ex leader del Sessantotto ed ex europarlamentare Verde, è stato contattato dal capo de La Republique en Marche, partito di maggioranza in Francia, Christophe Castaner, per ipotizzare un suo inserimento nel governo al posto del dimissionario ministro della Transizione ecologica, Nicolas Hulot.
L’informazione è del Journal du Dimanche, secondo il quale tutto si deciderà domani durante un incontro fra Cohn-Bendit e il presidente Emmanuel Macron.
Intanto, assediato dai giornalisti, Cohn-Bendit ha assicurato di non aver preso nessuna decisione e di essere combattuto fra la tentazione di raccogliere la sfida al ministero dell’Ecologia e la sua reticenza a sedere sulla poltrona di ministro, fra l’altro in un governo che ha spesso criticato.
(da agenzie)
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Agosto 13th, 2018 Riccardo Fucile
DUE SONDAGGI RIVELANO CHE IL VENTO E’ GIRATO: 341 COLLEGI ELETTORALI CONTRO 288 DIREBBERO ADDIO ALLA BREXIT
I britannici oggi non voterebbero più Leave, cioè non avrebbero alcuna intenzione di abbandonare l’Unione Europea. Niente Brexit, niente colloqui tra Londra e Bruxelles per trovare un compromesso per salutare l’Ue.
A dirlo è il Guardian che ha analizzato le tendenze di voto odierne dei cittadini britannici per capire come si rifletterebbe all’interno di Westminster, il Parlamento dove siedono i rappresentanti dei 632 collegi elettorali in cui è diviso il Regno.
Oggi, in 341 di questi, la maggioranza sarebbe per il Remain; a votare contro rimarrebbero in 288, favorevoli cioè alla Brexit. Il 23 giugno 2016, al referendum decisivo, erano rispettivamente 229 e 403.
Ciò significa che 112 collegi elettorali hanno modificato il proprio orientamento. E adesso anche la componente più isolazionista, quella degli inglesi (nordirlandesi e scozzesi sono sempre stati per non abbandonare Bruxelles), guarda da questa parte della Manica con un pizzico di nostalgia.
Sono stati presi in considerazione due sondaggi del sito YouGov sulle intenzioni di voto di oltre 15 mila persone, ascoltate prima e dopo l’annuncio dell’accordo sulla Brexit reso pubblico dalla premier britannica Theresa May lo scorso 6 luglio.
I risultati di queste rilevazioni sono poi stati incrociati con i dati dell’Office for National Statistics, l’istituto di statistica del Regno Unito, e con quelli ricavati dal censimento nazionale.
Quanto emerge è sorprendente: l’opinione della maggioranza degli abitanti d’Oltremanica si è diametralmente ribaltata e oggi, se si tornasse alle urne, vincerebbe il partito di chi sogna di rimanere nell’Unione
“L’analisi — si legge sul Guardian — suggerisce che il cambiamento sia stato guidato dai dubbi degli elettori laburisti che avevano votato per il Leave”. Sarebbero quindi i sostenitori del partito progressista, quello di centrosinistra per capirci, ad aver cambiato idea.
“La tendenza è più marcata nel nord dell’Inghilterra e nel Galles” — scrive il quotidiano britannico, secondo cui questa tendenza “accrescerà ulteriormente la pressione su Jeremy Corbyn per ammorbidire l’opposizione del partito a riconsiderare la partenza della Gran Bretagna”.
Il leader dei laburisti, la cui posizione è stata storicamente antieuropeista, si potrebbe cioè trovare di fronte alla necessità di sostenere un nuovo referendum.
Nel 2016 Scozia e Irlanda del Nord erano stati i due Paesi del Regno Unito a schierarsi nettamente a favore del Remain, con percentuali del 62% e del 55,8%.
A far pendere l’ago della bilancia verso la risicata vittoria del Leave (alla fine trionfò con il 51,9%) erano però state le schede di Inghilterra e Galles, dove il 53,4% e il 52,5% degli elettori avevano optato per la separazione da Bruxelles.
Due anni più tardi la geografia del voto svelata dal nuovo studio offre una panoramica molto diversa: dei 112 seggi che hanno cambiato opinione, 97 sono inglesi, e 14 (sui 40 complessivi) sono gallesi.
Cardiff, insomma, ha decisamente cambiato opinione e gli abitanti di questo piccolo Stato da tre milioni di abitanti oggi voterebbero in maggioranza per rimanere nell’Unione Europea.
Merito del voto degli elettori più giovani e di quelli dei cittadini di origine straniera, spiega il Guardian.
Ma curiosamente il collegio elettorale che vedrebbe il passaggio più radicale da favorevoli alla Brexit a contrari non è in Galles: si trova invece proprio nel cuore dell’Inghilterra. È quello di Liverpool Walton, dove il 14,3% dei suoi elettori avrebbe cambiato idea, al grido di “Remain, remain”.
(da Globalist)
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Luglio 19th, 2018 Riccardo Fucile
APERTA UNA PROCEDURA PER LA LEGGE ANTI-SOROS CHE CRIMINALIZZA LE ATTIVITA’ A SOSTEGNO DEI PROFUGHI… INCASSA DALL’EUROPA MILIARDI E RIFIUTA DI ACCOGLIERE LA QUOTA MINIMA DI RICHIEDENTI ASILO CHE GLI SPETTA, TIPICO SOVRANISTA
Bruxelles contro l’Ungheria di Viktor Orban e la sua linea dura in materia di immigrazione. La
Commissione europea ha infatti deferito l’Ungheria del premier anti migranti, stimato da Matteo Salvini, alla Corte di Giustizia dell’Ue per inosservanza del diritto comunitario nelle sue leggi in materia di asilo e rimpatrio
La Commissione ha inoltre avviato una procedura d’infrazione per la cosiddetta legge Stop Soros, fortemente voluta da Orban che ne aveva fatto un tormentone in campagna elettorale, che criminalizza le attività a sostegno dei richiedenti asilo, perchè viola “le leggi, la carta dei diritti fondamentali e i Trattati dell’Ue”.
La procedura nei confronti dell’Ungheria per inosservanza della normativa dell’Ue in materia di asilo e rimpatrio era iniziata nel dicembre 2015.
Dopo una serie di scambi a livello sia amministrativo sia politico e una lettera complementare di costituzione in mora, la Commissione ha inviato un parere motivato nel dicembre 2017.
Analizzata la risposta delle autorità ungheresi, la Commissione ha ritenuto che la maggior parte delle preoccupazioni espresse non siano state ancora accolte e ha pertanto deciso ora di deferire l’Ungheria alla Corte di giustizia dell’Unione europea, ultima fase della procedura di infrazione.
La lettera di costituzione in mora riguarda la nuova normativa ungherese che criminalizza le attività a sostegno delle domande di asilo. Denominata Stop Soros da Orban e dalle autorità ungheresi, qualifica come reato qualsiasi tipo di assistenza offerta da organizzazioni nazionali, internazionali e non governative, o da qualsiasi persona, a coloro che intendono presentare domanda di asilo o chiedere un permesso di soggiorno in Ungheria.
Le leggi comprendono anche misure di limitazione delle libertà personali, in quanto impediscono a chiunque sia perseguito penalmente a norma di tali leggi di avvicinarsi alle zone di transito alle frontiere dell’Ungheria
Le sanzioni vanno dalla detenzione temporanea alla reclusione fino ad un anno, seguita dall’espulsione dal paese. Inoltre la nuova legge e una modifica costituzionale hanno introdotto nuove cause di inammissibilità per le domande di asilo, limitando il diritto di asilo unicamente a coloro che raggiungono l’Ungheria direttamente da un luogo nel quale la loro vita o la loro libertà sono in pericolo.
La conclusione della Commissione è che l’Ungheria di Orban non adempie gli obblighi derivanti dai trattati, dalla normativa e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Le autorità ungheresi hanno 2 mesi per rispondere alle preoccupazioni espresse dalla Commissione.
(da agenzie)
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Luglio 16th, 2018 Riccardo Fucile
VISEGRAD CONTINUA A NON RISPETTARE GLI OBBLIGHI EUROPEI
Sono tutti sbarcati a Pozzallo i migranti giunti a bordo delle navi Monte Sperone (209 persone) e Protector (184 persone). Ora gli uomini della Prefettura e della Questura sono al lavoro per attivar le procedure di ricollocamento nei gli altri paesi europei, come chiesto dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte che nei giorni scorsi aveva inviato una lettera agli altri capi di governo della UE per chiedere che si facessero carico di una quota dei migranti in arrivo in Italia.
I migranti in questione sono i 450 che nei giorni scorsi si trovavano a bordo di un barcone proveniente dalla Libia che i ministri Salvini e Toninelli avrebbero voluto dirottare su Malta.
Fortunatamente per i migranti Germania, Spagna e Portogallo hanno acconsentito ad accogliere 50 persone a testa. Anche Belgio e Svezia sono orientate a dare il loro assenso per il ricollocamento di migranti e richiedenti asilo.
Per il ministro dell’Interno Matteo Salvini si tratta di un «grande successo politico», ma la realtà delle cose è ben diversa.
Gli “amici” del Segretario della Lega, i capi di Stato e di governo dei paesi del gruppo di Visegrad hanno infatti fatto sapere che non si faranno carico dei migranti sbarcati a Pozzallo.
Non è una novità , Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia hanno sempre rifiutato di accogliere i rifugiati sbarcati in Italia.
Sono 12.725 i migranti cui è stato riconosciuto lo status di rifugiato che sono già stati trasferiti verso altri paesi europei, come da accordi tra i governi UE.
La metà di questi è stata ricollocata in Germania, Svezia e Paesi Bassi. I paesi del gruppo di Visegrad invece hanno ermeticamente chiuso le frontiere anche a coloro che hanno visto riconosciuto il diritto all’asilo politico.
Si tratta di “veri profughi”, persone che scappano dalla guerra o da persecuzioni religiose che anche secondo Salvini (ministro e papà ) hanno diritto ad essere accolti in Italia e in Europa.
Ad esempio tra coloro che sono sbarcati oggi a Pozzallo c’è un ragazzino eritreo di 15 anni partito assieme al padre per arrivare in Europa. Il papà però è morto nel deserto e lui è arrivato da solo diventando così suo malgrado “minore non accompagnato” che quindi non potrà essere rimandato indietro e avrà diritto quantomeno alla protezione umanitaria (senza dimenticare che tra Etiopia ed Eritrea c’è la guerra).
Conte ha convinto alcuni colleghi europei a farsi carico delle loro responsabilità . Matteo Salvini invece non è riuscito a far cambiare idea ai suoi “amici”.
Il primo ministro della Repubblica Ceca Andrej BabiÅ¡ ha scritto su Twitter: «Ho ricevuto la lettera del premier italiano Giuseppe Conte in cui chiede all’Ue di occuparsi di una parte delle 451 persone ora in mare. Un tale approccio è la strada per l’inferno».
In un tweet successivo BabiÅ¡ ha ribadito che in ossequio al principio sancito all’ultimo Consiglio Europeo (quello dove Conte aveva “imposto” la linea italiana) il suo paese si sarebbe attenuto strettamente al principio della “volontarietà ” riguardo l’accoglimento dei richiedenti asilo (invece per quanto riguarda i rifugiati c’è un obbligo a livello europeo ad accogliere una quota di quelli “processati” in Italia). Secondo Praga «l’unica soluzione alla crisi è il modello australiano, cioè non fare sbarcare i migranti in Europa»; l’Australia ha allestito dei centri di detenzione per i migranti su alcune isole in paesi stranieri (Manus Island in Papua Nuova Guinea e Nauru a Nauru) dove i migranti sono tenuti in condizioni brutali in un limbo senza fine e senza senso.
Questa sembrerebbe anche l’idea di Salvini quando ha proposto la costruzione di centri “ai confini Sud della Libia”.
Anche l’ungherse Istvan Hollik, portavoce di Fidesz, il partito di Viktor Orban non vuole i migranti: «L’Ungheria non accoglie nessuno. Gli elettori ungheresi si sono espressi chiaramente alle ultime elezioni: non vogliono vivere in un Paese di immigrati».
Hollik spiega che «gli ungheresi rifiutano il piano Soros». Perchè per il governo magiaro le navi delle Ong sono tutte finanziate da Soros con l’obiettivo di sostituire i popoli europei con migranti africani.
Una teoria sposata anche da Salvini che però non riesce ad essere così efficace quanto gli amici di Visegrad.
Il sottosegretario agli Esteri, il pentastellato Manlio Di Stefano se la prende con il premier della Repubblica Ceca, pur ammettendo che la strada da percorrere sul lungo periodo sia quella indicata da Babis.
Di Stefano però chiede ai paesi di Visegrad di fare la loro parte, oppure di ammettere di aver sbagliato l’Unione a cui hanno aderito.
Di diverso avviso è il suo collega, il sottosegretario agli esteri Guglielmo Picchi (Lega) che invece approva in toto la linea dei paesi del gruppo di Visegrad (anche se critica i toni di Babis).
In realtà sui migranti sbarcati a Pozzallo ha ragione Praga perchè l’accordo firmato da Conte al Consiglio Europeo prevede che il trasferimento delle persone salvate in mare possa avvenire solo su base volontaria senza alcun pregiudizio sulla riforma del regolamento di Dublino.
Riforma che, è bene ricordarlo, prevedeva l’obbligo per gli stati membri di farsi carico dei richiedenti asilo (e non dei rifugiati) in base ad un sistema automatico di ripartizione delle quote.
La proposta però è stata bocciata dal MoVimento 5 Stelle (il partito di Salvini invece si è astenuto).
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 30th, 2018 Riccardo Fucile
RIDONO ORBAN E I NEMICI DI UN’EUROPA SEMPRE PIU’ SIMILE A UNA ASSOCIAZIONE A DELINQUERE
Dopo una nottata in cui, a detta dei presenti, il nostro nuovo premier ha fatto la “voce grossa” e “sbattuto i pugni”, i leader europei hanno raggiunto un accordo sulla questione migrazione.
La soluzione, secondo esponenti del M5S che la accolgono in toni quasi messianici e come un trionfo del governo giallo-nero (effettivamente, come soluzione è nera) si fonda sull’assunto che gestire i flussi migratori significa, essenzialmente, chiudere le frontiere della fortezza Europa, che discute di migrazioni solo ed esclusivamente con l’idea di fermarle.
Sfidando i fatti, i 28 leader hanno sostanzialmente confermato che le tre persone al giorno in media che arrivano alle frontiere della Baviera o le poche migliaia del 2018 sono in effetti l’avanguardia di una possibile terribile invasione ingestibile di clandestini.
Non di migranti necessari a un’Europa che invecchia o di persone che hanno diritto alla protezione: solo una massa informe di clandestini che deve essere fermata.
Ma vediamo nei dettagli perchè parlare di “vittoria” dell’Italia è una “fake news”: nell’accordo si annunciano misure e ingenti risorse finalizzate al maggior controllo delle frontiere esterne, tra le quali il rafforzamento di Frontex e l’auspicio di una sostanziale esternalizzazione del trattamento delle domande di asilo, accompagnate da una ulteriore delegittimazione del lavoro delle ong che operano soccorso in mare e che non potranno “ostacolare” il lavoro dei libici (in altre parole, dovranno consegnare sistematicamente ai libici le persone raccolte dai barconi), in quelli che sono nei fatti dei respingimenti collettivi, gli stessi per i quali Maroni fu condannato dalla Corte dei diritti umani di Strasburgo.
E cosa saranno mai le “piattaforme regionali di sbarco” se non delle piccole o grandi Guantanamo dove rinchiudere le persone, e che per ora seccamente rifiutate dai paesi del Nord Africa?
Inoltre, non rappresenta forse una secca sconfitta per l’Italia l’accettare di organizzare altri CIE, invece di ottenere una ripartizione immediata di coloro che arrivano?
È anche abbastanza chiaro che la nuova tranche di denaro a Erdogan e i 500 milioni di euro per l’Africa, trasferiti dal Fondo Europeo di Sviluppo (lo strumento più importante di aiuto allo sviluppo), plausibilmente serviranno a rilanciare l’accordo con la Turchia e ad arricchire la Guardia costiera libica, composta da persone che sono state recentemente additate da un’inchiesta delle Nazioni Unite come veri e propri criminali.
Insomma, l’Italia dopo tanto rumore non ha ottenuto granchè: i nuovi hotspot da costruire in Europa sono a discrezione di paesi “disponibili”; la Germania ha spinto fortissimamente per ostacolare gli spostamenti secondari dei migranti una volta in Europa, e la principale destinazione di questi respingimenti interni sarà proprio l’Italia; la ripartizione dei migranti, inoltre, avverrà solo su base “volontaria” e se i richiedenti asilo verranno da centri per migranti “controllati”, i nuovi CIE.
È quindi evidente che il baccano fatto dall’Italia, le minacce di veto, la sua alleanza vera o presunta tendente a indebolire il fronte cosiddetto “europeista” e a delegittimare un accordo di qualità sulla revisione del regolamento di Dublino, hanno prodotto un risultato deludente e si sono scontrate contro il muro di Visegrad da una parte e l’ostilità dei paesi più possibilisti. Un capolavoro, che peraltro rende perfino più difficile oggi la battaglia a favore di ricollocazione automatica, perchè si dice esplicitamente che la riforma del regolamento Dublino dovrà essere approvata all’unanimità , mentre i Trattati dicono specificamente che su questa materia si decide a maggioranza e si co-decide con il Parlamento europeo.
C’è peraltro da considerare se non sarebbe il caso per il Parlamento europeo di fare un ricorso alla Corte Ue per “abuso” di procedura, che porta a un sostanziale blocco della decisione.
Inutile dire che non c’è una parola nelle conclusioni sul tema dei diritti umani, dei doveri giuridici per tutta la Ue verso chi ha il diritto a chiedere protezione, nè alcun riconoscimento che non si tratta più di “emergenza”: siamo invece in un mondo di pura finzione che rincorre gli argomenti e le fake news della destra estrema, rafforzandola.
Il diritto di chiedere asilo forse non è stato ucciso, ma ha subito un colpo durissimo.
Nella successiva conferenza stampa, inoltre, Angela Merkel ha annunciato di aver stipulato degli accordi con specifici Stati membri riguardo i rimpatri per i movimenti secondari, sicuramente al prezzo di qualche concessione in campo finanziario e delle regole di bilancio — un’altra forzatura rispetto al quadro delle regole comuni, che sono visibilmente inceppate anche perchè non le si vuole davvero applicare.
Insomma, da qualsiasi parte lo si guardi, questo “accordo” si traduce in un’ulteriore picconata all’idea di un’Europa come patria dei diritti di tutti e baluardo contro arbitrio e autoritarismo.
Cui prodest tutto ciò? A Orban. A Kurz e Seehofer. Ai nemici dell’Unione europea, che, a differenza degli inglesi, la vogliono cambiare dall’interno. E, se ne convincano i novelli promotori di “Italians first”, nuocciono gravemente anche a noi.
Gli strilli e le minacce di veto non hanno funzionato. Forse, fra qualche giorno, quando il fracasso della propaganda si sarà calmato, tutti si renderanno conto che la riforma del regolamento di Dublino che converrebbe all’Italia, quella adottata dal Parlamento europeo e che prevede la ripartizione automatica dei richiedenti asilo secondo criteri obiettivi, è adesso più lontana che mai.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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