Febbraio 9th, 2018 Riccardo Fucile
UN ESEMPIO DI SENSO DELLO STATO DA CUI PRENDERE ESEMPIO… RINUNCIA A UN POSTO DI PRESTIGIO PER COMPORRE IL DISSENSO INTERNO AL PARTITO NELL’INTERESSE SUPERIORE DEL PAESE
Pressato dal partito, il leader dell’Spd, Martin Schulz, ha ufficializzato questa mattina la sua rinuncia alla carica di ministro degli Esteri nel prossimo governo Merkel.
La stampa tedesca da qualche ora raccontava di forti pressioni da parte della base del partito ma anche di esponenti di spicco del vertice socialdemoratico.
In particolare aveva destato scalpore l’esclusione dalla lista non ufficiale dei ministri di Sigmar Gabriel, attuale ministro degli Esteri, e uno dei politici più popolari in Germania, almeno secondo i sondaggi.
In una dichiarazione scritta, Schulz alla fine ha spiegato il suo gesto sottolineando che va chiuso il prima possibile il dibattito sulle nomine per non mettere a rischio il voto della base del partito sulla Grosse Koalition.
“Per questo – ha chiarito Schulz – rinuncio ad entrare nel governo e auspico di tutto cuore, allo stesso tempo, che con questo si ponga fine al dibattito interno alla Spd”.
Da mercoledì, nel partito della sinistra tedesca si erano alzate voci contrarie all’ingresso di Schulz nell’esecutivo.
Secondo la Bild, al presidente sarebbe stato posto un ultimatum dai vertici del partito, con la richiesta di rinunciare all’incarico.
All’interno dell’Spd, in queste ore, prende inoltre avvio la campagna per il referendum tra gli iscritti che dovranno accettare o no la Grosse Koalition con la Cdu di Angela Merkel e la Csu bavarese. Kevin Kuehnert, leader dell’ala giovanile della Spd, inizia infatti oggi a Lipsia la campagna con cui cercherà di convincere i circa 460mila iscritti al partito a votare ‘no’ al programma di governo di Grande Coalizione concordato dalle delegazioni dei tre partiti, Cdu e Csu, oltre alla Spd.
Il voto, che si terrà tra il 20 febbraio e il primo fine settimana di marzo, è vincolante. Il 4 marzo i risultati.
Sicuro di un esito della consultazione favorevole all’accordo è apparso invece il segretario generale del partito, Lars Klingbeil: “Abbiamo negoziato e raggiunto un buon risultato che presenta buoni contenuti. Sono sicuro che la maggioranza dei membri Spd riuscirà e vederla anche in questo modo”. La rinuncia di Schulz, da questo punto di vista, potrebbe favorire la vittoria dei sì, almeno negli auspici dei vertici favorevoli alla GroKo, la Grosse Koalition.
(da agenzie)
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Febbraio 7th, 2018 Riccardo Fucile
AI SOCIALISTI IL MINISTERO DEGLI ESTERI, DELLE FINANZE E DEL LAVORO
L’accordo per una Grande coalizione c’è.
Lo riferiscono diversi media tedeschi che raccontano di un ‘ultimo miglio’ faticoso sulla distribuzione dei ministeri.
La Spd potrebbe aver ottenuto gli Esteri, il Lavoro e persino le Finanze, mentre sembra che i bavaresi della Csu abbiano chiesto, e ottenuto, un ministero dell’Interno rafforzato.
E fino all’ultimo il braccio di ferro sui contratti a termine e sulla sanità è stato duro. Adesso si starebbero definendo gli ultimi dettagli, ma una fonte ha riferito alla Dpa che “in linea di principio, ci siamo”
Quando anche gli ultimi dettagli saranno precipitati nel contratto di coalizione, la Spd avvierà il referendum tra gli oltre 460mila iscritti, che nelle ultime settimane si sono arricchiti di 24mila nuovi ingressi.
Il verdetto è atteso per i primi giorni di marzo. Se i membri della Spd voteranno contro, la Grande coalizione sarà morta.
Il referendum è l’ultimo ostacolo per il Merkel-quater e il risultato non è affatto scontato.
(da agenzie)
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Gennaio 31st, 2018 Riccardo Fucile
“VENITE QUI A VEDERE QUELLO CHE STIAMO FACENDO”
“L’Olanda è stata scelta come nuova sede dell’Ema in modo giusto e onesto, basato su una procedura concordata da tutti gli Stati membri. Qualsiasi passo facciamo nel progetto di ricollocazione è in stretto contatto con l’Agenzia. Un edificio temporaneo è sempre stato parte della nostra offerta”.
Così il ministro della Salute olandese Bruno Bruins, dopo i due ricorsi presentato da Italia e da Comune di Milano per impugnare la decisione sulla sede dell’Ema attribuita ad Amsterdam.
“L’edificio” temporaneo “che abbiamo selezionato è completamente funzionale agli spazi di uffici richiesti e nella stessa location si trova il centro conferenze. E oltre a questo, stiamo costruendo un nuovo palazzo, specialmente disegnato per rispondere ai requisiti dell’Ema per i decenni a venire”, aggiunge il ministro.
“Accolgo con favore chiunque voglia venire ad Amsterdam per vedere tutto ciò che stiamo facendo per assicurare un’ordinata transizione dell’Ema”, ha detto Bruins.
Fine della polemica strumentale che è servita al governo italiano per illudere gli allocchi, insomma.
(da agenzie)
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Gennaio 24th, 2018 Riccardo Fucile
A DAVOS LA CANCELLIERA SI SCAGLIA CONTRO “IL PROTEZIONISMO E L’ISOLAZIONISMO” DEGLI USA
“Oggi, 100 anni dopo la catastrofe della Grande Guerra, dobbiamo chiederci se abbiamo davvero imparato la lezione della storia, e a me pare di no. L’unica risposta è la cooperazione e il multilateralismo”.
È Angela Merkel, alla vigilia dell’arrivo di Donald Trump a Davos, la prima leader europea a puntare il dito contro il protezionismo e l’isolazionismo caldeggiati dal presidente americano.
Nel pomeriggio parleranno anche il presidente francese Emmauel Macron e il premier italiano Paolo Gentiloni, che faranno interventi a favore della globalizzazione e del multilateralismo.
Secondo Merkel, si deve andare verso “la creazione di un mercato unico digitale”, dove “i dati vanno condivisi per dare prosperità a tutti”.
“Il protezionismo – ha scandito la cancelliera – non è la risposta” alle crisi che vive l’economia mondiale. Di fronte alla mancanza di reciprocità , ha spiegato Merkel, “dobbiamo trovare risposte multilaterali”, non seguire un percorso unilaterale “che porta all’isolamento”.
“Chiuderci, isolarci, non ci condurrà verso un futuro sereno”. Merkel ha successivamente indicato l’esempio della cooperazione con l’Africa e degli accordi con la Turchia sull’emergenza migranti per affermare un rifiuto delle politiche isolazioniste e dei “muri” avanzate dagli Stati Uniti sotto la guida di Trump.
Merkel ha auspicato “un’Unione europea sempre più integrata”, attribuendo al giovane presidente francese un ruolo centrale. Il progetto europeo – ha detto la cancelliera – è “chiaramente incoraggiato dall’elezione del presidente francese Emmanuel Macron, che ha dato all’Unione nuovo impeto che ci rafforzerà “.
Sul fronte dei Big Data, Merkel ha chiesto una svolta europea. “Siamo sotto pressione da parte delle grandi società statunitensi che accedono a un’enorme mole di dati. Chi controlla questi dati? […]. Gli europei non hanno ancora deciso come gestire questo problema, il pericolo è che ci muoviamo troppo tardi”.
Contro il protezionismo del presidente Usa si è espresso, un’intervista a Cnbc, anche il premier Gentiloni. “Rispetto totalmente il fatto che” Trump “sia stato eletto con l’idea di mettere l”America first’ e che stia cercando di andare in quella direzione. Ma, come europei e italiani, dobbiamo evidenziare il fatto che rispettare e proteggere gli interessi dei cittadini statunitensi, che è corretto, non può significare che noi mettiamo in discussione l’intelaiatura delle nostre relazioni commerciali – ad esempio – che si sono rivelati estremamente utili per la crescita”.
Il dibattito è aperto, ha aggiunto il presidente del Consiglio, ma “la base della discussione dovrebbe continuare a essere il sostegno all’apertura, al libero commercio, agli accordi e non al protezionismo”.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 21st, 2018 Riccardo Fucile
IN SVIZZERA SI PREPARA A SFIDARE LE DERIVE PROTEZIONISTE
Il Macron che si prepara a sbarcare a Davos è il più giovane leader globale francese della
modernità dai tempi di Napoleone.
È un convinto europeista che declina il senso dell’integrazione continentale con tre parole: sovranità , unità e democrazia. Proprio la determinata difesa della sovranità nazionale in un’Unione più efficiente gli ha consentito di ampliare la base elettorale e rivoluzionare la scena politica transalpina.
È stata questione di ampie visioni e di attenzione ai dettagli, cosa che in queste ore si manifesta in due mosse formidabili: ha invitato a Versailles i Signori dell’economia e della finanza per convincerli a investire nell’Esagono e ha sollecitato l’Onu perchè renda la baguette un bene tutelato di interesse planetario. Sebbene la stagione sia la più intensa, rapida, effimera e volatile che si ricordi, Macron si presenta come il francese più rilevante (relativamente) da Waterloo ai giorni nostri. Non solo.
Quando mercoledì parlerà al popolo globalista riunito sulle nevi elvetiche dal World Economic Forum – nel 2016 ci andò come ministro delle Finanze -, potrà guardare i potenti del mondo con gli occhi dell’unico governante stabile della vecchia Europa.
È il terzo imperatore francese, metaforicamente, sempre che tutto continui a girargli bene come capita ora che il destino lo porta in Svizzera con la Germania della Merkel azzoppata, il Regno Unito in fase Brexit di una May con l’acqua alla gola, e l’Italia di Gentiloni distratta dalle baruffe elettorali.
È l’unico con la poltrona che non brucia, perfetto candidato a condurre – meglio se d’intesa con Berlino – il coro dei capi di Stato e di governo dell’Unione sulla via delle riforme necessarie per salvare il sogno dei padri fondatori.
Macron ha studiato Hegel e in un’intervista ha ammesso di sapere bene che il filosofo tedesco definì Bonaparte come il «Weltgeist (lo spirito del Mondo) a cavallo».
Nella formula leggeva la volontà di affermare che i grandi uomini possono essere al servizio di qualcosa ancora più grande. Però non era convinto che nella pratica le cose fossero così. Si può, disse, impegnarsi a capire lo «Zeitgeist» (lo spirito del Tempo) e «cercare di progredire con senso di responsabilità ». Questo gli stava bene come modello utile a cambiare la Francia e l’Ue con rinnovato impeto di crescita collettiva.
Così ha fatto da che è stato eletto, correndo solitario sull’autostrada politica tracciata fra i dolori della fragile Unione. S’è dimostrato maledettamente francese e insperatamente europeista.
Ha ostentato le dodici stelle dietro il podio del primo discorso, ma era al Louvre, residenza dei re, sulla Cour Napolèon. Ha spinto per accelerare l’integrazione, alternando l’approccio intergovernativo al comunitario.
Una formula aperta a tutti per trascinare l’Ue fuori dalle secche dell’indecisionismo bruxellese? O il disegno d’una Europa franco-tedesca con la quale dirigere in due tutti quanti?
Certo non ha mai dimenticato gli interessi del suo Paese, la nazione prima, e l’Europa di cui ha bisogno per diretta derivazione. Un multilateralista con lo spirito della Grandeur incorporato, profeta di un accentramento giacobino più che federalista. Un francese moderno, insomma. Che sarebbe interessante vedere alla prova con il sovranista Donald Trump, atteso a Davos giovedì, ma in forse causa “shutdown”.
Macron avrebbe carte da giocare col mogol dell’«America First» dopo aver annunciato «due pesanti accordi tecnologici» nella giornata del «Scegliete la Francia» a Versailles (domani) e firmato con la Germania il patto che pone le basi per uno spazio economico a due (sempre domani). Saranno passati appena 14 giorni dalla trionfale visita in Cina, svoltasi in linea con la definizione di «jupitèrien» (come fosse di Giove) che ha dato alla sua presidenza.
«La Francia è il Paese dell’anno», ha sentenziato The Economist e a dicembre potrebbe aver avuto ragione.
Si capisce che Trump, oltre allo stimolo della sfida coi globalisti, abbia trovato irresistibile accettare una missione che lo porterebbe a duellare col Nuovo Imperatore, mentre gli altri stanno a guardare, cercando di capire come far loro la chiave francese allo «Zeitgeist». Le soluzioni sono molteplici, ma scimmiottarle sarebbe un suicidio.
Chiaro è che non c’è bisogno di essere necessariamente «macronisti» per fare come Macron.
(da “La Stampa”)
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Gennaio 21st, 2018 Riccardo Fucile
CON 362 SI SU 642 DELEGATI, IL CONGRESSO A BONN HA APPROVATO L’AVVIO DEI NEGOZIATI
Il congresso straordinario della Spd di Bonn ha approvato l’avvio dei negoziati con Angela Merkel per una terza Grande coalizione con 362 “sì” dei 642 delegati e big del partito presenti.
Dopo una giornata sofferta, di applauditissimi interventi anti-accordo e scarso entusiasmo per le pragmatiche e, qua e là , rassegnate relazioni a favore della Grande coalizione da parte dei ‘big’ – a partire da quella di Martin Schulz, accolta da un minuto scarso di battimani – non è esagerato dire che i 600 delegati hanno votato anche per il futuro dell’Europa.
Nella sua relazione, Schulz ha finalmente rivendicato proprio questo suo tema d’elezione, rimosso per l’intera campagna elettorale, per sottolineare che il pre-accordo con Merkel è già “un manifesto per una Germania europea”.
E la rinuncia all’opportunità di stare al governo e di riformare l’Europa insieme a Emmanuel Macron, ha scandito davanti ai 600 delegati, “sarebbe un errore”.
Ad un certo punto Schulz ha alzato lo sguardo dal foglio, ha sussurrato “ieri mi ha telefonato Macron”, è sembrato perdere il filo, ma lo ha ripreso immediatamente.
L’ex presidente del Parlamento europeo ha ricordato che già nella fase preliminare con Cdu e Csu sono stati concordati una pensione minima più alta, la parità dei contributi sanitari tra datori di lavoro e lavoratori e l’abolizione del contributo di solidarietà per i meno abbienti.
Schulz ha promesso un ulteriore impegno per una stretta sui contratti a termine, per una sanità più equa e per una maggiore solidarietà con i migranti e ha puntualizzato che “con noi non ci sarà mai un tetto ai profughi”.
Rispondendo ai timori dei suoi oppositori, Schulz ha detto che “governare e innovare non sono in contraddizione” e ha promesso anzitutto un percorso di rinnovamento per i socialdemocratici. Il segretario generale Lars Klingbeil preparerà una proposta entro marzo, su questo. Schulz ha anche messo in guardia dall”unica aleternativa” alla Grande coalizione: “nuove elezioni”. E ha buttato di nuovo lì la proposta di una verifica tra due anni, un tagliando a metà legislatura.
Ai delegati che temono che la Spd continui ad annacquare la propria identità convivendo con Merkel, tutti i maggiorenti del partito hanno ricordato che i risultati raggiunti finora, nel pre-accordo, non sono così terribili: “certo che lavoreremo per migliorarli”, in fase della definizione del contratto di coalizione, ha sintetizzato la governatrice della Renania-Palatinato, Malu Dreyer, aggiungendo che “non possiamo promettere nulla”.
E proprio l’ex scettica della Grande coalizione è stata forse una delle grandi delusioni, per gli oppositori della GroKo: ha votato sì. Così come il leader dell’ala sinistra, Ralf Stegner, che ha letteralmente gridato “con noi, col partito del profugo Willi Brandt, non ci sarà mai un tetto ai profughi!”.
La superstar del momento, il grande nemico della Grande coalizione, il leader dei Giovani, Kevin Kuehnert, ha accusato il partito di aver fatto troppo da “portavoce della GroKo, in questi quattro anni” e ha parlato di “una crisi di fiducia nel partito” dopo che Schulz aveva prima annunciato che la Spd sarebbe stata all’opposizione, per poi rimangiarsi la parola dopo il fallimento di Giamaica.
“Comunque vada oggi – ha chiosato – ci faremo del male”. Tuttavia Kuehnert ha anche detto che il risultato della conta dei delegati di oggi andrà accettato, qualsiasi esso sia. Un modo per allontanare lo spettro della scissione, evocato da qualcuno nei giorni scorsi.
Kuehnert ha anche risposto per le rime al leader della Csu, Alexander Dobrindt, che aveva parlato con disprezzo di una “rivolta dei nani”, a proposito del “no” dei Giovani della Spd alla riedizione dell’alleanza con Merkel. “Oggi siamo nani per essere giganti, un giorno”. E molti delegati si sono presentati con un cappello rosso a punta, da nano. Gli unici di cui si potesse essere sicuri che avrebbero votato “no”.
Senza dubbio l’intervento più passionale dei fronte del ‘sì’ è stato invece quello di Andea Nahles. La ‘pasionarià della Spd, la brillante ex ministro del Lavoro che, pur essendo la più gettonata successora di Schulz, si è schierata dal primo istante a suo fianco per una riedizione della Groko, ha ricordato che non ci sono i numeri per un’alternativa, ad esempio per un governo di centrosinistra.
E ha letteralmente urlato, sbattendo le mani sul podio, “se torniamo al voto, gli elettori ci diranno, ma siete matti?”. Per fortuna, il pericolo è sventato. Per ora. Il prossimo giogo, per Martin Schulz, si chiama referendum tra gli iscritti. Ma quello arriverà dopo i negoziati per il contratto di coalizione. E la Spd dovrà cercare di ottenere qualcosa di più, stavolta.
(da agenzie)
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Gennaio 12th, 2018 Riccardo Fucile
SANITA’, PENSIONI, RIFUGIATI, EUROPA E AMBIENTE… E L’EURO SALE AL MASSIMO DOPO TRE ANNI
Ventotto: è il numero delle pagine del programma su cui l’Union di Angela Merkel e i socialdemocratici di Martin Schulz si sono accordati per dare vita ad una riedizione della GroàŸ e Koalition.
Ci sono voluti tre giorni per trovarsi d’accordo su tutti i punti. Adesso la parola passerà ai congressi dei vari partiti coinvolti: Cdu e Csu (ovvero i due che compongono l’Union) e Spd.
L’ipotesi di un ritorno alle urne ha spinto i vertici dell’Union ad accontentare il più possibile i desideri di quell’Spd che subito dopo l’esito del voto aveva escluso nella maniera più assoluta una nuova alleanza.
Per Schulz si tratta al momento di una vittoria politica abbastanza importante. Vediamo perchè nel dettaglio.
I cambi di direzione più evidenti da parte dell’Union, soprattutto se confrontati a quanto si era prospettato quando era ancora in piedi la possibilità di un governo Jamaika (ovvero con Liberali e Verdi), riguardano assicurazione sanitaria, pensioni, Europa, rifugiati e politica ambientale.
Datori di lavoro e dipendenti pagheranno in egual misura tutto ciò che riguarda l’assicurazione sanitaria. Una “vittoria” per l’Spd che è estesa anche al discorso pensioni: il rapporto fra contributi previdenziali e stipendi dovrà infatti essere stabilizzato entro il 2025 sulla percentuale del 48%, un modo per garantire anche ai più poveri di ricevere una pensione sufficiente a vivere dignitosamente.
Di contro, e su questo si può parlare di “vittoria” dell’Union, non ci sarà nessun rialzo dell’aliquota massima per i ricchi (l’Spd voleva che passasse dal 42 al 45%).
“Maggiore europeismo” invocava Martin Schulz al congresso dell’Spd del dicembre scorso. Così sarà anche per l’Union che ha accettato di spingere per una riforma dell’Unione Europa che parta da un suo rafforzamento finanziario con la Germania pronta a maggiori contributi per coprire l’assenza della Gran Bretagna”.
La sensazione, ma al momento non è uscito nulla di ufficiale a proposito, è che – come già sottolineato da Schulz – Berlino sia pronta a fare un po’ di mea culpa e a farsi garante di una crescita organica di tutta l’area euro senza avvantaggiarsi della propria posizione di forza e creare le premesse per la dissoluzione dell’Unione.
La Cancelliera ha accettato a fissare un limite più alto al numero di richiedenti asilo accoglibili annualmente rispetto a quando parlava con Liberali e Verdi: dai 200mila si passa ad una forbice potenzialmente più alta: tra i 180 e i 220 mila.
Potrebbe sembrare un passo indietro per la Csu, che sulla diminuzione dell’afflusso dei richiedenti asilo in Baviera si era a lungo battuta, ma l’ufficializzazione di un limite (mai esistito prima e che la stessa Merkel aveva escluso in campagna elettorale), risulta comunque una vittoria.
Sul ricongiungimento familiare dei rifugiati, voluto da Schulz, è stato fissato il limite di mille persone al mese. Su richiedenti asilo che sono rimasti in Germania senza ottenere lo status, ma che comunque non può essere rimpatriato perchè rischierebbe la vita (i cosiddetti “sospesi”), si è deciso di non esprimersi, lasciando di fatto lo status quo delle cose.
Sulla politica ambientale, ovvero uno degli scogli su cui si era arenata la possibile coalizione con liberali e verdi, l’Union ha accettato di ridurre l’utilizzo di glifosato negli erbicidi, contraddicendo la scelta del Ministro dell’Agricoltura Christian Schmidt di votare sì lo scorso novembre quando la questione è stata affrontata dall’Unione Europea.
La parola passa ora ai congressi dei tre partiti.
Riuscirà Schulz a convincere l’Spd che è meglio un nuovo governo di minoranza che il ritorno alle elezioni? Da qui passa il futuro della Merkel. Qualsiasi sia la risposta, certo è che per la Merkel quello appena concluso è stato l’ultimo tentativo di formazione di governo tedesco della sua carriera.
E l’euro è salito ai massimi dopo tre anni: la moneta unica ha superato la soglia 1,21 dollari spingendosi fino a un massimo di seduta di 1,2137 dollari.
(da agenzie)
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Gennaio 12th, 2018 Riccardo Fucile
INTESA SU TASSE E MIGRANTI TRA CDU, CSU E SPD… ESEMPIO DI UN GRANDE PAESE DOVE L’INTERESSE NAZIONALE VINCE SUI MESCHINI INTERESSI DI PARTE
Ventuno ore – un record persino per la campionessa delle maratone negoziali Angela
Merkel – ma alla fine l’accordo politico per una terza Grande coalizione c’è.
I cristianodemocratici, la Csu e la Spd sono riusciti a buttare giù una trentina di pagine di intesa per il governo Merkel dei prossimi quattro anni, i cui dettagli verrano rivelati nelle prossime ore. Dalle prime indiscrezioni l’intesa principale riguarderebbe i temi delle tasse e dei migranti.
Al di là del difficile lavoro delle settimane a venire, quando i tecnici dovranno mettersi al lavoro per definire il cosiddetto “contratto di coalizione” – in Germania è estremamente vincolante e in campagna elettorale i punti non realizzati diventano puntualmente un argomento di discussione – un ostacolo maggiore per le nuove larghe intese c’è ancora e si chiama Spd.
Un congresso, fissato per la prossima settimana, e un referendum successivo alla definizione del contratto di coalizione dovranno approvare l’intesa e il compito non facile di Martin Schulz dovrà essere quello di convincere delegati e iscritti che una nuova coabitazione con Merkel è cosa buona e giusta, per i socialdemocratici e per la Germania. Nei giorni scorsi i Giovani della Spd erano tornati all’attacco annunciando battaglia al congresso.
Lo stesso Schulz si era imbullonato all’opposizione un minuto dopo i risultati elettorali di settembre e si è dovuto lanciare in una spericolata inversione a U dopo il fallimento di Giamaica.
L’intesa è comunque una vittoria per la Merkel, dopo la grave disfatta dello scorso inverno, quando aveva tentato di mettere insieme per la prima volta nella storia tedesca una coalizione a tre, tra conservatori, verdi e liberali.
In un sondaggio dei giorni scorsi i tedeschi l’avevano elogiata per la sua reputazione internazionale in un mondo sempre più instabile ma ne avevano criticato la proverbiale tendenza al tentennamento.
A volte, però, la pazienza della cancelliera diventa una virtù, come in questa lunghissima trattativa con la Spd, restia a imbarcarsi in un alleanza che le ha sempre rosicchiato margini di consenso.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 27th, 2017 Riccardo Fucile
MA SE SI ANDASSE A VOTARE AUMENTEREBBERO SOLO LA MERKEL E I VERDI… IN CALO SPD, LIBERALI E RAZZISTI
Il 7 gennaio iniziano i colloqui esplorativi tra l’Unione (Cdu/Csu) e l’Spd per la
formazione di un nuovo governo, che potranno sfociare in una riedizione della Grosse Koalition o di un governo di minoranza guidato da Angela Merkel.
Non si prevede comunque un governo prima di Pasqua.
In caso di fallimento dei colloqui, a meno di un improbabile ritorno di fiamma della coalizione Giamaica (Unione con Verdi e Liberali), si dovrebbe tornare alle urne.
Secondo i sondaggi in caso di elezioni l’Unione (Cdu/Csu) raccoglierebbe il 34% dei consensi contro il 32,9% che aveva ottenuto pochi mesi fa, l’Spd scenderebbe al 19% (alle scorse elezioni era al 20,5%), i liberali scenderebbero al 8% (erano al 10,7%), i Verdi crescerebbero arrivando al 12,6% (erano al 8,9%), mentre l’Afd sarebbe in lieve calo, con una flessione al 12% (erano al 12,6%).
Se da un lato i tedeschi sembrano un po’ spazientiti per la lungaggine nella formazione di un governo stabile, dall’altro se si andasse al voto aumenterebbero solo la Merkel e i Verdi, in calo socialisti, liberali e razzisti.
(da agenzie)
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