Febbraio 26th, 2017 Riccardo Fucile
LONDRA ATTIRA MULTINAZIONALI IN CERCA DI LAVORATORI A BASSO COSTO… LA BREXIT APRE ALLO SFRUTTAMENTO CON LAVORI PRECARI E MALPAGATI
È certo che al referendum sulla Brexit nessuno abbia votato per impoverirsi. Ma la popolazione britannica, a otto mesi dalla consultazione, sta iniziando a fare i conti con il proprio portafoglio.
La sterlina oggi vale il 18% in meno rispetto al dollaro e il 12% rispetto all’euro e per George Saravelos, capo della divisione Forex di Deutsche Bank, potrebbe scendere a quota 1,05 contro il dollaro (-16% dai livelli attuali) a causa della natura “incredibilmente complicata” della Brexit.
L’inflazione sta tenendo banco nel Regno Unito, che tradizionalmente è un importatore: a gennaio i prezzi sono cresciuti dell’1,8%, secondo i calcoli dell’Office for National Statistics: un ulteriore aumento dopo il +1,6% di dicembre e il +1,2 del mese precedente.
È l’incremento maggiore negli ultimi due anni e mezzo. La crescita dei prezzi va a braccetto, è vero, con livelli occupazionali record, ma i salari restano al palo.
E così oggi il cuore dell’impero britannico, persa la sua centralità continentale, potrebbe in alcuni settori economici diventare terra di conquista.
La Camera di Commercio britannica, in un’indagine condotta su 1.500 aziende, ha rilevato che la caduta della sterlina a seguito del referendum ha portato un incremento dei costi e una riduzione dei margini.
Solo un’azienda su quattro ha evidenziato un impatto positivo sulle esportazioni, la maggior parte ha invece registrato un calo.
“Le aziende che importano devono fronteggiare costi maggiori e possono trovarsi bloccate in situazioni contrattuali poco flessibili alle fluttuazioni della moneta”, ha detto il direttore generale Adam Marshall.
Il 68% ha aggiunto che la svalutazione aumenterà la base costi nel prossimo anno e il 54% ha dichiarato che incrementerà i prezzi di vendita.
“L’inflazione sarà un fattore di preoccupazione importante nel prossimo anno. Anche se al momento i tassi non sono alti rispetto al trend storico, stanno tuttavia mettendo molta pressione sulle aziende”, ha specificato Marshall.
Per tutta risposta alcuni gruppi hanno iniziato a ritoccare all’insù i listini o ridurre le quantità vendute allo stesso prezzo.
Toblerone ha aumentato lo spazio tra un triangolo e l’altro delle proprie barrette e le confezioni dei Maltesers, prodotti da Mars, hanno perso il 15% del peso.
Prezzi in su invece per Nestlè, PepsiCo e Unilever su alcuni dei brand più amati dalla popolazione britannica.
In particolare ha fatto rumore la querelle tra Tesco e la stessa Unilever nei riguardi della Marmite, la crema a base di estratto di lievito di birra presente in ogni dispensa del Regno.
La multinazionale olandese aveva deciso di aumentare il prezzo della Marmite del 10%, e la catena di supermercati aveva risposto bandendo questo e altri prodotti Unilever.
La frizione è poi rientrata, ma la Marmite ha comunque subìto un rincaro in altri supermercati: Morrisons, per esempio, ne ha alzato il prezzo del 12,5 per cento.
Ma il panorama dei rincari è molto più ampio: va dall’olio d’oliva, per lo chef Jamie Oliver diventato un bene di lusso, provocando secondo la Coldiretti una riduzione delle vendite italiane del 13%, alla birra: Heineken e Carlsberg, oltre a Molson Coors, produttore della Carling, e AB-InBev con la sua Budweiser, hanno tutte ritoccato i propri prezzi di riferimento.
Gli ultimi segnali sono arrivati con la tecnologia.
Microsoft, Apple e Sonos hanno annunciato aumenti fino al 25%, in risposta alla caduta della sterlina nei confronti del dollaro.
Amazon Web Services ha giustificato il rialzo allo stesso modo, e anche gli utilizzatori della Creative Cloud di Adobe, che include strumenti popolari come Photoshop, hanno trovato una sorpresa nella propria posta.
“Potresti essere al corrente che la fluttuazione dei tassi di cambio è stata significativa negli ultimi anni. A seguito dei cambiamenti dei tassi di cambio nella tua area, il prezzo dei prodotti e servizi Adobe sarà più alto a partire dal 6 marzo 2017”, ha scritto la casa produttrice.
La crescita dei prezzi si accompagna a una riduzione generale della disoccupazione, che al 4,8% si presenta ai minimi degli ultimi 11 anni.
Secondo l’Office for National Statistics, nell’ultimo trimestre dello scorso anno oltre 31,8 milioni di britannici risultavano occupati, 303mila in più rispetto a un anno prima.
Il tasso di occupazione ha toccato il livello record del 74,6%, che non si registrava da quarant’anni.
Ma solo 70mila dei nuovi occupati sono cittadini britannici, mentre ben 233mila sono stranieri, che hanno portato complessivamente il proprio peso nella forza lavoro del Regno Unito a 3,48 milioni, il 10,9 per cento.
Queste statistiche però non dicono ancora tutto, perchè i lavoratori del Regno Unito nati all’estero, rispetto all’anno precedente, sono cresciuti complessivamente di 431mila unità per raggiungere i 5,54 milioni, mentre si sono ridotti di ben 120mila unità i nati nel Regno Unito.
In più l’istituto sottolinea che la quota di lavoratori part-time impossibilitati a trovare un full-time resta ampiamente sopra la media, così come il tasso di sottoimpiegati, cioè coloro che vorrebbero lavorare di più.
Una nuova ricerca della Joseph Rowntree Foundation indica che quasi un terzo della popolazione del Regno Unito, circa 19 milioni di persone, vive con un reddito “inadeguato”.
Rispetto al biennio 2008/09, lo studio mostra un incremento di ben 4 milioni di cittadini finiti al di sotto della soglia del reddito minimo.
In pratica, livelli da piena occupazione ma impieghi sempre più precari e malpagati.
E per il prossimo futuro non si prevedono inversioni di questo trend. Negli ultimi mesi è stata registrata una contrazione dell’incremento dei salari, cresciuti nel trimestre novembre-gennaio del 2,7%, ma in termini reali solo dell’1,4 per cento.
E se con una sterlina debole il costo del lavoro diventa più conveniente, la terra d’Albione diventa ancora più appetibile per i big player continentali e americani, pronti a sfruttare la manodopera, ultra-qualificata o ultra-flessibile, del Regno Unito. A investire nella Brexit, infatti, sono le aziende del settore tecnologico, le stesse che hanno appena annunciato il ritocco dei prezzi. Amazon ha previsto un investimento di 5mila posti di lavoro entro l’anno, Tim Cook, numero uno di Apple, ha confermato l’impegno nel Paese, Google a novembre aveva annunciato un investimento da 3mila posti di lavoro.
Stesso trend nel pharma. Novo Nordisk, gigante danese, che sfrutta la corona agganciata all’euro, ha confermato l’investimento di 115 milioni di sterline per insediare 100 scienziati nei prossimi 10 anni in un nuovo centro di ricerca a Oxford, una decisione definita “un voto di fiducia” nella Gran Bretagna post-Brexit, dopo diversi mesi di riflessione e un cambio favorevole.
Tuttavia, se la ricerca verrà eseguita a Oxford, i nuovi farmaci verranno sviluppati in Danimarca, e il vice presidente Mads Thomsen ha spiegato chiaramente alla Bbc che ogni ricavo commerciale andrà alla società danese.
Non è l’unico caso del settore: AstraZeneca sta completando il proprio centro di ricerca a Cambridge da 400 milioni di sterline, GlaxoSmithKline a luglio ha confermato il proprio investimento di quasi 300 milioni.
Percorso inverso, invece, per le grandi banche d’investimento, che con l’uscita dall’Unione perdono nel Regno Unito il proprio baricentro d’azione europeo.
Bruegel, think tank con sede a Bruxelles, ha recentemente stimato che il 35% di tutta l’attività bancaria londinese sia da attribuire a clienti della Ue, e dunque 1,8 trilioni di euro di asset si dirigeranno verso i 27.
Secondo il gruppo di ricerca 10mila posti di lavoro si trasferiranno nelle sedi europee e a questi va aggiunto un indotto di 20mila ulteriori posti tra avvocati e consulenti che seguirà lo stesso destino.
Valutazioni addirittura conservative rispetto a quelle del gruppo lobbista TheCityUK, che stima la perdita di 70mila occupati, e soprattutto a quelle di Xavier Rolet, numero uno del London Stock Exchange Group, che vede la perdita di oltre 230mila lavoratori. Jamie Dimon, numero uno di JPMorgan Chase, ha dichiarato che “ci saranno più trasferimenti di quelli sperati”, mentre Hsbc, secondo il suo amministratore delegato Stuart Gulliver, vedrà emigrare a Parigi una parte del suo staff che genera complessivamente il 20% di tutti i ricavi londinesi dell’istituto bancario.
Felice Meoli
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 22nd, 2017 Riccardo Fucile
DA DUE ANNI MAI PERCENTUALE COSI’ BASSA… RISALE LA MERKEL AL 33-34%, SEMPRE ALTO SCHULZ AL 31%
L’effetto Trump e il boom di popolarità di Martin Schulz, ma anche l’affievolirsi della crisi dei profughi stanno danneggiando la destra populista tedesca.
L’Afd è scesa per la prima volta da luglio dello scorso anno sotto il 10%: l’istituto Allensbach dà il partito di Frauke Petry all’8,5%, Forsa addirittura all’8%.
È il minimo da oltre due anni.
E in un solo mese la destra xenofoba e anti europeista ha perso ben quattro punti.
L’avvio caotico della nuova amministrazione americana sta contribuendo al declino nei sondaggi, secondo Manfred Gà¼llner, uno dei sondaggisti di Forsa interpellato da Stern.
Secondo Gà¼llner il crollo della destra tedesca è anche imputabile al fatto che l’emergenza dei profughi si è esaurita. Nelle scorse settimane alcuni sondaggisti hanno anche attribuito il calo della popolarità dell’Afd alla partenza verticale del candidato anti-Merkel, Martin Schulz, che ha incentrato la campagna elettorale su temi sociali, molto sentiti anche da una fetta di elettorato di destra.
Nei due sondaggi Allensbach e Forsa, Merkel e la Cdu tornano in vantaggio rispetto a Schulz – risoettivamente 34/33% a 31/30,5% -, ma il candidato socialdemocratico sembra stabilizzarsi attorno a un risultato che supera di almeno cinque punti la media dei risultati e dei sondaggi degli ultimi dieci anni della Spd.
(da agenzie)
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Febbraio 17th, 2017 Riccardo Fucile
“CAMBIARE OPINIONE E’ UN DIRITTO”… E CHIEDE UN NUOVO REFERENDUM IN CONTRASTO CON IL LABOUR DI CORBYN
“Un’insurrezione in difesa di ciò in cui credete”. E’ quello che chiede Tony Blair al popolo britannico, o
perlomeno al 48,1 per cento che ha votato per “Remain” nel referendum sull’Unione Europea del giugno scorso.
A cui aggiungere tutti coloro che hanno votato per “Leave”, cioè per uscire dalla Ue, attirati da menzogne e distorsioni della campagna anti-europea.
L’ex premier britannico aveva preannunciato già nei mesi scorsi la sua intenzione di “scendere di nuovo in campo”, non per ambizioni personali (almeno non subito), ma per “salvare il Paese” dal disastro della Brexit.
Oggi entra in azione, con un discorso davanti a Open Britain, l’associazione diventata la roccaforte dello schieramento pro-europeo.
Una roccaforte multipartitica, in cui si riconoscono elettori di varie sigle e di cui fanno parte l’ex leader liberaldemocratico Nick Clegg, deputati conservatori come Anna Soubry e del Labour come Chukka Umunna.
Ma all’interno della quale Blair è sicuramente la star. Oltre che l’unico laburista di primo piano con il coraggio di battersi non per una “soft Brexit”, non per qualche emendamento o condizione alla Brexit, ma per un secondo referendum che capovolga il risultato del primo. In altre parole, perchè la Gran Bretagna rimanga nell’Unione Europea.
“Un’insurrezione”, appunto, e così la prende il fronte opposto. “Arrogante e antidemocratico” è l’immediata reazione della stampa Brexitiana, dal Daily Mail al Telegraph.
Per l’ex-leader laburista, tuttavia, democrazia significa poter cambiare idea, specie se ci si rende conto che la prima idea è stata il frutto di informazioni distorte, volutamente ingannevoli, comunque sbagliate.
“La gente del Regno Unito ha votato per la Brexit senza avere la piena consapevolezza di che cosa volesse dire”, afferma Blair nell’intervento davanti alla platea di Open Britain. “Ora che il senso della Brexit diventa chiaro, è loro diritto cambiare opinione. E la nostra missione è persuaderli a farlo”.
La sfida, aggiunge, è dunque “fare emergere i veri costi della Brexit, far capire come questa decisione sia stata raggiunta sulla base di una conoscenza imperfetta e calcolare in modi facili da comprendere i danni che la Brexit causerà alla Gran Bretagna e ai suoi cittadini”.
Il compito, riassume l’ex-capo del Labour, è “costruire sostegno a trovare un sistema per salvarci dal precipizio verso cui siamo diretti”.
Conclude Blair: “Non so se ce la faremo. Ma so che le generazioni future emetteranno un pesante verdetto contro di noi se non ci proveremo. Questo non è il momento della ritirata, dell’indifferenza o della disperazione, bensì il momento di insorgere in difesa di quello in cui crediamo”.
Una posizione ben diversa da quella assunta dal partito laburista sotto la guida del suo attuale leader Jeremy Corbyn, che ha ordinato ai propri deputati di votare a favore dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona che innesca la Brexit, nel dibattito dei giorni scorsi alla camera dei Comuni, e che sembra orientato soltanto a porre qualche condizione per limitarne l’impatto – sostiene – sui lavoratori britannici.
Del resto Corbyn non ha mai nascosto le sue riserve verso l’Unione Europea, tanto da venire accusato di essersi battuto con scarsa passione per “Remain” nella campagna referendaria, o addirittura – secondo i suoi critici – di avere remato contro.
E in ogni caso adesso il leader laburista appare preoccupato di non perdere a vantaggio dell’Ukip quegli elettori di sinistra che hanno votato per la Brexit nel referendum.
Blair ha altre preoccupazioni: non perdere la Gran Bretagna in una decisione anti-storica. “Theresa May e gli altri brexitiani si sono appropriati abusivamente del mantello del patriottismo”, dice l’ex-premier. “Ma noi ci battiamo contro la Brexit precisamente perchè siamo orgogliosi cittadini di questa nazione e crediamo che, nel 21esimo secolo, debba rimanere parte della più grande unione commerciale e politica del mondo”.
E’ l’unico leader laburista della storia ad avere vinto tre volte, consecutivamente, alle urne.
Ci riuscirà una quarta?
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 12th, 2017 Riccardo Fucile
LA PROPOSTA APPROVATA CON IL 60,4% DEI VOTI
Sì degli svizzeri alla naturalizzazione facilitata per i giovani stranieri di terza generazione: chiamati
oggi alle urne, gli elettori elvetici hanno approvato con il 60,4 % dei voti a favore una modifica costituzionale che consenta ai nipoti di immigrati sotto i 25 anni di affrontare meno ostacoli per ottenere il passaporto rosso crociato.
Lo riferisce il sito della televisione svizzera.
Trattandosi di una modifica costituzionale, il testo aveva bisogno della doppia maggioranza degli elettori e dei cantoni.
L’oggetto ha ottenuto anche la maggioranza dei cantoni e semi-cantoni, con 19 a favore e sette contrari.
Cocente sconfitta invece per la Riforma III dell’imposizione delle imprese, bocciata dal 59,1 % dei votanti.
Inoltre quasi tutti i Cantoni hanno bocciato il progetto approvato nel giugno scorso dal parlamento e combattuto da un referendum del Partito socialista.
Senza sorprese, gli Svizzeri hanno infine approvato il tema meno controverso, la creazione di un Fondo per finanziare le strade nazionali e il traffico d’agglomerato (Fostra). I voti favorevoli al decreto federale sono stati pari al 61,95%.
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2017 Riccardo Fucile
SCARSEGGIA LA FIDUCIA, MA IL DOPO SAREBBE ANCHE PEGGIO
Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera pubblica oggi i risultati di un sondaggio molto interessante che riepiloga l’atteggiamento degli italiani nei confronti dell’Unione Europea e della moneta unica.
Oggi infatti la maggioranza assoluta (59%) dichiara di non avere fiducia nell’Ue mentre solamente un italiano su tre (36%) manifesta un’opinione positiva.
Dal 2008 l’indice di fiducia si è dimezzato, passando da 75 a 38, e molte persone hanno cambiato idea dopo la crisi del 2012.
Ciò nonostante, se si tenesse un referendum per uscire dall’euro, secondo il campione di IPSOS-PA, il 41% voterebbe per rimanere nella valuta unica e il 33% per uscire dall’euro (il 26% è senza opinione); se si tenesse invece un referendum per uscire o per restare nell’UE, il 49% voterebbe per restare, il 25% per uscire e il 26% è senza opinione.
Spiega Pagnoncelli che le opinioni sono fortemente influenzate dall’orientamento politico: infatti solo gli elettori del Pd e i centristi si mostrano eurofili, mentre a favore dello «strappo» risultano in misura molto netta i leghisti e i pentastellati e in misura più contenuta gli elettori di Forza Italia.
Ciò spiega il crescente innalzamento dei toni contro i leader e le istituzioni europee da parte degli esponenti dei partiti di opposizione, alcuni dei quali sono stati definiti «sovranisti»: attaccare l’Europa rende molto, compatta l’elettorato e consente di individuare un bersaglio comune su cui riversare l’insoddisfazione per le condizioni economiche e occupazionali in cui versa il nostro Paese e le responsabilità della gestione dei flussi migratori.
I grillini che vogliono uscire dall’euro sono il 57%, i leghisti il 71%; i grillini che vogliono rimanere in Europa sono il 34%, i leghisti il 21%.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 10th, 2017 Riccardo Fucile
POTENZA DEI PRESTITI DELLE BANCHE RUSSE: I FRANCESI CON CITTADINANZA RUSSA POTRANNO INVECE MANTENERLA
Marine Le Pen, leader del Front National e candidata alla presidenza in Francia, minaccia di togliere la doppia cittadinanza agli ebrei francesi che hanno anche nazionalità israeliana.
In un dibattito televisivo, Le Pen ha spiegato che in caso di vittoria alle presidenziale non permetterà a nessun francese di avere un altro passaporto di un Paese al di fuori dell’Unione Europea: “Israele non fa parte dell’Ue — ha spiegato — e quindi il provvedimento riguarderà anche gli ebrei francesi.
Ma si potrà essere russo-francesi
La legge verrà applicata anche ai cittadini con seconda nazionalità statunitense. Sarà invece esclusa la Russia, per quando non membro dell’Ue, ma, secondo Le Pen, “parte dell’Europa delle nazioni” (e qui siamo veramente al ridicolo)
In Francia vivono 500 mila ebrei, la più grande comunità europea, e dai 3 ai 5 mila ogni anno emigrano in Israele, anche per il crescere delle manifestazioni di antisemitismo.
Ombre di antisemitismo
Le Pen ha giustificato l’invito come parte di quello che chiama “uno sforzo congiunto” per sconfiggere l’estremismo islamista, che “richiede sacrifici da parte di tutti”, ma le sue dichiarazioni sono destinate ad alimentare le polemiche per le posizioni del Front National riguardo gli ebrei. Il padre di Marine Le Pen, Jean-Marine, fondatore e già leader del Front, è dichiaratamente anti-semita e negazionista dell’Olocausto, mentre la figlia ha cercato di portare il movimento su posizioni più moderate.
Perdente al secondo turno
Gli ultimi sondaggi danno Marine Le Pen in testa al primo turno delle presidenziali, con circa il 25 per cento. Ma la vedono perdente al secondo turno sia contro il candidato di centrodestra Franà§ois Fillon che contro il centrista indipendente Emmanuel Marcon.
Giordano Stabile
(da “La Stampa”)
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Febbraio 6th, 2017 Riccardo Fucile
RILEVAMENTO ODIERNO “OPINIONWAY”: AL PRIMO TURNO MACRON (23%) SORPASSA FILLON (20%) E ALITA SUL COLLO DELLA LE PEN (26%)… SE LA SUPERASSE GIA’ AL PRIMO TURNO PER LA LE PEN SAREBBE UN COLPO MORTALE
Ormai si profila un duello fra Marine Le Pen ed Emmanuel Macron al ballottaggio per le presidenziali
di aprile-maggio: questo il risultato dell’ultimo sondaggio uscito oggi in Francia, dell’istituto OpinionWay.
Secondo lo studio, l’ex ministro dell’Economia che ha fondato pochi mesi fa il movimento “En marche”, oltre la destra e la sinistra – accreditato mesi fa di una percentuale intorno all’8% di consensi, continua la sua marcia inarrestabile e sfonda il 23% di voti, rottamando di fatto il discusso candidato di centrodestra Fillon, , travolto dallo scandalo dei presunti impieghi fittizi dei familiari, sceso al 20%, e giungendo ormai in vista di Marine Le Pen, ferma al 26%.
Il candidato socialista Benoit Hamon sarebbe fermo al 14% e quello della “France insoumise”, il radicale Jean-Luc Melenchon, all’11%.
Al secondo turno, poi, Macron batterebbe in modo ampio Marine Le Pen, con il 65% dei voti contro il 35%.
La leader del Fn sarebbe comunque battuta, anche dal Fillon “azzoppato” dallo scandalo, secondo il sondaggio, con il 61% di voti contro il 39%.
Il quadro politico sembra favorire Macron che sta puntando sull’orgoglio dei francesi stanchi delle divisioni ideologiche tra “vecchi sistemi” e politici vetusti ( sia Fillon che Le Pen), in nome di una Francia europea capace di ritornare a coniugare ” libertè, ègalitè, fraternitè”.
Se riuscisse a scavalcare la Le Pen al primo turno per il Front National sarebbe un colpo mortale.
In una conferenza stampa nel pomeriggio Fillon ha chiesto scusa ai francesi ed ha ammesso di avere utilizzato la moglie come collaboratrice ( «per 15 anni, per un importo medio netto di 3.677 euro, un salario perfettamente giustificata per una laureata in legge e lettere») oltre che di avere assunto i figli per 15 mesi come collaboratori parlamentari con un salario di 3.000 euro netti l’uno.
«Tutte le somme sono state dichiarate al fisco e i contratti sono legali», ha aggiunto Fillon, che peraltro è crollato nei sondaggi d’opinione per il ‘Penelopegate’ dopo essere stato inizialmente in testa. «Non sta al sistema mediatico giudicarmi, spetta ai Francesi decidere», ha aggiunto.
Durante la conferenza stampa c’è stato spazio anche per uno scambio molto duro fra una giornalista del sito Mediapart e Fillon. Alla domanda della cronista, «lei ha detto al telegiornale che sua moglie Penelope aveva lavorato gratis per lei fino al 1998», il candidato ha risposto attaccando il sito, che ha avuto problemi con il fisco: «io non ho mai avuto accertamenti fiscali».
Poi ha ammesso di essere stato «impreciso» perchè «per 5 giorni» ha «accusato un colpo allo stomaco»: «Mi sono fidato dei dati diffusi fino ad allora dal Canard Enchainè».
Quanto a Penelope Fillon, a proposito dello scandalo degli impieghi fittizi di cui è protagonista, ha dichiarato ai magistrati di non avere « mai ufficializzato la funzione di assistente parlamentare».
La moglie di Fillon ha tentato di dare una spiegazione plausibile circa i periodi in cui lavorava per lui all’Assemblèe Nationale. «Preparavo delle schede», a volte «mi capitava di fare le sue veci», in particolare, in occasione di eventi culturali, ha assicurato.
Penelope ha spiegato, ancora, che si occupava dell’agenda del marito e preparava la rassegna stampa.
Sull’incarico con Marc Joulard, il supplente che sostituì Fillon in parlamento dal 2002 al 2007, quando lui divenne premier, Penelope è stata piuttosto sibillina.
Joulard «aveva bisogno di me per rafforzare la sua autorità », ha detto.
Fillon riconobbe di aver chiesto a quest’ultimo di assumere la moglie in parlamento. Un modo per lui di «mantenere una presenza» nella sua circoscrizione elettorale. Secondo Le Monde, Pènelope incontrava Joulard una volta a settimana a Parigi, poi nel week-end per colloqui «molto informali» nel collegio elettorale di Sablè-sur-Sarthe.
(da “il Sole24Ore”)
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Febbraio 6th, 2017 Riccardo Fucile
LA RICETTA VETUSTA DEL RITORNO AL PASSATO PER “DIFENDERE DA SOLI I CONFINI”: ABBIAMO VISTO COME SONO CAPACI, TRA PARIGI E NIZZA
Nel discorso con cui la leader del Front National ha dato il via alla corsa verso l’Eliseo tre sono i
passaggi fondamentali: l’uscita dall’euro e il ritorno alla moneta nazionale per riacquistare la sovranità monetaria, un referendum sulla permanenza nell’Unione Europea “à la Brexit” e l’uscita della Francia dalla NATO.
Marine Le Pen vuole una Francia al di fuori del sistema della moneta unica, al di fuori del mercato unico europeo (perchè sarà quella la prima conseguenza dell’uscita dalla UE) e fuori dall’alleanza militare che ha unito i paesi dell’Occidente contro la minaccia sovietica durante la Guerra Fredda.
Un’idea quest’ultima che non è venuta in mente nemmeno ai sostenitori britannici della Brexit.
Per quanto riguarda l’uscita dalla NATO per la Francia si tratterebbe per la verità di un ritorno al passato perchè i francesi — pur essendo tra i dodici paesi fondatori dell’Alleanza Atlantica nel 1949 — uscirono in maniera unilaterale dalle strutture militari nel 1966 pur rimanendo all’interno solo degli organi politici dell’Alleanza ma al di fuori della struttura militare.
Era un periodo quello dove la Francia di De Gaulle voleva ritrovare la sua passata grandeur, il nazionalismo francese stava tornando ai suoi apici storici (nel 1960 la Francia aveva testato con successo la sua prima arma atomica) e il paese voleva affrancarsi dalla logica della contrapposizione tra i due blocchi Est-Ovest e soprattutto affermare la propria autonomia nell’Europa Occidentale che faceva parte della sfera d’influenza statunitense e De Gaulle — tra le altre cose — non voleva che le forze militari francesi fossero sottoposte agli ordini degli americani.
Di fatto però la Francia non è mai completamente uscita dalla NATO perchè ha continuato a far parte degli organismi politici (ad esempio l’assemblea parlamentare) dell’Alleanza Atlantica; ha solo smesso di partecipare alle attività militari dell’Alleanza e di contribuire militarmente alla struttura di difesa comune.
Questa situazione è cambiata nel 2009 quando l’allora Presidente francese Nicolas Sarkozy citando l’interesse della Francia e dell’Europa dopo 43 anni decise di far tornare il paese all’interno dell’organizzazione militare della NATO (già nel 1992 forze francesi parteciparono alla missione NATO in Kosovo).
Aumento delle spese militari per garantire l’indipendenza strategica
Nel suo discorso la Le Pen ha fatto leva sui sentimenti nazionalisti dell’elettorato
Le Pen e il Front National vogliono riportare il paese fuori dalla NATO anche se — così come per l’uscita dall’Euro — non è chiaro come e cosa significhi.
Sicuramente il primo obiettivo della candidata della destra populista è quello di riportare il comando delle forze militari francesi unicamente in mano francese, e lo fa nel nome della lotta al terrorismo islamico dell’ISIS che però è una minaccia che dovrebbe essere combattuta su scala globale.
Qualora la Le Pen dovesse essere eletta all’Eliseo allora la Francia uscirebbe di nuovo dalla struttura di comando militare integrata della NATAO ma probabilmente rimarrebbe all’interno dei suoi organismi di controllo politico continuando quindi ad avere una qualche voce in capitolo in merito alle decisioni politiche dell’Alleanza.
Un piede dentro e uno fuori, così come è sempre stato, e tutto sommato non dovremmo preoccuparci troppo della dipartita della Francia dalla NATO, ne abbiamo fatto a meno per quasi cinquant’anni senza che la cosa creasse troppi problemi al funzionamento della struttura militare.
Del resto così facendo i francesi rimarrebbero in ogni caso dentro l’ombrello di difesa dei paesi NATO.
L’uscita dalla NATO ha quindi un valore più che altro simbolico, un modo per la Le Pen di consentire alla Francia di rimpossessarsi del nazionalismo perduto.
Ed è interessante notare che la Le Pen giustifica l’uscita del paese spiegando che “la France ne soit pas entraà®nèe dans des guerres qui ne sont pas les siennes“, ovvero che la Francia non deve prendere parte a guerre che non sono sue, ma non è chiaro che fine faranno gli oltre 3.500 militari francesi dell’Operazione Barkhane e dispiegati nel territorio del Sahel (principalmente in Mali e in Ciad) per combattere le milizie jihadiste.
Il tutto mentre il Presidente Trump — cui la Le Pen si ispira ultimamente — ha recentemente espresso tutto il suo sostegno alla NATO chiedendo ai paesi membri di contribuire maggiormente alle spese militari (in passato Trump invece aveva definito l’Alleanza “obsoleta”).
Al momento il piano strategico di Marine Le Pen consiste unicamente nel ritiro dagli organismi militari della NATO e dal contemporaneo aumento delle spese militari in cinque anni fino al 3% del PIL (attualmente sono al 2,1% e la NATO prevede che i paesi membri spendano il 2% del PIL nel settore della difesa) ed una nuova corsa agli armamenti (ovviamente fabriquè en France) in modo da consentire il raggiungimento dell’indipendenza strategica francese.
La proposta della Le Pen nasconde quindi maggiori spese e maggior indebitamento pubblico come a dire che l’indipendenza costa cara.
Alla luce delle decisioni prese nel 2013 dal Livre blanc sur la dèfense et la sècuritè nationale che tagliarono drasticamente le dimensioni del budget militare per il quinquennio 2014-2018 (compreso il progetto di costruzione di una nuova portaerei nucleare) e che prevedeva una profonda riforma delle forze armate è da vedere come e dove Marine Le Pen troverà i soldi per farlo dopo l’uscita della Francia dall’Euro e dall’Unione Europea.
Il suo obiettivo è quello di poter — una volta fuori dalla UE — aumentare a piacimento il debito pubblico per finanziare i sogni di gloria francesi.
A pagare saranno i cittadini francesi.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 5th, 2017 Riccardo Fucile
SONDAGGIO PRIMO TURNO KANTAR SOFRES PER “LE FIGARO”: LE PEN 25%, FILLON 22%, MACRON 21%, HAMON 13%, MELANCHON 10%….SECONDO TURNO: MACRON 65% LE PEN 35%, FILLON 60% LE PEN 40%
L’ultimo sondaggio del qualificato istituto francese Kantar Sofres-OnePoint per Le Figaro, RTL e LCI
è stato realizzato subito dopo la vittoria del socialista Hamon alle primarie socialiste e l’esplosione dello scandalo Fillon, circa l’assunzione sulla carta della moglie come assistente parlamentare.
La fotografia della situazione pochi giorni fa era la seguente: al primo turno in testa Marine Le Pen con il 25%, segue Fillon al 22% e poi l’indipendente Macron con il 21%. Staccati Hamon con il 13% e l’estrema sinistra di Melanchon al 10%, poi altri candidati minori.
Ma vanno fatte alcune precisazioni che rendono il quadro più dettagliato.
Marine Le Pen è ferma al 25% da tempo, lo scandalo di Fillon non ha determinato sostanziali passaggi di voti a suo favore.
Fillon ha perso un 5% di consensi (era dato intorno al 27% fino a qualche settimana fa) e il trend lo vede in caduta costante (tanto che qualcuno vorrebbe il suo ritiro).
Macron era dato al 10% e in poche settimane ha raddoppiato i consensi, pescando a sinistra come a destra, con il suo programma “anticasta ed europeista”.
Hamon ha riaperto i giochi nello schieramento socialista ma non è riuscito a rivitalizzarlo oltre il 13%: solo sommandosi all’estrema sinistra potrebbero insieme raggiungere gli avversari, ma ciò non avverrà .
Il polso del trend si è avuto a Lione: Marine Le Pen ha capito che il vero pericolo per lei è Macron, basti vedere il successo del giovane leader di “En marche” a Lione, con 8.000 fans stipati al palazzetto dello sport e altrettanti rimasti fuori davanti allo schermo gigante.
Mentre Marine può contare su un elettorato fidelizzato ma “bloccato”, Macron pesca ovunque. Marine avrà il 25% di consensi, ma anche il 75% che non la sopporta, mentre Macron non ha nemici dichiarati e pesca tra gli antisistema, in primis i giovani.
Infatti che accadrebbe al secondo turno secondo Kantar Sofres-OnePoint?
Se Macron fa il sorpasso su Fillon e arriva al ballottaggio stravince con il 65% sulla Le Pen, ferma al 35%.
Ma anche Fillon (se ci arrivasse) avrebbe la meglio con il 60% contro il 40% sulla candidata del Front National.
Se in questi ultimi due mesi di campagna elettorale il trend rimanesse lo stesso, la Le Pen è destinata alla sconfitta.
Salvo che Putin non decida di intervenire, manipolando anche le elezioni francesi.
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