Maggio 6th, 2016 Riccardo Fucile
LA VITTORIA DI SADIQ KHAN E’ LA SCONFITTA DI DUE FRONTI ALLEATI, QUELLO DEGLI ESTREMISTI ISLAMICI E QUELLO DEGLI ISLAMOFOBI, CHE SI ALIMENTANO A VICENDA
Negli ultimi anni abbiamo sprecato litri di inchiostro a chiederci se l’Islam sia compatibile con la democrazia, se la violenza e l’odio siano parti inestricabili di quella religione, se i “valori occidentali” siano in pericolo di fronte alla crescente presenza di comunità musulmane nelle nostre città .
Tutte queste domande potrebbero trovare finalmente una risposta definitiva oggi, quando la capitale inglese si è svegliata con un sindaco musulmano: Sadiq Khan, figlio di immigrati pachistani, cresciuto in un alloggio popolare al sud di Londra sarebbe il primo esponente della propria religione a ricoprire l’incarico di sindaco in una delle capitali europee.
Un primato a cui Khan dovrebbe essere abituato, dato che è stato il primo musulmano a far parte del Cabinet (il Consiglio dei Ministri); ma in quel caso si trattava di uno tra molti, mentre in questo caso sarebbe il primo cittadino, il rappresentante della città , direttamente eletto da una popolazione di 8 milioni di abitanti (che ne fa, dopo il Presidente della Repubblica francese e quello polacco, la figura istituzionale eletta dal maggiore bacino elettorale in Europa).
Per questo, in aggiunta alle sue proposte politiche per agevolare la residenza, migliorare il trasporti pubblici, promuovere la mobilità su due ruote, proteggere i parchi pubblici, mantenere Londra nell’Unione Europea, Sadiq Khan porta anche un messaggio più generale di speranza ed inclusione.
Un messaggio che, peraltro, arriva anche in diretta contrapposizione alla campagna di aggressione e insulti che il candidato conservatore Zac Goldsmith ha portato avanti nei mesi scorsi, senza risparmiare colpi bassi, accuse di collusione con gli estremisti, cercando di fare colpo sull’ignoranza e il pregiudizio diffuso tra l’elettorato.
A queste accuse Khan ha risposto con il lavoro sul campo, visitando chiese e community centre, celebrando Passover con la comunità ebraica e incontrando i cittadini europei che vivono e lavorano a Londra.
Un lavoro di costruzione di ponti, di valorizzazione delle diversità , di rafforzamento dei legami di coesione e integrazione che caratterizzano la città di Londra. E in questo modo è riuscito pure a tenersi alla larga dalle polemiche sull’antisemitismo nel Labour party che hanno coinvolto nelle scorse ore il suo predecessore Ken Livingstone.
In un periodo in cui il discorso pubblico è caratterizzato da diffidenza e chiusura verso gli immigrati, in un periodo in cui l’islamofobia è in crescita e non sono rari, in tutta Europa, episodi di discriminazione e violenza verso i cittadini di religione musulmana, l’elezione di Sadiq Khan a sindaco di Londra è un messaggio fortissimo contro tutti i pregiudizi, un messaggio di inclusione e tolleranza.
La vittoria di Khan è un colpo non solo verso coloro che nelle città occidentali ancora considerano qualsiasi musulmano come un possibile nemico del nostro sistema, ma anche verso quegli estremisti che in medio-oriente propagano odio e violenza spiegando che non c’è futuro per i musulmani in Europa, perchè l’occidente intrinsecamente li odia.
L’elezione di Khan è un simbolo non solo per Londra, è un messaggio globale contro la marginalizzazione dei cittadini musulmani e contro l’estremismo.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 6th, 2016 Riccardo Fucile
UN MUSULMANO NELLA CITY: IL LABURISTA MODERATO FIGLIO DI UN AUTISTA DI BUS E DI UNA SARTA, PALADINO DELL’EUROPA, SIMBOLO DI UNA CITTA’ COSMOPOLITA E’ IL NUOVO SINDACO DI LONDRA
Per l’annuncio ufficiale bisognerà aspettare ancora un po’, ma Londra sembra aver scelto il suo
nuovo sindaco: il laburista Sadiq Khan ha dieci punti di vantaggio sullo sfidante conservatore Zac Goldsmith, secondo quanto riferisce Bbc citando i dati dello spoglio elettorale.
La vittoria del laburista musulmano lancia messaggi che si propagano in cerchi concentrici.
Il primo cerchio è quello di Londra, che si conferma città cosmopolita e multietnica per eccellenza, desiderosa di una svolta nelle politiche abitative e di una maggiore equità sociale, temi al centro della campagna elettorale di Khan.
Dalla capitale arriva anche un forte no all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, come dimostra il sostegno accordato dalla maggioranza degli elettori a un paladino anti-Brexit come Khan.
Il secondo cerchio si allarga al Regno, indicando ai laburisti in difficoltà una possibile strada per il dopo-Corbyn: una via meno ideologica, più moderata ma al tempo stesso rispondente ai reali bisogni dei cittadini.
Infine, c’è il terzo livello di significato, quello che mostra al mondo intero un esempio finora inedito di integrazione e convivenza, in aperto contrasto con gli Stati Uniti immaginati da Donald Trump – in cui i musulmani non potrebbero neppure entrare. Da questo punto di vista, è impossibile negare la svolta rappresentata dall’elezione di un musulmano praticante — che prega cinque volte al giorno — a primo cittadino della più grande città d’Europa e della piazza finanziaria più importante al mondo insieme a New York. Con tutte le sue potenzialità ma anche con tutte le sue incognite.
Figlio di un conducente d’autobus e di una sarta pachistani, la storia di Khan inizia 45 anni fa a Tooting, quartiere popolare nel sud di Londra dove è stato eletto deputato e dove vive ancora oggi con la moglie e le due figlie.
Dopo la laurea in giurisprudenza e l’avvocatura, è entrato in politica, prima con Gordon Brown e poi nel governo ombra di Ed Miliband.
È considerato un esponente moderato del Labour, equidistante sia dai circoli vicini a Jeremy Corbyn che dai nostalgici dell’era Blair.
Avvocato per i diritti umani, Khan è un sostenitore delle nozze gay, posizione che gli è valsa anche una fatwa da parte dell’imam di Bradford nel 2013.
In campagna elettorale i conservatori lo hanno accusato di essere amico di estremisti e terroristi. Per settimane il suo sfidante, il conservatore Zac Goldsmith, si è concentrato sulla sua religione, contestandogli le apparizioni al fianco di relatori musulmani radicali.
Lui, di fronte alle accuse, ha spiegato più volte di aver sì incontrato degli estremisti, ma in virtù della sua vecchia professione di avvocato per i diritti umani.
“Ho già detto molto chiaramente che considero i loro punti di vista ripugnanti”, si è difeso Khan, tenendo a sottolineare di aver combattuto l’estremismo per tutta la sua vita
E i londinesi hanno scelto di credergli, confermando con il voto un vantaggio già ampiamente previsto dai sondaggi.
“La storia di Londra”, della Londra di oggi, “è la mia storia”, ha scritto orgogliosamente sul suo sito.
“La mia visione – ha insistito quasi a sottolineare quel fiume che lo separa da Goldsmith – è semplice: dare le stesse opportunità a tutti i Londoners”.
Opportunità che in tanti si attendono da lui nelle zone a sud e a est della capitale in cui i musulmani sono il 20-30% e gli inglesi bianchi (non più del 45% di tutta la popolazione urbana attuale) una minoranza quasi residuale.
La scelta della Londra cosmopolita non poteva che ricadere su di lui.
Per capirne il motivo basta dare uno sguardo alla composizione demografica della città : il 55% della popolazione è censito come “non bianchi, britannici”, il 35% è nato all’estero, un londinese su otto è musulmano, ovvero più di un milione di residenti, i centri di preghiera islamici sono oltre trecento, nella sola area di Tower Hamlet le moschee sono 41, nella centralissima Westminster i musulmani sono 40 mila, i cristiani 97 mila.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 5th, 2016 Riccardo Fucile
IL PARTITO GEMELLATO CON SALVINI VUOLE DISCRIMINARE GLI ITALIANI…C’E’ SEMPRE QUALCUNO PIU’ TERRONE DI TE
Una nuova stangata per i frontalieri arriva dalla proposta della Lega dei ticinesi, il cui
parlamentare Lorenzo Quadri ha chiesto di imporre a loro carico una tassa di entrata in Svizzera.
Un balzello che appare come l’ennesima provocazione nella campagna contro i lavoratori che sono considerati come i colpevoli di quasi tutti i mali dell’economica del Canton Ticino.
La proposta è contenuta in una mozione che il deputato ha presentato al governo federale di Berna con l’intenzione – a suo dire – di difendere meglio l’occupazione locale: «In Ticino i frontalieri, oltre a essere fonte di problemi sul mercato del lavoro, usufruiscono di prestazioni finanziarie da parte dei contribuenti elvetici e causano alla collettività dei costi che non sono chiamati a coprire».
Afferma che gli oltre 60 mila frontalieri provocano un’importante usura alla rete viaria cantonale. A suo dire gli ingorghi prodotti dall’eccesso di traffico danneggiano l’economia del Ticino poichè la mobilità efficiente è una condizione importante per qualsiasi piazza economica.
Quadri arriva ad affermare che i frontalieri producono rifiuti solidi urbani, il cui smaltimento è a carico dei residenti.
Il deputato leghista ha anche quantificato la sua proposta: l’imposizione per ogni frontaliere dovrebbe essere almeno di 500 franchi all’anno, con un entrata per le casse del cantone di 30 milioni di franchi (circa 25 milioni di euro).
Non sono mancate le reazioni. Il sindacalista comasco della Cisl Carlo Maderna ha subito ribattuto: «E noi siamo pronti a scioperare…».
Una risposta che non è piaciuta nemmeno ad Andrea Puglia, suo collega svizzero dell’Organizzazione cristiano-sociale: «L’intervento di Maderna è stato provocatorio, in risposta all’altrettanto provocatoria mozione di Quadri. Si tratta di misure entrambe inattuabili. La proposta di Quadri farebbe cadere gli accordi bilaterali fra i due Paesi e lo sciopero dei frontalieri provocherebbe la paralisi di buona parte dell’economia svizzera. Vedere i frontalieri come dei nemici è un grosso errore».
Teresio Valsesia
(da “La Stampa”)
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Aprile 25th, 2016 Riccardo Fucile
“VIETATELE L’ACCESSO IN GRAN BRETAGNA, NON VOGLIAMO FACCIA PROPAGANDA ALLE SUE IDEE ESTREMISTE”…E ANCHE FARAGE PRENDE LE DISTANZE
Sta già preparando nei dettagli la sua visita nel Regno Unito, a fine maggio o inizio giugno. Marine Le Pen vuole andare a sostenere chi fa campagna per il Brexit.
Ma ci andrà davvero? Perchè sono gli stessi militanti britannici del “no all’Europa” a non volerla fra i piedi.
In una lettera, resa pubblica, Gisela Stuart, copresidente della campagna “Vote Leave”, a favore dell’uscita dall’Unione europea, ha chiesto espressamente a Theresa May, ministro degli Interni, di vietare l’accesso al territorio nazionale della Le Pen per le sue “opinioni estremiste”.
La Stuart ha ricordato la volta in cui paragonò i musulmani che pregano per le strade con l’occupazione nazista in Francia.
“La presenza della Le Pen nel Regno Unito — ha scritto nella sua lettera — non contribuirebbe all’interesse generale”.
La Stuart è uno dei rari parlamentari laburisti ad aver preso posizione ufficialmente per il Brexit. In “Vote Leave” si ritrovano soprattutto conservatori euroscettici, come il sindaco di Londra Boris Johnson.
Che, in ogni caso, per convincere l’elettorato più moderato, vogliono prendere le distanze dall’organizzazione concorrente, “Grassroots Out”: vede come esponente di spicco Nigel Farage, leader del Partito per l’indipendenza del Regno Unito (Ukip), formazione xenofoba e antieuropea.
Sì, ma in realtà neanche l’estrema destra britannica è pronta ad accogliere a braccia aperte la francese.
Nel passato Farage ha già ricordato sprezzante che “l’antisemitismo fa parte del Dna del Front National”, il partito della Le Pen.
E si è rifiutato di costituire un gruppo comune con lei al Parlamento europeo.
Domenica 24 aprile, su Skynews, Farage ha detto di non essere contrario alla venuta del leader dell’estrema destra francese. Ma ha aggiunto di ritenere “inutile un suo intervento nella campagna pro Brexit”.
La ministra May ha opposto un no comment, ma ha ammesso che sta esaminando il caso.
Da tempo la Le Pen chiede un referendum sul modello di quello nel Regno Unito anche in Francia. E in marzo un sondaggio europeo aveva indicato che il 53% dei francesi è favorevole a un’iniziativa del genere. Anche se poi, alla fine, sempre secondo la stessa inchiesta, la maggioranza voterebbe per restare nell’Unione europea.
Leonardo Martinelli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 25th, 2016 Riccardo Fucile
EUROPA PIU’ VICINA…LA DELUSIONE DI SESELJ, EX COLLABORATORE DEL BOIA MILOSEVIC
Il primo ministro serbo Aleksandar Vucic, conservatore-europeista, ha vinto le elezioni anticipate.
Il Partito del Progresso (Sns, ) di Vucic ha ottenuto quasi il 50 per cento dei voti, aggiudicandosi la maggioranza assoluta in Parlamento, con 150 seggi su 250 totali.
Il risultato consegna nelle mani di Vucic il mandato dei serbi a proseguire sulla strada dell’ingresso nell’Unione europea, seppur con la zavorra, quella destra radicale russofila e anti-Ue che, dopo otto anni di esilio politico, torna in Parlamento, enza tuttavia fare l’exploit temuto, perchè il Partito socialista (Sps) del ministro degli esteri Ivica Dacic si conferma seconda forza nel Paese (12%).
«La Serbia continuerà il suo percorso europeo e cercheremo di accelerarlo», ha detto ai sostenitori il premier serbo, da sempre convinto che la priorità del Paese sia l’ingresso nell’Unione Europea. Vucic ha parlato di «vittoria storica».
Vucic aveva convocato le elezioni con due anni di anticipo rispetto alla scadenza naturale della legislatura, per ottenere un pieno mandato per i prossimi 4 anni allo scopo di avviare una serie di riforme e trattare l’adesione della Serbia all’Unione Europea.
Il premier, negli ultimi appelli agli elettori, aveva promesso di proseguire e accelerare il cammino europeo della Serbia respingendo ogni tipo di compromesso con le forze estremiste e anti-Ue.
Sul fronte opposto il leader ultranazionalista V ojislav Å eÅ¡elj aveva invitato a fare del voto un referendum per scegliere tra una «Ue ostile e contraria agli interessi della Serbia e una sempre più stretta alleanza con la Russia».
LA DELUSIONE DI SESELJ
Il leader ultranazionalista Vojislav Å eÅ¡elj si è detto deluso dal risultato conseguito dal suo Partito radicale serbo (Srs). In parlamento ci entra con l’8%. «Sono deluso, ci aspettavamo di più – ha detto -. Ma continueremo la nostra lotta, ora anche in parlamento», ha aggiunto. Å eÅ¡elj è ostile all’obiettivo di integrazione europea della Serbia e propugna al contrario un sempre maggiore avvicinamento del Paese alla Russia.
Å eÅ¡elj fu uno stretto collaboratore dell’ex presidente serbo Slobodan Milosevic, ritenuto responsabile delle le operazioni di pulizia etnica in Croazia, Bosnia-Erzegovina e Kosovo negli anni del conflitto jugoslavo
Monica Perosino
(da “La Stampa”)
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Aprile 23rd, 2016 Riccardo Fucile
TRE LAND DI INNSBRUCK CON BOLZANO E TRENTO APPROVANO UNA MOZIONE PER L’ACCOGLIENZA EUROPEA DEI PROFUGHI E CONTRO LA CHIUSURA DEL BRENNERO
C’è un’altra Austria in campo, contro lo spirito difensivo e arroccato che ha portato il governo di Vienna alla chiusura verso i profughi, alla “Obergrenze” , quota limite preventiva agli ingressi (ma la parola può avere anche il doppio significato di “superconfine”).
I cantieri al Brennero per eventuali muri anti-migranti sono stati interpretati da tutti gli osservatori come una mossa del governo socialdemocratico-democristiano per cercare di contenere la crescita elettorale della destra, del FPO ( alleato di Front National e Lega Nord).
Ma nell’elettorato è in atto anche una spinta ben diversa e al primo turno delle presidenziali, in programma per domenica 24 aprile, il candidato che secondo i sondaggi arriverà primo è il verde Alexander Van der Bellen.
Seguito da Norbert Hofer del Fpo, con il quale dunque si dovrebbe poi giocare il ballottaggio, lasciando fuori gli esponenti presentati dai due storici partiti di governo dell’Austria.
Oltre il 40 % dei giovani sotto i 30 anni, sempre secondo i sondaggi, è già con Van der Bellen al primo turno.
L’ ex portavoce dei Verdi è un professore di 72 anni, che si presenta in modo pacato e riflessivo: “Compito del presidente della Repubblica è far da tramite, compensare, al di sopra delle appartenenze di partito”.
Ma si pone innanzitutto come punto di riferimento dell’Austria democratica e aperta: “Porre una Obergrenze, una quota limite alle persone che fuggono dalla guerra e dalla tortura e chiedono asilo è contro la legge. E’ in contrasto con la carta dei diritti umani, con la convenzione per i diritti umani europea e la convenzione sui rifugiati di Ginevra.”
Van der Bellen per allargare i consensi e porsi come uomo del dialogo si è presentato come indipendente (e ha quindi dovuto raccogliere le firme) pur godendo dell’appoggio incondizionato dei suoi Verdi.
Era stato tra il 97 e il 2008 il principale protagonista del radicamento politico dei Gruene in Austria ( paese dove non c’è una forza di sinistra al di là dei Verdi o dei Socialdemocratici), unendo saldezza di principi e pragmatismo riformista.
In alcuni laender ( regioni) i Verdi sono al governo coi socialdemocratici, in altre coi democristiani, a livello nazionale sono sempre stati all’opposizione.
Van der Bellen assomiglia a Winfried Kretschmann, rieletto in Germania alla guida del Baden Wurtenberg, a Daniel Cohn Bendit, a Joschka Fischer, ad altri politici Verdi piò o meno settantenni dell’Europa Centrale.
Per quali ragioni si prevede che possa avere tra il 22 e il 25% dei voti, quando il massimo storico del suo partito è stato il 14,5 delle europee del 2014?
“Perchè è un politico onesto, perchè riflette prima di parlare”, spiega Christine Baur, assessora regionale tirolese alla Protezione Sociale ed esponente dei Verdi.
Come molti altri, Baur apprezza il fatto che Van der Bellen spesso pensa per qualche secondo prima di rispondere alle domande: “E’ una persona pacata, coraggioso nei tempi nuovi come dice il suo slogan (“Mutig in die neuen zeiten“), sicuramente impegnato per le frontiere aperte e per i diritti umani.”
Christine Baur è stata a Trento alla riunione congiunta del Land di Innsbruck con le province di Bolzano e Trento, la “Euregio”.
Sono tutti compatti nel difendere la libera circolazione al Brennero, indispensabile alle economie locali innanzitutto. ” Credo che il governo di Vienna sottovaluti l’importanza del Brennero e non capisca, o finga di non capire le ragioni della spinta dei profughi. Per fortuna sembra che stia facendo marcia indietro”.
I tre consigli riuniti a Trento hanno approvato una mozione per l’accoglienza e la gestione europea dei profughi contro ogni chiusura del Brennero.
Chiedo a Christine Baur cosa succederà in caso di ballottaggio in Austria tra Van der Bellen e Hofer, il giovane della destra populista considerato molto comunicativo : “Sarà uno scontro tra la forza della ragione e la forza parolaia.”
Ma i suoi colleghi democristiani del Land Tirolo cosa voteranno? “Penso proprio che voteranno per Van der Bellen.”
Paolo Hutter
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 14th, 2016 Riccardo Fucile
IL GIOVANE MINISTRO DELL’ECONOMIA SPIAZZA I SOCIALISTI CON IL SUO MOVIMENTO
Nè di destra, nè di sinistra, forse di centro, certamente con l’ambizione di intercettare le diverse
«energie», dice, che si agitano in Francia. Ad ampio raggio.
Senza dimenticare il malcontento degli elettori che oggi si rivolgono al Fronte Nazionale.
Il giovane astro nascente della politica d’Oltralpe, Emmanuel Macron, spiega il senso del movimento politico che ha appena inaugurato, a tredici mesi dalle elezioni presidenziali: «En marche», avanti verso cosa?
Probabilmente verso la fondazione di un partito vero e proprio: «Si tratta di un movimento politico – risponde – non escludo, però, che possa presentare candidati (alle prossime elezioni, ndr ). Non è l’obiettivo immediato. Oggi il mio intento è rifondare un’esperienza differente dell’impegno politico attraendo nuovi talenti».
Vassoi di croissant e caffè lunghissimi in caraffe d’argento, sobrio completo blu scuro e ampio sorriso, Macron ne parla a un gruppo ristretto di giornalisti italiani nel corso di una colazione informale in una delle sue stanze del casermone di Bercy.
È la sede grigia e austera del ministero dell’Economia, la «fortezza» – così la chiamano – che l’ex banchiere ha scosso di riforme (o almeno di tentativi).
Fino a quest’ultimo sisma: una nuova formazione che entra in scena nel mezzo del dibattito su primarie e candidature per l’Eliseo. A destra (ci sarà Sarkozy? Lo scavalcherà Juppè?). Ma soprattutto dalla sua parte
Macron non ha la tessera socialista, ma è un ministro-chiave di un governo di sinistra; ed è il partito del presidente Franà§ois Hollande a guardare alla sua iniziativa con maggior preoccupazione, evocando lo spettro del 2002: il ballottaggio in cui per fermare Jean-Marie Le Pen pure il Ps fu costretto a votare per la destra di Chirac. Il primo ministro Manuel Valls l’ha definito «assurdo» in questa idea di non voler essere nè da una parte nè dall’altra.
Il suo movimento non rischia di frammentare ulteriormente lo schieramento, di nuovo a vantaggio della destra?
«La sinistra non deve rinchiudersi in una sorta di intimidazione collettiva — replica – che consiste nel dire che alcuni dibattiti sono vietati in nome del tutti uniti contro il Fronte Nazionale».
Ma per essere diretti: Macron sostiene o meno la candidatura di Hollande per un rinnovo del mandato? O punta a scendere in campo in prima persona?
«È troppo presto per dirlo – taglia corto – questo non è il momento delle candidature, ma quello dei dibattiti e di fare diagnosi».
Fa capire chiaramente di essere ostile ai tatticismi, alle scelte dettate da calcoli di partito, adattando alla «cucina politica» la massima di Bismarck sulle leggi: «Sono come le salsicce, a vedere cosa c’è dentro passa la voglie di mangiarle».
La politica non è una professione, nella sua visione, ma un impegno, «una missione».
Che sia ambizioso nessuno lo nega, e sono in molti a paragonare la sua ascesa, ad appena 38 anni, a quella del premier italiano Matteo Renzi.
Gli analisti francesi però sono incerti sulla possibilità che così precocemente Macron si metta in lizza per l’Eliseo.
Il movimento che non è ancora un partito per ora non ha grandi appoggi politici espliciti. Il ministro ha invitato apertamente (quasi) tutto l’arco parlamentare ad aderire, fino alla destra repubblicana.
Per ora conta su qualche simpatia socialista, gli «orfani» dell’ex presidente del Fmi Dominique Strauss-Kahn, sindaci locali, qualche deputato di assemblee regionali.
Che potrebbero per ora prendere una doppia tessera.
Non è escluso neanche che dai banchi di destra arrivino iscrizioni.
I sondaggi indicano che agli elettori dei Repubblicani Macron piace. Soprattutto, il ministro non sembra disprezzare neanche i voti che finora sono andati a ingrossare la destra estrema del Fronte Nazionale.
Se quei voti sono anti-sistema, è il suo ragionamento, sono stati spesi male, perchè l’FN è dentro il sistema da decenni, e invece En marche è «un’offerta politica nuova». Probabilmente non è una soluzione adatta ai movimenti in piazza in questi giorni in Francia, dai manifestanti contro la riforma della legge sul lavoro agli «indignati» della «Nuit debout» accampati in place de la Rèpublique.
Ma è comunque un ombrello che intende dichiaratamente intercettare un malessere che cresce anche in Francia, dopo la Grecia e la Spagna, e che non trova risposte in quelle che Macron definisce «formazioni politiche classiche».
Alessandra Coppola
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 28th, 2016 Riccardo Fucile
BOCCIATA LA PROPOSTA DELL’ULTRANAZIONALISTA UDC
La Svizzera ha votato no al referendum sulla stretta alle espulsioni automatiche per gli stranieri che
commettono reati.
La maggioranza dei cittadini elvetici hanno votato No al quesito proposto dall’ultranazionalista Unione democratica di centro (Udc) relativo all’espulsione automatica, senza tener conto del contesto socio-economico o le circostanze di fatto, degli stranieri che commettono reati gravi: una mossa, secondo gli oppositori, contraria alle norme della Corte europea dei diritti dell’uomo.
Il testo — che per essere approvato aveva bisogno della doppia maggioranza dei votanti e dei cantoni — è stato respinto dalla maggioranza dei 26 cantoni, secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa svizzera Ats
La proposta era stata al centro di polemiche, tra le altre cose, anche a causa del manifesto scelto per pubblicizzarla, in cui una pecora bianca allontanava con un calcio dalla bandiera elvetica una pecora nera.
Contro l’espulsione si erano pronunciati numerosi protagonisti del mondo della cultura e della politica elvetica.
Diversi appelli per il No al referendum sono stati rispettivamente firmati da oltre 200 esponenti dell’architettura, dell’arte e dello spettacolo, 11 dei 18 ex ministri elvetici e 180 giuristi.
Contro il quesito si è schierata l’associazione dei procuratori svizzeri, mentre 54 organizzazioni non governative hanno formato un comitato di opposizione.
“La tendenza è chiaramente nella direzione dei No”, aveva dichiarato dichiarato Claude Longchamp dell’istituto di ricerca e sondaggi Gfs.bern all’uscita degli exit poll. Dei quattro referendum di domenica, il voto di immigrazione è stato il problema principale.
Anche il governo svizzero si oppone a questa proposta. Su richiesta dell’Ufficio federale di giustizia, l’Ufficio federale di statistica ha calcolato il numero di espulsioni che potrebbero concretizzarsi in caso di adozione di questa iniziativa: se nel 2014 sono state cacciate quasi 4mila persone, ora si tratterebbe di circa 10mila individui.
Il popolo svizzero era chiamato alle urne anche per altri tre referendum: uno a sostegno della costruzione di un secondo tunnel del San Gottardo (che sembra aver ottenuto esito positivo con il 55% dei voti favorevoli), uno sulla proposta di vietare il commercio dei derivati agricoli (respinto). Il terzo riguardava l’abolizione dello sgravio fiscale per le coppie sposate e le unioni civili su cui non vi sono ancora chiare tendenze di voto.
(da agenzie)
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Febbraio 27th, 2016 Riccardo Fucile
IL FONDATORE DEL FN MEDITA VENDETTA SULLA FIGLIA “MANIPOLATA DA ARRIVISTI”… E NON RISPARMIA NEANCHE LA NIPOTE MARION
Quando Marine era piccola le raccontava della politica come fosse un incontro di pugilato. “Se
scegli di salire sul ring devi essere pronto a prendere colpi fino alla fine. Il campione del mondo vince con la faccia gonfia di botte”.
La bambina si è messa i guantoni e ha preso a pugni il suo mentore in un parricidio che evoca tragedie greche ed è la chiave di volta di un pezzo di futuro della Francia. Sui muri sono appese le fotografie ingiallite dei bei tempi andati. Il patriarca al balcone con le tre figlie biondissime: Marie-Caroline, Yann e Marine.
La magione di Montretout, sulle colline di Saint-Cloud, è stata per decenni quartier generale del Front National, crocevia di affari e sentimenti della dinastia Le Pen. Marine ha lasciato la casa di famiglia un anno fa, preludio di una rottura che si è consumata qualche mese dopo.
Jean-Marie continua a venire il pomeriggio, nell’ufficio al primo piano avvolto nella penombra in cui troneggia il binocolo di un incrociatore puntato sulla vista a perdifiato della capitale.
“Sente il rumore in sottofondo? E’ l’autostrada ma a me ricorda quello del Pacifico, quando facevo le traversate in mare”. La polvere copre i modellini di velieri, omaggio alla famiglia di pescatori bretoni.
Qualche giorno fa, è arrivata la polizia giudiziaria per fare perquisizioni nell’inchiesta sull’assunzione degli assistenti all’europarlamento. Un altro affaire riguarda il mutuo della casa di Rueil-Malmaison, dove Le Pen è andato a vivere con la seconda moglie Jany.
Gli accertamenti riguardano anche la presidente del Fn. E’ un nodo privato e pubblico difficile da sciogliere.
“Mia figlia non ha capito che ero il suo scudo. Senza di me, è più fragile ed esposta”. Un vecchio leone ferito che medita vendetta, parla di sè in terza persona.
“Non capisco cosa giustifichi l’esclusione di Jean-Marie Le Pen che ha fondato il Front National e l’ha diretto per 40 anni”. Da mesi non comunicano più.
Quando finalmente si sono incontrati, in un estremo tentativo di riappacificazione, è finita male. “Sembrava un addio tra marito e moglie” ricorda Le Pen, che a giugno compirà 89 anni.
“Marine non ama essere contraddetta. Il suo difetto, se posso permettermi, è di non essere abbastanza democratica”. L’addio si trascina. “Qualunque regno diviso al suo interno è destinato a perire” ha scritto Le Pen a sua figlia, minacciando di fondare un suo movimento politico.
Da quando è stato escluso dal partito, nel maggio scorso, continua a battersi.
Tre processi, tutti vinti, resta la Cassazione. Cita un vecchio proverbio: “L’esperienza è una candela che illumina solo colui che la porta”. Le relazioni sono interrotte anche con la nipote Marion. “E’ troppo sicura di sè. Come Marine, pensa di poter fare a meno di me. Eppure sono io che le ho create”.
La leader del Fn è determinata. “E’ manipolata da arrivisti che le stanno intorno” continua il fondatore citando Florian Philippot, vicepresidente del partito, che avrebbe spinto per liberarsi del “Diavolo” in casa, come Le Pen senior è stato soprannominato in mezzo secolo di attività politica.
Nel 1972, quando creò il Front National, scelse come simbolo la fiamma che arde, copiando i “fratelli” del Movimento Sociale. “Con l’Italia ho avuto sempre tante relazioni. Sono amico di Marco Pannella, anche se la pensiamo diversamente siamo entrambi paria del sistema”.
“Non, je ne regrette rien”. Non rimpiango niente, dice, intonando la melodia della canzone di Edith Piaf.
Sottoscrive di nuovo la frase per cui la figlia ha deciso di escluderlo dal Fn. “Le camere a gas sono un dettaglio della Storia. L’ho detto e lo ripeto”.
Impresentabile in un partito che punta al potere. Doveva andare diversamente.
Jean-Marie aveva designato come erede la primogenita, Marie-Caroline. Lei se ne andò con il rivale politico del padre.
La vita del Menhir – altro soprannome ispirato ai monoliti – è costellata di tradimenti al femminile. La prima è stata la moglie Pierrette, scappata con il suo biografo. L’ultima è Marine. “Non ho mai sofferto. Se qualcuno non mi ama più, smetto di amare” dice con un ghigno che irrigidisce il volto.
Parafrasando Gloria Swanson potrebbe dire: “Io sono sempre grande, è la Francia che è diventata piccola”. Appena si lascia andare sul suo viale del tramonto, riaffiorano le ossessioni più sconcertanti.
“L’esplosione demografica è il fenomeno del millennio. Sulla carta, abbiamo già perso: saremo sommersi. Ma c’è l’imprevedibile: una gigantesca epidemia, un conflitto nucleare”.
A proposito di Angela Merkel che ha deciso di accogliere i rifugiati, si concede una delle sue battute di pessimo gusto: “Ha aperto le braccia e subito ha dovuto chiudere le cosce”. E’ un lungo crepuscolo.
Si consola facendo il bisnonno con la piccola Olympe, figlia di Marion che spesso viene a trovare la nonna Yann, la più discreta e tormentata delle figlie, l’unica rimasta a Montretout.
“Forse Marine pensa che deve calpestare i sentimenti per una causa superiore. Se vincerà , allora entrerà nella Storia. Ma se così non fosse, come purtroppo temo, porterà con sè il rimorso fino alla fine dei suoi giorni”.
Dice che ha già pronto il nome del suo nuovo movimento. Sembra piuttosto l’ennesima recita, l’ultima.
Dietro ai propositi bellici, traspare la voglia di fuggire da un destino ormai segnato. “Per tacere, aspetto di essere morto”.
Anais Ginori
(da “la Repubblica“)
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