Gennaio 18th, 2016 Riccardo Fucile
I RAPPORTI GIA’ TESI ORA SONO PRECIPITATI… E JUNKER ACCUSA: A ROMA MANCA UN INTERLOCUTORE
Ma Federica Mogherini fa gli interessi italiani? A Palazzo Chigi ormai la risposta è chiara: no. 
La goccia che ha fatto traboccare il vaso nei rapporti tra Matteo Renzi e l’Alto Commissario europeo sulla politica estera c’è stata venerdì scorso.
Quando lei invitava l’Unione Europea all’unità , proprio nelle stesse ore in cui il premier schiumava rabbia per gli attacchi di Jean Claude Juncker.
Ma è da almeno un anno che Renzi e Mogherini non si parlano. L’apice dell’era glaciale tra i due si è raggiunta subito dopo l’estate, quando ‘Lady Pesc’ ha partecipato a un vertice su Siria e Iran con Hollande e Merkel a Parigi senza che l’Italia fosse invitata. Ormai il dato è tratto. E da oggi il premier aggiunge un altro tassello alla sua guerra di nervi contro l’Ue.
Il tassello si chiama Mogherini, l’unico nome che Renzi ha proposto nella trattativa sui nuovi commissari Ue nel 2014, non a caso unico nome italiano nella squadra di Juncker.
C’è anche lei tra i bersagli del premier italiano, impegnato in una lunga sfida con Bruxelles per ottenere il riconoscimento delle clausole di flessibilità nella legge di stabilità e l’applicazione degli accordi sui migranti. Due cose per niente scontate.
In tutto questo, accusano oggi dalla cerchia stretta del premier, Mogherini sembra non fare gli interessi italiani. Non si spende per Roma, insomma.
Proprio come non si sarebbe speso per Roma Stefano Sannino, ambasciatore italiano a Bruxelles che il governo di Roma ha deciso di sostituire. Mossa che tra l’altro avrebbe contribuito a increspare i rapporti con il presidente della Commissione Ue Juncker, visto che Sannino è conosciuto a Bruxelles come grande mediatore, un negoziatore vero.
Ma a Roma pensano che il momento non sia fatto per la mediazione. E quando arriverà deve essere gestita direttamente da Renzi che guarda già al vertice con Merkel a Berlino il 29 gennaio.
Sulla Mogherini ci va giù diretta Simona Bonafè, europarlamentare, renziana della prima ora, lo dice chiaramente intervistata da Giovanni Minoli su Radio 24: “Devo ammettere che le ultime prese di posizione sullo scontro Renzi-Juncker della Mogherini mi sono sembrate un eccesso, mi hanno ricordato il detto ‘fatta la festa gabbato lo santo’. Lo capisco che Federica Mogherini abbia l’obbligo di fedeltà al collegio dei commissari, vedo però che molti dei suoi colleghi che dovrebbero rappresentare l’Europa quanto lei non perdono occasione per difendere gli interessi nazionali”.
Il premier non interviene a calmare le acque in quello che potrebbe sembrare anche un regolamento di conti verbale al femminile. Perchè, benchè Bonafè non sia parte del giglio magico da un po’, quello che dice sulla Mogherini è condiviso dal presidente del Consiglio. Subito dopo l’estate, Renzi se la prese a male quando l’Alto Commissario volò a Parigi, per un vertice convocato dal ministro degli Esteri Laurent Fabius con Germania e Gran Bretagna. All’ordine del giorno: la situazione in Iran e Siria.
L’Italia non era invitata, pur essendo coinvolta in entrambi i dossier. Ma al tavolo di discussione partecipò l’Alto Commissario Ue. Un affronto per come la intendono a Palazzo Chigi. E Renzi non mancò di farglielo notare a Mogherini, in una telefonata di fuoco a fine settembre.
Da allora, comunicazioni interrotte. Se non negli appuntamenti ufficiali.
Nel frattempo l’Italia ha rafforzato le attività della Farnesina sulla politica estera. Paolo Gentiloni è riuscito a ottenere la convocazione della conferenza di Roma sulla Libia a metà dicembre.
E oggi è il ministro degli Esteri a rispondere piccato a Bruxelles, dove si lamentano per la mancanza di un interlocutore italiano sui dossier più caldi. “Abbiamo un continuo dialogo con le istituzioni, abbiamo un ministro degli esteri, degli interni, dell’economia, l’Italia ha un Governo nel pieno dei suoi poteri”, è l’elenco sciorinato da Gentiloni.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 17th, 2016 Riccardo Fucile
DOPO AVER ACCOLTO OLTRE UN MILIONE DI PROFUGHI, LA GERMANIA NEL 2016 SI PROPONE DI CONTENERE I NUOVI ARRIVI A 500.000
Non saranno i fatti della notte di capodanno a Colonia a fare fallire la politica sui rifugiati della
Germania. E a fare cadere Angela Merkel.
A decidere «saranno i numeri», ha scritto su Politico (Europa) Timo Lochocki, un analista del German Marshall Fund of the United States.
Al momento, sembra che la situazione sia proprio questa. Nonostante la gravità e la qualità odiosa delle aggressioni di Colonia, i tedeschi non hanno sostanzialmente cambiato opinione sul modo di accogliere i profughi che chiedono asilo.
Nei sondaggi più recenti, condotti giovedì scorso, l’ 84% degli elettori potenziali dichiarava che oggi voterebbe per uno dei partiti – di sinistra o di centrodestra – che sono, in diversi gradi, favorevoli a una politica di porte aperte.
Il 16% rimanente è una quota modesta: il 29% dei britannici, per dire, dice di condividere le politiche di chiusura sostenute dagli indipendentisti dell’Ukip e almeno il 50% degli italiani al momento voterebbe per 5 Stelle, Lega,Forza Italia e destra, partiti che criticano le aperture tedesche.
Le scelte della Germania, dunque, non saranno decise dall’emozione di Colonia. Piuttosto, da alcuni numeri.
Innanzitutto, da quanti profughi arriveranno nel 2016. L’anno scorso ne sono arrivati 1,1 milioni . Pur senza mettere un tetto, il governo spera di limitarli a 500 mila quest’anno, grazie ad accordi con Turchia e Giordania, controlli alle frontiere esterne della Ue e i famosi hot spot.
Non sarà facile, l’Europa finora non ha seguito la cancelliera Merkel: ma questa è la sfida.
Secondo, il denaro, cioè le risorse per sostenere i costi di integrazione: mantenimento dei profughi, alloggi, sanità , scuole, nuovi insegnanti, costruzioni.
Nel 2015, la Germania ha registrato un surplus del bilancio pubblico stimato al momento attorno allo 0,5% del Pil , più o meno 15 miliardi .
I costi per l’assistenza ai rifugiati calcolati da parecchi centri di studio sono tra i 13 e i 18 miliardi per il 2016.
Questo è il maggiore elemento di forza della politica di Frau Merkel nei confronti degli immigrati: avere conti pubblici che consentono al governo di gestire la situazione.
È l’importanza del bilancio sano nei momenti di emergenza, in un mondo che ne promette molte. Se Berlino avesse avuto un deficit e un debito pubblici alti, probabilmente a questo punto avrebbe già chiuso le frontiere. E addio Schengen. Questi sono i numeri che guarda la cancelliera.
Danilo Taino
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 17th, 2016 Riccardo Fucile
LA RABBIA DEL PREMIER PER LA DICHIARAZIONE DELL’ALTO COMMISSARIO: “E’ STUPIDO CREARE DIVISIONI IN SENO ALL’EUROPA”
A Palazzo Chigi l’allarme rosso era scattato da ormai quattro ore, ma nel suo studio Matteo Renzi continuava ad essere di umor nero, ancora incerto su come calibrare la sua reazione all’intemerata di Jean-Claude Juncker: in questo agitato contesto un collaboratore ha segnalato al capo del governo la dichiarazione di Federica Mogherini, Alto rappresentante europeo per la politica estera.
Renzi ha iniziato a leggere le parole della Mogherini: «È stupido creare divisioni in seno all’Europa. In Europa abbiamo bisogno di essere uniti di fronte alle tante crisi».
Renzi, con uno sguardo nel quale lo stupore è stato soppiantato dalla rabbia, ha continuato la lettura: «In Europa c’è tanto che possiamo fare soltanto se siamo uniti. L’Italia è un grande paese europeo. L’Italia ha bisogno dell’Europa e l’Europa ha bisogno dell’Italia».
Il presidente del Consiglio, diffidente di natura, non ha avuto più dubbi, scorrendo una dichiarazione subito bollata come pilatesca: «Ma con chi sta Federica? Invece di avvisarci su quel che si muove in Commissione, sui principali dossier fa queste dichiarazioni!». Renzi è un fiume in piena e la “schiuma” polemica si muove tutta attorno allo stesso concetto: nel momento in cui il governo avrebbe bisogno di un pubblico sostegno, la rappresentante italiana in Commissione si defila.
L’analisi che a caldo facevano a palazzo Chigi è inesprimibile in pubblico: davanti ad un conflitto così aspro e personale tra il capo della Commissione europea e il capo di uno dei Paesi fondatori dell’Unione europea, Federica Mogherini si è lasciata “assorbire” dagli euro-leader, Juncker in testa, tralasciando di curare gli interessi dell’Italia.
Come dimostra la storia dell’Ue: i commissari di tutti i Paesi svolgono un mandato europeo, ma senza mai perdere di vista gli interessi nazionali.
L’irritazione di Renzi è moltiplicata dal fatto che, ai tempi delle nomine europee, è stato lui a volere Federica Mogherini e a battersi perchè la spuntasse.
Ma oramai da mesi il feeling si è rotto e, a parte le occasioni pubbliche, i due non si parlano a tu per tu da quasi un anno.
(da “La Stampa”)
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Gennaio 17th, 2016 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO DELLE FINANZE: “SERVE UNA STRATEGIA, NON RIVENDICAZIONI SPICCIOLE, OCCORRE PUNTARE SUGLI INVESTIMENTI”… “IL JOBS ACT NON SERVE, SI DEVE RILANCIARE LA CRESCITA E COLPIRE L’EVASIONE”
«Lo scontro tra il governo italiano e Bruxelles va avanti da tempo, ma ora sta prendendo una piega
pericolosa. Secondo me Renzi può aver ragione sulla questione dell’oleodotto e delle banche, ma sbaglia sulla flessibilità : in questo caso mi pare più corretta la posizione di Junker».
Vincenzo Visco, ex ministro delle Finanze e presidente del Nens, ritiene che il nostro esecutivo abbia sbagliato a impostare i rapporti con la Ue «fin dal semestre italiano».
E oggi, nonostante quello che ci avrebbe potuto insegnare il caso Tsipras, e dopo numerosi tira e molla sulla flessibilità , siamo arrivati al conflitto aperto.
Insomma lo scontro con Junker non era inaspettato.
È una situazione che va avanti da un po’. Va detto che Renzi ha anche il suo carattere, ma a Bruxelles, dove i rapporti sono almeno in apparenza più felpati e politically correct, le sue uscite vengono percepite come atteggiamenti di prepotenza. A parte la forma, comunque, direi che ci dovremmo muovere in altro modo anche nella sostanza, nella gestione dei nostri contenuti. Servirebbe un dibattito più pacato, le rivendicazioni spicciole non sono utili, ci vuole una strategia.
Che tipo di strategia? Il governo in cosa sbaglierebbe?
Renzi ha delle ragioni, non tanto sulla flessibilità , di cui abbiamo usufruito, ma su altro: la questione dell’oleodotto nel Mare del Nord, la vicenda delle banche. Quando era cominciato il semestre italiano, non bisognava andare a Bruxelles a chiedere flessibilità , ma porre in modo pacato una discussione su tutta la politica economica della Ue: contestare l’atteggiamento con cui è stata trattata la Grecia, o, come fa oggi lo stesso Renzi, ispirarsi all’esempio degli Usa, che hanno fronteggiato efficacemente la crisi. Al contrario, abbiamo subito quanto deciso dalla Germania, e questo ha portato tutto il continente a una doppia recessione. Il ministro Padoan andò a fare il suo giro nelle cancellerie, come avviene a chi guida il semestre, ma dopo l’incontro con Schauble disse che c’era «piena identità di vedute tra Italia e Germania». Sappiamo che non è mai stato così: le linee equivoche non ci giovano.
La flessibilità poi però è arrivata. Non è merito di Renzi?
È vero, l’abbiamo ottenuta, ma lì ha ragione Junker: perchè è stata una scelta anche dovuta alla nuova maggioranza che si era creata in Europa, e noi ne abbiamo beneficiato. Il problema di fondo è che l’Italia deve sapersi creare delle alleanze, con una strategia: da soli non possiamo fare la voce grossa, in quanto non abbiamo mai risolto i nostri problemi di finanza pubblica. Dobbiamo proseguire nel risanamento, serve più crescita, produttività , riforme strutturali. Poi nel Nord Europa e a Bruxelles ci sono pregiudizi radicati nei nostri confronti, e spesso non sono del tutto ingiustificati: siamo visti come bugiardi, inaffidabili, spendaccioni. Mentre i nostri funzionari quasi si vergognano a difendere gli interessi nazionali. Perciò serve, da parte del nostro premier, risolutezza, ma anche prudenza e consapevolezza.
Sulla vicenda delle banche ce la siamo cavata meglio?
In questo caso ha maggiori responsabilità il governo precedente, che non avrebbe dovuto accettare la retroattività del bail in. Adesso si sta tentando quel che si può, ma ricordiamo che il nostro sistema bancario ha dimostrato grande stabilità quando, nel pieno della crisi finanziaria, crollavano gli istituti tedeschi, francesi, olandesi. Le banche coinvolte oggi rappresentano soltanto l’1% dei depositi, e hanno avuto difficoltà non perchè piene di titoli tossici, ma perchè erano in rapporto con le imprese più coinvolte dalla crisi economica, quelle di provincia, più periferiche. Quando perdi 10 punti di Pil in pochi anni, può accadere che alcune banche vadano in sofferenza: il problema è che poi sono state colpite famiglie di piccoli risparmiatori, e c’è stato il suicidio, il quadro si è drammatizzato con ricadute sociali.
Banca d’Italia e Consob hanno agito bene?
Hanno responsabilità diverse: la Banca d’Italia sovrintende alla stabilità del sistema, e mi sembra che l’abbia saputa garantire. Diverso per chi dovrebbe controllare la trasparenza, che qui mi pare sia mancata.
Come giudica la legge di Stabilità ?
Vedo una miriade di microinterventi, che servono più che altro a creare consenso presso alcuni settori elettorali. La manovra non è espansiva: sono tagli di spese e di tasse il cui saldo va quasi a zero. Io avrei concentrato le risorse sugli investimenti: se riduci le tasse, come moltiplicatore hai tra lo 0,8 e l’1, mentre se fai gli investimenti giusti, puoi andare dall’1,5 al 3.
Potrebbe servire firmare i contratti pubblici?
I prezzi non sono aumentati negli ultimi anni, e siamo stati in regime di stretta di bilancio: che senso avrebbe dare aumenti salariali ai dipendenti pubblici? Le priorità sono dove c’è più bisogno: la povertà , e prima di tutto chi ha perso il lavoro. Ci sono ampi spazi di miglioramento per gli ammortizzatori sociali.
Gli incentivi alle assunzioni, al Jobs Act, non bastano?
Sono costati molto, e hanno aiutato a stabilizzare alcuni contratti: ma per creare nuova occupazione serve la crescita dell’economia. Servono investimenti.
E la lotta all’evasione? Secondo Renzi funziona.
Io non vedo nuove misure anti evasione. Nella legge di Stabilità di fine 2014 avevano applicato due sistemi suggeriti dal Rapporto Nens: il reverse charge e lo split payment, che a detto dello stesso Renzi hanno funzionato. Noi però avevamo suggerito anche la comunicazione telematica in automatico, al cliente e all’amministrazione finanziaria, dei dati contenuti nelle fatture: frutterebbe 40 miliardi in tre anni, agendo direttamente nella catena dell’Iva. Ma non si è fatto. Per la lotta all’evasione, ci deve essere una seria volontà politica.
Antonio Sciotto
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Gennaio 15th, 2016 Riccardo Fucile
DURISSIMO ATTACCO: “LA FLESSIBILITA’ L’HO INVENTATA IO, NON LUI”
Fondi alla Turchia e flessibilità . Jean-Claude Juncker attacca Matteo Renzi. 
“Ritengo che il primo ministro italiano, che amo molto, abbia torto a vilipendere la Commissione a ogni occasione — ha detto il presidente della Commissione Europea nella conferenza di inizio anno — non vedo perchè lo faccia”.
“L’Italia a dir la verità non dovrebbe criticarla troppo — ha affondato il numero uno dell’esecutivo di Bruxelles — noi abbiamo introdotto flessibilità contro la volontà di alcuni Stati membri che molti dicono dominare l’Europa”.
Ed è proprio sulla flessibilità che Juncker affonda il colpo più duro: “Sono stato molto sorpreso che alla fine del semestre di presidenza italiana Renzi abbia detto davanti al Parlamento che è stato lui ad aver introdotto la flessibilità , perchè sono stato io, io sono stato“, ha sibilato sottolineando che “su questo voglio che ci si attenga alla realtà . Io mi tengo il mio rancore in tasca, ma non crediate che sia ingenuo”.
Probabilmente “a fine febbraio mi recherò in Italia, perchè l’atmosfera tra l’Italia e la Commissione non è delle migliori — ha detto ancora Juncker — Renzi si lamenta sempre che non sono mai stato in Italia da quando sono diventato presidente della Commissione”.
Il secondo fronte di lamentela nei confronti di Roma Juncker lo apre sul tema dei 3 miliardi di euro accordati da Bruxelles alla Turchia per contenere il flusso migratorio proveniente dal Medio Oriente.
“Ho difficoltà a capire la riserva stupefacente dell’Italia a finanziare i 3 miliardi alla Turchia, perchè questi non vanno alla Turchia stessa ma per i rifugiati siriani in Turchia”, ha spiegato il presidente della Commissione, sottolineando che “questi 3 miliardi sono una questione di credibilità per l’Ue”.
Come è una questione di credibilità quella dei ricollocamenti dei richiedenti asilo. E qui il richiamo è agli Stati che avevano preso l’impegno di ospitare i migranti arrivati in Grecia e in Italia e poi non li hanno rispettati: “Sono stufo che si accusi la Commissione Ue e l’Europa di non fare abbastanza, perchè la Commissione ha fatto tutto quello che era in suo potere ma sono alcuni stati membri che hanno difficoltà ad applicare le decisioni che sono state adottate — continua Juncker — ci danneggiamo da soli se non mettiamo in pratica quello che abbiamo deciso”.
“Non è possibile”, ha tuonato Juncker, “che una proposta adottata da Consiglio e Parlamento sui ricollocamenti non sia attuata, ma io non abbandono”.
In ogni caso, ha avvertito, “noi non aspetteremo gli Stati membri” e “faremo il necessario là dove bisognerà ”.
In mattinata era stato Jeroen Dijsselbloem a stigmatizzare il no dell’Italia sui fondi da destinare ad Ankara: “L’Unione europea deve raggiungere velocemente un’intesa definitivo sul finanziamento di tre miliardi di euro alla Turchia perchè fermi il flusso di rifugiati verso l’Europa — ha dichiarato il presidente dell’Eurogruppo — mi concentrerò sul tentare di spingere il fondo e ottenere un accordo sui 3 miliardi, di cui abbiamo bisogno”, ha detto in vista della rinione dei ministri delle Finanze Ue.
Ieri fonti europee hanno dichiarato che a bloccare l’accordo sul finanziamento è l’Italia e oggi Dijsselbloem ha detto che parlerà di questo con il ministro Pier Carlo Padoan.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 5th, 2016 Riccardo Fucile
MAI COSI’ POCHI DISOCCUPATI DAL 1990, CALANO I MINI-JOB
“L’Italia finalmente c’è”, ripete Matteo Renzi. L’Italia forse c’è, suggeriscono gli ultimi dati
Eurostat, ma il tasso di disoccupazione tocca l’11,5% mentre tra i giovani lavora soltanto il 15,1%, contro percentuali addirittura triple nel resto del continente.
Tanto che lo stesso ministero per lo Sviluppo economico deve ammettere: “La nostra ripresa è più lenta e più lunga”.
Intanto la Germania corre come un treno e il paragone con le statistiche del Belpaese è sconfortante.
Il numero di occupati in territorio tedesco non è mai stato così alto dall’epoca della riunificazione, così come il numero di persone senza lavoro ha raggiunto il minimo storico dal 1990.
A certificare il record è l’istituto tedesco di statistica Destatis che ha pubblicato il bilancio annuale del 2015: 43 milioni di lavoratori, 324mila in più rispetto al 2014. “La crescita dell’occupazione”, annota il bollettino, “continua da 10 anni nonostante nel 2015 l’aumento (+0,8%) sia stato leggermente inferiore al 2014 (+0,9%)”.
“Il numero totale di persone che hanno un impiego ha toccato il livello più alto dalla riunificazione della Germania”, e pare che l’arrivo di oltre un milione di profughi nel territorio tedesco non abbia intaccato la capacità di creare lavoro, sia per i tedeschi che per i migranti residenti.
Una notizia che certamente rallegrerà Angela Merkel, che naviga in difficili acque dopo la decisione di aprire le frontiere ai profughi siriani.
Anzi, il Destatis certifica che “la crescente partecipazione della forza lavoro interna e l’immigrazione di lavoratori stranieri hanno annullato gli effetti demografici negativi”. Il record fa il bis per il numero di disoccupati, sceso al di sotto dei due milioni, anche in questo caso mai così basso dalla riunificazione: nel 2015 le persone senza occupazione sono diminuite di 140mila unità (-6,7%) e il tasso di disoccupazione è calato dal 4,7% al 4,3%.
Un dato che secondo l’istituto di statistica proietta la Germania nell’eldorado del lavoro in Europa: “Il tasso di disoccupazione è la metà della media europea e questo significa che, ancora una volta, la Germania è il paese europeo meno toccato dal problema della disoccupazione”.
A beneficiare maggiormente del trend positivo, osserva ancora il Destatis tedesco, sono stati i lavoratori con contratto dipendente – cresciuti di 421mila unità (+1,1%) fino a raggiungere i 38,7 milioni.
Scende invece il numero dei lavoratori autonomi e di coloro che possiedono un contratto a breve periodo o un mini-job, e aumenta parallelamente la cifra dei dipendenti con contributi previdenziali.
Uno scenario che sembra discostarsi enormemente dai risultati italiani del 2015, influenzati dal Job’s Act: come aveva fatto notare il New York Times, il numero di disoccupati è calato ma soltanto perchè è aumentato quello di coloro che smettono di cercare occupazione.
Allo stesso tempo, il numero di contratti a tempo indeterminato è cresciuto solo di 2mila unità dal dicembre 2014. E, lungi dal far assumere i giovani, la nuova riforma del governo sembra aver avvantaggiato quasi unicamente gli over 50.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 1st, 2016 Riccardo Fucile
ECCELLENZE NAZIONALI: PER LA PRIMA VOLTA IN 61 ANNI IL CENTRO DI RICERCA E’ GUIDATO DA UNA DONNA
Circa 14 mesi dopo essere stata nominata, Fabiola Gianotti dal 1° gennaio ha assunto ufficialmente la carica di direttore generale del Cern di Ginevra, che per la prima volta nei suoi 61 anni di storia viene guidato da una donna.
Per la terza volta al comando del laboratorio internazionale di fisica delle particelle e del superacceleratore Lhc c’è uno scienziato italiano, dopo il premio Nobel Carlo Rubbia (dal 1989 al 1994) e Luciano Maiani (dal 1999 al 2003).
Tra i protagonisti scoperta bosone di Higgs
Nata a Roma 53 anni fa, Fabiola Gianotti ha studiato a Milano ed è stata fra i protagonisti della scoperta del bosone di Higgs, effettuata mentre era alla guida dell’esperimento Atlas.
«Il nostro compito è indagare che cosa sia accaduto dopo il Big Bang, il grande scoppio che ha trasformato l’energia in materia. E con l’acceleratore Lhc riusciremo a scrutare in quei momenti dove si nascondono le nostre radici e gli indizi del nostro futuro», ha detto recentemente Gianotti.
Quattro indicazioni della sua direzione
Quattro saranno i pilastri sui quali la scienziata italiana fonderà la sua direzione del Cern: «La ricerca di base, lo sviluppo tecnologico, la formazione dei giovani e il mantenimento del ruolo di facilitatore di pace che il centro europeo ha sempre avuto attirando scienziati di ogni Paese», ha affermato.
(da “il Corriere della Sera“)
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Dicembre 23rd, 2015 Riccardo Fucile
LA PUBBLICA LA REUTERS: EMERGE L’AVVERTIMENTO MA NON C’E’ UN DIKTAT
Prosegue il rimpallo di responsabilità tra l’Italia e l’Unione europea per l’azzeramento del valore di
titoli subordinati di banca Etruria, Banca Marche, le Casse di risparmio di Chieti e Ferrara.
In una lettera riservata del 19 novembre scorso (tre giorni prima del decreto), i commissari Ue alla Concorrenza e alla Stabilità Margrethe Vestager e Jonathan Hill sollevano le loro obiezioni all’uso del Fondo Interbancario di tutela dei depositi nel caso delle quattro banche.
Di fatto per l’esecutivo il paletto messo da Bruxelles ha lasciato aperta solo una strada a Palazzo Chigi.
L’Ue, però, respinge ogni velata accusa: “Non abbiamo mai detto all’Italia cosa fare, abbiamo solo dato indicazioni giuridiche”.
La Reuters ha reso pubblica la lettera che i commissari europei Hill e Vestager hanno inviato all’Italia pochi giorni prima del varo decreto che fatto scattare la procedura di risoluzione per le quattro banche in crisi (Banca Etruria, CariFerrara, CariChieti e Banca Marche) per appurare la posizione dell’Europa in merito all’utilizzo del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi per il salvataggio degli istituti in crisi.
Dal documento sembra emergere un evidente orientamento negativo di Bruxelles per questa soluzione, anche se non traspare comunque nessun diktat nei confronti dell’Italia.
I due esponenti dell’esecutivo Ue, rispondendo alle richieste dell’Italia, spiegano che l’utilizzo di un meccanismo di garanzia dei depositi (Il fondo interbancario ndr) in casi come questo è soggetto alla disciplina sugli aiuti di Stato e “se la valutazione porta a concludere che l’uso di questo schema è aiuto di stato, scatterà la risoluzione della direttiva Brrd”, coinvolgendo quindi anche i risparmiatori.
La Commissione però puntualizza anche che se l’utilizzo dello schema di garanzia non fosse giudicato aiuto di Stato e fosse invece considerato un puro intervento privato questo non farebbe scattare automaticamente questo meccanismo.
Cioè, in altre parole, l’utilizzo delle risorse del fondo sarebbe così consentito. In ogni caso l’esecutivo Ue nella stessa lettera puntualizza come “sia in capo alle autorità italiane la scelta degli strumenti e delle politiche da adottare” in caso di crisi bancarie pur ribadendo che “la Commissione preferirebbe sempre soluzioni di mercato” e quindi che riducano al minimo l’intervento pubblico.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 20th, 2015 Riccardo Fucile
POPOLARI 26,8%, PODEMOS 21,7%, SOCIALISTI 20,5%, CIUDADANOS 15,2%
Il Partido Popular del premier Mariano Rajoy arriva primo in voti alle politiche spagnole con il
26,8% davanti a Podemos, al 21,7%, secondo il primo exit-poll Tns Demoscopia per la tv pubblica Tve, dati confermati anche dalla tv privata Antena 3.
Il Psoe è terzo con il 20,5% davanti a Ciudadanos al 15,2%.
Il partito del premier arriva primo anche in seggi con fra 114-118 deputati alle politiche spagnole, ma il Psoe supera Podemos per il numero di deputati 81-85, davanti a Podemos 76-80 e Ciudadanos (47-50), secondo l’exit Tve.
Il risultato in seggi, se confermato, rischia di complicare la governabilità del paese.
Domenica la partecipazione era in leggero aumento alle 18 rispetto al 2011, con in media il 58,36% contro il 57,65%, secondo dati ufficiali.
Un aumento significativo in particolare è stato registrato in Catalogna, dove la percentuale di votanti è salita dal 53,21% al 56,64%, e a Madrid, dove è passata dal 61,33% al 63,37%
Il nuovo parlamento spagnolo eletto si costituirà formalmente il 13 gennaio prossimo, 20 giorni dopo che i risultati delle elezioni saranno stati resi noti ufficialmente, cioè mercoledì prossimo.
L’investitura del nuovo presidente del governo, designato dal re, tradizionalmente interviene circa due settimane dopo la formazione del Congresso e del Senato.
Le date più probabili, secondo la tv pubblica Tve, sarebbero fra il 25 e il 29 gennaio, salvo particolari difficoltà nella costituzione della nuova maggioranza.
(da agenzie)
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