Settembre 15th, 2015 Riccardo Fucile
IL NODO HOTSPOT PER LA REGISTRAZIONE E I RIMPATRI
Un accordo “di principio” che somiglia molto a un rinvio. E un rinvio che ha il sapore di una sconfitta. 
Non passano, per ora, le quote obbligatorie per la redistribuzione dei 120mila rifugiati proposte dalla Commissione.
Anche sul numero, per ora non si trova un’intesa.
I ministri dell’interno riuniti ieri a Bruxelles si limitano a prenderne atto: «i numeri proposti dalla Commissione costituiscono la base per un accordo sulla distribuzione di queste persone entro l’Unione europea », era scritto nell’ultima bozza su cui i rappresentanti dei governi si sono azzuffati fino a tarda sera. La spaccatura è talmente profonda che alla fine si è rinunciato a sottoscrivere una dichiarazione comune lasciando alla presidenza lussemburghese il compito di illustrare le conclusioni.
Ogni decisione è rinviata alla prossima riunione del Consiglio affari Interni, che si terrà l’8 ottobre a Lussemburgo.
Si ripete insomma, almeno per ora, il brutto pasticcio di questa estate.
Il 20 luglio, di fronte alla richiesta di Bruxelles di ripartire 40mila rifugiati in Italia e Grecia, i governi dissero no alle quote vincolanti e optarono per una redistribuzione volontaria. Ma già allora molti si tirarono indietro.
Risultato: disponibilità ad accogliere solo 32mila persone. E gli 8mila posti mancanti, finora, non si sono ancora trovati. Figuriamoci ora, che i profughi da trasferire salgono a 160mila.
La giornata di ieri dedicata alla crisi migratoria è corsa su due binari paralleli, che si sono rivelati entrambi in salita.
Da una parte la questione della redistribuzione, dall’altra quella dei cosiddetti hotspot , cioè i centri per la registrazione dei migranti e per la classificazione tra quanti hanno potenzialmente diritto all’asilo politico e quanti devono invece essere rimpatriati.
Sulla ridistribuzione, come si è detto, si è arrivati sostanzialmente ad un rinvio, pur accettando in linea di massima le cifre proposte dalla Commissione.
L’opposizione ad un sistema di quote vincolanti da parte di cechi, ungheresi, slovacchi e polacchi, sostenuti dai tre baltici, è risultata insormontabile.
Fino a tarda sera la discussione è stata bloccata dal ministro della Slovacchia che esigeva nelle conclusioni un riferimento esplicito al principio della «volontarietà ».
Proprio questa ostinazione, alla fine, ha impedito che si approvassero le conclusioni.
Il timore dei Paesi dell’Est è che a ottobre, in mancanza di un accordo, la presidenza lussemburghese decida di mettere la questione ai voti e di far passare le quote vincolanti a maggio- ranza.
Per questo vogliono fin da ora garanzie che non saranno obbligati ad ospitare contingenti di rifugiati senza il loro esplicito consenso
La seconda partita che si è giocata ieri riguarda la questione della registrazione e del rimpatrio degli irregolari che non hanno diritto all’asilo.
L’operazione deve essere fatta nei Paesi di accesso all’Unione, cioè in pratica Italia, Grecia e Ungheria. I centri dovrebbero aprire al più tardi entro l’anno. Francia e Germania premono moltissimo su questo punto, e ne fanno una pre-condizione per far partire la redistribuzione dei contingenti. Ieri, prima dell’apertura dei lavori, si è tenuto un incontro ristretto cui hanno partecipato, oltre ad Alfano, i ministri tedesco, francese, greco e ungherese e il commissario Avramopoulos.
La Grecia e l’Italia hanno accettato, almeno in linea di principio, la creazione degli hotspot gestiti in collaborazione con gli esperti europei. Da noi dovrebbero essere sei: il primo a Lampedusa e gli altri vicino ai centri di prima accoglienza. Ma l’Ungheria continua a rifiutarsi di registrate i profughi e dunque respinge la richiesta dei partner europei.
Quanto all’Italia, spesso accusata di non registrare i migranti che sbarcano sulle nostre coste e minacciata ieri dai francesi di un nuovo blocco alle frontiere, il ministro Alfano ha messo alcune condizioni.
La prima è che i centri di registrazione aprano solo dopo che sarà cominciata la redistribuzione dei rifugiati.
Andrea Bonanni
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 14th, 2015 Riccardo Fucile
I PROPOSITI DEL NUOVO LEADER LABURISTA SU “THE OBSERVER”
L’elezione della leadership laburista è stata una straordinaria prova di democrazia popolare e di
partecipazione pubblica dal basso, che ha dimostrato l’infondatezza dell’opinione prevalente al riguardo della politica.
Abbiamo attirato il sostegno di centinaia di migliaia di persone di tutte le età , di ogni ambiente sociale, in tutto il Paese, ben oltre i ranghi degli attivisti di lunga data e di chi fa campagna.
Chi può seriamente affermare, adesso, che i giovani si disinteressano di politica o che non c’è un intenso desiderio di un nuovo tipo di politica?
Più di ogni altra cosa, ha dimostrato che milioni di persone vogliono un’alternativa reale, e non che le cose proseguano come al solito, sia dentro sia fuori dal Partito laburista.
La speranza di un cambiamento e di nuove grandi idee è tornata al centro della politica: porre fine all’austerità , affrontare e risolvere le disuguaglianze, lavorare per la pace e la giustizia sociale in patria e all’estero.
Ecco i motivi per i quali oltre un secolo fa fu fondato il Labour.
Questa elezione ha infuso nuovo vigore per il XXI secolo all’obiettivo che portò alla sua fondazione: un Partito laburista che dia voce al 99 per cento della popolazione
I numeri del voto di sabato scorso costituiscono un mandato senza riserve per il cambiamento da parte di una democrazia che si rialza ed è già diventata un movimento sociale.
Sono onorato dalla fiducia che mi è stata dimostrata dai membri del partito e dai sostenitori, e metterò a disposizione tutto me stesso per ripagare quella fiducia.
Abbiamo combattuto e vinto sulla base di proposte politiche, non di personalità , senza abusi e senza astio.
Volendo pienamente fugare ogni dubbio, la mia leadership sarà improntata alla coesione, farà affidamento su tutti i talenti – la metà del governo ombra laburista sarà formato da donne – e lavoreremo insieme a tutti i livelli del partito.
Il nostro obiettivo è riportare nel cuore del Labour le centinaia di migliaia di persone che hanno preso parte alle primarie.
Riusciremo a far tornare ancora una volta il Labour un movimento sociale.
La leadership del partito si sforzerà di mettere al centro la democrazia: non sarà il leader a emettere editti dall’alto.
Raccoglierò idee da tutti i livelli del partito e del movimento laburista, prendendo ispirazione da un partito allargato alle varie comunità e mettendo a frutto i talenti di tutti per dar vita a una linea politica capace di costruire un valido sostegno a favore del cambiamento.
Noi siamo in grado di dar vita a un nuovo tipo di politica: più educata, più rispettosa, ma anche più coraggiosa. Possiamo cambiare le mentalità , possiamo cambiare la politica, possiamo migliorare le cose.
Il messaggio più importante che la mia elezione offre a milioni di persone per mandare a casa i conservatori è che il partito adesso è incondizionatamente al loro fianco.
Noi comprendiamo le aspirazioni e sappiamo che le nostre aspirazioni potranno realizzarsi soltanto tutte insieme.
Tutti aspirano ad avere una casa a un prezzo accessibile, un posto di lavoro sicuro, standard di vita migliori, un sistema sanitario fidato e una pensione dignitosa. La mia generazione ha considerato scontate queste cose e così dovrebbero fare le generazioni future.
I conservatori stanno introducendo una legge sulle organizzazioni sindacali che renderà più difficoltoso per i lavoratori ottenere un equo contratto di lavoro, combattere per un salario onesto e per un giusto equilibrio tra lavoro e vita privata.
Le organizzazioni sindacali sono una forza che si adopera per il bene, una forza che si batte per una società più giusta. Unito, il Labour voterà contro questo attacco antidemocratico ai membri delle associazioni sindacali.
Domani il governo presenterà le sue proposte per tagliare i crediti d’imposta, che lascerebbero migliaia di famiglie di operai in condizioni peggiori.
I crediti d’imposta sono un’ancora di salvezza vitale per molte famiglie e il Labour si opporrà a questi tagli.
È chiaro anche che il Primo ministro presto tornerà a chiederci di bombardare la Siria. Questo non aiuterà i rifugiati. Anzi, ne creerà in maggior numero.
Lo Stato Islamico è assolutamente raccapricciante, e il regime del presidente Assad ha commesso delitti atroci. Ma noi dobbiamo opporci anche alle bombe saudite che cadono sullo Yemen e alla dittatura del Bahrain, armata da noi, che stermina il movimento democratico del paese.
Il nostro ruolo è fare campagna per la pace e per il disarmo in tutto il mondo.
Per i conservatori, il deficit altro non è che una scusa per rifilarci la vecchia agenda Tory di sempre: abbassare i salari, tagliare le tasse ai più ricchi, lasciare che i prezzi degli immobili aumentino fino a essere improponibili, svendere i nostri asset nazionali e attaccare le organizzazioni sindacali.
Non ci sono scorciatoie per la prosperità , la si deve costruire investendo in infrastrutture moderne, nelle persone e nelle loro competenze.
Bisogna dare sfogo a idee innovative, concretizzando nuove proposte per affrontare e risolvere il cambiamento climatico. E proteggere così il nostro ambiente e il nostro futuro
Il nostro compito è dimostrare che l’economia e la nostra società possano essere a beneficio di tutti. Insorgeremo contro le ingiustizie ogni volta che le incontreremo. E le combatteremo per un futuro più equo e più democratico, che soddisfi le esigenze di chiunque
La risposta umana della gente di tutta Europa nelle ultime settimane ha dimostrato l’intenso desiderio di un tipo diverso di politica e di società .
I valori della compassione, della giustizia sociale, della solidarietà e dell’internazionalismo sono stati al centro della recente esplosione di democrazia in un Labour sempre più influente.
Quei valori sono profondamente radicati nella cultura del popolo britannico. Il nostro obiettivo, adesso, è mettere a frutto quello spirito e chiedere ardentemente il cambiamento, in tutto il paese.
Jeremy Corbyn
(da “The Observer”)
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Settembre 13th, 2015 Riccardo Fucile
L’INTUIZIONE CHE ARRIVA SOLO DAI VERI LEADER
Epocale. L’uso e, soprattutto, lo sfrenato abuso di questo aggettivo-passepartout sono finalmente sotto il tiro della critica.
È difficile contestare, però, che la storica svolta di Angela Merkel sia il frutto dell’intuizione lucida non tanto dell’emergenza, quanto piuttosto dell’inevitabile e non indolore passaggio d’epoca che l’ondata dei rifugiati e dei migranti segnala per la Germania e per l’Europa.
La condividano o meno, i sostenitori della politica ridotta a ordinaria amministrazione che ci hanno asfissiato nell’ultimo ventennio dovrebbero prenderne atto.
Di simili intuizioni, con tutto l’inaudito carico di responsabilità e di rischi che comporta il tentativo di tradurle in azione di governo, sono capaci soltanto leader politici veri: non i tecnocrati, non i comunicatori, non la cosiddetta società civile, non i capipopolo.
E nel desolato panorama europeo la signora Merkel è, nel bene e nel male, l’unico leader politico vero.
La cancelliera viene «dal freddo», non dal nulla.
In fondo, era cristiano-democratica, come si poteva esserlo nella Germania dell’Est, fin dai tempi lontani dell’appartenenza alla Fdj, l’organizzazione giovanile della Sed.
E si è guadagnata sul campo la leadership della Cdu: non la principale forza della destra europea, come pure si legge, ma (fino al 1992 assieme alla Dc italiana) il più grande partito popolare d’Europa.
È anche questa storia – una storia che ha consentito in passato alla Cdu di essere protagonista della costruzione del capitalismo sociale di mercato tedesco e del modello europeo di Welfare – che Angela Merkel cerca di re-inverare (o di re-inventare), liberandola dagli orpelli del passato ma mantenendone l’ispirazione di fondo, in condizioni inedite, sconvolgenti, imprevedibili per i suoi predecessori.
Se è proprio di destra, o di centrodestra, o di moderati, che bisogna parlare, ebbene questo campo, in Europa, la Merkel lo ridisegna, mettendo in conto rotture, divisioni, resistenze. Non può giurare sul buon esito della sua svolta, e nemmeno sulla possibilità di governarla fino in fondo.
Pensa però, e a ragione, che alzando muri non soltanto si perde la faccia, ma si sbatte la testa.
Si ironizza su un’Italia politicamente capovolta, in cui la destra che sino a ieri inneggiava alla Merkel ora la dipinge come un’egoista mascherata da benefattrice che si preoccupa solo di procurarsi forza lavoro qualificata a buon mercato e di contrastare il calo demografico tedesco, e la sinistra che, dopo averla rappresentata come la reincarnazione della volontà di potenza (per non dire di sopraffazione) tedesca, adesso ne esalta commossa la sollecitudine materna verso i dannati della terra.
Ne ha detto benissimo Pierluigi Battista: chi scrive ha da aggiungere solo due considerazioni a margine.
La prima. È vero, con la pallidissima eccezione di Parigi, e quella, tutta da verificare, di Atene, la sinistra non è al governo in nessuna capitale importante.
Ma ci deve essere qualche motivo se, mentre i partiti socialdemocratici annacquano ogni giorno il loro vino, è una cristiano-democratica (una democristiana?) che guida il Paese incommensurabilmente più forte dell’Unione a giocare la carta dell’inclusione, prendendosi il plauso di Yoshka Fisher per la sua capacità di «socialdemocratizzare» la Cdu.
Urge riflessione identitaria, e probabilmente molto di più.
La seconda. In Europa cambia, o può cambiare, il passo della storia, si ridislocano le grandi forze in campo.
Da noi, dopo vent’anni consumati nella contrapposizione tra berlusconismo e antiberlusconismo (che è cosa diversa da quella tra destra e sinistra), al centro del confronto e dello scontro, intemerate di Matteo Salvini e Beppe Grillo a parte, c’è l’articolo 2 della riforma del Senato.
Non sarà che di grande politica avremmo molto bisogno anche noi?
Paolo Franchi
(da “il Corriere della Sera“)
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Settembre 12th, 2015 Riccardo Fucile
JEREMY CORBYN, VETERANO DELLA SINISTRA SOCIALISTA, E’ IL NUOVO SEGRETARIO DEL LABOUR PARTY INGLESE
Terremoto nella sinistra inglese. Jeremy Corbyn è il nuovo segretario del Labour Party e prende il
posto di Ed Miliband, dimessosi dopo la sconfitta alle elezioni politiche di maggio.
Corbyn ha preso il 59,5 per cento dei voti. Il vicesegretario è Tom Watson, ‘bestia nera’ di Rupert Murdoch.
Il primo atto del nuovo leader del Labour sarà una manifestazione in favore dei rifugiati, e contro la linea dura del governo conservatore. “Vogliamo dimostrare come i rifugiati devono essere trattati” e accolti, ha detto nel discorso della vittoria.
Dare “speranza alla gente comune che è piena fino qui di ingiustizie, disuguaglianza, povertà non inevitabile”. È questo l’obiettivo di Corbyn.
Il suo è stato un discorso unitario, ma con chiari riferimenti a temi come ambiente, pace, welfare, parità e immigrazione.
Rivendicato il legame “organico” con il sindacato e denunciata come un “attacco alla democrazia” la riforma messa in cantiere dal governo conservatore per limitare il diritto di sciopero.
Corbyn “il rosso”, 66 anni, incarna poco il politico tradizionale, un esponente di sinistra che divide il partito, uscito scosso dalla sconfitta alle elezioni di maggio.
Il barbuto esponente anti-austerità , secondo gli analisti, ha raccolto le preferenze di chi vuole dare una scossa ai laburisti britannici.
Ma secondo un sondaggio pubblicato in esclusiva dell’Independent, per il 66% degli intervistati non sarebbe in grado di portare alla vittoria il partito nel voto del 2020. Corbyn, che condivide le idee dei greci di Syriza, vuole porre fine alla politica di austerità del governo, imporre più tasse ai più ricchi e rinazionalizzare alcune industrie come quella ferroviaria.
Tra i principali oppositori di Corbyn ci sono i grandi nomi del passato del Labour come l’ex primo ministro Tony Blair, che è sceso apertamente in campo contro la sua candidatura e che ha consigliato a quanti si sono lasciati conquistare il cuore dal “vecchio socialista”: “Fatevi un trapianto”.
Venerdì un duro attacco al partito laburista è arrivato dal primo ministro britannico David Cameron, che si è detto “esterrefatto” dalla campagna per la leadership del Labour e in particolare dalle sue proposte economiche.
“Chiunque sia il vincitore, il Labour è un partito che ha completamente abbandonato il dibattito sulle idee e che non rappresenta più i lavoratori”, ha detto Cameron nel corso di una visita a Leeds, nel nord dell’Inghilterra.
“Il suo discorso estremista promette solamente più spese, più debiti e più tasse”, ha aggiunto, affermando che i laburisti “costituiscono una minaccia per la sicurezza finanziaria di tutte le famiglie nel Regno Unito”.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 8th, 2015 Riccardo Fucile
E MOLTI SOGNANO UN LOCALE TUTTO LORO
I ragazzi italiani non vogliono più fare i camerieri nè lavorare nelle cucine dei ristoranti.
Eppure tanti dei nostri figli e nipoti vanno a fare gli stessi mestieri a Londra, Parigi, Madrid, Sydney», osserva il sociologo Giuseppe De Rita, fondatore del Censis.
«E’ un segno storico: un intero sistema entra in crisi dimensionale».
Come spiega il paradosso?
«In realtà non c’è contraddizione. I dati della ristorazione tracciano una chiara tendenza economica e sociale Questo settore in Italia è mediamente un’attività a bassissimo investimento d’ingresso e di scarsa qualità . Sono quasi tutti piccoli imprenditori che puntano alla clientela “low cost”. Vogliono solo tagliare i costi del personale, quindi assumono prevalentemente immigrati. Non c’è altro obiettivo».
Lavori rifiutati dagli italiani?
«Non è tanto una questione di scelte personali. E’ piuttosto un problema di dimensioni troppo ristrette delle aziende che in Italia operano nella ristorazione. Incide anche la presenza di una quota di giovani italiani schizzinosi che, se possono evitarlo, preferiscono uscire con la fidanzata o andare a ballare con gli amici invece di lavorare la notte e nei weekend in locali surriscaldati, per una paga mediocre e col fiato sempre sul collo dei proprietari».
Però poi emigrano a fare gli stessi mestieri. Dove è il vantaggio?
«Nella prospettiva. L’italiano che va in Spagna o in Francia magari all’inizio accetta di fare lo sguattero o di pelare patate, però ambisce a diventare uno chef stellato o ad aprire un suo ristorante. Se resta in Italia e viene assunto in una rosticceria o in una trattoria continuerà negli anni a svolgere lo stesso lavoro in imprese ad inadeguata capitalizzazione. Da noi il ristoratore, a fronte di modesti investimenti, si circonda di addetti a bassa retribuzione, spesso inquadrati contrattualmente come addetti non qualificati ma che in realtà cucinano la pasta alla carbonara e la bagna cauda o stanno a diretto contatto con la clientela. Mia nipote va a fare la pasticciera nei Paesi Baschi per farsi strada a livello internazionale, in contesti aziendali ad alta intensità di capitali»
Cosa cambia se resta in Italia?
«Per uno stipendio da fame avrebbe sempre gli abiti e le mani che mandano cattivo odore, ma soprattutto dovrebbe rassegnarsi a non crescere professionalmente. In Italia conta tagliare il più possibile i costi di esercizio. Non è solo questione di paga differente, ma di ambizione che il mercato italiano non consente di alimentare».
E il «made in Italy» in cucina?
«Svenduto a prezzi stracciati. Roma è l’esempio più evidente di una dinamica che coinvolge la ristorazione italiana. Per il Giubileo sono in arrivo nella capitale 33 milioni di pellegrini, però il modello dilagante rimane quello della trattoria al risparmio in cui un pizzaiolo egiziano, un cuoco pakistano e 2 cameriere moldave mandano avanti il ristorante di cui è proprietaria la famiglia italiana. Non si investe per migliorare, la qualità è considerata un lusso »
Perchè assumono immigrati?
«Vengono dalla miseria nera. Qui lavorano sodo e non si lamentano. Per loro essere in Italia è giù un colossale avanzamento sociale. Essere assunti in trattoria per gli immigrati è traguardo, per i nostri figli e nipoti è una sconfitta, un ridimensionamento delle aspettative. La colpa è degli investimenti inadeguati. Se manca la visione, piccolo non è bello. La prima volta che misi piede a Prato le aziende tessili erano microscopiche: le famiglie compravano un telaio e lo piazzavano nel sottoscala per lavorarci a turno. Poi però sono diventate imprese mondiali. La rosticceria invece resterà sempre com’è. Finirci a lavorare significa non avere possibilità di progredire. Cuochi e camerieri italiani storcono il naso, si lamentano, pretendono prospettive che chi arriva da Senegal o Bangladesh non sogna neppure».
Gia. Gal.
(da “La Stampa”)
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Settembre 7th, 2015 Riccardo Fucile
NASCE “RAGGRUPPAMENTO BLU, BIANCO E ROSSO” CHE POTREBBE NUOCERE AL FRONT NATIONAL: 300 ADERENTI ALL’ASSEMBLEA DI MARSIGLIA
Jean-Marie Le Pen ha annunciato che formerà un nuovo partito di cui faranno parte i transfughi del Front National che gli sono ancora fedeli.
Lo riporta France 24 online. Di fronte a 300 sostenitori, riuniti in un ristorante a Marsiglia, l’87enne fondatore del Front National ha detto che la nuova formazione si chiamerà “Raggruppamento Blu, Bianco e Rosso” e seguirà le linee di azione del suo vecchio partito «senza farne parte».
«Non resterete orfani», ha detto ai suoi.
La decisione arriva a pochi giorni di distanza dall’annuncio da parte della figlia Marine e attuale presidente del Front National che il padre non sarebbe stato capolista del partito alle elezioni regionali in Provenza-Costa Azzurra.
Marine ha motivato la sua decisione in poche parole: «Il suo obiettivo è nuocermi».
Per Marine Le Pen sta diventando sempre più complicato gestire il processo di normalizzazione del partito con gli estremismi del padre.
Questi pochi giorni fa ha definito in un’intervista le camere a gas «un dettaglio storico», difendendo l’operato del maresciallo Petain, capo della Francia collaborazionista durante la Seconda guerra mondiale.
Con l’annuncio del nuovo partito “Raggruppamento Blu, Bianco e Rosso”, padre e figlia prendono due strane diverse confermando ufficialmente una spaccatura insanabile.
(da “il Sole24Ore)
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Settembre 7th, 2015 Riccardo Fucile
LA POLITICA DI ACCOGLIENZA PER CANCELLARE PER SEMPRE L’IMMAGINE DEL NAZISMO
Deutschland à¼ber alles! Poche storie. 
Con la spettacolare mossa delle frontiere aperte — un’apertura degna di una mirabile partita a scacchi del grandissimo Kasparov — la Germania ha cancellato il volto arcigno della teutonica potenza che ha annichilito ed umiliato la Grecia squattrinata di Tsipras e dell’irresponsabile Varoufakis.
L’immagine della crudele ed insensibile intransigenza finanziaria di Berlino è stata prontamente rimossa dalla nemesi etica e morale di Angela Merkel che ha rilanciato la leadership tedesca in Europa sul fronte della democrazia civile e sui valori fondanti della libertà , della solidarietà , dell’eguaglianza.
Valori indiscutibili. Difesi ad oltranza da chi, in un non lontano passato, è precipitato ed affondato nella dittatura nazista e nell’orrore delle sue derive totalitarie.
La scelta di Sophie, pardòn, di Angela Merkel, è inequivocabile: no alla paura, no ai muri, ai fili spinati, agli eserciti che respingono, ai poliziotti che marchiano; sì ad una società aperta, cosmopolita, dinamica.
La Germania, dunque, come “rifugio”.
Insomma, quella della Germania che apre le frontiere (come l’Austria), soprattutto il modo dell’accoglienza — doni, Inno alla Gioia, applausi — diventa una “lezione” non solo politica a tutto il resto dell’Europa: “Il diritto d’asilo non ha limiti per ciò che riguarda il numero dei richiedenti”, ha dichiarato Angela Merkel, precisando tuttavia che le regole di Dublino sui flussi concordati dei migranti restano valide.
Lo spiega nell’intervista rilasciata sabato 5 settembre al Funke Mediengrup, “l’Europa deve dare una prova comune di solidarietà e rispetto delle regole”.
Però aggiunge subito: “I profughi che scappano dalla guerra civile siriana hanno lasciato dietro di sè l’orrore. Per quanto riguarda la Germania è bello constatare quanto grande sia la disponibilità all’aiuto nel nostro paese. Siamo di fronte ad una sfida nazionale: la Repubblica Federale tedesca, i suoi laender e i suoi cittadini sentono la responsabilità comune e condivideranno gli oneri finanziari”.
Tok! Prima botta, diretta a chi grida contro i profughi che “costano” e che “ci rubano risorse”.
Ma non è tutto. C’è una seconda staffilata.
Contro Bruxelles. Contro quei governi che erigono barriere. Che si rifiutano di accogliere: “Così com’è, la politica di asilo europeo non funziona. Il governo tedesco si sta impegnando per far sì che tutti i paesi membri siano all’altezza dei valori europei di umanità e di accoglienza”.
La Merkel impartisce i tempi della sua lezione: “Deve esserci una equa ripartizione di compiti e incombenze, in modo che non continui la situazione per cui pochi stati accolgono da soli la maggior parte dei profughi. Tutta l’Europa è chiamata in causa”.
Non si può restare, non si deve restare indifferenti, diceva Elie Wiesel, di fronte all’incalzare dell’orrore, al nichilismo, al disprezzo delle persone.
Un conto è la ragion di Stato, un altro è il dolore, la pietà , il dovere di aiutare.
La Merkel ha giocato d’anticipo, captando il malessere dei tedeschi, quello stesso malessere — il senso dell’equità stravolto — che persino un giornale popolare e sovente populista come la Bild Zeitung, il più diffuso in Germania, ha interpretato, invitando la gente ad accogliere chi fuggiva dall’atrocità della guerra, dalla disperazione, dalle distruzioni.
La stragrande maggioranza dei tedeschi si è ribellata all’operato di quei Paesi, come l’Ungheria, la Slovacchia e la Repubblica Ceca, che hanno trattato i profughi in maniera ostile e poliziesca.
Hanno rivissuto le pagine oscure della loro Storia. Odio e violenza. Su questo, la Merkel è categorica: “Ci deve essere tolleranza zero per odio e xenofobia. Non sarebbe la Germania che sogno e fortunatamente non è neanche quella della stragrande maggioranza dei tedeschi”.
La Germania — e l’Austria — dal volto umano è quella delle auto che si dirigono in Ungheria per andare a prendere i profughi arrivati a Budapest.
E’ quella che si autotassa per provvedere ai bisogni primari di chi arriva, stremato, in Baviera.
La maggioranza dei tedeschi non vuole una “Dunkles Deutschland”, una Germania oscura come paventa il presidente Joachim Gauck, choccato dopo i raid neonazisti contro i rifugiati.
Der Spiegel racconta il risentimento e la rabbia che circola in certe zone della Germania riunificata (in Bassa Sassonia, soprattutto), i tentennamenti fra paura e coraggio, gli atteggiamenti burocratici nei confronti del fenomeno, la consapevolezza comunque che il flusso non si arresterà e che i rifugiati cambieranno “di certo” la Germania.
Il 60% dei tedeschi, secondo un recentissimo sondaggio, è convinto che il paese sia in grado di accogliere i profughi, e che essi possano essere una risorsa, non soltanto un peso.
C’è una mobilitazione, in particolare della classe media, a favore dell’accoglienza, una sorta di “preparazione del campo”, perchè il sentire comune della “buona volontà ” si traduca in iniziative concrete.
A cominciare dai rapporti con i rifugiati e le loro culture: “La tolleranza aumenterà e gli stranieri saranno accolti con un atteggiamento nuovo, senza pregiudizi ma anche senza illusioni”, si legge nella bella inchiesta dello Spiegel.
Insomma, la “lezione” della Germania, più che una sfida, è un gesto di speranza. Di ottimismo.
Tra costruire muri e dare fiato alla paura, o aprire le porte e cercare di fare in modo che la società resti una società aperta, i tedeschi stanno scegliendo non solo l’opzione delle frontiere aperte, ma quello di un abbraccio che significa proviamo a vivere insieme, proviamo a farvi dimenticare l’incubo della fuga, sappiamo bene cosa vuol dire essere stati sotto il tallone della dittatura, e delle atrocità . Abbiamo speso settant’anni per cancellare il nazismo, non ci può essere alcuna tolleranza per chi mette in discussione la dignità di altri esseri umani. Noi non vogliamo più che si ripeti una simile vergogna che purtroppo ci peserà addosso per sempre (la Storia non si cancella, dobbiamo semmai evitare che si ripeta). Non siamo come coloro che vi insultano, e vi augurano di crepare in mare o a casa vostra.
La violenza simbolica della foto di quel piccolo che le onde del mare hanno spiaggiato in Turchia è stata fondamentale per le nostre coscienze.
Aiutare, ripetono da Berlino e da Vienna, è un obbligo: per motivi giuridici, oltre che per motivi umanitari.
Placare i timori della gente — sentimenti meschini come quelli di tenere che “loro” sfruttino le nostre strutture sociali che non hanno contribuito a creare, o che portino con sè tradizioni culturali non “europee” (tipo il fondamentalismo islamico: ma allora perchè scappano dalla jihad?) — è giusto, e un governo capace dovrebbe pensarci.
E dovrebbe ricordare come, nell’inverno del 1956, proprio in seguito all’invasione sovietica dell’Ungheria e all’implacabile repressione della rivolta di Budapest, fuggirono 300mila ungheresi che vennero accolti a braccia aperte in Occidente.
Marco Pasciuti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 6th, 2015 Riccardo Fucile
LA LEADERSHIP DELL’EUROPA SI ASSUME SFIDANDO PAURE E STAGNI MENTALI
Ci sono tutti gli ultimi settant’anni di storia tedesca, e dunque anche della nostra storia, della storia
di noi europei, dietro gli applausi con cui la gente ha accolto alla stazione di Monaco di Baviera i profughi siriani reduci dall’ultimo muro
C’è la paura e la comprensione profonda, marchiata nei nostri geni, degli orrori della guerra da cui loro stanno fuggendo come noi siamo fuggiti settant’anni fa.
C’è la vergogna per le sofferenze e le umiliazioni che hanno dovuto patire in un Paese, l’Ungheria, che pure si proclama europeo.
C’è la memoria esaltante dell’ultima “grande fuga” liberatoria che ha costruito l’Europa: quella seguita al crollo del muro di Berlino e delle dittature comuniste.
C’è l’empatia istintiva per chi arriva in un mondo nuovo e sorride, e ci vede luci di speranza che in noi si sono forse offuscate.
Ma soprattutto c’è l’orgoglio di dire: ecco, non abbiamo costruito tutto questo, la pace, il benessere, la libertà , per chiuderli in una fortezza ma per offrirli a chi vuole capire e condividere i valori per cui ci siamo battuti.
C’è, molto semplicemente, la soddisfazione e il coraggio non tanto di essere buoni, ma di essere giusti.
Questo coraggio, e qui parliamo di vero coraggio politico, ha oggi il volto assai discusso di Angela Merkel.
Non è stato facile, per la cancelliera tedesca, decidere l’altra notte di aprire le frontiere della Germania. Come non è stato facile, per Renzi, all’indomani degli ottocento morti sulla nave capovoltasi nel Mediterraneo, andare a Bruxelles e dire: non possiamo più respingerli, dobbiamo salvarli costi quel che costi.
Ci sono prezzi da pagare, per queste scelte. E non sono solo i dieci miliardi di euro che l’accoglienza dei profughi sottrarrà quest’anno al bilancio tedesco.
Sono le paure, le angosce, le fobie di un popolo europeo che per troppi anni si è cullato, ed è stato cullato, nell’illusione che nulla, mai più, sarebbe cambiato se non in meglio.
E soprattutto che nessun cambiamento avrebbe mai più richiesto nuovi sforzi, nuove fatiche, fosse anche solo quella di rimettersi in discussione.
Sfidare queste paure, smuovere le acque di questo stagno mentale, vuol dire, oggi, assumere la leadership dell’Europa.
C’è chi lo sta facendo, e chi no
Il sorriso felice ed incredulo del bimbo siriano in braccio alla madre, che stringe al petto il cagnone di peluche ricevuto da uno sconosciuto alla stazione di Monaco fa da contrappasso, non solo emotivo, al corpicino senza volto e senza vita del piccolo Alan affogato al largo della Turchia.
Vuol dire che quella gente si può salvare.
Vuol dire che loro possono continuare a sperare in un futuro diverso. E noi con loro, grazie a loro.
Costruire questo futuro di fronte a un terremoto demografico come quello che stiamo vivendo è il compito della nuova leadership che i lunghi mesi della tragedia migratoria stanno facendo lentamente emergere in Europa.
Ma per costruire il domani, e non sarà facile, la leadership europea deve ritrovare le ragioni, le emozioni e le speranze che sono sepolte nel nostro passato.
Non le radici cristiane, invocate da Orbà¡n per erigere muri contro i disperati in fuga, ma le radici umanistiche, solidali, libertarie, democratiche, che insieme ai veri valori cristiani hanno costruito il volto luminoso di questo Continente bifronte.
La storia dell’Europa è quella di un perenne confronto tra le sue due anime: paura, rabbia e disprezzo da una parte; speranza, rispetto e solidarietà dall’altra.
La tragedia dei migranti ci costringe ancora una volta a scegliere.
Non ci sono vie di mezzo: non si può accogliere i migranti avendone paura. Non si può respingerli fingendo di rispettarli.
Non solo i nostri governi, ma tutti noi, nelle nostre case, davanti ai nostri televisori, sulle piazze delle nostre stazioni prese d’assalto, dobbiamo scegliere.
I leader di domani saranno quelli che ci aiuteranno a farlo.
Andrea Bonanni
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 1st, 2015 Riccardo Fucile
AVVISO A RENZI: “TAGLIARE LE TASSE SULLA CASA E’ CONTRO LE NOSTRE RACCOMANDAZIONI”
L’Europa si mette di traverso alla strategia fiscale di Matteo Renzi. Le tasse sulla casa non si
devono toccare, è preferibile un intervento di riduzione della fiscalità su lavoro e capitali.
La proposta di ridurre le tasse sulla casa, fanno notare all’ANSA fonti europee, è contraria alle raccomandazioni Ue.
“Abbiamo letto i recenti annunci sulle tasse in Italia, ma non avendo dettagli sui piani non possiamo fare commenti” spiegano le fonti comunitarie, “però è ben noto che il Consiglio ha raccomandato che l’Italia sposti sugli immobili ed i consumi il carico fiscale che grava su lavoro e capitali”.
La flessibilità , sotto forma di riduzione da 0,5% a 0,1% dell’aggiustamento, è già stata concessa all’Italia la primavera scorsa in cambio delle riforme, proseguono le fonti Ue, che notano come l’Italia abbia “già fatto progressi” nelle riforme ma ora “è essenziale che non si perda lo slancio” nella messa in atto.
Il che è “fattore chiave per esaltare il potenziale di crescita dell’Italia”.
Il progetto di finanziaria per il 2016, secondo le norme previste dal ‘2-pack’ ed applicate per la prima volta nell’autunno 2014, dovrà essere sottoposto alla Commissione entro il 15 ottobre.
L’esecutivo, come previsto dall’ art. 7 della legislazione sulla governance dei paesi dell’Eurozona, deve poi esprimere la sua opinione al più presto possibile ed “in ogni caso non oltre il 30 novembre”.
“Naturalmente – dicono le fonti all’ANSA – ci aspettiamo che l’Italia rispetterà tutte le raccomandazioni del Consiglio, comprese quelle sulla politica tributaria”.
“Le regole della flessibilità – aggiungono a Bruxelles – sono già state applicate per l’Italia e riflettono le raccomandazioni fatte sotto la procedura del Semestre Europeo”.
(da “Huffingtonpost”)
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