Luglio 15th, 2015 Riccardo Fucile
VALAVANI LASCIA, LAFAZANIS VOTA NO, MA NON SI DIMETTE…. PIU’ DELLA META’ DELLA DIREZIONE DEL PARTITO CONTRO L’ACCORDO…E STANOTTE IL VOTO
Il Parlamento greco si appresta a votare a tempo di record un pacchetto di misure imposto dai
creditori internazionali in cambio del piano di salvataggio della Grecia.
Il voto finale dovrà avvenire entro la mezzanotte di mercoledì, una tempistica che scuote specialmente Syriza, il partito del premier Alexis Tsipras: circa 30 parlamentari della sinistra radicale potrebbero non votare le nuove leggi di austerity, ma il governo dovrebbe rimanere saldo grazie all’aiuto delle opposizioni.
La vice ministro delle Finanze, l’economista Nadia Valavani, ha inviato una lettera di dimissioni al primo ministro greco Alexis Tsipras, spiegando di non poter sostenere le dure misure imposte dai creditori a Bruxelles.
Tsipras ha dichiarato di non voler lasciare il proprio incarico e ha difeso l’accordo firmato lunedì mattina a Bruxelles: “È migliore di quello del 25 giugno, non taglia nè stipendi nè pensioni”, ma ammette che “l’Europa è stata vendicativa”.
Durante il voto scioperano i dipendenti pubblici per 24 ore, le farmacie contro la liberalizzazione dei medicinali da banco.
Mercoledì sera è prevista una manifestazione di protesta contro l’accordo a piazza Syntagma.
Dalle 6 di stamattina ad Atene gli autobus sono molto spesso assenti, provocando un pesante congestionamento del traffico automobilistico.
Dalle 21 è previsto il blocco della metropolitana, mentre per tutto lo sciopero resterà fermo il collegamento ferroviario con l’aeroporto della capitale.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 15th, 2015 Riccardo Fucile
IL WEB CONTESTA LA SOLUZIONE ALLA CRISI GRECA
Dal punto di vista politico la soluzione, almeno temporanea, alla crisi greca dovrebbe essere stata trovata.
Al livello sociale invece lo scontento nei confronti della Germania e del suo intervento nelle negoziazioni aumenta.
La Grecia e i creditori hanno raggiunto un compromesso, ma dal punto di vista greco si tratta di una soluzione piuttosto ingiusta, dettata dalla Germania.
L’odio della rete si dirige dunque in primis verso la cancelliera Angela Merkel e il ministro delle finanze Wolfgang Schaeuble, mentre sui social impazza l’hashtag #BoycottGermany.
Numerosissimi utenti (non solo greci) incoraggiano a boicottare i prodotti tedeschi.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 14th, 2015 Riccardo Fucile
L’ECONOMISTA DI PRINCETON: “CHI MAI SI FIDERA’ PIU’ DELLA GERMANIA?”
Supponiamo che consideriate Tsipras uno stupido incompetente. 
Supponiamo che vi piaccia con tutto il cuore vedere Syriza lasciare il governo. Supponiamo che accogliate la prospettiva di cacciare questi indisponenti greci fuori dall’euro.
Anche se tutto ciò fosse vero, l’elenco di richieste dell’Eurogruppo resterebbe una follia. L’hashtag di tendenza #ThisIsACoup ha assolutamente ragione. Qui si va oltre l’inflessibilità , si va nella pura ripicca, nell’annientamento assoluto della sovranità nazionale, senza nessuna speranza di sollievo.
Plausibilmente, si tratta di un’offerta formulata in modo tale che la Grecia non possa accettarla; ma, anche così, si tratta di un grottesco tradimento di tutto ciò che si supponeva dovesse affermare e sostenere il progetto europeo.
C’è nulla che possa far arretrare l’Europa rispetto all’orlo del baratro?
Si dice che Mario Draghi stia cercando di ricondurre un po’ alla ragione, che Hollande stia finalmente dando prova di un po’ di quell’opposizione al gioco delle Moralità che l’economia tedesca ama fare e che in passato egli ha vistosamente mancato di impedire. Ma molto danno è già stato arrecato.
Dopo tutto ciò, chi mai si fiderà più delle buone intenzioni della Germania?
Da un certo punto di vista, l’economia è diventata qualcosa di secondario.
Cerchiamo di essere chiari una volta per tutte, però: nelle ultime due settimane abbiamo imparato che far parte della zona euro significa che se sgarri i creditori possono annientare la tua economia.
Tutto ciò non ha attinenza alcuna con l’implicita economia dell’austerità .
Più che mai adesso è vero che imporre una rigida austerità senza un alleggerimento del debito significa scegliere una politica predestinata al peggio, a prescindere da quanto il paese sia disposto ad accettare tormenti.
E ciò, a sua volta, significa che perfino una capitolazione assoluta della Grecia sarebbe un punto morto.
La Grecia riuscirà a organizzare con successo un’uscita dall’euro?
La Germania cercherà di ostacolare una ripresa? (Mi dispiace, ma questo è il tenore delle domande che dobbiamo porci adesso).
Al progetto europeo – un progetto che ho sempre esaltato e sostenuto – è stato appena inferto un colpo terribile, forse mortale. E, a prescindere da quello che pensate di Syriza o della Grecia, a infliggerlo non sono stati i greci.
Paul Krugmaan
(da “The New York Times”)
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Luglio 14th, 2015 Riccardo Fucile
“E’ STATO BELLO CREDERCI, ORA INIZIA L’INVERNO NUCLEARE”
Al primo piano si è anche rotta l’aria condizionata. I giovani militanti spalancano inutilmente finestre dalle quali entra solo aria calda. Alcuni di loro si sporgono addentando panini fatti arrivare dal bar di piazza Koumoundourou.
Una ragazza mora con canottiera bianca e piercing al naso piange e viene abbracciata da un signore dall’aria austera, che poi si rivela essere Panos Skourletis, attuale ministro del Lavoro ed ex portavoce di Alexis Tsipras.
«Not a good time», non è buon momento.
Il professore universitario e deputato Costas Lapavitsas e il ministro dell’Energia Panagiotis Lafà zanis sfrecciano nel corridoio rovente ripetendo la stessa cosa agli interlocutori che li incrociano.
Si rifugiano in un gabbiotto, accanto alla portineria al pianterreno, si suppone areato. Da Bruxelles è appena arrivato il testo dell’accordo.
Devono leggere e valutare quel che appare già chiaro a tutte le persone presenti nella sede di Syriza. Entrambi sono due importanti esponenti della nutrita schiera di bastian contrari presenti all’interno del principale partito di governo.
«E’ stato bello crederci, ma adesso comincia il nostro inverno nucleare».
Lafà zanis accartoccia i fogli e sembra che anche la sua faccia abbia subito lo stesso trattamento.
E’ un comunista vecchia maniera, al quale fa capo Piattaforma di sinistra, il pezzo di partito alleato esterno e oppositore interno del più moderato Tsipras, che in Parlamento può contare su una ventina di rappresentanti.
Al voto della scorsa settimana si è astenuto, chiedergli cosa farà nei prossimi giorni appare quasi superfluo.
«Questo accordo» dice in un sospiro «è quasi peggio di un nuovo memorandum, perchè contiene anche l’umiliazione del nostro popolo. Sono sei mesi che siamo costretti a ingoiare forme di liberismo mascherato e compromessi al ribasso, ma questa è una indigestione mortale. Lotteremo in ogni modo per farlo bocciare».
Davanti a un’ira piuttosto evidente, pare quasi maleducato fargli notare il dettaglio della sua permanenza al governo.
«Non so cosa farò a livello personale. Ma credo non ci sia una sola buona ragione al mondo per dare l’assenso a un accordo che distrugge la Grecia. Se passa, questo governo non ha più ragione di esistere, è prima di tutto un problema di coerenza».
Intorno a lui annuiscono molti dei dipendenti che lavorano in questa palazzina a due piani diventata crocevia della politica greca dove oggi sembra finire qualcosa.
«Abbiamo perso la nostra innocenza» dice la ragazza che poco prima stava piangendo.
Il professor Lapavitsas ha costruito la sua identità accademica sulla critica feroce all’euro. E’ stato eletto per Syriza ma si ritiene un indipendente, e lo ha sempre dimostrato al momento del voto. «Lo avevo detto ad Alexis che era una trappola. Dovevamo andarcene molto tempo fa. Adesso lo hanno messo in un vicolo cieco, e con lui tutto il Paese. Votare o non votare, ci hanno comunque uccisi». Magari domani andrà meglio.
La convocazione del comitato centrale servirà a trovare una quadra che al momento risulta un miraggio.
Oggi però è il giorno dello spaesamento, testimoniato anche dalla homepage di Avgi, il quotidiano del partito, che parla di accordo disastroso frutto di una cospirazione ordita dalla Merkel in combutta con gli odiati armatori.
Syriza può apparire come un monoblocco dotato di una struttura interna chiaramente ispirata ai partiti comunisti di una volta, con tanto di epurazione prevista per chi vota contro le indicazioni.
Ma è sempre stata una realtà mercuriale che con molta fatica cerca di tenere insieme vecchi idealismi, nuovi movimenti e consuete tutele delle molte rendite di posizione presenti nella società greca.
«E’ la più brutta giornata della mia vita da quando i colonnelli cacciarono la mia famiglia e ci dovemmo rifugiare in Italia».
Vassili Primirikis è uno dei fondatori di Syriza, fa parte della direzione nazionale e del Comitato centrale, dove è considerato un non allineato comunque fedele alla disciplina di partito.
«Nulla sarà più come prima. Mi sembra che stiamo tradendo le promesse che avevamo fatto al nostro popolo. Oggi mi sento un po’ sporco. E’ chiaro che cambia tutto, anche per me».
Sul marciapiede di fronte, sotto a un platano, la scena ispira tenerezza.
I ragazzi usciti dalla sede di Syriza si abbracciano tra loro, si scambiano carezze, coraggio, vedrai che andrà meglio.
All’improvviso passa il ministro Skourletis, fedelissimo e amico di Tsipras se mai ce n’è stato uno, impegnato in una agitata conversazione al telefonino. «Mi dici come c… possiamo farla mandare giù alla nostra gente?», chiede urlando all’anonimo interlocutore. L’inverno nucleare di Syriza è cominciato.
Ma ci sono quaranta gradi all’ombra, e l’aria condizionata non funziona.
Marco Imarisio
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 14th, 2015 Riccardo Fucile
IL QUOTIDIANO KATHIMERINI PREVEDE UN BIG-BANG POLITICO CONTRO TSIPRAS
Una “resa della Grecia” che accetta di diventare “vassallo dell’Eurogruppo”. 
Una totale “umiliazione” del Paese e un “completo annullamento della sovranità nazionale”.
L’ex ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, torna all’attacco con toni sempre più aspri, paragonando quanto imposto dall’Eurosummit ad Atene al “Golpe dei colonnelli” in Grecia del 1967.
Il vertice dei leader dell’area euro è stato “a dir poco il culmine di un colpo di stato. Probabilmente – scrive Varoufakis nel suo blog – la maggiore differenza economica è che mentre nel 1967 le proprietà pubbliche non vennero prese di mira, nel 2015 i poteri che si muovono dietro il golpe hanno chiesto la cessione di tutte le proprietà pubbliche rimanenti, in modo da metterle a disposizione del rimborso di un debito pubblico insostenibile e non pagabile”.
“Gli europei, anche quelli a cui della Grecia non importa un accidenti, faranno bene a stare attenti”.
Varoufakis non anticipa come voterà in Parlamento sui provvedimenti che verranno presentati dal governo. “Ascolterò i miei compagni, Alexis Tsipras e EuclidTsakalotos, che sono stati impegnati in tutto questo negli ultimi giorni. Fino ad allora, mi riservo il giudizio sulla proposta che ci viene messa di fronte”.
Ma poi spara alzo zero.
“Il comunicato dell’Eurosummit di ieri assomiglia ad un documento che prepara i termini della resa della Grecia. E’ stato concepito come una conferma che la Grecia accetta di diventare un vassallo dell’eurogruppo – prosegue Varoufakis nel suo blog -. Il comunicato di ieri non ha nulla a che fare con l’economia, nè con qualsivoglia preoccupazione per il tipo di agenda di riforme che sarebbe in grado di portare la Grecia fuori dal pantano”.
“E’ una manifestazione pura e semplice volontà politica di umiliarci. Anche se uno odia il nostro governo, deve rendersi conto che la lista di richieste dell’Eurogruppo rappresenta un punto di rottura dalla decenza e dal buon senso”.
“Il comunicato di ieri – insiste l’ex ministro – ha indicato un totale annullamento della sovranità nazionale, senza mettere in piedi contestualmente alcuna autorità politica sovra nazionale o pan europea che sia. Anche gli europei che se ne infischiano della Grecia, farebbero bene a stare attenti”.
Secondo Varoufakis in questi giorni i media dedicano molta attenzione a discutere sul sè “i termini di questa resta” verranno approvati dal parlamento greco sul come voteranno parlamentari come lo steso ex ministro.
“Non penso che sia la questione più rilevante. La questione cruciale è: l’economia greca ha una qualsivoglia possibilità di riprendersi in base a questi termini? Questo è l’aspetto di cui mi preoccuperò durante il voto. La maggiore preoccupazione è che perfino una resa totale da parte nostra porterebbe ad un peggioramento di questa crisi senza fine”.
L’editoriale di Kathimerini. Ad Atene “è cominciato il big bang politico” perchè “è molto probabile che in questi mesi vedremo formarsi un forte blocco anti-europeo che sfiderà Alexis Tsipras”, il quale “se ha deciso di gettarsi alle spalle il suo passato e si vede come un riformista” avrà “una sbalorditiva opportunità ” per riformare la Grecia perchè “dopo tutto è l’unico leader politico che in questo momento in Grecia può convincere la gente che ha detto ‘no’ a sostenerlo nei suoi sforzi per tenere la Grecia nell’Eurozona”.
E’ la tesi espressa nell’editoriale di Alexis Papachelas, giornalista conosciutissimo in Grecia, direttore di Kathimerini, conduttore di una serie di programmi televisivi d’inchiesta ed autore tra l’altro del libro ‘Lo stupro della democrazia greca’ in cui documentò i legami tra la Cia e la giunta dei colonnelli.
Nella sua analisi, Papachelas parte sostenendo che ci sono “due pericoli” nel “mettere la Grecia nell’angolo” (la crescita dell’antieuropeismo nel paese e del sentimento antigreco nei “paesi potenti” dell’Eurozona).
Non cita mai Angela Merkel, ma scrive che “il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble ed i suoi alleati vogliono dimostrare che la Grecia non può sopravvivere”.
Il direttore di Kathimerini infine sostiene che “lo scenario ideale sarebbe un governo ad interim con politici e tecnocrati in servizio per due anni per rimettere in ordine il paese”.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 13th, 2015 Riccardo Fucile
DEGLI 82 MILIARDI PROMESSI L’80% ANDRA’ AL PAGAMENTO DEL DEBITO PREGRESSO E ALLE BANCHE.. SOLO 10 MILIARDI POTRANNO ESSERE UTILIZZATI DAL GOVERNO PER CREARE INVESTIMENTI
Oltre l’80% degli 82-86 miliardi di nuovi aiuti alla Grecia sarà destinato al saldo o al
rifinanziamento del debito pregresso (53%) e alla ricapitalizzazione delle banche (30%), mentre al governo resteranno da gestire solo 10 miliardi e gli investimenti per il rilancio dell’economia saranno ipotecati al buon esito delle cosiddette privatizzazioni.
Con dei paletti molto stretti.
Restano i tempi talmente da record da rendere estremamente ardua l’approvazione delle riforme, ma anche il “pignoramento” dei beni pubblici da vendere per ridurre i debiti e il ritorno della Troika ad Atene.
Il tutto condito da un colpo di spugna sulla legislazione introdotta dall’esecutivo greco in contrasto con il memorandum con i creditori.
Scompaiono, anche perchè illegali, solo la sede estera del trust a cui verranno affidati i beni pubblici ellenici “pignorati” e la minaccia di espulsione dall’euro.
Inutile a dirsi, infine, che di taglio del debito non c’è neanche da parlarne.
Insomma, non solo Alexis Tsipras non ha abbandonato il vertice con i leader politici della zona euro come gli chiedeva domenica notte il popolo di twitter cinguettando a squarciagola #TspirasLeaveEUSummit (Tsipras abbandona l’Eurosummit), ma ha anche firmato un’intesa che si discosta molto poco dalla criticatissima proposta originaria dell’Eurogruppo.
La stessa, cioè, che nella notte tra domenica e lunedì aveva fatto parlare Atene di condizioni “umilianti e disastrose” e che il premio Nobel per l’Economia, Paul Krugman, dalle colonne del New York Times ha attribuito a una “follia vendicativa”, evocando una “completa distruzione della sovranità nazionale” e un “grottesco tradimento di tutto quello che significa il progetto europeo”.
Impossibile sapere se a guidargli la mano sia stata la disperazione o il waterboarding mentale di cui il Guardian accusa Tusk, Merkel e Hollande, ma è innegabile che il premier greco sia entrato al vertice dicendosi pronto per un “compromesso onesto” e ne sia uscito compromesso.
PRIMA LE RIFORME POI I NEGOZIATI SUL PIANO DI AIUTI
I punti dell’accordo dell’accordo approvato all’unanimità dai leader politici della zona euro lunedì mattina a valle di un Eurosummit dalla durata record di oltre 17 ore, del resto, parlano chiaro.
Per poter avviare un negoziato sul terzo piano triennale di finanziamenti internazionali, questa volta da 82-86 miliardi, Atene ha innanzitutto 48 ore per varare le riforme dell’Iva, delle pensioni e dell’Elstat (l’istituto nazionale di statistica), oltre a introdurre tagli semi-automatici alla spesa in caso di deviazioni dall’obiettivo del surplus primario.
“Solo conseguentemente alla implementazione legale delle prime quattro misure su menzionate — recita il documento — così come alla assunzione di tutti gli impegni inclusi in questo documento dal Parlamento greco, verificato dalle istituzioni e dall’Eurogruppo, potrà essere presa la decisione di dare mandato alle istituzioni di negoziare un memorandum di intesa”.
LE BANCHE POSSONO ASPETTARE FINO AL 22 LUGLIO
Nove, invece, i giorni a disposizione per adottare la riforma del codice di procedura civile e recepire la direttiva Brrd (Bank Recovery and Resolution Directive) sul fallimento degli istituti di credito per introdurre il nuovo sistema europeo di salvataggio delle banche, il cosiddetto bail in, che affianca l’intervento esterno (bail out) ad appunto quello interno, cioè il contributo a vario titolo di azionisti e correntisti con depositi al di sopra dei 100mila euro.
Questione non da poco, quest’ultima, visto che un intervento sulle banche greche sembra ormai inevitabile, ma senza il recepimento della direttiva sarebbe tecnicamente difficile.
E che è stata curiosamente postposta, quando invece sarebbe prioritaria date le condizioni degli istituti ellenici che secondo i ministri delle finanze della zona euro dovrebbero avere la disponibilità immediata di una decina di miliardi.
LA RESTAURAZIONE DELLA TROIKA CON LA CANCELLAZIONE DEL NORME IN CONTRASTO
Tra gli impegni sicuramente più sgraditi ai greci, spicca il ritorno del commissariamento da parte dell’odiata Troika.
Quest’ultima non riavvierà solo le sue ispezioni in loco per “normalizzare pienamente i metodi con le istituzioni, incluso il necessario lavoro sul campo, per migliorare l’implementazione e il monitoraggio del programma”.
D’ora in avanti, si legge infatti nel documento, “il governo necessita di consultarsi e accordarsi con le istituzioni (Commissione Ue, Fmi e Bce, appunto, ndr) su tutte le bozze di legge in aree rilevanti, con un anticipo di tempo adeguato, prima di sottoporle alla consultazione pubblica o al Parlamento”.
A scanso di equivoci quella più rilevante è già messa nero su bianco e riguarda il lavoro: la Grecia recita il testo, deve “intraprendere riesami rigorosi e la modernizzazione della contrattazione collettiva, dell’azione industriale e, in linea con la direttiva e le migliori prassi pertinenti dell’Ue, dei licenziamenti collettivi secondo le scadenze e l’approccio convenuti con le istituzioni”.
Il passato, invece, va scordato. Anzi, cancellato: “Fatta salva la legge sulla crisi umanitaria, il governo greco riesaminerà , per modificarla, la legislazione introdotta in contrasto con l’accordo del 20 febbraio retrocedendo dagli impegni del precedente programma, o individuerà chiare misure di compensazione equivalenti per i diritti acquisiti creati successivamente”.
In questo contesto, altro punto ad alto sgradimento ellenico, resta confermato il ruolo centrale del Fondo Monetario Internazionale. “Lo Stato membro della zona euro che richiederà l’assistenza finanziaria dell’Esm rivolgerà , ove possibile, richiesta analoga al Fmi. Questa è una condizione necessaria affinchè l’Eurogruppo approvi un nuovo programma Esm. Pertanto la Grecia richiederà il sostegno continuo dell’Fmi (monitoraggio e finanziamento) a partire da marzo 2016″.
ALLE NECESSITA’ DEL GOVERNO SOLO 10 MILIARDI SU 80. LE GARANZIE IN NATURA
Gli 82-86 miliardi che, se i negoziati veri e propri andranno a buon fine, verranno stanziati dal nuovo fondo salva stati Esm, saranno spalmati su tre anni.
I primi 12 dovranno essere messi a disposizione della Grecia subito, con un prestito ponte: 7 entro il 20 luglio (quando scadranno obbligazioni in pancia alla Bce per 3,5 miliardi) e altri 5 entro metà agosto (quando ne scadranno altri 3,2 miliardi).
Considerando anche la rata già scaduta di 1,6 miliardi dovuti al Fondo Monetario e quella di 450 milioni in scadenza martedì, in pratica più di due terzi dell’ammontare del prestito ponte serviranno a ripagare il debito pregresso.
Complessivamente, del resto, oltre la metà dei fondi stanziabili con il nuovo piano servirà a rifinanziare i 46 miliardi di vecchi debiti della Grecia con Fmi e Bce.
Altri 25 miliardi, invece, sono destinati alla ricapitalizzazione delle banche.
E saranno garantiti con il discusso fondo ad hoc con sede ad Atene, unica concessione rispetto alla richiesta iniziale di aprirlo in Lussemburgo, mentre resta la gestione da parte delle “autorità greche sotto la supervisione delle competenti istituzioni europee”.
Qui verranno conferiti i beni pubblici greci da vendere. L’obiettivo piuttosto impervio della nuova creatura sarà raggiungere quota 50 miliardi.
Una volta superata la soglia dei 25 miliardi necessari per gli istituti, il resto andrà impiegato per metà in abbattimento del debito e per metà in investimenti.
In sostanza, per ottenere la possibilità di impiegare un miliardo di euro in investimenti, la Grecia dovrà cedere 27 miliardi di asset pubblici: i primi 25 andranno alle banche, un miliardo andrà all’abbattimento del debito pregresso e un altro miliardo andrà finalmente in investimenti.
A disposizione delle necessità del governo, quindi, resterà soltanto una decina di miliardi su 80. Ma tanto è bastato per far affermare a Tsipras, che pure nella notte si sarebbe tolto la giacca invitando i leader dell’Eurozona a prendersi anche quella, di aver “evitato il piano per uno strangolamento finanziario e per il collasso del sistema bancario” e aver ottenuto “finanziamenti a medio termine”.
Nonostante le premesse sulla gestione del fondo e sulla destinazione del denaro, il premier greco ha inoltre rivendicato di aver “evitato il trasferimento dei nostri beni all’estero” e “ottenuto l’alleggerimento del debito”, per altro subordinato al via libera a riforme ritenute soddisfacenti dai creditori.
“Abbiamo lottato duro” a Bruxelles ora lo faremo in Grecia contro “gli interessi” consolidati, ha chiosato mentre ministro dell’Energia e leader dell’ala radicale di Syriza, Panagiotis Lafazaris, definiva l’accordo “umiliante“.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 13th, 2015 Riccardo Fucile
LA GRECIA NON POSSIEDE BENI DA DARE IN GARANZIA PER UN TALE VALORE
“Quei 50 miliardi del fondo sono un sogno, prima ancora che un traguardo”.
Daniel Gros, presidente del Ceps, uno dei Think tank più autorevoli di Bruxelles, smonta così uno dei punti più importanti del sofferto documento congiunto approvato dall’Eurosummit.
Una sorta di maxi-cauzione chiesta dal Germania a garanzia del nuovo massiccio piano di finanziamenti che però esiste soltanto sulla carta.
“Non penso – aggiunge — che sarà mai possibile arrivare a questa cifra”.
Ci faccia capire, cosa non funziona nell’istituzione di questo fondo?
“Tanto per cominciare serve a poco. I 50 miliardi sono un sogno più che un traguardo. Si parlava della stessa cifra 5 anni fa e nel frattempo dalle privatizzazioni sono stati raccolti pochi miliardi. Secondo, dal punto di vista strettamente economico, non ha senso per il governo greco vendere attività che hanno un rendimento decente, che è più alto del costo del proprio debito”.
Cioè quello che dovrebbe vendere rende di più degli interessi sul debito che si spera di ridurre dalle cessioni di asset
“Esatto. Privatizzare serve per ottenere liquidità immediata, ma non è questo l’obiettivo di fondo”.
Ci aiuti a capirne la natura. È una sorta di fondo di garanzia sul nuovo prestito dell’Esm o un semplice veicolo per raccogliere i proventi delle privatizzazioni?
“Nell’accezione della proposta iniziale di Schaeuble era più simile al primo. Nel testo finale dell’Eurosummit somiglia più al secondo”.
Se i 50 miliardi sono “un sogno”, e non si tratta di un vero fondo di garanzia, perchè inserire questa clausola nell’accordo?
“Si tratta comunque di un modo per assicurare i tedeschi che esiste una forma di garanzia e di impegno di beni greci ai nuovi finanziamenti che verranno concessi dall’Europa”.
Nel testo finale della proposta si spiega che i primi 25 miliardi raccolti saranno destinati alla ricapitalizzazione delle banche. Crede sia una proposta valida per dare ossigeno agli istituti di Atene?
“In linea di principio è un’idea giusta, ma in pratica è totalmente sbagliata”.
Perchè?
“Perchè per le banche serve una ricapitalizzazione immediata, entro due settimane. Con questo schema magari fra 5 anni ci saranno anche 5 miliardi, ma potrebbe essere troppo tardi per gli istituti”
Allora chi può iniettare liquidità fresca nelle banche in tempi così stretti?
“Lo abbiamo scritto oggi in un nuovo articolo. Con una gestione oculata, potrebbe essere l’Esm (Il fondo salva Stati ndr ).
Ma l’Esm ha tempi decisionali molto lunghi. Non può sbloccare sbloccare finanziamenti in due settimane
“Se c’è la decisione politica, i tempi tecnici nono sono più un problema”
Provando a prendere “sul serio” la proposta del fondo. 50 miliardi per la Grecia sono una cifra enorme. In rapporto al Pil è come se chiedessero 400 miliardi all’Italia. Che cosa può realmente vendere la Grecia per trovare questa somma?
“Gli asset in teoria, e solo in teoria, sono tantissimi. Ma i problemi sono altri. Faccio un esempio, si è parlato alcuni anni fa della cessione del terreno dell’aeroporto di Atene. Potrebbe avere un valore, ma alla fine non se n’è mai fatto nulla per il blocco dei vari governo Ci sono molto beni immobiliari, ma molti di questi sono difficili da vendere”.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 13th, 2015 Riccardo Fucile
CONTRARIA ANCHE LA PRESIDENTE DELLA CAMERA
Dalla festa di piazza alla depressione. In una sola settimana. 
Il premier greco Alexis Tsipras non fa nemmeno in tempo a tornare ad Atene, dopo la nottataccia di Bruxelles, che in patria già gli si scatena il processo per quell’accordo che, dicono nel suo partito e nella sua maggioranza di governo, “non doveva firmare”. Sono almeno 30-35 i deputati di Syriza pronti a votare no in Parlamento al pacchetto di misure imposte dalla Troika, perchè l’intesa di ieri decide anche il ritorno del controllo della Troika sulla crisi greca.
Anche i 13 deputati di Anel, partner di maggioranza sebbene di destra, annunciano il loro voto contrario.
La maggioranza di Tsipras conta su 162 voti: se le cose stanno così, il pacchetto di riforme potrà essere approvato solo con i voti del Pasok, Nea Democratia e To Potami, partiti che hanno già dato il loro via libera al premier.
Ma dopo? Syriza ribolle, il destino di Tsipras come presidente del Consiglio è appeso a un filo, mai così sottile.
Tanto per iniziare, non è affatto detto che il Parlamento ellenico riesca a rispettare al scadenza di mercoledì prossimo, imposta dagli interlocutori europei per l’approvazione delle misure decise in nottata.
Perchè la presidente del Parlamento, Zoe Konstantopoulou, amatissima dalla base di Syriza, non è d’accordo con l’intesa firmata da Tsipras.
Konstantopoulou, 39 anni, soprannome ‘Rambo’, figlia di Nikos (ex presidente del Synaspismos, embrione dell’aggregazione di partiti di sinistra che è Syriza), potrebbe essere la vera spina nel fianco di Alexis, insieme all’ala sinistra di Syriza, s’intende.
Già la settimana scorsa, la presidente, acclamatissima in piazza domenica notte nella festa per la vittoria dei ‘no’ al referendum, ha cercato di ritardare il voto sul mandato per il premier a trattare con Bruxelles.
Mandato che alla fine è passato a larga maggioranza con 251 voti (i deputati sono in tutto 300), ma lei, Zoe, si è astenuta.
E adesso smentisce le voci che la vogliono dimissionaria dalla presidenza.
Tutt’altro: sta pensando ad una ‘mozione di censura’ per ritardare l’approvazione del pacchetto imposto da Bruxelles. Per presentare la mozione servono solo 50 firme.
Se passasse, il governo ellenico non rispetterebbe la scadenza di mercoledì e sarebbe già in difetto con i creditori. Un vero caos.
Ed è questo il primo ostacolo che Tsipras incontra in patria.
Poi c’è il rebus dei numeri in aula, qualora la piattaforma riuscisse ad arrivare al voto. Vassilis Primikiris, ala sinistra di Syriza, prevede “almeno 30-35 defezioni nel partito”.
Cui vanno sommati i 13 di Anel, il partito del ministro della Difesa, Panos Kammenos, alleato di governo di Tsipras, profondamente scontento dell’intesa raggiunta in nottata.
Certo, Tsipras può contare sui 106 voti delle tre forze disponibili a dire sì: Nea Democratia (conservatori, 76 parlamentari), To Potami (liberali, 17 parlamentari) e Pasok (socialisti, 13 parlamentari).
Con i loro voti, l’intesa passerebbe. Ma Alexis potrà restare premier con una maggioranza diversa?
Su questo punto che le diverse anime di Syriza sono paradossalmente d’accordo: no.
Argiris Panagopoulous, che considera l’accordo di Bruxelles “difficile ma da accettare”, è sicuro che, comunque vada in Parlamento, “Syriza non darà i suoi voti per un governo di unità nazionale o tecnico”.
Al limite, ci dice al telefono da Atene, “si può anche pensare ad un governo di minoranza. E se tutto casca, si va al voto a settembre e Tsipras vincerebbe di nuovo perchè Syriza non ha concorrenti sulla scena politica greca: è l’unica forza che ha tentato di combinare qualcosa, gli altri si sono arresi subito ai dictat della Troika.
E ora non hanno voti sufficienti per sostenere un governo tecnico senza Syriza”.
Il che, sulla carta, è vero. Gli unici disponibili ad un’operazione del genere sarebbero i soliti Nea Democratia, To Potami e Pasok: 106 voti, non bastano.
Ma quella di Panagopoulous è la versione soft.
Primikiris invece è fuori di sè dalla rabbia. Non si capacita di come sia potuto accadere. “Mi chiamano tutti e mi chiedono perchè Tsipras ha firmato”, ci dice al telefono.
E prova a darsi una spiegazione: “Non basta dire che avevamo la pistola alla tempia, che abbiamo le banche chiuse con un problema enorme di liquidità . Questo non basta. Abbiamo commesso errori, anche come governo”.
Quindi sbotta: “Non si può andare a trattare senza un piano B. E il nostro piano B era l’uscita dall’Eurozona. Invece Tsipras è partito dal presupposto che bisogna rimanere nell’Eurozona ad ogni costo. Così non poteva andare bene”.
Che è un po’ l’idea di Yanis Varoufakis, l’ex ministro dell’Economia sacrificato sull’altare della trattativa con i creditori la sera stessa del referendum.
Primikiris era d’accordo sull’idea di chiedere a Varoufakis un passo indietro: “Così eliminiamo gli alibi della Merkel”, ci diceva ad Atene all’indomani della consultazione referendaria. Eppure ora è furioso.
“Stanotte a Bruxelles — continua – c’è stato un colpo di stato politico contro la volontà di un intero popolo che solo una settimana fa ha votato ‘no’ con più del 60 per cento dei voti. Così facendo, si è messa in discussione la stessa idea di Europa. Sono 5 anni che provano con la stessa medicina e ancora insistono. Ora ci chiedono anche di svendere un patrimonio di 50 miliardi di euro: significa che dobbiamo svendere anche isole e chiese! Se questa intesa passa, tra un anno la gente non sarà in grado di pagare le tasse. C’è un problema di sovranità popolare che questa Europa non ha rispettato: non lo ha fatto Merkel. Francia e Italia hanno tentato di prendere le distanze ma nè Renzi, nè Hollande hanno la forza di reagire…”.
Il governo Tsipras è appeso ad un filo.
La settimana si annuncia lunghissima: nel weekend si riunisce anche il comitato centrale di Syriza e lì i dissidenti potrebbero aumentare, rispetto ai parlamentari.
Al ritorno da Bruxelles, il premier vede i ministri delle Finanze, Euclid Tsakalotos, il fedelissimo ministro Nikos Pappas, un altro ministro Alekos Flaburaris e il ministro dell’Interno Nikos Voutsis.
Non incontra il ministro dell’Ambiente Panagiotis Lafazanis: il primo ad alzare il cartellino rosso contro l’intesa, sia la scorsa settimana che oggi.
Anche lui come Zoe Konstantopoulou.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 13th, 2015 Riccardo Fucile
NUOVE ELEZIONI IN AUTUNNO… “A CHE SERVE ANDARE A VOTARE SE LA UE CI IMPONE PURE IL PRIMO MINISTRO?”
Dopo il Fmi anche la Germania (come testimonia il quotidiano Bild) esce allo scoperto e chiede il suo pedaggio in questa surreale crisi greca: la testa di Alexis Tsipras.
E’quello lo scalpo che due terzi dei creditori internazionali, più di avanzi primari e rimodulazione di piani, pretendono sul tavolo di un europoker che potrebbe ancora trasformarsi in Grexit.
Governo di unità nazionale ora ed elezioni in autunno, scrive la testata tedesca.
Il passo politico sarebbe, per metà , già compiuto: dentro i centristi di Potami guidati dal giornalista televisivo Stavros Theodorakis, nuovo frontman senza cravatta e protetto dal mondo degli oligarchi ellenici, rimpasto ministeriale con tecnocrati come fatto nel 2011 con Lukas Papademos, uomo Goldman Sachs.
Il tutto per decretare la fine dell’esperienza syrizea, così come hanno lasciato intendere, pochi giorni fa, le parole dell’arcigno Schauble: la moneta più preziosa è la fiducia e Tsipras se l’è giocata.
“Prima hanno fatto fuori il ministro delle Finanze, ora ci impongono persino un cambio di premier: tanto vale non andare più a votare” dice amaramente un funzionario di Syriza.
Il partito è spaccato a metà : da un lato gli integralisti legati al cenacolo culturale di Iskra, guidato dal ministro dell’Economia Panagiotis Lafazanis.
Hanno votato paròn (astensione) l’altro giorno in Aula mentre Varoufakis preferiva il sole di Aegina, spingono per aprire a Oriente piuttosto che sottostare a Occidente, tengono il punto del discorso di Salonicco, ovvero la piattaforma programmatica di Tsipras nel frattempo andata in frantumi.
Dall’altro chi pensava, forse a torto, che sarebbe stato sufficiente piegarsi oltremodo a Berlino per ottenere un altro lasciapassare e andare al terzo memorandum.
Merkel vale Schaeuble, è il ragionamento che solo oggi si fa nella sede di Syriza a Koummoundourou.
Non c’è mai stata una frizione tra i due, “hanno giocato al poliziotto buono e a quello cattivo e oggi la Bild chiarisce tutto”.
“Vogliono distruggerci” certifica a tarda notte il ministro della Difesa Panos Kammenos, che tra l’altro ha il suo bel daffare con le continue provocazioni degli F16 turchi nell’Egeo.
Nelle stesse ore Tsipras faceva il gesto di togliesti la giacca: “Volete anche questa?” ha chiesto alla Troika (che non ha mai smesso di essere tale) attovagliata all’Eurosummit.
Il resto è cronaca spicciola, con l’Aula di Atene in piazza Syntagma presto chiamata a votare in tre giorni le riforme su pensioni, Iva e privatizzazioni per far ripartire il negoziato.
Senza i 30 duri di Syriza, Tsipras dovrà ricorrere ancora ai 100 voti delle opposizioni. Ieri sera il capo del Potami, Theodorakis, ha invocato un governo di unità nazionale dopo aver incontrato Juncker nei giorni scorsi: è il candidato numero uno.
Ha appoggi anche in Francia come il commissario Moscovici, ha candidato nel suo partito intellettuali, storici e giornalisti alla prima esperienza politica, e soprattutto ha alle spalle gli ottimi rapporti con il suo ex editore a Mega Channel, Bobolas.
Ha interessi nell’edilizia, nell’energia, nell’editoria.
Ha fondato il quotidiano Ethnos, la Pegasus Publishing, possiede la piattaforma satellitare Nova e soprattutto il canale televisivo Mega Channel. Bobolas l’ha fondato nell’anno della caduta del Muro di Berlino assieme ai veri re di Grecia: Alafouzos, Tegopulos, Vardinoyannis , Lambrakis.
Fu la prima azienda in Grecia dotata della licenza per operare come stazione televisiva privata, come in Italia Canale 5.
Tsipras, eletto per cambiare il governo socialisti-conservatori, è a un passo dal baratro e sarà costretto a lasciare, anche per suoi errori come la gestione del referendum, il caso Varoufakis e le promesse in campagna elettorale.
Certo, poi ci sarebbe la questione relativa al fondo dove conferire asset ellenici a garanzia degli aiuti: la Grecia può arrivare fino a 17 miliardi, il Fmi ne chiede meno della metà , Germania e Finlandia pretendono 50.
Ma già si scommette che, con un nuovo premier, quelle differenze saranno appianate in un secondo.
Francesco De Palo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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