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FEDERALISMO, ALTOLA’ DELLE REGIONI: “IL GOVERNO NON HA ONORATO GLI IMPEGNI PRESI”

Marzo 5th, 2011 Riccardo Fucile

SALTA L’INTESA DI DICEMBRE IN TEMA DI TRASPORTO PUBBLICO E DI TAGLI PREVISTI DALLA MANOVRA…SOLO QUATTRO REGIONI FAVOREVOLI AL NUCLEARE…IL PROBLEMA DEI TG REGIONALI

«Al governo abbiamo detto che, dal momento che non ha onorato i contenuti dell’accordi siglato nel dicembre scorso, l’intesa sul federalismo regionale per noi non c’è».
A dirlo è stato il presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, Vasco Errani, al termine della conferenza Stato-Regioni.
«Le Regioni vanno a questo incontro con il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, con la piena disponibilità  a costruire un quadro concertato di azioni che impegni tutta la Repubblica italiana» ha detto Errani, al termine della conferenza Stato-Regioni e poco prima dell’inizio dell’incontro con Maroni sull’emergenza Libia.
«Ascolteremo cosa il ministro avrà  da dirci – ha concluso Errani – e poi faremo le nostre valutazioni».
L’accordo con il governo siglato a dicembre, che ha portato le regioni a dare l’intesa sul decreto di attuazione del federalismo che le riguarda, deve essere concretizzato «rapidissimamente».
Si tratta «di un punto molto importante. La situazione è molto critica».
Vasco Errani, torna sull’accordo siglato il 16 dicembre scorso con il ministro della Semplificazione, Calderoli, per il finanziamento del trasporto pubblico locale e per i tagli previsti dalla manovra.
A margine della Stato-regioni, ai giornalisti Errani spiega: «Visto che il governo non ha ancora onorato l’accordo di dicembre, che comprendeva anche il federalismo regionale, per noi quell’accordo non c’è. Ciò significa che il governo deve rapidissimamente deve far fronte agli impegni che abbiamo condiviso».
Le autonomie hanno anche espresso il loro parere sul decreto relativo ai criteri per la localizzazione degli impianti nucleari. «La maggioranza delle regioni ha espresso un parere negativo. Solo 4 regioni ossia Piemonte, Lombardia, Campania e Veneto – ha detto Errani – hanno espresso un parere favorevole mentre le altre hanno espresso un parere contrario».
«Abbiamo rappresentato alla commissione di Vigilanza Rai – ha aggiunto poi Errani – la necessità  di sensibilizzare i vertici Rai rispetto alla prospettata cancellazione della edizione serale dei telegiornali regionali», ha dichiarato Vasco Errani.
«Su questo tema abbiamo riscontrato interesse e sensibilità  da parte di tutti i commissari. Si tratta di garantire il diritto all’informazione e in questo momento in cui si discute sulle necessità  di un processo federalista si dovrebbe prevedere valorizzare e ampliare i notiziari regionali».

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META’ CAMERA FESTEGGIA IL “PIU’ TASSE PER TUTTI”: APPROVATO IL FEDERALISMO MUNICIPALE

Marzo 3rd, 2011 Riccardo Fucile

SILVIO SFOGGIA POCHEZZA POLITICA E “POCHETTE” VERDE: APPENA 314 FAVOREVOLI, ALTRO CHE QUOTA 325… I NOMI DEGLI ASSENTI E DEGLI ASTENUTI, TRA RICATTI E MALUMORI NELLA MAGGIORANZA

La Camera conferma la fiducia al governo approvando la risoluzione di maggioranza relativa al testo sul federalismo fiscale municipale, come da desiderata della Lega.
La risoluzione è passata con 314 sì e 291 no e 2 astenuti.
Silvio Berlusconi era in aula alla Camera con il fazzoletto verde della Lega nel taschino della giacca.
Subito dopo il voto di fiducia, racconta Giacomo Stucchi, «Maroni mi ha preso il fazzoletto e l’ha messo nel taschino di Berlusconi».
Cosi il premier è passato dalla pochezza politica del suo governo alla pochette verde nel taschino.
Berlusconi ha ostentato poi la solita apparente soddisfazione per il risultato ottenuto, anche se 314 non rappresenta la maggioranza assoluta dell’Aula:
«Sono tranquillo, sapevamo che c’erano alcuni malati e due in missione – ha detto il premier -. Altrimenti saremmo a quota 322».
Anche se in realtà  i voti mancanti all’appello sono stati solo 5 (un leghista non ha votato, due pidiellini erano assenti e due in missione) e quindi anche se fossero stati tutti presenti la maggioranza sarebbe stata di 319 voti e non 322.
Ad astenersi sono stati i due deputati delle Minoranze linguistiche, Brugger e Zeller.
I deputati in missione erano sette, di cui due del Pdl (i presidenti di commissione Gianfranco Conte e Paolo Russo), Salvatore Lombardo e Carmelo Lo Monte dell’Mpa (che pure aveva svolto la dichiarazione di voto per il suo partito), la Liberaldemocratica Daniela Melchiorre, Luca Volontè dell’Udc e Mario Brandolini del Pd.
A non partecipare al voto sono stati in 15.
Per la maggioranza erano assenti Giancarlo Abelli e Giuseppe Palumbo del Pdl, Daniele Molgora della Lega, Antonio Gaglione e Calogero Mannino del gruppo Misto.
Quanto all’opposizione, non hanno risposto alla chiama Andrea Ronchi e Giulia Cosenza di Fli, Roberto Commercio e Ferdinando Latteri dell’Mpa, Sergio Piffari di Idv, Marco Fedi e Maria Paola Merloni del Pd e Anna Teresa Formisano e Luca Volontè dell’Udc.
Alla chiama non ha risposto neppure il liberaldemocratico Italo Tanoni. L’unico gruppo presente con il 100% dei suoi deputati è stato Iniziativa Responsabile.
Solo all’ultimo momento il governo ha recuperato il dissenso dei 10 deputati di Noi Sud di Miccichè, impegnandosi a non tagliare le risorse sull’eolico, altrimenti l’esito del voto sarebbe stato disastroso.
Senza contare che anche nel gruppo dei Responsabili sono in diversi ormai a manifestare palese malumore per le mancate nomine a ministri e sottosegretari.
Una situazione di disagio che non promette nulla di buono per il futuro.
Nel frattempo Silvio e i suoi compagni di merende leghisti hanno festeggiato al motto “più tasse per tutti”, sventolando le bandiere verdi miseria.

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VITA DURA PER I LEGHISTI ONESTI: ESPULSI DAL PARTITO VIA SMS. ORMAI IMPAZZA LA PADAGNA DEL MAGNA MAGNA

Marzo 2nd, 2011 Riccardo Fucile

IL GIOVANE LOVAT SI OPPONE A UNA SPECULAZIONE EDILIZIA A VICENZA E VIENE CACCIATO DAL CARROCCIO… LA SUA DENUNCIA: “IN VENETO LA SITUAZIONE E’ ORMAI SFUGGITA DI MANO: CI SONO INTERESSI LOBBISTICI E MASSONICI”

Vietato parlare di argomenti come la questione morale.
Tantomeno pronunciare la parola rottamazione. Pena l’espulsione.
Non appellabile.
Chiedere al vicentino Davide Lovat, quarant’anni, militante della Lega da nove anni, una laurea in scienze politiche e un’altra in teologia, considerato il capo della corrente dei rottamatori in salsa padana, quelli che vorrebbero o, meglio, avrebbero voluto, rinnovare la classe dirigente leghista.
In quattro e quattrotto è stato cacciato dal partito e la comunicazione l’ha avuta via Sms.
Tanti saluti, arrivederci. Firmato Giampaolo Gobbo, segretario nazionale della Liga Veneta.
Controfirmato Alberto Filippi, senatore veneto del Carroccio, proprietario insieme alla sua famiglia, di un terreno acquistato come agricolo e oggi diventato edificabile, uno spazio di 80.000 metri quadri sul quale dovrebbe sorgere uno dei centri commerciali (l’ennesimo) più grandi della provincia con annesso un affare milionario per il senatore e la sua famiglia.
Un affare sul quale Lovat si era permesso più volte di sottolineare e richiamare i dirigenti del partito alla questione morale.
Ma la sua colpa principale è stata soprattutto quella di aver chiesto ai colonnelli, lui che nella Lega era considerato integralista, di tornare ai vecchi valori, di pensare meno alle banche e più alla “nostra gente”, qualle delle valli.
Certo, i problemi li ha sbattuti sul tavolo senza prudenza.
A fine anno ha scritto un libro nel quale ha spiegato che, da leghista, non ha mai amato una parte dell’establishment del Carroccio.
“Prima c’erano i presunti guerriglieri che spacciavano le valli bergamasche per la Sierra Maestra e ora pensano a scalare banche. Prima, c’erano sedicenti Spartacus pronti a guidare la rivolta degli schiavi contro Roma, e ora sono finiti a banchettare nelle lussuose taverne di Trastevere”.
E questa gliela fecero passare, ma giusto perchè il ragazzo si è sempre portato dietro una larga parte della base.
Poi ha fatto riferimento più volte alle proprietà  del senatore Filippi chiedendogli pubblicamente delle spiegazioni.
Un limite giudicato invalicabile.
Così due giorni fa, al termine di una riunione tra i mammasantissima della Lega in Veneto, il giovane Lovat è stato espulso.
“Questo non è in linea con noi”, hanno detto Stefano Stefani e Manuela Dal Lago ai colleghi, “non ci resta che rimandarlo da dove è venuto: a casa sua”.
Lovat non l’ha preso presa per niente bene.
Raggiunto al telefono, si scusa per non aver risposto tempestivamente, ma “al contrario di altri io sono uno che lavora, non mangio con la politica”.
“Io sono un intellettuale, un leghista atipico”, spiega.
“Ma una cosa la voglio dire: alcuni leghisti di potere in Veneto prendono vie lobbistiche e, soprattutto, massoniche. E lo stanno mettendo nel sedere a Bossi“, spiega. “Forse lui non si accorge di quello che sta accadendo, ma oggi hanno espulso il leghismo dalla Lega. Per prendere altre strade. Sono stato giudicato senza contraddittorio e in contumacia. La mia colpa? Il libro che ho scritto, direbbe Stefani che ha la quinta elementare. Le mie posizioni su Filippi, spiega Dal Lago. Ma ufficialmente non hanno avuto neppure il coraggio di comunicarmi la decisione. Gobbo? Non a quanto mi risulta non è lui il fautore della mia espulsione. Anzi, si sarebbe espresso contro”.
Comunque a Lovat non è restato altro che rassegnarsi alla decisione. D’altronde di questi tempi Gobbo non poteva occuparsi della vicenda più di tanto, ha già  un problema con il sindaco di Verona, Flavio Tosi, il suo sfidante nella corsa per la segreteria, e non può permettersi di trovare lungo la strada anche un rottamatore.
Già  Tosi è di per sè un concorrente pericoloso, uno che sul popolo di Pontida ha presa anche se festeggia i 150 anni della Repubblica.
Uno che sulla questione immigrati riesce a infiammare la sua gente.
E’ vero che Gobbo è dato in vantaggio (secondo le previsioni si attesterebbe sul 65 per cento dei consensi) rispetto a Tosi, ma è una Lega che non mostra più il suo aspetto monolitico.
Un presunto rottamatore, Diego Vello, 22 anni, si è conquistato la segreteria di Belluno contro il più blasonato Franco Gidoni.
Ed è stato un colpo di scena che si può ripetere altrove, con tutta la bile di Gobbo che vorrebbe mantenere la mappa del potere così come è oggi. Anche a costo di provvedimenti drastici.
Ma in casa Lega le espulsioni non sono un grande problema.
Dal 1994 a oggi la classe dirigente del partito è stata cambiata più volte.
Chi nel tempo non si è adeguato al Bossi-pensiero, l’unico riconosciuto, è stato cacciato dal partito senza troppi complimenti.
Personaggi importanti (venne in qualche modo costretto ad andarse pure Gianfranco Miglio, l’uomo che era considerato l’ideologo della Lega) e parlamentari di tutte le circoscrizioni.
Una parola di troppo e via a casa.
Qualche anno fa ha rischiato serio anche Roberto Maroni, il numero due del Carroccio, finito per quaslche tempo nel congelatore e poi riabbracciato da papà  Umberto come il compagno che ha sbagliato, ma non lo farà  più.
Lungo la strada, invece, si sono persi parlamentari come Luca Basso, Pier Corrado Salino, Luigi Negri, Paolo Bambo, solo per citarne alcuni.
Sono usciti personaggi del calibro di Franco Rocchetta (fondatore della Liga Veneta, la madre di tutte le leghe), Marilena Marin e Fabrizio Comencini, entrambi predecessori di Gobbo.
E a volte basta poco per essere cacciati.
Una parola di troppo.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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SALASSO DA 3 MILIARDI: COSI’ L’IMPOSTA COMUNALE COLPIRA’ LE IMPRESE, LOMBARDIA IN TESTA

Marzo 1st, 2011 Riccardo Fucile

LE PROIEZIONI DI CONFARTIGIANATO DIMOSTRANO CHE IL FEDERALISMO PORTERA’ PIU’ TASSE: LE AZIENDE DOVRANNO PAGARE 812 MILIONI DI EURO IN PIU’… SE I COMUNI SCEGLIERANNO L’ALIQUOTA MASSIMA SI ARRIVERA’ A 3 MILIARDI DI ESBORSO, IN LOMBARDIA 507 EURO A IMMOBILE

I ministri Calderoli e Tremonti continuano ad assicurare che con il federalismo municipale il fisco sarà  più leggero, ma dalle proiezioni di Confartigianato emerge esattamente l’opposto: le imprese si ritroveranno a pagare in totale 812 milioni in più l’anno con il passaggio dall’Ici all’Imu (+17%).
E se i Comuni scegliessero l’aliquota massima, il 10,6 per mille, si arriverebbe a tre miliardi, che per il singolo immobile si tradurrebbero in un salasso di 507 euro (è il record stabilito dalla Lombardia).
“Così altro che scossa all’economia”, commenta il segretario generale di Confartigianato Cesare Fumagalli.
A subire le peggiori conseguenze del passaggio dall’attuale aliquota Ici, pari in media al 6,49 per mille, all’Imu (imposta municipale unica, entrerà  in vigore nel 2014 in base al decreto sul federalismo), che avrà  l’aliquota base del 7,6 per mille, saranno gli imprenditori delle Regioni che hanno scelto una tassazione più moderata.
E’ il caso della Valle d’Aosta, che avrà  un incremento del gettito del 73,5% applicando l’aliquota base dell’Imu.
Seguono la Sardegna (+29,1%) e il Friuli Venezia Giulia (+24,7%).
Arriva poi la Lombardia, Regione con altissima concentrazione di imprese e partite Iva, e quindi di immobili strumentali (categoria catastale che comprende uffici, studi, negozi, magazzini, laboratori, opifici, alberghi e pensioni, teatri, cinematografi, sale da concerti, fabbricati industriali e commerciali).
Con l’attuale Ici la Lombardia ha incassato nel 2009 960 milioni; con l’Imu arriverebbe a 1180 milioni con l’aliquota base (+22,9%) e a 1646 con quella massima del 10,6 per mille (+71,4%).
Significa un aggravio di 163 euro per immobile nel primo caso, e di 507 euro nel secondo.
L’incremento medio per unità  immobiliare è pari a 87 euro, ma nel caso dell’aliquota massima diventa di 322 euro.
Anche nel caso in cui il passaggio fosse più morbido, perchè si tratta di Regioni che hanno optato per un’aliquota Ici già  mediamente alta, l’aggravio sarebbe enorme.
Le variazioni più contenute si registrano in Toscana (+12,4%), Emilia Romagna e Marche (+12%), Liguria (+11,7%), Umbria (+11,5%) e Lazio (+11,4%).
Ma anche nel caso del Lazio l’Imu peserà  molto sulle imprese: si pagheranno 66 euro in più per immobile nel caso dell’aliquota base, 318 con l’aliquota massima.
C’è un’altra ipotesi, che Confartigianato non trascura, per amore di equilibrio. Il decreto prevede che i Comuni possano anche ridurre l’aliquota base del 3 per mille, oltre che aumentarla.
In questo caso, naturalmente, si registrerebbero delle riduzioni generalizzate rispetto all’attuale Ici: il gettito generale si ridurrebbe di 1389 milioni (-29,2%, 149 euro in meno per immobile) nella media di 19 Regioni (lo studio non considera le province autonome di Trento e Bolzano perchè non sono comprese nelle statistiche dell’Agenzia del Territorio).
Ma non è realistico aspettarselo, considerato il peso per i Comuni dell’esenzione dall’Imu per gli enti ecclesiastici e dell’abolizione di alcune imposte locali.

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DIECI MILIONI PER INSEGNARE FEDERALISMO, MA PER I PRECARI LA GELMINI NON TROVA RISORSE

Febbraio 25th, 2011 Riccardo Fucile

I FONDI DESTINATI A FORMARE I DIRIGENTI DEGLI ENTI LOCALI: ASSEGNATI A SUA DISCREZIONE A DUE ATENEI SENZA GARA PUBBLICA: I FONDI ASSEGNABILI ANCHE A UNIVERSITA’ PRIVATE…COME NON ESISTESSERO GIA’ LE SCUOLE SUPERIORI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE PER AGGIORNARE I DIRIGENTI.. LA COMPLICITA’ DEL PD

Ai disfattisti accaniti contro la riforma dell’università  di Mariastella Gelmini dev’essere sfuggito.
E come a loro, dev’essere sfuggito anche a chi si lamenta che il federalismo fiscale rischia di essere un guazzabuglio difficile da capire per gli stessi amministratori locali.
Ebbene, mentre la Cgil denunciava che le università  italiane si vedranno ridurre quest’anno i fondi statali di 839 milioni e i poveri ricercatori restavano quasi all’asciutto, proprio nella riforma Gelmini è spuntato un finanziamento nuovo di zecca: due milioni l’anno per cinque anni. Totale, dieci milioni.
Da destinare a uno scopo decisamente particolare: spiegare ai dirigenti degli enti locali i segreti del nostro futuro federalista.
Ci credereste?
Quei soldi, c’è scritto nell’articolo 28, servono al ministro per «concedere contributi per il finanziamento di iniziative di studio, ricerca e formazione sviluppate da università  » in collaborazione «con le regioni e gli enti locali». Tutto ciò in vista «delle nuove responsabilità  connesse all’applicazione del federalismo fiscale».
Atenei, beninteso, non soltanto pubblici: potranno avere i quattrini pure quelli privati, nonchè «fondazioni tra università  ed enti locali anche appositamente costituite». E qui viene il bello.
Perchè dopo aver stabilito questo principio, la legge dice che non ci potranno essere più di due beneficiari, uno dei quali «avente sede nelle aree dell’obiettivo uno».
Cioè nelle regioni meridionali ancora considerate sottosviluppate dall’Unione europea.
Insomma, una norma fatta apposta per distribuire un po’ di soldi a una università  del Nord e a uno del Sud.
Le loro identità ?
La riforma Gelmini dice che a individuarle ci penserà  il ministero.
Quanto al modo che verrà  seguito, è del tutto misterioso.
L’articolo che istituisce il fondo prevede che «con decreto del ministero, da emanarsi entro 120 giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge », cioè prima del 29 maggio prossimo, «sono stabiliti i criteri e le modalità  di attuazione delle presenti disposizioni».
Aggiungendo però che sempre con il medesimo decreto «sono altresì individuati i soggetti destinatari».
Perciò, se abbiamo capito bene, il 29 maggio sapremo quali saranno i due soggetti pubblici o privati scelti da Mariastella Gelmini, e perchè.
Senza una gara, nè un concorso pubblico.
Fatto piuttosto singolare, visto che al Fondo per la formazione e l’aggiornamento della dirigenza» possono accedere anche istituzioni private. A meno che, circostanza assai probabile, non si sappia già  a chi devono andare i soldi.
Perchè poi le università  prescelte devono essere proprio due, di cui una al Sud?
Forse che per un amministratore di Agrigento è più facile raggiungere, poniamo, Bari, anzichè Roma?
E per un sindaco friulano è più agevole recarsi in una città  del Nord, come magari Torino, invece che nella capitale?
Dove peraltro lo Stato già  possiede proprie strutture create appositamente (e appositamente finanziate) per formare gli amministratori?
Non esiste forse una meravigliosa scuola superiore di pubblica amministrazione, che peraltro ha sedi anche a Caserta, Acireale, Reggio Calabria e Bologna?
E non disponiamo perfino di una magnifica scuola superiore di economia e finanza, la ex Ezio Vanoni, in teoria la struttura più idonea per dare lezioni di federalismo fiscale?
Perchè chi deve istruire gli amministratori locali su quella riforma, se non chi l’ha fatta?
La verità  è che questa storia emana un odore molto simile a quello della vecchia vicenda della Scuola superiore della magistratura, che Roberto Castelli aveva dislocato, oltre che a Bergamo e Latina, pure a Catanzaro: sede che il successore del ministro leghista, Clemente Mastella aveva poi dirottato nella sua Benevento.
Odore, dunque, decisamente politico.
Anche bipartisan, come vedremo.
Imperscrutabile, infine, è il legame fra il ministero dell’Università  e il federalismo fiscale.
A meno che la riforma Gelmini non sia stata soltanto un pretesto.
Lo ha sospettato, senza peli sulla lingua, Pierfelice Zazzera.
Quando il 23 novembre del 2010 l’emendamento istitutivo di questo fondo per la formazione, recapitato all’improvviso in aula dalla commissione Cultura della Camera presieduta dall’azzurra Valentina Aprea, è stato messo ai voti, il deputato dipietrista ha fatto mettere a verbale: «In un momento in cui non si trova la copertura dei soldi previsti per i ricercatori, si trovano comunque due milioni per fare corsi sul federalismo fiscale. Mi sa tanto di lottizzazione politica dei finanziamenti o di qualche marchetta ».
Sfogo inutile.
L’articolo che fa spendere dieci milioni per questa curiosa iniziativa è passato con una maggioranza schiacciante grazie anche ai voti del Partito democratico, che pure ha bombardato la riforma Gelmini.
È successo pochi giorni prima della clamorosa bocciatura rifilata invece all’emendamento presentato da Bruno Tabacci e Marco Calgaro che puntava a dirottare appena 20 milioni di euro dai lauti rimborsi elettorali destinati alle casse dei partiti alle buste paga dei ricercatori universitari.
Anche in questo caso, con un aiutino dal centrosinistra.

Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)

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LA LEGA HA FALLITO. MA LO SA?

Febbraio 25th, 2011 Riccardo Fucile

CON IL PREMIER CHIUSO NEL BUNKER, NESSUN VERO FEDERALISMO VEDRA’ MAI LA LUCE…AL MASSIMO PASSERANNO DUE LEGGINE, MA L’OBIETTIVO STORICO DEL CARROCCIO SARA’ CLAMOROSAMENTE MANCATO…E QUANDO SE NE ACCORGERANNO, L’ALLEANZA COL PDL ENTRERA’ UN   CRISI

Lasciamo perdere la tattica (di cui anche, si dovrebbe sapere, è fatta la politica) e veniamo alla cosa.
E questa consiste in due motivi strettamente connessi.
Che la forza residua, ma nient’affatto trascurabile, del regime berlusconiano sta nel suo rapporto con la Lega, e che al Nord, o almeno nel Lombardo-Veneto, si è formato qualcosa di molto simile a una “egemonia” del centrodestra più Lega, che rende al momento assolutamente minoritaria anche la presenza di quel futuribile soggetto, Casini-Fini-Rutelli, la cui “vocazione” dovrebbe essere quella di predisporre il “luogo” in cui “contenere” l’auspicata crisi dello pseudo-partito berlusconiano.
Da ciò deriva more geometrico che è politicamente nei confronti della Lega che sarebbe necessario lavorare.
Per quanto negli anni “romanizzata” e ministerializzata, per quanti intrallazzi di ogni genere possano avere avuto i suoi capi con il Capo, la Lega rimane “ontologicamente” legata all’obiettivo della riforma federalistica.
Ora, i suoi leader seri, da Umberto Bossi a Roberto Maroni, sanno benissimo che gli attuali provvedimenti nulla hanno a che vedere con il federalismo comunque inteso.
Le idee-chiave di autonomia impositiva e piena corresponsabilizzazione degli enti locali nella politica fiscale vi sono totalmente assenti.
Neppure il pieno potere in materia di imposta sugli immobili è stato conferito ai Comuni!
Chi ne voglia sapere di più legga ciò che ne dicono i federalisti veri, da Luca Ricolfi a Gianluigi Bizioli, sul piano economico-amministrativo, da Giuseppe Duso a Mario Bertolissi, su quello storico-teorico.
Ma i Bossi e i Maroni sanno altrettanto bene che la ragione per cui la montagna di chiacchiere sul federalismo (che Gianfranco Miglio ce li perdoni) ha partorito i topolini dei provvedimenti Calderoli, sta nel fallimento di quella riforma costituzionale che rappresenta il quadro e il fondamento anche di ogni federalismo fiscale e che ha al suo centro la costituzione di un Senato delle Autonomie, con la conseguente e inevitabile radicale modifica del sistema elettorale.
Ora è a tutti ormai evidente che una riforma di tale pregnanza è assolutamente impossibile con un capo del governo nelle condizioni di endemico conflitto di interessi come Berlusconi, incapace di ogni rapporto costruttivo con gli altri poteri dello Stato, per non dire con l’opposizione.
E una riforma costituzionale mai è stata o sarà  realizzabile se non aprendo una fase seriamente costituente, che sappia coinvolgere tutte le forze politico-culturali in campo.
La Lega lo sa.
Come lo sapeva probabilmente anche nel 1994.
Lasciamo perdere le ampolle del dio Po e le mitologie secessioniste.
La realtà  politica di allora fu che nessuno nel centrosinistra aprì un rapporto serio, programmatico, con la Lega intorno ai temi di suo vitale interesse.
E ora?
Può il Pd, può il possibile, ma forse poco probabile, nuovo “polo”, sfidare su questo terreno la Lega e metterne così alla prova il vincolo, che non credo affatto immortale, con le sorti di Berlusconi?
Ed è evidente come questa prospettiva si affiancherebbe nel modo più efficace a proposte di coerente, autentica liberalizzazione, che i Fini e i Casini dovrebbero avanzare all’elettorato Pdl.
Per dirne una soltanto: che cosa aspettiamo a esigere la vendita di mamma Rai?
O altrimenti rassegnamoci all’attesa messianica della “pistola fumante”.
Ma la professione del politico non è quella del detective o del giudice.
O mi sbaglio?

Massimo Cacciari

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DECRETO INTERCETTAZIONI, IL NO DELLA CORTE DEI CONTI: “SONO ESSENZIALI PER COMBATTERE LA CORRUZIONE”

Febbraio 22nd, 2011 Riccardo Fucile

NEL 2010 I REATI CORRUTTIVI SONO AUMENTATI DEL 10% RISPETTO ALL’ANNO PRECEDENTE…LA CORTE BOCCIA LE INIZIATIVE DEL GOVERNO: DALLA CIRIELLI AL PROCESSO BREVE….DISCO ROSSO ANCHE PER IL FEDERALISMO

La Corte dei Conti boccia, una dopo l’altra, le iniziative del governo in materia di giustizia.
A partire dal ddl intercettazioni “che non combatte la corruzione”.   Sottolineando come questo strumento sia molto importante per contrastare il fenomeno.
Lo afferma il procuratore generale della magistratura contabile Mario Ristuccia nella sua relazione in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario 2011.
Una relazione che punta il dito anche sui rischi del federalismo e sull’espansione della corruzione nella pubblica amministrazione.
Intercettazioni.
“Non appaiono indirizzati a una vera e propria lotta alla corruzione – afferma – il disegno di legge governativo sulle intercettazioni che, costituiscono uno dei più importanti strumenti investigativi utilizzabili allo scopo e neppur l’aver dimezzato con la cd legge Cirielli del 2005 i termini di prescrizione per il reato di corruzione ridotti da 15 a 7 anni e mezzo, con il risultato che molti dei relativi processi si estingueranno poco prima della sentenza finale, sebbene preceduta da una o due sentenze di condanna e con conseguenze ostative per l’esercizio dell’azione contabile sul danno all’immagine”.
Processo breve.
“Il disegno di legge in materia di durata dei processi non sia un ulteriore ostacolo alla lotta contro la corruzione”.
E’ questo l’auspicio del pg che sottolinea come “da rispettosi osservanti delle norme varate dal parlamento”, i magistrati contabili restano “perplessi di fronte a recenti leggi che consentono una profonda alterazione di principi di certezza del diritto”.
Federalismo.
Il federalismo potrebbe aumentare la corruzione, afferma Ristuccia. “Ci si interroga in termini dubitativi se, in tema di federalismo fiscale, il decentramento della spesa pubblica possa contribuire a ridurre la corruzione” rendendo “più diretta la relazione tra decisioni prese e risultati conseguiti” oppure se, sottolinea il presidente “possa avere l’effetto contrario ed aumentare la corruzione quando la vicinanza a interessi e lobbies locali favorisca uno scambio di favori illeciti in danno della comunità  amministrata”.
Corruzione.
La corruzione e le frodi sono “patologie” che “continuano ad affliggere la pubblica amministrazione”.
Un fenomeno che riguarda soprattutto aiuti e contributo nazionali e dell’Ue. “I dati al riguardo non consentono ottimismi”, spiega il procuratore secondo cui la situazione di “cattiva amministrazione, nonostante i progressi conseguiti in termini di efficienza, a partire dalla legge Brunetta, continua a caratterizzare in negativo l’immagine complessiva dell’apparato amministrativo”.
Inoltre, prosegue Ristuccia, una “diminuzione delle denunce che potrebbe dare conto fi una certa assuefazione al fenomeno verso una vera e propria ‘cultura della corruzione'”.
Le cifre.
Nel 2010 i reati corrutivi sono aumentati del 30% rispetto all’anno precedente. In termini complessivi sono stati denunciati 237 casi di corruzione, 137 di concussione e 1090 di abuso d’ufficio, che rispetto a quelli denunciati nel 2009 indicano un incremento del 30,22% dei reati corruttivi, mentre si riscontra un decremento rispettivamente del 14,91% e del 4,89% per i reati concessivi e d’abuso d’ufficio.
Le forze di polizia hanno denunciato complessivamente 708 persone per corruzione, 183 per concussione e 2290 per abuso d’ufficio.
Cifre che rappresentano un calo,rispetto al 2009, dell’1,39%, dell’18,67% e del 19,99%.

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TASSE E FEDERALISMO: ALLA FINE, SOLO TARIFFE PIU’ CARE

Febbraio 20th, 2011 Riccardo Fucile

PER RECUPERARE GETTITO, LE BOLLETTE AUMENTANO A RITMO   DOPPIO DELL’INFLAZIONE…DUE COMUNI FALLITI FATTI RIENTRARE NELL’ELENCO DELLE AMMINISTRAZIONI VIRTUOSE: I CASI DI CATANIA E TARANTO

In Italia capita anche questo.
Succede che due Comuni praticamente falliti finiscano nell’elenco delle amministrazioni più virtuose, quelle premiate dallo Stato con la possibilità  di spendere più soldi rispetto ai limiti ferocemente imposti dal Patto di Stabilità . Possibile che nella lista ci sia anche Catania?
La città  dove il neosindaco Raffaele Stancanelli, appena eletto a metà  2008, denunciò con le mani tra i capelli un miliardo di debiti nascosti nelle pieghe del bilancio?
Dove il suo predecessore era inseguito da torme di creditori di tutte le specie, dai librai cittadini alle ballerine brasiliane?
Dove le strade erano al buio perchè non erano state pagate le bollette dell’Enel?
E dove, per assurdo, il bilancio di quel 2008 appariva talmente in ordine da far guadagnare a Catania un premio da 983.411 euro?
Premio, per inciso, negato a città  mai censurate per cattiva amministrazione, come Sondrio, Belluno, Asti…
Catania come Taranto.
Comune dichiarato ufficialmente in dissesto finanziario e sommerso da un debito pazzesco di 616 milioni di euro, dove succedeva davvero di tutto. Perfino che 23 dipendenti, dopo essersi aumentati lo stipendio da soli rubando alle casse municipali 5 milioni, restassero miracolosamente al loro posto.
Una città  talmente sprofondata nel buco nero dei debiti, che i liquidatori ci hanno messo tre anni per ricostruire la contabilità  e pagare i creditori.
Con i denari dei contribuenti, naturalmente.
Gli stessi quattrini che due anni dopo hanno permesso alla città  di incassare un bel «premio» da 1.378.069 euro.
Difficile spiegare tutto questo.
Una sola cosa è certa: l’elezione diretta di sindaci e governatori e la riforma del Titolo V della Costituzione, voluta nel 2001 dal centrosinistra, hanno dato agli amministratori locali maggiori poteri, ma non maggiori doveri.
Da allora ad oggi metà  della spesa pubblica è passata dal centro alla periferia, ma il compito di tassare i contribuenti è rimasto allo Stato, perchè Regioni, Comuni e Province sono responsabili solo del 18% delle entrate.
La finanza locale, già  caotica, è diventata ancora più disordinata.
E indebitata, perchè mentre montava il caos normativo e istituzionale, da Roma, inseguendo il risanamento dei conti pubblici, hanno cominciato a tagliare i trasferimenti di bilancio.
Fatto sta che oggi gli italiani si trovano appesantiti, solo a livello locale, da 45 fra tasse, tributi, canoni, addizionali, compartecipazioni, con la pressione fiscale complessiva che è schizzata nel 2009 al 43,5%, al terzo posto fra i Paesi dell’Ocse.
Nonostante le promesse di riduzione e semplificazione che ci sentiamo ripetere da almeno dieci anni.
Per raggranellare denaro i sindaci hanno dato sfogo alla fantasia.
Alcuni hanno anche rispolverato la «tassa sull’ombra» del 1972, che colpisce «la proiezione sul suolo pubblico di balconi, tende e pensiline».
Con le casse sempre più vuote, ma nessuna voglia di incidere sulle spese improduttive, gli enti locali hanno di fatto scaricato sui cittadini i sacrifici imposti dal governo centrale.
Aggirando ad esempio il blocco delle addizionali comunali sull’Irpef, in vigore dal 2008, pompando le tariffe.
Anche i governi, poi, ci hanno messo del loro.
Per esempio con l’abolizione dell’Ici sulla prima casa, l’unica tassa «federalista» vigente in Italia, sacrificata sull’altare dell’ultima campagna elettorale.
E pazienza se, come rivelava uno studio dell’Ifel, l’istituto di ricerca dell’Anci, tra il 2004 e il 2009 le tariffe comunali sono cresciute a una media del 3,5% annuo.
Il doppio dell’inflazione, con punte stratosferiche per i rifiuti (+29% tra il 2004 e il 2009, e continuano ad aumentare) e i servizi idrici, le cui tariffe crescono in media del 5% l’anno.
Dopo l’immondizia e l’acqua, l’ondata dei rincari nel 2010 e in questo primo scorcio del 2011 si è abbattuta su asili nido, mense scolastiche, piscine e impianti sportivi, musei, servizi cimiteriali, trasporto locale.
E nel Milleproroghe, appena approvato dal Senato, c’è una nuova sorpresa: tutti i Comuni, anche quelli che non si trovano in emergenza rifiuti, potranno aumentare le tariffe fino a coprire l’intero costo del servizio.
Incrociamo le dita.
Il caso dell’Ama, che oltre ad essere l’azienda municipalizzata per l’ambiente del Comune di Roma è anche uno straordinario collettore di voti, forse vale per tutti come cattivo esempio di amministrazione.
Il bilancio del 2008 si è chiuso con una perdita monstre di 257 milioni di euro. E il 2009 sarebbe stato archiviato con un altro buco di 70 milioni, senza il contributo di 30 milioni erogato dal Comune e l’aumento delle tariffe per ben 40,8 milioni di euro.
E tutto questo mentre i crediti verso gli utenti morosi aumentavano, in dodici mesi, di 108 milioni, raggiungendo la cifra astronomica di 623 milioni di euro. La circostanza non ha comunque impedito all’azienda di assumere nuove legioni di dipendenti: 91 nel 2008, 489 nel 2009, 766 nel 2010.
Impiegati, netturbini, perfino 164 spalatori di foglie ingaggiati in un colpo solo. Poi, naturalmente, anche parenti e amici dei politici.
Per rendersi conto del disordine che regna negli enti locali del nostro Paese, del resto, è sufficiente dare uno sguardo a una tabella elaborata dal senatore Marco Stradiotto, componente della Bicamerale sul federalismo, sui dati del ministero dell’Interno.
Si scopre, per esempio, che su ogni cittadino di Cosenza grava un costo del personale comunale di 506 euro l’anno: quasi il doppio rispetto a una città  poco più grande come Cesena (271 euro), e addirittura il 117% in più nei confronti di Catanzaro (233).
Per non parlare delle differenze macroscopiche che ci sono fra Regione e Regione.
La Sicilia, con metà  dei residenti della Lombardia, sopporta una spesa per il personale regionale nove volte superiore (un miliardo 782 milioni contro 202 milioni).
E investe nelle infrastrutture ferroviarie 13,9 milioni l’anno, 57 volte meno della Lombardia (786 milioni).
Differenze eclatanti, che danno anche la dimensione dell’assistenzialismo in salsa locale.
Il bello è che cominciano a saltare fuori solo adesso.
Dopo che i tecnici della Commissione mista tra governo ed enti locali per l’attuazione del federalismo, guidata da Luca Antonini, sono quasi impazziti per riportare su base omogenea i bilanci dei Comuni, dove molte spese sono nascoste dall’esternalizzazione dei servizi, e delle Regioni, scritti in quindici modi diversi.
In attesa di quello fiscale, in Italia regna da sempre il federalismo contabile, nel senso che ognuno si fa il bilancio a modo suo.
E a nulla sono valsi, finora, i tentativi di mettere un po’ d’ordine.
Vi siete mai chiesti perchè da qualche tempo in qua se un’amministrazione di destra sostituisce una di sinistra, o viceversa, la prima cosa che fa è mettere i libri contabili in mano a un ispettore del Tesoro?
Certamente per scaricarsi delle responsabilità  dei predecessori.
Ma anche perchè i bilanci sono così complicati e poco trasparenti che dentro ci si può nascondere di tutto.
Dalla due diligence eseguita dalla Ragioneria generale dello Stato sui conti della Campania, richiesta dall’attuale governatore Stefano Caldoro, sono saltati fuori «bilanci di previsione fortemente sovradimensionati rispetto al reale andamento degli impegni, e pagamenti ancora più incoerenti».
Per dire poi come sia possibile piegare i bilanci a ogni esigenza, la Regione, allora guidata da Antonio Bassolino, ha pagato spese che non potevano essere coperte facendosi prestare i soldi dalle banche.
Come la manutenzione dei boschi (210 milioni), oppure il servizio di «monitoraggio» (21 milioni) del patrimonio forestale alla Sma Campania, società  partecipata dalla Regione che aveva assunto 568 lavoratori socialmente utili.
Le cose non vanno meglio con i bilanci dei Comuni.
Nell’estate del 2010 la Corte dei conti ha trovato in quello di Foggia cose turche.
Non esisteva un inventario dei beni comunali, ma in compenso c’era un contenzioso civile devastante, con decreti ingiuntivi per 30 milioni.
Nel bilancio erano contabilizzate come residui «attivi» somme impossibili da incassare. Insomma, una baraonda totale.
I decreti attuativi sul federalismo fiscale ora promettono di metterci una pezza, imponendo l’omogeneità  dei bilanci.
Ma non a tutti, perchè per le Regioni a statuto speciale le regole sono dettate dagli Statuti, che hanno rilevanza costituzionale.
Dietro l’angolo si profilano altre insidie, ma non si può che partire da qua. Facendo ordine nel caos dei numeri, mettendo al bando con la trasparenza i giochi di prestigio degli amministratori furbacchioni.
Poi toccherà  ai cosiddetti «fabbisogni standard», che dovrebbero far superare il principio della «spesa storica», grazie al quale vengono premiate le amministrazioni più spendaccione.
Di che cosa si tratta?
Si stabilisce sulla base di parametri economici e territoriali qual è il costo efficiente di un servizio: la polizia locale, l’asilo nido, l’impianto sportivo…
Chi vuole spendere di più si arrangi.
Dallo Stato non arriverà  un euro in più: o si risparmia altrove, o bisognerà  aumentare le tasse, e poi rendere conto, ai propri elettori.
Ma questo, come vedremo nelle prossime puntate, non è affatto «federalismo».
Anche Luca Antonini parla di «razionalizzazione della spesa pubblica».
La devolution è un’altra cosa.
Anche se ci ostiniamo a chiamarla così.

Mario Sensini e Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)

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IL FEDERALISMO DIVENTA UNA TASSA: STANGATA SUI CONTRIBUENTI DEL LAZIO

Febbraio 14th, 2011 Riccardo Fucile

SECONDO UNO STUDIO DELLA CISL, LA REGIONE SARA’ COSTRETTA A COPRIRE IL DISAVANZO DELLA SANITA’…EVASIONE FISCALE: IN 500.000 NON PAGANO IL BOLLO

Ma quanto ci costa il federalismo?
A giudicare dalle cifre e dalle proiezioni elaborate dall’ufficio studi della Cisl, che ha tradotto gli effetti della riforma sul territorio, per i contribuenti di Roma e Lazio sarà  una mazzata senza precedenti.
Destinata a colpire soprattutto lavoratori dipendenti e pensionati, quelli cioè che hanno la trattenuta alla fonte e pagano le tasse per intero, senza minimamente scalfire le crescenti sacche di evasione fiscale.
Che hanno ormai raggiunto livelli preoccupanti: tra i 21 e i 23 miliardi ha calcolato il sindacato, parametrando i dati nazionali sugli indici del Lazio. Secondo l’organizzazione guidata da Raffaele Bonanni, che ha celebrato in tutta Italia il Fisco day per denunciare i rischi del federalismo, potenzialmente devastante per le Regioni gravate da un forte debito sanitario, il pericolo maggiore arriverebbe dal decreto sui costi standard.
“Se verrà  approvato così come è stato licenziato dal consiglio dei ministri”, spiega infatti il segretario regionale Franco Simeoni, “il Lazio sarà  obbligato a coprire l’intero disavanzo della Sanità , pari a 1,5 miliardi, attraverso un ulteriore incremento della fiscalità  aggiuntiva. E poichè da noi l’85% dell’Irpef regionale la pagano i lavoratori dipendenti (per il 51%) e i pensionati (per il restante 34), è evidente che saranno soprattutto loro a farsi carico dell’ennesimo aumento delle addizionali”.
Già  adesso fra le più alte d’Italia, pari all’1,7%, e tuttavia destinate a crescere ancora a partire dal 2013: a debito sostanzialmente invariato saliranno infatti dell’1,1% nel 2014 e addirittura del 2,1 nel 2015, che per i laziali significherà  versare alla Regione addirittura il 3,8% del reddito percepito.
Per esempio, un insegnante che guadagna in media 25mila euro lordi l’anno passerà  dai 350 euro sborsati nel 2010 (425 nel 2011) ai 950 euro del 2014; un dirigente o funzionario pubblico da 75 mila euro l’anno sborserà  all’ente guidato da Renata Polverini la bellezza di 2.850 euro, 1.850 in più rispetto al 2010.
“Ecco perchè è assolutamente necessario pervenire ad una riforma strutturale del sistema sanitario regionale, che però al momento non mi pare sia una priorità  della giunta Polverini”, lancia l’affondo Simeoni. “E avviare una seria lotta all’evasione, a cominciare dal bollo e dal ticket sanitario”.
Sono i numeri a fornire il quadro di una debacle: “Nel Lazio si stima che ben 500 mila veicoli si sottraggono ogni anno al pagamento del tributo regionale, pari a circa 70 milioni, recuperabili con l’intensificazione delle azioni di accertamento. Peccato che il bilancio regionale non abbia previsto un solo euro di entrate aggiuntive relative a questo tributo”, incalza il leader della Cisl. Non solo. “Sulla base dei redditi 2009 è emerso che circa 500mila cittadini evadono i ticket (farmaci e specialistica ambulatoriale) per oltre 60 milioni. Eppure nei suoi programmi operativi la giunta Polverini ha previsto di incassare appena 10 milioni/anno. Una maggiore coerenza ed un maggior coraggio consentirebbero invece di recuperare realisticamente almeno 60 milioni (50% evasione stimata)”.
Se a questo si aggiungono che le attuali società  e consorzi partecipati della Regione comportano un impegno finanziario per oltre 500 milioni l’anno, con una spesa per i circa 80 amministratori-consiglieri di 2,5 milioni, “si capisce quanto ancora ci sia da fare, anzichè scegliere sempre la via più facile: mettere le mani nelle tasche dei contribuenti”.

Giovanna Vitali
(da “La Repubblica“)

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