Gennaio 10th, 2011 Riccardo Fucile
SALTA L’ASSE LEGA-PDL, REINTRODOTTA L’IRPEF… LA LEGA SE LA PRENDE CON GALAN CHE REPLICA A MUSO DURO: “ZAIA ELIMINI GLI SPRECHI PIUTTOSTO”… LA LEGA NON SPENDE UN EURO PER LA SICUREZZA, DOPO AVER FATTO UNA CAMPAGNA ELETTORALE SU QUELLA…ALTRE TASSE IN VISTA NELLA PADAGNA DEL MAGNA MAGNA
Se a Roma la tregua armata resiste in attesa che Umberto Bossi, dopo 17 anni di slogan, porti a casa un abbozzato federalismo fiscale, in Veneto, lontano dai riflettori, la guerra fratricida è già in stato avanzato e nessun accordo è più componibile.
L’anello debole è il tema della sanità , 130 milioni di disavanzo presunto (c’è chi dice siano almeno 100 di più) e un 2011 che sarà l’annus horribilis, dove Lega e Pdl, di fronte al profilarsi del secondo commissariamento consecutivo della sanità veneta e la reintroduzione d’imperio da parte di Roma dell’Irpef a tutti i redditi, giocano a scaricabarile.
In Veneto d’altronde mancano comunisti da incolpare per l’aumento delle tasse, così se la vedono il senatur e l’ex governatore berlusconiano Giancarlo Galan che si è avvicendato con Luca Zaia (il leghista con la brillantina) sulla poltrona della Regione in cambio del posto al ministero dell’Agricoltura.
L’ultima uscita è firmata Bossi, di ritorno dalla cena degli ossi dove è stato decretato che Berlusconi è un amico, e non solo un alleato.
Ma, appunto, essendo semplicemente un amico, non gli risparmia nulla sul piano politico.
Così, quando Bossi ha parlato di Galan, ergo Silvio, ha tirato fuori gli artigli: “Galan? E’ meglio che stia zitto. Il buco sulla sanità è colpa sua”.
Ora, a parte il fatto che in Veneto Lega e Pdl governano insieme da 15 anni e che Zaia, attuale presidente della Regione altri non era che il vice di Galan, il disavanzo è dell’anno 2010 dunque epoca dell’uomo con la brillantina tra i capelli.
Ma anche Galan ci mette del suo. Sono mesi che punzecchia il suo successore Zaia più che pensare all’agricoltura.
E’ stato così che ai giornali locali ha detto prima della cena di Calalzo: “E’ una follia aumentare le tasse a servizi invariati, da quindici anni il deficit è lo stesso: 130 milioni. Noi l’abbiamo sempre ripianato, ora la nuova giunta trovi questi soldi risparmiandoli altrove. Il capo della Lega ha fatto la campagna elettorale denunciando sprechi nel Veneto: ebbene, se ci sono li eliminino e impieghino le risorse per la sanità ”.
Immaginate Bossi che già è costretto a digerire un’alleanza di governo nella quale non crede più, causa mancanza di voti, e con i sondaggi che gli stuzzicano le arterie elettorali: ”E’ stato Galan ad aver causato il buco della sanità , ci dica cosa dobbiamo fare o non dica più niente.
E poi cosa c’entra la Lega? C’entra semmai Tremonti”.
E’ infatti la manovra predisposta dal titolare dell’Economia a stabilire il commissariamento, e relative conseguenze in termini di tasse, per le regioni in rosso. “Galan tutte le volte che fa qualcosa fa danni, vedi le quote latte. Lasciamo perdere”, insiste Bossi che, riferendosi all’arrivo di Zaia alla guida del Veneto, tira la stoccata finale: “A Galan gli scotta ancora il culo”. Insomma, un tutti contro tutti, che porta la regione superba e saccente, quella che vorrebbe essere d’esempio per il resto d’Italia, sull’orlo di un quasi tracollo con la giunta che, in più di una seduta è finita in minoranza e un’alleanza che non è più tanto santa.
Dall’alto è stato imposto il silenzio, niente controrepliche, solo una difesa d’ufficio dell’ex governatore affidata a Antonio De Poli, segretario regionale di quell’Udc che nell’ultima legislatura a livello nazionale aveva voltato le spalle al Pdl.
“Noto un certo nervosismo in casa leghista – punge De Poli – capisco il clima da campagna elettorale, ma c’è un solo responsabile del disastro della sanità veneta ed è il Carroccio. Partito degli ultimi quattro assessori di settore. La Lega lo ammetta: l’unico motivo per cui aumenterà le tasse, colpendo anche la povera gente, è di mettere una pezza ai guai che ha combinato”.
Insomma, dalle parti della Laguna l’asse Berlusconi-Bossi è già saltato, il rincorrersi di accuse e scuse, è un segno di un mal di pancia insopportabile. Anche perchè Zaia è accusato dagli alleati del Pdl di aver tradito i veneti sul tema della sicurezza sulla quale, in campagna elettorale, aveva fatto grandi promesse e oggi ha lasciato l’assessorato a zero euro.
“La sicurezza non è più un problema, la questione è risolta”.
In attesa del 23, giorno in cui dovrebbero passare gli emendamenti sul federalismo fiscale, i veneti vanno a dormire con una certezza: la reintroduzione dell’addizionale Irpef, dunque l’aumento delle tasse.
Emiliano Liuzzi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 10th, 2011 Riccardo Fucile
MAURIZIO VIROLI, DOCENTE DI TEORIA POLITICA ALL’UNIVERSITA’ DI PRINCETON: “CELEBRATO DA UNA CLASSE POLITICA INDIFFERENTE, OSTILE E INCAPACE DI CAPIRE QUELLE VICENDE”…”UN POPOLO DI INGRATI NON PUO’ CHE VIVERE SERVO, PERCHE’ NON HA ENERGIE MORALI PER DIFENDERE LA LIBERTA'”…IL FEDERALISMO LEGHISTA E’ L’ANTITESI DEL FEDERALISMO DI CATTANEO
Il 150esimo Anniversario dell’Unità nazionale cade in un momento disgraziato. 
A celebrarlo sarà infatti una classe politica non solo indifferente o addirittura ostile agli ideali del Risorgimento, ma anche in larga misura semplicemente incapace, per mancanza di adeguata preparazione culturale e di animo meschino, di capire quelle vicende, quelle donne e quegli uomini.
Lo stato penoso di molti dei progetti legati alle celebrazioni è lo specchio fedele di questa triste realtà .
Queste considerazioni forse impietose ma facilmente documentabili, valgono in primo luogo per Berlusconi e la sua corte, ma toccano anche molta parte dell’opposizione.
Se è vero che Berlusconi non sa neanche che cosa sia il Risorgimento (e ha dichiarato di prediligere piuttosto l’antirisorgimento) e Bossi lo detesta con tutto se stesso, è del pari vero che fuori dalla corte non ci sono partiti o forze politiche che hanno le loro radici nella lotta per l’Unità nazionale o che ad essa si sono collegati idealmente.
I repubblicani, per citare l’esempio più ovvio, si distinguono per essere fra i servi più zelanti del signore, mentre il Partito d’Azione, che cercò di essere l’erede del Risorgimento, viene quasi sempre denigrato o deriso.
In siffatta situazione il buon gusto e un minimo senso della decenza impongono di tenersi il più possibile lontani dalle celebrazioni in cui si esibiranno Berlusconi o i personaggi della sua corte.
Dei servi che commemorano uomini e donne che hanno lottato e si sono sacrificati per la patria e per la libertà comune sono uno spettacolo ripugnante e diseducativo.
Un’orazione di Bondi, o Cicchitto o Dell’Utri o Casini, su Garibaldi, Mazzini, Cavour o i Martiri di Belfiore, non la imporrei neanche al mio peggior nemico.
Al tempo stesso è doveroso e politicamente saggio promuovere iniziative alternative nelle quali prendano la parola persone serie (ce ne sono ancora tante, per fortuna) che con i loro comportamenti hanno testimoniato di avere a cuore il bene comune della patria e non il loro potere o il loro conto in banca.
Abbiamo un dovere di gratitudine verso chi si è sacrificato per l’Unità e per l’indipendenza.
Un popolo di ingrati non può che vivere servo, perchè non ha le energie morali necessarie per difendere o per riconquistare la libertà .
Celebrare con le persone giuste e in modo serio il Risorgimento è dunque un modo intelligente per difendere la nostra libertà e la nostra dignità di cittadini.
Il nostro Risorgimento, lo ha ribadito Paul Ginsborg, (Salviamo l’Italia, Einaudi, 2010) ha elaborato l’ideale della “nazione mite” che non discrimina, ma accoglie e rispetta le altre patrie.
Il federalismo leghista è l’antitesi del federalismo di Cattaneo, il quale riteneva, fa bene Ginsborg a citare questo bel passo, che la virtù non fosse esclusiva prerogativa di un’unica nazione o di un singolo gruppo etnico: “Barbaro può suonare quanto tedesco quanto francese, quanto italiano; e che dei barbari ogni nazione ha i suoi”.
Vale anche la pena di ricordare che i personaggi di maggior rilievo del nostro Risorgimento avevano animo mite, anche quando erano formidabili combattenti.
Non mancarono certo fra i patrioti, nota Ginsborg, figuri che si distinsero per la loro crudeltà e disumanità .
Ma le descrizioni di Mazzini , Settembrini, Santorre di Santarosa, Goffredo Mameli e tanti dei Mille ci restituiscono l’immagine di persone “che mostravano compassione in battaglia e, deposte le armi, la dolcezza poteva tornare in campo, nella vita come nella morte”.
“Mite Giacobino” era poi chiamato, è bene ricordarlo, Alessandro Galante Garrone, mentre Norberto Bobbio, l’altro grande erede della tradizione azionista, scrisse uno splendido Elogio della mitezza.
E in nome della patria mite (che non vuol dire nè docile nè debole) è possibile oggi unire molte forze sociali e intellettuali per contrastare il degrado civile che ci soffoca.
La nostra storia è lì ad insegnarci — s’intende a chi ha la grandezza d’animo e l’umiltà di voler imparare — che le conquiste di libertà sono sempre state realizzate non contro, ma con l’idea di patria.
Mai come in questi tempi abbiamo bisogno dell’idea di patria.
L’esperienza del presidente Carlo Azeglio Ciampi dimostra che quando ascoltano persone degne parlare di patria, gli Italiani capiscono e sentono la bellezza di quell’ideale e sono pronti ad operare.
Non dobbiamo lasciare il Risorgimento ai servi.
Maurizio Viroli
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Gennaio 9th, 2011 Riccardo Fucile
I MAGGIORI RIALZI IN LIGURIA, A NAPOLI RINCARI SULLA TANGENZIALE E SULL’AUTOSTRADA PER SALERNO… AUMENTO DEI PREZZI DEI PARCHEGGI A BOLOGNA, BIGLIETTI PIU’ CARI A PALERMO….”NON TOCCHEREMO LE TASCHE DEGLI ITALIANI”
La Finanziaria non è un’entità astratta: pesa sulla vita dei cittadini e sugli spostamenti
che ogni giorno devono affrontare per vivere, lavorare, divertirsi. Dalle tariffe per i parcheggi al costo dei biglietti dell’autobus e della metropolitana, dai pedaggi autostradali ai treni locali: sono queste le voci dei bilanci familiari sulle quali i Comuni decidono di intervenire quando – visto il taglio dei trasferimenti – si vedono costretti a fare cassa.
La manovra, quando passa dal “nazionale” al “locale”, fa sosta davanti ai pendolari.
Da Milano a Palermo sono loro i primi a risentire della stretta.
In molti casi, sono chiamati a sostenere veri e propri aumenti di prezzo. L’elenco è lungo.
Si comincia con il più 25 per cento in più sul biglietto dell’autobus che i cittadini di Genova saranno chiamati a versare dal primo febbraio: passerà da 1 euro a 1,50 euro, e diventerà il più caro d’Italia.
Ora la palma spetta a Palermo con 1,30 euro: al momento la capitale siciliana non toccherà il prezzo del singolo biglietto, ma ha già aggiornato quello del carnet da venti.
Anche Bari alza il tiro: da Capodanno per il bus si pagano 90 centesimi al posto dei “vecchi” 80.
A rincarare ci sta pensando anche il comune di Bologna che si prepara a applicare un balzello del 20 per cento sugli autobus e sui parcheggi in centro.
C’è chi non pratica aumenti, ma taglia le corse (come Firenze che ha deciso di ridurle del 10 per cento spingendo i sindacati verso uno sciopero in difesa dei posti di lavoro); e chi – viste le imminenti amministrative – pensa sì ai rincari, ma li mette in programma per l’estate.
E’ il caso di Torino, che in primavera voterà il nuovo sindaco e che già sta studiando aumenti da applicare a partire da luglio.
E se il caro benzina penalizza chi preferisce spostarsi con l’auto, la stangata non risparmia nemmeno chi viaggia in treno.
Trenitalia Le-Nord società coordinata dalla regione Lombardia, aumenterà i biglietti in due tranche per un totale del 20 per cento.
I treni della Liguria rincareranno del 25.
Napoli penalizza chi viaggia in auto (più 25 per cento oltre i 30 km per chi usa la A3 Napoli-Salerno; più 3,8 per la Tangenziale), ma anche i pendolari del servizio pubblico.
L’unica città che non programma aumenti – “a meno che la qualità del servizio non migliori ” ha detto il sindaco – è Roma.
Il caso Parentopoli invita a passare la mano.
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Gennaio 8th, 2011 Riccardo Fucile
LA SERA DI CAPODANNO IL PRESIDENTE DELLA REGIONE BECCATO A CENA IN UN RISTORANTE CINESE A PADOVA… LETTERE DI PROTESTA DAI LETTORI DEL QUOTIDIANO LOCALE: DOPO AVER PARLATO MALE DEI RISTORANTI STRANIERI E AVER FATTO UN CAVALLO DI BATTAGLIA ELETTORALE LA DIFESA DELLA CUCINA VENETA, CROLLA IL POLENTONE PADANO
Di giorno, armato di scodelle e forchette, si batte per la polenta con gli osèi e di sera gozzoviglia con gli jiaozei.
Al pomodoro di Pachino il prode Luca Zaia preferisce lo zhongguà³ cà i di Pechino.
Così il governatore del Veneto soddisfa la testa padana con il ventre cinese. Ma gli osti padovani lo hanno beccato, anche la sera di Capodanno, con il nian gao in bocca.
E hanno perciò scritto al “Mattino di Padova” una lettera di protesta etnica firmata dall’Appe, (Associazione provinciale pubblici esercizi) che è l’Istituzione del cappone, la Borsa dei tortellini, la Wall Street del coeghin col purè, il sancta sanctorum del Valpolicella.
Questi arrabbiati ristoratori, ormai debilitati dai bassi prezzi del desco sino-leghista, addirittura denunziano che, arrivando al Wok-sushi – 420 posti a sedere sulla statale del Santo a Cadoneghe – Zaia viene accolto con il doppio inchino di Nanchino.
E non gli dicono neppure ciao ma ni hà o. Persino lo chiamano familiarmente Tsa-ja invece che “signor Zaia dott. Luca”.
Certo, “è libero – continuano – di andare e comportarsi come crede”, ma “con quale soddisfazione il governatore si batte in difesa dei saporiti prodotti veneti?”.
Ovviamente noi solidarizziamo con lo Tsa-ja piuttosto che con lo Zaia e ci fa piacere notare che anche tra i fanatici padani l’ideologia mostra la sua natura imbonitoria.
E difatti, quando era ministro dell’Agricoltura, il Catone rurale spiegò a un allibito giornalista del “Guardian” che l’Italia autarchicamente voleva e doveva tornare alla tavola tutta italiana.
E gridava “viva lo spumante” e “abbasso lo champagne”.
Pure annunziò che nelle cucine leghiste era già stato preparato il kebab padano negli ingredienti e anche nel nome: muntun afetà .
E però il maggiore contribuente dell’opulenta Vicenza è un imprenditore cinese.
E anche il proprietario del Wok Sushi, il signor Marco Hu Lishuang, è un grande sostenitore politico di Zaia, al punto da dichiarare al “Mattino” “io sono leghista” anche se è lecito pensare che questo campione dell’integrazione sarebbe stato mafioso in Sicilia, camorrista a Napoli, papalino a Roma.
E’ probabile che il bravo cinese abbia interiorizzato il codice della globalizzazione all’italiana.
E’ insomma un genio di antropologia partecipata.
Si sentono invece traditi dal loro governatore e da quegli imbattibili dieci euro a pasto nel Wok Sushi, tutti i vivandieri patavini e perciò sugosamente dicono: “Crediamo abbia delle responsabilità e delle rappresentatività (!) ben precise”.
Dunque lo ammoniscono e si dolgono, non gli concedono l’ironia e gli ricordano “il dovere di rivolgere, con coerenza, le più accurate attenzioni all’oca, ai radicchi, al pollo, alle erbette, al prosecco…”.
Ha la lingua biforcuta lo Zaia che pure amarono e sfamarono.
E tuttavia ancora lo invitano a tornare “a frequentare i nostri locali. Assieme al calore familiare e a eleganti tavoli (non striminziti e non self service) troverà e degusterà vini e cibi con prodotti della nostra meravigliosa agricoltura, di quella terra che è anche la sua, con accattivanti ricette non di importazione”.
Non è forse lo stesso Zaia che, con il suo partito, propose nell’aprile scorso di abolire per legge le insegne alimentari in lingue extracomunitarie?
Volevano tradurle in italiano o, ancora meglio, nei vari dialetti locali, per farla finita con sashimi, kebab e fagottini vari, sostituiti con pesse cruo a Verona, piecoro fatto a felle a Napoli, sfinciuni a Palermo…
E gli osti sfiancati si erano illusi che almeno a Padova Zaia strozzasse davvero quelle concorrenziali cucine dei cinesi, dei tailandesi e dei musulmani.
E invece bisboccia da loro e a prezzo vile.
E però non è solo nell’economia gastronomica che la Lega agisce come il fariseo Nicodemo il quale, come racconta l’evangelista Giovanni, di notte ascoltava Gesù e di giorno si mostrava rigoroso osservante dei precetti ebraici.
Anche nell’industria e nell’agricoltura la Lega ricorre a quegli stranieri che disprezza, non può fare ameno di loro come Tsa-ja non può fare a meno della grappa di rose: “Al leghista non far sapere quanto è buona la meiguijiu con le pere”.
Ma forse la colpa di tutto ce l’ha, come sempre, il fotografo del “Mattino”, il paparazzo insomma che, al Wok Sushi, senza chiedergli come mai lo ha icasticamente fissato in un’immagine neoglobal da fine Quattrocento.
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Gennaio 7th, 2011 Riccardo Fucile
FAVORI A PRIMARI E SISTEMI CLIENTELARI: NON SIAMO AL SUD, MA NELLA RICCA PADAGNA DEL MAGNA MAGNA DI ZAIA… SISTEMA SANITARIO VENETO AL COLLASSO, A RISCHIO COMMISSARIAMENTO… IN VISTA IL RITORNO DELL’ADDIZIONALE REGIONALE SULL’IRPEF: ALTRO CHE “MENO TASSE PER TUTTI”
Dal Veneto virtuoso, dalla ricca Padova, arriva questa storia che molti hanno visto, ma nessuno ha ancora raccontato.
Nella città del Santo ci sono due ospedali: l’Azienda ospedaliera di Padova, polo di grandi dimensioni con al suo interno anche le cliniche universitarie; e l’ospedale Sant’Antonio, piccola struttura che si è sviluppata dal vecchio istituto ortopedico della città .
Tra i due ospedali ci sono più o meno 800 metri.
Esistono, in altri grandi poli sanitari, padiglioni dello stesso ospedale che sono anche più distanti.
Il buon senso e la buona gestione avrebbero consigliato la loro unificazione. E infatti erano già da tempo comuni alcuni servizi, come l’emergenza, la radiologia, i laboratori, la farmacia.
Poi è arrivata un’inversione di marcia.
Nel luglio scorso, le due strutture sanitarie sono state nettamente separate: l’Azienda ospedaliera da una parte, il Sant’Antonio dall’altra.
Poichè quest’ultimo è troppo piccolo, è stato accorpato a due strutture ancor più piccole: l’ospedale di Piove di Sacco (che sta a 25 chilometri di distanza e che dovrebbe servire non il bacino di Padova, ma quello di Chioggia, a cui era infatti collegato); e un ospedaletto di Abano Terme.
Risultato della divisione: i due ospedali di Padova offrono ai cittadini un servizio peggiore, perchè la separazione impedisce le sinergie, i risparmi, la condivisione di alcuni servizi.
Adesso entrambi devono fare tutto, ma con lo stesso personale di prima.
La carenza di medici e infermieri ora si sente. In compenso è raddoppiato il “personale apicale”, cioè i primari…
Che pacchia! Che clientele!
Attenzione. Ripetiamo per chi si fosse distratto: non stiamo parlando della sanità siciliana, o calabrese, ma della ricca Padova, nel virtuoso Veneto.
Ora un padovano che abbia bisogno di un ricovero può scegliere tra le due strutture.
Magari sceglie il Sant’Antonio, puntando sulle dimensioni più piccole e sperando in tempi più rapidi.
Salvo poi accorgersi che se deve fare una coronarografia, non dovrà andare 800 metri più in là , ma a 25 chilometri, all’ospedaletto di Piove di Sacco che, in un sistema funzionante e non demagogico (o clientelare…?), sarebbe stato tranquillamente chiuso per razionalizzare il servizio ai cittadini ed evitare gli sprechi.
Le malelingue, poi, dicono che molte ragioni della stramba ristrutturazione stanno ad Abano Terme, nella piccola casa di cura diventata magicamente “policlinico” che, dopo l’accorpamento padovano, ha permesso di accontentare economicamente qualche primario e di sistemare qualche “figlio di”.
Se questo è ciò che succede a Padova, come stupirsi, allora, del contesto generale della sanità veneta…?
Il sistema intero è al collasso, tanto che sta per essere commissariato: da Roma ladrona e centralista (il ministero dell’Economia), visto ciò che hanno combinato i federalisti amministratori locali berlusconian-padani.
Perdite dell’ultimo anno: attorno ai 500 milioni.
Su una spesa totale di 10 miliardi (oltre l’80 per cento del bilancio regionale del governatore Luca Zaia).
Risultato: Roma imporrà un commissario e il ripristino (maggiorato: era 0,5, sarà 0,9) dell’addizionale regionale sull’Irpef, abolita dall’ex governatore Giancarlo Galan a fine mandato.
Altro che “meno tasse per tutti”…
Tutta colpa di Galan…?
Ma non è il leghista Flavio Tosi il grande manovratore della sanità in Veneto…?
Gianni Barbacetto
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 7th, 2011 Riccardo Fucile
DEFINITA, INSIEME A RADIO MARIA, “EMITTENTE COMUNITARIA”, GRAZIE A UN EMENDAMENTO LEGHISTA NEL 2001, PUO’ PRENDERSI FREQUENZE LIBERE IN TUTTA ITALIA…ORA NE HA 250 ED HA COSI’ POTUTO AUMENTARE GLI INTROITI PUBBLICITARI DA 109.000 EURO DEL 2006 AI 2 MILIONI DI EURO DEL 2008…E OGNI ANNO UN CONTRIBUTO DI 500.000 EURO DALLO STATO PER DARE SPAZIO AI RAZZISTI
“Ho sentito che Vendola è stato svegliato nel cuore della notte da alcuni manifestanti del Pdl e che è cascato dalle scale. Purtroppo non ha avuto danni permanenti”: la simpatia del giovane consigliere provinciale varesino Marco Pinti è stata certamente apprezzata dagli ascoltatori di Radio Padania Libera.
Non da tutti, però.
L’emittente di Bossi, infatti, dal 17 dicembre ha iniziato a trasmettere anche nel Salento, ad Alessano, dove ha occupato una nuova frequenza (la 105,600 Mhz).
Come si spiega l’ultima conquista geografica del verbo leghista?
A sentire Cesare Bossetti, amministratore unico di Rpl, tutto nasce dall’esigenza di far conoscere le idee della Lega sul federalismo; per Matteo Salvini (europarlamentare e direttore dell’emittente), invece, la scelta dipenderebbe da una semplice simpatia verso i salentini, che guarda caso in questo periodo stanno cercando di staccarsi da Bari. Solo motivi politici, quindi? Sembrerebbe proprio di no.
Ad avvalorare la tesi, un’intervista rilasciata tempo fa al Corriere Economia da Bossetti, che ha parlato dello sbarco di radio Padania al sud in termini di “shopping meridionale”.
In pratica, si tratterebbe di una mera strategia economico-commerciale.
Eh sì, perchè in barba al decennale stallo del mercato dell’etere, Radio Padania può agire in regime di semi-monopolio, occupando, valorizzando, permutando o rivendendo le frequenze che sceglie di utilizzare.
Non c’è nessun illecito: lo permette la legge.
Radio Padania Libera, infatti, secondo lo Stato fa parte di una categoria in via d’estinzione: le radio comunitarie, quelle senza scopo di lucro (in un’ora di trasmissioni non possono superare il 5% di pubblicità ), che producono contenuti culturali, etnici e religiosi per aree geografiche e popolazioni minoritarie e che favoriscono il pluralismo di un etere dominato dalle radio commerciali.
In Italia sono solo due: Radio Padania e, udite udite, Radio Maria….
La svolta risale a undici anni fa.
Era il 2001, infatti, quando un emendamento alla Finanziaria — presentato dal deputato leghista Davide Caparini — fece stappare lo champagne nella sede dell’emittente leghista: le radio comunitarie, al fine di completare la copertura nazionale, divennero le uniche a poter occupare le frequenze, a patto di non interferire con le altre emittenti.
Bastava solo un avviso di attivazione al ministero delle Comunicazioni e il gioco era fatto. Non solo.
Trascorsi 90 giorni e in mancanza di segnalazioni di interferenze, le radio comunitarie erano autorizzate all’uso della nuova frequenza, il che significa che potevano anche venderla o permutarla, magari dopo averne migliorato il valore di mercato.
Dal 2001 ad oggi nulla è cambiato.
Ora, considerato che nell’asfittico mercato dell’etere italiano ogni frequenza ha un valore di mercato altissimo e comunque non calcolabile con esattezza (dipende dall’esigenza di chi compra) e che dal 2002 Radio Padania Libera ha occupato un numero di frequenze che oscilla tra le 200 e le 250, è facile intuire i motivi della discesa al Sud dell’emittente leghista, che con il sistema dell’occupazione-permuta delle frequenze ha raggiunto un duplice obiettivo: trasmettere quasi in tutta Italia e acquisire un’enorme forza commerciale. Sarà un caso, ma dai 109 mila euro del 2006 il fatturato di Rpl è passato a quasi due milioni di euro nel 2008.
Non male per chi può contare sul 5% di pubblicità per ogni ora di trasmissione.
Al danno per il mercato dell’etere, inoltre, sei anni fa si è aggiunta anche la beffa politica.
La Finanziaria del 2005, infatti, ha regalato alle radio comunitarie un milione di euro l’anno, quindi 500mila a Radio Maria e altrettanti a Radio Padania Libera.
Chi ha presentato l’emendamento in questione?
Davide Caparini, il benefattore delle radio comunitarie.
E “Roma Ladrona”? Sempre sulla stessa linea d’onda.
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Gennaio 6th, 2011 Riccardo Fucile
MARTEDI IL BANCO DI PROVA SUL FEDERALISMO FISCALE, DA APPROVARE ENTRO IL 28 GENNAIO… A RISCHIO ANCHE IL DECRETO MILLEPROROGHE: GLI EQUILIBRI SONO TALMENTE PRECARI CHE BASTA UNA MODIFICA PER FAR SALTARE IL BANCO DI TREMONTI
Il primo banco di prova sarà martedì prossimo, quando si riunirà l’ufficio di presidenza della Commissione sul federalismo fiscale.
Per la Lega e Giulio Tremonti quello è il momento in cui si inizierà a capire che 2011 attende il governo.
Se, grazie alla pervicacia del premier, si può proseguire senza troppi intoppi o se invece, come temono i vertici del Carroccio, bisognerà prendere atto che la maggioranza resta in affanno e non ha i numeri per governare. Il ragionamento dello stato maggiore leghista è tutto qui: il problema non è avere una maggioranza risicata in aula, dove con il gioco delle assenze la sopravvivenza è più semplice, ma le commissioni parlamentari.
La tabella di marcia dice che il decreto sul fisco municipale, uno dei più importanti dell’intero pacchetto federalista, deve essere approvato entro il 28 di questo mese.
Nella commissione bicamerale il Pdl può contare su 11 voti, ai quali vanno aggiunti i tre leghisti e ora, dopo aver strappato una serie di concessioni per la Provincia autonoma di Bolzano, anche su Helga Thaler dell’Svp. All’opposizione, o comunque su posizioni critiche, ci sono dieci fra deputati e senatori del Pd, due dell’Udc, un componente di Idv, Fli e Api di Rutelli. Risultato: quindici a quindici.
Per fare la differenza basterebbe il solo Mario Baldassarri del Fli.
Il governo, almeno formalmente, potrebbe tirare dritto per la sua strada: la delega parlamentare che regola l’iter del federalismo non gli impedisce di farlo.
Una volta finito in minoranza, basterebbe presentare relazione motivata alle Camere.
Ma si tratta di una strada politicamente rischiosa: il Pd potrebbe ad esempio sollevare il problema in aula con una mozione.
Non è dunque un caso se i rumors parlamentari raccontano di un pesante pressing del governo su Baldassarri per ottenere almeno la sua astensione: poichè nella Commissione si applicano le regole della Camera, il voto del professore finiano verrebbe conteggiato come un sì.
«La prossima settimana incontrerò Calderoli e faremo il punto», risponde sibillino Baldassarri.
Un possibile terreno di trattativa sono le modalità di introduzione della cedolare secca sugli affitti: il finiano non è soddisfatto della soluzione del governo e chiede lo stralcio per riscrivere la norma.
Più di quelli della Bicamerale, a preoccupare Giulio Tremonti sono i numeri della commissione Bilancio della Camera.
A fine mese di lì passerà il decreto milleproroghe.
La maggioranza può contare su 24 voti: 17 del Pdl, 5 leghisti, più i transfughi Giampiero Catone e Bruno Cesario.
Il Pd ha 15 componenti, l’Idv due. Se a questi ultimi si aggiungessero i sette voti del cosiddetto «terzo polo» (3 del Fli, due dell’Udc, uno rispettivamente di Api e Mpa), siamo di nuovo al pareggio: 24 a 24.
Per mettere il provvedimento nel tritacarne basta un emendamento che trovi l’assenso anche di un solo deputato della maggioranza.
Di pretesti ne potrebbero sorgere a bizzeffe: per aumentare i fondi alla cultura oppure, come reclama il ministro Alfano, per far funzionare i sistemi informatici del ministero della Giustizia.
Nella maggioranza c’è chi vorrebbe riproporre la questione editoria, poichè nel testo apparso in Gazzetta i fondi a disposizione sono meno di quanto promesso.
Il ministro dell’Economia sarà ancora una volta stretto fra i vincoli di bilancio e le mille questioni che gli porranno i deputati.
Al Senato dove l’iter inizia il 12 gennaio, la maggioranza parte però con un voto di vantaggio: il Pdl ha 11 senatori, la Lega due. Il Pd ha otto componenti, altri quattro sono del terzo polo.
E’ probabile che il governo cerchi un accordo in Commissione sin dal Senato, così da blindare l’iter della Camera ed evitare ogni rischio.
Alessandro Barbera
(da “la Repubblica“)
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Gennaio 5th, 2011 Riccardo Fucile
C’E’ CHI DICE CHE VOGLIA TENERSI I SOLDI PER GLI ALTI COSTI DEL FEDERALISMO, D’INTESA CON BOSSI, MA TREMONTI CONTINUA A NEGARE QUATTRINI A TUTTI…E BERLUSCONI VEDE SVANIRE LO SPOTTONE SULLA RIFORMA FISCALE E SUGLI AIUTI ALLE FAMIGLIE CHE GLI AVREBBERO PERMESSO DI VENIRE INCONTRO ALL’UDC
Berlusconi sogna di intercettare la ripresa, di irrobustirla, ripete che la Confindustria ha le sue ragioni, che bisogna dare ossigeno alle imprese, e anche alle famiglie, a tutti insomma, perchè oggi finalmente si può fare, il peggio della crisi è alle nostre spalle e si scorgono i primi segnali di una stabilizzazione verso l’altro delle curve dei prodotti interni.
Berlusconi compulsa i dati economici e sofferma l’attenzione su quelli positivi. Tremonti no. O non solo.
Riconosce i segnali ma sottolinea anche quelli negativi: l’occhio puntato dei mercati internazionali, la nostra condizione di eterno osservato speciale, l’impossibilità di dare alibi a chi può giocare brutti scherzi al nostro Paese.
Il Cavaliere definisce «chiacchiere» dei media le indiscrezioni sulle frizioni con il suo ministro.
E magari anche di questo avranno parlato ieri pomeriggio, in una telefonata che è parsa agli staff conciliante, eppure nessuno dei due fa mistero di pensarla in modo opposto sulle capacità della nostra finanza pubblica, su quello che Palazzo Chigi può fare per sostenere il Pil, per immettere maggiori risorse in circolazione, stimolare i consumi.
Non ne fanno mistero in privato, sono obbligati a negarlo in pubblico.
Si diceva mesi fa che il Cavaliere e Fini fossero destinati a fare la pace, ad essere alleati nonostante tutto; sembra oggi, dopo il divorzio con il leader di An, che l’unica relazione che il capo del governo non può abbandonare sia quella con il suo ministro più accreditato fuori confine.
Può immaginarlo forse, ma non può farlo, è il concetto che ogni tanto si ascolta anche fra le osservazioni del secondo, convinto di non avere sostituti, se mai l’argomento fosse all’ordine del giorno, almeno adatti a farci fare bella figura in Europa, a presentare i nostri conti all’estero.
Anche sulla riforma fiscale la pensano in modo diverso: per il premier dovrebbe portare ad un alleggerimento del carico tributario, ma i primi conti fatti al dicastero dell’Economia sembrano lasciare gettito e pressione invariati, si cambiano i fattori ma non la somma finale, si semplifica ma non si alleggerisce, non c’è spazio al momento per il quoziente familiare e nemmeno per la vagheggiata riduzione delle tasse.
Il sogno del Cavaliere resta tale.
Non solo: negli ultimi giorni il ministro dell’Economia ha cominciato anche a mettere in dubbio la grande riforma del fisco.
Da lui immaginata epocale, bipartisan, concertativa; pensata come il fiore all’occhiello della sua azione politica; oggi invece al centro di uno sconforto, perchè convinto che i numeri in Parlamento, che sono e resteranno a suo dire precari, anche in caso di slalom intorno al voto anticipato, mettono seriamente a rischio un lavoro di così ampio respiro; pensato, nei suoi aspetti salienti, anche come frutto del dialogo con l’opposizione e con le parti sociali. E se uno vede nero e l’altro vede rosa c’è ben poco da aggiungere.
Il nero si declina, senza reticenze, in privato, con l’analisi sulla reale forza di Palazzo Chigi dopo l’uscita di Fini: molto bassa, incapace di sostenere le riforme che servono al Paese, di regalare all’esecutivo quella serenità che serve per governare senza galleggiare.
Sono riflessioni meno telegrafiche, più raffinate, ma simili a quelle che ogni tanto si ascoltano in bocca al leader della Lega.
L’approdo è uno solo, il voto anticipato.
Il rosa invece vede per fine gennaio l’arrivo di una nuova pattuglia di deputati alla Camera, vede un nuovo gruppo a Montecitorio che cambia gli equilibri nelle commissioni, vede la ripresa economica e persino la fine della legislatura.
Se non hanno litigato, come assicura il presidente del Consiglio, comunque lui e il suo ministro sono e restano, al momento, due centri di analisi diversa.
Marco Galluzzo
(da “il Corriere della Sera“)
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Gennaio 5th, 2011 Riccardo Fucile
NELLA COMMISSIONE SULLA RIFORMA FEDERALISTA E IN QUELLA SUL BILANCIO MAGGIORANZA E OPPOSIZIONE SONO ALLA PARI, IL GOVERNO NON HA I NUMERI… LA LEGA CHIEDE IL VOTO PERCHE’ LA MAGGIORANZA NON E’ PIU’ TALE E LA RIFORMA PATACCA RISCHIA DI FERMARSI
Federalismo o voto?
Berlusconi si trova “in trappola”, stretto tra i numeri risicati della sua maggioranza e l’ultimatum della Lega.
Anche ieri sera ha rassicurato Bossi che “tutto andrà bene”, che “non ci saranno problemi, soprattutto sui tempi”, ma neppure lui ormai lo può garantire.
Perchè l’iter del federalismo rischia la paralisi almeno in due delle tre commissioni chiamate a esprimere un parere se l’opposizione dovesse fare fronte comune.
Nella commissione bicamerale per l’Attuazione del federalismo fiscale c’è una situazione di sostanziale parità tra gli schieramenti.
Il Pdl può contare su 11 parlamentari, la Lega su tre.
Con loro si potrebbe schierare Helga Thaler dell’Svp, per un totale di 15 voti su trenta.
Altrettanti voti avrebbe sulla carta il fronte anti Berlusconi.
Fino ad oggi i partiti dell’opposizione non hanno avuto una posizione comune. Per esempio sul federalismo demaniale , l’Idv aveva votato a favore, mentre il Pd si era astenuto.
Contro si erano espressi Udc e Api.
Se l’opposizione si unisse, sul federalismo municipale si arriverebbe all’impasse.
Stessa situazione alla commissione Bilancio della Camera.
La maggioranza può contare su 24 deputati (17 del Pdl, 5 della Lega più Giampiero Catone e Bruno Cesario del gruppo misto che il 14 dicembre hanno votato la fiducia al governo).
E 24 sono anche i rappresentanti delle opposizioni: 15 del Pd e 2 dell’Idv, più 7 del terzo Polo (3 di Fli, 2 dell’Udc, 1 dell’Mpa e 1 di Api).
Nessun problema ha invece la maggioranza alla commissione Bilancio del Senato. Il Pdl ha 11 senatori e la Lega 2 per un totale di 13. Dodici invece sono i rappresentanti delle opposizioni.
In base alla legge 42 del 2009, che ha dato la delega al governo per l’attuazione del federalismo, tecnicamente l’esecutivo può comunque adottare i decreti attuativi (e la legge delega non decade anche in caso di elezioni anticipate) se le tre commissioni non si esprimono entro i 60 giorni previsti. Ma si tratta di un’estrema ratio che farebbe mettere di traverso forse anche Napolitano.
Una situazione traballante.
Che ha visto i finiani uscire allo scoperto e proporre al Cavaliere un “patto di legislatura”: “Metta a punto 3 o 4 riforme fondamentali”, ha proposto Italo Bocchino, ma l’offerta è come se fosse caduta nel silenzio.
Il Cavaliere sa che i numeri che gli chiede Bossi non ci saranno (40 deputati in più). E per ora prende tempo.
Ma quando si tratterà si votare i provvedimenti in commissione, se l’opposizione sarà compatta, il federalismo patacca rischierà di arenarsi.
La Lega ha due possibilità : o riuscire a far passare un federalismo farlocco per poterlo spendere nella futura campagna o reclamare il voto contro chi ha bloccato la madre di tutte le patacche.
E’ la sceneggiata già scritta cui si assisterà nelle prossime settimane.
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