Destra di Popolo.net

SEMPRE PIU’ NELLA BRATTA, ORA IL GOVERNO PUNTA AL 2,1% DEL PIL, CINQUE MILIARDI IN MENO DEL PREVISTO

Novembre 30th, 2018 Riccardo Fucile

CONTE: “LE FIBRILLAZIONE DEI MERCATI POSSONO METTERCI IN DIFFICOLTA'”… E L’APPRODO IN AULA DELLA LEGGE DI BILANCIO SLITTA ANCORA

Il governo saebbe pronto a rimodulare la manovra, in modo da risparmiare fino a 5 miliardi e da spingere il rapporto tra il deficit e il Pil addirittura verso il 2,1%. L’agenzia d’informazione Adnkronos – che cita “autorevoli fonti di governo” –   sostiene che l’Italia è pronta a fare un passo molto forte incontro alle richieste dell’Unione europea.
E secondo il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, “non è affatto auspicabile” una procedura di infrazione Ue contro l’italia.
Parlando a Buenos Aires dove è per il G20, Conte ha detto che una procedura “ci pone in difficoltà  anche per le fibrillazioni nei mercati” che verrebbero a crearsi. “Lo dico – precisa il premier – fermo restante che crediamo di essere nel giusto”.
Il fatto che l’economia italiana stia rallentando “è la conferma che dobbiamo assolutamente fare una manovra con il segno diverso – continua il presidente del Consiglio – Non possiamo andare in recessione. Dobbiamo crescere, rafforzando il piano per gli investimenti”.
Intanto i lavori parlamentari sono fermi in attesa di novità : Oggi è stato deciso un primo slittamento da lunedì a martedì. Ma gli emendamenti del governo, che non arriveranno prima di domani sera, generano un ulteriore rinvio a mercoledì.
Il governo ha comunicato che presenterà  il suo pacchetto di modifiche non più domani mattina alle 9, ma domani alle 19.

(da agenzie)

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BRUXELLES NON SI FIDA, VUOLE LE CARTE: “SE VOLETE DAVVERO EVITARE LA PROCEDURA PRESENTATE LA REVISIONE DEL DOCUMENTO BOCCIATO”

Novembre 26th, 2018 Riccardo Fucile

ENTRO IL 5 DICEMBRE DECIDE IL COMITATO ECONOMICO DELL’ECOFIN, IL TEMPO DELLE BUFALE E’ FINITO

Ora che il governo di Roma dice di voler rivedere al ribasso il deficit al 2,4 per cento contenuto nel documento programmatico di bilancio bocciato dalla Commissione europea, a Bruxelles aspettano le ‘carte’.
Se il governo gialloverde fa sul serio, se vuole fermare la procedura di infrazione ‘apparecchiata’ contro l’Italia, dovrà  presentare una revisione del documento bocciato. “Il dialogo continua a tutti i livelli”, fanno sapere dall’entourage del presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker che sabato sera, insieme ai commissari Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis, ha ricevuto a Bruxelles il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, accompagnato dal ministro dell’Economia Giovanni Tria.
Insomma, Roma deve presentare qualcosa di scritto per fermare la macchina che a Bruxelles si è messa decisamente in moto mercoledì scorso, quando la Commissione ha confermato la bocciatura del documento italiano ritenendo “giustificata” l’apertura di una procedura per deficit eccessivo basato sul debito.
E naturalmente gli sviluppi dipenderanno anche da cosa ci sarà  scritto nel nuovo documento, qualora venisse presentato. Sembrerebbe difficile che Bruxelles si accontenti di una revisione dello 0.2 per cento del deficit, cioè dal 2,4 per cento al 2,2.
Ad ogni modo, l’apertura di un procedimento contro l’Italia – paese fondatore dell’Ue – è affare non da poco anche per la stessa Commissione che non è interessata allo scontro con Roma, sottolineano fonti di Bruxelles.
Però è anche vero che finora diversi passaggi stabiliti nelle regole sul Funzionamento dell’Ue si sono ormai consumati e l’opinione negativa della Commissione sull’Italia è al vaglio del Consiglio.
“I documenti approvati dalla Commissione mercoledì scorso – fanno notare non a caso oggi fonti vicine a Juncker – sono discussi nella filiera del Consiglio”, vale a dire gli altri Stati membri dell’Unione, finora schierati tutti col pollice verso sul caso italiano, a partire dall’Austria – presidente di turno – passando per l’Olanda, per finire all’Ungheria, governata da Viktor Orban, interlocutore di Matteo Salvini.
Entro il 5 dicembre il comitato economico e finanziario dell’Ecofin – il consiglio dei ministri del Tesoro degli Stati membri – dovrà  esprimersi sulle indicazioni della Commissione.
Questo comitato è composto dai tecnici del Tesoro degli Stati membri e in questa fase avrà  il compito di dire se la procedura di infrazione ai sensi dell’articolo 126 del trattato sul Funzionamento dell’Ue è giustificata contro l’Italia oppure no.
Roma può intervenire prima, presentando una revisione del documento bocciato nei prossimi dieci giorni e stasera un primo vertice di governo a Palazzo Chigi discute della nuova cornice di dialogo con l’Ue.
Oppure può fermare la macchina in corsa dopo il pronunciamento del comitato dell’Ecofin, il cui parere è necessario alla Commissione per scrivere la sua raccomandazione per l’Italia.
Formalmente la procedura di infrazione verrebbe aperta alla riunione dell’Ecofin del 22 gennaio. Prima di allora, c’è la possibilità  per Roma di scendere a patti con Bruxelles ed evitare le sanzioni europee che scatterebbero dopo l’apertura della procedura e che consisterebbero nell’obbligo di ridurre il debito di 3,5 punti percentuali all’anno (vale a dire un ventesimo della differenza tra il 60 per cento nel rapporto col pil previsto dai Trattati e l’attuale debito italiano che svetta al 131 per cento del pil).
Ma tutto dipende dal governo gialloverde: da Conte e Tria, che sabato scorso hanno promesso collaborazione a Juncker, e dai due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio, che finora promettono di rivedere le loro posizioni.
A Bruxelles intanto aspettano le ‘carte’: una marcia indietro nero su bianco.

(da “Huffingtonpost”)

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IL GOVERNO VUOLE FARE LO SCONTO ALL’EUROPA, DAL 2,4% AL 2,2%: MA LA UE DIFFICILMENTE CI CASCHERA’

Novembre 26th, 2018 Riccardo Fucile

DUE DECIMALI VALGONO 3,4 MILIARDI, MA I MARCHINGEGNI STUDIATI FINIRANNO PER SGONFIARE QUOTA 100 E REDDITO DI CITTADINANZA

Due decimali di punto valgono 3,4 miliardi di euro su un totale di 22 di spesa in deficit e di37 totali per la Manovra del Popolo.
Non è poco, ma anche se davvero il governo Lega-M5S è disposto a “scontare” dal Deficit/PIL al 2,4% la cifra per venire incontro alla Commissione Europea ed evitare o posticipare la procedura d’infrazione, non è detto che basti.
Eppure ieri è stata considerata una svolta da tutti i commentatori politici l’annuncio sincronizzato di Salvini e Di Maio sui decimali a cui non vale la pena impiccarsi, un segnale preciso sul tabù che finora sembrava insuperabile nella battaglia di parole ingaggiata da Lega e MoVimento 5 Stelle nei confronti dell’Unione Europea.
Il modo in cui si “risparmieranno” decimali di PIL è il rinvio alla primavera delle due misure più costose, ovvero Quota 100 e reddito di cittadinanza.
I soldi sono meno dei 5 miliardi di cui aveva parlato Conte al tavolo con Juncker sabato sera, ma proprio per questo si immagina che siano frutto di una mediazione con la maggioranza e non il risultato di una fuga in avanti del premier.
Ma c’è una pista alternativa: ovvero rimanere al 2,4% ma spostare i soldi agli investimenti.
Si comincia a dire che sarà  a tempo, 18 mesi rinnovabili per altri 18, dopo aver superato una verifica intermedia. E che 3 mensilità  — 6 nel caso di una donna — andranno alle imprese che assumono il percettore di reddito.
Anche i requisiti sono oggetto di ripensamento. Il limite Isee, fissato a 9.360 euro, è molto generoso. Al punto che l’assegno può finire a famiglie anche con 20 mila euro di reddito, non ricche ma neanche del tutto bisognose. Ecco che si prova a rafforzare i paletti: il possesso o meno di una casa, i soldi in banca, altri patrimoni.
Anche i coefficienti che moltiplicano l’assegno base da 780 euro per un single con la casa in affitto — altrimenti 480 euro, se vive in casa di proprietà  — saranno rivisti.
Alla fine una famiglia di quattro persone con due figli minori intascherebbe 1.400 euro al massimo, anzichè 1.600.
Persino le tre offerte di lavoro — che la Lega vorrebbe ridurre a due — da proporre prima di revocare il reddito, se rifiutate, sono oggetto di una certosina ridefinizione. Tanto più perchè rappresentano l’unico discrimine tra una misura di pura assistenza e uno strumento di riattivazione.
Per quanto riguarda quota 100 le uscite del 2019 saranno dunque molto meno degli aventi diritto (330-340 mila, di cui 120 mila statali).
Ma nel 2020 il boom delle domande porterà  ad un eccesso di spesa tale che il governo potrebbe limitarle con le graduatorie. Un meccanismo a rubinetto che, seppur smentito, traspare dai numeri.
Lo ha spiegato il presidente Inps Tito Boeri: quota 100 è finanziata sempre con la stessa cifra, per tutti e tre gli anni della manovra (7 miliardi). Come fosse un esperimento valido solo nel 2019 e poi trascinato.
Ecco dunque che “finestre” e paletti agevolano la trattativa con l’Europa, ma minacciano i conti futuri.
Nel testo, in tempi non sospetti, il governo aveva già  inserito una sorta di “clausola di salvaguardia”che permette di spostare da reddito a pensioni (e viceversa) i risparmi ottenuti. Ma nel caso in cui da entrambe le riforme dovessero emergere risparmi, spiegava in maniera un po’ contorta il provvedimento, i minori costi avrebbero potuto essere dirottati alla riduzione del deficit.
Ma l’Europa ci casca o non ci casca?
Ora la questione è se a Bruxelles accetteranno o meno la proposta del governo italiano. Che per adesso è del tutto virtuale visto che il piano non è stato illustrato nell’incontro a cinque di domenica in cui erano presenti Conte, Tria, Moscovici, Dombrovskis e Juncker.
Il rischio, spiega oggi Marco Bresolin sulla Stampa, è che non basti:
Per quanto riguarda la «dimensione» del passo indietro, anche qui è difficile trovare qualcuno a Bruxelles che si sbilanci per dare una valutazione. Ma dalla Commissione sono sempre stati molto netti su questo fronte: la manovra comporta «una deviazione senza precedenti» dalle regole. Lo scostamento stimato rispetto alla «piena conformità » con il Patto di Stabilità  è pari all’1,8% del Pil.
Anche con tutta la flessibilità  e la buona volontà , diventerebbe veramente difficile per l’Ue accettare una correzione limitata allo 0,2% del deficit, che ridurrebbe soltanto minimamente il divario.
La distanza resta notevole e in più occasioni Moscovici aveva detto di non essere disposto a incontrarsi a metà  strada: è l’Italia dal suo punto di vista — che deve fare il passo più lungo. È anche vero, però, che — a fronte di un gesto di Roma — per la Commissione la vicenda diventerebbe più complicata da gestire sul fronte politico.
Certo, il punto di partenza della trattativa non sembra incoraggiante visti i sorrisi che la Merkel ha riservato alle frasi di Conte che raccontava come la Manovra del Popolo rivoluzionasse l’Italia.
Ma già  la scelta di Salvini e Di Maio dovrebbe cominciare a far riflettere chi immaginava un governo gialloverde pronto ad andare allo scontro all’arma bianca con Bruxelles.
§Mentre il professor Paolo Savona sembra battere sempre più in ritirata strategica sostenendo anche in pubblico le sue perplessità  nei confronti delle scelte di spesa del suo governo, l’argomento dell’uscita dall’euro sembra aver perso definitivamente tutti i suoi fans tra gli eletti della maggioranza.
Certo, molti si sono fatti eleggere proprio grazie a questa promessa. Ma questo ormai rischia di costituire soltanto non più di un dettaglio.

(da “NextQuotidiano”)

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IMPRESE, TRADITA LA PROMESSA DI MENO TASSE: CON LA MANOVRA AUMENTANO DEL 2,3%

Novembre 14th, 2018 Riccardo Fucile

DALLO SCAMBIO ACE-MINI IRES NE DERIVA UNA CRESCITA DELLA PRESSIONE FISCALE

Gli occhi sono puntati sul braccio di ferro con l’Europa e sulle misure di maggiore impatto, come le pensioni e il reddito di cittadinanza. Ma a ben guardare la legge di Bilancio, il settore delle imprese, nonostante le promesse di “meno tasse”, non ne esce bene affatto.
Di qui il malcontento della Confindustria e della Confapi, delle associazioni delle banche e delle assicurazioni.
La vera e propria sorpresa infatti, secondo quanto riferito dall’Istat durante l’audizione parlamentare di lunedì, è che per un terzo del mondo delle imprese le tasse aumenteranno del 2,1 per cento e solo il 7 per cento delle aziende sarà  avvantaggiato dalle nuove misure.
Senza contare che l’aggravio fiscale del prossimo anno, rispetto alla normativa vigente, sarà  maggiore per le imprese sotto i dieci dipendenti, cioè la parte più fragile, e spesso più combattiva, del nostro mondo produttivo.
La mini stangata fiscale sulle imprese dipende dal mix di interventi introdotti che prevede in primo luogo l’abolizione dell’Ace, cioè l'”aiuto alla crescita economica” che introduceva uno sconto fiscale finalizzato al rafforzamento del capitale delle aziende attraverso il reinvestimento degli utili.
L’Ace viene sostituita con la mini-Ires che si limita ad introdurre uno sconto del 15 per cento sugli utili reinvestiti in macchinari ma è meno efficace ai fini del rafforzamento patrimoniale.
Lo scambio Ace-mini Ires, oltre ad essere discutibile sul piano degli effetti sul profilo del sistema industriale, non conviene.
Il nuovo mix di imposte consente infatti un risparmio fiscale per le aziende dell’1,7 per cento; ma questo risparmio non compensa i vantaggi della ormai vecchia Ace che l’Istat valuta nel 2,1 per cento e dell’altra misura abolita dalla manovra, cioè il maxi ammortamento che avrebbe mantenuto per le imprese un vantaggio fiscale dell’1,5 per cento (misura ben considerata dalle aziende   perchè consentiva di spalmare il risparmio d’imposta lungo tutta la vita del un bene acquistato).
Al contrario per la proroga degli iperammortamenti per chi investe in alte tecnologie, prevista dalla “Finanziaria”, scontenta le imprese più grandi e con progetti di più ampio respiro.
Gli “iperammortamenti” rimangono infatti previsti nella attuale maggiorazione piena del 150% del costo deducibile dell’investimento solo per gli investimenti fino a 2,5 milioni di euro, per poi ridursi al 100% per gli investimenti tra 2,5 e 10 milioni di euro, al 50% per gli investimenti tra 10 e 20 milioni di euro, fino ad azzerarsi per gli investimenti oltre 20 milioni di euro.

(da agenzie)

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SALVE (PER ORA) LE PENSIONI D’ORO, SALTA IL TAGLIO IN MANOVRA, LA FLAT TAX DA 2 MILIARDI SI RIDUCE A 330 MILIONI

Ottobre 31st, 2018 Riccardo Fucile

NON CI SONO NEANCHE I 180 MILIONI CHIESTI DALLA RAGGI PER LE BUCHE DI ROMA

Il tanto agognato taglio alle pensioni d’oro – cavallo di battaglia dei 5 Stelle – nella manovra non c’è.
Fonti di governo spiegano a Huffpost che sarà  probabilmente un emendamento durante l’iter parlamentare a risolvere la questione. Ragionamento politico a parte, il dato di oggi è che il taglio è saltato.
Tra i motivi del rinvio, secondo quanto riferiscono le stesse fonti, ci sono ancora i rischi di incostituzionalità  delle norme.
Ma il taglio alle pensioni d’oro non è il solo grande assente tra le ultime novità  del testo definitivo, quello inviato al Quirinale con tanto di bollinatura della Ragioneria generale dello Stato. Saltano anche i soldi per coprire le buche di Roma e risorse imponenti sono sottratte all’apprendistato.
Pensioni d’oro, il taglio non c’è.
Non compare alcun accenno alla decurtazione degli assegni pensionistici “d’oro”. Le ultime indiscrezioni parlavano di un taglio a tre livelli: 6% tra 90 e 120mila euro, 12% tra 120 e 160mila euro, 18% oltre i 160mila euro.
La flat tax si assottiglia ancora: per il 2019 solo 330 milioni.
In principio erano 2 miliardi, ora la tassa piatta al 15% per i lavoratori autonomi (con giro d’affari fino 65mila euro) si riduce a briciole.
Nel 2019, infatti, si prevede una spesa di appena 330 milioni. Poi salirà  a 1,9 miliardi nel 2020, ma a regime – cioè in misura stabile – riscenderà  a 1,4 miliardi. Solo nel 2020 arriverà  l’aliquota al 20% per chi incassa tra i 65mila e i 100mila euro.
I risparmi da quota 100 e reddito di cittadinanza anche per contenere il deficit.
La versione definitiva conferma la creazione di due Fondi per dare vita alle misure più care a Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Confermato l’impianto delle ultime bozze con la compensazione tra i due Fondi che permetterà  di destinare risorse risparmiate in un ambito nell’altro.
Gli eventuali risparmi, però, potranno anche essere utilizzati per altri scopi: un riferimento alla possibilità  di rendere meno pesante il deficit, collocato al 2,4% nel 2019.
Vitalizi, la scure sulle Regioni si fa più pesante.
Passa dal 30% all’80% la percentuale del taglio dei trasferimenti alle Regioni e alle province autonome che lo Stato metterà  in campo se gli enti locali non procederanno ad adeguare le normative regionali in materia di vitalizi alle previsioni stabilite a livello nazionale.
Si procederà  al taglio dei trasferimenti se i vitalizi non saranno ridotti entro quattro mesi dall’entrata in vigore della legge di bilancio o “sei mesi qualora occorra procedere a modifiche statutarie”. I vitalizi da tagliare sono quelli di presidenti, assessori e consiglieri regionali.
Niente risorse per riparare le buche di Roma.
Lo stanziamento, pari a 180 milioni in tre anni (dal 2019 al 2021) era stato richiesto al Tesoro dal ministro dell’Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, su sollecitazione dell’amministrazione capitolina guidata da Virginia Raggi.
Nella versione definitiva della manovra scompaiono le risorse. Nello specifico, i tecnici del ministero avevano chiesto “l’erogazione diretta a Roma Capitale di 60 milioni per ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021” in considerazione “della particolare autonomia e del ruolo di Roma Capitale” a fronte di “una situazione manutentiva della viabilità  della città  che soffre di decenni di mancati interventi” e di una “situazione così grave da mettere a serio rischio la sicurezza della mobilità “. Nulla da fare.
Apprendistato depotenziato, tagli ai fondi per i contratti.
La legge di bilancio dello scorso anno aveva previsto fondi per gli incentivi al contratto di apprendistato pari a 5 milioni per il 2018, 15,8 milioni per il 2019 e 22 milioni per l’anno successivo. La manovra, ora, conferma lo stanziamento per l’anno scorso, ma riduce drasticamente a 5 milioni il contributo a partire dal 2019.
Stop al tavolo sul caporalato e alla tassa per la pesca sportiva.
Il tavolo per il contrasto del caporalato, che compariva nelle bozze precedenti, scompare dalla versione definitiva. Cancellata anche la tassa (da 10 a 100 euro) prevista inizialmente per la pesca sportiva.

(da “Huffingtonpost”)

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LO SCUDO FISCALE PER GLI EVASORI ALL’ESTERO E’ ANCORA NEL DECRETO LEGA-M5S, ALTRO CHE ELIMINATO

Ottobre 30th, 2018 Riccardo Fucile

I COMMERCIALISTI DENUNCIANO ANCHE IL CONDONO SULLE LITI TRIBUTARIE: SCONTI DELL’ 80%

Nel decreto c’è ancora lo scudo fiscale per gli evasori all’estero che sarebbe dovuto sparire.
Racconta oggi Luciano Cerasa sul Fatto:
Nell’articolo 9 e nella relazione illustrativa che lo accompagna, depositati in Commissione al Senato, si continua a sancire esplicitamente il divieto di esperire la procedura della dichiarazione integrativa per ottenere la definizione agevolata ai contribuenti “per l’emersione di attività  finanziarie e patrimoniali costituite o detenute fuori dal territorio dello Stato”.
Il diavolo però fa le pentole ma non i coperchi.
All’articolo 1, dove si prevede il condono di sanzioni e interessi per tutti i destinatari di un semplice processo verbale di constatazione rispunta effettivamente lo scudo sull’estero. Si possono regolarizzare le violazioni anche in materia di “imposta sul valore degli immobili all’estero e imposta sul valore delle attività  finanziarie all’estero”.
Nella relazione tecnica al decreto risultano contestate tra il 2013 e il 2018 una maggiore imposta Iva per 8 miliardi, un ‘imponibile di imposte dirette per 30 miliardi e un miliardo di ritenute. In genere, sottolinea il ministero dell’Economia, con gli accertamenti ordinari si riesce a ottenere la riscossione solo del 3,5% con un’adesione del 4% che determina un incasso di 600 milioni.
Ma secondo Eutekne.info , un quotidiano digitale dedicato ai commercialisti, il vero condono è quello sulle liti tributarie: prevede sconti dell’80% a chi ha vinto in secondo grado di giudizio nonostante l’Agenzia delle Entrate prevalga nel 68,2% dei ricorsi in Cassazione.

(da “NextQuotidiano”)

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ULTIME NOVITA’ SULLA MANOVRA, REDDITO DI CITTADINANZA E QUOTA 100 VERSO LO SLITTAMENTO

Ottobre 29th, 2018 Riccardo Fucile

SI DIVIDONO LE ASSUNZIONI CLIENTELARI COME NELLA PEGGIORE PRIMA REPUBBLICA

Assunzioni nella polizia penitenziaria e all’Ispettorato del lavoro che rappresentano una risposta dei 5 Stelle al piano di Matteo Salvini per potenziare le forze dell’ordine. E poi, ancora, la trasposizione nero su bianco della battaglia portata avanti da Luigi Di Maio e cioè la scure sull’editoria: dal 2020 salteranno contributi e sgravi tariffari.
Ci sono anche tagli imponenti – pari al 30% del totale – per quelle Regioni che non si adegueranno alle norme nazionali in materia di vitalizi entro sei mesi dall’entrata in vigore della manovra.
L’ultima bozza della legge di bilancio – la cui versione definitiva è attesa in Parlamento mercoledì con un ritardo di 11 giorni – contiene numerose novità . Soprattutto – e questo è un dato politico di peso – certifica che il reddito di cittadinanza e la quota 100 saranno spostati in due provvedimenti autonomi: avranno quindi un iter differente, con un timing più lungo rispetto a quello della manovra. Scenario, questo, che apre un punto interrogativo sull’effettiva data di entrata in vigore delle due misure più care a Salvini e Luigi Di Maio.
Confermate le risorse (9 miliardi per il reddito di cittadinanza, 6,7 per il superamento della Fornero che saliranno a 7 nel 2020) che confluiranno in due Fondi, compensabili tra di loro. Le due misure saranno assegnate ad “appositi provvedimenti normativi” (disegno di legge o decreto legge) e saranno esaminate dal Parlamento dopo la manovra, il cui iter finisce tradizionalmente a ridosso di Natale.
Giornali, radio e tv: saltano i contributi e gli sgravi tariffari
Dal 2020 saltano tutti gli sgravi tariffari previsti per quotidiani e periodici, emittenti radiofoniche e radiotelevisive. Le riduzioni erano previsti da quattro leggi (la 416 del 1981, la 67 del 1987, la 223 e la 250 del 1990). Saltano anche i contributi per le imprese editrici e radiotelevisive.
Le assunzioni “targate” M5S. Anche 55 super consulenti alla Consob gialloverde
A spiegare come le assunzioni all’Ispettorato del lavoro abbiano una matrice pentastellata è la dicitura che compare nell’articolo: “L’articolo è inserito come richiesto dal viceministro Castelli nell’incontro di stamattina”.
La dotazione organica dell’Ispettorato crescerà  con 300 nuove unità  dal 2019: altre 300 arriveranno nel 2020 e 400 dal 2021. Anche le risorse previste per i nuovi assunti nella polizia penitenziaria rimandano a una genesi grillina dato che questo comparto dipende dal ministero della Giustizia, guidato dal pentastellato Alfonso Bonafede.
Nell’ambito del piano per risarcire i risparmiatori colpiti dalle crisi bancarie spuntano “fino a 55 assunzioni” nella Consob.
Incarichi a tempo (dal 2019 al 2023) che avranno un costo complessivo – dal 2019 al 2021 – di 4,5 milioni per ogni anno. Il riflesso politico di questa norma è che questo processo di assunzioni sarà  gestito dal nuovo presidente dell’Autorità  che vigila sui mercati. Presidente che sarà  nominato da 5 Stelle e Lega.
La scure sulle Regioni. Tagli dei trasferimenti del 30% se non si adeguano sui vitalizi
Il tempo massimo è stato stabilito in 6 mesi dall’entrata in vigore della manovra: entro quel termine le Regioni dovranno adeguarsi alla normativa nazionale sui vitalizi, tagliando quelli del presidente e dei consiglieri. Se non lo faranno – spiega un articolo della bozza – subiranno un taglio dei trasferimenti in arrivo dallo Stato pari al 30% nel 2019. Salve, però, le risorse per sanità , trasporto pubblico locale e politiche sociali. Dal 2020 i trasferimenti saranno tagliati in modo lineare per un importo pari alla metà  delle somme destinate nel 2018 ai vitalizi.
Sterilizzazione parziale dell’aumento dell’Iva nel 2020-2021: aliquote fino a 11,5% e 24,5%
Confermata lo stop dell’aumento dell’Iva nel 2019. Arrivano, invece, i particolari di quella che sarà  solamente una sterilizzazione parziale per il 2020 e il 2021. Tra due anni l’aliquota agevolata passerà  dal 10 all’11,5% (non salirà , quindi, al 13%). Senza ulteriori interventi di sterilizzazione, l’aliquota ordinaria salirà  al 24,1% anzichè al 24,9% e dal 2021 al 24,5% anzichè al 25 per cento.
Scuola, colpo alla riforma di Renzi: stop all’ambito territoriale
Arriva una modifica di peso alla ‘Buona scuola’: stop all’ambito territoriale per la nomina dei docenti. La nomina avverrà  su istituto. I docenti nominati in base all’ambito territoriale – ora abolito – erano a discrezione dei cosiddetti presidi “sceriffi”.
Il Fondo per le vittime dei crac bancari ritorna a 1,5 miliardi (in 3 anni)
Ne era nato un giallo. L’ultima bozza pone rimedio alla quantificazione effettiva della risorse che saranno erogate nei confronti dei risparmiatori danneggiati dai fallimenti delle banche. Il Fondo destinato a questo scopo ammonterà  a 525 milioni l’anno per il triennio 2019-2021. Potranno accedervi gli azionisti di banche poste in liquidazione coatta amministrativa (come Veneto Banca e la Popolare di Vicenza) o in risoluzione (come Etruria, Carife, Banca Marche e CariChieti) che hanno subito un “danno ingiusto”. Il risarcimento sarà  pari al 30%, nel limite massimo di 100mila euro. Corsia preferenziale per chi ha un Isee sotto i 35mila euro.
Limiti per accedere alla cedolare secca sugli affitti
Cedolare secca sugli affitti di immobili commerciali, ma con paletti. La nuova tassazione al 21%, si applicherà  infatti agli immobili nella categoria catastale C1 di “superficie fino a 600 mq, escluse le pertinenze”. Rimane anche il paletto dei nuovi contratti: non si potrà  applicare la cedolare se risulteranno al 15 ottobre 2018 contratti non scaduti ma interrotti anticipatamente rispetto alla scadenza naturale per gli stessi immobili.
Più risorse per i rinnovi dei contratti nella P.a.
Il Governo stanzia 4,2 miliardi per il prossimo triennio in favore del rinnovo dei contratti della Pubblica amministrazione. Per i miglioramenti economici del personale statale in regime di diritto pubblico – si legge – sono stanziati 1,1 miliardi per il 2019, 1,425 nel 2020 e 1,775 miliardi nel 2020. Le risorse aumentano rispetto alla bozza precedente.
Flat tax al 15% per i professori che fanno ripetizioni e lezioni private
Alleggerimento fiscale per gli insegnanti che svolgono lezioni private o ripetizioni: le somme che incasseranno da questo lavoro saranno soggette a un’imposta del 15 per cento e non più, quindi, alle aliquote dell’Irpef, che sono in media più alte. Le norme entreranno in vigore nel 2019 e potranno beneficiare dello sconto tutti i titolari di cattedre “nelle scuole di ogni ordine e grado”. La riduzione fiscale, tuttavia, si va a inserire in un ambito dove prevale il pagamento in nero.

(da agenzie)

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M5S SI SPACCA SUL DECRETO FISCALE

Ottobre 26th, 2018 Riccardo Fucile

RUOCCO E LANNUTTI GUIDANO LA FRONDA: “DEVE ESSERE CAMBIATO IN BASE AI VALORI DEL M5S, MOLTE DISPOSIZIONI SONO CONTRARIE AI NOSTRI PRINCIPI”

“Il decreto fiscale dovrà  essere modificato rispettando i principi ispiratori del Movimento 5 Stelle. Molte delle disposizioni del provvedimento all’esame del Senato sono contrarie ai nostri valori” che sono invece “duri ed intransigenti nel contrasto alle pratiche evasive ed elusive soprattutto dei soggetti che reiterano condotte dannose per la società , frodando l’erario”.
Così la presidente della Commissione Finanze della Camera Carla Ruocco e il senatore, componente della Finanze al Senato, Elio Lannutti.
Il M5S, ricordano il senatore e la deputata, “da sempre si batte per un fisco equo, semplice, non vessatorio con gli onesti ed i piccoli contribuenti in difficoltà  e, d’altro canto, duro ed intransigente nel contrasto alle pratiche evasive ed elusive soprattutto dei soggetti che reiterano condotte dannose per la società , frodando l’erario”.

(da “Huffingtonpost”)

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MANOVRA CON KIT DI PRONTO INTERVENTO

Ottobre 23rd, 2018 Riccardo Fucile

SE LO SPREAD VA FUORI CONTROLLO, IL GOVERNO POTREBBE DILUIRE NEL TEMPO REDDITO DI CITTADINANZA E QUOTA 100

Il governo – spiegano alcune fonti di primo livello – spera di non doverla mai utilizzare perchè significherebbe certificare un fallimento, che a sua volta implicherebbe una correzione in corsa dolorosa in termini di equilibri interni e soprattutto di consenso elettorale.
Ma l’auspicio è un fattore fragilissimo, che non conta, perchè se il paziente Italia avrà  bisogno della valigetta del pronto intervento lo decideranno altri, i mercati più che Bruxelles.
Nella strategia di opportunismo politico messa in campo con la lettera sulla manovra inviata dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria, alla Commissione europea, c’è spazio anche per l’ipotesi peggiore, quella di un debito e di un deficit fuori controllo in caso di dèbà¢cle della strategia basata sulla super crescita.
“Pronti a intervenire adottando tutte le misure necessarie” per non sforare la già  larga cornice del deficit al 2,4%, rassicura la missiva. Prove tecniche per il defibrillatore.
La strada principale resta quella evidenziata, con più passaggi, nella stessa lettera spedita a Bruxelles: non rigettare le regole europee, instaurare un dialogo il più lungo possibile, ribadire che l’Italia è dentro l’Europa e l’eurozona.
Linea dell’opportunismo politico, si diceva, che si sostanzia anche di un impegno importante e cioè la rivisitazione dell’impianto della manovra qualora il piano dell’esecutivo dovesse incepparsi. Matteo Salvini la chiama “ruota di scorta”, il premier Giuseppe Conte già  rivela quale sarà  uno degli strumenti della valigetta, cioè i tagli di spesa.
È uno scenario che il governo vuole allontanare il più possibile e infatti si punta a strappare il maggiore tempo possibile dalla trattativa con l’Europa, scavallando quantomeno la finestra temporale strategica, per Salvini e Di Maio, delle elezioni europee a maggio.
Ma è un quadro con cui si sta facendo necessariamente i conti già  da oggi. Perchè c’è una convinzione nel governo e una fonte dell’esecutivo la sintetizza così a Huffpost: “A bocce ferme il governo conta di portare avanti questa manovra per tutto il 2018 senza correzioni, ma se poi sui mercati arriva il terremoto è evidente che dovremmo intervenire”.
Sono parole che spiegano bene la fragilità  della rassicurazione che Tria, per conto di Conte, Di Maio e Salvini, ha dato a Bruxelles. Chi deciderà  se la valigetta del pronto intervento dovrà  aprirsi saranno i mercati. E il governo italiano non potrà  opporsi.
Preso atto di chi ha in mano la valigetta, l’esecutivo attende alla porta per capire se e soprattutto dovrà  essere utilizzata.
Gli umori dei mercati sono il primo e più importante elemento che determinerà  la possibilità  o meno della comparsa dello scenario meno auspicato.
Venerdì c’è il giudizio sul debito sovrano da parte dell’agenzia di rating Standard & Poor’s, forse già  domani o comunque in settimana la probabile bocciatura della manovra da parte di Bruxelles.
Il ragionamento che sta prendendo piede nelle stanze del governo è capire fino a che punto si reggerà  l’eventuale tsunami sui mercati.
Qui si inserisce l’auspicio che un dialogo diluito con l’Europa possa allungare i tempi almeno fino all’inizio del 2019: se Bruxelles deciderà  per la procedura d’infrazione c’è la carta dell’Europa matrigna da esibire durante la campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo.
Un’eventuale manovra correttiva, quindi, scavallerebbe a dopo l’estate. Ma è un’ipotesi perchè appunto l’impatto di un nuovo schizzo dello spread non è attualmente quantificabile.
Se si prescinde dai mercati, il governo pensa di tirare fino alla prossima manovra, quella dell’autunno 2019, senza correzioni.
Questo, ovviamente, in un quadro in cui la trattativa con Bruxelles sul 2,4% arrivi all’estate magari con una conclusione – appunto l’apertura della procedura d’infrazione – ma senza la messa in atto della manovra correttiva. Un orientamento che il governo punta a seguire anche aprendo alla possibilità  di diluire le misure chiave della manovra, cioè il reddito di cittadinanza e la quota 100 per i pensionamenti anticipati.
“Ci può essere una rimodulazione delle misure previste”, ha detto Salvini di fronte alla possibilità  di una patrimoniale o di nuove tasse per riequilibrare i numeri della legge di bilancio.
Alcune fonti di governo spiegano che l’impatto sul deficit potrebbe diminuire – e quindi non incidere sul limite del 2,4% – proprio per il fatto che le stesse misure entreranno in azione molto probabilmente in primavera.
Questo ragionamento ha però un rovescio della medaglia poco rassicurante, che è altrettanto ben strutturato: posticipare le misure significa ridurre l’impatto positivo che il governo pensa di dare al Pil proprio dagli interventi programmati.
Sono equilibrismi tra vantaggi e svantaggi, ma che quantomeno – è il ragionamento – tengono la linea della manovra autosufficiente.
Di certo non tengono conto delle nuove stime che arrivano dai tecnici: per l’Ufficio parlamentare di bilancio e per il Centro studi di Confindustria altro che crescita all’1,5%, come previsto nella Nota di aggiornamento al Def dal governo. La crescita “si sta assottigliando” e va incontro a un “progressivo indebolimento”.
Se salta la super crescita salta la strategia dell’abbassamento del deficit e del debito. E rispunta la valigetta del pronto intervento.
Dentro, ad oggi, c’è una via impervia, di difficile attuazione e soprattutto foriera di malumori nel governo, cioè tra i ministeri, e nei bacini elettorali di riferimento: i tagli di spesa. Potrebbero non bastare. Allora sì che la medicina potrebbe essere ancora più amara da mandare giù.

(da “Huffingtonpost”)

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