Febbraio 6th, 2011 Riccardo Fucile
TASSE DI SOGGIORNO PER I TURISTI, AUMENTI IRPEF AI LAVORATORI DIPENDENTI, IMPOSTE PER I COMMERCIANTI, INCERTEZZA SULLE RISORSE…NELLA LEGGE PATACCA DELLA LEGA NESSUNA RIVOLUZIONE, SCONTI SOLO A I PIU’ RICCHI
Adesso potrebbe essere questione di un mese. 
Se tutto andasse nel modo più favorevole al governo, cioè se non ci fossero ulteriori intoppi, il decreto legislativo sul federalismo municipale potrebbe anche essere approvato in via definitiva dall’esecutivo in poco più di trenta giorni.
È questo il tempo previsto dalla legge delega 42 del 2009 per un dibattito parlamentare necessario nel caso in cui il governo voglia comunque approvare un decreto su cui gli organi parlamentari abbiano dato un parere negativo.
Che è quello che è successo due giorni fa nella Commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale (composta da 15 deputati e 15 senatori).
Anche nell’ipotesi che questo pezzo di federalismo, che riguarda le imposte gestite dai Comuni, diventi operativo, non ci sarà alcuna rivoluzione autonomista, non sarà la svolta promessa dalla Lega Nord ai suoi elettori, o lo strumento per raddrizzare “l’albero storto della finanza pubblica” annunciato dal ministro Giulio Tremonti.
Semplicemente un altro po’ del carico fiscale si sposterà dai titolari di rendite (immobiliari) al lavoro dipendente, con grandi incertezze per i conti dello Stato e dei Comuni stessi.
Abbiamo chiesto al professor Alberto Zanardi, ordinario di Scienza delle finanze all’Università di Bologna, di spiegare cosa cambierà in concreto per i contribuenti e per i Comuni con le principali novità del federalismo municipale.
Qui sotto le sue risposte.
Cedolare secca: risparmi per privilegiati
Riguarda la tassazione del reddito derivante da un immobile affittato.
Per il contribuente il passaggio dall’Irpef alla cedolare secca con aliquota del 19 o 21 è opzionale, si può scegliere la soluzione.
Lo sconto potenziale sulle imposte dovute è più rilevante per i contribuenti con un più alto reddito complessivo ed è indifferente per i redditi più bassi, che continueranno a scegliere l’Irpef.
I comuni oggi ricevono circa 11 miliardi di trasferimenti. Ora al posto dei trasferimenti ci sono tributi devoluti e compartecipazioni.
Tra questi la cedolare. Ma nella valutazione della ragioneria questa garantisce parità di gettito soltanto se emerge molto reddito ora sommerso. C’è quindi un problema di incertezza.
Addizionali Irpef: colpiti sempre i dipendenti
Per i Comuni si ritorna alla normalità : si passa dal blocco della possibilità di variazione delle aliquote Irpef a restituire le leve fiscali ai sindaci per aumentare, se ne hanno bisogno, il gettito.
Ma se c’è una riduzione delle dotazioni dello Stato ai Comuni ci sarà una tendenza a usare questa leva, massimo per lo 0,4 per cento (con aumenti massimi dello 0,2 per cento annuo).
Per i cittadini c’è il rischio di un aumento del peso di un tributo come l’Irpef che di fatto colpisce quasi solo dipendenti e pensionati.
Sarebbe stato meglio riattivare l’Ici, per ripartire il peso tra lavoratori e percettori di rendite.
Scopo e turismo: 5 euro a notte e più infrastrutture
L’imposta di soggiorno e quella di scopo sono un’altra leva data ai Comuni, ma ancora non sono specificati i dettagli sul loro funzionamento.
L’imposta di soggiorno attribuita ai Comuni capoluogo e a quelli turistici viene caricata sul prezzo di ogni notte di soggiorno, fino a un massimo di cinque euro.
Il gettito che deriva dall’imposta deve essere utilizzato per finanziare spese collegate ai Beni culturali e questo è utile, perchè i turisti producono reddito ma comportano costi.
La tassa di scopo esisteva già , ma viene ampliata.
Si tassano i cittadini spiegando che l’imposta serve per costruire un ponte, un’infrastruttura. Si allarga la tipologia di opere pubbliche finanziabili ma mancano ancora i dettagli.
Imposta municipale: più tasse per i commercianti
L’Imu (Imposta municipale unica) scatta dal 2014. Per i Comuni c’è l’incertezza che la nuova imposta garantisca lo stesso gettito delle imposte che accorpa.
Cioè, all’85 per cento, l’Ici sulle seconde case e gli immobili commerciali. Cambia l’aliquota, stabilita allo 0,76 per cento, al di sopra del livello attuale che in media è lo 0,5 per cento.
La ragione per cui aumenta è che su una parte dei redditi immobiliari gravano delle imposte dirette come l’Irpef.
Si trasforma un’imposta sui redditi in una patrimoniale.
Questa aliquota, secondo la relazione tecnica, dovrebbe generare parità di gettito. Per i Comuni comporta un limite all’intervento sulle aliquote, quindi minore autonomia.
Per le imprese non si realizza la cancellazione dell’Irpef: continuano a pagarlo per gli immobili che usano per il loro lavoro.
C’è quindi uno spostamento del carico fiscale a sfavore dei lavoratori autonomi, delle imprese e delle società di capitale che percepiscono redditi fondiari.
Fondo perequazione: chi ha avuto, ha avuto
È il vero elemento mancante del sistema.
Dovrebbe sopperire alla diversa distribuzione delle imposte tra i diversi comuni, in modo da garantire ai Comuni di finanziare i fabbisogni standard delle loro funzioni.
Cioè per i servizi fondamentali come gli asili nido, i trasporti pubblici locali, l’assistenza agli anziani.
Ci saranno Comuni molto dotati perchè hanno molte seconde case immobili commerciali, altri che non hanno questa fortuna.
I Comuni dove ci sono tante prime case, sulle quali non si paga alcuna imposta, avranno relativamente poche entrate.
Ci si aspettava un decreto legislativo che specificasse le fonti di finanziamento e le modalità di riparto di questo fondo a cominciare dalle direttive della legge delega.
Invece non è specificato come si finanzia e come usa le risorse. Il problema è stato semplicemente rimandato, pericolosamente, visto che siamo vicini alla scadenza della delega (a maggio).
Quindi non si sa quali saranno le risorse complessive a disposizione dei Comuni.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 9th, 2011 Riccardo Fucile
I MAGGIORI RIALZI IN LIGURIA, A NAPOLI RINCARI SULLA TANGENZIALE E SULL’AUTOSTRADA PER SALERNO… AUMENTO DEI PREZZI DEI PARCHEGGI A BOLOGNA, BIGLIETTI PIU’ CARI A PALERMO….”NON TOCCHEREMO LE TASCHE DEGLI ITALIANI”
La Finanziaria non è un’entità astratta: pesa sulla vita dei cittadini e sugli spostamenti
che ogni giorno devono affrontare per vivere, lavorare, divertirsi. Dalle tariffe per i parcheggi al costo dei biglietti dell’autobus e della metropolitana, dai pedaggi autostradali ai treni locali: sono queste le voci dei bilanci familiari sulle quali i Comuni decidono di intervenire quando – visto il taglio dei trasferimenti – si vedono costretti a fare cassa.
La manovra, quando passa dal “nazionale” al “locale”, fa sosta davanti ai pendolari.
Da Milano a Palermo sono loro i primi a risentire della stretta.
In molti casi, sono chiamati a sostenere veri e propri aumenti di prezzo. L’elenco è lungo.
Si comincia con il più 25 per cento in più sul biglietto dell’autobus che i cittadini di Genova saranno chiamati a versare dal primo febbraio: passerà da 1 euro a 1,50 euro, e diventerà il più caro d’Italia.
Ora la palma spetta a Palermo con 1,30 euro: al momento la capitale siciliana non toccherà il prezzo del singolo biglietto, ma ha già aggiornato quello del carnet da venti.
Anche Bari alza il tiro: da Capodanno per il bus si pagano 90 centesimi al posto dei “vecchi” 80.
A rincarare ci sta pensando anche il comune di Bologna che si prepara a applicare un balzello del 20 per cento sugli autobus e sui parcheggi in centro.
C’è chi non pratica aumenti, ma taglia le corse (come Firenze che ha deciso di ridurle del 10 per cento spingendo i sindacati verso uno sciopero in difesa dei posti di lavoro); e chi – viste le imminenti amministrative – pensa sì ai rincari, ma li mette in programma per l’estate.
E’ il caso di Torino, che in primavera voterà il nuovo sindaco e che già sta studiando aumenti da applicare a partire da luglio.
E se il caro benzina penalizza chi preferisce spostarsi con l’auto, la stangata non risparmia nemmeno chi viaggia in treno.
Trenitalia Le-Nord società coordinata dalla regione Lombardia, aumenterà i biglietti in due tranche per un totale del 20 per cento.
I treni della Liguria rincareranno del 25.
Napoli penalizza chi viaggia in auto (più 25 per cento oltre i 30 km per chi usa la A3 Napoli-Salerno; più 3,8 per la Tangenziale), ma anche i pendolari del servizio pubblico.
L’unica città che non programma aumenti – “a meno che la qualità del servizio non migliori ” ha detto il sindaco – è Roma.
Il caso Parentopoli invita a passare la mano.
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Gennaio 7th, 2011 Riccardo Fucile
UN COLPO ALLA FICTION CHE IL PREMIER CERCAVA DI IMBONIRE… UNA DOCCIA FREDDA PER CHI PENSAVA DI IMBASTIRE UNA AZIONE PROPAGANDISTICA SFUGGENDO AI PROBLEMI REALI DEL PAESE
C’è poco spazio per l’ottimismo, nell’analisi del ministro dell’Economia sulla crisi globale. 
Poco spazio per i sorrisi e per le rassicurazioni, tanto utili in un clima di perenne campagna elettorale quanto pericolosi per affrontare i tornanti della storia.
Dice Tremonti: «È come vivere in un videogame, compare un mostro, lo combatti, lo vinci, ti rilassi e subito spunta un altro mostro più forte del primo».
E dato che — spiega — si è utilizzato il denaro pubblico «per salvare con le banche anche la speculazione», adesso il risultato è che «siamo tornati quasi al punto di partenza».
Nuovi mostri, nuovi livelli, nuove sfide. Insomma, la crisi non è finita.
Anzi.
E allora l’unica via per non finire “game over”, è l’assunzione di responsabilità , il realismo. E forse anche il sacrificio.
“Lacrime e sangue”, avrebbe detto Churchill.
Non certo “ghe pensi mi”.
E non a caso Tremonti cita Winston Churchill chiedendo «che l’Europa risorga». Perchè «se si guarda al futuro geopolitico è evidente che la competizione è tra continenti» e dunque l’Europa deve riscoprire un ruolo nel suo insieme.
«La crisi – continua il ministro – ha mantenuto i confini politici ma non ha mantenuto i confini economici e il rischio è senza confini».
È questo, in effetti, l’unico modo per uscire da una crisi globale che non risparmierà velenosi colpi di coda.
È questo l’unico atteggiamento possibile davanti a una tempesta che non si dissolve con un sorriso o con un po’ di ottimismo a buon prezzo.
Poca presunzione e molta prudenza.
«Si dice che va tutto bene, ma ne siamo proprio sicuri?», si chiede dunque Tremonti. E ha ragione.
Però viene un dubbio, a pensarci bene: che ne pensa di tutto questo Silvio Berlusconi, per il quale la crisi (che non ha toccato l’Italia) è ormai quasi del tutto alle nostre spalle?
Adolfo Urso, coordinatore nazionale di Futuro e libertà , commenta così le parole del ministro: «una doccia fredda per chi pensava di imbastire un’azione meramente propagandistica sfuggendo ai reali problemi del paese», un colpo alla «fiction che il premier cercava di imbonire».
E allora, chissà che dopo la “doccia fredda” dalle parti del partito del predellino non incominci a serpeggiare un po’ di insofferenza nei confronti di questo “controcanto” tremontiano…
Federico Brusadelli
Farefuturoweb
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Gennaio 5th, 2011 Riccardo Fucile
SI CHIAMA MARCO MILANESI, E’ IL CONSIGLIERE POLITICO E L’UOMO DI FIDUCIA DEL MINISTRO: UNA CARRIERA ILLUMINATA DA PROMOZIONI ALL’OMBRA DI TREMONTI… DEPUTATO E VICECOORDINATORE DELLA CAMPANIA, ACCANTO A COSENTINO, ORA E’ FINITO INDAGATO PER CORRUZIONE
Brillante, affidabile, capace di difendere le sue opinioni anche di fronte ai superiori.
Chi ha conosciuto Marco Milanese quando era ufficiale della Guardia di Finanza, lo ricorda così.
Se per far colpo sul comandante era necessario un taglio di capelli scolpito, il più militaresco possibile, lui non si sentiva obbligato ad andare dal barbiere.
“Non era un tipo servile e questo le persone intelligenti lo apprezzavano”, raccontano.
A dispetto delle qualità che gli vengono attribuite da chi ha lavorato insieme a lui, Milanese, 51 anni, è l’uomo che oggi mette in imbarazzo Giulio Tremonti. Giovedì 23 dicembre il ministro dell’Economia è stato ascoltato a Roma come testimone dai magistrati napoletani che indagano su una truffa da decine di milioni di euro, che ha già portato a dodici arresti.
E che ha coinvolto Milanese, consigliere politico e uomo di fiducia del ministro, indagato per corruzione per una serie di sontuosi regali che avrebbe ricevuto – ma che lui nega – da Paolo Viscione, 68 anni, l’avvocato accusato di aver organizzato la truffa, assieme al figlio Vincenzo.
Poco conosciuto al grande pubblico, Milanese è uno dei rari personaggi capaci di ritagliarsi un ruolo da protagonista al fianco di Tremonti.
Secondo nella squadra del ministro solo al capo di gabinetto Vincenzo Fortunato, nel giro di pochi anni ha saputo passare dai ranghi della Guardia di Finanza al parlamento, dov’è deputato dal 2008.
Inanellando poi una serie di incarichi assegnati da Tremonti, alla Rai e nella nascitura Banca del Sud, ma anche alla Camera e nel Popolo della Libertà , dov’è arrivato a fare da vice coordinatore per la Campania, al fianco del discusso ex sottosegretario Nicola Cosentino, nei confronti del quale lui non ha mai fatto mancare parole di sostegno: “Esprimo incondizionata solidarietà all’amico Nicola”, disse nel settembre 2008, quando infuriavano le polemiche sulle accuse di contiguità con la malavita.
Un politico in ascesa, insomma, sicuro di sè, la cui vicinanza a Tremonti trasforma l’inchiesta napoletana in un affare delicato: se nell’operato di Milanese venissero trovate ombre, a tradire il ministro sarebbe stato uno dei suoi; se invece le accuse si rivelassero vuote, sarebbe forte il sospetto che dietro la fuga di notizie – a oggi la posizione di Milanese è coperta dal massimo riserbo da parte della magistratura – ci sia un regolamento di conti.
Per intuire chi è l’uomo capace di dare del tu a Tremonti e, nel contempo, di intrattenere rapporti con Paolo Viscione – “un mio compaesano di Cervinara, provincia di Avellino”, come l’ha definito lui – bisogna tornare all’inizio della parabola di Milanese.
Da Cervinara, al confine fra Irpinia e beneventano, vengono i genitori.
Le cronache dicono che papà Raffaele avrebbe costruito mezzo paese. Stando alle carte, però, l’impresa di cui era titolare – la Appia Shopping Center Immobiliare – naviga in brutte acque da tempo, avendo traversato varie procedure fallimentari.
Milanese figlio, nato lontano dai luoghi di famiglia, a Milano, trova invece la sua strada all’Accademia della Guardia di Finanza, dove nei primi anni Ottanta è compagno di Dario Romagnoli, che diventerà poi socio dello studio di commercialisti fondato da Tremonti.
Romagnoli è uno studente capace, alla fine del corso si classifica al primo posto su 67 partecipanti. Milanese termina al 27esimo posto.
La svolta nella carriera arriva a fine 2001, quando Tremonti è ministro dell’Economia e cerca un ufficiale per fargli da aiutante di campo, una specie di segretario particolare.
Serve discrezione, occorre uno in grado di tenere la bocca chiusa sugli incontri riservati del ministro. Ed è lecito immaginare che, per valutare o magari per segnalare la candidatura di Milanese, Tremonti abbia chiesto un parere al suo vecchio compagno di studi Romagnoli.
Fatto sta che l’ufficiale ottiene il prezioso posto e dà il via alla scalata.
Già nel 2003 diventa capo della segreteria del ministro, dove sembra in grado nel giro di pochissimo tempo di far pesare la sua posizione: l’eterno antagonista di Tremonti, Vincenzo Visco del Pd, lo accusa di aver favorito la nomina di un parente, Alessio Vaccariello, prima come direttore aggiunto dell’Agenzia delle Entrate in Lombardia, poi direttore in Veneto.
Fatto sta che, messo a riposo dal governo Prodi, Vaccariello rientra in pista nel 2008, quando – tornati Tremonti e Milanese – ottiene la presidenza di tre società di Equitalia.
La sua personalissima miniera d’oro, però, Milanese sembra averla trovata alla Scuola di Formazione del ministero delle Finanze, dove comincia a insegnare con Tremonti ministro.
Un ruolo che gli frutterà in seguito alcune critiche ma anche, proprio quando l’Università taglia a tutto spiano, di strappare per legge un titolo accademico.
Le critiche arrivano dalla Corte dei Conti che, nel 2008, in un’analisi sulla gestione negli anni dal 2001 al 2006, accusa la scuola di aver assegnato troppi incarichi ai collaboratori più stretti del ministro, prestando “scarsa attenzione ai profili di incompatibilità dei docenti”, causando un’eccessiva “lievitazione dei compensi” e assegnando “obiettivi tanto indeterminati quanto improbabili”.
Il titolo accademico, invece, gli giunge grazie a una legge dell’agosto 2008, che permette a lui e ad altri uomini di fiducia di Tremonti – tutti docenti alla Scuola – di acquisire il titolo di professore ordinario, che Milanese esibisce nella sua biografia.
In effetti, nelle pieghe delle normative tremontiane, qualche dettaglio utile a Milanese ogni tanto scappa.
È il caso, ad esempio, del decreto Milleproroghe 2009, che concede ai docenti militari distaccati presso la Scuola che decidono di rientrare nel corpo militare di ottenere le stesse promozioni attribuite “al primo dei militari promossi che lo seguiva nel ruolo di provenienza”.
Il colonnello in congedo Milanese, dunque, se volesse indossare ancora la divisa, potrebbe diventare generale, a dispetto degli anni passati sui banchi parlamentari in servizio per il Pdl.
A patto che, da Napoli, non giungano cattive notizie.
Claudio Pappaianni e Luca Piana
(da “L’Espresso“)
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Dicembre 27th, 2010 Riccardo Fucile
LETTERA DELL’EURODEPUTATO SONIA ALFANO E DI GIULIO CAVALLI E SU INTERNET PARTE IL SONDAGGIO DI MICROMEGA CHE ACCUSA DI PIETRO… IL PRESIDENTE CONTRATTACCA: “VUOLE IL MIO POSTO”
E’ stato un Natale non proprio tranquillo per l’Italia dei valori. 
Dopo le improvvise “conversioni” dei deputati Domenico Scilipoti e Antonio Razzi, già antiberlusconiani di ferro che poi hanno votato la fiducia a Berlusconi lo scorso 14 dicembre, era inevitabile che sul banco degli imputati finisse nuovamente la gestione del padre-padrone del partito, quello cioè che aveva redatto le liste, Antonio Di Pietro.
Un’occasione servita sul piatto d’argento per il maggior competitor interno dell’Idv, Luigi De Magistris.
Che insieme a Sonia Alfano e Giulio Cavalli aveva scritto una lettera, durissima, all’ex pm.
Lettera presa non bene da Di Pietro che ha risposto attraverso un video pubblicato su internet.
La lettera a Di Pietro citava Enrico Berlinguer: “Nell’Idv oggi c’è una spinosa e scottante questione morale, che va affrontata con urgenza, prima che la stessa travolga questo partito. Senza rese dei conti e senza pubbliche faide, crediamo che mai come adesso il presidente debba reagire duramente e con fermezza alla deriva verso cui questo partito sta andando per colpa di alcuni”. Poi De Magistris e compagni rilanciavano “la necessità di una brusca virata” chiedendo a Di Pietro “di rimanere indifferente al mal di mare che questa provocherà in chi un cambiamento non lo vuole. In chi spera che l’Idv torni un partito del 4% per poterlo amministrare come meglio crede. Gente che non ha più alcun contatto con la base e rimane chiusa nelle stanze del potere, cosciente che senza questa legge elettorale mai sarebbe arrivata in Parlamento e che se questa cambiasse mai più ci tornerebbe”.
Prima il capogruppo alla Camera Massimo Donadi aveva parlato di “pugnalata alle spalle”.
Dopo la risposta dell’ex pm di Mani Pulite, che ha sì fatto mea culpa, ma poi ha contrattaccato: “Chi critica non ha sempre ragione. A volte chi critica è interessato a prendere lui stesso il posto di chi viene criticato”.
Un modo insomma per ribadire la leadership e allontanare le pretese dell’eurodeputato: “Voglio rassicurare tutti sul fatto che c’è un impegno preciso del partito per una militanza trasparente del quale parleremo in un esecutivo nazionale a gennaio”.
Il sondaggio di MicroMega: la rivista diretta da Paolo Flores d’Arcais, sempre attenta ai temi e alle vicende dipietriste, è tornata a parlare della gestione dell’Idv e ha lanciato un sondaggio sul proprio sito.
Risultato: l’80% dei lettori opta per due delle quattro opzioni possibili che più o meno puntano il dito contro Di Pietro.
Che i cavalli su cui di volta in volta ha puntato Di Pietro si siano spesso rivelati inaffidabili non è una novità .
In passato ci fu Valerio Carrara: venne eletto con l’Idv al Senato e, veloce come un lampo, il primo giorno di legislatura passò col centrodestra.
Poi Sergio De Gregorio, uno di quelli che fece cadere il secondo governo Prodi.
Poi Pino Arlacchi. Poi Americo Porfidia.
Tutti ri-finiti a vario titolo con Berlusconi. Infine Scilipoti e Razzi.
Senza dimenticare che dei 29 eletti alla Camera nel 2008 con l’Idv ben sette se ne sono andati, direzione gruppo misto (a parte uno, Touadi, finito nel Pd). Per un movimento che fa della durissima opposizione al premier la propria ragion d’essere, non è il massimo.
In mezzo a questo marasma ci sono i sondaggi che arrivano sul tavolo dell’ex pm. E non fanno presagire nulla di buono.
Praticamente tutti gli istituti dicono che Sinistra Ecologia e Libertà è diventato il secondo partito di un ipotetico Nuovo Ulivo, con picchi dell’8%.
La flessione dell’Idv è evidente e le ultime vicende non hanno certamente fatto bene: il partito viaggia tra il 4,5 e il 7%.
Segno che secondo l’opinione pubblica l’alternativa a sinistra del Pd, in questo momento, non è più quella rappresentata da di Di Pietro.
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Dicembre 23rd, 2010 Riccardo Fucile
ALTRA DECISIONE DEL PARTITO DEGLI ACCATTONI, GIUDICATA “MIOPE” DAGLI ALBERGATORI: DOPO I DEPUTATI ORA SI ARRIVA AD “ACQUISIRE” ANCHE LA MONETINA COME OBOLO ALLA CAUSA…E SILVIO, IL COMMEDIANTE, DICE: “E’ STATA MESSA ALLE MIE SPALLE, NON NE SAPEVO NULLA”… MA ORA CHE LO SA PERCHE’ NON L’HA FATTA TOGLIERE?
È arrivato verso le tre di notte il via libera definitivo dell’Assemblea capitolina al
regolamento che disciplina la nuova tassa di soggiorno a Roma.
Il contributo dovrà essere versato da ogni turista che pernotti nella capitale, ma anche dai non residenti che accedono agli stabilimenti di Ostia o prendono un bus sightseeing o un battello sul Tevere.
La tariffa giornaliera va dai tre euro a notte negli alberghi a quattro o cinque stelle a un euro per i campeggi.
Un emendamento al testo originario approvato in nottata introduce l’esenzione per i bambini fino a dieci anni.
Secondo le valutazioni del Campidoglio, che lo scorso 28 luglio ha approvato l’introduzione «di un contributo di soggiorno sui servizi turistici della città », la tassa di soggiorno permetterebbe di incassare 82 milioni di euro, risorse già formalmente quantificate e inserite nella manovra di bilancio previsionale 2011.
Il vicesindaco della capitale Mauro Cutrufo ha precisato: «Il contributo di soggiorno è stato approvato dopo un’ampia concertazione durata diversi mesi, a fine luglio. Dai 10 euro al giorno previsti, come si ricorderà dalla legge nazionale, come ipotesi massima siamo a uno, due o tre euro. Il Consiglio Comunale sta lavorando per migliorare il provvedimento, con particolare attenzione ai giovani, ai parenti degli infermi in visita a questi nella Capitale, agli studenti e, come già detto, con netta distinzione tra categorie. La legge è una legge dello Stato, mentre il regolamento e la delibera comunale possono essere in futuro, dopo il primo anno di esperienza ove possibile, migliorate. Roma è visitata da un numero pari alla somma dei visitatori di Firenze e Venezia insieme. Un piccolo contributo per i costi dei servizi alla città ci sembra opportuno».
La misura di cui si parla da mesi è stata criticata dalle associazioni di categoria, in particolare quelle degli albergatori.
Durante un incontro con Federalberghi il premier Berlusconi aveva detto: «La tassa di soggiorno sarà presa solo come decisione finale dopo un approfondito, approfondito, approfondito dialogo con voi».
Il premier ha anche detto che la tassa per i turisti che scelgono di pernottare a Roma e che è inserita nel decreto legge sulla manovra «è stata fatta all’ultimo minuto alle mie spalle e alle spalle del ministro del Turismo».
Insomma come sempre, quado si tratta di misure impopolari e di mettere le mani nelle tasche degli italiani”, lui non ne sa mai nulla.
Altro che teatrino della politica, viene da chiedergli: “ora che sai, perchè non hai fatto in modo di toglierla?”
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Dicembre 23rd, 2010 Riccardo Fucile
SOSPESE LE TASSE AL VENETO MA NON ALL’AQUILA, 170.000 EURO A GEMONIO, PAESE DI BOSSI… I 400 MILIONI DEL 5 PER MILLE DIVENTANO 300: DECIDE IL GOVERNO ANCHE CHI FINANZIARE… AIUTI A POMPEI STRALCIATI, NO AGLI AIUTI AI DISTRIBUTORI DI BENZINA, POSTICIPATI I TERMINI PER L’AUTODENUNCIA DELLE CASE FANTASMA
Il decreto Milleproroghe approvato ieri dal Consiglio dei ministri ha sancito le ultime volontà 2010 del governo Berlusconi.
Premiata innanzitutto la fedeltà dei due deputati del Sà¼dtiroler Volkspartei che s’erano astenuti sulla sfiducia alla Camera: contro tutti i pareri delle associazioni ambientaliste, è stata accolta la richiesta di smembrare la gestione unitaria del Parco dello Stelvio per attribuirla alle singole amministrazioni locali, assai interessate a seguire in proprio il business (specie quella di Bolzano).
“Non ci hanno detto se votate la fiducia vi daremo questo o quell’altro, ma è vero che su due o tre cose ci sono state trattative con Tremonti e Calderoli” aveva ammesso la settimana scorsa il leader della Svp, Luis Durnwalder. Detto, firmato.
Secondo punto d’onore, il reintegro del 5 per mille. Da settimane il ministro Tremonti giurava che avrebbe fatto miracoli pur di riportare a quota 400 milioni la cifra 2011, ma il prodigio gli è riuscito solo in parte visto che i 300 milioni, necessari a integrare i 100 già stanziati tramite legge di stabilità , saranno in realtà 200.
Altri 100 verranno destinati alla ricerca e alla cura della Sla, malattia gravemente invalidante per cui le associazioni di malati avevano chiesto attenzione e finanziamenti protestando a lungo davanti Montecitorio.
Ed ecco qua la soluzione: il 5 per mille avrà alla fine 300 milioni in tutto (anzichè i 400 previsti, come negli ultimi anni, cifra che corrisponde alle reali donazioni degli italiani), mentre per la Sla ce ne saranno 100 nuovi di zecca.
Magia di Natale…?
Nella Commissione Affari sociali qualcuno protesta: “Il gioco delle tre carte stavolta non riuscirà a Tremonti. Il governo non può decidere in nessun modo l’uso che le associazioni di volontariato faranno delle risorse che i cittadini vogliono dare al non profit”.
In effetti la questione è tecnicamente controversa: come dirottare le cifre assegnate tramite dichiarazione dei redditi seguendo i desiderata ministeriali…? Se volessi finanziare Emergency, perchè magari sono un pacifista e non gradisco che il Milleproroghe abbia tra l’altro deciso di riconfermare i 750 milioni di euro destinati alle nostre ‘missioni di pace’, perchè i miei soldi dovrebbero invece andare alla, pur nobilissima, causa Sla…?
Mentre monta la polemica, e la sensazione che la questione 5 per mille sia diventata uno spot, a farne di certo le spese stati i fondi per l’editoria (50 milioni, con severe proteste Fieg) e quelli per le emittenti locali (45 milioni, lamenta Fnsi).
Soldi e agevolazioni superfast invece erano previste per Pompei: 50mila euro per il 2010 e di 900mila annui dal 2011 per procedure straordinarie di reclutamento, dinamiche semplificate per l’affidamento dei lavori, classificazione speciale per gli immobili fuori dall’area archeologica da costruire in deroga agli strumenti urbanistici nonchè potenti semplificazioni per gli obblighi di imparzialità e trasparenza su eventuali sponsor.
Roba manifestamente pericolosa, e quindi stralciata.
Ma il ministro Bondi ieri ha avuto un altro spauracchio. 170 mila euro arrivano anche al comune di Gemonio, la città di Umberto Bossi.
Nella bozza iniziale era previsto il contributo di un euro da caricare su ogni biglietto del cinema, un obolo per finanziare gli incentivi fiscali delle imprese cinematografiche (confermati fino a giugno).
Reazioni subito violente del settore, poi la smentita ufficiale ha rasserenato gli animi, tranne quella degli artisti: il ventilato reintegro del Fus, fondo unico per lo spettacolo, è saltato.
Altro duro match quello ingaggiato dal titolare dell’economia con Stefania Prestigiacomo, decisissima a far rispettare lo stop all’utilizzo delle borse di plastica dal 1 gennaio 2011.
La discussione serrata ha guastato la mattinata, culminata nell’annuncio di voler lasciare il Pdl.
Contenta invece Giorgia Meloni per la decisione presa dal collega Maroni di consentire il wi-fi nei luoghi pubblici, ma sempre col vincolo di rilascio di licenza per il gestore.
Tutti d’accordo nel sospendere le tasse agli alluvionati del Veneto fino al 30 giugno 2011 e niente agevolazioni per gli aquilani, che dal prossimo mese dovranno ricominciare a pagare.
Posticipati anche i termini per l’autodenuncia delle case fantasma (a fine febbraio), l’attività entra moenia per i medici e gli ecobonus per i trasportatori mentre resta il no agli aiuti per i distributori di benzina con relativo annuncio sciopero.
Rimandati ancora gli studi di settore e il sistema delle riscossioni dirette degli enti locali mentre Roma Capitale dovrà stringere la cinghia: lo stipendio del commissario straordinario per il rientro del deficit arriverà dal risparmio sui compensi dei dipendenti.
Escluso ma non deluso il sindaco di Firenze Matteo Renzi, che ha avuto ampie rassicurazioni sulla legge speciale da lui proposta, una tassa da far pagare ai turisti: “Dopo l’incontro ad Arcore, Tremonti mi ha spiegato che con il Milleproroghe è difficile, non importa, basta che arrivi presto questa norma” ha detto Renzi.
Il mille e una proroga è già realtà per chi ha fede…
Chiara Paolin
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 21st, 2010 Riccardo Fucile
BEN VENTIDUE SIGLE SINDACALI , DI DESTRA E DI SINISTRA, PROTESTANO “CONTRO IL GOVERNO CHE DA DUE ANNI E MEZZO NON MANTIENE GLI IMPEGNI”….”NO AL DASPO PER I CORTEI, SAREBBE UN BAVAGLIO ALLA DEMOCRAZIA”
Nuovo sit-in ad Arcore, all’esterno della residenza milanese del premier Silvio Berlusconi, dei sindacati del comparto sicurezza (polizia, penitenziaria, forestale e vigili del fuoco): in totale 21 sigle per protestare contro i tagli al settore.
Un presidio era stato organizzato già lo scorso 9 dicembre, preludio della manifestazione di Roma del 13, e oggi in circa 200 sono tornati sotto Villa San Martino per protestare contro il governo che «da due anni e mezzo non mantiene gli impegni».
«Il pacchetto sicurezza è stato convertito in legge, ma purtroppo il nostro emendamento è stato ritirato: permangono quindi i disagi e i tagli alla sicurezza, per questo siamo tornati», dice Santo Barbagiovanni, segretario regionale della Silp Lombardia.
«Abbiamo anche inviato delle letterine al premier per chiedergli che ci regali qualcosa di buono. La categoria è preoccupata – spiega Barbagiovanni – soprattutto di fronte alla possibilità che dopo il 31 dicembre i nostri straordinari rischieranno di non essere pagati. Non è un buon regalo alla categoria e c’è un forte disagio».
«I nostri colleghi stanno tutti i giorni a prendere le botte in piazza o essere additati come comunisti e il governo li ripaga così: i carabinieri poi la pensano esattamente come noi, ma non possono dare voce ai loro disagi. Non si tratta di politica o ideologie, ma di impegni che il governo ha sottoscritto con il comparto e che non ha onorato. Sono fatti oggettivi», conclude il sindacalista, che poi fa un riferimento alle polemiche di questi giorni sulle «misure preventive» ipotizzate per scongiurare incidenti durante i cortei studenteschi: «Non condividiamo nessun tipo di Daspo, la piazza è giusto che esprima la propria opinione. Il bavaglio non è segno di una democrazia vera come quella del nostro Paese».
E sull’estensione del Daspo alle manifestazioni di piazza si è espressa lunedì anche a Camera penale di Milano, sostenendo che «costituirebbe una sicura violazione delle libertà costituzionali, del diritto di manifestare le proprie idee, di riunirsi in luogo pubblico e violerebbe la riserva di giurisdizione prevista dall’art. 13 della Costituzione».
«Resta da scongiurare il pericolo – dice ancora la Camera in un comunicato – che si legiferi, ancora una volta magari con il consenso di tutti i gruppi parlamentari, nel senso indicato da un sottosegretario del ministero dell’Interno».
«Si affievolirebbe in modo significativo e costituzionalmente illegittimo – conclude – quel diritto di critica del cui esercizio, come abbiamo visto, ha goduto anche il sindaco di Roma e che dobbiamo considerare irrinunciabile».
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Dicembre 16th, 2010 Riccardo Fucile
DATI OCSE: NEL 2008 ERA AL 43,3%, SIAMO IN CONTROTENDENZA RISPETTO ALLA MEDIA….SMENTITO IL “GOVERNO DEL FARE”, LA SITUAZIONE PEGGIORA IN ITALIA…. LA DISOCCUPAZIONE ALL’8,6% NELLA MEDIA, MA IN QUELLA GIOVANILE SIANO PENULTIMI
Aumenta la pressione del fisco in Italia: nel 2009 è salita al 43,5% del prodotto interno lordo, dal 43,3% del 2008.
E’ quanto riferisce l’Ocse nelle stime preliminari relative all’anno scorso contenute in “Revenue Statistics”.
L’Italia così supera il Belgio (che nel 2009 ha visto il peso del fisco diminuire al 43,2% dal 44,2% del 2008) e sale dal quarto al terzo posto nella classifica dei Paesi dove maggiore è il peso delle entrate rispetto al prodotto interno lordo.
Prima dell’Italia nel 2009 si collocano solo la Danimarca (48,2%) e la Svezia (46,4%).
L’Ocse rileva che la crisi economica e le conseguenti azioni di stimolo fiscale messe in campo da molti governi hanno inciso sulla pressione fiscale che nell’area Ocse nel 2009 “ha toccato il livello più basso dagli inizi degli anni ’90”.
La pressione si colloca, nella media dei Paesi, al 33,7%, rispetto al 34,8% del 2008 e al 35,4% del 2007.
Oltre a Danimarca, Svezia e Italia, i paesi Ocse che nel 2009 hanno registrato una pressione fiscale sopra il 40% sono l’Australia, il Belgio, la Finlandia, la Francia e la Norvegia.
Il Messico con il 17,4% e il Cile con il 18,2% hanno registrato nel 2009 la più bassa pressione fiscale dell’area, seguiti da Stati Uniti (24%) e Turchia (24,6%).
Gli incrementi più consistenti si sono registrati in Lussemburgo (dal 35,5% del 2008 al 37,5% del 2009) e in Svizzera (dal 29,1% al 30,3%).
L’Organizzazione di Parigi ha diffuso anche i dati relativi alla disoccupazione, che nel mese di ottobre nell’area Ocse è stata dell’8,6%, lo 0,1% in più rispetto a settembre.
In un comunicato si precisa tuttavia che il numero di disoccupati resta vicino ai massimi del dopoguerra, a 45,7 milioni.
Si conferma un quadro divergente nell’andamento del mercato dei lavoro tra i Paesi dell’area.
Negli Stati Uniti si viaggia al 9,8% (+0,2% su base mensile), in Canada si scende al 7,6% (-0,3%).
A livello di eurozona, il tasso di disoccupazione risulta stabile in Germania (6,7%), in calo in Francia al 9,8% (-0,1%), in aumento in Italia all’8,6% (+0,3%).
Il nostro Paese resta comunque al di sotto della media dell’area euro (10,1%) e di quella dell’Unione europea (9,6%), ma al di sopra di quella del G7 (8,2%).
I Paesi che presentano i maggiori tassi di disoccupazione sono Spagna al 20,7%, Slovacchia al 14,7% e Irlanda al 14,1%.
Se però si considera solo la fascia di età compresa tra i 15 e i 24, l’Italia diventa penultima tra i Paesi Ocse.
Con il 21,7% infatti fa meglio solo dell’Ungheria, ferma al 18,1%, ed è ben al di sotto della media dei Paesi membri, 40,2%.
Tra gli occupati inoltre, riporta ancora lo studio, il 44,4% ha un impiego precario, e il 18,8% lavora solo part time.
Per quanto riguarda i disoccupati, oltre il 40% sono senza lavoro da lungo tempo, e il 15,9% appartiene al cosiddetto gruppo ‘neet’, che non studiano nè lavorano.
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