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IL “FATTO QUOTIDIANO” PUBBLICA LE “CARTE SEGRETE” DI FRATTINI E SCOPRE CHE SONO PATACCHE, NESSUN DOCUMENTO NUOVO

Gennaio 27th, 2011 Riccardo Fucile

ORA SI E’ CAPITO PERCHE’ FRATTINI LE HA GIRATE IN PROCURA SENZA MOSTRARLE: NON ESISTONO PROVE SUL FATTO CHE TULLIANI SIA IL PROPRIETARIO DELLA CASA DI MONTECARLO…ORA FUTURO E LIBERTA’ HA DENUNCIATO IL SERVO FRATTINI…IL PLICO NON E’ NEANCHE ARRIVATO PER VIE DIPLOMATICHE, MA PER CORRIERE: L’AVRA’ IMBUCATO LAVITOLA?

Ecco le carte segrete di Franco Frattini sull’appartamento di Montecarlo. Sono pubblicate su ilfattoquotidiano.it.
Questa mattina, durante il question time, il ministro degli esteri ha detto che i documenti dimostrano “in maniera tangibile” che la casa di Monaco venduta da Alleanza Nazionale a una società  off shore di Saint Lucia è di proprietà  del cognato di Fini Giancarlo Tulliani.
Una vile menzogna.
E ha aggiunto che il governo “non può nè vuole dare informazioni sui dettagli contenuti” nelle carte.
Leggendole il perchè diventa chiaro.
Semplicemente il primo ministro di Saint Lucia, Stephensson King, ha certificato che è autentico il contenuto di una vecchia e ormai celebre lettera del ministro della Giustizia Rudolph Francis sul caso Tulliani.
Una missiva già  agli atti della procura di Roma e già  pubblicata prima da due giornali caraibici e poi da Dagospia e da Il Giornale, il 22 settembre.
Scorrendo la lettera del premier di Saint Lucia si scopre però che questa comunicazione a Frattini è avvenuta il 10 dicembre.
E che la missiva non è arrivata in Italia tramite i consueti canali diplomatici, o tramite un fax autenticato come avviene nello scambio ufficiale tra ambasciate o consolati.
La lettera è invece stata mandata tramite un corriere espresso internazionale, l’americana Fedex che ha recapitato il plico a piazza della Farnesina, 00100 Roma, numero di serie: 86 76 4921 8430 0402.
La data di spedizione è quella del 20 dicembre 2010. I
l che vuole dire che il ministro si è tenuto nel cassetto il nuovo documento di Saint Lucia per oltre un mese.
Nella sua risposta all’interrogazione, presentata il 25 gennaio dal senatore Pdl, Luigi Compagna, spiega Frattini, la “risposta del primo ministro di Saint Lucia è arrivata alcune settimane fa”.
Quello che però non dice è che il premier dello staterello caraibico nella lettera scrive tra l’altro: “Le nostre indagini e il nostro interesse dovuto ai lanci di stampa internazionale riguardavano determinate compagnie registrate sotto la giurisdizione di Saint Lucia ed era di interesse per i giornalisti italiani che ne facevano ricerche investigative”.
E aggiunge di aver “accluso” alla missiva “una copia del memorandum ufficiale rilasciato dal procuratore generale e a me indirizzato, che è stato pubblicato su diversi giornali internazionali e che ha concluso che il signor Giancarlo Tulliani era l’utilizzatore e il beneficiario di dette compagnie”.
In quel periodo (estate 2010) chi a Sant Lucia si dava da fare per ricostruire i retroscena dell’affare immobiliare era un vecchio amico del premier, l’editore dell’Avanti, Valter Lavitola.
Lo stesso Lavitola che il 25 gennaio prima del vertice serale del Pdl a Palazzo Grazioli si intrattiene per un’ora e mezza con il premier Silvio Berlusconi. Lavitola esce di soppiatto, acquattandosi in auto, ma alcuni fotografi scattano e i flash illuminano il volto del giornalista dell’Avanti.
Il mattino stesso il senatore Compagna aveva presentato la sua interrogazione.
Insomma la mossa della Farnesina è tutta politico-mediatica.
Si gioca di nuovo la carta della casa di Montecarlo del cognato di Fini, per tentare di arginare l’altro scandalo: quello per prostituzione minorile e concussione che vede indagato il premier.
E lo si fa calibrando i tempi.
Prima, il 25 gennaio, si fanno uscire indiscrezioni sulla stampa che, come fa Il Giornale, scrive che “la documentazione sarebbe arrivata una settimana fa al ministero degli Affari Esteri”.
E poi aggiunge che le carte potrebbero essere di lì a poco trasmesse alla magistratura.
Infine arriva l’interrogazione di un senatore Pdl e quindi, con urgenza, la risposta di Frattini che in aula dice di aver già  inviato il tutto “alla procura di Roma”.
Il tutto quando la partita giudiziaria, almeno dal punto di vista dei pm, è già  chiusa.
Per la procura, infatti, anche se la casa di Montecarlo è stata acquistata tramite uno schermo off shore da Tulliani il procedimento per truffa, nato da un esposto di Francesco Storace, va archiviato.
E il danno per il partito se c’è va discusso in sede civile.
Per questo è stata chiesta l’archiviazione.
Deciderà  il gip di Roma il 2 febbraio.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IL TERZO POLO A MILANO CANDIDA UMBERTO AMBROSOLI: IL FIGLIO DI GIORGIO HA DATO LA SUA DISPONIBILITA’ A FINI

Gennaio 26th, 2011 Riccardo Fucile

STA VALUTANDO SE ACCETTARE ANCHE DI FARE IL CANDIDATO SINDACO: LA SUA ADESIONE METTE IN GRANDI DIFFICOLTA’ LA MORATTI, PER L’ALTO PRESTIGIO MORALE DELLA FIGURA, FIGLIO DI UN “EROE BORGHESE”, ASSASSINATO DAI SICARI MAFIOSI DI SINDONA… IMBARAZZO ANCHE NEL PD CHE AVREBBE DIFFICOLTA’ A SOSTENERE PISAPIA

Dopo aver detto no al Partito Democratico, che per un anno lo ha corteggiato per candidarlo sindaco contro Letizia Moratti, Umberto Ambrosoli ha accettato la proposta di Futuro e Libertà , dando la sua disponibilità  a presentarsi per il Terzo polo alle prossime amministrative a Milano.
Gianfranco Fini lo vorrebbe primo cittadino, ma l’avvocato non ha ancora sciolto le ultime riserve garantendo, comunque, la sua presenza nelle liste.
La candidatura di Ambrosoli mette in difficoltà  sia Letizia Moratti, che si vedrebbe rubare parte dell’elettorato moderato e liberal democratico, sia Giuliano Pisapia.
Il candidato del centrosinistra, infatti, nel 1987 difese Robert Venetucci, condannato all’ergastolo con Michele Sindona come mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli, padre di Umberto.
Pisapia, inoltre, potrebbe perdere definitivamente il sostegno del Partito Democratico (già  ridotto ai minimi termini) che non ha mai accettato la sconfitta del suo uomo, Stefano Boeri.
Il 7 novembre scorso, mentre il centrosinistra era impegnato nelle primarie di coalizione, Ambrosoli era a Bastia Umbra alla Convention di Fli.
Colpito positivamente dal discorso di Fini, l’avvocato milanese ha intensificato i rapporti con i responsabili lombardi di Futuro e Libertà , in particolare con Giuseppe Valditara, vicecapogruppo a Palazzo Madama e uomo di fiducia del presidente della Camera al Nord.
Lunedì il passo decisivo: Ambrosoli è volato a Roma per incontrare Gianfranco Fini.
Una colazione durata poco più di mezz’ora per farsi rassicurare sui valori del partito e dare la propria disponibilità . “E’ molto, molto vicino a noi”, ha detto lo stesso Fini ai responsabili lombardi riferendo l’esito dell’incontro.
Il giorno dopo, martedì, Valditara ha portato la buona notizia a Pier Ferdinando Casini, Bruno Tabacci e Daniele Melchiorre (Liberaldemocratici), riuniti a pranzo al ristorante Savini.
Tutti d’accordo nel sostenere Ambrosoli come candidato sindaco, aspettando i suoi tempi.
La scadenza è fissata a mercoledì nove febbraio.
L’11 a Milano si apre la tre giorni della Costituente di Futuro e Libertà  e il nome del candidato sindaco sarà  annunciato al primo giorno dei lavori.
Se Ambrosoli non dovesse accettare, il Terzo polo potrebbe ripiegare sull’editorialista del Sole24Ore ed ex assessore comunale alla Cultura, Salvatore Carrubba.
Un’altra alternativa, seppur coraggiosa ma di sicuro impatto, è rappresentata dal giovane presidente del Consiglio Comunale, Manfredi Palmeri.
Cresciuto politicamente in Forza Italia e nel Pdl, Palmeri è in Fli dalla prima ora e sabato ha scritto una lettera a Letizia Moratti chiedendole di rendere pubbliche tutte le consulenze.
“Con riferimento al periodo giugno 2006 gennaio 2011 e relativamente a enti e società  partecipati o controllati dal Comune, sarebbe opportuno — scrive Palmeri – conoscere ed eventualmente rendere pubblici nelle forme consentite, gli elenchi dei contratti di assunzione a tempo indeterminato e determinato e degli incarichi di consulenza, tutto con l’indicazione del costo aziendale, della retribuzione o compenso lordo (così come anche di ogni altro genere di costo derivante dall’esecuzione degli stessi) e dei relativi nominativi, precisando altresì la modalità  di selezione (tipologia di concorso, chiamata diretta)”.
Un gesto che a molti è apparso come l’apertura della campagna elettorale: “Vuole far esplodere una parentopoli come quella romana”, ha commentato un consigliere del Pdl.
La maggioranza è già  in difficoltà , tanto che la stessa Moratti ha dovuto ritirare il Bilancio perchè impossibile da approvare.
Ma i tempi stringono. Ieri pomeriggio il sindaco è andato ad Arcore per definire slogan e temi della campagna elettorale con Silvio Berlusconi. Il premier ha garantito che si impegnerà  in prima persona.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IL PADRE DI UMBERTO, GIORGIO AMBROSOLI: L’UOMO CHE SFIDO’ SINDONA E LA MAFIA

Gennaio 26th, 2011 Riccardo Fucile

LA LETTERA TESTAMENTO ALLA MOGLIE: “QUALUNQUE COSA   SUCCEDA, CRESCI I RAGAZZI NEL RISPETTO DI QUEI VALORI IN CUI ABBIAMO SEMPRE CREDUTO”… UN ESEMPIO DI “EROE BORGHESE”, ASSASSINATO DA UN SICARIO DELLA MAFIA NEL 1979…L’AVVOCATO MILANESE AVEVA LOTTATO PER CINQUE ANNI CON INTRANSIGENZA CONTRO LA GRANDE RETE DEI POTERI SOMMERSI CHE PROTEGGEVANO SINDONA

Sono passati venti anni dal giorno in cui “un eroe borghese” è stato assassinato a Milano.
Questo è il titolo che Corrado Stajano ha dato alla biografia di Giorgio Ambrosoli, l’avvocato milanese ucciso con tre colpi di rivoltella, l’11 luglio del 1979, da un sicario del banchiere mafioso Michele Sindona.
Assassinato sulla porta di casa al termine di una lotta impari durata cinque anni fra quel “borghese”, o si potrebbe dire fra quel cittadino quasi solo, e la grande rete di poteri sommersi che proteggevano Sindona, la Mafia, la P2, la finanza vaticana dello Ior, la Democrazia cristiana di Andreotti, gli ufficiali e i magistrati corrotti, i circoli americani più reazionari.
Un avvocato di Milano serio, intransigente di “brutto carattere” come dicevano quelli che non riuscivano a comprarlo.
Una di quelle persone che da sole contraddicono la società  in cui vivono, i suoi vizi, le sue paure. E che non fanno disperare nella pianta storta dell’uomo.
Cinque anni di lotta impari in cui l’avvocato milanese sa che la sua vita è appesa a un filo.
La moglie Annalori un giorno ha trovato fra le sue carte una lettera testamento. “Qualunque cosa succeda, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto. Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia e nel senso trascendente che io ho verso il paese, si chiami Italia si chiami Europa. Riuscirai benissimo ne sono certo perchè tu sei molto brava e perchè i tre ragazzi sono uno meglio dell’altro. Sarà  per te una vita dura ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai sempre il tuo dovere”.
Un avvocato milanese che si occupa di ispezioni bancarie, vissuto nelle intricate e anche sporche vicende dell’alta finanza.
Di eroi veri ce ne sono pochi in giro, di eroi borghesi pochissimi.
Perchè Giorgio Ambrosoli teme di venir assassinato?
Perchè nel settembre del ’74 il governatore della Banca di Italia Guido Carli lo ha scelto come commissario liquidatore della Banca privata italiana, una delle banche di Michele Sindona.
Perchè lui e non altri? Forse per il buon lavoro fatto per il fallimento della Sfi una finanziaria milanese, forse su suggerimento del banchiere Tancredi Bianchi.
Lo sconosciuto avvocato Giorgio Ambrosoli contro uno degli uomini più ricchi e potenti del mondo…
Si potrebbe dire un uomo normale se gli uomini come lui non fossero una rarità . Sindona è uno dei siciliani che hanno fatto fortuna a Milano perchè la Milano dei soldi sa come crescere anche certi uomini arrivati dal profondo sud con i sandali ai piedi come Virgillito, uomini intelligenti, tranquillamente amorali, pronti a trovare con i loro pari affinità  elettive automatiche, anche se non trasparenti.
Pronti ad aprire nuove strade speculative anche per i rispettabili cumenda dell'”Ambrogino d’oro”.
E con l’ intelligenza spregiudicata che non guarda in faccia nessuno, che mira a un unico scopo: fare denaro, farlo in fretta, farlo con l’astuzia e con le protezioni che occorrono.
C’è una intervista di Sindona a un giornalista americano in cui dettagliatamente, senza nessuna esitazione moralistica, spiega come si possa depositare del denaro sporco a Hong Kong dove giocando sul cambio dello Yen, “un uomo che abbia una certa esperienza di questo sistema può in pratica rendere puliti centinaia di milioni di dollari in un tempo relativamente breve”.
Milano scopre Sindona quando Time esce con la sua fotografia in copertina e in una lunga intervista lui spiega come stia diventando il maggior venditore mondiale di succhi di frutta.
Sindona è un siciliano arrivato, a Milano e gli Stati Uniti, i due luoghi del potere e del successo del “business” degli uomini di onore.
L’uomo è riservato, segreto, non è facile avvicinarlo, ascolta in silenzio con il suo volto pallido, lo sguardo da faina e continua con le sue mani a fare dei complicati giochini di carta.
Di certo ha messo assieme una immensa fortuna, la Banca Unione e la Banca privata a Milano, la banca Franklin a New York e la Fasco, una finanziaria padrona di centinaia di aziende.
Quando Ambrosoli entra per la prima volta nello studio privato di Sindona, nel settembre del ‘ 74, incomincia a capire il personaggio, la sua megalomania, il piacere dei grandi banchieri di apparire raffinati nel giro delle speculazioni, staccati dalla volgarità  del tempo, imbattibili nelle cose concrete ma con gusti eleganti.
Lo studio è nel cuore del capitalismo italiano di fronte alla Banca commerciale, vicino al Banco Ambrosiano e alla Mediobanca di Cuccia.
E’ il suo santuario: una statuetta lignea di Francesco Laurana, un busto del Pollaiolo, un fratino del sedicesimo secolo come scrivania e lui magro e pallido come un trappista.
In fondo una porticina che conduce in un sottotetto dove per anni sono state nascoste le carte più delicate.
Ma dentro, quando arriva Ambrosoli il commissario liquidatore, non c’è più niente, le carte sono sparite.
Sindona è un uomo misterioso anche perchè chi dovrebbe scoprire i suoi segreti finge di non sapere, di non vedere.
Nel ’72 è arrivata alla questura di Milano una informativa del Criminal police office di New York in cui si dice che Sindona è in stretti rapporti di affari con un certo Daniel Anthony Porco per un traffico di stupefacenti.
Ma Sindona è uomo al di sopra di ogni sospetto: è stato invitato da Paolo VI a rimettere ordine nelle finanze vaticane; durante un ricevimento al Saint Regis di New York, Andreotti lo ha salutato come “il salvatore della lira”.
Più è nei guai, più la revisione di Ambrosoli dimostra che le banche di Sindona sono prossime all’insolvenza e più i suoi difensori trovano ascolto presso il nostro governo: due italo-americani amici di Gelli vengono ricevuti da Andreotti, parlano con lui un ora e mezzo, sono i rappresentanti degli italo-americani cari al nostro capo del governo.
Sono preoccupati che un così illustre e benefico concittadino venga messo sotto accusa dai “comunisti”.
Veramente Ambrosoli è il figlio di un conservatore monarchico e lui è un cattolico amico di cattolici ma lo si dipinge come un sovversivo.
E intanto il banchiere Sindona già  colpito da un mandato di cattura con richiesta di estradizione dagli Stati Uniti scrive ad Andreotti da una suite del Waldorf Astoria: “Illustre presidente, nel momento più difficile della mia vita sento il bisogno di rivolgermi direttamente a lei per ringraziarla dei rinnovati sentimenti di stima che ella ha recentemente manifestato”.
Segue un elenco di tutto ciò che il governo italiano deve fare per coprire la bancarotta e i debiti ed evitargli le grane giudiziarie.
Come se nulla fosse, Sindona continua a tener conferenze nelle università  americane impartendo lezioni di moralità  e di oculatezza.
Ma Ambrosoli non si lascia intimidire.
Presenta alla Banca d’Italia la sua prima relazione sul passivo della Banca privata italiana: 417 miliardi più un prestito di seicento miliardi della Germania federale garantito dalla Banca di Italia.
L’isolamento di Ambrosoli aumenta, trova solo persone che gli danno suggerimenti vaghi, assicurazioni generiche.
Un giorno dice a un amico: “Mi vogliono bruciare, mi vogliono far fuori? Vogliono uno che non riesca a mettere le mani e gli occhi dove vanno messi?”.
Se cerca di sapere qualcosa sullo Ior, la banca vaticana, incontra un muro di gomma.
Nell’ottobre del ’75 riesce però a mettere le mani sulle carte della Fasco e questa volta Sindona si infuria, lo denuncia alla magistratura e all’Ordine degli avvocati della Banca d’Italia, accusandolo di avere rubato le azioni della finanziaria e incomincia a mandargli i suoi messaggi di morte: “La vendetta e più bella quando è lontana”.
Un giornalista chiede a Ambrosoli: “Perchè si parla di lei come del nemico di Sindona?”
Risponde: “E’ molto semplice mi pare, sono diventato il nemico di Sindona ma non l’amico dei potenti. Ho dovuto pestare i piedi a troppa gente che sta nel Palazzo. Per esempio ecco l’ultima pratica. Qualche giorno fa mi sono rivolto al tribunale per farmi restituire dall’Irades i dieci milioni che ebbe da Sindona. Vuol sapere chi è il presidente di questo istituto di studi sociologici? E’ l’onorevole Piccoli che i dieci milioni li ebbe direttamente da Sindona, ma che ora dice di non doverli restituire”.
Così poco Ambrosoli si fida dei nostri governanti che dovendo consegnare la relazione sul crak Sindona a una decina di uffici, temendo che ci sia una fuga di notizie fa scrivere in ogni copia un errore di battitura diverso e conserva le varianti in luogo sicuro.
Alla fine del dicembre ’78 incominciano le telefonate con minacce di morte.
Il 26 Ambrosoli annota: “Mi cerca quattro volte al telefono, in studio prima e in banca poi, tale Cuccia. Lamenta che in Usa non avrei detto la verità  su Michele Sindona. Devi tornare là  entro il 4 gennaio con i documenti veri perchè se Michele Sindona viene estradato tu non campi”.
E il 5 gennaio del ’79: “Ritelefona due volte il soggetto che si è presentato a nome Cuccia. Stavolta a nome Sarcinelli. Insiste perchè vada in Usa e dice che il 15 gennaio può intervenire l’estradizione. Altre telefonate in cui “il Picciotto” dice che Andreotti trama contro di me. Entra in funzione il controllo telefonico ma credo che ci sia poco da contarci”.
L’ultima telefonata è del 12 gennaio del 79 e così la riferisce Stajano nel suo “Un eroe borghese”: “Pronto avvocato”. Ambrosoli: “Buon giorno”. “L’altro giorno ha voluto fare il furbo? Ha fatto registrare la telefonata”. A: “Chi glielo ha detto?” “Eh sono fatti miei chi me lo ha detto. Io la volevo salvare, ma da questo momento non la salvo più”. A: “Non mi salva più?” “Non la salvo perchè lei è degno di morire ammazzato come un cornuto. Lei è un cornuto e bastardo””.
Le telefonate cessano, Sindona ha deciso di far uccidere Ambrosoli.
E qualcosa trapela ai figli: il più piccolo, Beto, dice di aver sentito una notte una di quelle telefonate e scoppia in pianto.
Ambrosoli cerca di tranquillizzarlo: “Stai tranquillo Beto io morirò vecchietto nel mio letto di Ronco”.
Il 13 giugno del ’79 un commesso della Banca privata scende in cantina dove è conservata una parte dell’archivio e trova una rivoltella, pezzi di una rivoltella segati.
E’ un segnale? Pochi giorni dopo arrivano a Milano i giudici americani che si occupano di Sindona.
Ambrosoli viene inquisito come se fosse lui il bancarottiere. Risponde preciso, con calma.
Intanto il killer William J. Aricò e già  arrivato a Milano.
Aricò è stato presentato a Sindona da Robert Venetucci un trafficante di eroina. Aricò ha preso alloggio all’ hotel Splendido vicino alla stazione centrale.
La mattina dell’11 luglio Aricò noleggia una Fiat 127 targato Roma.
A bordo di quella macchina Aricò aspetta per ore davanti al portone di via Morozzo della Rocca che Ambrosoli esca.
Tre colpi di pistola rimbombano a mezzanotte.
Aricò restituisce la macchina il giorno dopo all’agenzia Maggiore e paga con una carta di credito americana.
Sarà  arrestato l’8 dicembre mentre rapina una gioielleria di New York. Aricò muore il 19 febbraio dell’84 mentre sta tentando di evadere dal carcere.
Poco prima ha confessato a un giudice americano di essere l’assassino di Ambrosoli.
Il prezzo pagato da Sindona è di venticinquemila dollari versati poco prima del delitto e novantamila accreditati su una banca di Lugano.
Michele Sindona e Robert Venetucci sono stati condannati all’ergastolo.
Ho assistito a quel processo a Milano: Sindona indossava un abito scuro, aveva un’aria spiritata, i pochi capelli ritti in testa.
Entrò nella gabbia dove già  si trovava il suo complice e mormorò un “How are you Venetucci”? L’altro non rispose.
Lo osservavo da pochi metri: aveva un suo taccuino in pelle scura e vi scriveva continuamente chi sa cosa, come se potesse fare qualcosa contro le prove schiaccianti.
Nessuno ha spiegato la morte di Aricò, invece la morte di Sindona è un mistero senza misteri nella esecuzione: è stato avvelenato con un caffè nel carcere, il secondino che gli ha portato il caffè non è stato inquisito, era arrivato pochi giorni prima da un istituto di pena siciliano.
I potenti si sono tolti dai piedi un testimone pericoloso uno che avrebbe potuto raccontare molte cose sul loro conto.
Nel delitto Ambrosoli si ritrovano alcuni personaggi di oscure vicende italiane: Licio Gelli, Giulio Andreotti, Franco Evangelisti, il giornalista ricattatore di Op.
Il professor Marco Vitale ha scritto in morte di Ambrosoli: “L’assassinio di Ambrosoli è il culmine di un certo modo di fare finanza, di un certo modo di far politica, di un certo modo di fare economia. I magistrati inseguono esecutori e mandanti del delitto, ma dietro ci sono i responsabili, i responsabili politici. E questi sono tutti coloro che hanno permesso che la malavita crescesse e occupasse spazi sempre più larghi nella nostra vita economica e finanziaria, e questi sono gli uomini politici che definirono Sindona salvatore della lira, sono i governatori della Banca di Italia che permisero che i Sindona penetrassero tanto profondamente nel tessuto bancario italiano, pur avendo il potere e il dovere di fermarli per tempo; sono i partiti che presero tangenti formate da denari rubati ai depositanti sapendo esattamente che di questo si trattava: sono quelli il cui nome è scritto nella lista dei cinquecento che hanno nascosto i soldi oltre frontiera, tutti quelli che da venti anni al vertice della politica e della economia hanno perso persino il senso di cosa sia la professionalità , cioè il subordinare la propria fetta di potere piccola o grande che sia, agli scopi dell’ordinamento, delle istituzioni, della propria arte o professione, all’interesse pubblico”.
L’avvocato Ambrosoli ha vinto o perso la sua scommessa sulla onestà ? Personalmente l’ha vinta, storicamente l’ha persa.
Negli anni passati dalla sua morte l’integrazione nel male, la “facilità  del male” sono aumentate non diminuite.

Giorgio Bocca

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FINI: “BERLUSCONI SI DIMETTA, L’EQUILIBRIO TRA POTERI E FUNZIONI DELLO STATO E’ L’ESSENZA DELLA DEMOCRAZIA”

Gennaio 24th, 2011 Riccardo Fucile

“IL POTERE POLITICO NON DEVE TEMERE DIMINUZIONE DI AUTORITA’ DALLE INCHIESTE DEI GIUDICI, OCCORRE RISPETTO TRA ISTITUZIONI”… ”IL PDL E’ ANIMATO DA UNA CONCEZIONE PATRIMONIALE E PARAFEUDALE DELLA POLITICA”…”IL VERO TRADIMENTO E’ PROMETTERE RIFORME E RIVOLUZIONI E POI ATTUARE LA POLITICA DEL GIORNO PER GIORNO”

Il presidente della Camera Gianfranco Fini considera opportuno che Silvio Berlusconi si dimetta.
Lo dice in un’intervista al Corriere Adriatico, rilasciata alla vigilia del primo congresso regionale di Futuro e Libertà  delle Marche che si tiene lunedì ad Ancona, in coincidenza con la prima giornata dei lavori del Consiglio permanente della Cei, anch’esso in programma nel capoluogo marchigiano.
Al cronista che gli fa osservare come, mentre lui ha osservato «un silenzio istituzionale sul Rubygate», gli esponenti di Fli in più occasioni abbiano parlato di necessità  di dimissioni del presidente del Consiglio, Fini risponde: «Ovviamente condivido le loro dichiarazioni».
Quanto ai rapporti fra potere politico e magistratura, Gianfranco Fini si dice convinto che «l’equilibrio fra poteri e funzioni dello Stato è l’essenza della democrazia. E ci deve essere sempre rispetto tra gli esponenti delle varie istituzioni. Il potere politico – osserva – non deve temere diminuzioni di autorità  o di sovranità  dalle inchieste dei giudici. Se esistono patologie nel sistema, queste patologie devono poter emergere alla luce del sole, nella fisiologia e nella normalità  dei rapporti istituzionali. Ad avvantaggiarsene sarebbe innanzitutto la qualità  della vita democratica».
In un altro passaggio dell’intervista, Fini denuncia «la concezione patrimoniale e para-feudale della politica» che a suo avviso anima il Pdl, dove la discussione interna è stata «brutalmente soffocata».
«Il vero tradimento – conclude – è promettere riforme e persino “rivoluzioni” per poi attuare la politica del giorno per giorno, e del basso profilo riformatore».

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BERLUSCONI NON SI FIDA PIU’ DEL PDL: “TANTI CINGUETTANO CON FINI”

Gennaio 23rd, 2011 Riccardo Fucile

IL   PREMIER TEME CHE I PM ABBIANO IN MANO ALTRE CARTE: MA SE AVESSE LA COSCIENZA A POSTO, PERCHE’ MAI DOVREBBE AVERE QUESTO TIMORE?… ATTACCA FINI PER LANCIARE UN MESSAGGIO AI SUOI: ATTENTI A NON TRADIRMI… MA SONO MOLTI I DEPUTATI IN ATTESA SULLA RIVA DEL FIUME

Un attacco a freddo, apparentemente incomprensibile, quello portato ieri dal premier a Gianfranco Fini.
Con l’effetto di accendere un faro sul presidente della Camera, di renderlo di nuovo “l’antagonista”, in qualche modo restituendogli anche quella visibilità  un po’ appannata dopo la sconfitta del 14 dicembre.
E allora perchè?
“Fini ormai è un nemico, mi vuole morto, ed è bene – è la spiegazione del Cavaliere, riferita da chi ci ha parlato – che se lo ricordino tutti quanti. Anche tra i nostri vedo qualcuno che già  cinguetta con Fli”.
Il sospetto infatti è che alcuni, dentro il Pdl, non si stiano stracciando troppo le vesti per i guai del presidente del Consiglio.
Non lo stiano difendendo allo stremo, non ci stiano “mettendo la faccia”.
Magari pensando già  al “dopo”, immaginando scenari in cui la legislatura prosegue con il rientro di Fli in maggioranza.
Ma senza Berlusconi a palazzo Chigi.
Un timore acuito dalla voce, che gli è stata prontamente spifferata, di colloqui intercorsi tra alcuni suoi ministri con i finiani Andrea Ronchi e Pasquale Viespoli. Senza contare il disagio di Gianni Letta per le prese di posizione del mondo cattolico sullo scandalo Ruby o i dubbi di Giulio Tremonti, emersi nell’ultimo Consiglio dei ministri, sulla possibilità  di proseguire la legislatura senza avere più il controllo della commissione Bilancio.
Insomma, c’è un 38esimo parallelo sopra il quale futuristi e berlusconiani
hanno ripreso a incontrarsi, parlando di quello che potrebbe accadere se il Cavaliere dovesse schiantarsi.
E ci sono “troppi candidati a succedermi”, si lamenta l’interessato.
Con l’uscita di ieri, il premier ha fatto capire a tutti che non è questo il momento della diplomazia.
Anche perchè la convinzione di molti, tra gli uomini più vicini al premier, è che i magistrati di Milano abbiano in serbo dell’altro.
“Ci deve essere per forza un coniglio nel cilindro – ipotizza un esponente di governo del Pdl – altrimenti i pm sarebbero dei pazzi ad andare a uno scontro con quattro fregnacce sulle escort. Uscirà  fuori dell’altro”.
È anche la certezza del premier, del resto.
Convinto che quella ingaggiata dai pm contro di lui sia “una guerra dove non si faranno prigionieri”, uno scontro nel quale non verrà  applicata la convenzione di Ginevra.
La paura che “l’attacco al governo” non sia esaurito e che debba presto a tardi aggiungersi un nuovo capitolo fa il paio con il sospetto di “giochi torbidi” in corso da parte di “qualche batteria dei servizi segreti”.
Una paranoia alimentata da episodi come le “strane visite” di ignoti a casa di Gianfranco Rotondi o Saverio Romano.
O i mesi in cui, “mentre chi doveva vigilare è sembrato non accorgersi di nulla”, i cancelli di Arcore sono stati tenuti sotto sorveglianza.
“Mi chiedo se sia normale che il presidente del Consiglio – ha affermato ieri lo stesso Berlusconi, alzando il velo sulle ipotesi che in queste ore si affastellano ai piani alti del Pdl – sia sottoposto ad intercettazioni e spionaggio”.
In ogni caso, in attesa che la polvere si depositi e si comprenda meglio quali carte abbia effettivamente in mano la procura, Berlusconi si prepara al peggio. Fissando a metà  maggio la data di un possibile redde rationem elettorale. L’operazione di allargamento della maggioranza è stata messa in stand-by. “Eravamo a buon punto – riferisce chi c’ha lavorato per settimane – ma all’ultimo ci siamo fermati. Erano pronte alla Camera tre persone in più di quelle che poi hanno dato vita al gruppo dei responsabili.
E, se non ci fosse stata Ruby, sarebbero presto salite a sette”.
Anche la nascita del gruppo di responsabilità  al Senato è stato congelata. Sarebbe servito a riequilibrare i numeri nelle commissioni bicamerali, per il momento non se ne farà  nulla.
La ragione è che, se davvero i pm riusciranno a mettere nell’angolo Berlusconi, il Cavaliere intende difendersi nell’unico modo che conosce: andando alle elezioni anticipate.
E allora non serviranno deputati e senatori in soccorso del governo, anzi potrebbero risultare d’impaccio.
Perchè cadrebbe l’alibi per spingere Napolitano a sciogliere le Camere.
Anche lo slittamento del voto sul federalismo viene letto in questo luce.
Sarebbe infatti la Lega a provocare lo strappo, adducendo come pretesto proprio l’impossibilità  di condurre in porto la sua riforma.
“Inoltre – spiega uno dei registi del mancato allargamento – , se proprio si deve andare a votare, che senso ha imbarcare gente che poi vorrà  essere candidata nelle nostre liste?”.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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FINI: “CHI HA VINTO LE ELEZIONI NON E’ AL DI SOPRA DELLA LEGGE”

Gennaio 23rd, 2011 Riccardo Fucile

A REGGIO CALABRIA FINI RISPONDE A BERLUSCONI: “LA PRESUNZIONE DI INNOCENZA NON PUO’ ESSERE CONFUSA CON LA PRESUNZIONE DI IMPUNITA'”… “LA LEGGE DEVE ESSERE UGUALE PER TUTTI E CHI SBAGLIA PAGA”…”LA NOSTRA IDEA DI DESTRA E’ DIVERSA DALLA CARICATURA CHE NE FA IL CENTRODESTRA AL GOVERNO: LA LEGALITA’ DEVE ESSERE UN ABITO MENTALE”

«Chi ha vinto le elezioni non può pensare di essere al di sopra della legge»: lo dice il presidente della Camera, Gianfranco Fini, al secondo convegno organizzato da Fli sul tema della legalità , a Reggio Calabria, aggiungendo :«Il giustizialismo è un male, ma non può esserci giustizialismo quando si ribadisce chiaramente che la presunzione di innocenza non possa essere confusa con la presunzione di impunità ».
In uno dei passaggi dell’intervento, è apparso evidente il riferimento alle ultime vicende del caso Ruby: «Quando si è oggetto di indagini complesse, che gettano una luce particolarmente negativa, dire “non mi muovo” o “non considero possibile essere sottoposto ai magistrati” è una richiesta evidente di impunità ».
Il presidente della Camera fa un veloce riferimento alla legge elettorale: «La preferenza non è di per sè lo strumento migliore per scegliere il proprio parlamentare. Molto meglio è il collegio uninominale, in cui ciascuno si presenta al proprio collegio e ci mette la faccia».
E poi ancora un affondo contro l’ex alleato. «Non voglio infierire, ma il buon nome dell’Italia da qualche tempo a questa parte viene sottoposto a dure critiche non solo per le inchieste ma per i comportamenti di chi l’Italia la rappresenta».
Il presidente della Camera coglie l’occasione per replicare a Silvio Berlusconi che nel pomeriggio lo aveva accusato di aver messo in atto un «disegno eversivo» contro il governo, prima boicottando i tentativi di riforma sulla giustizia e poi mettendo in atto la scissione di Futuro e libertà .
«Ho il dovere di ricordare al presidente del Consiglio», dice Gianfranco Fini, «che Fli è nata per l’impossibilità  nel Pdl di affrontare certe questioni, di dire scomode verità  e soprattutto perchè abbiamo pensato fosse un dovere morale dimostrare che a certi principi noi crediamo davvero. Perchè in certi momenti tacere diventa essere corresponsabile. Non ce la sentivamo di non dire, di tacere».
Il leader di Fli non fa allusioni: «Quando si arriva a dire che Vittorio Mangano è un eroe, o si ribadisce che non è vero oppure si diventa complici».
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, durante l’intervento telefonico al convegno dell’associazione Noi riformatori di Milano, aveva accusato senza mezzi termini il presidente della Camera di avere impedito la realizzazione della riforma della giustizia «non per mancanza di impegno ma per l’opposizione prima di Casini e poi di Fini».
Da Reggio Calabria Gianfranco Fini fa propria l’accusa e la ribalta: «Ringrazio Berlusconi che mi ha riconosciuto oggi dinanzi agli italiani il merito di aver bloccata una certa riforma della giustizia come il processo breve. Quella norma non poteva essere accettata da una forza politica che rispetti la Costituzione».
E poi puntualizza: «I precetti della Costituzione vanno rispettati e non declamati: la legge è uguale per tutti e chi sbaglia deve pagare».
Poi da Fini arriva una frase di solidarietà  verso magistrati e forze dell’ordine che suona, ancora una volta, come un attacco all’ex alleato Silvio Berlusconi: «L’idea di destra che abbiamo è diversa dalla caricatura di centrodestra che ora è intenzionato solo a evitare che italiani sappiano, che facciano chiarezza. La legalità  è un abito mentale, che presuppone che ai più giovani si debba ricordare che ci sono doveri cui bisogna adempiere. Per la legalità  devono essere impegnati tutti, politica e istituzioni in prima linea, devono essere sempre trasparenti».

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MOHAMMED, 21ENNE MAROCCHINO, APRE IN VENETO IL PRIMO CIRCOLO DI FUTURO E LIBERTA’

Gennaio 23rd, 2011 Riccardo Fucile

“SIAMO I NUOVI ITALIANI, MIO PADRE E’ IN ITALIA DA 22 ANNI, HA SEMPRE LAVORATO: HA CHIESTO IL PERMESSO DI SOGGIORNO NEL 2004 E GLIEL’HANNO DATO SOLO NEL 2009, VI SEMBRA GIUSTO?”… I FINIANI CRESCONO IN VENETO E I CIRCOLI SI MOLTIPLICANO

Mohammed è un ragazzo sveglio, ma l’impresa che sta tentando è da mission impossible: aprire un circolo di Generazione Italia, il pensatoio di Futuro e Libertà  , nel cuore della Lega a Treviso per dare voce ai diritti dei “giovani italiani”, gli stranieri di seconda generazione.
“Siamo i nuovi italiani, vogliamo sensibilizzare la gente e contiamo di arrivare presto a soluzioni concrete” parla già  come un politico consumato Mohamed Ramaid, 21 anni, nato in Marocco ma in Italia da quando ha due anni…
Il circolo trevigiano nato meno di un mese fa raccoglie una ventina di “nuovi italiani” tra i 20 e i 25 anni, tutti in Italia da quando hanno imparato a dire le prime parole.
I loro genitori li hanno portati con lunghi viaggi dal Marocco, Ucraina, Albania, Romania, Bangladesh.
Studiano in Italia, parlano quasi esclusivamente l’italiano e capiscono poco o niente la lingua di mamma e papà , mangiano spaghetti e cotolette. Insomma si sentono italians.
“Esattamente ci sentiamo degli italiani con il permesso di soggiorno”. Insomma italians ma senza la cittadinanza perchè studiano all’università , mentre per presentare la richiesta servono le buste paga.
Mohammed si è appena iscritto al primo anno di giurisprudenza a Padova. “Voglio dei figli italiani” avverte.
Per ora anche la fidanzata, o qualcosa che ci somiglia, è italiana. “Si è di Treviso ma… siamo ancora in trattative”.
Così Mohammed e gli altri decidono di aprire un circolo di Fli, unico del genere in Italia, proprio nella Marca leghista di Zaia e dell’alpino Gentilini, che da sindaco tolse agli stranieri le panchine per distoglierli dalla tentazione di sedersi.
“Mio padre è in Italia da 22 anni, ha lavorato dal primo giorno che è qui. Ha chiesto il permesso di soggiorno nel 2004 e lo ha ricevuto nel 2009. Ma vi sembra giusto…?”.
Forse non sarà  giusto, ma a voi “nuovi italiani” di Treviso è sfuggito che queste sono le regole stabilite dalla Bossi-Fini, l’ultima grande legge sull’immigrazione…?.
Un sospiro per raccogliere le idee. Risposta: “Si   lo sappiamo. Però la Bossi-Fini è superata come legge, lo ha detto Fini stesso. Ora certe cose, per esempio questa sul non dare la cittadinanza a quelli che sono in Italia da oltre 10 anni come me ma che studiano e non lavorano, va cambiata. Però l’impianto della normativa è buono”.
Tutto sommato è una buona legge…?. “Si. La Turco-Napolitano era molto peggio. Permetteva anche a mia nonna se veniva in Italia di avere la stessa pensione dell’anziana che mi abita al piano di sotto, che ha versato i contributi tutta la vita. E questo non è giusto”
Cosa non è giusto…?
“Partire da quell’idea che gli immigrati sono tutti buoni, e vanno tutti aiutati a prescindere. Le generalizzazioni non vanno mai bene, neanche per noi. Ci sono gli stranieri che lavorano e hanno voglia di integrarsi e ci sono quelli che delinquono ”.
Quindi Fli difende gli stranieri “buoni” che hanno voglia di integrarsi, non la sinistra?. “Il Pd non esiste nella lotta alla cittadinanza, in concreto non ha mai mosso un dito”.
Per ora i “nuovi italiani” sono in embrione, si scrivono su Face-book e non hanno ancora una sede definitiva (“Contiamo di averla da febbraio quando il Fli diventerà      un partito”) si riuniscono in qualche bar e stanno ancora mettendo a punto l’organizzazione.
Però giurano che in città  c’è molto entusiasmo, anche se a volte, dicono, i simpatizzanti non sanno a chi rivolgersi.
“A Treviso abbiamo un forte consenso, secondo i sondaggi a dicembre siamo cresciuti molto anche dopo la manovra della fiducia il 14. Se andassimo al voto avremmo un 5% di consenso, un’ottima base”.
Anche il coordinatore regionale di Fli, il senatore Maurizio Saia, conferma che dopo il 14 dicembre “lo zoccolo duro ha tenuto, e le iscrizioni sono continuate ad aumentare”.
Solo a Padova i circoli di GI sono 32 per circa 600 iscritti, mentre in Veneto “i sondaggi danno un numero di adesioni sopra la media nazionale”.
Chi sono…? “Quasi sempre gruppi di professionisti, a Conegliano è nato un circolo fatto da medici, a Padova uno di avvocati”.
Cosa ne pensa allora del circolo dei “nuovi italiani” a Treviso…? “Sono ben felice. In Veneto feci il primo circolo di extracomunitari aennini. Mandai una lettera a Fini per informarlo”.
Come la prese…? “Disse che si rischiava la riserva indiana”.
E ora…? “Ora è tutto cambiato”…

Erminia della Frattina
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA PATACCA FEDERALISTA DERAGLIA, LA LEGA NON SA PIU’ CHE FARE E FINISCE SPERNACCHIATA

Gennaio 21st, 2011 Riccardo Fucile

CALDEROLI PROPONE SETTE GIORNI DI PROROGA, IL TERZO POLO NON CI STA: “NON BASTANO, SERVONO SEI MESI PER   ATTUARE LE NECESSARIE MODIFICHE, OCCORRONO RISPOSTE CONCRETE, IL TESTO E’ STATO PEGGIORATO”…E IN COMMISSIONE IL GOVERNO NON HA LA MAGGIORANZA

Si fa sempre più tortuosa la strada del federalismo.
Il consiglio dei ministri ha deciso il rinvio di una settimana per l’esame e il voto dei pareri sulla delega al federalismo fiscale da parte della ‘bicameralina’ per il federalismo.
Il rinvio di una settimana è stato proposto dal ministro della Semplificazione Roberto Calderoli che spiega: “Vogliamo proseguire il dialogo”.
Il governo, in questo modo, ha concesso una settimana in più alla commissione per discutere ed approvare il testo, il cui via libera in questo modo slitterà  da mercoledì prossimo a quello successivo.
“E’ andata bene, c’è solo qualche giorno in più per leggere gli emendamenti”, sottolinea il ministro delle Riforme, Umberto Bossi.
Che però torna a minacciare le urne: “Se ci sono i voti bene, altrimenti si va a votare”.
Le opposizioni, intanto, non ci stanno.
Il Terzo Polo dice che una settimana di tempo non basta affatto, e anzi chiede una proporoga di sei mesi.
Analoga posizione dei democratici: “Rinvio di una settimana è una presa in giro”.
“Il governo ha la volontà  di spaccare anche il capello se necessario ma chiederemo all’ufficio di presidenza della bicamerale che sia fissato un orario per la seduta del mercoledì successivo in modo che ci sia la certezza dei tempi”, spiega Calderoli.
Riguardo alla proroga di sei mesi per la legge delega che scade il 21 maggio, chiesta dall’opposizione, rimanda la decisione al Parlamento: “è una valutazione che spetta all’Aula, il governo non può esprimersi su questo”.
Ma la scelta del governo non convince del tutto i Comuni.
“A noi interessano risposte positive sui temi che abbiamo proposto, se una settimana in più serve per approfondire e dare risposte in quel senso, ben venga” dice il sindaco di Torino e presidente dell’Anci, Sergio Chiamparino – Comunque anche di fronte alle posizioni che sono emerse in Commissione bicamerale, il rinvio mi sembra saggio, ma non so se sufficiente. Ma questo non sono in grado di valutarlo ora, valuteremo i testi che ci verranno proposti”.
“Resta fermo -conclude Chiamparino- che nostro giudizio dipenderà  dalle risposte ai punti che abbiamo sollevato e che tutti conoscono, perchè li abbiamo consegnati ieri nero su bianco”.
In trincea il Pd e il Terzo Polo di Fini e Casini. “Una proroga di pochi giorni non è adeguata alla complessità  dei problemi relativi al federalismo municipale” commenta Linda Lanzillotta.
“Presenteremo un emendamento al milleproroghe – ribadisce Mario Baldassarri di Fli – per chiedere una proroga di 5-6 mesi sulla delega”.
“Avevamo ragione noi. – osserva Davide Zoggia, responsabile enti locali del Pd – Prendiamo atto che c’è stata una decisione sulla proroga ma dobbiamo essere oggettivi e dire la verità : la proposta di rinvio di una settimana è solo una presa in giro. I testi devono essere riscritti prendendo il tempo che sarà  necessario e tenendo conto degli importanti rilievi emersi in questi mesi”.
Fini e Casini hanno stretto all’angolo Bossi che non sa come uscirne: in commissione il governo non ha la maggioranza e se insiste va sotto.
In tal caso dovrebbe mettere in atto la minaccia della crisi di governo, ma il premier non vuole.
Alla fine è la Lega che rischia grosso, pressata tra esigenze di governo e volontà  del suo elettorato.
E il senatur stavolta non può pensare di cavarsela con la solita raffinata pernacchia: quello che rischia di finire spernacchaito è lui e la sua patacca spacciata per federalismo.
Non potrebbe neanche più venderla come la panacea di tutti i mali ai beoti padani.
Beoti si, ma fino a un certo punto.

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GIULIA BONGIORNO: “NOI DONNE CALPESTATE, NON POSSIAMO TACERE”

Gennaio 21st, 2011 Riccardo Fucile

BERLUSCONI, CON LE SUE PAROLE E I SUOI COMPORTAMENTI, HA INFERTO UNA FERITA A TUTTE LE DONNE ITALIANE, A QUELLE CHE STUDIANO E LAVORANO SENZA CERCARE SCORCIATOIE, A CHI A CERTE FESTE NON CI VA, A CHI PERCORRE CON DIGNITA’ LA STRADA DELL’IMPEGNO E DEL SACRIFICIO, CONCILIANDO LAVORO E MATERNITA’…NELL’ELENCO DELLE PRIORITA’ DI QUESTO GOVERNO MAI UNA BATTAGLIA A FAVORE DELLE DONNE

Quando è in corso un’indagine che riguarda un personaggio pubblico, l’immancabile amplificazione mediatica che ne consegue è insidiosissima.
Di solito, gli elementi divulgati sono soltanto quelli raccolti dai pubblici ministeri. Si finisce così per attribuire il crisma di verità  a tesi parziali.
E l’idea che se ne fa l’opinione pubblica può risultarne alterata.
Da avvocato, sento quindi l’obbligo di sottolineare che l’indagine sul premier Silvio Berlusconi non deve fare eccezione: prima di formulare giudizi in merito alla fondatezza delle accuse mossegli dalla Procura, bisogna senza dubbio attendere gli sviluppi processuali.
Fatta questa doverosa premessa, voglio però subito precisare che non sono affatto d’accordo con quanti usano questo ragionamento come arma per stroncare ogni tipo di riflessione critica: in questi giorni ho infatti sentito invocare la presunzione di innocenza per mettere a tacere chi contestava non la consumazione di reati ma fatti storici oggettivamente emersi, fatti che nessun processo potrà  mai cancellare.
In definitiva, se prima di condannare è necessario aspettare che si faccia chiarezza sulla sussistenza di certi reati, non si può ignorare che non tutto quanto è emerso in questi giorni è “in attesa di giudizio”: il contesto oggettivo in cui sarebbero maturate le vicende processuali non ha improvvisamente squarciato un velo e mostrato un profilo imprevisto e del tutto inedito del premier.
Nelle aule di Milano si discuterà  se Silvio Berlusconi abbia o meno consumato i reati di prostituzione minorile e di concussione, ma non erano necessarie le vicende sottostanti a queste contestazioni   –   nè una sentenza   –   per conoscere la sua opinione sulle donne.
Un’opinione che, se non ha rilevanza penale, ha tuttavia un’enorme rilevanza politica.
Un’opinione da lui stesso espressa in modo inequivocabile con battute, barzellette, colloqui pubblici e privati.
Un’opinione già  delineatasi attraverso le dichiarazioni di Veronica Lario, quelle più recenti di Barbara Berlusconi (due testimoni molto attendibili), le vicende di Noemi Letizia e Patrizia D’Addario, nonchè attraverso la singolare questione di alcune donne prima forse inserite nelle liste delle candidature alle Europee del 2009 e poi da quelle liste sicuramente scomparse.
Quello che Silvio Berlusconi sembra maggiormente apprezzare nel genere femminile è l’avvenenza, al punto da far passare in secondo piano requisiti di ben altro spessore (credo sia rimasta impressa nella memoria di tutti la rozzezza della battuta all’onorevole Rosy Bindi); ancora meglio, poi, se a un aspetto fisico di un certo tipo si accompagnano giovane età , accondiscendenza e disponibilità  ad abdicare al proprio spirito critico.
Di fronte a tutto ciò, ho sentito obiettare che si tratterebbe di questioni attinenti alla vita privata del premier e che dunque   –   appunto per questo   –   dovrebbero riguardare soltanto lui e la sua coscienza.
No, non è così.
Non c’è spazio per sostenerlo: lo stile e la filosofia di vita di un uomo che riveste la carica di presidente del Consiglio non possono non ripercuotersi sulla vita pubblica.
Lo dimostra il fatto che Berlusconi, con le sue parole e i suoi comportamenti, ha inferto una ferita a tutte le donne italiane: alle donne che studiano e lavorano (spesso percependo stipendi inadeguati o, come nel caso delle casalinghe, senza percepirli affatto), a tutte noi che facciamo fatica un giorno dopo l’altro; alle donne che per raggiungere ruoli di rilievo non soltanto a certe feste non ci sono andate, ma hanno semmai dovuto rinunciare a vedere gli amici; a quante, invece di cercare scorciatoie, hanno percorso con dignità  la strada dell’impegno e del sacrificio.
E a coloro alle quali è stato chiesto, più o meno esplicitamente, di scegliere tra vita privata e vita pubblica, perchè conciliare un figlio con il successo sarebbe stato troppo difficile: con il risultato che hanno rinunciato alla maternità  o che ci sono arrivate ben oltre il momento in cui avrebbero voluto.
A ciascuna di loro   –   nel momento in cui le donne vengono scelte e “premiate” in base non al merito ma a qualcos’altro che con la professionalità , l’impegno, l’intelligenza ha poco o nulla a che fare   –   è stata riversata addosso l’inutilità  del suo sacrificio.
Brucia, questa ferita. Brucia anche perchè non sfugge che sono davvero in tanti a sottolineare, forse persino con un pizzico d’invidia, la fortuna e il fascino di un uomo più che maturo circondato da giovanissime più o meno avvenenti che si contendono i suoi favori, pronte a tutto pur di compiacerlo.
Anche se, in un paese maschilista come il nostro, la complicità  tra uomini turba ma non sorprende.
Ma non si tratta esclusivamente di una ferita inferta alla dignità  della donna, c’è di più; mai le battaglie del presidente del Consiglio hanno coinciso con le battaglie delle donne.
Basterebbe a tal proposito ricordare che negli elenchi delle priorità  di questo governo, che via via vengono snocciolate, figura di tutto     –   in primis, battaglie contro magistrati “comunisti”   –   , ma mai, mai, battaglie a favore delle donne. Come se le donne non avessero problemi concreti e indifferibili.
Come si può ipotizzare che le leggi per combattere pm “politicizzati” siano più urgenti di quelle che dovrebbero venire incontro alle necessità  di tutte noi?
E allora non copriamo con l’alibi del segreto istruttorio, o con il fragile scudo della privacy, ciò che segreto non è, e nemmeno riservato.
Ma sono le donne che per prime devono farsi forti della loro dignità  e della consapevolezza del loro valore   –   senza distinzione di età , credo politico, provenienza geografica   –   per esprimere a voce alta lo sdegno che questa mentalità  suscita, ne sono sicura, nella stragrande maggioranza di noi.
Se credono, gli uomini continuino pure ad ammirare e a sostenere Silvio Berlusconi; le donne, per favore, no.

Giulia Bongiorno
Futuro e Libert��

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