Aprile 15th, 2018 Riccardo Fucile
SU FB E TWITTER PESANTI CRITICHE ALLA POSIZIONE DEL MOVIMENTO DEGLI ANTI-USA: “TROPPO ATTENDISTI”
La base M5S contro Luigi Di Maio e i suoi “discorsi da democristiano”. 
La polemica monta sul web dopo le dichiarazioni del leader 5 stelle a proposito della crisi in Siria dopo gli attacchi di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia.
Di Maio, infatti, ieri mattina ha espresso preoccupazione e si è augurato che “l’attacco di oggi resti un’azione limitata e circoscritta e non rappresenti invece l’inizio di una nuova escalation”. E ha puntualizzato: “restiamo al fianco dei nostri alleati”.
Ma, racconta l’agenzia di stampa AGI, gli attivisti chiedono una condanna più netta. “Il Movimento deve essere contro la guerra, senza se e senza ma” sostiene Daniele da Cortona, che aggiunge critico: “Vedo troppa ambiguità e perbenismo nel Movimento degli ultimi tempi, stare con un piede in due staffe non portera’ bene al futuro del Movimento” e chiede di “esprimere fermo dissenso per i bombardamenti messi in atto da chi ha condannato di fatto una nazione sovrana senza l’ombra di una prova!”.
Duro anche Patrizio da Cagliari: “Con tutto il rispetto e la comprensione per la diplomazia, posso dire chiaro e tondo che non mi piacciono i discorsi da democristiano? O dobbiamo prendere lezioni da Salvini in merito? Per cortesia sveglia, e’ proprio ora sapete?”.
Un follower che si firma ‘undefined’ attacca: “Io ho votato un Movimento contro la guerra e le fake news, siete voi quel Movimento?”.
E Alessandro rincara la dose: “Stiamo diventando lo zerbino nuovo nuovo. Finito lo zerbino Pdino arriva lo zerbino a 5 stelle per tutti e di tutti!”.
Ancora più duro Lucio da Riccione che si dice “nauseato” per quello che definisce “il massimo del politichese stile prima Repubblica, del vecchio linguaggio democristiano, dell’ambiguità , della doppiezza, con un tocco di collusione (“Restiamo al fianco dei nostri alleati”) verso un presidente e un paese che violano di continuo la legalita’ internazionale, compiendo atto criminali e che molti di quelli che hanno votato il M5s considerano un paese nemico dell’umanità e non un alleato. Farsi superare da Salvini in coerenza e onesta’ intellettuale — prosegue — la dice lunga su quello che sta accadendo nel M5s. C’è un limite all’indecenza intellettuale e politica: ne renderete conto ai cittadini alle prossime elezioni…”.
Amareggiata Lucia che scrive: “Sono svariati anni ormai che crediamo e speriamo solo in voi, ma sembra che piano piano impercettibilmente ma inesorabilmente vi allontanate da noi e vi avvicinate sempre più a quei poteri che dicevate di voler combattere. Dio non voglia, sarebbe la fine per noi e per voi”.
Anche Mila critica il comunicato di Di Maio, parola per parola, ma poi aggiunge: “Nutro ancora fiducia in voi pero’ ci dovete dire se date piu’ ascolto ai poteri forti (Capo dello Stato, con tutto il rispetto, chiesa, unione europea, giornalisti che sono parte del sistema) che provano in tutti i modi a ‘trascinarvi’ dalla loro parte oppure dare ascolto a noi cittadini. Attenti — ammonisce — state assomigliando al Pd! In giro c’è dello scontento, è per questo motivo che non penso che siano tutti infiltrati gli scontenti su questo blog e non solo! Non ci ignorate, dite qualcosa! Poi — aggiunge a proposito delle trattative per la nascita di un governo — si’ al dialogo con Salvini, Fdi e una parte di FI… ma no al Pd!”.
E poi c’e’ Luca: “Credo che Di Maio si dovrebbe vergognare!”. E Pier Luigi: “Mio Dio cosa siam diventati… Di Maio pur di governare si è europeizzato e Atlantizzato, ma anche si è Gentilonizzato e soprattutto si è Renzusconizzato a tal punto da presentarsi come la terza via senza soluzione di continuità del Renzusconismo”.
Rari i commenti in difesa del leader M5s come quello di Massimo da Roma che invita alla calma. “Calma: la posizione di Di Maio sulla risoluzione dei conflitti in modo pacifico, diplomatico e politico e’ evidente e coincide ovviamente con la posizione sempre espressa dal Movimento. In politica, a volte, si va dritti al bersaglio con la freccia facendo una curva, perche’ se si mira direttamente il bersaglio la ‘gravita’ terrestre’ la spingerebbe in basso e fuori rotta. Voi avete sentore della gravita’ melmosa in cui ci stiamo muovendo in questi momenti cruciali? Il nostro obiettivo ora e’ l’Italia — prosegue nel suo ragionamento — non la Siria su cui ora, purtroppo, non possiamo far valere ancora la nostra linea politica di dialogo e di risoluzione pacifica che per noi e’ l’unico metodo per risolvere qualsiasi contrasto. Siamo nel bel mezzo di una decisiva partita ‘nazionale’ a scacchi, con imprevisti internazionali annessi… A coloro che pensassero di poterla risolvere e vincerla come se stessero giocando a bocce, va il mio piu’ caloroso invito alla calma, con la certezza assoluta che il Movimento e il Di Maio non potrebbero mai rinnegare se stessi per costituzione”.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 13th, 2018 Riccardo Fucile
“SALVINI COME DUDU’, BERLUSCONI PARLAVA E LUI MUOVEVA A BOCCA”… COSI’ STA MINANDO L’INTESA CON LA LEGA
Se la situazione direzione governo non si fosse già abbastanza incartata ieri, ecco che nel tardo pomeriggio si materializza Alessando Di Battista.
A Perugia, al Festival del giornalismo. E tira una bordata pazzesca. “Matteo Salvini sembrava Dudù, Berlusconi parlava e lui muoveva la bocca”.
E ancora: “Spero che abbia il coraggio di staccarsi. Ma forse non può farlo. Forse ci sono cose che non sappiamo. SI parla di fideiussioni, di quattrini dati alla Lega…”.
Ce ne è anche direttamente per il leader azzurro: “È ineleggibile, incandidabile, condannato per frode fiscale, finanziatore di quelli che hanno fatto saltare in aria Falcone e Borsellino”.
Nel quartier generale di Luigi Di Maio si rimane basiti.
L’ex deputato non ha avvisato nessuno della sua uscita. E viene sottolineato proprio il fatto che si tratti delle parole di un non eletto, come a derubricarle a quelle di un simpatizzante qualunque. Ma è cercare di nascondere un elefante dietro un palo della luce.
Chi ha ottime entrature ad Arcore, come Alessandro Sallusti e Giorgio Mulè, assicura che sono state le parole di mercoledì del barricadero 5 stelle (“Berlusconi è il male assoluto”) a far saltare l’ipotesi del passo di lato dell’ex Cavaliere, che pure la war room stellata fino al pomeriggio dello stesso giorno lasciava prudentemente filtrare.
E quindi al di là del più classico dei “ha parlato a titolo personale”, lo sconcerto rimane. I telefoni iniziano ad impazzire.
C’è il tentativo di minimizzazione, che tuttavia viene accompagnato da due concetti che vengono ripetuti senza sosta. Uno: “Non sapevamo nulla di questa uscita”. Due: “Siamo in una fase delicatissima, di certo non aiuta”.
Chi ha accesso nella stanza dei bottoni spiega che “sicuramente incarna un Movimento di un certo tipo”.
E ammette: “Lui dice quello che pensa. Vede una situazione che non gli piace, e la affronta a suo modo”.
Chi ha seguito il suo tour in camper per le strade d’Italia può confermare. Ma oggi la situazione è profondamente diversa. E la più piccola delle palle di neve lanciate dalla sommità della montagna a valle può essersi trasformata in valanga.
Chi avrebbe detto che un post dell’ex deputato su Facebook avrebbe potuto contribuire a cambiare il mood politico del leader azzurro? Ed è successo solo due giorni fa.
Indirettamente Di Battista tira secchiate d’acqua anche dentro il secondo forno aperto dai 5 stelle. “Renzi e Berlusconi sono la stessa cosa — ha spiegato ai giornalisti che lo incalzavano a Perugia – Ma poi quante sono le parti del Pd? Se adesso dovessi chiamare uno del Pd per capire la sua linea, chi chiamerei? Non lo so. Io lo votavo, perchè credevo che fosse antitetico a Berlusconi, poi ho capito che sbagliavo io”. Quanto basta per dare il là al Dem Ettore Rosato per sprangare una porta che era già chiusa: “Se qualcuno aveva dubbi sull’apertura dei 5 stelle, oggi Di Battista ha chiarito la linea”.
Un disastro comunicativo. Sul quale si cerca di spargere il miele dell’irrilevanza in una trattativa così complessa e così ad alto livello.
Ma che difficilmente tiene in un quadro nel quale anche il semplice battere di due mani a Perugia può generare un cataclisma a Roma.
Il pensiero laterale, quello che sia una mossa concordata insieme a Beppe Grillo, che con l’ex deputato romano ha una buona consuetudine e comunione d’intenti, viene rigettata in blocco.
Sia dall’entourage di Di Maio che da quello dello stesso Di Battista. A sera, sul blog del comico, esce un post nel quale vengono elencati una serie di motivi per i quali il reddito di cittadinanza si potrebbe ben sposare con le politiche del Carroccio. Una direzione esattamente opposta. Ma anche qualora fosse un’iniziativa solitaria ed estemporanea, rischia di scavare un ulteriore e profondissimo solco nella strada che sta percorrendo Di Maio nel faticoso tentativo di ascendere a Palazzo Chigi.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 12th, 2018 Riccardo Fucile
IL FALLIMENTO DI CHI SI RITIENE L’UNICO POSSESSORE DEL DIRITTO MORALE SULLA TERRA
Livido, deluso e arrogante. Il gran fallimento della seconda giornata di consultazioni ci svela il vero
volto di Di Maio.
Spettacolo ultraterreno vedere quel viso levigato, impassibile sotto ogni pressione, quella fronte senza mai una ruga di fatica, cedere sotto la umanissima mazzata della delusione.
Sembra un po’ di rivedere la stessa trasformazione che ha attraversato poche ore prima, oltreoceano, un altro trentenne di successo, Mark Zuckerberg, la cui immacolata immagine di sicurezza si è sciolta nelle gocce di sudore che hanno alla fine invaso la sua implacabile fronte, sotto lo sgarbato interrogatorio del Congresso americano.
Capita ai giovani leader quando escono dal terreno di sicurezza che si sono costruiti intorno. Nulla di male. Son giovani e si faranno. Le loro debolezze non gli fanno male sul piano personale.
Quello che ci riguarda è invece che il nuovo Di Maio, nell’ora della sua difficoltà , ci ha anche rivelato la debolezza e la supponenza etica che si celano dietro il teorema politico su cui si sono mossi i 5 Stelle in questo periodo.
Abbandonato da Salvini, irriso da Silvio Berlusconi, anche di fronte alle macerie in cui un anziano leader ha ridotto l’attento piano di arrivare a palazzo Chigi, Luigi Di Maio si presenta sulla tribuna del Quirinale e non fa un minimo di autocritica. Ripropone i propri mirabili sforzi, la propria giustezza, e ancora ha la forza di dare ordini e condanne a tutti. “Berlusconi deve fare un passo di lato”, “la posizione di Salvini non la comprendo”, “il Pd è fermo su posizioni che non aiutano”.
A che titolo gli altri debbano fare quello che lui dice loro si fa finalmente chiaro nell’affanno del momento. I pentastellati sono i possessori unici del diritto morale nella terra della politica. Per cui ognuno deve fare quello che loro vogliono, se vogliono essere salvati.
Che è poi il vero pensiero accuratamente nascosto della presenza politica dei 5 Stelle. È proprio infatti con la stizza da predicatore stufo dei suoi peccatori che Di Maio chiude con secchezza il discorso e se ne va.
Lasciando il povero elettore che lo segue da casa senza un straccio di proposta per la sua resurrezione, per non parlare del futuro prossimo.
Eppure, bastava che Di Maio, o chi per lui, facesse meno giochi, avesse un minor alto senso di sè, e forse avrebbe capito che è difficile mettere qualcuno nel sacco in politica.
La politica essendo il posto dove si scaricano, in generale, tutti i più competitivi e furbi del pianeta. In politica valgono reti di rapporti seri, costruzioni di relazioni non strumentali, e concretezza.
Ma i pentastellati si sentono al di sopra di queste cose. In questo senso sembrano già Renzi senza nemmeno essere andati a palazzo Chigi.
E infatti alla fine sono stati messi nel sacco proprio da colui che è il più resistente inquilino della politica, nonchè il più furbo dei furbi, Silvio Berlusconi.
Un Silvio doc che esercitando la sua forza di trattativa in privato e accennando qualche mossa da cabaret in pubblico ha in un colpo solo distrutto il piano “dei due vincitori”, ha sminuito Di Maio, ha convinto Salvini a stare nel centrodestra, dandogli il diritto all’incarico, e si è intestato una leadership moderata e rassicurante sulla politica estera in un momento in cui il Quirinale ha bisogno di ogni possibile aiuto per formare un governo che appaia solido a sufficienza da reggere i tremori delle esplosioni in Siria.
Anche questa nel centrodestra è stata una molto dovuta operazione chiarezza.
Sul Pd invece non c’era da far chiarezza perchè la inadeguatezza dell’organizzazione è stata alla luce del sole per tutto questo mese post elettorale: oggi alle consultazioni questa assenza di iniziativa è stata solo confermata dalla catatonica fibra delle dichiarazioni della delegazione.
L’unica verità che luccicava, dietro le solite parole di ragionevole necessità di “dare al più presto un governo al paese” è che il Pd oggi ha un’unica speranza: quello di essere la plastilina in mano a Mattarella.
A sei settimane dal voto possiamo dire che un giro vero di vincitori e vinti cominciamo a vederlo.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 12th, 2018 Riccardo Fucile
“COMANDA SOLO DI MAIO. GRILLO? E’ COME LA MAMMA DI PSYCHO, LO TIRANO FUORI ALL’OCCORRENZA”
Il tradimento delle origini, la svolta istituzionale, un unico dogma come programma politico: creare consenso, costi quel che costi. Una mutazione genetica per il Movimento 5 Stelle “che ormai non ha più nulla di quello che ho conosciuto io”. Federico Pizzarotti, sindaco di Parma al secondo mandato, è il primo grande dissidente del M5S: “Che ormai è diventato il partito personale di Di Maio. Se riusciranno a fare il governo? Lo sa solo il loro capo politico: decide tutto lui”.
Così Pizzarotti a Circo Massimo, la trasmissione di Radio Capital condotta da Massimo Giannini.
Il tema principale è quello della formazione del governo. E il sindaco di Parma analizza la politica dei due forni messa in campo dai Cinque Stelle.
Suggerendo i motivi per cui alla fine un accordo con la Lega è più probabile: “In questi anni il Pd è stato demonizzato: per il militante del Movimento è peggio il Pd che la Lega. Salvini non è mai stato il nemico pubblico numero uno”.
Un accordo, quello tra Carroccio e M5S su cui pesa la presenza di Berlusconi. “Ma io ormai mi aspetto di tutto da Di Maio: per loro basta mettere a punto solo una strategia comunicativa efficace e possono giustificare tutto”.
Aboliti i principi, spazio aperto per ogni tipo di compromesso. Una fase politica che segna una mutazione per il Movimento Cinque Stelle. “Mi aspettavo un minimo di ribellione dalla base: invece ogni cosa che viene decisa dall’alto viene immediatamente assimilata”, continua Pizzarotti.
Che sottolinea come l’assenza di spirito critico tra militanti e dirigenti sia sfruttata dai vertici. “La linea è ormai solo creare consenso: non più solo rivolgendosi ai cittadini ma anche agli apparati, alle associazioni”.
Una mutazione che Pizzarotti lega al “nuovo ruolo” di Beppe Grillo: “Il fondatore del Movimento non c’è più dal 2014. E’ come la mamma di Psycho…sta lì mummificato, viene tirato fuori quando serve a Casaleggio e Di Maio”.
(da “NexQuotidiano”)
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Aprile 10th, 2018 Riccardo Fucile
ERANO UNO SPRECO INSENSATO FINO A IERI, MA OGGI VIA LIBERA AL GRUPPO DI LEU DA PARTE DI FICO
Sembra ieri, e invece era appena il 29 marzo del 2013 quando sull’allora blog di Beppe Grillo il
MoVimento 5 Stelle bollava come uno spreco insensato la costituzione di un gruppo parlamentare in deroga ai regolamenti della Camera. All’epoca firmava il post l’onorevole Roberto Fico, oggi presidente della Camera:
Il regolamento della Camera ci dice che un gruppo di deputati inferiore al numero di 20 non può formare un gruppo parlamentare autonomo ma deve andare a comporre il gruppo misto. I componenti di “Fratelli d’Italia” sono 9. Durante la riunione dell’ufficio di presidenza il MoVimento 5 Stelle ha chiesto quanto costa la costituzione di questo gruppo, la risposta del questore è stata questa: “400.000 euro all’anno in più”. Dato che la costituzione di questo nuovo gruppo parlamentare aveva bisogno del voto dell’ufficio di presidenza andando in deroga al regolamento si è proceduto al voto.
Tutti i partiti, tutti, dal Pd al Pdl hanno votato a favore. Il M5S ha votato contro. Il risultato è che in deroga al regolamento della camera dei deputati si forma un nuovo gruppo parlamentare denominato “Fratelli d’Italia” composto da 9 deputati e che ci costerà 400.000 euro all’anno in più. Soprattutto in questo periodo ci sembra una spesa davvero inutile e assurda, degna della casta, lo abbiamo detto in tutti i modi durante la riunione di presidenza, ma niente!
O tempora! O mores!
Ieri invece l’Ufficio di presidenza di Montecitorio, proprio nella Camera oggi presieduta da Roberto Fico, ha dato il via libera a Liberi e uguali di costituire un gruppo autonomo.
LEU aveva chiesto la deroga, essendo solo in 14 deputati, mentre per regolamento ne servono almeno 20.
Fino ad oggi Leu era una componente del gruppo Misto.
L’Ufficio di presidenza ha concesso la deroga e quindi, d’ora in avanti, LEU sarà gruppo parlamentare a sè. Il voto è stato all’unanimità .
Quindi anche il MoVimento 5 Stelle ha dato l’ok.
D’altro canto, cosa volete che siano 400mila euro all’anno?
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 9th, 2018 Riccardo Fucile
LA REPLICA DEL GIORNALISTA: “HA LE CHIAVI DEL PARTITO PIU’ POTENTE D’ITALIA E RIVENDICA CON ORGOGLIO LA MIA CACCIATA”
Davide Casaleggio rompe il silenzio sull’esclusione del giornalista della Stampa Jacopo Iacoboni all’evento da lui organizzato Sum#02.
Con un post su facebook difende la scelta di lasciare fuori il cronista critico: “A quasi due anni dalla scomparsa di mio padre, insieme ad amici e collaboratori abbiamo organizzato SUM#02 per mettere in pratica una cosa che lui ci esortava sempre a fare: “Capire il futuro”. Il nostro intento è sempre stato quello di organizzare un evento a cui avrebbe voluto partecipare anche lui. Un evento che nella pratica ha riscosso un grande successo e che è stato particolarmente apprezzato per la qualità dei relatori presenti sul palco e per i loro interventi”, scrive Davide Casaleggio.
“Eppure con un certo stupore i media si sono soffermati sul mancato accesso di un giornalista a SUM#02- I contenuti, le esperienze e gli scenari futuri raccontati dai relatori sono stati messi da parte per un presunto attentato all’informazione libera o addirittura alla democrazia. Ma cosa è successo veramente a SUM#02?”, continua il figlio del fondatore del M5S Gianroberto.
“SUM#02 è un evento serio, che richiede la registrazione dei partecipanti. Di tutti, compresi naturalmente anche i giornalisti. Perchè tutti i giornalisti devono accreditarsi obbligatoriamente mentre lui può essere al di sopra delle regole?”, chiede Casaleggio.
“Alla domanda se volessi chiudere un occhio, ho ripensato alle parole di mio padre di due anni prima. Era il 7 aprile 2016: “Lo sciacallo Iacoboni usa il pretesto delle mie condizioni di salute, note da tempo, per inventare retroscena inesistenti e fuori dalla realtà sulla gestione del MoVimento 5 Stelle e schizzare veleno sui portavoce”. Questa fu l’ultima dichiarazione pubblica di Gianroberto Casaleggio che scomparve solo 5 giorni dopo.
In un evento per ricordare il pensiero e gli ideali di mio padre, mi sono chiesto se lui avrebbe voluto che ci fosse una persona tanto meschina. E sulla risposta non ho avuto alcun dubbio”, conclude Davide Casaleggio.
La replica di Iacoboni. “Questo è l’uomo che ha le chiavi del partito più potente d’Italia. Rivendica con orgoglio la cacciata di un giornalista. Cacciata che alcuni, ieri, pensavano fosse una mia invenzione. Insulti a parte, grazie Casaleggio, ha confermato che mi ha cacciato lui”. Lo scrive su twitter Jacopo Iacoboni.
(da agenzie)
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Aprile 9th, 2018 Riccardo Fucile
E AL SUMMIT CON GRILLO E CASALEGGIO IL PD NON VIENE NOMINATO
Arduo chiamarlo vertice, visto che si è trattato di una grigliata, qualche partita di biliardino e i soliti onori tributati al santone della comicità venuto a fare capolino nelle più terrene questioni politiche, nella giornata in cui tutto sembra incartarsi e l’ipotesi di un premier terzo rispuntare con insistenza.
Ogni cosa si mescola nel M5S, privato e pubblico, associazioni, fondazioni e partito, battute comiche e dichiarazioni sul governo.
La scena è questa: villa a Ivrea, poco fuori il centro, proprietà di Davide Casaleggio, ideatore dell’Associazione intitolata al padre e del Sum#02, seconda giornata annuale dedicata a Gianroberto.
Di Maio incredibilmente non indossa la cravatta, ma maglioncino e jeans. Scatta un selfie con Beppe Grillo e Davide. Tutti sorridenti, tutti in attesa.
La strategia funziona così: dichiarare e aspettare la replica, dichiarare e aspettare di nuovo.
In mattinata Di Maio è ad Aosta, per lanciare la campagna elettorale in vista delle elezioni del 20 maggio. Bagno di folla e primi messaggi, diretti a Matteo Salvini, tuttora il più probabile partner di governo: «Capisco che Salvini abbia difficoltà a sganciarsi da Berlusconi, ma da Arcore non può partire nessuna proposta di cambiamento». Non «un governo di cambiamento ma solo un governo-ammucchiata. E per noi questo film non esiste».
Il film infatti sarebbe un altro, nella testa di Di Maio: Salvini deve spezzare il cordone che lo tiene legato a Berlusconi, ma sa che per farlo «ha bisogno di tempo».
Tutti sembrano avere bisogno di tempo, e ormai è convinzione anche del leader grillino «che si arriverà quasi sicuramente a maggio», forse addirittura oltre il terzo giro di consultazioni, sempre che il presidente Sergio Mattarella non posticipi, come desiderano i grillini, il secondo giro.
La sensazione è che ci sia un congelamento e i grillini lo confidano a Grillo, aggiornandolo.
Il comico, costretto a rispondere fuori dalla villa, esprime ottimismo: «Un governo si farà » e lo dice convinto che con Salvini alla fine una soluzione si troverà . Del Pd si parla poco o nulla. L’attenzione è tutta sul vertice del centrodestra ad Arcore. Da lì arriva un comunicato congiunto che manda su tutte le furie Di Maio.
Il centrodestra è blindato, si parte da lì per il governo, dicono i tre leader, compreso Salvini. «Ah sì?» reagisce il grillino.
Prima invia un sms al leghista, poi pubblica un post su Facebook: «Vedo che la Lega preferisce tenersi stretto Berlusconi e condannarsi all’irrilevanza. Adesso per completare l’opera, consiglio a Salvini di chiedere l’incarico di governo al presidente Mattarella e di dimostrare come possa governare con il 37%. Da noi la grande ammucchiata non avrà un solo voto. Quando Salvini vorrà governare per il bene dell’Italia ci faccia uno squillo, gli diremo se saremo ancora disponibili a lavorare con lui al contratto di governo».
Il messaggio di Di Maio a Salvini non ha proprio i toni gentili. Tant’è che il leghista intervenendo a Treviso sembra ammorbidire il precedente comunicato, smarcarsi dagli alleati e ribadire il coinvolgimento del M5S. Altrimenti, minaccia, «non resta che il voto».
Di Maio potrebbe forzare le trattative e disertare il tavolo che la Lega ha intenzione di offrire ai grillini.
Serve a prendere tempo e a concederlo, a logorare le certezze degli interlocutori.
Ma Di Maio sa che, a sua volta, Salvini è pronto a usare un’altra arma contro di lui: la poltrona di premier, a cui il capo politico del M5S sembra non voler rinunciare, a differenza del leghista.
Il terzo nome, evocato da tutti ma senza un corpo a vestirlo, è un veleno che potrebbe insinuarsi e intossicare la compattezza del Movimento, soprattutto se il veto su Berlusconi reggesse fino alla fine, e Di Maio quindi si trovasse costretto a dover anche lui rinunciare a qualcosa per far nascere il governo.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 8th, 2018 Riccardo Fucile
“CON I DEM E’ PIU’ FACILE ARRIVARE AL REDDITO DI CITTADINANZA”
Pronti, lo sono. Con chi ci sta: chiunque sia, o quasi.
Stefano Baudino, aspirante giornalista di 23 anni: «Adesso il Movimento ha la responsabilità di dare una risposta a milioni di persone che si sono affidate a lui. Sarebbe assurdo, da primo partito italiano, isolarsi e stare all’opposizione. No, stavolta non ci si può davvero chiamare fuori».
Più Di Maio, meno Di Battista: infatti il «Dibba» non c’è e di suoi supporter, a intuito, se ne vedono pochi.
Meno popolo, più classe dirigente, produttiva e pensatrice. Meno nerd, più abiti eleganti.
Quanto sono lontani i tempi del «Vaffa». Del «noi» o «loro».
Il popolo del Movimento 5 Stelle – ma qui, è bene dirlo subito, c’è quasi soltanto l’èlite – si è fatto istituzionale come il suo attuale leader. Misura le parole, le pesa. I partiti non sono più il demonio.
Concetti come «dialogo» e persino «accordo» sono pienamente sdoganati. «Alleanza» no: non se ne parla. Non ancora, almeno.
Di aziendale, la convention organizzata a Ivrea da Davide Casaleggio per ricordare il papà Gianroberto, ha anche il linguaggio del popolo degli attivisti, sostenitori, simpatizzanti. «Contratto» è la parola magica, l’apriscatole: «Sì, come si fa tra aziende: una lista di impegni da rispettare, tempi e modalità . Stop», dice William Benetti, 21 anni, studente.
Dentro le ex officine dell’Olivetti si certifica l’ultima metamorfosi dell’universo Cinquestelle: non si discute se il Movimento andrà al governo. Si discute a quali condizioni. E con chi.
Non è una svolta da poco, anche se dello spirito originario qualcosa è rimasto. Il no alle alleanze, ad esempio. E il rifiuto di certi compagni di viaggio. Uno su tutti: «Con Berlusconi mai, sia chiaro. Se c’è lui non ci siamo noi».
Jonas Di Gregorio, attivista di Velletri, dà fiato alla linea Maginot del Movimento. «Rappresenta tutto quel che non ci appartiene. E poi, come faremmo le leggi anti corruzione, sul conflitto d’interessi e sulla riforma della giustizia? Il Movimento perderebbe milioni di voti, compreso il mio».
Fedeli alla linea del capo politico: un conto è l’intesa per spartirsi la presidenza delle Camere, altro è un accordo – in base a pochi e selezionatissimi punti – su cui costruire un governo. «Abbiamo già dato con la Casellati», ride Ottavia Pilastri.
«Ora con Forza Italia nemmeno un caffè». Capitolo chiuso, par di capire.
D’accordo, e con il Pd? Qui appare subito chiaro che il muro non è più così solido. Ha ceduto un poco. «Basta sentire che cosa dice Di Maio negli ultimi giorni», ragiona Fabrizio Bertellino, ingegnere astigiano, militante di vecchissima data. «A me sembra ci sia una preferenza verso il Pd, però alla fine tocca a loro scegliere».
Agli altri partiti. «Nessuno ha mandato il Pd all’opposizione. Certo, Renzi che si allea con noi è qualcosa che va contro le leggi della fisica».
Già , ma se Renzi scomparisse come d’incanto allora tutto diventa possibile nell’universo Cinquestelle. «Se il Pd è rappresentato da Michele Emiliano o da qualcuno che la vede come lui, perchè no?»: Stefano Baudino dà una prima picconata al muro. Jonas Di Gregorio ne rifila un’altra: «Se non c’è Renzi, si può discutere».
Non esprimono un’intenzione, un orientamento. Solo un ragionamento freddo e un po’ cinico, che trae linfa da una convinzione: si sentono baricentro, pensano che niente oggi possa nascere senza di loro.
E dunque si piazzano nel mezzo della scena, con il piglio di chi distribuisce le carte: «Noi non proponiamo un’alleanza», dice Bertellino. «
Il punto è quali aspetti del nostro programma possiamo portare avanti e con chi. È chiaro che con il Pd o la Lega non faremmo le stesse cose».
Il fatto è che l’uno o l’altro sembra politicamente indifferente e irrilevante; l’importante è esserci. L’intesa si farà con chi aderisce alla piattaforma: pochi punti condivisi e un contratto a certificarli. «Il fatto è che Renzi è ancora lì e il Pd sembra aver deciso di stare all’opposizione, sperando di recuperare qualche voto», riflette Monica Valsisi.
E allora resta la Lega, ma è in atto un rovesciamento di prospettiva rispetto alle logiche consolidate: «Abbiamo proposte che ci avvicinano ad alcuni partiti: partiamo da quelle e sigliamo un accordo con chi ci sta», insiste William Benetti. «È chiaro che con la Lega si privilegerebbero le imprese; con il Pd sarebbe più facile introdurre il reddito di cittadinanza. Però dipende da loro».
Noi ci siamo e siamo disponibili, se non funziona sarà colpa degli altri che si sono chiamati fuori: sembra un ritornello mandato a memoria, invece è un orientamento diffuso, condiviso, quasi unanime. Un possibile (e ulteriore) argomento per un’eventuale nuova campagna elettorale: «Non so dove ci porterà questo percorso», dice Fabrizio Bertellino, «ma adesso la grande responsabilità è nelle mani di chi è stato chiamato a un dialogo e si sottrae o si accosta con argomenti buoni soltanto a farlo naufragare». Lo schema è dichiarato: se nascerà un governo sarà merito nostro; altrimenti sarà colpa loro.
(da “La Stampa”)
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Aprile 7th, 2018 Riccardo Fucile
ALL’EVENTO DI CASALEGGIO LA PREOCCUPAZIONE PER UN GOVERNO CHE NON C’E’… LA PAURA DI PERDERE IN MOLISE DOVE IL CENTRODESTRA TENTA IL SORPASSO
Ansia da Molise.
A Ivrea, la terra di Olivetti, anticamera delle Alpi. Sembra paradossale, ma nella corsa al governo di Luigi Di Maio una delle più piccole regioni italiane diventa uno snodo cruciale.
Anche qui, dove ha seguito in prima fila l’intera mattinata di panel della seconda edizione di Sum – la kermesse dell’Associazione Gianroberto Casaleggio – la concentrazione è sbilanciata in direzione del voto di domenica prossima.
“Non possiamo permetterci passi falsi – è il ragionamento fatto con i suoi – dobbiamo metterci tutti la testa, è fondamentale”.
Un vero e proprio ordine di scuderia. Perchè dal Friuli Venezia Giulia si aspetta una semplice ratifica della vittoria del centrodestra a trazione leghista (si vota la settimana successiva).
E se l’appena riunita coalizione dovesse affermarsi anche dalle parti di Campobasso, sarebbe un segnale assai negativo in chiave esecutivo, in una fase in cui le sliding doors si aprono o si chiudono per il refolo di una sfumatura e la sbavatura di un dettaglio
Perchè a Ivrea il governo dei desideri ancora non c’è. Davide Casaleggio apparentemente se ne infischia. Convoca un punto stampa, per la prima volta si presta a qualche domanda.
Suo padre cosa avrebbe detto dell’alleanza con i partiti? “Sono molto contento di essere qui, e di poter affrontare i temi del nostro futuro”.
Ieratico, schivo. Circondato da tutto lo stato maggiore della piattaforma Rousseau, Pietro Dettori, Enrica Sabatini e Massimo Bugani, con lui fin dal mattino. Sorride, si concentra sulla giornata, evita accuratamente la politica.
Ma qui è tutto politica. “È dura, ieri è stata una bella botta”, ammette a denti stretti anche chi ha molta confidenza con Casaleggio jr. Il riferimento è a Matteo Salvini, al suo ricompattamento del centrodestra, che andrà unito al Quirinale.
Il capo politico arriva intorno alle 10.30 alle Officine H, allestite con un gioco elegante di bianchi e neri in cui balenano fasci di luci rosse. Non una parola ai cronisti. Si accomoda e ascolta lo studioso di filosofia destrorso Diego Fusaro, sente gli applausi fragorosi che la platea gli tributa quando attacca la sinistra e le sue politiche su lavoro e immigrazione.
I suoi colonnelli spargono ottimismo, spiegano che è una fase, che il tempo lavorerà a favore del Movimento, mentre sul palco si alternano gli ospiti, e a mezza bocca qualcuno dice che “preferivo il panel dell’anno scorso”.
Al Colle è stato chiesto ancora tempo, prefigurando un altro giro di consultazioni interlocutorio. “Bene, il centrodestra è unito. Ma dove va unito, non ha i numeri”, ragiona uno dei più alti in grado nella gerarchia stellata.
Poi gli occhi gli si fanno stretti, la mascella si indurisce: “Il loro vero obiettivo è la testa di Luigi”. L’immagine è iconica: sopra di lui su un enorme manifesto campeggia uno degli slogan della kermesse: “Oltre il domani”.
Parafrasando, si può dire che oltre l’incontro con Salvini, ancora non cancellato dall’agenda fra mercoledì e giovedì, e oltre un nuovo passaggio con Sergio Mattarella, c’è il Molise.
Il piccolo Molise, che tanto preoccupa la war room stellata. Perchè potrebbe dare la spintarella decisiva al masso che finora corre su un crinale. Per capire: da quelle parti il 4 marzo il centrodestra venne umiliato: appena il 30%, quindici punti percentuali sotto ai 5 stelle. Eppure gli ultimi sondaggi pubblicati parlavano di un testa a testa.
E i nuovi dati affluiti hanno fatto pendere gli angoli della bocca ulteriormente verso il basso.
Ecco che Di Maio ha preso in mano la situazione. Due giorni, lunedì e martedì, di massima esposizione mediatica in giro per la regione.
Perchè, paradossalmente, dal destino del primo governatore del Movimento potrebbe dipendere inesorabilmente quello del primo premier a 5 stelle.
(da “Huffingtonpost”)
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