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ARRIVI, VIENI IDENTIFICATO, STUDI E LAVORI: COSI’ IN GERMANIA I RIFUGIATI DIVENTANO RISORSE

Settembre 21st, 2017 Riccardo Fucile

“CREIAMO MANODOPERA QUALIFICATA, QUELLO DI CUI ABBIAMO BISOGNO”

“Eravamo certi che sarebbero arrivati i siriani, ma non sapevamo quanti sarebbero stati”. Martina Choukri, 57 anni, impiegata in un’azienda finanziaria, che nel tempo libero fa la volontaria per Social Network, un’associazione caritatevole d’ispirazione cristiana a Coblenza, in Germania, mentre parla è intenta a filmare l’esibizione di un gruppo di rifugiati durante uno degli eventi del festival estivo Rhein in Flammen (Reno in Fiamme).
“Per accoglierli tutti — spiega la volontaria — il sistema tedesco ha bisogno dell’aiuto dei volontari, altrimenti non reggeremmo”.
Infatti, dal 2015, anno in cui la cancelliera Angela Merkel ha scelto di aprire le porte del paese ai rifugiati, i nuovi ingressi erano stati 890mila, per la maggior parte siriani in fuga dalla guerra, secondo i dati diffusi da asylumineurope.org — piattaforma online gestita dal Consiglio europeo per i rifugiati e gli esiliati. Mentre nel 2016, i nuovi arrivi hanno toccato quota 745.545 e per la loro gestione sono “stati spesi circa venti miliardi di euro” ha detto al giornale Die Welt il vice presidente del parlamento tedesco, Johannes Singhammer.
Il viaggio verso Coblenza, situata nel Lander della Renania—Palatinato, comincia la mattina presto dalla stazione di Milano Lampugnano, salendo su un autobus di una compagnia low-cost, seguendo proprio la rotta che fanno quotidianamente molti profughi.
Alla frontiera, fra Italia e Svizzera, non c’è nessun controllo. Dopo due fermate, a Basilea e Zurigo, si passa il confine con la Germania.
L’autobus ferma a Friburgo, la prima città  in suolo tedesco, dove solitamente i rifugiati scendono consegnandosi alle autorità . Ma questa volta non c’è la polizia ad attendere.
È a Kurlsruhe che arrivano i controlli. “Preparare i passaporti e non scendere dal mezzo” annuncia l’autista tedesca.
Cinque poliziotti salgono e prendono i documenti di tutti. Altri due agenti svuotano la stiva dai bagagli. Un cane li annusa e indugia su una valigia. La proprietaria della borsa viene fatta scendere e dopo dieci minuti risale sul mezzo: falso allarme. L’autobus riprende la corsa e, dopo diverse ore, arriva a Coblenza.
Una volta messo piede in territorio tedesco, l’iter che devono affrontare i rifugiati è uguale per tutti ed è gestito e organizzato dallo stato.
I richiedenti asilo vengono portati in un campo di prima accoglienza e a ognuno viene fissato un appuntamento con il Bundesamt fà¼r Migration und Flà¼chtlinge — l’Ufficio federale per l’immigrazione e i rifugiati, istituito nel 1953 — che deve decidere se concedere lo stato di asilo.
Nell’attesa, viene rilasciato un documento provvisorio e si passa dal campo alle casa in condivisione con altri rifugiati e si inizia a studiare il tedesco.
Se la richiesta d’asilo viene accettata il richiedente riceve un permesso di uno o tre anni. “In questo momento, stanno dando molti più permessi della durata di un anno che di tre. E’ una scelta politica per calmare i malumori nel CDU e attrarre voti da destra” spiega la Choukri, elettrice della Merkel, dicendosi certa che “dopo le elezioni politiche ricominceranno a concedere i tre anni”
L’iter che devono affrontare i rifugiati è uguale per tutti ed è gestito e organizzato dallo stato
Ma, intanto, a beneficiare del clima teso intorno alla questione migratoria è l’Afd — Alternative fuer Deutschland, Alternativa per la Germania — che ha aumentato i consensi da quando la cancelliera Merkel, nel 2015, ha scelto di aprire i confini della Germania ai richiedenti asilo.
Proprio a Coblenza, nel gennaio scorso, i leader dei partiti populisti europei si erano radunati al grido di ‘l’Europa è nostra’.
Ad alternarsi sul palco della kermesse — a cui hanno preso parte 800 persone, a fronte di 5000 manifestanti che protestavano in centro città  contro il meeting — erano stati Marine Le Pen, del partito francese Fronte National, l’olandese Geert Wilders del partito anti-islamico della Libertà , l’austriaco Harald Vilimsky, segretario della formazione di estrema destra austriaca Fpoe, il leader della Lega Nord, Matteo Salvini e Frauke Petry, a capo dell’Afd.
“Abbiamo accolto oltre un milione di rifugiati negli ultimi due anni e prevediamo l’arrivo di quattro milioni di persone nei prossimi due o tre, grazie ai ricongiungimenti famigliari” stima la Choukry.
Un numero consistente che ha spinto il governo a correre ai ripari. Berlino ha infatti varato un piano di incentivi economici rivolto a quegli immigrati che vogliono fare ritorno ai loro paesi d’origine.
Si parte da 800 euro a testa per coloro a cui la domanda d’asilo è stata rifiuta, fino a 1200 euro a chi rinuncia volontariamente alla richiesta per ottenere lo status di rifugiato.
“Alcuni di loro — ha dichiarato il ministro degli interni tedesco, Thomas de Maizière — hanno poche possibilità  di riuscita: meglio una partenza volontaria che la deportazione”.
Per la volontaria “la Cancelliera ha dovuto aprire le porte nel 2015 a causa della politica di confine con l’Ungheria. Lei vuole davvero aiutare ma deve anche rispondere al partito che non è pienamente compatto sulla questione dell’immigrazione” analizza la Choukry, mentre cammina in direzione della statua, alta 37 metri, dell’Imperatore Guglielmo I — che i siriani hanno ribattezzato, scherzosamente, Il Saladino —, posizionata sulla punta della penisola dove confluiscono, mischiandosi, il Reno e la Mosella.
Come i due corsi d’acqua, siriani e tedeschi si mischiano nei festeggiamenti: non c’è distinzione. Ma per integrarsi nella società , sottolinea Menfre Beuth, “è importante che tutti abbiano la possibilità  di lavorare e studiare”.
Beuth, 65 anni, pensionato, è tornato dall’Australia nel 1998 e da tre anni è impegnato a tempo pieno nell’aiuto dei bisognosi, prima con la Caritas di Coblenza, poi fondando l’associazione Social Network — in cui oggi prestano servizio volontario circa 40 persone — che gestisce un centro polivalente.
La struttura si trova a due passi da una piazzette nel centro cittadino dove si ritrovano molti rifugiati dopo aver terminato la scuola.
“Lo stato paga le rette — spiega Beuth — ma i posti sono limitati. Quando hanno ottenuto una certificazione linguistica B1 o B2 intraprendono la formazione al lavoro, l’Ausbildung“, un percorso formativo al lavoro — previsto per oltre 300 professioni e obbligatorio anche per i tedeschi —, suddiviso in 8-12 ore alla settimana di studio teorico a scuola e il resto sul campo, della durata che varia fino a 3 anni in cui si percepisce circa un terzo dello stipendio.
“Per esempio, se un siriano faceva il falegname in Siria gli viene chiesto se vuole fare l’Ausbildung per esercitare lo stesso mestiere qui con un’azienda. Così viene formato e si crea manodopera qualificata: quella di cui noi abbiamo bisogno. Non ne conosco nessuno che non abbia voglia di lavorare” sottolinea Beuth mentre prepara il caffè.
Il Jobcenter di Coblenza, una struttura statale presente ovunque in Germania che trova lavoro ai disoccupati e eroga i sussidi a questi, è infatti sempre affollata di richiedenti asilo.
“Abbiamo due persone che aiutano a compilare i documenti per chi ha problemi con la lingua”. In tutta la città  ci sono altri cinque centri di volontariato, aperti da altre associazioni di stampo cristiano, per il sostegno dei bisognosi.
“La povertà  rende tutti uguali” precisa Beuth. “Una sera abbiamo messo un siriano a cucinare per dei tedeschi bisognosi. Questi storcevano il naso, diffidenti verso gli immigrati. Quando hanno assaggiato il mangiare e hanno parlato con il cuoco sono diventati tutti amici. Per sconfiggere l’odio serve conoscenza: ogni tedesco dovrebbe aiutare un immigrato”.
Il centro aperto dal Social Network suddivide la settimana in diverse attività  tutte autogestite.
La domenica la messa per i cristiani arabi; un mercatino di abiti usati; al secondo piano, invece, sono ospitate alcune donne sole.
E mercoledì lezioni di tedesco a 20-30 persone che cambiamo continuamente.
“Diamo loro caffè, un pezzo di torta e facciamo conversazione in tedesco: trasformiamo la sala in una caffetteria. Per questo all’attività  del mercoledì abbiamo dato il nome di Cafè Jedermann — caffè di chiunque”.
Infatti il telefono di Menfred Beuth continua a squillare: è diventato un punto di riferimento per tutti. “Qui proviamo anche a curare le ferite invisibili della guerra” dice. “Abbiamo due psicologi, uno parla persiano l’altro arabo. Una volta è venuto da noi un uomo di 30 anni, proveniente da Aleppo: aveva tutti i capelli bianchi a causa dei traumi che aveva vissuto. L’ho mandato dallo psicologo, con difficoltà  perchè è ancora un tabù per molti”.
E precisa, “se uno dice di andare dallo psicologo gli dicono che è majnun — pazzo. Anche qui in Germania 40 anni fa era così”.
Però — evidenzia Beuth — “siamo impressionati dal fatto che la maggior parte di loro si comporti bene nonostante quello che portano dentro”.
Uno choc ben evidente nei racconti di Mohamed, 28 anni, che condivide una casa con altri due rifugiati provenienti dalla sua stessa città  in Siria, Afrin.
Abitano in una zona tranquilla della periferia di Coblenza. La loro palazzina è come tutte le altre: due piani, abitata anche da tedeschi che percepiscono i sussidi dallo stato.
“Ho guardato dietro di me, un’ultima volta, mentre passato il confine e ho provato paura” racconta Mohamed. “Mio padre voleva venire con me a salutarmi. Gli ho detto di no: i soldati turchi sparavano. Non capisci che cosa è l’esilio fino a quando non lo provi. Io voglio tornare in Siria, lì avevo qualcosa” dice con sofferenza.
Mentre Suleiman, uno dei coinquilini, è di parere opposto: “Magari avessi avuto la possibilità  di venire in Germania prima” sospira. “Certo i problemi ci sono — sottolinea — la lingua, le ore di scuola che non bastano, il fatto che non possiamo lavorare senza aver prima completato la scuola e l’Ausbildeng. Nessuno vuole vivere con i soldi dello stato!”.
Ali, il terzo coinquilino, è il più piccolo, ha 21 anni, è taciturno. Quando parla dice solo che “in Siria non sono andato a scuola” e si scusa perchè arranca un po’ nel parlare in arabo.
Il viaggio per tutti è stato uguale. Prima tappa in Turchia, a Izmir. “Il contrabbandiere ci ha fatti salire su un gommone” ricorda Mohamed mentre fuma una sigaretta. “Mi ha chiesto di guidarlo, perchè loro non salgono mai sopra, affidano a un immigrato la navigazione. Gli ho detto di no: non volevo avere sulle mie spalle la responsabilità  delle vite degli altri”.
L’approdo in un’isola greca e, una volta sul suolo europeo, il lungo viaggio verso la Germania, spesso anche a piedi.
“Io sono stato arrestato dalla polizia al confine fra Ungheria e Germania” interviene Ali. “Mi hanno messo in carcere una settimana”.
Ora la Siria è dietro le loro spalle, ma non il ricordo.
“Gli aerei — racconta Mohamed — avevano cominciato a bombardare il mio quartiere”. Poi comincia a parlare veloce, al presente: “Esco di casa. Corro verso quella di mio zio dove è caduta una bomba, stanno tutti bene. Salgo in macchina e via a Afrin: i miei genitori sono ancora lì. Un giorno con loro vale 100 anni di Germania“.
E conclude, scandendo bene le parole: “Vorrei tornare”.
L’autobus da Coblenza verso Milano—Lampugnano riparte. Quasi tutti i passeggeri sono italiani. Un bambino dice alla madre: “L’Italia è bella, ora andiamo al mare”.
E questa risponde: “Sì, l’Italia è bella ma non c’è lavoro. Qui sì”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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NESSUNA INVASIONE ISLAMICA: I DATI SMENTISCONO GLI ISTIGATORI ALL’ODIO

Settembre 7th, 2017 Riccardo Fucile

“UNA BALLA MEDIATICA”: SONO SOLO IL 3% DELLA POPOLAZIONE, CONTRO UN 5% DI MEDIA UE…. TRA GLI IMMIGRATI IN ITALIA SONO APPENA IL 32,6%, QUOTA FERMA DA ANNI

Invasione islamica? Una balla politico-mediatica, che però fa presa sull’opinione pubblica. Il Centro di ricerche Idos, che ogni anno compie una stima ragionata delle appartenenze religiose degli immigrati, ha scodellato ieri questi dati: primo, i musulmani sono soltanto il 3 per cento dell’intera popolazione residente in Italia, mentre un’indagine Ipsos Mori svolta nel 2016 aveva terrorizzato gli italiani, predisponendoli alla chiusura con lo sparare un’incidenza sette volte più alta, ovvero il 20 per cento della popolazione residente.
Secondo, all’interno della comunità  immigrata, i fedeli dell’islam sono poco meno di un terzo del totale (il 32,6 per cento, per l’esattezza).
Questa quota è rimasta costante nel tempo (soltanto a metà  degli anni ’90 era momentaneamente salita di pochi punti percentuali) e non v’è stata alcuna scossa recente che l’abbia fatta schizzare all’insù.
In termini assoluti, gli immigrati musulmani sono in Italia 1 milione e 642 mila, contro i 2 milioni 671 mila cristiani (il 53 per cento del totale degli immigrati), in maggioranza ortodossi.
Toccano i due milioni i fedeli di Allah, soltanto se si contano gli immigrati islamici che nel frattempo hanno ottenuto la cittadinanza italiana, mentre l’Idos non fornisce dati sui paralleli processi di conversione.
Nell’Unione europea la quota dei musulmani, sul totale della popolazione residente, viene stimata fra il 4,5 e il 5 per cento, in Francia al 7,5 per cento, un livello dunque due volte e mezzo superiore rispetto all’Italia.
L’Idos fa sapere che, secondo le proiezioni di una preziosa struttura di ricerca statunitense, il Pew Research Center, a metà  secolo i musulmani in Europa non dovrebbero superare il 10 per cento dei residenti.
Il Dossier immigrazione elaborato dall’Idos, prevede in particolare che in Italia, nel 2050 e dintorni, i musulmani raggiungerebbero il 6 per cento dei residenti.
E questi dati dovrebbero essere in grado di rasserenare l’opinione pubblica, che certo nutre molti timori rispetto ai fedeli dell’islam: lo stesso Pew Research Center aveva riscontrato nel 2016 che il 68 per cento dei nostri connazionali sarebbe poco favorevole alla presenza dei musulmani.
Analizziamo ora l’incidenza della religione islamica all’interno dei 5 milioni di immigrati.
La quota più elevata è in Alto Adige, dove è musulmano il 40,3 per cento, seguito dall’Emilia Romagna col 39,8 e dalla Sicilia al 36,7.
Anche in Lombardia, in Val d’Aosta, a Trento e nelle Marche si supera il 36 per cento, in Liguria si sfiora il 35 e in Piemonte si passa il 32.
Il livello più basso di immigrati islamici è nel Lazio, con il 20,7 per cento: un immigrato ogni cinque.
Gli stranieri di religione orientale sono appena 346 mila, poco meno del 7 per cento: la comunità  più nutrita è quella degli induisti, che sono 151 mila, seguiti dai buddhisti (114 mila) e da altre confessioni.
Analizziamo ora l’universo cristiano.
Fra i 2 milioni e 671 mila che si riconoscono nella religione maggioritaria, gli ortodossi sono un milione e mezzo, i cattolici 911 mila, i protestanti 217 mila, seguiti da altre minoranze.
Gli ebrei sono soprattutto italiani: appena 4 mila 600, fra gli immigrati. Gli atei o agnostici sarebbero infine 235 mila.

(da agenzie)

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LE NUOVE ROTTE DEI PROFUGHI, CAMBIANO I PERCORSI PER ENTRARE IN EUROPA

Settembre 3rd, 2017 Riccardo Fucile

DAL MAROCCO ALLA SPAGNA, DALL’ALGERIA ALLA SARDEGNA, DALLA TURCHIA A COSTANZA, DALLA TUNISIA ALLA SICILIA

Chi è in Libia, fuori dai centri di detenzione, punta ad Ovest, Tunisia e Algeria. È lì, poco oltre il confine, che si trovano i nuovi scafisti con le loro barchette di legno: rotta diretta per le spiagge della Sicilia e della Sardegna.
Chi in Libia non ci è ancora arrivato, cambia strada: dall’Africa subsahariana verso il Marocco, nuovo trampolino di lancio verso la Spagna (in allarme per l’aumento del 300 per cento degli sbarchi), dalla Siria e dal Medio Oriente verso la Turchia e da qui di nuovo verso la Grecia ma anche verso nuovi porti di approdo. In meno di due mesi il blocco delle partenze dalle coste libiche ha già  modificato in maniera sostanziale i flussi migratori, riaprendo rotte ormai abbandonate come quella su Lesbo ma anche aprendone di totalmente inedite, come quella che dalla Turchia ha portato quasi 2.500 persone in Romania, nell’unico fazzoletto di terra affacciato sul Mar Nero.
E purtroppo si contano già  i primi dispersi, cinque, al largo di Pantelleria, gettatisi in mare a poche miglia dall’isola dopo essere rimasti senza benzina sulla piccola barca con la quale quattro giorni prima erano partiti da Hammamet
FANTASMI IN SICILIA
Niente più gommoni ma piccole barche in legno su cui salgono in dieci, venti, trenta alla volta.
Partono dalla Tunisia e dall’Algeria, riescono ad aggirare quasi sempre la sorveglianza dei mezzi di pattuglia nel Mediterraneo e a sbarcare i migranti direttamente sulle spiagge, spesso tra i bagnanti, come accadeva fino a qualche anno fa.
Sulle coste della Sicilia meridionale, da Agrigento a Siracusa, ma anche di nuovo a Lampedusa e Linosa e a Pantelleria.
In Tunisia i vecchi passeur, pionieri dei viaggi nel Mediterraneo, hanno ripreso a fare affari su una rotta più breve, conosciuta e più o meno sicura: quella che da Zarzis porta sulle spiagge deserte dell’Agrigentino, da Realmonte a Torre Salsa.
Li chiamano “sbarchi fantasma” perchè le barche riescono ad arrivare senza essere intercettate da nessuno, si spingono fino a poche decine di metri dalla riva, lasciano i migranti che quasi sempre riescono a dileguarsi tra i bagnanti e tornano indietro. Da settimane, ormai, non c’è giorno senza sbarchi
SULLE SPIAGGE DEL SULCIS
Anche in Sardegna non passa giorno senza uno sbarco: gli algerini hanno l’esclusiva di questa rotta che solo nel 2017 ha fatto arrivare in Italia 800 migranti, gli ultimi 107 quattro giorni fa.
Il presidente della Regione Pigliaru ha scritto a Minniti chiedendo di estendere all’Algeria il metodo Libia, dunque «un forte e costante raccordo con le autorità  algerine per interrompere il traffico di coloro che sbarcano direttamente sulle nostre coste, un canale potenzialmente molto pericoloso per il presente e il futuro»
ASSALTO AL MURO DI CEUTA
Gli ultimi dati fanno paura al Paese che quest’estate ha visto triplicare il numero degli arrivi, il 300 per cento in più, due terzi per mare, un terzo con il ritorno degli assalti al muro dell’enclave spagnola di Ceuta, in Marocco.
Dall’Africa subsahariana, la rotta di terra più battuta adesso sembra essere quella che porta dal Senegal alla Mauritania e al Marocco, e da qui verso la Spagna. I numeri parlano da soli: 13.000 arrivi nei primi otto mesi del 2017, il 30 per cento in più dell’anno scorso, 600 bloccati in un giorno nello Stretto di Gibilterra dalla Guardia costiera spagnola. Dopo l’Italia, la Spagna si piazza al secondo posto nella classifica degli arrivi superando la Grecia.
RIPRESI GLI ARRIVI A LESBO
Nell’ultimo weekend, nell’isola greca presa d’assalto due anni, sarebbero sbarcati in 730, nonostante le promesse della Turchia che, in cambio della garanzia del blocco delle partenze, ha incassato tre miliardi di euro. Il sindaco di Lesbo Spyros Galinos accusa: «È chiaro che i turchi non stanno rispettando i termini dell’accordo»
IN ROMANIA VIA MARE
La chiusura della rotta balcanica ha spinto i migranti in arrivo da Siria, Iraq e Afghanistan a cercare strade alternative, come quelle battute dalle piccole barche di pescatori che, partendo dalla Turchia, attraversano il Mar Nero verso il porto romeno di Costanza, ingresso a un corridoio che può portare agevolmente in Kosovo. E da qui in Albania e poi in Italia sulla rotta adriatica.
IN BARCA A VELA FINO ALLO IONIO
È la rotta dei “viaggi di lusso”, esclusiva degli scafisti ucraini: cinque giorni in barca a vela, al coperto e in discreta sicurezza, quasi tutti siriani, iracheni o afgani, sulle coste
del Siracusano ma anche su quella della Calabria ionica e del Salento.
Viaggi da 7.500 dollari a persona, con un flusso in costante incremento: almeno cinquemila le persone giunte così nel 2017 sulle coste pugliesi, della Calabria ionica e del Siracusano, e una decina gli scafisti arrestati.

(da “La Repubblica”)

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IN FUGA ATTRAVERSANDO IL MAR NERO, ORA I PROFUGHI SBARCANO IN ROMANIA

Settembre 1st, 2017 Riccardo Fucile

ALLESTITE TENDOPOLI PER OFFRIRE PASTI AI PROFUGHI SIRIANI E IRACHENI… CHIUSA LA ROTTA BALCANICA, ECCO NUOVE VIE PER L’EUROPA

Il peschereccio Emek 1 è ancora ormeggiato al porto, sotto al diluvio, poco lontano dal «Maritimo Lounge Bar». Potrebbe trasportare al massimo dieci persone. Ma l’11 di agosto da lì sono sbarcati in 69: trenta uomini, dieci donne, ventinove bambini.
Tutti migranti siriani e iracheni. È stato quello il momento in cui in Romania hanno capito che stava succedendo qualcosa di nuovo.
Il Mar Nero deve il suo nome alla pericolosità . È squassato da rovesci improvvisi e tempeste. Gli antichi greci lo chiamavo «mare inospitale».
Non è mai stato facile attraversarlo. E invece, stanno arrivando. Dalle coste della Turchia ci vogliono quasi due giorni di navigazione.
Il secondo barcone è stato intercettato il 20 agosto, quando ormai era già  in vista a occhio nudo dalle spiagge. A bordo portava altri settanta migranti. Quasi tutti siriani.
«Erano affamati, sofferenti, stravolti da un viaggio molto duro», racconta Claudia-Andreea Corbu, reporter del giornale locale Replica de ConstanÈ›a.
«Sono stati soccorsi, alcuni hanno avuto bisogno di cure mediche. Ma non sappiamo dove siano stati portati. La Romania non è un Paese ricco che può farsi carico da solo di questa situazione. La gente incomincia ad essere impaurita».
Da allora è successo ancora, con barche persino più piccole. Tre giorni fa è stata soccorsa una donna di Aleppo incinta all’ottavo mese.
Nessuno conosce la contabilità  esatta degli sbarchi. Non è facile ottenere informazioni dalla guardia costiera. Ma sono già  sette i trafficanti di uomini finiti a processo davanti al tribunale di Costanza durante l’estate. Gli ultimi due si chiamano Petros Petridis e Peter Spasov, un cipriota e un bulgaro.
Questa è la zona più ricca della Romania, l’estremo est.
Il porto di Costanza è collegato a Bucarest attraverso una autostrada moderna lunga 200 chilometri. Passano le merci, arrivano i turisti.
Ovunque puoi vedere cliniche dentistiche che offrono prestazioni a basso costo. Casinò. Nuovi palazzi in costruzione davanti al mare rigonfio di pioggia.
Dopo altri quaranta chilometri di costa, si raggiunge Mangalia, l’ultima città  romena prima del confine bulgaro.
«Il fatto è che noi abbiamo sette resort di proprietà  comunale», dice il sindaco Christian Radu. Ed elenca i nomi: Saturn, Jupiter, Neptune… «Proprio qui sgorgano acque termali. La gente viene a riposarsi. Abbiamo 40 mila residenti e 200 mila turisti all’anno. Non eravamo preparati».
Nel suo piccolo ufficio al primo piano del «Municipiului», apre la mappa sul telefonino per spiegare la situazione: «Dalla Grecia non si passa più. La Bulgaria ha muri e militari schierati al confine, così come ha fatto l’Ungheria, lungo le frontiere con la Serbia e la Croazia. E quindi, l’unico passaggio per tentare di raggiungere il Nord Europa, siamo noi. Ci stanno provando».
Quest’anno sono già  2600 i migranti fermati in Romania perchè cercavano di attraversare illegalmente il confine.
Domenica notte, la polizia ha aperto il fuoco contro un’auto che ha tentato di forzare un posto di blocco nella città  di Moravica, al confine occidentale: due migranti e un agente sono rimasti feriti.
Lunedì è stato bloccato un camion che trasportava vestiti dalla Turchia alla Germania, 42 profughi erano nascosti fra gli scatoloni. È una nuova rotta. L’effetto domino di altre decisioni. Nel 2016, secondo i dati di Frontex, solo un migrante aveva tentato la via del Mar Nero.
Il governo romeno è preoccupato. Laurentiu Regeba, membro del Parlamento Europeo, ha dichiarato: «Quest’estate, mentre i romeni erano presi dalle diatribe politiche e scendevano in piazza per esasperazione, nel silenzio è accaduto qualcosa di nuovo. Un fatto ignorato da molti, ma grave. I migranti in Romania si sono moltiplicati. La rotta balcanica è stata chiusa. La pressione si è quindi spostata sul Mediterraneo centrale. Ma adesso anche l’Italia è riuscita a contenere i flussi. Ed ecco che gli sbarchi sono quadruplicati in Spagna, così come da noi. È chiaro che il fenomeno sta diventando cronico».
Proprio ieri, sull’altra sponda del Mar Nero, la scena è stata questa.
Nel villaggio di pescatori di Cide, nel distretto turco di Kostamonu, all’alba hanno visto arrivare tre pullman carichi di persone. Troppe per passare inosservate. Qualcuno ha chiamato la polizia. Quando gli agenti sono arrivati, 146 migranti erano già  per mare, molti di loro erano bambini, sono stati inseguiti e bloccati dalla guardia costiera turca. Altri 82 profughi erano ancora sulla spiaggia, in attesa di partire.
Nessuno conosce il loro destino, dove siano adesso esattamente. In quali condizioni. Quello che sappiamo è che scappavano dalla Siria. Come molti altri che hanno provato ad attraversare «il mare inospitale».
Questa è una cronaca senza facce. Senza voci. Senza nomi. Una cronaca di tentativi invisibili.
Secondo i ricercatori di Verisk Maplecroft, che tracciano un report annuale sulle moderne schiavitù nel mondo, la Romania è un Paese «ad alto rischio».
Quello con il maggior incremento di sfruttamento del lavoro in condizioni miserabili nel 2017, davanti alla Turchia. Gli unici altri Paesi della zona europea citati sono Italia, Cipro e Bulgaria. Cosa succede a chi non riesce a passare la frontiera? Dove finiscono questi uomini, queste donne e i loro bambini?
Qui a Mangalia non si vede niente. Continua a piovere. Il sindaco Radu ci tiene a tranquillizzare tutti. «Gli abbiamo dato da mangiare, certo. Ma poi sono stati trasferiti verso un centro per migranti, forse quello di Galati. Non sono rimasti qui per più di due ore». Tutti parlano di loro. Dei migranti.
Eppure non sono mai stati così rimossi come nell’estate del 2017.

(da “La Stampa”)

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GLI ITALIANI NON HANNO VOGLIA NEANCHE DI FARE GLI IMPRENDITORI, CRESCONO SOLO LE AZIENDE FONDATE DAGLI IMMIGRATI: + 21,3%

Agosto 19th, 2017 Riccardo Fucile

LO STUDIO DI INTESA SAN PAOLO: IN CALO LE ITALIANE – 2,9%, LE IMPRESE DEI CITTADINI IMMIGRATI HANNO SAPUTO REAGIRE MEGLIO ALLA CRISI E HANNO RAGGIUNTO IL 9% DEL TOTALE

I lavori che gli italiani non vogliono più fare, per lasciarli agli immigrati?
All’elenco si può aggiungere anche l’imprenditore. perchè negli anni della crisi, le aziende fondate e gestite da immigrati stranieri hanno saputo reagire molto meglio rispetto alle aziende “italiane”.
Hanno contenuto il calo del fatturato e hanno rivelato una maggiore propensione all’export e alla registrazione di nuovi marchi.
Complessivamente, nel periodo più “buio” della recessione hanno visto comunque crescere il loro numero, mentre quello delle imprese gestite da italiani è in calo.
Lo rivela l’ultimo report della direzione Studi&Ricerche di Intesa Sanpaolo, il quale ha preso in esame il periodo compreso tra il 2012 e il 2015.
Emerge, innanzitutto, un netto aumento delle aziende fondate da migranti nel nostro paese arrivato a coprire il 9 per cento del totale delle imprese registrate.
Questo ha permesso di contenere il saldo negativo tra imprese aperte e chiuse: tra il 2012 e il 2015, il numero delle imprese registrate nelle camere di Commercio è sceso dello 0,9%: è la sintesi di una contrazione del 2,9% delle imprese italiane e di un aumento del 21,3% delle imprese fondate da migranti.
Un successo quello degli stranieri in Italia che dipende anche e soprattutto – come emerge dallo studio – dalla loro capacità  di reagire alla crisi, ad esempio aumentando le vendite – e quindi il fatturato – lavorando sul taglio dei prezzi.
Ma il vero segreto del successo dell’impresa straniera è stata la capacità  di reagire alla crisi: le imprese straniere segnalano valori superiori alle imprese italiane in riferimento a tutti gli indicatori di crescita.
Si parte proprio dalle vendite: le imprese di migranti le hanno viste crescere del 17,7% contro il +10,1% delle italiane.
In termini di addetti impiegati abbiamo un +26,6% contro il 14,2%.
Il fatturato è in calo per entrambe le categorie, ma le imprese di migranti fanno un po’ meglio (-6,8%), rispetto alle italiane (-7,8%).
Se non altro, nell’ultimo periodo si registra una inversione di tendenza che riguarda sia imprese di immigrati che italiane: tra aprile e giugno 2017, sono fallite 3.008 imprese, contro le 3.537 del corrispondente periodo del 2016 con una frenata del 15% che segna una conferma del risultato dello scorso anno, quando si era già  registrato un -3% rispetto al 2015.
Lo studio ha preso in esame un campione di oltre 135 mila imprese del manifatturiero e di alcuni servizi più aperti al mercato (alloggio e ristorazione, servizi alle imprese, ICT, trasporti e logistica).
Gli imprenditori stranieri in Italia provengono soprattutto dall’Est Europa (37,7%) e dall’Asia (32,8%), il 15,6% proviene dall’Africa, il 13,9% dall’America Latina.

(da agenzie)

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UN LAVORATORE SU DIECI E’ STRANIERO E DI QUESTI IL 20% E’ LAUREATO

Luglio 31st, 2017 Riccardo Fucile

IL 16,6% DEGLI OCCUPATI IN AGRICOLTURA E’ STRANIERO

Il tema dell’accoglienza dei migranti mai come oggi si intreccia con quello del contributo dei lavoratori stranieri in Italia.
È difficile però mettere sullo stesso piatto l’odierno flusso di immigrati, che arriva sostanzialmente dall’Africa e in parte dall’Est Asiatico e quello della prima ora, soprattutto europeo, che invece fornisce da circa un decennio un contributo ai conti pensionistici.
Su quest’ultimo punto, proprio mentre infuriano le polemiche sulla gestione dei salvataggi nel Mediterraneo, sono da poco disponibili dati molto interessanti.
Si tratta del Rapporto “I migranti nel mercato del lavoro in Italia”, da cui emerge come l’incremento dell’occupazione valga anche per i non italiani.
In particolare, l’aumento è stato nel 2016 superiore alle 19mila unità  nel caso dei cittadini Ue (+2,4%), di 22.758 unità  nel caso dei cittadini non Ue (+1,4%), di 250mila unità  per gli occupati italiani (+1,2%).
Il dossier, curato dalla Direzione Generale dell’immigrazione e delle politiche di integrazione, messo in luce tra i primi dall’Associazione La Nuova Europa, evidenzia la complessità  dello scenario migratorio nazionale.
Il quadro è multiforme e fornisce informazioni inedite su tre fronti: la composizione della forza lavoro in Italia, il grado di istruzione dei lavoratori stranieri e i settori dove sono occupati, il livello di soddisfazione.
In primo luogo, va ricordato che la popolazione straniera residente in Italia al 1° gennaio 2016 era pari a 5 milioni e 26mila persone, l’8,3% della popolazione complessiva.
L’aumento rispetto al 2015 è di lieve entità . Nel 2016, la stima del saldo migratorio è stata di +135 mila unità : giusto qualcosa in più degli italiani che invece hanno lasciato il paese nello stesso anno, in gran parte giovani.
Un bilancio che fa pensare ma non deve indurre a conclusioni affrettate. Gli uni (gli stranieri) non hanno tolto il posto agli altri (gli italiani).
Anche l’importanza dei lavoratori stranieri, comunitari e non comunitari, è cresciuta negli ultimi dieci anni: l’incidenza percentuale sul totale degli occupati è infatti passata dal 6,3% del 2007 al 10,5% del 2016, con rilevanti differenze settoriali.
Si tratta di un lavoratore su dieci, una percentuale importante, che aumenta se si prendono in considerazione l’Agricoltura, dove la forza lavoro straniera pesa per il 16,6% del totale, il Commercio, dove si è passati dal 3,7% rilevato nel 2007 al 7,2% del totale degli occupati nel 2016, e i Servizi, in cui la presenza straniera è passata dal 5,9% al 10,7%.
Sono numeri che danno un volto a tutti coloro che ogni giorno incontriamo nei cantieri, nei negozi aperti h 24 e nei tanti campi coltivati.
Ancora più sorprendenti sono i dati sul livello di istruzione dei lavoratori stranieri regolari in Italia.
Uno su cinque è infatti laureato, ma l’80% del totale ha una semplice qualifica di operaio. Un destino comune a molti altri giovani italiani.
Con riferimento ai livelli di istruzione, i dati dello studio consentono poi di rilevare anche altri elementi importanti: il 21% dei lavoratori Ue e non Ue impiegati con mansioni di basso livello è laureato e il 36,4% dei laureati svolge la funzione dirigenziale; i lavoratori stranieri con al massimo la licenza media che svolgono mansioni tecniche di tipo operaio sono il 32,1%; nel caso dei lavoratori con educazione secondaria superiore equivalente al diploma, il 31,2% dei cittadini Ue e non Ue svolge un lavoro manuale specializzato.
Interessante anche la parte conclusiva dell’indagine sul grado di soddisfazione sul lavoro, replicata su questionari dell’Istat.
Alla domanda “Quanto è soddisfatto del lavoro attuale?”, in base a una scala di punteggio compresa tra 0 e 10 (dove 0 indica “per niente soddisfatto” e 10 “molto soddisfatto”), il 41,3% degli occupati non comunitari di 15 anni e oltre e il 48,5% dei comunitari dichiara di avere un alto livello di soddisfazione, a fronte del 54,8% dei lavoratori italiani, mentre solo l’11,4% si dice insoddisfatto.
Complessivamente, se si vuole provare a trarre un quadro d’insieme di tutti questi numeri, si può dire che, a dispetto della vulgata, i cittadini stranieri sono integrati nel nostro tessuto economico, soffrono spesso gli stessi problemi professionali dei lavoratori italiani, ma forniscono un contributo rilevante.

(da “Huffingtonpost”)

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IN CALABRIA IL COMUNE RISORTO GRAZIE ALL’ACCOGLIENZA

Luglio 23rd, 2017 Riccardo Fucile

ACQUAFORMOSA NEL POLLINO RISALE NELLE CLASSIFICHE DELLA RICCHEZZA PRODOTTA: “AIUTARLI A CASA NOSTRA CI HA RESO GRAZIE ALL’ECONOMIA SOLIDALE”

L’accoglienza dei migranti può diventare “economia sociale”.
È il caso di Acquaformosa, borgo antico di circa mille abitanti all’interno del Parco Naturale del Pollino, in provincia di Cosenza.
“Grazie al progetto Sprar e ai fondi stanziati dal ministero dell’Interno in questi anni abbiamo dato una casa a un centinaio di migranti e ai minori stranieri non accompagnati”, spiega il vicesindaco Giovanni Manoccio , delegato all’immigrazione per la Presidenza della Regione Calabria.
E se il leader del Partito democratico Matteo Renzi dichiara la necessità  di “aiutarli a casa loro”, Manoccio, già  critico con le parole del suo segretario che a suo giudizio “insegue la destra xenofoba”, rilancia: “Grazie alla loro presenza e alla ricchezza prodotta da questa economia solidale, Acquaformosa è passata dal 380° al 210° posto nelle classifiche del Censis sulla ricchezza prodotta. Lo diciamo a chi parla di invasione”

(da “il Fatto Quotidiano”)

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DECRETO FLUSSI, UN FLOP: PERMESSO SOLO A UN RICHIEDENTE SU TRE

Luglio 20th, 2017 Riccardo Fucile

NEL 2016 QUASI 20.000 POSTI PER IMMIGRATI REGOLARI NON SONO STATI ASSEGNATI… TROPPA BUROCRAZIA

Oltre 30 mila posti disponibili, più di 44 mila domande presentate e meno di 12 mila permessi di soggiorno rilasciati.
L’unico strumento alternativo ai barconi, il decreto flussi, è un rubinetto chiuso che dispensa con il contagocce qualche posto di lavoro stagionale.
Nel 2016 è stato rilasciato appena un permesso di soggiorno su tre di quelli messi a disposizione.
Quasi 20 mila (esattamente 19.394) sono rimasti sulla carta. Possibile?
«Troppa burocrazia», accusa Coldiretti. Il grosso dei posti riguarda infatti gli stagionali dell’agricoltura e spesso, quando arrivano le risposte, il periodo della raccolta è finito.
I numeri
Secondo i dati del Viminale l’anno passato, a fronte di un tetto di 30.850 posti (17.000 destinati appunto a stagionali di agricoltura e turismo e 13.850 tra lavoro autonomo e conversioni) sono arrivate 44.649 domande.
La maggior parte di queste ultime, 34.306, erano inviate da datori di lavoro che avevano bisogno di manodopera nei campi o in strutture turistiche.
Di queste, solo una su cinque ha avuto esito positivo: appena 7131. Quanto al resto, sono arrivate soltanto 8939 domande di conversione del permesso e 1404 per lavoro autonomo, largamente meno dei quasi 14 mila posti disponibili. E molte sono pure state respinte: appena 4325 hanno ottenuto il via libera.
Quest’anno i posti disponibili sono esattamente gli stessi ma è presto per fare bilanci.
«La legge – spiega Roberto Magrini, responsabile lavoro di Coldiretti – dice che il permesso andrebbe consegnato entro 20 giorni. In realtà  è solo un auspicio. Spesso finisce che un permesso di cui c’era bisogno ai primi di giugno arrivi ad aprile, il datore di lavoro non lo ritira neanche. La procedura è molto lenta, il decreto dovrebbe uscire a novembre, invece arriva a marzo. Poi è chiaro che nelle prefetture alle prese con sbarchi e richiedenti asilo il problema si acuisce».
Meno lavoro, più asilo
Il problema c’è. L’emergenza sbarchi ha soppiantato gli strumenti che dovevano servire a regolare l’immigrazione. E così, se nel 2007 il 56% dei permessi di soggiorno venivano rilasciati per motivi di lavoro, nel 2015 questi sono crollati al 9%. In contemporanea i permessi per asilo e protezione umanitaria sono passati dal 3,7 al 28%.
«Ma non è solo per questo che lo strumento del decreto flussi è oggi inutilizzato — denuncia Paolo Bonetti, docente alla Bicocca di Milano ed estensore della Turco Napolitano — da una parte l’ingresso di Paesi come la Romania nell’Ue ha di fatto colmato esigenze lavorative un tempo coperte da extracomunitari. Dall’altro la crisi economica ha colpito duro: nessuno ne parla mai, ma nel censimento Istat del 2011 risultava che 850 mila stranieri un tempo iscritti all’anagrafe si erano cancellati. Erano tornati nei loro Paesi perchè qui non trovavano più lavoro».
Così il decreto flussi, un tempo strumento principe per l’ingresso regolare, si è svuotato. E oggi riguarda una minima parte di categorie lavorative di nicchia: stagionali, studenti, tirocinanti. Da anni non ci sono posti per il lavoro subordinato.
Le lentezze burocratiche
E anche il poco che c’è incontra ostacoli. «La macchina burocratica è lenta e si è cercato di rimediare», racconta Kurosh Danesh, dell’ufficio immigrazione della Cgil. Cinquantotto anni, da quasi 40 in Italia, si occupa della questione da sempre. Ora il permesso, spiega, dopo due anni di via libera stagionale, può essere convertito in uno stabile. E rientra nelle quote riservate alle conversioni.
Ma la questione vera, sottolinea, è che dal 2011 non c’è più la riunione che stabilisce il fabbisogno e non si fanno più ingressi per badanti, operai, imbianchini. «Certo – sottolinea – quello era un teatrino. La persona già  si trovava sul territorio italiano e lavorava per la signora Maria. La signora Maria faceva finta di chiamarla dalle Filippine, lei tornava nel suo Paese e faceva finta di entrare in Italia per la prima volta. Ma almeno era una valvola di sfogo. Oggi abbiamo mezzo milione di persone che stanno sul territorio senza permesso di soggiorno, preda di qualsiasi speculazione».
Lo sponsor
Un tempo non era così. Sempre il professor Bonetti: «Nel 1998 avevamo introdotto un meccanismo che funzionava: il permesso di soggiorno per ricerca di lavoro con sponsor in Italia. In tre giorni andarono esaurite tutte le 39.000 domande. Il tutor garantiva per la persona che arrivava in Italia. Tre anni dopo la Bossi-Fini cancellava questo straordinario successo».
Così gli stranieri hanno continuato ad arrivare, ma tutto avviene in modo irregolare e in 25 anni siamo stati costretti a fare 8 sanatorie.
Il decreto
Il decreto flussi, come strumento, ha conosciuto un continuo declino. Nel 2007 e nel 2008 (47.100 e 150.000 posti) era ancora mirato per il lavoro subordinato. Nel 2009 cambia: 80 mila posti solo per gli stagionali, appena 44 mila le domande.
L’anno successivo il Viminale mette a disposizione 98 mila posti per lavoro domestico. Risultato: quasi 400 mila domande presentate, spesso anche da operai che si fingevano colf.
Nel 2012 i posti sono 35 mila, di nuovo per gli stagionali e arrivano 60 mila richieste. Nel 2013 sono disponibili appena 17.850 posti – ma il grosso è per le conversioni – scelta rinnovata nel 2014.
Nel 2015 si punta di nuovo sugli stagionali: 13 mila posti, più 1500 per chi sia già  stato in Italia con permesso stagionale almeno due volte.
Al fallimento segue un altro errore: nel 2012 viene stabilito che lo straniero che ritorna in patria perde i contributi pagati in Italia. Risultato: ora se uno straniero entrato con il decreto perde il lavoro resta in Italia fino a 65 anni nella speranza di recuperare la pensione. Nessuno rischierebbe di nuovo la trafila.

(da “La Stampa”)

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I SEI PAESI AFRICANI DA “AIUTARE A CASA LORO”

Luglio 18th, 2017 Riccardo Fucile

TUNISIA, UGANDA, KENYA, CIAD, NIGER SONO I PAESI IN CUI L’EUROPA DOVREBBE INVESTIRE

Orizzonte Africa. Obiettivo: sicurezza. La sfida: reinsediare senza deportare. Riguarda sia i Paesi di origine che quelli di transito dei rifugiati-migranti.
L’asse Macron-Merkel si è definita anche rispetto a quella che Parigi e Berlino individuano come una delle priorità  dell’agire internazionale; una priorità  che tiene assieme gli interessi europei e quelli nazionali.
Qui scatta la sfida. Perchè non è affatto semplice, nè pacifico, trovare una quadra che tenga dentro esigenze spesso in conflitto tra loro.
In Nord Africa, il Paese che più risponde ai vari criteri sopra elencati è la Tunisia, l’unica realtà  nella quale sono sopravvissuti quei principi di democratizzazione che furono a fondamento delle cosiddette “Primavere arabe”.
Per la prima volta, nel febbraio scorso, Tunisi ha accettato di ricevere migranti di qualunque nazionalità  partiti dalla Libia e intercettati in acque extraterritoriali dalle squadre italiane ed europee di salvataggio.
In contropartita l’unico governo democratico del Maghreb ottiene dall’Italia e dall’Unione Europea sostegno su alcuni fronti che lo interessano: non solo un nuovo, forte sostegno finanziario, ma anche ulteriore cooperazione degli apparati di intelligence e di polizia contro il terrorismo islamico e il rischio di destabilizzazione del Paese. Avrebbero poi diritto a ripartire verso l’Italia o il resto d’Europa, attraverso «corridoi umanitari», solo i rifugiati di cui viene accolta la domanda di asilo.
La visione che sottende questa politica di intervento a “casa loro”, è quella “di una “ownership” africana: altri due Paesi che potrebbero far parte del primo gruppo di “ownership”: l’Uganda, anzitutto.
Nel 2016 quasi 490mila profughi si sono rifugiati in Uganda a causa dei violentissimi scontri ricominciati a luglio dello scorso anno in Sud Sudan.
È un numero altissimo, se si considera che l’Uganda è destinazione anche di profughi provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo e dal Burundi.
Per avere un’idea: nel 2016 tutte le persone arrivate sulle coste europee dopo avere attraversato il mar Mediterraneo sono state 362mila, di cui una parte ha poi lasciato i paesi costieri per andare verso nord.
L’Uganda — che è grande quanto mezza Spagna — è considerato da anni uno dei Paesi più accoglienti del mondo con i migranti. Jan Egeland, segretario generale del Norwegian Refugee Council, un’organizzazione non governativa che promuove i diritti dei migranti, ha rimarcato: “A differenza di quello che si crede normalmente, la maggior parte dei profughi non si sposta verso l’Europa. La verità  è che nel 2016 ci sono stati più profughi che hanno cercato rifugio in Uganda ogni giorno di quanti si siano diretti in alcuni dei ricchi paesi europei nel corso dell’intero anno”.
Altri Paesi del potenziale “primo gruppo” sono il Kenya e l’Etiopia, che ospitano i rifugiati somali. Con i suoi 850mila rifugiati, l’Etiopia si conferma Paese leader, in Africa, per quanto riguarda l’accoglienza di profughi.
Nel mese di aprile si è svolta ad Addis Abeba, in Etiopia, una missione operativa congiunta di Caritas Italiana e Comunità  di Sant’Egidio per aprire il primo corridoio umanitario dall’Africa.
Il Kenya ospita oltre mezzo milione di rifugiati, almeno 330.000 dei quali sono somali. Di questi, circa 260.000 si trovano nel campo di Dadaab, il più grande del mondo. La Somalia è sconvolta da oltre 20 anni di conflitto.
Gli scontri tra le forze governative, sostenute dalle truppe dell’Unione africana, e i combattenti di al-Shabaab hanno causato gravissime violazioni dei diritti umani ai danni della popolazione civile e la devastazione dei servizi e delle infrastrutture di base. Questo Paese, che oltretutto deve fare i conti con oltre 1.100.000 profughi interni, non ha le risorse necessarie per affrontare un rientro su larga scala di rifugiati da Dadaab. La mancanza del sostegno internazionale al Kenya, che si manifesta con l’insufficiente finanziamento dei programmi umanitari e le scarse opportunità  di reinsediamento per i rifugiati più vulnerabili, ha contribuito alla tremenda situazione in cui si trovano gli abitanti di Dadaab. Il Kenya è uno dei 10 Paesi che ospitano più della metà  dei 21 milioni di rifugiati del mondo.
Qualche numero rende bene l’idea. Al 31 ottobre 2016, l’appello dell’Unhcr per un finanziamento di 272 milioni di dollari era stato coperto appena per il 38 per cento. In tutto, soltanto 5001 rifugiati sono stati reinsediati dal Kenya, oltre 3500 dei quali negli Usa. Solo 671 rifugiati vulnerabili sono stati reinsediati nei Paesi dell’Unione Europea. Ora qualcosa sembra muoversi. Lo scorso febbraio, la Corte Suprema di Nairobi ha bloccato giovedì la decisione del governo del Kenya di chiudere il campo profughi di Dadaab.
Secondo, John Mativo il giudice che ha emesso la sentenza, si tratta di un provvedimento incostituzionale e che equivale alla persecuzione dei rifugiati. “È un passo molto positivo per centinaia di migliaia di rifugiati bloccati in un limbo da quando, a maggio scorso, era stato dato l’annuncio ufficiale della chiusura del campo”, ha affermato Medici senza Frontiere esortando il governo del Paese africano a “sostenere questa decisione. Qualunque ritorno dei rifugiati in Somalia deve avvenire su base volontaria”.
Msf si è opposta con forza alla chiusura di Dadaab fin dall’inizio, esortando a considerare immediatamente soluzioni alternative alla permanenza prolungata in un campo a così ampia scala, tra cui un più alto numero di reinsediamenti in paesi terzi, campi più piccoli in Kenya o l’integrazione dei rifugiati nelle comunità  del Paese.
Altra area nevralgica è quella dell’Africa occidentale.
Qui i Paesi prescelti sarebbero il Niger e il Ciad.
A fine 2016, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Office for Coordination of Humanitarian Affairs — Ocha), nella regione di Diffa, Nel Niger, almeno 300.000 sfollati necessitavano di assistenza umanitaria. Questi comprendevano oltre 184.000 sfollati interni del Niger, 29.000 cittadini nigerini rientrati nel Paese e 88.000 rifugiati nigeriani. Molti vivevano in condizioni deplorevoli all’interno di accampamenti improvvisati.
La situazione d’insicurezza ha bloccato l’accesso a beni di prima necessità  e a servizi essenziali come cibo, acqua e istruzione, mentre il perdurare dello stato d’emergenza ha ostacolato le attività  economiche.
Il Niger accoglieva nelle regioni di Tillabèri e Tahoua almeno 60.000 rifugiati del Mali, anch’essi bisognosi di assistenza. Il numero delle persone che transitavano attraverso il Niger, nel tentativo di raggiungere l’Europa, è continuato a crescere e Agadez è divenuta il principale nodo di transito per i migranti provenienti dai Paesi dell’Africa Occidentale. A ottobre 2016, uno studio condotto dall’Iom ha rilevato che il 70 per cento delle persone arrivate in Italia via mare, molte delle quali erano transitate in Niger, era stato vittima della tratta di esseri umani o di sfruttamento, comprese migliaia di donne e ragazze costrette a prostituirsi in Libia o Europa. Nonostante l’approvazione nel 2015 di una legge contro la tratta, poco è stato fatto per prevenire questa pratica in Niger.
Altro Paese cruciale è il Ciad. “La sofferenza e la disperazione nella regione del lago Ciad sono tra le più drammatiche che abbia mai visto. I rifugiati, le persone che sono tornate nei villaggi e le comunità  ospitanti sopravvissute alla violenza e ai traumi dovuti agli attacchi di Boko Haram hanno bisogno urgentemente di aiuti”, ha rimarcato di recente l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi.
La situazione umanitaria è gravissima, con livelli estremamente alti di malnutrizione specialmente tra i bambini. E non solo tra quelli sfollati.
Secondo l’Unicef, circa 2 milioni 200 mila bambini ciadiani sono affetti da malnutrizione. Problemi di accesso al cibo, all’acqua e alle medicine sono stati segnalati anche nel campo di Goz Amer, nel Ciad orientale, che ospita circa 35 mila profughi sudanesi. Mentre verso sud ci sono almeno 90 mila profughi provenienti dal Centrafrica.
Più le migliaia di nigeriani in fuga da Boko Haram. Solo una parte dei circa 475 mila profughi e sfollati presenti in tutto il Ciad è attualmente assistita dall’Unhcr. Tunisia, Uganda, Kenya, Etiopia, Niger, Ciad (a cui si dovrebbe aggiungere in seconda battuta il Burkina Faso).

(da “Huffingtonpost”)

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