Novembre 27th, 2019 Riccardo Fucile
L’EX SINDACO DI LIVORNO AL MINISTERO DEI RAPPORTI CON IL PARLAMENTO
Filippo Nogarin ha sette vite come i gatti. Il sindaco di Livorno che rimarrà nella storia per
aver dimenticato di usare l’app per l’allerta meteo e per aver riportato la sinistra a vincere in città grazie ai suoi anni di amministrazione, non è diventato europarlamentare perchè è stato trombato ma ha trovato un posto al ministero. Racconta oggi Paolo Bracalini sul Giornale:
Da lunedì scorso, con la bollinatura del decreto di nomina, l’ex sindaco è diventato ufficialmente «consigliere per le questioni politiche» del ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà . Ministro grillino, ovviamente. D’Incà cura il rapporti con il Parlamento ma evidentemente anche i rapporti con i compagni di movimento come Nogarin, che per questo incarico prenderà 40mila euro lordi e lavorerà negli uffici del ministero tre giorni a settimana.
La scadenza della consulenza è quella «del mandato governativo», dunque dura finchè dura il ministro grillino di cui è consigliere. In realtà Nogarin già da settimane stava facendo da consulente per D’Incà , come scoprì il Foglio,ma la nomina formale, come il compenso, è arrivata solo ora.
Immaginiamo che la grande esperienza di Nogarin in questioni parlamentari sia stata decisiva nel conferimento dell’incarico: è infatti laureato in ingegneria aerospaziale ed è stato tesoriere dell’Ordine oltre che project manager.
Nogarin, a cui i romani devono la vita perchè ha regalato loro come assessore Gianni Lemmetti con tutto il suo guardaroba di magliette buffe, dopo la sfortunata corsa alle Europee aveva spiegato di avere altri progetti:
«Ora posso dedicare tutte le attenzioni a mia moglie, ai figli, ai libri, all’orto, al mare. La politica è importante ma non è l’ossigeno per respirare».
Già quando conquistò Livorno aveva assicurato che, dopo i cinque anni da sindaco, sarebbe tornato a fare l’ingegnere. Eppure l’attrazione dev’essere forte se anche nel toto ministri per il Conte bis era spuntato il nome di Nogarin come possibile ministro, poi come possibile sottosegretario.
(da “NextQuotidiano“)
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Novembre 20th, 2019 Riccardo Fucile
UN CONTO E’ PORTARSELO CON SE’ AL LAVORO, ALTRA COSA FARLO ANDARE A PRENDERE CON L’AUTO MINISTERIALE DI SERVIZIO
Si chiama Pippo, è uno schnauzer nano ed ha avuto l’onore di salire sull’auto blu del ministero della Difesa quando al comando c’era la grillina Elisabetta Trenta, che nel frattempo ha deciso di traslocare dall’appartamento a San Giovanni dopo che la storia dell’assegnazione a suo marito Claudio Passarelli è stata raccontata da Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera.
Oggi Mario Ajello sul Messaggero racconta la storia del cagnolino dell’ex ministra:
Fu donato alla Trenta da un ufficiale dell’esercito e lei ci si è affezionata tanto. Al punto che, da ministra della Difesa, lo voleva avere spesso al fianco, nei giorni in cui non era in missione in qualche parte del mondo. Un cane, cioè Pippo, scorrazzava al ministero della Difesa? Ma certo. Qualche militare lo andava a prendere con l’auto di servizio nella casa di via Amba Aradam e lo “scortava” fino al dicastero.
Pur non essendo lui un quadrupede dall’aria marziale ma magari, sotto il pelo, nascondeva doti da da consigliere politico d’area grillina, perchè il grillismo in grigio-verde l’allora ministra cercava di creare. E comunque: che gioia avere Pippo nelle austere stanze istituzionali. I più fidati collaboratori della Trenta avevano il privilegio di poterci giocare con frasette così: «Pippo, vieni qui, daiiiii, fatti vedere…. Bacini? Sììì, bacini…bacini….bacini…». Gli veniva lanciata la pallina e lui la rincorreva «Bravo Pippo, bravo… bravo…» lungo il corridoio del primo piano.
Pippo davanti a tanto affetto sembrava sorridere. Anche se non c’è niente da ridere, se non per il fatto — dicono al ministero che la coppia Trenta & Pippo ha lasciato la sede della Difesa ma adesso dovrà lasciare anche il bel salotto di casa. E al povero Pippo toccherà , dopo le carezze dei generali, la compagnia degli spacciatori del Pigneto.
Speriamo che il cane non soffra per il cambio di ambiente. Povera stella, lui.
(da “NextQuotidiano“)
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Ottobre 8th, 2019 Riccardo Fucile
GLI ITALIANI GLI PAGANO LO STIPENDIO DA SENATORE PER ANDARE A FARE COMIZI
Era l’11 settembre, poco meno di un mese fa, quando Matteo Salvini sedeva sul suo scranno di senatore
a Palazzo Madama per l’ultima volta.
C’era da votare la fiducia al governo Conte bis. E in quell’occasione l’umile senatore della Lega se la prese «la casta della casta della casta». I senatori a vita Liliana Segre e Mario Monti che avevano annunciato il sì alla fiducia.
Secondo l’ex ministro dell’Interno quella del senatori a vita è una «figura assolutamente superata nella storia della nostra Repubblica» perchè «non si può lasciare in mano a dei senatori a vita pro tempore, che vengono quando hanno tempo».
E guardando i dati di OpenPolis sulle presenze di Salvini alle votazioni al Senato potrebbe venire il dubbio che anche Salvini sia un senatore “pro tempore” che va al Senato solo quando ha tempo.
Perchè mentre nelle sue numerose dirette Facebook il senatore leghista annuncia che il tal giorno o quello dopo ancora andrà a lavorare al Senato la realtà è che da quell’11 settembre Salvini non ha mai partecipato ad una votazione in Aula.
Non era assente: era in missione. Esattamente come i tanto vituperati (da lui) senatori Segre e Monti che hanno la medesima percentuale di presenza alle ultime votazioni.
Le missioni in questo caso sembrano essere le varie tappe del tour elettorale permanente di Salvini in giro per l’Italia.
Quando in Senato si sono tenute le ultime votazioni (il 25 settembre) lui era in giro per l’Umbria a Tavernelle, Passignano sul Trasimeno e San Feliciano. In Umbria si vota per le regionali, o meglio votano gli umbri, a palazzo Madama dovrebbe votare lui.
Questo non significa che Salvini in Parlamento non si faccia mai vedere ad esempio per presentare un disegno di legge o un’iniziativa della Lega o che non partecipi ai lavori di commissione.
Il capo del Carroccio risulta essere membro della 3 ª Commissione permanente (Affari esteri, emigrazione) che si riunisce questa mattina e che dal giorno della fiducia al nuovo esecutivo si è riunita in seduta plenaria solo una volta, il due ottobre.
In quei giorni Salvini era impegnato nel suo tour elettorale in Umbria: il 30 settembre ha visitato Stroncone (Terni), Norcia (Perugia), Cascia (Perugia) e Cerreto di Spoleto (Perugia); il 1 ottobre era ad Attigliano (Terni) e il 2 in visita al carcere di Perugia. Tecnicamente avrebbe potuto partecipare ai lavori e poi andare a Perugia, purtroppo il Senato non pubblica il registro delle presenze e delle assenze alle sedute delle commissioni.
A meno che Salvini non abbia il dono dell’ubiquità è invece assai improbabile che questa mattina possa partecipare alla plenaria della Terza Commissione convocata oggi alle 11:30.
Il nostro infatti di buon mattino si è recato al carcere di Terni, per poi trasferirsi in Piazza Tacito e all’ora di pranzo sarà a Ferentillo. Non è certo una novità .
Quando era ministro e aveva compiti e incarichi ben più importanti e gravosi il nostro si è fatto vedere poco al Viminale oppure ai vertici europei.
Qualcuno potrebbe dire che in questo ultimo mese abbiamo pagato lo stipendio a Salvini affinchè facesse campagna elettorale per la Lega in Umbria.
Per carità , è nelle sue prerogative e non c’è nulla di illegale. Se però pensate che è quello che diceva che i senatori a vita andavano in Aula solo quando avevano tempo allora forse qualcosa che non va c’è.
Ma in fondo è il solito Salvini: quello che si faceva eleggere in consiglio comunale a Milano ma non ci andava mai e che si faceva vedere poco pure a Bruxelles.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 11th, 2019 Riccardo Fucile
I RIVOLUZIONARI PADAGNI CANCELLANO IL TAGLIO ATTUATO DALLA PRECEDENTE AMMINISTRAZIONE…. COSTERA’ AI CITTADINI 225.000 EURO IN PIU’… 6400 EURO AL SINDACO, 4800 EURO IL VICE, 3800 EURO GLI ASSESSORI
Promettere di essere diversi, ma diversi da chi? 
E così la favola del rinnovamento di Ferrara attraverso la neo eletta giunta leghista parte da un portafoglio molto più pieno rispetto alla precedente amministrazione.
Il salvadanaio più colmo, però, non è quello delle casse comunali, ma quello nelle case dei componenti della nuova Giunta alla guida della città .
Il sindaco Alan Fabbri — eletto dopo il ballottaggio dello scorso 9 giugno — infatti, ha approvato le indennità che saranno pagate agli assessori e ai consiglieri comunali per tutto il loro mandato. Con una sorpresa.
Andando contro la linea della spending review — tra le mozioni della campagna elettorale del Carroccio c’era anche lo sperpero di denaro pubblico da parte della precedente guida delle città da parte del Partito Democratico -, la giunta ha approvato il ritorno agli emolumenti del passato.
Un 10% in più rispetto a quanto percepito — dopo un taglio deciso dalla passata amministrazione dem — dal «governo precedente».
Il che, tirando le somme, equivale a una spesa di 225mila euro in più solo per il pagamento degli stipendi di sindaco, assessori e componenti vari della Giunta.
Con questa mossa, dunque, il sindaco di Ferrara — il leghista Alan Fabbri — percepirà uno stipendio di 6400 euro al mese, il vicesindaco Nicola Lodi ne avrà oltre 4800 e gli altri assessori supereranno di gran lunga i 3800 euro mensili.
Il tutto dopo l’incremento dello stipendio del Presidente del Consiglio Comunale della cittadina estense, Lorenzo Poltronieri, il cui costo mensile era già stato ritoccato del 15%.
Spese, spese, spese. Niente revisione dei conti, ma un ritorno al passato superando il taglio degli stipendi attuato dal Partito Democratico nel corso dell’amministrazione 2014-2019, durante la quale gli emolumenti a sindaco, vicesindaco e assessori era stato ritoccato al ribasso del 10%. Ora quella sforbiciata è stata ricucita, facendo aumentare i costi della classe politica di Ferrara di 225mila euro. Il cambiamento dei diversi, ma diversi da chi?
(da agenzie)
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Giugno 28th, 2019 Riccardo Fucile
PARLANO DI CASTA E POI SI NASCONDONO DIETRO I PRIVILEGI
Alla fine ce l’ha fatta Barbara Lezzi. La ministra del Sud eviterà il processo per diffamazione grazie all’immunità per i parlamentari.
Il 25 giugno il giudice di pace della sezione penale di Bari, Matilde Tanzi ha accolto la richiesta dei legali della Lezzi che avevano rilevato l’insindacabilità parlamentare per alcune frasi pronunciate dall’allora senatrice pentastellata durante un incontro (nel 2016) con gli attivisti pugliesi all’indirizzo di Massimo Potenza.
Una volta venuto a conoscenza delle dichiarazioni della parlamentare pentastellata Potenza, che è un ex attivista del M5S, aveva sporto querela per diffamazione.
Ma il processo non era mai iniziato perchè la ministra Lezzi non si è mai presentata in udienza, giustificandosi con il legittimo impedimento.
Alla fine i legali della ministra avevano chiesto il non luogo a procedere in applicazione dell’articolo 68 della Costituzione che prevede appunto che «i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni».
Secondo gli avvocati della Lezzi le possibilità erano due: il proscioglimento dell’imputata perchè il fatto non costituisce reato o in alternativa il rinvio della decisione alla Giunta per le Autorizzazioni a Procedere del Senato.
A questo punto la parola passa ai legali del querelante.
Potenza su Facebook fa sapere che valuterà «se fare appello anche se mi basta aver fatto capire che aria tira nel 5stalle e chi sono i soggetti che per anni hanno tramato, attraverso giochi poco democratici (per usare un eufemismo), per tagliare le gambe agli attivisti che potevano contrastarli in quello che oggi è evidente a tutti».
Quello che è certo è che per ora la Lezzi è riuscita a scappare da un processo per un accusa non certo grave ricorrendo ad uno dei tanto odiati e contestati privilegi della Casta e facendosi scudo con l’immunità .
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 24th, 2019 Riccardo Fucile
I CEDOLINI CON LA TRATTENUTA “SERVIZI DI BARBERIA” (QUELLI CHE ANDAVANO SOPPRESSI)
Alfonso Bonafede e Luigi Di Maio nel 2013 pubblicavano indignati dossier sulle spese della
Camera puntando il dito su dipendenti come i barbieri e i baristi, i quali, secondo loro, percepivano stipendi troppo onerosi per il lavoro che facevano.
Ebbene, a distanza di sei anni è successo che Di Maio e Bonafede sono diventati clienti di quel barbiere:
Nei cedolini del vicepremier la trattenuta per «Servizi di barbieria» non manca mai. Nell’ultimo, pubblicato dal leader politico dei Cinque Stelle (risalente a febbraio perchè il sistema di rendicontazione grillino è diventato più complicato per evitare nuovi casi di finte restituzioni) si trova la spesa, modesta,per farsi tagliare i capelli dai barbieri della Camera: 36 euro. Poco, anche perchè i barbieri sono dipendenti del Parlamento quindi il loro reddito (che arriva a 136mila euro l’anno) non dipende dal fatturato della bottega che può quindi tenere i prezzi bassi: 15 euro un taglio, 8 euro la barba, 6 euro la frizione extra.
Quindi per 36 euro Di Maio si è forse tagliato i capelli due volte in un mese. Ma i capelli vanno curati, e infatti anche nella busta paga dell’onorevole Di Maio del mese precedente, gennaio, c’è la voce «Servizi di barbieria», stavolta 41 euro.
E così pure a dicembre (36 euro), a novembre (26 euro), ad ottobre (51 euro), a settembre (54 euro), a luglio (41 euro)…
E quindi sia Giggetto che il fido scudiero Bonafede usano il servizio.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 20th, 2019 Riccardo Fucile
“BECCATO” CASUALMENTE DA UN CRONISTA AL PRIMO COMMISSARIATO DI ROMA… IL PRESIDENTE DELLA BANCA CENTRALE EUROPEA E’ MENO PARTE DELLA KASTA DI TANTI POLITICI CHE A PAROLE DICONO DI COMBATTERLA
Il Tempo racconta oggi che Mario Draghi si è fatto “beccare” da un cronista del quotidiano —
Antonio Angeli — al Primo Commissariato di Roma in piazza del Collegio Romano mentre stava in fila per rinnovare il passaporto:
Neanche il tempo di scattare una foto con il telefonino, ma è un viso sul quale non ci si pub sbagliare.
Automatica sorge, pressante, la domanda: cosa ci fa negli uffici della Polizia di Stato il presidente della Banca Centrale Europea, più che un uomo un’entità , tra le più potenti della galassia Europa, uno che prende il caffè con la Merkel e fa perdere il sonno nientemeno che al presidente degli Stati Uniti. –
Si, su di lui, Supermario, si inseguono aneddoti e leggende basta un’alzata di sopracciglio (e qualche volta capita) che tremano le borse asiatiche, il Nasdags’impenna, il barile di petrolio ruzzola giù perla duna.
Tutto questo, vero o gonfiato, è una realtà , ma anche le entità galattiche hanno una vita. Mangiano, bevono, soffrono d’insonnia e ogni tanto hanno bisogno di rinnovare il passaporto.
E questo è il motivo per il quale l’illustre economista, come qualunque altro cittadino, si è recato al commissariato, per riempire il modulo e ricevere il suo documento. Nessun mistero, nessuna stranezza.
Mario Draghi, come tutti, avrà preso il suo numeretto e poi sarà stato chiamato da un assistente capo che, nella mente del cronista navigato, ha le fattezze di Aldo Fabrizi in «Guardi e ladri». «Draghi Mario», avrà chiamato il solerte assistente «Venga, venga dotto’, che facciamo subito».
E forse il poliziotto, si sarà fatto scappare la domanda: «Professione?» Mario Draghi, con il suo viso impassibile, attento a non assumere espressioni che possano mettere in crisi il Mib, non può che aver risposto, con un filo di voce: «Impiegato, ma non è preciso, diciamo Presidente della Banca centrale europea»
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 15th, 2019 Riccardo Fucile
LE PRETESE DELLA PRESIDENTE DEL SENATO QUANDO VOLA E L’AZIENDA CHE RISPONDE: “NON AMMETTIAMO PRIVILEGI”
Carlo Tecce sul Fatto racconta oggi una storia che riguarda la presidente del Senato Maria
Elisabetta Alberti Casellati e Alitalia.
In particolare, l’articolo racconta un episodio accaduto a Fiumicino, quando la Casellati ha rifiutato di imbarcarsi finchè gli altri passeggeri non si fossero seduti ai loro posti e una sua collaboratrice ha cambiato posto senza autorizzazione, provocando un ritardo di un’ora alla partenza, e un episodio accaduto a Venezia:
Casellati sorseggia un caffè ai divani di Casa Alitalia, mentre i collaboratori snocciolano il prontuario del presidente agli addetti dell’ex compagnia di bandiera: accomodarsi per ultima a bordo senza attendere tra la gente, ricevere un’accoglienza adeguata, cioè tre cappelliere per sè perchè ogni ritorno è un trasloco.
E pazienza per i cittadini col bagaglio a mano: motivi di Stato, integrità della Repubblica. Roba seria.
Chi accompagna Casellati, a volte, vuole sistemare le valigie del presidente a imbarco ancora chiuso.
A Venezia i collaboratori di Casellati riscontrano una scottante inadempienza di Alitalia: un signore non famoso ma pagante, estraneo al contingente senatoriale, ha un biglietto che gli permette di viaggiare quasi accanto, quasi a una intollerabile distanza di un metro dal presidente del Senato.
Con risolutezza, lo staff di Palazzo Madama chiede di rimuovere il signore e magari di spingerlo al centro della cabina. Alitalia dice no, è un normale cliente, mica un pericoloso latitante.
Gli episodi hanno provocato la protesta dei valoratori:
I lavoratori di Alitalia protestano: aspettando il danaroso salvatore, l’ex compagnia di bandiera è diventata la più puntuale al mondo nel 2019 e il presidente del Senato mette a rischio il primato?
Enrico Laghi, Stefano Paleari e Daniele Discepolo, i commissari straordinari nominati dal governo, hanno risposto che l’azienda non tollera privilegi e che nessun favore è legittimo, soprattutto se ha un impatto negativo sul servizio. I commissari non hanno citato Casellati, ma ribadito un principio per sostenere i dipendenti in subbuglio, perchè non è facile respingere le prepotenze di chi rappresenta la seconda carica dello Stato. Maria Elisabetta Alberti Casellati vuole trasmettere il suo blasone ai posteri. Ce l’ha fatta. Con ritardo.
(da “NexQuotidiano”)
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Giugno 13th, 2019 Riccardo Fucile
SARDEGNA, LA PRIMA PROPOSTA DI LEGGE TARGATA LEGA- FDI SMASCHERA I SOVRANISTI: VOGLIONO RISPRISTINARE VITALIZI E PRIVILEGI, SCOPPIA UN CASO
A pochi giorni dal voto amministrativo in Sardegna riesplode il caso vitalizi in Consiglio regionale.
A lanciare la palla infuocata è Massimo Zedda — ex sindaco di Cagliari – che guida l’opposizione di centrosinistra in Aula.
Lo fa con un post su Facebook in cui allega le foto della bozza della prima proposta di legge del nuovo corso, con il presidente della Regione Christian Solinas (Psd’Az- Lega) che l’ha battuto alle regionali di febbraio.
Il tema è, appunto, quello dei vitalizi. Vale a dire l’assegno di fine mandato per i sessanta onorevoli. Un tema spinoso e dibattuto, considerato simbolo dei privilegi della casta, additato come populista dai difensori.
Di fatto ritenuto dalla Corte costituzionale “diritto inviolabile acquisito” per chi ha raggiunto l’agognato traguardo: una rendita a vita di 3-4mila euro al mese, abolita per gli eletti dal 2014 in poi.
Sono invece pagati — attualmente — a chi ne ha appunto maturato il diritto fino a due legislature fa, circa trecento con una spesa annua pari a 17 milioni di euro.
Ora, tornano come novità . Ed è la prima iniziativa legislativa del nuovo corso, sottolinea Zedda. Portata avanti con procedura d’urgenza.
Una bozza illustrata ai capigruppo dal presidente del Consiglio regionale, il leghista Michele Pais sul “Ripristino, – scrive nel post – comunque lo si voglia giustificare e definire, degli assegni vitalizi da riconoscere ai consiglieri regionali”.
Il confronto con l’attualità , soprattutto economica, è da brivido: “Non la continuità territoriale, non la vertenza latte, non il porto canale di Cagliari, ma dopo tre mesi la prima legge è per le pensioni dei consiglieri regionali”.
E non manca di citare tra i protagonisti proprio il candidato per il centrodestra alle comunali a Cagliari, già consigliere regionale per Fratelli d’Italia, ora capogruppo, Paolo Truzzu.
C’è la sua firma sulla proposta — con tutti i colleghi di maggioranza – non quella dei capigruppo d’opposizione. Da qui l’appello al voto per Francesca Ghirra, considerata sua erede — già assessora all’Urbanistica della sua giunta — vincitrice alle primarie di coalizione.
Secondo la ricostruzione: “La spesa, a carico delle cittadine e dei cittadini, nel bilancio regionale, per il solo 2019 è pari a 1.149.984 euro, che si ripeterà per gli anni a venire di questa legislatura per un totale di 5.749.920 euro”.
Un tema caldo per Zedda che prima di diventare primo cittadino a 35 anni, era già stato consigliere regionale per Sel e, con un gesto simbolico aveva già rinunciato — con le dimissioni nel 2011— alla pensione da circa 1800 euro, diritto acquisito dopo appena due anni e mezzo tra i banchi.
“Nella bozza — aggiunge Francesco Agus, capo gruppo di Campo Progressista — c’è pure il principio retroattivo. Finirebbe per avere il vitalizio anche chi resta tra i banchi tre, quattro mesi. Anche per chi è vittima dei ricorsi al Tar. Sembra proprio un assalto alla diligenza, prendiamo il possibile finchè dura”.
Il riferimento è all’udienza del tribunale amministrativo chiamato a decidere sulla posizione di 15 consiglieri — di cui otto leghisti — che hanno usato l’adesione tecnica per la presentazione delle liste alle regionali.
Un apparente cavillo che avrebbe potuto portare addirittura a nuovo voto in caso di approvazione. Ma i giudizi amministrativi si sono espressi per la bocciatura: tutto resterà così com’è.
L’asse più combattivo e in linea è quello del Movimento 5 stelle, guidato dalla capogruppo Desirè Manca. D’altronde lo stesso Zedda a marzo aveva lanciato un’apertura inaspettata proprio nei confronti dei grillini. “Non siamo qui per regalarci privilegi — afferma con energia Manca — si tratta di una cosiddetta ‘indennità differita’. Si reintroduce così il diritto alla maturazione per tutti con cinque anni e la possibilità di abbassare l’età necessaria a 60 anni. Una volontà di ritorno al passato nascosta tra le pieghe del provvedimento che punta ufficialmente a tagliare le cifre con il sistema contributivo. Ma ad allargare — allo stesso tempo — la platea agli attuali e futuri onorevoli.
A tarda serata la risposta della maggioranza, a nome del presidente del Consiglio regionale Pais è affidata a una nota istituzionale. Nessuna nuova proposta, sostiene. Bensì: “La proposta di legge che arriva all’esame della Prima commissione è la riproposizione letterale del testo che deriva dall’accordo Stato-Regioni in attuazione della Legge di Bilancio dello Stato e dalla Conferenza dei Presidenti dei Consigli regionali”.
Eppure secondo Manca c’è una postilla che esclude proprio le regioni che hanno già tagliato. Sui tempi stretti cita il 30 giugno come data da rispettare per l’approvazione. E tenta di ribaltare la prospettiva, si tratterebbe di “equità sociale” per far rispettare: “Il principio di diritto in base al quale qualunque lavoratore, dall’operaio al professionista, e quindi anche il politico, debba ricevere un trattamento previdenziale in funzione a quanto versato”. Tiepido il Pd, anche se non ha firmato. Mentre la maggioranza va avanti compatta: lunedì inizia l’iter in prima commissione
(da agenzie)
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