Novembre 9th, 2018 Riccardo Fucile
A LIBRO PAGA ANCHE EX GIORNALISTI DI LIBERO, MORISI E IL SONDAGGISTA AMADORI
Anche Matteo Salvini ha uno staff e non ha paura di farvelo pagare.
Dopo gli stipendi del sontuoso staff di Di Maio oggi il Fatto Quotidiano racconta “La Bestia del Capitano”, che in parte era stata già indagata tempo fa dall’Espresso che aveva anche fornito un conto: costa mille euro al giorno. Di soldi pubblici, naturalmente.
Nell’articolo di Tommaso Rodano e Carlo Tecce si parte da Luca Morisi e dal suo socio Andrea Paganella.
Morisi è uno che si mette a litigare con un suo fake ma in compenso non riesce a distinguere un account satirico da uno vero: l’appellativo di Casaleggio di Salvini nei suoi confronti è ampiamente meritato sul campo. E la remunerazione?
Morisi è incasellato come “consigliere strategico” con un compenso di 65.000 euro l’anno.
Paganella è capo della segreteria particolare e ha uno stipendio più alto: 85.979 euro. I due sono doppiamente retribuiti per il lavoro che svolgono per Salvini: oltre agli stipendi del ministero, c’è il contratto da 170.000 euro l’anno che la loro società — Sistema Intranet srl — ha stipulato con la Lega.
Poi ci sono i quattro che lavorano al ministero dell’Interno: Daniele Bertana, Andrea Zanelli, Fabio Visconti e Leonardo Foa, figlio di Marcello, che guadagnano 46mila euro lordi l’anno.
A guidare l’ufficio stampa Salvini ha chiamato un giornalista di Libero. Matteo Pandini (90.000) fino a pochi mesi fa scriveva (anche) inchieste sulla Lega. Bergamasco, 38 anni, ha cementato il rapporto col Capitano curando e firmando la sua autobiografia Secondo Matteo. È lui che guida la macchina della propaganda a Roma.
A fine agosto negli uffici del ministro Salvini si è aggiunto Gianandrea Gaiani(65.000), esperto di Difesa, volto dei salotti televisivi, articolista un po’ovunque, feroce sostenitore della linea dura sull’immigrazione (“la grande farsa umanitaria”, come da titolo del suo ultimo libro).
Su Libero illustrò il piano per liberare i due marò detenuti in India “con sommergibili, spie e incursori”.
Al Viminale nella segreteria del ministro lavorano anche Cristina Pascale (30.000 euro) e Giuseppe Benevento(41.600 euro) e lo storico deputato leghista Luigi Carlo Maria Peruzzotti (41.600 euro).
Sappiamo già molto del capo di gabinetto, l’ex prefetto di Bologna Matteo Piantedosi (152.536 euro): con lui c’è il prefetto Elena Garroni (146 mila euro), mentre a fianco di Pandini nell’ufficio stampa c’è il vice prefetto Paolo Canaparo (90.000 euro). Molto interessante la storia che riguarda Alessandro Amadori (65.000), il sondaggista dell’Istituto Piepoli.
Presenza fissa su La7, lo si può incrociare anche in questi giorni davanti alle telecamere mentre spiega la crescita dei consensi del governo o descrive “il successo quantico (sic) della Lega di Salvini dal 2013 a oggi”.
Della sua nomina pare non essersi accorto nessuno: Amadori si presenta ancora come sondaggista e vicepresidente dell’Istituto Piepoli e non come “consigliere per l’analisi politica e sociale” del politico più potente d’Italia.
Iva Garibaldi, protagonista del video di Tria portato via mentre risponde alle domande dei giornalisti, guadagna 120mila euro l’anno.
Poi c’è Susanna Ceccardi (65.000): “Come il suo capo, colleziona incarichi: sindaca di Cascina (Pisa), commissaria della Lega inToscana, probabile candidata alla Regione e pure “consigliere per il programma di governo” del Capitano”.
Chiudono la lista Claudio D’Amico (65.000), che cura i rapporti della Lega con la Russia, e Lorenzo Bernasconi (classe ’87), da anni tra i più stretti collaboratori di Salvini (a Chigi gli fa da segretario particolare, 100.000 euro). Il compenso di Paolo Visca è ancora in via di definizione.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 4th, 2018 Riccardo Fucile
COME AI TEMPI DI DE MITA, IL GRANDE RITORNO DEI CAMPANI, A BOTTE DI 100.000 EURO DI STIPENDIO
Il grande ritorno dei campani (come ai tempi di De Mita)
Dev’essere difficile avere tre cariche, specialmente nel MoVimento che ha combattuto il cumulo di cariche.
Per questo Luigi Di Maio ha bisogno di uno staff adeguato per la vicepresidenza del Consiglio che ha accettato con spirito di servizio per risollevare le sorti (e soprattutto lo spread) del Paese, così come per il ministero dello Sviluppo e per quello del Lavoro.
E oggi Il Fatto Quotidiano ci racconta il triplo incarico di Di Maio con conseguente triplicazione delle poltrone degli staff, e ci spiega di come Giggetto “recluta la sua classe dirigente tra gli ex collaboratori in Parlamento, l’orbita di Casaleggio, gli amici di Pomigliano d’Arco (Napoli) e dintorni. Nei palazzi romani del potere c’è il ritorno dei campani come in epoca democristiana con gli irpini di Ciriaco De Mita”.
Questa è la stagione del “cerchio vesuviano”: trattandosi di incarichi fiduciari, niente concorsi. Per la meritocrazia sarà buona la prossima volta.
Tommaso Rodano e Carlo Tecce ci spiegano che a Di Maio manca il capo di gabinetto a Palazzo Chigi, ma intanto nella squadra ci sono Massimo Bugani e Pietro Dettori, che portano a casa rispettivamente 80mila e 130mila euro in quanto vicecapo della segreteria particolare e stratega della comunicazione.
Certo, c’è il piccolo dettaglio che in questo momento Bugani ha un doppio incarico, visto che è ancora consigliere comunale a Bologna, e il numero arriva a tre se si considera che è anche consigliere di Rousseau: ma in realtà non è vero niente, vi spiegherebbe un attivista 5 Stelle, perchè il doppio incarico dipende dalla supercazzola prematurata con scappellamento a destra e quindi è tutto in regola.
Con loro c’è Marco Bellezza, consigliere giuridico con compenso da 100mila euro l’anno, e proviene dallo studio Portolano Cavallo, citato come esempio di lungimiranza per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in un rapporto della Casaleggio Associati.
Il superiore di Bugani è Dario De Falco (100.000 euro), che ha studiato con Di Maio — in classe diversa, lui è dell’84 e Luigi dell’86 — al liceo classico “Imbriani” di Pomigliano d’Arco. Sara Mangieri (100.000), invece, è l’addetto stampa.
Poi c’è anche Alessio Festa, funzionario di Montecitorio, prima distaccato presso lo staff del premier Giuseppe Conte (che neanche lo conosceva) e adesso nella formazione di Luigi.
Al ministero dello Sviluppo c’è invece Vito Cozzoli, che era capo di gabinetto di Federica Guidi prima di essere mandato via da Carlo Calenda.
Con lui, scrive ancora il Fatto, ci sono Giancarlo Carmelo Pezzuto (consigliere fuori ruolo della Corte dei Conti). Elena Lorenzini (anche lei Corte dei Conti) e Giorgio Sorial (110.000 euro, ex deputato M5S che ha bucato la rielezione).
Ovviamente non finisce qui.
Sempre al MISE lavora Cristina Belotti (130mila euro di stipendio) che arriva dallo staff M5S al Parlamento Europeo, quello che in tempi recenti è stato protagonista di un’epica figura di palta con Dijsselbloem.
Con lei ci sono Giorgio Chiesa (ancora senza emolumenti) e Luigi Falco al ministero del Lavoro: ex collaboratore di Di Maio, anche lui napoletano.
Vicecapo dell’ufficio legislativo è Enrico Esposito, quello che scriveva tweet sessisti perchè stava recitando il ruolo di un personaggio da lui inventato senza però firmarli con il nome del personaggio, perchè evidentemente è un ragazzo a cui piacciono le sorprese, gli enigmi e le scuse improbabili. 65mila euro di stipendio per lui, e vista la velocità con cui ha sospeso il profilo Twitter appena è scoppiata la buriana dei tweet c’è da dire che se li merita tutti.
Daniel De Vito è invece capo della segreteria tecnica: anche lui è campano (di Avellino) e porta a casa 130mila euro.
Di Maio ha arruolato al Mise anche Elvira Raviele (36.000), una giovane avvocata, esperta di diritto amministrativo e di contrattualistica pubblica.
E ancora: Carmine America (36.000 euro), anch’egli studente al liceo classico di Pomigliano d’Arco, è consulente per l’estero, Sergio Bramini è consulente a 48mila euro; Francesca Mattiaci (24.000), già assistente della deputata pentastellata Marta Grande, si occupa dell’agenda del superministro; Salvatore Barca (149.000 euro) — napoletano di Volla —è stato promosso segretario generale del Mise.
La sua fidanzata Assunta “Assia” Montanino di Pomigliano d’Arco dopo qualche articolo di giornale non è più segretaria particolare al Mise, ma al Lavoro: nel passaggio ci ha guadagnato circa 400 euro all’anno, per un ingaggio totale di 72.881. Infine Giovanni Capizzuto (100.000 euro) è responsabile della segreteria tecnica di Di Maio mentre il professor Pasquale Tridico era nel governo lanciato da Di Maio prima del voto del 4 marzo, al momento è coordina i consulenti economici del pluriministro Luigi con un compenso di 35.000 euro. Anche Francesco Vanin è “esperto del ministro ” per 100.000 euro all’anno.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 29th, 2018 Riccardo Fucile
INVECE DI RIVEDERE UNA LINEA SUICIDA, PREVALE L’ARROGANZA DELLA CASTA GRILLINA
Ci sono quelli arrabbiati per il TAP, quelli che non vogliono ritirare gli emendamenti al DL Sicurezza e quelli che vogliono fermare la TAV per dare un segnale dopo la delusione degli altri dossier; insieme, ci sono gli arrabbiati per il condono su Ischia e per il disegno di legge sulla legittima difesa.
Si moltiplicano le occasioni di scontro interno della maggioranza Lega-M5S e il Messaggero in un articolo a firma di Simone Canettieri fa sapere che sta tornando il rischio espulsioni per i dissidenti a 5 Stelle:
La pistola è già poggiata sul tavolo ed è carica. E così sono in molti a suggerire al capogruppo al Senato del M5S Stefano Patuanelli di usare il «pugno duro». Se non si arriverà a un’intesa interna e qualora ci fossero voti difformi all’interno del gruppo le “sanzioni” contro i ribelli sono più di un’ipotesi. Un’arma complicata, che manderebbe in tilt i pentastellati, certo, ma che permetterebbe al governo una navigazione serena.
O meglio: sarebbero un messaggio di serietà al partner di governo. Un sacrificio necessario.
«Dalla sospensione all’espulsione per chi vota contro le nostre indicazioni: le regole d’altronde parlano chiaro», trapela in queste ore dal cuore dei pentastellati governisti. Un’eventualità da brividi perchè rischia di creare un’ulteriore spaccatura. E
cco perchè non c’è da escludere affatto che questa settimana proprio Luigi Di Maio — dopo aver chiesto una sponda a Conte sulla Tap — ne chieda un’altra ben più pesante a Roberto Fico, affinchè intervenga.
Ecco perchè anche l’emendamento per i maggiori poteri per Roma è ancora in alto mare:
L’emendamento al dl sicurezza, annunciato da Di Maio sulla scia dell’onda emotiva per la morte a SanLorenzo della giovane Desirèe, al momento «non esiste»,dicono i leghisti. O se esiste, è stato solo condiviso all’interno del cerchio magico del vicepremier M5S. Raggi, che attende questo antipasto di “più poteri” per blindarsi dalle tante critiche di queste ore, nell’intervista rilasciata ieri al Messaggero ha parlato di «2.000 vigili in più».
Un’operazione che dovrebbe passare anche dal ministro della Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno ma che per la complessità del momento rischia di saltare. Perchè in ballo ci sono troppi dossier non risolti e divisioni interne ai pentastellati che stanno mettendo a dura prova la tenuta della maggioranza. E da questa settimana passa alla Camera il dl Genova (con condono edilizio per Ischia). Altro giro, altro fronte?
(da “NextQuotidiano“)
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Ottobre 18th, 2018 Riccardo Fucile
E’ DAL 2014 CHE E’ DECADUTO IL DIRITTO AD ABITARE IN UNA CASA POPOLARE… IL REGOLAMENTO PARLA CHIARO
Il Messaggero oggi torna sulla vicenda della mamma di Paola Taverna e della casa
dell’ATER che occupa abusivamente, secondo il Comune di Roma, al Quarticciolo. Dopo la difesa della vicepresidente del Senato (un po’ surreale e alquanto furbetta in molti punti), in risposta a un’interrogazione di Fratelli d’Italia l’assessore alle politiche abitative del Lazio Massimo Valeriani ha aggiunto particolari sulla vicenda e ha concluso che i requisiti sono definitivamente decaduti e tocca al Comune, cioè a Virginia Raggi, sgomberarla:
La notifica alla madre ottantenne di Paola Taverna del procedimento di decadenza del diritto ad abitare nell’alloggio popolare risale al 14 dicembre del 2014.
Alla signora viene data la possibilità , come previsto dalla legge, di fornire le controdeduzioni. La ragione del provvedimento? Per legge, se abiti in un alloggio di edilizia popolare, non puoi essere proprietario di un altro immobile, di un valore superiore ai 100 mila euro. E non deve esserlo «nessun componente il nucleo famigliare».
«Dalla verifica del mantenimento dei requisiti — recita la nota tecnica letta da Valeriani — si evinceva che la figlia dell’assegnataria risultava intestataria di altri immobili di uso abitativo nel Comune di Roma e in un altro Comune.
La figlia dell’intestataria risulta componente del nucleo familiare, sebbene la sua residenza sia stata anagraficamente trasferita nell’immobile di sua proprietà acquistato nel 2011»
In sintesi sempre stando alla ricostruzione dell’Ater riferita da Valeriani — la Taverna nel 2011 compra un altro appartamento e lì prende la residenza, ma risulta ancora come componente del nucleo familiare della madre e questo causa la decadenza del diritto ad abitare nell’alloggio popolare:
Come ha replicato la signora? Recita la nota: «In data 11 marzo 2015, fuori termine, vengono presentate le controdeduzioni che vertono sull’assunto che la figlia non vive più nell’alloggio dal 1998, da quando la stessa ha contratto matrimonio e che la residenza anagrafica presso uno stesso indirizzo non può essere sinonimo di coabitazione».
Sono state anche presentate le ricevute di utenze pagate nella nuova casa acquistata. Ma secondo Ater le controdeduzioni non possono essere accolte non solo perchè tardive, ma perchè «l’intestataria ha sempre dichiarato i redditi da lavoro dipendente e da fabbricati percepiti dalla figlia in qualità di componente del nucleo familiare».
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 8th, 2018 Riccardo Fucile
DOPO AVER FATTO VEDERE CHE HA VIAGGIATO IN AEREO A TARIFFA ECONOMICA, HA SOGGIORNATO AL FOUR SEASON, L’ALBERGO PIU’ LUSSOSO DELLA CITTA’ CON STANZE DELUXE, PISCINA PANORAMICA E JACUZZI … CON DODICE PERSONE AL SEGUITO
Ricordate il viaggio in Cina di qualche giorno fa? 
Il vicepremier prima di decollare postò sui social un video diventato virale in cui mostrava come — a differenza dei vecchi e odiati politici della Casta — lui e i suoi uomini volavano non solo su un aereo di linea, ma seduti in Economy e non in Business Class.
Di Maio ha però omesso di spiegare ai suoi fan che, atterrato a Pechino, avrebbe smesso i panni del populista pauperista, e si sarebbe diretto in uno degli hotel più lussuosi della città : il Four Season, un cinque stelle extralusso di una delle catena alberghiere più famose del pianeta.
Il vicepremier ha alloggiato al Four Season per due notti.
Nel programma di viaggio, in mano a pochi consiglieri e dipendenti del Mise, si elencano tutti i dettagli del viaggio: dalla partenza da Roma all’atterraggio, il 19 settembre, a Chengdu (lì il vicepremier ha soggiornato per 48 ore, firmato accordi bilaterali con il segretario del Pcc del Sichuan), fino all’arrivo all’aeroporto internazionale di Pechino giovedì 20 settembre alle 23.15, con successivo «trasferimento all’hotel Four Season e check in».
La delegazione contava più di una dozzina di persone, tra cui il sottosegretario Michele Geraci, agenti di scorta, consiglieri diplomatici (Giovanni Pugliese e Sergio Maffettone) e portavoce assortiti.
Che hanno lasciato l’albergo di lusso sabato 22 settembre alle 9 di mattina, prelevati da due auto blu e una Buick per andare prima alla Città Proibita (visita turistica di un’ora e mezza), poi in direzione dell’aeroporto internazionale per il volo di rientro a Roma.
Forse imbarazzati dal lusso sfrenato degli arredi e dei servizi, nè Di Maio nè il suo fedelissimo Pietro Dettori ( mago dei social assunto come ufficio stampa alla presidenza del Consiglio a 130 mila euro l’anno ) durante il soggiorno hanno postato video dalla camera extralusso (non sappiamo se hanno dormito in quella più economica, la Deluxe Room che si prenota online per poco più di 200 euro a notte, o se invece siano finiti in quelle più care, come la “Suite Ambassador” da 350 euro a notte), nè condiviso foto delle Jacuzzi, della spa da sogno, della piscina con vista spettacolare sui grattacieli pechinesi.
Un’ospitalità a cinque stelle che Di Maio conosceva già : anche durante la trasferta di fine agosto in Egitto il vicepremier ha dormito nel Four Season del Cairo.
Uomini vicinissimi a Di Maio confermano che il ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro ha davvero alloggiato nell’albergo, ma aggiungono che il prezzo pagato per ogni stanza è «quello di un quattro stelle», e che dunque le cifre sborsate («2-300 euro a notte per stanza a notte») sono congrue rispetto ai regolamenti ministeriali.
«Perchè non abbiamo fatto conferenze stampa al Four Season e abbiamo preferito le sale dell’ambasciata italiana? Non certo perchè Di Maio si vergognava dello sfarzo dell’hotel, ma perchè in ambasciata era più comodo organizzare gli incontri. E certo non c’era tempo, visto l’agenda piena di impegni, di usare i servizi dell’albergo».
PS: chi scrive crede che un vicepresidente del Consiglio della Repubblica italiana abbia tutto il diritto, rappresentando il Paese all’estero, di volare in business class e alloggiare in un hotel a cinque stelle durante un importante missione istituzionale. Lo fanno tutti i leader del mondo.
Il caso diventa di interesse pubblico solo se politici diffondono messaggi di propaganda antisistema per aumentare i consensi e poi — spento il Facebook Live e la telecamera — si accomodano in suite da mille e una notte pagate da quegli stessi elettori che lo credono alloggiato in una grotta.
(da “L’Espresso”)
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Ottobre 5th, 2018 Riccardo Fucile
PASSATA LA FESTA, GABBATO LO SANTO: ALLA FACCIA DELLA POVERTA’
Il Corriere della Sera oggi racconta la festa organizzata nei giorni scorsi dal MoVimento 5
Stelle sul barcone sul Tevere che già era stato scelto come location per il compleanno di Luigi Di Maio:
Mercoledì 3 ottobre, nella legge di bilancio, entrano tutte le promesse del M5S?
E daje, tutti i big grillini si trasferiscono sul barcone by night che fa tanto La grande bellezza di Paolo Sorrentino, supportati dalla gioiosa rivendicazione del vicepremier e ministro: «Io canto vittoria stasera e festeggio, perchè siamo ancora una volta un governo che mantiene le promesse».
E qui potrebbe tornare alla mente un altro proverbio del tanto corteggiato popolo, «passata la festa, gabbato lo santo».
Dietro i palloncini, i fiumi di spumante e gli echi della live music dal battello ancorato sul Tevere, per adesso ci sono soprattutto annunci.
Il che consiglierebbe ai festosi governanti gialloverdi di trovare, tra una celebrazione e l’altra,qualche ora per leggere, studiare e magari mandare a memoria le rime del sommo poeta di Recanati.«Passata è la tempesta:/ Odo augelli far festa, e la gallina,/ Tornata in sulavia,/Che ripete il suo verso…».
Il Messaggero fa invece sapere che durante la festa si è accennato alla danza del ventre:
Giacca nera e camicia bianca, Di Maio fa il suo ingresso nel locale accompagnato dal sottosegretario alla Difesa Tofalo. Poi via via tutti i big 5 Stelle. E così, tra un drink e l’altro, tra pizzette, un assaggio di amatriciana e di pasta con le zucchine al buffet, parte la festa a 5 Stelle sul Tevere. Andrea Caso (Commissione Finanze) è tra i più scatenati in pista.
Le deputate Marianna Iorio e Angela Masi si cimentano invece in una piccola esibizione di danza del ventre. Intorno alla mezzanotte il leader M5S lascia la festa, ma c’è chi si trattiene anche oltre le due.
«È stata una serata veramente easy», è il commento a caldo del tesoriere Sergio Battelli, immancabile jolly delle serate mondane grilline.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 1st, 2018 Riccardo Fucile
IL SOTTOSEGRETARIO M5S USA L’AUTO CHE ERA IN DOTAZIONE A ROTONDI PER I SUO SPOSTAMENTI IN CITTA’
Carlo Sibilia si scatta volentieri selfie sui treni di linea per dimostrare che il mezzo pubblico è il faro del MoVimento 5 Stelle e le scorte non sono simpatiche, tanto che alla sua a Roma ha rinunciato subito.
Intanto però chiama di volta in volta la Questura della sua città quando vi rientra nei fine settimana.
E utilizza in stile “Uber” un’automobile a disposizione del programma di tutela: una Renault Mègane “frequentata” dai suoi predecessori in città .
La storia la racconta oggi Carmelo Lopapa su Repubblica e ha un antagonista d’eccezione: Gianfranco Rotondi.
Succede che proprio nelle ultime settimane il ministero dell’Interno che fa capo a Matteo Salvini ha rivisto i programmi di protezione, in particolare per i segretari di partiti e partitini.
A finire nel setaccio sembra siano stati Lorenzo Cesa, segretario Udc, e Gianfranco Rotondi, fondatore di Rivoluzione Cristiana e detentore del simbolo Dc. E fin qui la stretta del ministero.
Il fatto è che Rotondi, quando rientrava nella sua Avellino fino a qualche giorno fa, era “tutelato” con un agente proprio in quella Megane (anche per via di minacce ricevute dopo una sua denuncia). Poi lo stop.
Scopre in questi giorni dai suoi concittadini che sulla stessa auto viene trasportato adesso — per brevi tratti e su “chiamata”, appunto — il giovane sottosegretario pentastellato.
Due giorni fa, al capo di gabinetto di Salvini al Vimininale, il prefetto Matteo Piantedosi, è stato recapitato da Rotondi un messaggio di fuoco, che apre un nuovo versante (Mastella) e lancia criptiche allusioni al passato: «Avrete il problema di spiegare al Paese perchè togliete la tutela a uno dei pochi leader dell’opposizione e la date a Mastella. Non è escluso che il vecchio Rognoni non ricordi qualche corrispondenza privata degli Anni ’80».
Sibilia, contattato per dire la sua sulla vicenda e sull’utilizzo del mezzo, non si è reso rintracciabile.
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 30th, 2018 Riccardo Fucile
QUEI PARASSITI CHE TROVI NEL VOLO ALITALIA IL MARTEDI MATTINA E DI RITORNO IL GIOVEDI POMERIGGIO: CACIARONI, FANNO COMMENTI VOLGARI SULLE DONNE, NON CONOSCONO LE LINGUE… RAPPRESENTANO DEGNAMENTE IL NOSTRO PAESE
Tra le poche certezze della vita sappiamo che a Natale ci scodelleranno un cinepanettone più
demente e volgare del precedente.
Sulla scia di questa certezza alcune riflessioni si impongono.
Innanzitutto sarà un successo commerciale, quindi il giudizio negativo riflette l’arroganza e la spocchia di noi che ci reputiamo intellettuali.
In secondo luogo ci domandiamo se l’Umanità descritta in quei film esista effettivamente.
La tragica risposta è affermativa: la scorsa settimana a Bruxelles ho verificato che la razza italica documentata nei cine-panettoni alligna e non si estingue.
A Bruxelles hanno messo radici due tipi distinti di comunità italiana: quella che lavora stabilmente e quella spedita dalla classe politica a rappresentarci.
La seconda è mirabilmente affrescata nei film dei Vanzina. Se un entomologo si dedicasse a questa forma di parassiti dovrebbe prendere un volo Alitalia da Roma il martedì mattina o un volo di ritorno il giovedì pomeriggio.
In genere sono dei politici trombati che vedono Bruxelles come un esilio e quindi cercano di rimanerci il meno possibile, al più due giorni scarsi.
A Bruxelles la concentrazione di questa razza infestante e invasiva è ovviamente inferiore che tra i sedili dell’aereo, ma gli esemplari sono facilmente identificabili. Caciaroni, vanno nei peggiori ristoranti turistici, fanno commenti volgari ad alta voce sugli attributi delle femmine di passaggio, non sanno parlare nè inglese nè francese. Insomma, al confronto Max Cipollino è un paradigma di eleganza e savoir fare.
La loro cifra è l’inutilità . Se gli chiedi di far qualcosa, sgranano gli occhi e ti prendono per pazzo.
Loro sono lì perchè la cugina della moglie l’ha data al politico di turno, mica per lavorare.
Una decina di anni fa, notando una paurosa asimmetria nella distribuzione dei fondi (in proporzione prendiamo molti meno fondi degli altri paesi), ed, erroneamente, pensando che la colpa fosse dovuta ad una mancanza d’informazione dei nostri vertici, cercai i responsabili per l’Italia dell’area 01 (ossia Matematica ed Informatica). Dopo una serie di rimbalzi, fui indirizzato verso due persone con un incarico non ben precisato: erano un ingegnere che aveva lavorato presso la BNL e un capitano di corvetta della Capitanerie di Porto di Civitavecchia.
Non mi fu dato di sapere perchè fossero stati inviati a Bruxelles, cosa avessero a che fare con Matematica ed Informatica, chi li avesse scelti.
L’unica certezza era che erano completamente inutili, non solo per la questione che avevo chiesto, ma in generale. Mi rivolsi perfino ad un politico. Anche lì buio pesto. Mi disse che era interessato solo all’innovazione relativa all’enogastronomico (forse l’unica cosa che capiva era la magnata al tavolo dell’osteria) mica a problematiche di infrastrutture scientifiche (non gli poteva fregare di meno di parlare di investimenti per migliorare la capacità del Paese di competere in settori altamente innovativi).
In un decenno la situazione non è assolutamente migliorata. E così gli altri Paesi europei non solo si sono appropriati di fondi destinati all’Italia, ma si sono abituati a farlo e considerano un atto ostile reclamare una distribuzione di fondi più equa.
Se fai notare che all’Italia spetterebbe il 13% dei fondi e gliene arriva solo l’8%, ti guardano con commiserazione e ti rispondono con un generatore automatico di risposte inutili ed irritanti tipo: ma se non fate domanda, ma il vostro progetto è scritto male, ma se nessuno straniero vuol studiare nel vostro Paese, etc etc.
È ovvio che servirebbe una nuova classe di lobbisti che, spalleggiati dal governo Italiano, difendessero i giusti interessi della Nazione.
Queste scelte sciagurate hanno determinato un progressivo impoverimento del Paese e aperto la strada al movimento sovranista. Al di là della giustezza o meno di questa posizione politica, ovvio che un Paese può pensare di cedere sovranità a una struttura confederativa solo se nell’ambito di questa struttura, i suoi interessi siano adeguatamente rappresentati.
Sono abbastanza convinto che se facessimo valere i nostri diritti a livello di Comunità Europea, i famosi 10 miliardi reclamati da Di Maio e che porteranno il deficit pubblico al 2,4% del Pil, potrebbero essere facilmente recuperati.
Ma si dovrebbe ribaltare la mentalità assistenzialistica, azzerare il nepotismo, imporre in una posizione ben retribuita (con potenziali grandi ricadute sul Paese) chi possiede le competenze giuste.
Insomma non dovrebbe essere più sufficiente nel CV che la cugina della moglie l’abbia data a uno che firma le carte.
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 28th, 2018 Riccardo Fucile
AVEVA PROMESSO IL TAGLIO DEI PORTABORSE, HA ASSUNTO UN ESERCITO DI 300 PERSONE
Non è solo questione di promesse elettorali mancate, come l’istituzione di un fondo di 5 milioni di euro per i giovani disoccupati alimentato con i risparmi da un ipotetico taglio del 30 per cento degli staff rispetto alla giunta Fassino, cavallo di battaglia di Appendino nel 2016.
Ma di piccoli eserciti di staff, tra segreterie e portaborse, che occupano le stanze accanto a quella della sindaca e degli undici assessori.
Quasi 300 persone, secondo i calcoli fatti dal capogruppo della Lista Civica, Francesco Tresso, sulla base di un accesso agli atti e del paragone con gli anni di amministrazione di Piero Fassino.
Nel primo anno di amministrazione Appendino il numero di occupati nelle segreterie della sindaca e degli assessori è stato di 286, di cui 21 staffisti esterni.
Se si considerano gli anni di Fassino, la media del numero di collaboratori occupati nelle segreterie era di 210, di cui 30 esterni.
La differenza è di una settantina di persone in più nell’era pentastellata. “Com’è possibile che dodici persone, tra cui la sindaca, ne debbano avere come contorno 300 per gestire l’attività amministrativa ed essere di raccordo tra la parte politica e quella amministrativa?” ripete Tresso.
I Cinque Stelle hanno in effetti rispettato l’impegno di ridurre gli ingressi esterni di staffisti, preferendo l’utilizzo di personale interno.
Questo però non ha ridotto i costi, anzi: i dipendenti ricevono un’indennità di ruolo e alla fine, facendo le somme, Appendino ha speso un milione e mezzo in più per le segreterie rispetto all’amministrazione di centrosinistra.
La sindaca di Torino, insomma, non ha potuto rispettare la promessa di creare il fondo per i giovani disoccupati non perchè i soldi siano finiti nel bilancio generale per coprire i buchi ereditati dal passato, ma perchè i risparmi annunciati nella campagna elettorale non si sono realizzati.
Anche prendendo l’anno in cui la precedente amministrazione ha assunto più collaboratori, il 2015, con un totale tra interni ed esterni di 214 persone, la spesa è sempre stata inferiore di oltre un milione rispetto all’era Appendino. Nonostante le polemiche per gli stipendi d’oro, in particolare del portavoce di Fassino, Gianni Giovannetti.
Per Tresso, che ha presentato un’interpellanza firmata da tutta l’opposizione per chiedere conto della questione alla prima cittadina e dibattere della promessa mancata in Consiglio, non è solo una questione di soldi e di promesse mancate. “Stiamo parlando di circa 25 persone in media per ogni assessorato. Troppe. Un’organizzazione mastodontica e inconcepibile considerando che il numero dei dipendenti del Comune continua a diminuire e che alcuni servizi sono al collasso, come l’anagrafe”.
L’anagrafe, appunto. A Torino c’è una lista di attesa lunga mesi per riuscire a fare la carta di identità elettronica e c’è gente che aspetta da luglio per un cambio di residenza.
Per ora tutti i correttivi messi in campo dall’amministrazione non hanno prodotto effetti. Il Comune non è riuscito nemmeno a garantire l’annunciato trasferimento di 22 persone agli sportelli: si è fermato a 7.
L’assessora Paola Pisano è stata messa sotto accusa non solo dalle opposizioni, ma anche da un gruppo di consiglieri Cinque Stelle che hanno firmato, insieme con la minoranza, un’interpellanza generale proposta dal capogruppo Pd Stefano Lo Russo.
Forse, sottolinea Tresso, “si potrebbe spostare qualcuno dalle segreterie degli assessori a Cinque Stelle e della sindaca per riuscire a fare qualche carta di identità e qualche cambio di residenzain più. Anche i servizi sociali e le Circoscrizioni sono in sofferenza. Invece il personale sta nelle segreterie degli assessori.
È la vittoria della burocrazia: incredibile che questo accada con la sindaca Appendino, che si era presentata come l’alternativa, come il cambiamento”.
(da “La Repubblica“)
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