Destra di Popolo.net

GLI NCC BRUCIANO IL MANICHINO DI DI MAIO, DEGENERA IL SIT-IN: “GOVERNO CI ASCOLTI O BLOCCHIAMO L’ITALIA”

Dicembre 27th, 2018 Riccardo Fucile

“IL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO HA UCCISO LA LIBERTA'”… INSULTI A DI MAIO E SALVINI “SERVI DELLA LOBBY DEI TAXISTI”

Diverse centinaia di lavoratori Ncc provenienti da tutta Italia protestano in un sit-in a piazza della Repubblica a Roma contro la normativa, approvata dal Consiglio dei ministri, che disciplina i noleggi con conducente.
Un sit-in che degenera con la scena di un fantoccio che rappresenta il vice premier Luigi Di Maio con il cappio al collo e un cartello: “Di Maio schiavo dei tassisti”.
In piazza molti manifestanti sventolano bandiere tricolore e intonano slogan contro il governo: “Se non ci ascolteranno bloccheremo il Paese”, dicono.
“La libertà  assassinata dal governo del cambiamento” si legge sul manifesto funebre affisso su una vera bara, su cui è anche poggiato un tricolore, esposta durante la manifestazione.
Ai piedi della bara ci sono anche una pagina gigante della Costituzione con l’articolo 1 e 4, per rivendicare il diritto al lavoro.
Un manifestante romano di 50 anni, Stefano Belluzzi, ha lanciato della benzina in piazza e ha detto “è un gesto estremo per far capire che siamo decisi ad andare avanti. Se non arrivano risposte entro stasera dal governo mi do fuoco. Toninelli ha tolto la dignità  alle persone che lavorano”.
Qualcuno tra gli Ncc ha anche gettato un tricolore nel fuoco, ma la bandiera è stata tolta dalle fiamme dopo pochi secondi da altri manifestanti e si è salvata.
“Tra cinque giorni saremo dei fuorilegge, il decreto imposto dal Governo è, dal nostro punto di vista, incostituzionale” afferma il presidente di Federnoleggio Confesercenti Luigi Pacilli, annunciando la prosecuzione dello stato di mobilitazione dell’associazione. “Oggi siamo nuovamente in piazza per chiedere norme di buon senso. Se entrano in vigore le nuove normative, in barba al principio della concorrenza, si favoriranno solo i tassisti e l’associazione autonoleggiatori Anar, gli unici con cui il governo si è confrontato. Vogliamo continuare a svolgere la nostra attività , salvare il lavoro di migliaia di aziende e dei propri dipendenti. “Auspichiamo – conclude Pacilli – che il presidente della Repubblica Mattarella accolga la nostra istanza e non firmi il decreto”.
Una delegazione di tre autisti ha consegnato un documento al Quirinale. “Non siamo stati ricevuti da nessuno ma è stata protocollata la nostra istanza e ci hanno garantito che nel più breve tempo possibile ci faranno avere una risposta. Di fatto, un nulla di fatto. Quindi continueremo a protestare” ha detto Mauro Ferri, presidente di Anitrav, di ritorno dal Colle dove ha presentato un documento in cui si sottolineano “i punti di incostituzionalità  del decreto del 22 dicembre scorso”.
Secondo il decreto, che riguarda “disposizioni urgenti in materia di autoservizi pubblici non di linea”, gli Ncc potranno operare in ambito provinciale senza dover più tornare in rimessa, ma solo a patto di avere già  nel “foglio di servizio” più prenotazioni oltre alla prima. Resta inoltre bloccato il rilascio di nuove autorizzazioni in attesa del nuovo “archivio informatico pubblico nazionale” per la registrazione di tutte le licenze, anche dei taxi.
E c’è chi snocciola numeri che alimentano la rabbia: “A Roma ci sono soltanto 850 licenze di Ncc, contro le 7.800 dei tassisti e l’ultimo bando per allargare il numero delle “auto nere” risale al lontano 1983″. E a Milano? Non cambia di molto. Secondo Claudio Cremonesi, coordinatore Federnoleggio- Confesercenti “sotto il Duomo le auto nere autorizzate sono 237 contro circa 5000 licenze taxi. E l’ultima autorizzazione di un Ncc a Milano fu rilasciata nel lontano 1971”. Altri se la prendono direttamente con i tassisti: “Perchè la loro lobby vince sempre? A noi ci tagliano le gambe, mentre a loro nessun governo nazionale o locale è mai riuscito a imporre il Gps per rintracciarli e, soprattutto, la ricevuta fiscale?”.

(da agenzie)

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QUARTO GIORNO DI CORTEI A BUDAPEST DI MIGLIAIA DI PATRIOTI UNGHERESI CONTRO IL GOVERNO SCHIAVISTA DI ORBAN

Dicembre 16th, 2018 Riccardo Fucile

PROTESTE IN TUTTO IL PAESE CONTRO LA MARCHETTA DEL SERVO DEI POTERI FORTI CHE INNALZA A 400 LE ORE DI STRAORDINARIO

Migliaia di ungheresi sono scesi in piazza per il quarto giorno consecutivo per contro le politiche del premier conservatore e nazionalista, Viktor Orbà n, in particolare contro la riforma del codice del lavoro, che alza a un massimo di 400 ore l’anno il numero delle ore di straordinario legali.
Sindacati e partiti politici di opposizione hanno mobilitato circa 10.000 persone.
Molti manifestanti indossano indumenti bianchi, a testimoniare la natura non violenta della marcia.”Buon Natale, signor Primo Ministro”, è lo slogan della protesta in riferimento alle parole usate da Orban durante il dibattito parlamentare, nei confronti dell’opposizione che lo interrogava su quella che i contestatori definiscono la “legge della schiavitù”, che aumenta da 250 a 400 il numero massimo di ore di straordinario consentito all’anno, dando in pratica il via libera ai datori di lavoro a costringere i dipendenti a lavorare sei giorni a settimana.
I salari degli ungheresi sono bassi e invece che assumere giovani e alzare i salari il governo dà  il via libera allo sfruttamento della manodopera.

(da agenzie)

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COME DI MAIO SE NE STA FREGANDO DEI LAVORATORI VALTUR LICENZIATI

Dicembre 14th, 2018 Riccardo Fucile

IL SILENZIO ASSORDANTE DEL MINISTRO DEL LAVORO SULLA VERTENZA

Il primo appello a Luigi Di Maio i lavoratori di Valtur   lo avevano lanciato il 4 giugno, il giorno dopo l’insediamento del governo Conte e la nomina del ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico.
C’era da scongiurare l’avvio della procedura di licenziamento collettivo per oltre un centinaio di addetti della sede milanese della storica azienda italiana (Valtur sta per Valorizzazione Turismo) fondata nel 1964.
Dopo essere stata acquisita nel 2016 dal Fondo Investindustrial di proprietà  della famiglia Bonomi a marzo del 2018 la società  era stata messa in concordato liquidatorio e per i dipendenti era iniziato l’incubo.
Ma c’era ancora un barlume di speranza, se solo il MISE avesse risposto ai lavoratori.
L’incontro promesso c’è stato il 13 giugno. Il ministro Di Maio non c’era ma al funzionario del MISE lavoratori e sindacati hanno avanzato due richieste: bloccare la procedura di licenziamento per concedere ancora qualche tempo per trovare una soluzione che salvasse i posti di lavoro.
Il Ministero però, al di là  dell’apertura del tavolo di trattativa, non ha fatto nulla e il 15 giugno i lavoratori della Valtur sono stati licenziati.
Tutti a casa, senza Cassa Integrazione (perchè non è prevista) con solo la Naspi, l’indennità  di disoccupazione.
Al contrario di altri casi il governo si è completamente disinteressato della vicenda e non si è impegnato a creare norme “ad hoc” per salvaguardare la dignità  dei
Eppure il governo precedente già  era intervenuto con una strana operazione di salvataggio.
Nel giugno del 2017 Cassa Depositi e Presititi aveva infatti acquistato da Bonomi- per la cifra di 43 milioni di euro — tre strutture, tre villaggi vacanze, di Valtur; quelli di Marina di Ostuni, Marileva e Pila.
La proprietà  si era impegnata ad investire 6,5 milioni di euro per rilanciare le sue attività . CDP ha poi afffidato la gestione dei tre villaggi a TH Resorts, una società  di cui la stessa Cassa Depositi e Prestiti dal 2017 detiene il 46%.
Qualcuno si chiede come mai non sia stato possibile fare un’operazione analoga per salvare Valtur.
Dopo il licenziamento è arrivata la vendita del marchio (senza la cessione del ramo aziendale) che a luglio è stato ceduto per 5 milioni di euro.
Anche rispetto alla cessione del marchio i lavoratori speravano che il MISE si comportasse come ha fatto di recente per la questione della Pernigotti.
Qualche settimana fa Di Maio aveva dichiarato che «dev’essere chiaro che il destino dei lavoratori della Pernigotti non può essere diviso dal marchio». Il destino dei lavoratori Valtur invece è stato completamente diverso.
Senza assetti e senza marchio l’unica speranza per gli ex dipendenti della Valtur era quella di rivolgersi al ministero.
«Dal MISE però non è arrivata nessuna risposta, nemmeno una promessa, nulla» racconta Francesco Cante uno dei lavoratori dell’area commerciale che sono stati licenziati a giugno. Francesco ha 36 anni e ha lavorato per Valtur per 12 anni anche prima dell’acquisizione da parte del Fondo Investindustrial ed è uno di coloro che hanno firmato l’appello a Di Maio.
Un appello che però è rimasto sostanzialmente inascoltato.
Il ministro non ha mai incontrato i lavoratori e i sindacati — lo hanno fatto invece i funzionari del MISE — nemmeno dopo l’avvio dei licenziamenti.
A dimostrare maggiore interessamento al caso era stato il ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio, che però all’epoca non aveva ancora ricevuto le deleghe al Turismo. «Ma è chiaro che la questione doveva essere gestita da Di Maio, dal momento che ha i due ministeri competenti sulla materia, quello del Lavoro e quello dello Sviluppo Economico» continua Cante.
Cante ci tiene a far sapere che la chiusura di Valtur non è solamente un problema di quei dipendenti che sono stati licenziati. La fine delle operazioni della società  comporta anche effetti negativi sull’indotto, sui lavoratori stagionali che venivano impiegati nei villaggi ma anche dei fornitori e di quei piccoli paesi che in un modo o nell’altro grazie a Valtur riuscivano ad ottenere un maggiore afflusso turistico e vivevano delle economie generate dal villaggio.
Anche dopo il licenziamento gli ex dipendenti non hanno smesso di chiedere l’intervento di Di Maio e del MISE. Lo hanno fatto il 14 settembre, con uno secondo appello al Governo. Anche questo però è rimasto inascoltato.
Ne hanno fatto un altro, il terzo, ieri chiedendo a Di Maio di prestare ascolto alle loro rivendicazioni. Ed è quello che fa più male a tutti coloro che da un giorno all’altro si sono trovati in mezzo ad una strada: sapere che nessuno li ascolta, nessuno dà  loro un minimo di speranza, anche solo una promessa.
«Molti ex dipendenti sono in Valtur da oltre 25 anni e hanno più di 50 anni, che prospettive lavorative avranno? Io ho 36 anni e fatico a trovare lavoro, immaginatevi loro» chiosa Cante ricordando al ministro il dramma di trovarsi senza lavoro a 50 anni e passa. Sono lavoratori che hanno investito la loro vita e dedicato la loro professionalità  ad una società  che si è dissolta e della quale nessuno nell’esecutivo ha avuto a cuore il destino.
«La vicenda Valtur   non ha tuttora trovato ascolto in sede governativa»   ha commentato Luca De Zolt, funzionario di Filcams Cgil che segue la vicenda e ricorda che «malgrado le ripetute richieste di convocazione di un tavolo al ministero del lavoro e dello sviluppo economico, non abbiamo avuto finora alcuna risposta da parte del ministro Di Maio».

(da “La Repubblica“)

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IL BOOM DEI CONTRATTI A TERMINE NELL’ERA DEL DECRETO DIGNITA’ CHE HA SOLO FATTO AUMENTARE IL PRECARIATO

Dicembre 13th, 2018 Riccardo Fucile

DOVEVA RIDURLI MA LI HA AUMENTATI, DOVEVA INCREMENTARE I CONTRATTI A TEMPO INDETERMINATO E INVECE SONO CALATI

Il Corriere della Sera oggi fa il punto sui dati sull’occupazione: tra luglio e settembre gli occupati in Italia sono diminuiti di 52.000 unità , ma a calare è soprattutto il lavoro stabile, rileva l’Istat.
I dipendenti a tempo indeterminato infatti registrano una contrazione di 98.000 unità , con una flessione dello 0,7 per cento.
Si riducono anche i lavoratori indipendenti (meno 28.000).
D’altra parte, aumentano i lavoratori a termine: nel trimestre sono 74.000, e così superano quota 3,1 milioni, toccando un nuovo record.
Sempre meno contratti a tempo indeterminato (-1,5% in un anno). Sempre più contratti a termine: +74mila in appena tre mesi(+2,4%) per un totale di 3 milioni 112mila, mai così tanti dal 1992
La nuova nota dell’Istat sul mercato del lavoro rileva che se anche nel terzo trimestre 2018 la disoccupazione continua a calare (-0,5%), il lavoro è sempre più precario visto il calo degli occupati a tempo indeterminato (meno 222mila unità  rispetto ad un anno fa) a favore dei dipendenti a termine cresciuti del 10,9% rispetto al terzo trimestre 2017. Donne e giovani i più coinvolti
Ed è boom dei part time involontari: sono il 64% del totale (+2,9%).
Chissà  quanta aneddottistica dovrà  essere spesa per far dimenticare questi numeri.

(da “NextQuotidiano”)

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LAVORO, CALA LO STIPENDIO MEDIO

Dicembre 11th, 2018 Riccardo Fucile

LA RETRIBUZIONE E’ PIU’ ALTA SE L’AZIENDA E’ DI GRANDI DIMENSIONI, PIU’ BASSE NELLE PICCOLE IMPRESE… PENALIZZATE LE DONNE

Cala la retribuzione media nel settore privato da 14,01 euro l’ora nel 2015 a 13,97 nel 2016, secondo gli ultimi dati Istat.
La metà  dei dipendenti percepisce una retribuzione oraria pari o inferiore a 11,21 euro nel 2016. Mentre il 6,3% dei posti ha uno stipendio basso (inferiore o uguale a 7,47 euro, due terzi della mediana nazionale).
Queste posizioni a bassa retribuzione (“low pay jobs”) sono diminuite rispetto al 2014 (-6,7%).
Con riguardo alle caratteristiche dell’impresa dove il lavoratore è occupato, le retribuzioni orarie mediane crescono al crescere della dimensione aziendale, con una progressione maggiore nell’Industria rispetto ai Servizi.
Nel 2016, la retribuzione oraria mediana è pari a 10,18 euro nell’Industria e a 10,07 euro nei Servizi per le imprese con meno di 10 dipendenti; a 15,93 euro nell’Industria e 12,04 euro nei Servizi per quelle con 250 dipendenti e più.
Per le donne, la distribuzione delle retribuzioni orarie è orientata verso livelli bassi. Nel 2016 ha percepito una retribuzione oraria superiore a 15 euro il 17,8% delle donne contro il 26,2% degli uomini.
Una retribuzione oraria inferiore a 8 euro è stata invece percepita dall’11,5% delle donne e dall’8,9% degli uomini.
I nuovi rapporti di lavoro stipulati nel 2016 fanno registrare una retribuzione oraria pari a 9,99 euro, che è più bassa del 18,4% rispetto a quella dei rapporti in essere (12,25 euro).
In termini percentuali la differenza di retribuzione oraria mediana dei nuovi rapporti rispetto a quelli in essere è molto più alta per gli uomini (-21,5%) che per le donne (-14,6%).
In sede di attivazione di un nuovo rapporto di lavoro, chi ha una laurea viene retribuito in media il 9,9% in più, valore che sale al +15% nel Nord-Ovest e si riduce al +0,8% nel Mezzogiorno.
Nel 2016 il 6,3% delle posizioni lavorative ha avuto una retribuzione oraria inferiore o uguale ai due terzi della mediana nazionale, ovvero inferiore o uguale a 7,47 euro. Tali posizioni a bassa retribuzione (“low pay jobs”) sono diminuite rispetto al 2014 (-6,7%).
“La retribuzione oraria mediana è sempre maggiore per i lavoratori nati in Italia rispetto ai colleghi nati all’estero”, osserva l’Istat, una volta fissate anzianità  aziendale e qualifica contrattuale.
L’istituto calcola che la differenza nella paga mediana va dal minimo per operai ed apprendisti con anzianità  inferiore a 5 anni (pari a 0,46 euro), al massimo per impiegati e dirigenti con anzianità  fra 5 e 20 anni (pari a 1,38 euro).

(da “NextQuotidiano”)

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QUELLO CHE DI MAIO NON DICE SUGLI EFFETTI DEL DECRETO DIGNITA’

Dicembre 7th, 2018 Riccardo Fucile

LA TRASFORMAZIONE DEI CONTRATTI DA A TEMPO DETERMINATO A INDETERMINATO NON E’ MERITO DEL DECRETO DIGNITA’, LA PERCENTUALE E’ INFERIORE NEL CONFRONTO CON IL PRIMO TRIMESTRE 2018

Nei giorni scorsi Assolavoro e Federmeccanica hanno lanciato l’allarme sugli effetti del Decreto Dignità . Secondo l’associazione delle imprese industriali del settore metalmeccanico «il 30% delle imprese del settore non rinnoverà , alla data di scadenza, i contratti a tempo determinato in essere».
Per Assolavoro — l’associazione nazionale delle agenzie per il lavoro — dal primo di gennaio 2019 53mila persone non potranno più essere impiegate con le Agenzie per il Lavoro a causa del raggiungimento del tetto massimo di 24 mesi (prima era 36) per un impiego a tempo determinato.
La stima prudenziale è basata su quanto previsto da una circolare del Ministero del Lavoro che ha retrodatato a prima dell’entrata in vigore della legge di conversione del Decreto Dignità  il termine da considerare per gli assunti dalle agenzie.
È comprensibile quindi che Luigi Di Maio abbia voluto correre ai ripari con un post ad effetto su Facebook.
Il ministro del Lavoro ha pubblicato su Facebook lo screenshot di un commento di una ragazza che recita: «Grazie al decreto dignità  oggi il mio contratto è stato cambiato in indeterminato. Grazie Luigi». Segue emoticon con il baciotto.   Lo screen è presentato al pubblico dei fan pentastellati come la prova provata dell’effetto del decreto dignità .
Il ministro del Lavoro poi ha tenuto a precisare che di messaggi come questo gliene sono arrivati diversi in questi mesi (il provvedimento è entrato in vigore il 14 luglio) ma soprattutto sono arrivati i dati ufficiali del Ministero relativi alle attivazioni di contratti di lavoro nel terzo trimestre del 2018.
Di Maio può così annunciare trionfante che «ci sono state 56 mila e 400 trasformazioni in più di contratti da tempo determinato in tempo indeterminato. Cioè sono aumentati di quasi il 50% rispetto allo stesso periodo del 2017».
«Che botta che abbiamo dato alla precarietà  smontando quella follia del Jobs Act! Finalmente le persone tornano a respirare» commenta Di Maio prima di dare un abbraccio a tutte le 56.400 persone che adesso «possono iniziare a scrivere una nuova storia della loro vita!».
Ma davvero i dati relativi al terzo trimestre sono effetto del Decreto Dignità ?
Per scoprirlo — fa notare Mario Seminerio su Phastidio — sarebbe necessario confrontarli con quelli dei trimestri precedenti.
Se il numero di attivazioni di contratti a tempo determinato è stabile non si può certo attribuire il numero delle assunzioni a tempo indeterminato alla legge voluta da Di Maio.
Partiamo intanto dai dati forniti dal Ministero del Lavoro: nel terzo trimestre del 2018 il 67,4% delle attivazioni è costituito da rapporti di lavoro a Tempo Determinato, mentre quelli a Tempo Indeterminato raggiungono il 18,9% del totale.
La maggior parte dei nuovi contratti di lavoro quindi — grazie al Decreto Dignità ? — è ancora per contratti a termine.
Ma anche così è possibile ancora sostenere che il numero di trasformazioni di contratti da tempo determinato a tempo indeterminato sia uno degli effetti positivi del Decreto Dignità .
Di Maio si limita a dire che il numero di trasformazioni è in aumento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno con un +48,6% (173mila trasformazioni). Ma come sono andate le cose durante i due precedenti trimestri del 2018?
Consultando il rapporto dell’osservatorio dell’INPS sul precariato pubblicato il 10 novembre scorso (quindi i dati relativi al terzo trimestre sono ancora provvisori rispetto a quelli del Ministero del Lavoro) ci si può fare un’idea più precisa di come Di Maio stia nascondendo alcuni dati per far risultare dai numeri di ieri l’esistenza di un successo del Decreto Dignità .
Ecco quindi che si scopre che nel primo trimestre 2018, le trasformazioni sono state 141.315 con un aumento del 55% rispetto allo stesso trimestre del 2017.
Durante il secondo trimestre del 2018 le trasformazioni dei contratti a termine a tempo indeterminato sono state 121.645 e l’aumento rispetto al 2017 è stato più contenuto (+32%).
Però durante quel periodo il Decreto Dignità  non c’era, come è possibile quindi che ci sia stato un aumento delle trasformazioni dei contratti a tempo indeterminato? Evidentemente l’aumento tanto sbandierato dal ministro non è un effetto del Decreto Dignità .
Di Maio lo sa e infatti sul Blog scrive che «le aziende già  avevano previsto questa inversione di tendenza quando il decreto è stato approvato».
Che è un modo per dire che anche il MoVimento 5 Stelle sa bene che è ancora troppo presto per cantare vittoria (così come è troppo presto per dare la colpa dell’aumento della disoccupazione al Decreto Dignità )

(da “NextQuotidiano”)

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LO CHIAMAVANO DIGNITÀ, FEDERMECCANICA LANCIA L’ALLARME: “UN TERZO DELLE IMPRESE NON RINNOVERA’ I CONTRATTI A TERMINE”

Dicembre 5th, 2018 Riccardo Fucile

E ASSOLAVORO AGGIUNGE: “DA GENNAIO 53.000 LAVORATORI A CASA”

“Con riferimento al Decreto Dignità , il 30% delle imprese” del settore metalmeccanico “non rinnoverà , alla data di scadenza, i contratti a tempo determinato in essere”.
Lo afferma Federmeccanica nel comunicato relativo alla sua Indagine congiunturale sull’Industria Metalmeccanica.
Federmeccanica aggiunge: “Il 37% intende trasformarli in contratti a tempo indeterminato mentre un altro 33% si riserva di decidere, valutando la situazione alla scadenza”.
Come spiega il direttore generale Stefano Franchi, l’associazione “monitorerà  il trend, anche in relazione alla decisione delle imprese che non si sono pronunciate”. In tema di occupazione, Franchi rileva in primo luogo che “per avere una occupazione stabile serve una crescita stabile”.
Il direttore generale di Federmeccanica rileva inoltre che “le norme non creano occupazione, possono agevolare o meno un percorso di assunzione. Noi riteniamo che la flessibilità  possa agevolare. Una flessibilità  – sottolinea ancora – che non significa precarietà  visto che nel nostro settore il 40% dei contratti a tempo indeterminato sono trasformazioni di contratti flessibili e il 98% dei contratti sono a tempo indeterminato”.
In una nota di Assolavoro, che parla di “stima prudenziale, si afferma poi che sono circa 53.000 le persone che dal 1°gennaio 2019 non potranno essere riavviate al lavoro dalle Agenzie per il Lavoro perchè raggiungeranno i 24 mesi di limite massimo per un impiego a tempo determinato. È l’effetto della circolare del Ministero del 31 ottobre che ha considerato compresi nelle nuove misure anche i lavoratori con contratti stipulati prima dell’entrata in vigore della legge di conversione del Decreto Dignità .
Il primo commento arriva dal candidato alla segretaria del Pd, Maurizio Martina: “Il decreto Di Maio produce disoccupazione, altro che dignità . Secondo Federmeccanica il 30 per cento delle imprese non rinnoverà  i contratti a tempo determinato ai propri dipendenti #ladridifuturo”.
Secondo l’indagine di Federmeccanica, “circa il 50% delle aziende del settore metalmeccanico non trova profili richiesti e i neodiplomati e neolaureati assunti sono ritenuti dal 22% delle imprese non in possesso di una adeguata preparazione sia tecnologica/avanzata sia tecnica di base/tradizionale”.
“Quello dell’Istruzione e della Formazione è un tema cruciale. I dati ci dicono che siamo in grave ritardo. È evidente lo scollamento tra scuola e impresa, che rende poi necessari interventi formativi riparatori, non solo sulle nuove tecnologie ma anche per le competenze di base”, afferma il Direttore Generale di Federmeccanica, Stefano Franchi.
“Per questo Federmeccanica ha lanciato nei giorni scorsi la Petizione ‘Più Alternanza. Più Formazione’ a sostegno dell’alternanza scuola lavoro e della formazione di qualità “, ha sottolineato.

(da agenzie)

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IN ITALIA SI PERDONO 627 POSTI DI LAVORO AL GIORNO, EVVIVA IL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO

Dicembre 1st, 2018 Riccardo Fucile

CON IL GOVERNO MONTI, IN PIENA CRISI ECONOMICA SE NE PERDEVANO 609, CON GENTILONI SE NE GUADAGNAVANO 1000 AL GIORNO

È quanto emerge dai dati elaborati dall’Istat: ogni giorno nel nostro paese si perdono 627 posti di lavoro.
Numeri che superano quelli del periodo tra il 2011 e il 2013, cioè quando l’Italia stava vivendo uno dei momenti peggiori della crisi del debito.
Per fare un confronto, durante il governo di Mario Monti il ritmo di perdite di posti di lavoro giornalieri era di 609, mentre con il governo guidato da Paolo Gentiloni i numeri erano in positivo: circa mille posti di lavoro creati ogni giorno.
Secondo l’Istat alla base della caduta della crescita economica c’è il crollo della domanda interna. Le famiglie fanno pochi acquisti di beni durevoli, e gli imprenditori investono sempre meno, facendo crollare la spesa per impianti e macchinari. Il risultato è che il prodotto lordo ha cominciato a contrarsi, come non succedeva dal 2014.
L’Italia quindi starebbe prendendo un treno rapido diretto verso la recessione. Lo sostengono anche i dati sintetizzati dalla Banca d’Italia, che mostrano come ogni mese sia peggiore del precedente. E non è un meccanismo destinato ad invertirsi: a febbraio, quando verranno emessi i titoli di Stato necessari al finanziamento del debito, l’Istat potrebbe decretare la recessione una volta per tutte, mettendo il nostro paese in una posizione di ulteriore vulnerabilità .

(da agenzie)

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OLTRE TRE MILIONI DI LAVORATORI ITALIANI SFRUTTATI IN NERO

Dicembre 1st, 2018 Riccardo Fucile

PARLAMENTO COMPLICE DEL LAVORO NERO… IL COSTO MEDIO ORARIO E’ SCESO DA 16 A 8 EURO, L’EVASIONE E’ ARRIVATA A 110 MILIARDI

Un paese pieno di ingiustizie, ma intanto è facile dare ai migranti la colpa di tutti i mali: i lavoratori vessati in tutti i settori produttivi del Paese.
Il costo medio orario scende da 16 euro a 8. L’evasione tributaria e contributiva sfiora i 110 miliardi (108,9): vale a dire 1/20 del nostro debito pubblico”.
A evidenziarlo il presidente dell’Alleanza delle cooperative italiane, Maurizio Gardini, insieme ai copresidenti Mauro Lusetti e Brenno Begani in occasione della prima edizione della Biennale della cooperazione a Bologna.
“Il Parlamento – aggiungono – non sia complice del lavoro nero”. E per questo “chiediamo il ripristino delle sanzioni penali relative all’appalto illecito di manodopera e la difesa della liquidazione coatta amministrativa. Entrambe le misure sono state ‘annacquate’ nella scorsa legislatura. Non è accettabile. Chi compie gravi illeciti nel lavoro deve essere punito, perchè mortifica i lavoratori, droga l’economia, avvantaggia i delinquenti ed estromette gli onesti”.
Fra le voci più rilevanti dell’evasione, sottolinea ancora l’Alleanza delle cooperative, “ci sono l’Iva per 35,3 miliardi di euro, il mancato gettito dell’Irpef derivante da lavoro e impresa, pari a 37,6 miliardi, mentre la sola Irap fa registrare una mancata contribuzione di 7,6 miliardi. Il mancato versamento dei contributi, invece, risulta pari a 2,6 miliardi per il lavoratore dipendente e a 8,5 per il datore di lavoro”
Tra i 3,3 milioni di lavoratori sfruttati dalle “false imprese – aggiungono Gardini, Lusetti e Begani – ce ne sono 100.000 vessati nelle false coop. E’ in questo contrasto all’illegalità  che si colloca l’impegno dell’Alleanza delle cooperative italiane, a fianco delle istituzioni. Anche altri settori dovrebbero interrogarsi e adoperarsi. Noi facciamo la nostra parte, chiediamo di inasprire, con l’estensione delle sanzioni penali, la ‘lotta alle false cooperative’ costituite solo per sfuggire alle norme che tutelano il lavoro. La lotta alle false cooperative e alle imprese sfruttatrici di lavoro si combatte anche con misure che colpiscano la committenza, perchè chi utilizza le false coop e le false imprese è altrettanto responsabile e perseguibile. Su questo versante vorremmo sentire i sindacati più in prima linea insieme a noi e agli organi di vigilanza”.
Per rendere “ancora più efficace” l’attività  di vigilanza, l’Alleanza delle coop chiede, inoltre, “l’istituzione di un Organismo unico di regolazione e di governo dell’attivita’ di vigilanza con la collaborazione tra tutti i soggetti: Pa, Centrali cooperative, Agenzia delle Entrate, Ispettorato nazionale del lavoro, Banca d’Italia”.
La promozione della cultura della legalità  “è una grande opportunità . L’illegalità  altera la concorrenza, danneggia l’economia, mortifica le persone. Riteniamo fondamentale – conclude la nota – calendarizzare in Parlamento la lotta contro le false coop”.

(da Globalist)

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