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TRAGEDIA DI BARLETTA, LA NOSTRA VERGOGNA: COSI’ IL DEGRADO DEL LAVORO STA UCCIDENDO LA SPERANZA

Ottobre 6th, 2011 Riccardo Fucile

ORDINARIE STORIE DI LAVORO NEL PAESE DEL NEOLIBERALISMO STRACCIONE

Un edificio pieno di crepe, uno scantinato mal illuminato, mal aerato, senza uscite di sicurezza.
Nel quale lavoravano una decina di donne, faticando fino a dieci ore al giorno.
Però senza contratto di lavoro, e pagate 4 euro l’ora.
Di laboratori del genere ce ne sono decine solo a Barletta, che diventano migliaia se si guarda all’insieme del Mezzogiorno, e decine di migliaia se lo sguardo si allargasse mai al Centro e al Nord.
Di laboratori e officine e cantieri in nero è piena tutta l’Italia, lo era prima della crisi e lo è ancora di più adesso che la crisi morde tutti e dovunque.
Non tutti hanno sulla testa mura che si sgretolano.
Però le condizioni di lavoro crudeli, il lavoro in nero e le paghe da quattro euro o meno sono per centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori l’esperienza di ogni giorno.
Il sindaco di Barletta ha detto che non se la sente di attribuire alle persone alcuna responsabilità  per le condizioni in cui avevano accettato di lavorare in nero entro quel laboratorio.
E neanche alla famiglia dei titolari, che non firmavano contratti in regola, ma nel crollo hanno perso la giovanissima figlia.
Dalle nostre parti, intendeva dire il sindaco, l’alternativa al lavoro nero è la disoccupazione e la fame (o l’ingresso nella truppa della criminalità ).
L’affermazione è politicamente poco opportuna.
Il guaio — che è un guaio di tutti noi — è che il sindaco ha ragione.
Fotografa una situazione.
Il mercato del lavoro è stato lasciato marcire dai governi e dalle imprese in tutte le regioni d’Italia. La crisi ha accelerato il degrado, ma esso viene dall’interno del paese, non dall’esterno.
Una intera generazione oppressa dalla precarietà  lavora quando può, quando riesce a trovare uno straccio di occupazione. Stiamo uccidendo in essa la speranza.
Adesso milioni di italiani guarderanno i funerali di Barletta in tv, e molti proveranno una stretta al petto, e il giorno dopo torneranno al loro lavoro precario per legge, grazie alle riforme del mercato del lavoro, o precario perchè del tutto in nero.
Tuttavia qualcuno un po’ di vergogna potrebbe o dovrebbe pur provarla.
Come può un paese in cui si vendono centinaia di migliaia di auto di lusso l’anno, in cui ci sono più negozi di moda che lampioni stradali, e milioni di famiglie hanno almeno due cellulari pro capite, permettere a sè stesso di lasciar morire sotto una casa malandata che crolla un gruppo di giovani donne che faticavano senza contratto per 4 euro l’ora?
Le abbiamo costruite tutte noi, queste trappole fisicamente e giuridicamente infami, con le nostre scelte di vita, i nostri consumi, con lo squallore della nostra cultura politica e morale.

Luciano Gallino
(da “La Repubblica“)

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GIULIA BONGIORNO: “NON POTEVO SALVARE SOLO LUI”

Ottobre 5th, 2011 Riccardo Fucile

LA PARLAMENTARE DI FUTURO E LIBERTA’ E’ DIVENTATA L’AVVOCATO PIU’ FAMOSO NEGLI STATI UNITI… SEMPRE ASSIDUA AL PROCESSO MA ANCHE TRA I DEPUTATI   PIU’ PRESENTI IN AULA

È riuscita a seguire tutte le udienze del processo di Perugia senza saltare un solo pasto con suo figlio, a essere una delle deputate più presenti a Montecitorio.
Solo ieri non c’è riuscita.
“La scommessa di una donna — sorride — non è più riuscire a fare quello che fa un uomo. Quello è già  pacifico. Ma piuttosto fare tutto quello che fa un uomo e in più essere madre”.
L’avvocata italiana (da ieri) più famosa nel mondo guarda l’Italia dalla finestra di piazza in Lucina a cui per mezzo secolo si è affacciato Andreotti.
Sono nel suo ufficio per chiederle come abbia fatto a ribaltare una sentenza da 25 anni e perchè ha scelto di difendere un ragazzo accusato di violenza e omicidio.
Lei mi guarda: “Il mio maestro, il professor Coppi mi ha insegnato che per difendere una persona non c’è bisogno della verità  sostanziale, basta trovare una verità  processuale. Ho violato il suo insegnamento. Perchè se volevo difendere Raffaele non potevo che essere certa della sua innocenza”.
Perchè?
Perchè sono un personaggio pubblico. Una parlamentare. Insieme con Michelle Hunzicker dirigo una associazione contro la violenza sessuale. Per non compromettere tutto questo dovevo crederci fino in fondo.
Un buon professionista forense può non credere ed essere lo stesso persuasivo.
Sono subentrata alla fine del primo grado. La sentenza era già  scritta. Per ribaltarla serviva più della sicurezza: l’entusiasmo.
Che dice a chi lavora con lei?
Che non posso sentire la frase: “Sono le otto e vado via”.
E cosa dovrebbero dire?
“Adesso devo sospendere”. Io per dieci anni ho lavorato ogni sabato e domenica. Sa perchè?
Me lo immagino…
Glielo dico io. Perchè in ogni processo, anche in questo, il segreto non della vittoria non è un colpo di genio. Ma la tenacia.
Facile dirlo dopo un colpo di genio.
Invece è stato così anche nel caso Kercher. Dico: non esiste un processo in cui non c’è una pagina vincente. Ma va trovata!
Lei sta parlando del guanto della scientifica, vero?
Ad esempio. Tutti l’hanno visto e hanno detto: ‘Ma guarda!’ Sa cosa c’è dietro? Che noi ci guardiamo tutte le registrazioni della raccolta prove.
Quanto possono durare?
(Ride). Anche dieci giorni.
Lei è celebre per arringhe brevi.
A me non piace il modello retorico dell’avvocato con molte citazioni e senza contenuti.
Esempio di arringa breve.
Oggi in tribunale: tutti chiedevano un’ora. Io 8 minuti.
Che vantaggio porta?
Almeno due: ti costringe a non sprecare, a focalizzare le cose importanti. E a essere credibile: la prima dote di un avvocato.
Ma come faceva a dire proprio “otto minuti”?
Mi ero già  cronometrata. Molti elementi, pochi argomenti.
Mi spieghi la differenza, in questo processo.
Se dico: “Sollecito non poteva essere nella stanza del delitto” efficace o no, è argomento…
E lei cosa ha scelto di dire?
Sollecito non era sicuramente nella stanza del delitto, perchè non c’è nessuna traccia.
Ma l’accusa ha detto: le tracce si possono cancellare.
Il lavoro di prima è servito due volte: avevamo ingrandito tutte le foto della scena del delitto e- gridando di gioia — abbiamo scoperto capelli e polvere.
Una prova a difesa?
Certo. L’appartamento non poteva essere stato lavato perchè era sporco.
Quanto costano quattro anni di una difesa così?
(Pausa) Un milione di euro.
Quanto è costata la difesa?
(Altra pausa)Forse 30mila euro.
Il tormentone della sua arringa è stato “La ragazza in pelliccia”. Difendeva Raffaele parlando di Amanda!
E’ vero. Ma il perno dell’accusa era: Amanda, mente criminale plagia il ragazzone, il fuco.
Non poteva essere così?
Sono stati condannati, in primo grado, perchè Amanda era giovane, carina, disinibita. Ovvero: mediaticamente perfetta per interpretare il ruolo di colpevole. Dicevo che era Jessica Rabbit: l’avevano disegnata così.
Quindi…
Per difendere Raffaele, dovevo demolire lo stereotipo falso su Amanda. Erano uniti, salvare solo lui sarebbe stato impossibile.
L’ha scelto lei?
No, lo ha deciso lui. Ed è un’altra prova. Se anzichè difenderla avesse detto: ”Non ricordo”, ne usciva pulito. Lui la difende perchè si sente innocente. Per tutta l’arringa ogni mia frase iniziava con la venere in pelliccia e finiva con la venere in pelliccia.
Cosa le diceva che anche Amanda era innocente?
Guardi, in quattro anni al banco degli imputati le persone si impara a conoscerle. Però le do un dettaglio.
Quale?
Nello stereotipo dell’accusa, la venere in pelliccia era incollata al fuco perchè suo complice.
E invece?
Non si separava da Raffaele perchè non parlava una parola di Italiano. Ma l’ho scoperto solo dopo tre domande dirette.
E la prima “confessione” di Amanda?
Non poteva essere fedele perchè era tutta in Italiano, e senza interprete!
A cambiare il processo è la perizia.
Ho fondato tutto l’appello su quella richiesta.
Ha giocato a poker?
No. Raffaele mi ha dato la sicurezza. Se fosse stato innocente, secondo lei, l’avrebbe fatto? Solo rischiando tutto, però, potevamo scoprire che quello non era Dna ma amido!
Li hanno dipinti come ragazzi immaturi e feroci. Lei ha negato questo ritratto.
Senta, un buon avvocato è sempre un po’ psicologo: Amanda e Raffaele sono stati condannanti da minorenni e assolti da maggiorenni. Il dolore del carcere che li ha trasformati.
Mi faccia un esempio.
Raffaele che nel primo grado faceva disegnini e non ascoltava. Mi diceva: “Mi può scrivere lei le dichiarazioni spontanee”?
E nel secondo grado?
Gli ho dato solo i titoli dell’arringa, ha scritto tutto lui. La cosa del braccialetto, per dire, mi ha fatto addirittura arrabbiare, perchè non mi aveva spiegato nulla.
Perchè non fate richiesta di risarcimento?
Scherza? Oggi ci vediamo con Raffaele proprio per parlare di questo. Con una sentenza così, la considero automatica. Ma deve scegliere lui.
Raffaele e Amanda hanno avuto un’arma segreta nel dipartimento americano?
Questo è offensivo. Nessuno si è domandato quanto abbiano pesato i giornali quando erano tutti colpevolisti. La corte ha deciso da sola, perchè è crollata la prova principale, e perchè l’orma attribuita a Raffalele era di Guede. Le dico quale è stata l’arma segreta: suo padre.
Anche dal punto di vista processuale?
Certo. Io gli assegnavo i compiti. Sa che gli avevo commissionato un plastico?
Scherza?
Dico sul serio. Per dimostrare che in una stanza due per due tutti quei copri non entravano.
E perchè non l’ha usato?
Era importante. Ma avrebbe distratto. Ci ho pensato la notte, e ho deciso all’ultimo momento.
Come mai?
Se uso il plastico le foto andranno ovunque, domani la venere in pelliccia sarà  oscurata. Non mi potevo permettere di rischiare. Un avvocato deve saper togliere.

Luca Telese blog

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IL RICERCATORE UNIVERSITARIO CHE SI MANTIENE GUIDANDO IL TAXI

Ottobre 2nd, 2011 Riccardo Fucile

MATTEO, GEOLOGO, 28 ANNI, E’ RIENTRATO DAGLI USA: “L’ASSEGNO DELLA FACOLTA’ NON BASTA”

Matteo Alvaro di professione fa il ricercatore è alla sua prima domenica da tassista, lo si capisce subito.
Una svolta a destra di troppo e si dirige nella direzione opposta a quella richiesta. «Mi scusi, sono un po’ confuso», si giustifica. E inizia a raccontare.
«Sono salito sul taxi di mio padre dopo due anni di specializzazione negli Stati Uniti». Si ripassa esattamente al punto di partenza e il taxista-ricercatore azzera il tassametro: «È da stamattina che faccio sconti per le mie sviste».
Matteo è nato 28 anni fa a Milano, vive a Binasco nella casa dei genitori e ha una sorella più grande.
Ha alle spalle il biennio passato alla Virginia Tech di Blacksburg, prestigiosa università  del profondo Sud americano.
«Fin da piccolo sognavo di fare il geologo: così, dopo essermi diplomato all’istituto tecnico di Pavia mi sono laureato in Geologia. Poi ho vinto una borsa di studio per il dottorato e ho continuato a lavorare all’università .
A un convegno ho conosciuto Ross J. Angel, il numero uno nel campo della cristallografia e, grazie anche all’aiuto dei miei professori, ho potuto anticipare il dottorato e partire per un ruolo di postdoc (l’equivalente del nostro posto di ricercatore) alla Virginia Tech».
Negli Usa gli avevano proposto di scegliere tra due contratti: «Uno di 4 anni e l’altro di 2. Scelsi quello più breve anche per questioni di cuore, visto che avevo una storia in Italia».
Pentito di quella decisione?
«Sì, anche perchè nel frattempo la storia è finita. Lo penso soprattutto dopo una giornata passata sul taxi con la moda a Milano».
Quando in America la crisi economica ha cominciato a farsi sentire, il suo professore gli ha scritto un’email prima che scadesse il contratto e gli ha consigliato di cercarsi un’altra opportunità , offrendo le sue referenze.
«I colleghi di Pavia con cui ho mantenuto i rapporti, mi hanno suggerito di rientrare. Devo ringraziare il dipartimento che si è sempre adoperato per non farmi restare senza un minimo di sussidio economico. Ma in Italia le retribuzioni per chi lavora in ricerca sono molto più basse rispetto a quelle americane».
Un postdoc guadagna mediamente 40 mila dollari all’anno e può arrivare anche a 80/100 mila.
«In Italia, invece, lo stipendio credo sia intorno ai 1.400 euro al mese. Esattamente non lo so ancora, visto che devo aspettare il concorso per entrare in servizio».
Nel frattempo Matteo ogni domenica mattina sale sull’auto bianca del padre e fa il tassista a Milano, «possibilità  offerta dalla “collaborazione familiare” per cui la licenza taxi può essere estesa a un parente», spiega. «E lo farò anche quando arriverà  l’assegno, per arrotondare».
Poi, dal lunedì al venerdì, il tassista ricercatore con la passione per la tecnologia («ho quattro computer, due sono portatili») frequenta il laboratorio del dipartimento di Scienze della Terra all’Università  di Pavia.
«Scrivo articoli scientifici in attesa di riprendere la mia attività : lo studio delle proprietà  chimico-fisiche dei minerali. I risultati possono essere utilizzati per approfondire le conoscenze di base nel campo della geologia ma possono anche servire per produrre nuovi materiali, come certe argille utilizzate per la messa in sicurezza di siti contaminati»
All’estero la possibilità  di fare ricerca è maggiore grazie anche ai fondi privati.
«Nel mio dipartimento eravamo in 17 italiani, siamo rientrati solo in tre. Abbiamo fatto tutti il dottorato in Italia e siamo costati allo Stato, costi che vanno a vantaggio dei Paesi esteri. Senza contare che qui lavoriamo con strumenti degli anni 80 mentre negli Usa hanno a disposizione le ultime tecnologie. E questo incide sui risultati».

Maria Teresa Veneziani
(da “Il Corriere della Sera“)

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LA DEMOCRAZIA DEL CAMPAR MALE

Settembre 26th, 2011 Riccardo Fucile

LA VEDOVA CHE A FINALE LIGURE VENDE I SACCHETTINI DI LANA SUL LUNGOMARE E LO SQUALLORE DI NICLA TARANTINI CHE ESIGE 20.000 EURO AL MESE PER “CAMPARE”

L’altro giorno passeggiando sul lungomare di Finale Ligure ho visto, seduta su una panchina, una vecchia che sferruzzava.
Non stava facendo un golfino per il nipotino, ma dei piccoli sacchetti in lana leggera da appendere al collo e dove infilare la patente, la carta di credito, le chiavi della macchina, quelle di casa, gli spiccioli e insomma tutte quelle cose che d’estate, in braghette e t-shirt, non sai dove mettere.
Li vendeva a pochi euro.
La vecchia signora non è una clochard. Vedova, con due figlie adulte, vive a Vercelli con una pensione modestissima e in tarda primavera, d’estate e nei primi mesi d’autunno, si sposta sulla Riviera per arrotondare le sue magre entrate.
Non però in luglio e agosto perchè in piena stagione il costo della stanza del modesto albergo dove alloggia (modesto ma decoroso, son andato a dare un’occhiata) le rimangerebbe tutto il magro guadagno.
Ho pensato a Nicla Tarantini, la moglie di Gianpi, quando dice, piangendo, ai pm di Napoli: “E adesso senza quei soldi che ci dava il presidente come faremo a campare?”.
Alla signora non passa nemmeno per la testa che si possa “campare” lavorando.
E al pm che le chiedeva come mai avendo ricevuto dal “Presidente”, oltre ai 20 mila euro sborsati mensilmente, un surplus di altri 20 mila per una vacanza a Cortina, abbia sentito il bisogno di bussare ulteriormente a quattrini da Berlusconi reclamandone ancora 5 mila, ha risposto: “Siccome era la prima vacanza che facevamo dopo tre anni, eravamo in quattro e volevo far fare una bella vacanza alle mie bambine”.
Penso a Nicla Tarantini e sento montare in me una collera pericolosa.
Vorrei prendere a sberle questa impunita, raccontarle della vecchia signora di Finale, ricordarle che 20 mila euro al netto sono lo stipendio annuale di un     impiegato o che i suoi coetanei se la sfangano nei call center a mille euro.
Non è una questione personale, naturalmente.
Perchè la tipologia di Nicla e Gianpi Tarantini, gente che “campa” nel lusso senza aver mai battuto un chiodo, è vastissima.
Per capirlo basta entrare in uno dei tanti locali “trendy” di Milano frequentati dal demimonde dello spettacolo, da escort (ammesso che vi sia ancora una differenza) e da una fauna maschile indefinibile, uomini di quaranta e cinquant’anni che ricordano, nell’eleganza kitsch e nel gestire, certi magliari degli anni Cinquanta.
Dai tavoli senti discorsi di questo tipo: “Domani sono a New York, poi faccio un salto a Boston e prima di rientrare mi fermo una settimana in Thailandia”.
Se ti capita di parlare con uno di questi e, dopo un po’, gli chiedi che lavoro fa, le risposte sono vaghissime.
Non è un grande avvocato, non è un primario, non è un architetto di grido.
Si muove, vede gente. Ma che mestiere faccia non si sa, anche se intuisci che       non deve essere molto diverso da quello degli infiniti Tarantini, Lavitola, Bisignani che popolano questo Paese.
Ma la questione è più ampia.
Da quando esiste la democrazia non ha fatto che allargare il divario fra ricchi e poveri.
Un contadino dell’ancien règime era più vicino al suo feudatario di quanto lo sia oggi il cittadino comune a un     personaggio dello star-system.
Non solo in termini di ricchezza ma, paradossalmente, anche di status (in fondo feudatario e contadino, abitando sullo stesso pezzo di terra, facevano, almeno in una certa misura, vita comune).
Ancora negli anni Cinquanta un alto dirigente Fiat guadagnava 15 volte il suo operaio, oggi un grande manager 400 volte.
Un divario intollerabile, osceno.
C’è del marcio nel regno di Danimarca.
C’è del marcio nella democrazia.
Un sistema, come ho scritto brutalmente in Sudditi, “per metterlo nel culo alla gente, e soprattutto alla povera gente, col suo consenso”.

Massimo Fini
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IVA, AUMENTANO ANCHE CIBI E BEVANDE: L’AUMENTO AL 21% RIGUARDERA’ META’ DEL CARRELLO DELLA SPESA

Settembre 20th, 2011 Riccardo Fucile

I CONSUMATORI: “VIGILARE SULL’ALIQUOTA APPLICATA NELLE BOLLETTE DI TV, GAS E TELEFONO”… IL FENOMENO DEGLI ARROTONDAMENTI POTREBBE PORTARE A UN ESBORSO DI 400 EURO A FAMIGLIA

Se nel carrello della spesa mettete bibite analcoliche, tè o caffè, vino o birra, cioccolato, acqua minerale, sale, superalcolici, oltre a qualche sfizio gastronomico, come ostriche o aragoste, allora preparatevi a pagare l’Iva al 21%.
Il balzo dell’imposta, entrato in vigore da ieri, si applica, infatti, anche a moltissimi alimentari che non rientrano nel gruppo di quelli con l’Iva ridotta al 4%.
È una batosta silenziosa che si nasconde dietro le etichette di tanti prodotti, presenti in buona parte dei sacchetti della spesa.
Sono dei comunissimi generi alimentari che pesano per quasi il 50% del conto finale alla cassa.
Quell’uno per cento, dunque, potrebbe far salire i costi di almeno 1 euro su uno scontrino da circa 200 euro con una metà  di prodotti con Iva al 4% e l’altra metà  al 21%
In particolare il costo di una bottiglia di vino dal costo orientativo di 10 euro salirà  10 centesimi.
Su un pacco di succhi di frutta (4 euro) si applicherà  un aumento di 4 centesimi, una bottiglia di birra (1 euro) costerà  1 centesimo di più, un whisky di qualità  (intorno ai 40 euro) rincarerà  di 40 centesimi, così come una confezione di acqua minerale (2 euro) salirà  di 2 centesimi.
Attenzione quindi agli aumenti che da ieri sono stati applicati anche nel settore alimentare e che vanno ad affiancare i rincari su computer e prodotti hi-tech (dall’iPad alle tv fino al personal computer), abbigliamento e calzature, giocattoli, audio-video, gioielli, automobili (riparazione, vendita, carburanti), mobili, orologi, cosmetici e profumi, anche quelli venduti in farmacia dove il regime Iva è di norma fissato al 10%.
Tra gli altri ritocchi vanno ricordati quelli che scattano su tanti settori e servizi, dalle lavanderie al parrucchiere, dai trasporti agli abbonamenti internet o tv e le bollette energetiche.
In particolare su questo tema si fa sentire il Codacons che lancia l’allarme sui consumi del gas (a partire da una certa soglia di consumi), sulle bollette telefoniche e quelle relative ai servizi internet: «La legge fiscale – spiega l’associazione – consente ai gestori di retrodatare l’incremento dell’Iva, che può essere quindi applicato sui consumi non ancora fatturati. Ciò comporterà  un maggior esborso per milioni di euro a danno dei cittadini nonostante sia materialmente possibile limitare l’incremento dell’Iva ai consumi realizzati a partire da oggi».
In sostanza il Codacons invita i consumatori a controllare che in bolletta gli incrementi partano con data 18 settembre.
Inoltre l’associazione segnala «l’aumento dell’Iva e arrotondamenti vari messi in pratica dal 35% degli esercizi commerciali».
Si tratta di «rincari applicati principalmente dai piccoli negozi – spiega l’associazione – e i beni maggiormente colpiti sono quelli di piccolo importo come prodotti per la pulizia della casa e per l’igiene personale. Il rischio è che i rincari possano estendersi anche a beni e servizi non coinvolti dallo scatto dall’aliquota Iva, determinando così una stangata pari a 385 euro a famiglia».
Per Confesercenti, invece, il passaggio dell’Iva al 21% graverà  per 140 euro sul 70% delle famiglie mentre secondo Federalimentare ogni nucleo familiare sborserà  50 centesimi al giorno pari a 180 euro l’anno.
Adusbef e Federconsumatori, infine, parlano di «ricadute pesanti da 173 fino a 408 euro annui per famiglia».

Lucio Cillis
(da “La Repubblica”)

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LAVORO E STUDIO: LA SPLENDIDA REALTA’ DELLE RAGAZZE NORMALI CHE NON VIVONO DI COMPROMESSI ALLA CORTE DI VECCHI PERVERTITI

Settembre 19th, 2011 Riccardo Fucile

CHI SONO LE RAGAZZE ITALIANE? LE GIOVANI CHE STUDIANO, LAVORANO, PROGETTANO E COSTRUISCONO COSI’ IL FUTURO DEL NOSTRO PAESE?…. ESISTONO ANCORA RIFERIMENTI VALORIALI NELLA SOCIETA’ ITALIANA

Le tv, i giornali, i dibattiti di questi giorni sembrano proporci un’immagine unica.
Ragazze carine, anzi spesso molto belle, che si somigliano tra loro e che usano il corpo con consapevolezza estrema: scambiano quello che hanno – e che possono offrire sul mercato libero delle risorse – per raggiungere un avanzamento economico e sociale.
Ha fatto molto discutere l’ultimo saggio di Catherine Hakim, sociologa della London School of Economics, intitolato Il potere del capitale erotico .
L’autrice sostiene che sarebbe assurdo negare alle giovani donne il diritto, quasi il dovere strategico, di sfruttare al massimo il proprio capitale estetico.
Soprattutto se le giovani donne in questione sono sprovviste di altri mezzi: finanziari, intellettuali, di status sociale.
Recensendo il libro, lo scrittore Will Self ha citato una battuta tratta dalla serie tv ormai globale «The Simpsons».
Lisa dice alla sua insegnante: «Essere belle non è importante»; la signorina Hoover risponde: «Stupidaggini, questo è quello che i genitori brutti dicono alle proprie figlie».
Le ragazze delle intercettazioni sembrano aver imparato bene la lezione: il «capitale erotico» deve fruttare il massimo in quei pochi anni di pienezza che la natura – ora esasperata dalla chirurgia – concede loro.
Sinora si è (quasi) sempre discusso solo di questo: se cioè le ragazze di Berlusconi, dall’Olgettina a Bari, siano figlie del femminismo o piuttosto una distorsione inquietante dell’emancipazione.
Ma a questo punto la domanda più importante è davvero un’altra e chiede di superare quell’immagine unica, e ancora più quel pensiero unico, in cui continuamente ci imbattiamo.
Queste giovani donne, che ossessivamente scrutiamo e commentiamo, rappresentano la maggioranza delle ragazze italiane?
O comunque, pur in minoranza, costituiscono un’avanguardia dietro la quale «le altre» vorrebbero mettersi in coda?
La «sexeconomics» all’italiana è davvero un’espressione di modernità ?
La risposta è no.
La modernità  di tante giovani italiane sta altrove.
Sta nelle università  dove le studentesse ottengono risultati sempre migliori; sta nei curricula che vengono presentati per un’assunzione dove si sommano esperienze all’estero, volontariato, aggiornamento costante delle proprie abilità ; sta nella creatività  delle mamme blogger che sanno costruire dal basso nuove comunità , solidali, capaci di compensare in parte i vuoti del welfare; sta nell’ottimismo delle mamme single, che siano di ritorno o di andata; sta nell’energia delle ventenni pronte a partire per una città  straniera forti solo di sè; sta in chi si impegna per i diritti delle persone, nelle associazioni, che sono un modo nuovo di fare politica; sta nelle giovani immigrate, le più aperte all’integrazione.
Sta nelle storie «normali» di tantissime donne che ogni giorno provano a «tenere insieme» professione, famiglia, se stesse.
L’avanzamento personale e la mobilità  sociale vengono cercate, certo, ma in un altro modo. In un Paese che ha una delle medie più basse di lavoro femminile retribuito (un risicato 48% rispetto a una media Ocse del 59) e dove nello stesso tempo il numero di bambini per donna è uno dei più bassi d’Europa (il 24% delle donne italiane nate a metà  degli anni Sessanta non ha fatto figli rispetto al 10% delle francesi).
È di questo che vogliamo parlare e scrivere.
Di questo gap di modernità  che l’Italia non ha risolto e non risolve ancora, nonostante gli appelli della Banca d’Italia a non sprecare il 50% dei propri talenti – perchè le donne rappresentano più della metà  della nostra popolazione.
Questo non perchè le donne siano migliori, ma perchè le società  dove le donne e gli uomini lavorano accanto – in uno scambio davvero liberato da «un pensiero unico» sulla femminilità  – funzionano meglio e garantiscono un futuro a chi verrà .
E c’è un’ultima cosa: nelle centomila intercettazioni le ragazze parlano e parlano e non è difficile cogliere un filo di malinconia, di abbruttimento, di disagio nell’inseguire il premio contrattato.
Le vite delle nostre ragazze «normali» sono assai più avventurose.

Barbara Stefanelli
(da “Il Corriere della Sera”)

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I SOTTOSEGRETARI D’ORO DI FORMIGONI: UN MILIONE E MEZZO DI EURO L’ANNO

Settembre 16th, 2011 Riccardo Fucile

ECCO LE NUOVE FIGURE INTRODOTTE DALLA REGIONE LOMBARDIA: SONO QUATTRO E SI OCCUPANO DI CINEMA, EXPO, TERRITORIO E RICERCA

Sono quattro e ogni anno costano ai lombardi circa un milione e mezzo di euro.
Sono i sottosegretari di Roberto Formigoni.
In tempi di crisi, si concentra su di loro l’accusa dell’opposizione di centrosinistra che da tempo chiede di tagliare anche in Regione i costi della politica.
Previsti dal nuovo statuto, che ha copiato l’idea da Calabria ed Emilia (però ne hanno solo uno), i sottosegretari del governatore guadagnano come i presidenti di commissione. Compreso lo staff, ciascuno costa 184mila euro l’anno.
Questi “magnifici quattro” costano ogni anno alle casse del Pirellone circa un milione e mezzo di euro, hanno diritto a una segreteria composta da un responsabile e tre addetti. La maggioranza di centrodestra aveva deciso di concedere loro anche il vitalizio previsto per i consiglieri regionali solo dopo due mandati.
Ma di recente un blitz di Lega, Pd e Sel in commissione Bilancio ha fatto saltare tutto.
Al Pirellone c’è perfino un sottosegretario che si occupa di Cinema, il leghista Massimo Zanello, nonostante nella giunta di Formigoni sia già  presente l’assessore regionale alla Cultura, Massimo Buscemi del Pdl.
Gli altri sottosegretari si occupano di Attuazione del programma e di Expo (Paolo Alli, braccio destro del governatore); Attrattività  e promozione del territorio (Francesco Magnano, geometra di fiducia di Silvio Berlusconi). Università  e ricerca (Alberto Cavalli, ex presidente della Provincia di Brescia, forzista e fedelissimo del ministro Mariastella Gelmini).
A far discutere, però, sono anche i “delegati del presidente” che sono, invece, un’esclusiva della Lombardia introdotta solo nel 2010, anche per trovare un posto a chi non era stato eletto nella parte bassa del listino di Formigoni: quello dove spiccavano i nomi dell’ex igienista dentale Nicole Minetti e del fisioterapista personale del premier, Giorgio Puricelli.
I delegati scelti da Formigoni sono ben cinque: tutti dovevano trovare un ruolo nella squadra del governatore.
Guadagnano come i consiglieri regionali, circa novemila euro al mese, pari all’81 per cento dell’indennità  percepita dai parlamentari.
L’ex assessore Marco Pagnoncelli tiene i rapporti con gli Enti locali. Fabio Saldini, architetto di fiducia di Paolo Berlusconi di Moda, è a Design e tutela dei consumatori.
Monica Guarischi, sorella dell’ex consigliere regionale Massimo, si occupa di Pari opportunità . Roberto Baitieri, ex presidente della Fondazione club della Lombardia, di Promozione, sviluppo e innovazione delle aree montane. Gian Carlo Abelli, l’ex assessore ras della sanità  lombarda oggi parlamentare del Pdl è, manco a dirlo, delegato a tenere i rapporti con il Parlamento.
È l’unico che non percepisce uno stipendio dalla Regione, visto che ha scelto di optare per l’indennità  di deputato. In compenso ha un ufficio, una segretaria e un’auto blu sempre a disposizione.
Fra le spese del Pirellone spiccano anche quelle per i ben tre “comitati tecnicoscientifici” voluti in questi anni da Formigoni.
Quello sulla Competitività , quello sul Welfare e quello sul Territorio.
Ognuno è composto da quindici membri scelti tra imprenditori, banchieri, docenti universitari.
Percepiscono un compenso di cinquemila euro l’anno più un gettone di 350 per ogni seduta alla quale partecipano.
La loro soppressione comporterebbe un risparmio annuo di ben 225mila euro fissi, più altri 15.750 per i gettoni risparmiati per tutti e tre i comitati, supponendo che tutti i componenti siano presenti a tutte le riunioni.
Il leader della Cisl lombarda Gigi Petteni attacca il governatore: «Le parole non bastano più. Formigoni sembra stanco delle questioni lombarde, privo di slancio. Se pensa ad altro, forse è meglio che si faccia da parte».

Andrea Montanari

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ABOLIRE GLI ORDINI? MEGLIO MOLTIPLICARLI

Settembre 16th, 2011 Riccardo Fucile

LA CASTA TENTA IL BLITZ: UNA LEGGE PER ISTITUIRNE 5 NUOVI E 20 ALBI…UN GIORNO VOGLIONO TOGLIERLI, UN ALTRO VOGLIONO AUMENTARLI

Medici, architetti, commercialisti. Ingegneri, avvocati, giornalisti.
Tutti tutelati da un ordine professionale.
E allora perchè non crearne uno anche per i fisioterapisti, le ostetriche e i radiologi?
Detto fatto, ci pensa il Senato.
Perchè nonostante l’Unione europea ci chieda continuamente di liberalizzare l’accesso alle professioni, la Casta preferisce mantenere le tutele esistenti e, se possibile, crearne altre.
Ieri mattina ha rischiato di essere approvato sotto silenzio un disegno di legge che prevedeva l’istituzione di cinque ordini e venti nuovi albi professionali sulle professioni sanitarie.
Presentato da Pdl e Lega, il provvedimento aveva anche l’appoggio di alcuni parlamentari Idv e ha ottenuto l’unanimità  in commissione Sanità .
Insomma, tutti d’accordo a creare ulteriori gabbie per i professionisti. In palese contrasto con la prima bozza della manovra correttiva, quella entrata in Consiglio dei ministri il 30 giugno, che vedeva l’abolizione di almeno 4 ordini, compreso quello dei medici.
Progetto naturalmente disatteso dopo le pressioni dei professionisti di cui è costellato il Parlamento .
Ma nel testo arrivato ieri in aula, oltre il danno c’è la beffa: la gestione dei nuovi ordini sarebbe provinciale.
Sì, proprio legata a quelle istituzioni che la stessa manovra prevede di abolire.
In più, in ogni capoluogo di Regione, per ciascuno degli ordini professionali, verrebbe costituita una Consulta regionale degli ordini provinciali, composta da rappresentanti degli ordini professionali.
Ovvero, in piena crisi, quando si discute su come risparmiare tagliando posti e poltrone inutili, se ne aggiungono di nuove, moltiplicandole.
La giustificazione dei sostenitori è che le professioni sanitarie hanno bisogno di “controllo e tutela” contro gli abusivi.
Ma i preesistenti “collegi”, e più controlli, sarebbero dovuti bastare.
Il provvedimento ha dell’incredibile anche dove prevede il riscatto degli anni di studio (sì, sempre una delle cose che la manovra voleva abolire), addirittura per chi alla fine non consegue il titolo di studio.
Realizzate le contraddizioni, il leader dell’Api, Francesco Rutelli, intervenendo in aula ha costretto i colleghi a una riflessione su ciò che stava accadendo: “Mi chiedo come sia compatibile una scelta del genere con l’orientamento assunto dal governo che ha detto, scritto e approvato con la manovra su cui ha posto la questione di fiducia che proprio l’accesso alle professioni deve diventare il primo tagliando per la crescita.
Ma qui non stiamo facendo il tagliando per la crescita. Piuttosto stiamo dando un altro taglio alla crescita”.
L’intervento di Rutelli ha scatenato la polemica, soprattutto dentro il Pd, tra chi aveva votato il provvedimento e chi, come alcuni membri della Commissione bilancio, lo riteneva fuori luogo, almeno per adesso. Il cammino della legge si è momentaneamente bloccato, col rinvio in Commissione.
Ma c’è davvero chi è convinto che l’Italia in questa legge sia necessaria:
“Dopo l’articolato dibattito e le dichiarazioni del senatore Rutelli — ha dichiarato la vicepresidente dei senatori Pdl, Laura Bianconi — ho ritenuto opportuno chiedere una sospensione all’esame del provvedimento, per evitare che venga archiviato come vorrebbero Rutelli e pochissimi altri colleghi. Mi sembra assurdo che non comprendano le esigenze di oltre 500 mila professionisti che chiedono di non essere confusi con i numerosi abusivi. Pertanto, sono certa che una volta chiariti alcuni punti soprattutto sulle sanzioni saremo in grado di farlo ricalendarizzare dalla Conferenza dei capigruppo e di approvarlo in tempi rapidi”.
Così anche gli audioprotesisti e gli ortottisti avranno il loro albo “d’oro”.

Caterina Perniconi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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PATRIMONIALE E STOP ALLE PENSIONI D’ANZIANITA’: IL GOVERNO PRONTO A RASCHIARE IL FONDO DEL BARILE

Settembre 15th, 2011 Riccardo Fucile

I TECNICI STANNO DI NUOVO LAVORANDO ALL’OBIETTIVO DI QUOTA 100 PER LA PREVIDENZA… TREMONTI PENSA ALLA CESSIONE DELLE SOCIETA’ LOCALI DI SERVIZI PUBBLICI

Cinque versioni, ma potrebbe non bastare.
I dubbi di Bruxelles sul gettito della lotta all’evasione fiscale su cui fa perno buona parte dell’ultima versione della manovra rischiano di riaprire il nevrotico marasma delle misure volte alla correzione della finanza pubblica e al raggiungimento del mitico pareggio di bilancio nel 2013.
Berlusconi nega, il governo smentisce, ma non è escluso che con la nuova «Finanziaria» 2012, da varare nelle prossime settimane, siano necessari nuovi e dolorosi interventi sui conti pubblici
La partita senza fine segnata da una sessione di bilancio che dura da mesi potrebbe non essere arrivata al capolinea.
E il paese non può tirare l’atteso sospiro di sollievo.
Una «manovra della disperazione», come sta avvenendo in Grecia, che nessuno vorrebbe ma che potrebbe essere necessaria.
E allora sparate tutte le cartucce possibili, fino all’Iva e al taglio delle spese per l’assistenza, non restano che le misure triturate dalla polemica di agosto e bloccate dai veti incrociati e dai «nyet» della Lega.
A partite dal dossier pensioni: mentre la Germania pensa ad elevare l’età  di riposo a 69 anni da noi si va in pensione di anzianità  a 58,3 anni.
La Cisl è contraria, Bossi pure, ma sono in molti all’interno della maggioranza che potrebbero decidersi a tirare la volata ad una misura che abolisca i pensionamenti anticipati. Forti della norma, ormai approvata, che salvaguarda i lavori usuranti, i tecnici, stremati dal lavoro estivo, stanno nuovamente tirando fuori dai computer le ipotesi scartate.
Come quella di «quota 100».
L’obiettivo sarebbe quella di «abolire» le pensioni di anzianità , salvaguardando soltanto l’uscita di chi ha 40 anni di contributi.
Oggi le norme prevedono che si possa andare in anzianità  a quota 96 (max 61 anni) nel 2012 e a quota 97 (max 62 anni) dal 2013: la riforma sarebbe impostata in modo di arrivare a «quota 100» nel 2015 (65 anni più 35 di contributi) attraverso un aumento della quota di un punto l’ anno (97 nel 2012, 98 nel 2013 e 99 nel 2014). Risparmi garantiti a regime: 3,5 miliardi.
Ma sull’ultima spiaggia delle finanze pubbliche, sotto il fuoco dei mercati e della speculazione, ci sarebbero altri bunker nei quali l’Italia potrebbe trovare rifugio.
Il più importante resta quello della patrimoniale: la Lega, con la fumosa proposta Calderoli, che mescolava lotta all’evasione e tassa sui ricchi, non è affatto ostile.
Per cercare ipotesi di lavoro, prese seriamente in considerazione in agosto dal governo, bisogna cercare tra le proposte della Cgil (che prevede una imposta straordinaria dell’1 per cento sui grandi patrimoni immobiliari sopra gli 800 mila euro) oppure in uno degli emendamenti della controproposta del Pd che indicava una imposta sotto l’1 per cento sui valori di mercato degli immobili.
Idee condivise anche da grandi banchieri e dal mondo della finanza, da Montezemolo a Marchionne.
Mentre anche dal ministero del Tesoro giungono segnali: un seminario, nei prossimi giorni, esaminerà  la questione della cessione del patrimonio pubblico e delle società  locali di servizi pubblici. Impronunciabile la parola «condono»: ma una strada resta aperta per il recupero dell’Iva condonata nel 2002.
La Corte di giustizia europea nel 2008 disse che quel condono era nullo: ma i termini di prescrizione erano scaduti e il fisco non poteva più bussare alla porta dei condonati. Ora i termini, dopo una pronuncia della Corte costituzionale, sono stati riaperti per l’intero 2012 anche se non c’è l’obbligo di fare accertamenti a tappeto.
Un emendamento del Pd alla manovra prevedeva l’obbligatorietà  dell’azione di recupero: il gettito, anche considerando solo il 50 per cento di quanto condonato in un solo anno potrebbe essere di 5,7 miliardi all’anno.

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