Luglio 17th, 2011 Riccardo Fucile
LE DETRAZIONI RIDOTTE SI CONCENTRANO SUI REDDITI MEDIO BASSI…DAL TAGLIO AGLI SCONTI IVA ALTRI 200 EURO DI EXTRACOSTI
Alla fine, chi li pagherà quei tagli alle agevolazioni fiscali? 
Soprattutto le famiglie italiane con redditi medio-bassi.
E quanto? Quasi il doppio di quelle abbienti.
Fare i conti il giorno dopo l’approvazione d’emergenza della manovra da 48 miliardi non porta buone notizie ai contribuenti.
Le famiglie con redditi modesti, e che versano le tasse, nei prossimi anni subiranno la stangata più odiosa.
Grazie a una clausola di salvaguardia che mette in sicurezza i conti dello Stato, ma che stravolge quelli domestici.
E dunque, proprio chi fino ad ora contava su detrazioni, deduzioni e bonus fiscali per alleggerire l’Irpef, nel 2013 e nel 2014 vedrà ridotti sensibilmente gli sconti.
L’effetto regressivo, calcolato per il sito lavoce. info da Massimo Baldini, economista e docente, si abbatte con particolare iniquità sui nuclei familiari con un reddito medio tra i 16 e i 27 mila euro che a regime, nel 2014, perderanno 620 euro di agevolazioni, su un totale medio di 3 mila euro, quasi il 21%. Un quinto in meno.
Al contrario, il 10% più ricco delle famiglie, quelle con un reddito superiore ai 54 mila euro, lasceranno allo Stato solo 364 euro.
Perchè?
Perchè all’aumentare del reddito, le detrazioni Irpef a cui si ha diritto diminuiscono.
E dunque i tagli lineari, così come previsti in manovra, per ora indistinti – del 5% nel 2013 e del 20% nel 2014 sulle 483 agevolazioni oggi esistenti che valgono 161 miliardi l’anno e che dovranno assicurare 4 miliardi il primo anno e 20 il secondo – pesano molto di
più su chi ha più sconti.
Ovvero le classi intermedie.
Anche perchè si tratta di spese per medici e farmaci, per la scuola e la palestra dei figli, l’affitto, la previdenza integrativa, le ristrutturazioni, gli assegni al coniuge, gli interessi sui mutui, le detrazioni per il lavoro dipendente.
Una previsione talmente dirompente che lo stesso autore dei calcoli considera “molto bassa la probabilità di un’applicazione” di una manovra siffatta.
A meno che, entro il 30 settembre 2013, non venga varata la riforma fiscale e assistenziale con tagli “mirati”.
La regressività del salasso Irpef si somma, poi, anche a un analogo recupero di soldi, ai fini del pareggio del bilancio dello Stato, dall’Iva agevolata del 4 e del 10% che oggi gli italiani pagano quando fanno la spesa, quando comprano medicine, libri, giornali, cellulari, fanno benzina, viaggiano, ristrutturano casa, pagano le bollette o la badante per un genitore malato. Di fatto anche queste aliquote, inferiori a quella più diffusa del 20%, rappresentano agevolazioni fiscali.
E dunque soggette alla futura scure dei “tagli lineari”.
Lo studio di Baldini calcola che le sforbiciate del 5 e poi del 20% fissate in manovra equivalgono, nei fatti, ad un aumento delle due aliquote agevolate rispettivamente al 4,7% e al 10,5% nel 2013 e al 6,8% e al 12,1% nel 2014.
La conseguenza è che un’Iva più alta riscalda i prezzi e lascia meno soldi in tasca alle famiglie.
Anche qui esiste un effetto regressivo. Ma più modesto del caso Irpef.
Questo perchè, spiega lo studio, “le famiglie ad alto reddito consumano molti beni e servizi oggi tassati al 4 o al 10%”.
In valore assoluto, le famiglie più povere (con un reddito inferiore ai 12 mila euro) nel 2014 pagheranno 119 euro in più.
Quelle ricche (reddito sopra i 54 mila euro) 313 euro in più.
La regressività si legge nell’incidenza di questo aumento Iva sul reddito disponibile, chiaramente più alta per chi ha buste paga più magre.
Saldando i due effetti, Irpef e Iva, questa manovra pesa il 7% su chi guadagna al di sotto dei 12 mila euro, il 10% su chi denuncia tra i 12 e i 54 mila euro e il 9% sui benestanti.
Valentina Conte
(da “La Repubblica”)
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Giugno 29th, 2011 Riccardo Fucile
MISURE ANCHE SU LIBERALIZZAZIONI, ALTA VELOCITA’, CROCE ROSSA PRIVATA…ECCO LE PRINCIPALI NOVITA’ PREVISTE DAL PIANO DI TREMONTI: SACRIFICI RICHIESTI AI SOLITI NOTI, IL CETO MEDIO E LE CATEGORIE PIU’ DEBOLI
Blocco degli stipendi per gli statali per un anno in più, donne in pensione a 61 già dal
2012 per progressivamente arrivare a 65, ticket da 10 euro sulle prestazioni specialistiche e da 25 euro sul pronto soccorso a partire dal prossimo anno.
Sono alcune delle misure contenute nella “bozza” della manovra, un provvedimento al momento lungo 82 pagine che poi si intersecherà con la riforma del fisco che riguarda Irpef, Iva, Irap e tasse sulle rendite finanziarie.
Tra le novità anche la privatizzazione della Croce Rossa Italiana e il rifinanziamento delle missioni internazionali per tutto il 2011.
Ecco la bozza della manovra in “pillole”.
TICKET 10 EURO – Scatterà dal primo gennaio 2012 per le prestazioni specialistiche ambulatoriali. Pagheranno invece 25 euro i ‘codici bianchì del pronto soccorso.
Al momento infatti è stato stanziato un finanziamento da 486,5 milioni di euro solo per il 2011.
PENSIONI, PARTE IN 2014 AGGANCIO ETà€ A SPERANZA VITA. Era previsto al 2015.
PENSIONI D’ORO. Stop alla rivalutazione se sono cinque volte superiori al minimo. Per quelle pari atre volte il minimo la rivalutazione sarà al 45%.
PENSIONI, DONNE A 65 ANNI. La bozza è stringente: dal 2012 servirebbero 61 anni per andare in pensione, e poi si aumenta di un anno fino a raggiungere i 65 anni.
Ma l’ipotesi sarebbe già superata da una che prevede un adeguamento diluito: si parte dal 2015 con un mese l’anno, per accelerare dal 2020 di sei mesi l’anno, fino a raggiungere l’età pensionabile di 65 anni. Ma tutto sarebbe ancora aperto.
P.A., STIPENDI CONGELATI. Stop agli aumenti di retribuzione, anche accessori, per il personale delle pubbliche amministrazioni, fino alla fine del 2014.
P.A., BLOCCO TURN-OVER. Proroga del turn-over nel pubblico impiego ancora per un anno. Esclusi dalla stretta i Corpi di Polizia, i Vigili del Fuoco e le agenzie fiscali.
MISSIONI INTERNAZIONALI. La dotazione del fondo è incrementata di 700 milioni di euro per il 2011.
LIBERALIZZAZIONE PROFESSIONI. Più facile l’accesso; fuori dalle nuove norme notai, architetti, farmacisti e avvocati.
SPENDING REVIEW. Addio tagli lineari: parte dal 2012 il processo di ‘spending review’ «mirata alla definizione dei fabbisogni standard propri dei programmi di spesa delle amministrazioni centrali dello Stato».
CROCE ROSSA. Sarà privatizzata. Il personale non militare rischia di essere posto in mobilità .
BADANTI E PENSIONI. Dal primo gennaio del prossimo anno, la pensione di reversibilità «è ridotta, nei casi in cui il matrimonio con il dante causa sia stato contratto ad età del medesimo superiori a 70 anni e la differenza di età tra i coniugi sia superiore a 20 anni, del 10% per ogni anno di matrimonio mancante rispetto al numero di 10».
CATTEDRE BLOCCATE. A decorrere dall’anno scolastico 2012/2013 le dotazioni organiche del personale docente, educativo ed Ata della scuola non devono superare la consistenza delle relative dotazioni organiche dello stesso personale determinata nell’anno scolastico 2011/2012.
INSEGNANTI DI SOSTEGNO. L’organico degli insegnati di sostegno, attribuito alle singole scuole o a ‘reti di scuolè, dovrà prevedere in media un docente ogni due alunni disabili.
ALTA VELOCITà€. Arriva sovrapprezzo canone, servirà ad assicurare la copertura degli oneri del servizio universale.
PROTEZIONE CIVILE. Arrivano 64 milioni di euro nel 2011 per la gestione dei mezzi della flotta aerea del Dipartimento della protezione civile. Al relativo onere si provvede con una riduzione della quota destinata allo Stato dell’8 per 1000.
FONDI RESIDUI. Sono abrogate, a decorrere dal 2012, tutte le norme che dispongono la conservazione nel conto dei residui, cioè le somme stanziate ma non spese dalla Pubblica Amministrazione, per essere utilizzate nell’esercizio successivo, di somme iscritte negli stati di previsione dei Ministeri. La Corte dei Conti ha quantificato in 108 miliardi l’ammontare dei residui passivi dell’intera amministrazione pubblica.
IMMOBILI PUBBLICI. Arrivano «fondi d’investimento immobiliari chiusi promossi da Regioni, Provincie, Comuni anche in forma consorziata ovvero da società interamente partecipate dai predetti enti, al fine di valorizzare o dismettere il proprio patrimonio immobiliare disponibile».
CONTI DORMIENTI. Una piccola parte della manovra (100 milioni) sarà coperta dal fondo in favore delle vittime dei crack finanziari. – ANAS. Sarà divisa in Holding e Spa e arriva anche un commissario.
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Giugno 29th, 2011 Riccardo Fucile
I PRIMI CONTI PARLANO DI QUARANTA MILIARDI, SOLO UN DECIMO DEDICATO AI POSTI DI LAVORO
Quanto costerà la nuova ferrovia Torino Lione?
Secondo la Ltf, società italo-francese costituita per la realizzazione, il costo previsto della Torino-Lione è di 21,4 miliardi di euro.
Molti esperti ritengono che il costo effettivo sia destinato a triplicarsi.
Sei anni fa quattro economisti (Boitani, Manghi, Mercalli, Ranci) in un articolo su lavoce.info (“Sulla Torino-Lione una pausa di riflessione produttiva”) prevedevano in almeno 17 miliardi il costo per la metà a carico dell’Italia.
Il conto totale potrebbe arrivare a 40 miliardi di euro. La stessa taglia della maxi-manovra di Tremonti.
E c’è da chiedersi se sia questa la priorità infrastrutturale su cui buttare tanto denaro.
A che serve?
A poco. Come dimostra l’esperienza dell’alta velocità Torino-Milano-Napoli, sulle nuove linee possono viaggiare solo i treni passeggeri, perchè le locomotive merci hanno un voltaggio diverso e andrebbero così piano da ostacolare i Frecciarossa o simili.
Se si decide di farci passare le merci i passeggeri restano sulla vecchia linea.
La Ltf continua a far finta di niente, in realtà si aprono i cantieri senza aver ancora deciso se sarà una linea merci o passeggeri.
La Ltf fa strane promesse. Dice che si potrà andare da Torino a Lione in 2 ore anzichè le attuali 4, e da Milano a Parigi in 4 ore anzichè 7.
Siccome l’alta velocità da Milano a Parigi c’è già , salvo la tratta nuova, si deduce che partendo da Milano, forse per la rincorsa, il treno farà Torino-Lione in un’ora anzichè 2. Misteri.
Quanto alle merci, la Ltf promette di togliere dalle strade della Val di Susa un milione di Tir all’anno. Attualmente sotto il traforo autostradale del Frejus ne passano circa 800 mila all’anno. Andrebbe vietato per legge il trasporto su gomma nella zona e non basterebbe. Il traffico merci sul Frejus è in calo da anni.
Quali sono le ricadute ambientali?
Secondo i sostenitori dell’opera i vantaggi sono in termini di emissioni: il treno non fuma come i camion.
Due le obiezioni a questo lineare ottimismo. Le nuove tecnologie motoristiche sono destinate a far crollare le emissioni dei Tir prima e a costo molto più contenuto della nuova ferrovia.
E c’è poi chi calcola che in termini di emissioni i dieci anni di cantiere peseranno più del guadagno successivo.
Anche perchè non è detto che la nuova ferrovia faccia diminuire i Tir: la Torino-Milano-Napoli non ne ha tolto uno dalla strada.
Quali sono le ricadute economiche?
Su questo le previsioni sono le più fantasiose. La cosa più certa è un beneficio sull’economia del Piemonte. L’idea che la pianura Padana possa prosperare perchè attraversata dal mitico Corridoio 5 (Lisbona-Kiev) è quantomeno futuribile.
Per ora infatti il Corridoio si ferma a Milano. E come insegnano gli economisti seri, un treno merci che passa non fa crescere il Pil delle contrade attraversate.
È vero che porterà molti posti di lavoro?
Secondo il viceministro delle Infrastrutture, Roberto Castelli, ai tempi della scapigliatura leghista implacabile critico dell’alta velocità di Lorenzo Necci, i cantieri porteranno centinaia di migliaia di posti di lavoro.
“Ogni miliardo speso genera 20 mila posti di lavoro”. Contando una spesa italiana di 17 miliardi, arriverebbero in Val di Susa 340 mila lavoratori, facendola probabilmente affondare.
Secondo la Ltf, più realisticamente, i suoi cantieri impegneranno sul versante italiano 2 mila persone, più 4 mila dell’indotto. Seimila posti di lavoro in tutto, presumibilmente per dieci anni.
Si tratterebbe di un monte salari di circa 1,5 miliardi di euro: meno di un decimo del costo dell’opera si tradurrebbe in lavoro.
Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 27th, 2011 Riccardo Fucile
PER IL PREMIER “TREMONTI E’ IMPAZZITO, MA IL MINISTRO NON CEDE: “LA SPECULAZIONE INTERNAZIONALE CI STA COLPENDO”
Siamo alla resa dei conti. Fuori i secondi, restano sul ring Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi. Ma stavolta il premier può contare sulla sponda politica offerta da Umberto Bossi.
Anche Bossi è deciso a non far passare la manovra di correzione dei conti senza prima aver visto accolte “nero su bianco” le richieste di Pontida.
Un conflitto ormai impossibile da nascondere quello tra il capo del governo e il ministro dell’Economia, nonostante Paolo Bonaiuti ripeta con foga che “l’attacco di Guido Crosetto a Tremonti è stata un’uscita a titolo personale”.
Eppure la versione del portavoce di palazzo Chigi non collima con quella dei testimoni presenti al matrimonio di Mara Carfagna sabato sera, alla vigilia della bordata sparata dal sottosegretario alla Difesa (e fedelissimo del Cavaliere) contro il ministro dell’Economia.
I presenti riferiscono infatti di un lungo colloquio tra Crosetto e il premier nel giardino del castello di Torreinpietra.
Oggetto: proprio la manovra in cottura al ministero di via XX Settembre.
Coincidenze?
Tremonti è ovviamente convinto del contrario, ma avrebbe scelto di non replicare a Crosetto per non dare un’impressione di debolezza.
Sta di fatto che, in queste ultime ore, la pressione del capo del governo sul ministro dell’Economia si è fatta incessante.
Se per Crosetto le bozze della manovra “andrebbero fatte analizzare da uno psichiatra”, Berlusconi in privato ha espresso lo stesso concetto: “Tremonti è impazzito, così fa saltare tutto”.
Una sentenza che si accompagna a un moto di stizza nei confronti di chi sembra abbia commissariato l’intero governo: “Io non prendo ordini da nessuno”.
Lo show-down è atteso per domani, quando il Cavaliere presiederà a palazzo Grazioli, alla presenza di Bossi e Tremonti, un vertice di maggioranza dedicato ad esaminare le bozze della manovra.
Lo schema che gli ha fatto arrivare il ministro dell’Economia lo ritiene “inaccettabile”.
Berlusconi (e con lui tutti gli altri ministri) non contestano l’obiettivo del risanamento, ma non accettano la logica del “prendere o lasciare” che imputano a Tremonti.
Lo scontro al momento appare senza paracadute e può portare anche all’uscita di Tremonti dal governo.
Non a caso ieri il Cavaliere, nel messaggio invitato ai promotori della libertà , ha intestato a se stesso la linea tremontiana.
“Dobbiamo proseguire – ha detto – nella politica di prudenza e di rigore”. Insomma il messaggio che Berlusconi rivolge all’esterno, al paese ma anche ai mercati, è che la tenuta dei conti pubblici è un imperativo di tutta la maggioranza, di cui il primo garante è proprio il presidente del Consiglio. Non esistono quindi “salvatori della patria” e “nessuno è indispensabile”.
Agli attacchi e alle voci di una tenaglia tra Berlusconi e Bossi per costringerlo a modificare in profondità la manovra, Tremonti ha scelto per il momento di non replicare. E tuttavia domani, quando si troverà faccia a faccia con i suoi accusatori, è deciso a metterli di fronte alla realtà . “Forse – ripete in queste ore agli amici – qualcuno nel governo non si è ancora reso conto di quello che è successo venerdì. C’è stato un attacco premeditato e coordinato della speculazione, una dichiarazione di guerra contro l’Italia. Di fronte a questo abbassiamo la guardia?”.
Venerdì si è toccato infatti un nuovo record storico per lo spread tra i Btp decennali e il corrispettivo bund tedesco e i titoli delle banche italiane sono andati a picco simultaneamente. Con questi dati in mano, il ministro dell’Economia è certo di poter resistere a ogni diktat.
Eppure stavolta Tremonti è solo.
La Lega infatti, suo tradizionale puntello, ha deciso di mollarlo al suo destino. Con il partito squassato dalla lotta tra i colonnelli, Bossi deve incassare qualche risultato visibile e stavolta non farà sconti a “Giulio”.
Il ministro dell’Economia è convinto invece di potersi presentare al vertice di maggioranza con qualche asso nella manica, almeno per venire incontro ai “desiderata” del Carroccio. “Non era stato proprio Bossi – ripete in privato – a chiedere a Pontida un taglio dei costi della politica entro 30 giorni? Con il mio progetto li ho accontentati in una settimana”.
Ma non è detto che basti.
Qualcosa di più lo si comprenderà oggi dopo la riunione della segreteria “federale” della Lega a via Bellerio, in cui tutti si attendono una parola definitiva da Bossi.
Ieri sera un leghista di primo piano si spingeva a prevedere un “no” dei padani alla finanziaria Tremonti, un gesto dirompente che aprirebbe scenari finora impensabili: dalla rapida sostituzione del ministro dell’Economia alla crisi di governo.
Berlusconi ieri al matrimonio della Carfagna è sembrato ai presenti molto sicuro di del fatto suo. “Adesso la musica è cambiata, darò il via a un nuovo corso”, ha annunciato tra un brindisi e un giro di tavolo. In cima alla lista dei propositi per la “nuova fase”, il Cavaliere ha piazzato due cose che ritiene abbiano finora gonfiato la reputazione del ministro dell’Economia.
Due “cosette” che, d’ora in poi, ha deciso di cominciare a fare anche lui in prima persona: “Parlerò io stesso con tutte le opposizioni e comincerò a chiamare ogni giorno i direttori dei giornali. Dobbiamo comunicare quello che stiamo facendo, dimostrare a tutti che non stiamo qui a scaldare la sedia”.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Giugno 20th, 2011 Riccardo Fucile
PRATICAMENTE LO STESSO DESTINO IPOTIZZATO NEL 2007, PRONTO A MATERIALIZZARSI CON 4 ANNI DI RITARDO E DIVERSE CENTINAIA DI MILIONI IN MENO….QUANDO BERLUSCONI REGALO’ LA PARTE BUONA DI ALITALIA AI FRANCESI
Il Ministro dello Sviluppo Economico, Paolo Romani smentisce ma, la notizia è ormai nell’aria. 
Alitalia, scrive in esclusiva il quotidiano romano Il Messaggero, sarebbe pronta a trasferirsi a Parigi diventando parte di una super-holding controllata dal duo Air France-Klm.
Un’indiscrezione? Senz’altro, ma anche una voce concreta a sentire il quotidiano che dell’operazione sembra in grado di fornire più di un dettaglio.
In sintesi: la compagnia di bandiera, che dai francesi è già partecipata per un quarto, si preparerebbe alla fusione con conseguente trasferimento della sede direzionale a Parigi (vi ricorda qualcosa che riguarda una certa Detroit?).
Air France avrebbe già dato mandato in tal senso alla Leonardo & Co, advisor finanziario reclutato per l’occasione.
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta sarebbe già stato informato della vicenda nel corso di un incontro a Palazzo Chigi.
Fin qui gli elementi chiave dell’operazione che, afferma ancora il Messaggero, dovrebbe realizzarsi entro la fine dell’anno.
Ma nella notizia, ovviamente, c’è dell’altro.
A cominciare dagli indizi a conferma dell’indiscrezione.
Il primo, in realtà , lo aveva offerto lo stesso presidente di Alitalia, Roberto Colaninno che, smentite successive a parte, non aveva escluso sette mesi fa la possibilità della fusione con il vettore francese.
Il secondo lo aveva fornito lo scorso anno l’amministratore delegato Rocco Sabelli secondo il quale quella di Air France rappresenterebbe la scelta obbligata in calendario per il 2013, alla faccia dei proclami di “italianità ” dell’azienda.
Il terzo indizio lo offre oggi la stessa compagnia che, in risposta allo scoop del quotidiano, sceglie di non seguire Romani nella smentita preferendo, al contrario, il più neutrale no comment.
Tre indizi potranno anche non fare una prova. Ma per un legittimo sospetto c’è ne già a sufficienza.
A dire il vero tra gli indizi ve ne sarebbe anche un quarto, quello rappresentato dalla logica del mercato.
La stessa logica chiamata in causa dal direttore generale uscente della Iata — International Air Transport Association, Giovanni Bisignani secondo il quale allo stato attuale delle cose la compagnia per come è concepita oggi non sarebbe più in grado di sopravvivere. “La strada è il consolidamento con altre compagnie con cui creare più efficienza” ha dichiarato all’Ansa.
A pesare la concorrenza dei low cost ma anche i rincari del prezzo del carburante. Secondo la Iata, l’industria area mondiale avrebbe già rivisto al ribasso del 50% i propri utili attesi per quest’anno ipotizzando per il 2011 un profitto complessivo di circa 4 miliardi di dollari contro gli 8,6 previsti in precedenza.
Nel 2010 gli utili erano stati di 18 miliardi. Alitalia, dal canto suo, ha registrato una perdita operativa di 100 milioni nel 2010 migliorando la propria situazione contabile rispetto all’anno precedente quando il rosso si era attestato a 274 milioni.
La scelta di affidarsi ad Air France, insomma, sembrerebbe logica.
Ma una domanda sorge spontanea: non sarebbe stato preferibile percorrere la stessa strada anni fa quando l’accordo, che sembrava cosa fatta, fu stoppato con la scusa delle necessità strategica della compagnia di bandiera in “solide” mani italiane?
Un passo indietro.
Nel 2007, con la compagnia di fatto agonizzante, si inizia a parlare sempre più insistentemente del possibile interessamento di Air France che nel marzo dell’anno successivo presenterà la sua offerta: 1,7 miliardi di euro per acquisire l’intera compagnia e i suoi debiti.
Nell’estate del 2007, intanto, è scoppiata la rivolta dell’allora opposizione.
Berlusconi invoca l’intervento dell’imprenditoria italiana. Detto fatto. Le ipotesi di cordata si materializzano da lì a poco.
Antonio Baldassarre, ex presidente della Corte Costituzionale, si fa promotore dell’operazione diffondendo notizie in proposito a partire dall’agosto del 2007.
Notizie, rivelatesi “false e concretamente idonee a provocare una sensibile alterazione dei valori del titolo Alitalia quotato sui mercati finanziari” diranno i giudici del tribunale di Roma che nel febbraio di quest’anno rinviano a giudizio per aggiotaggio lo stesso Baldassarre, già sanzionato dalla Consob con una multa da 400 mila euro .
Nel dicembre 2007 la cordata è svanita e la compagnia si prepara ad entrare in amministrazione controllata. Poi nel 2008 il centrodestra rivince le elezioni.
E lì prende forma il capolavoro.
“Merci Silvio” titolerà il giornale francese Les Echos nel gennaio 2009, e non è difficile comprendere il perchè.
Air France ha appena acquisito il 25% delle quote di Alitalia spendendo appena 300 milioni di euro.
In termini relativi è già un affare, ma il bello viene dalla qualità degli assets.
E già , perchè l’azienda nel frattempo è cambiata.
Ai francesi finisce un pezzo di compagnia sana e senza debiti visto che tutto il marcio è stato convogliato in una bad company (all’origine di un disastro per i piccoli azionisti) beneficiaria a sua volta di un prestito ponte da 300 milioni di euro.
Da chi viene il prestito?
Dallo Stato, ovviamente, vale a dire dai contribuenti.
Ma è solo la punta dell’iceberg visto che tra prestiti, ammortizzatori sociali e debiti scaricati sul Ministero dell’Economia, il conto finale di Alitalia si colloca tra i 4 e i 5 miliardi di euro.
“Un’operazione politica, sbagliata e costosa” scriverà l’Economist.
Insomma, la parte malsana, quella preponderante cioè, è stata scaricata sullo Stato e quindi sui cittadini, quella buona, minoritaria, è stata data in pasto al mercato.
Solo che le cifre adesso sono note.
E se la matematica non è un’opinione il 25% pagato 300 da Parigi identifica un valore complessivo dell’azienda pari 1,2 miliardi.
Il che è meno di quanto aveva offerto a suo tempo Air France ma anche qualcosa, e non poco, in più rispetto a quei 1.056 milioni versati dai Colaninno boys per la rinnovata Cai. Nel frattempo la compagnia ha assunto il monopolio della preziosa tratta Roma-Milano grazie all’acquisizione di AirOne privandosi del fardello di 7.000 dipendenti in esubero. La possibile (probabile?) fusione rappresenterebbe la logica conclusione di un processo di ristrutturazione economicamente disastroso per tutti, tranne che per i diretti interessati.
E se l’operazione andrà in porto i fortunati azionisti avranno modo e motivo di brindare copiosamente.
Spumante o Champagne non fa davvero differenza.
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Giugno 17th, 2011 Riccardo Fucile
SI TEME UN AVVISO DI GARANZIA PER GIANNI LETTA…NEL PARTITO RESTANO I DUBBI…”MI VIENE VOGLIA DI MOLLARE TUTTO”
La sensazione di un “assedio mediatico e giudiziario” non lo abbandona da giorni, tanto da
aver confidato a un deputato la tentazione di “mollare tutto”, di ritirarsi a vita privata: “Liquiderei tutto e me ne andrei dall’Italia, se non fosse per l’aggressione che continuerebbero a subire qui i miei figli”.
Le rivelazioni sulla rete occulta messa in piedi da Luigi Bisignani sono tali da scuotere il governo, impegnato nella doppia gimcana di Pontida e della verifica parlamentare.
Se ne parla con preoccupazione al vertice convocato d’urgenza a palazzo Grazioli prima del Consiglio dei ministri, presenti, oltre a Berlusconi, Alfano, Ghedini e, ovviamente, Gianni Letta. La voce è che i magistrati si siano tenuti per i giorni a venire le munizioni più pesanti, migliaia di pagine di intercettazioni con dentro i nomi di alcune donne al governo.
Non solo Letta dunque.
Con l’incubo di una nuova “Mani pulite”.
Così, anche se in privato il Cavaliere si mostra spavaldo e afferma che le accuse al suo braccio destro sono “tutte sciocchezze”, il timore che l’inchiesta P4 di allarghi e travolga gli argini c’è eccome.
Per questo ieri Berlusconi ha apprezzato la dichiarazioni di Pier Ferdinando Casini, che ha solidarizzato con Letta dando una mano a delimitare l’incendio tra le forze d’opposizione. “Casini – ha detto il premier a un amico – è stato coraggioso. Ha parlato subito, anche prima dei nostri”.
E tuttavia il fatto che Letta abbia i suoi estimatori anche tra l’Udc e il Pd non può certo bastare a metterlo al riparo dai magistrati.
Così Berlusconi ieri ha immaginato una mossa a sorpresa, quella di chiedere a Giorgio Napolitano la nomina di Gianni Letta come senatore a vita.
Un passo che metterebbe il sottosegretario – oggi non coperto da alcuna guarentigia – al riparo dal pericolo di un arresto. È stata solo una tentazione, subito accantonata anche per il rifiuto dell’interessato, ma che la dice lunga sulla paura di Berlusconi per le prossime mosse della procura di Napoli.
Oltretutto anche il partito è in subbuglio, l’intero quadro si è fatto liquido.
Anche se il capo del governo continua ad dirsi sicuro che il rapporto “solido” con Umberto Bossi lo metta automaticamente “al riparo da qualsiasi tempesta”, nella maggioranza il pessimismo è palpabile.
Persino Denis Verdini, il regista dell’operazione Responsabili, l’uomo che ha garantito fin qui la tenuta della maggioranza, da qualche giorno gira in Parlamento con una cartellina sottobraccio.
Contiene un progetto dettagliato di riforma della legge elettorale, uno schema che trasporta a livello nazionale il Tatarellum in vigore per l’elezione dei consigli regionali.
Si tratta di un proporzionale con premio di maggioranza, preferenze e listino bloccato.
E se persino il Pdl, dove finora l’argomento era considerato tabù, si è arreso alla riforma della legge elettorale, significa che nessuno esclude più il voto anticipato nel 2012.
L’unico a credere ancora di poter arrivare a fine mandato sembra rimasto Silvio Berlusconi.
Ieri, come se nulla fosse, come se metà degli elettori del Pdl non avesse votato Sì ai referendum, il Cavaliere ha intrattenuto i ministri a palazzo Chigi smentendo i sondaggi che lo danno a picco: “Tutte menzogne. Tra i leader europei sono in testa con il 43% di popolarità , segue la Merkel con 6 punti di distacco. Dopo tutto quello che è successo è quasi incredibile”.
Berlusconi snocciola quindi i dati dell’ultimo focus group organizzato da Alessandra Ghisleri dopo i referendum: “Quello che ha trascinato la gente a votare è stato il quesito sul nucleare, seguito da quello dell’acqua. I promotori hanno approfittato di un fraintendimento, gli elettori hanno creduto che raddoppiasse, con l’arrivo dei privati, il costo dell’acqua. Invece, del legittimo impedimento, non importava niente a nessuno”.
Comunque Berlusconi è soddisfatto perchè “da questo focus emerge che solo un quinto degli italiani ha votato ai referendum esprimendo una contrarietà al governo. Tutti gli altri hanno scelto nel merito, sui temi concreti”.
Certo, Berlusconi è consapevole che le residue possibilità di risalire la china sono legate alla riforma del fisco.
Così, per anticipare Tremonti, il Cavaliere si sta facendo preparare un piano alternativo sul fisco con il contributo di ministri ed esperti privati.
Pronto a metterlo sul tavolo se quello del ministro dell’Economia non dovesse soddisfarlo.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Giugno 17th, 2011 Riccardo Fucile
LA META’ DEI 240.000 CONTRATTI IN SCADENZA A FINE ANNO NON SARA’ RINNOVATA….PER I 200.000 PRECARI DELLA SCUOLA NON ESISTE IL PIANO DI ASSUNZIONE DI CUI PARLA IL GOVERNO
Migliore o peggiore, sicuramente è l’Italia.
Fatta anche di flessibili, atipici, irregolari. La guerra di definizioni diventa così battaglia di cifre.
Quanti sono veramente i precari della Pubblica amministrazione?
La risposta oscilla tra i 33 mila riproposti dal ministro Brunetta e i 440 mila calcolati dalla Cgil, di cui 197 mila nella scuola e 100 mila a rischio disoccupazione entro la fine dell’anno.
Un abisso di storie che ingloba insegnanti, ricercatori, medici, impiegati, operatori della Croce Rossa, Vigili del fuoco.
«I numeri non li inventiamo», spiega Michele Gentile, responsabile Settori pubblici della Cgil. «Sono a disposizione di tutti su Internet perchè sono quelli del Conto annuale della Ragioneria generale dello Stato per il 2009».
Cifre considerate esorbitanti dal ministro che, però, non ha aggiornamenti rispetto a quanto presentato in Parlamento nell’aprile 2009: 15 mila precari sul territorio nazionale e 18 mila in Sicilia.
Dati già all’epoca fortemente contestati dalla stessa Cgil e frutto di questionari sottoposti alle amministrazioni (risposero 4 mila su 9 mila enti invitati).
«I 240 mila contratti precari della Pubblica amministrazione si dimezzeranno entro l’anno», avverte Gentile, «non saranno rinnovati per effetto dei tagli imposti dalla manovra del 2010. Per i quasi 200 mila precari della scuola, poi, aspettiamo ancora il piano di assunzioni sbandierato dal governo».
Nei 400 mila della Cgil c’è di tutto: tempi determinati, interinali, lavori socialmente utili, co.co.co, co.co.pro, incarichi, studi, consulenze.
«Tra i 50 e i 100 mila lavoratori della scuola sono già stati licenziati tra il 2008 e il 2010 per l’effetto combinato delle varie finanziarie», ricorda Claudio Argentini, coordinatore nazionale Usb per il Pubblico impiego.
Nella ricerca la situazione, poi, è un disastro.
Ve li ricordate i ricercatori sui tetti? In un certo senso, sono ancora lì.
Dei 6 mila precari, tra Istat, Ispra, Cnr, Isfol, Istituto superiore della Sanità , Istituto di fisica nucleare e quello di Geofisica la metà vive di assegni di ricerca o contratti interinali e circa mille rischiano il posto anche con oltre dieci anni di anzianità . Perchè? Perchè di fatto l’assorbimento graduale impostato dal governo Prodi nel 2006 è stato bloccato da Brunetta con la legge 133.
Dunque questi lavoratori, che avevano già superato un concorso ed erano in graduatoria, ora devono rifare il concorso e sperare.
Secondo i calcoli Usb, i precari della Pubblica amministrazione si dividono in scuola (tra 80 e 100 mila), enti locali (tra 100 e150 mila), sanità (tra 100 e 200 mila), università (tra 20 e 25 mila, per il 90% ricercatori), enti di ricerca (6 mila), agenzie fiscali, ministeri, Inps, Inpdap, Inail (tra 10 e 20 mila).
«Ovunque si assiste a una progressiva esternalizzazione, con aumenti dei costi e la cronicizzazione del precario. Se sei precario, lo sei a vita», conclude Argentin.
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Giugno 17th, 2011 Riccardo Fucile
POSSIBILI AUMENTI DEI CONTRIBUTI PER I COCOPRO, MA SACCONI E LA LEGA SONO CONTRARI PER L’IMPATTO NEGATIVO CHE AVREBBERO NELL’ELETTORATO DEL NORD
Stop alla scala mobile sulle pensioni più alte o, in alternativa, un contributo di solidarietà sugli assegni d’oro; aumento graduale dell’età pensionabile delle donne a 65 anni anche nel settore privato.
La previdenza entra, con queste due ipotesi, nel menù dei tecnici della Ragioneria e del ministero del Lavoro che stanno preparando le misure per la maxi-manovra da 40 miliardi che servirà , in base ai patti europei, a raggiungere il pareggio di bilancio nel 2014.
La manovra dovrebbe essere esaminata dal Consiglio dei ministri del 23 giugno insieme alla delega light sulla riforma fiscale (con le tre aliquote e le cinque imposte) preparata dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.
Le scelte politiche si faranno a ridosso del varo della manovra economica ma, ormai, appare scontato che i tagli riguarderanno anche le pensioni, oltrechè il pubblico impiego (si ipotizza un nuovo blocco della contrattazione nel 2013), la sanità (con l’introduzione dei costi standard al posto di quelli storici) e gli enti pubblici (nel mirino c’è soprattutto l’Ice, l’Istituto per il commercio estero).
Tagli, ma non solo nella previdenza, perchè al ministero del Lavoro puntano a correggere alcune storture della ricongiunzione (il passaggio dei contributi da un ente a un altro) e della cosiddetta “totalizzazione” (si possono cumulare i contributi versati a più enti per ottenere una sola pensione).
Ed è probabile anche un intervento per alzare l’aliquota contributiva dei lavoratori atipici con contratto di collaborazione (i co. co. pro) attualmente intorno al 26 per cento contro il 33 per cento circa a carico dei dipendenti con contratto standard.
Una misura che serve a aumentare il montante contributivo sul quale verrà calcolata la pensione futura.
Sotto la spinta di una sentenza della Corte di Giustizia europea il governo ha già innalzato l’età pensionabile delle dipendenti del pubblico impiego.
Quest’anno è passata da 60 a 61 anni e nel 2012, con un balzo di ben quattro anni in una volta sola, arriverà al traguardo dei 65 anni, raggiungendo quella prevista per gli uomini. Ora la Ragioneria ipotizza di estendere la misura alle lavoratrici del settore privato.
Una linea però che troverebbe molti ostacoli.
A parte quello prevedibile dei sindacati, c’è, da sempre, la contrarietà dello stesso ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi.
Perchè – è il ragionamento che si fa al ministero – una cosa è far restare le donne al lavoro in un ufficio pubblico per altri cinque anni, altra cosa è allungare il tempo del lavoro per un’operaia, magari alla catena di montaggio.
E poichè questa figura di lavoratrice si concentra soprattutto nelle regioni settentrionali, è difficile che la Lega possa accettare una penalizzazione di questo tipo in una fase, tra l’altro, in cui il partito stenta a ritrovare la sua identità sociale.
Ma se quello per le donne è un intervento ancora pieno di incognite, è dato per scontato il contributo di solidarietà sulle pensioni più alte.
Non è ancora stato fissato un tetto, ma l’ipotesi più probabile è che si segua quanto fece Cesare Damiano, predecessore di Sacconi al ministero del Lavoro.
Un blocco della indicizzazione delle pensioni più alte (attualmente vengono adeguate solo al costo della vita e non più alla dinamica dei contratti di lavoro), così da recuperare risorse per alzare il tasso di copertura dall’inflazione dei trattamenti più bassi (oggi più o meno al 75 per cento).
Damiano, con una specie di contributo di solidarietà strutturale, bloccò le pensioni superiori a 3.800 euro lordi mensili.
Con un risparmio intorno ai 140 milioni di euro l’anno.
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Giugno 16th, 2011 Riccardo Fucile
“HO DOVUTO SENTIRE IN TANTI ANNI TROPPE PAROLE UMILIANTI…IO E LA MIA FAMIGLIA ABBIAMO FATTO TANTI SACRIFICI ECONOMICI MA CONSERVIAMO LA NOSTRA DIGNITA’…QUESTA ITALIA PEGGIORE NON L’HANNO CREATA I GIOVANI COME ME, L’AVETE REALIZZATA VOI”
Caro ministro,
ieri sera ho visto il video del suo convegno con fuga.
Era una giornata felice perchè in questi giorni è così che mi sento, grazie alla rinascita di una fiducia nella politica, una buona politica (quella fatta da 27 milioni di cittadini).
Grazie al fatto che per tanto tempo ho sofferto un senso di impotenza dinanzi a un mondo che mi piaceva sempre meno e che mi scivolava davanti senza che me ne sentissi parte, in un’età in cui dovrei sentire che il mondo è mio.
E invece ora mi sembra di aver partecipato a un momento storico.
Non solo per l’esito del referendum, ma per il significato che esso ha avuto, almeno per me.
La possibilità di credere di nuovo che il mio voto conta nelle decisioni di uno Stato, che se per la Costituzione (che io amo) il popolo è sovrano, lo è anche per il Paese reale.
Eppure ieri sera ho visto una scena in cui un ministro della Pubblica amministrazione cercava di evitare il confronto con dei ragazzi perchè aveva un treno da prendere e che poi, dopo averli invitati a salire sul palco, li ha snobbati senza sentire cosa avessero da dire.
«Siete l’Italia peggiore».
L’Italia peggiore.
Queste parole non mi hanno lasciata indifferente come molte, troppe parole umilianti che ho sentito dire in questi anni.
Le trovo agghiaccianti, signor ministro.
Agghiaccianti per me che ho studiato anni, con sacrifici economici miei e della mia famiglia, mettendo in difficoltà rapporti di amicizia e non, perchè dovevo a tutti i costi raggiungere i miei obiettivi.
Ora le mie soddisfazioni le prendo anche. Ma sempre con lavori precari.
Credo, signor ministro, che la sua affermazione sia offensiva ma soprattutto errata.
Primo: quei ragazzi non erano forse precari della Pubblica amministrazione, di cui lei è responsabile?
Secondo: lei fa parte della nostra classe dirigente, questa Italia peggiore l’avete creata voi. Terzo: è questa Italia peggiore che manda avanti il resto dell’Italia.
Quarto: questa Italia peggiore è il futuro dell’Italia, quindi badi alle persone con cui parla e pensi a che futuro desidera costruire per il suo Paese.
Quinto: se noi siamo l’Italia peggiore, dobbiamo ancora trovare un termine per tutta quella parte di mondo di cui sopra in cui noi non ci riconosciamo.
L’elenco potrebbe continuare, signor ministro, ma lascio perdere perchè, pensi, io precaria non ho neanche la possibilità di dimettermi per affermazioni fuori luogo.
Tuttavia mi consolo perchè guardandomi attorno mi rendo conto che io potrò anche fare quattro lavori per arrivare a uno stipendio. ma c’è gente a cui non bastano quattro parole per arrivare a un pensiero intelligente.
Alessandra Erriquez
(da “Il Corriere della Sera“)
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