Novembre 28th, 2018 Riccardo Fucile
LA SINDACALISTA METTE IN EVIDENZA UN POTENZIALE CONFLITTO DI INTERESSI: UN MINISTRO DEL LAVORO NON PUO’ ANCHE ESSERE LEGATO A UN’AZIENDA CON LAVORATORI IN NERO
“Credo che il ministro del lavoro abbia il dovere istituzionale di mandare gli ispettori a verificare la situazione perchè solo su quella base potranno essere dati giudizi”: a dirlo la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, rispondendo oggi a Perugia alla stampa che gli chiedeva un suo giudizio sulla posizione di Luigi Di Maio in merito alla vicenda che coinvolge l’azienda del padre.
A fronte di tre ex dipendenti che denunciano di aver lavorato in nero, semmai c’e’ da stupirsi che nessuno, fino ad oggi, abbia provveduto ad aprire un fascicolo per porre in essere gli opportuni accertamenti-
Rappresenta altresì un’anomalia il potenziale conflitto di interessi tra un ministro del lavoro e un’azienda prima parterna, poi che lo vede socio al 50%, con denunce pubbliche di lavoro irregolare senza che ui si senta in dovere di mandare un’ispezione.
Ispezione che peraltro avrebbe dovuto essere automatica da parte delle strutture locali, ma che evidentemente nessuno si è sentito di fare.
Troppe cose atipiche per non destare sospetti.
(da agenzie)
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Novembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
LO STOP ALLA COMMESSA SUI DRONI FA SALTARE TUTTI GLI ORDINI ARABI
Il 22 novembre del 2018 Piaggio Aerospace, in forte tensione finanziaria dal 2015, ha
alzato bandiera bianca spiegando in una nota di avere preso “la difficile decisione di presentare istanza al ministero per lo Sviluppo economico per accedere alla procedura di amministrazione straordinaria (cosiddetta Legge Marzano), considerato lo stato di insolvenza della società ”.
A fare precipitare la situazione, la mancata conferma da parte del governo di Lega e Movimento 5 stelle della maxi commessa di venti droni P.2HH (corrispondenti a dieci sistemi) da 766 milioni voluta dall’ex ministra della Difesa, Roberta Pinotti.
Tale progetto si inseriva in un più ampio accordo bilaterale con l’Aeronautica degli Emirati Arabi, che pure si era impegnata a investire una cifra analoga a quella dell’Italia nello sviluppo e nell’acquisto degli stessi velivoli militari senza equipaggio. Ora che è sfumata la commessa dell’Aeronautica italiana, salta anche quella, collegata, di Abu Dhabi, per un totale di circa 1,5 miliardi.
Ma c’è di più. “Gli Emirati Arabi — spiega Antonio Apa, segretario generale Uilm Genova (dove Piaggio impiega circa 300 degli oltre 1.200 dipendenti) — avevano ordinato anche otto droni (quattro sistemi, ndr) da 400 milioni della versione precedente, i P.1HH, che sono praticamente finiti. Ma ora gli arabi non li vogliono più”. I 400 milioni sembra siano riferiti all’investimento effettuato da Piaggio Aerospace per svilupparli e realizzarli.
Insomma, il disimpegno degli Emirati Arabi nell’azienda italiana sembra essere totale. In primo luogo, come azionista, se si considera che Piaggio è in mano al fondo sovrano Mubadala di Abu Dhabi che, sempre il 22 novembre, “con rammarico” ha preso atto della richiesta di accesso alla procedura di amministrazione straordinaria. “Negli ultimi 12 anni — ha spiegato il fondo in una nota — Mubadala ha investito in modo significativo in Piaggio Aerospace (si stima oltre 1 miliardo, ndr), apportando consistenti capitali, promuovendo l’efficienza operativa e lo sviluppo di un piano industriale per nuovi potenziali programmi di Piaggio Aerospace”.
“Dopo l’approvazione del piano di risanamento ai sensi dell’articolo 67 della legge fallimentare nel dicembre 2017 — ha proseguito il fondo emiratino — Mubadala ha continuato a sostenere la società nei suoi sforzi per la creazione di un business sostenibile e redditizio. Tuttavia, le principali fondamentali assunzioni del piano di risanamento non si sono verificate e Mubadala non è in condizione di apportare ulteriori risorse finanziarie in Piaggio Aerospace in assenza di concrete prospettive di raggiungimento di una situazione di autofinanziamento e redditività delle attività ”.
Oltre al disimpegno di Mubadala, va registrato anche quello dello stesso governo emiratino suo azionista, che come visto sembra proprio avere bloccato tutti gli ordini di droni, sia vecchi sia nuovi. P
iù nel dettaglio, almeno una parte di queste commesse era stata portata avanti nel concreto tramite il veicolo di investimento Adasi (Abu Dhabi Autonomous Systems Investments), che fa sempre capo al governo emiratino ed è specializzato nel settore della difesa. Non a caso, proprio Adasi, in affari con Piaggio dal 2010 (quando Mubadala ancora era azionista di minoranza), all’inizio di novembre sembra abbia annullato un importante ordine.
Che cosa accadrà ora a Piaggio Aerospace?
Innanzi tutto, stando alle ultime indiscrezioni, il ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, avrebbe avviato il commissariamento, sebbene non sia ancora chiaro se dotare la società con quartier generale a Villanova d’Albenga, in provincia di Savona, (dove lavorano la maggior parte dei dipendenti) di una struttura con un solo capoazienda o con tre timonieri scelti dal governo (sulla falsa di riga di Alitalia).
La mattina del 26 novembre, inoltre, il presidente della Liguria, Giovanni Toti, ha chiesto formalmente al ministero dello Sviluppo economico di anticipare il tavolo su Piaggio Aerospace, inizialmente previsto per venerdì 7 dicembre a Roma.
Che cosa accadrà se, per esempio, il governo dovesse cambiare idea sulla commessa da 766 milioni e farla ripartire? Il principale dubbio verte sull’effettiva possibilità di conferire un ordine così importante a un’azienda in stato di insolvenza.
“Per garantire la continuità produttiva dell’azienda, alla luce del disimpegno degli arabi — afferma Apa — chiediamo che i 766 milioni che devono essere sbloccati dal governo non vadano più per i droni P.2HH, non ancora esistenti, ma per i P.1HH, che sono invece pronti. Ora sono importanti la nomina del commissario o dei commissari e la messa a punto di un piano di risanamento con l’obiettivo di trovare un partner”.
Da tempo circola il nome di Leonardo, già principale partner di Piaggio Aerospace per lo sviluppo della piattaforma del P.1HH, ma c’è chi ipotizza anche la Cassa depositi e prestiti.
Senza contare che se dovesse tornare di attualità la commessa italiana da 766 milioni non è detto che Mubadala, e quindi il governo arabo, non ci ripensi.
La situazione è più incerta e complicata che mai. “Ma per noi — conclude Apa — c’è un punto fermo: il modello deve essere quello di Ilva, non vogliamo cioè altri sacrifici dei lavoratori dopo quelli degli ultimi anni”.
(da Business Insider”)
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Novembre 23rd, 2018 Riccardo Fucile
RICHIESTA DI AMMINISTRAZIONE STRAORDINARIA, PESANTI RESPONSABILITA’ DI DI MAIO: LA COMMESSA SUI DRONI E’ FERMA DA TEMPO NEI CASSETTI DEL MINISTERO
Insolvenza e amministrazione straordinaria. Dopo mesi passati inutilmente ad attendere segnali
dal governo, Piaggio Aerospace imbocca una strada quanto mai rischiosa, ma inevitabile visto lo scenario in cui si sta muovendo da tempo.
Sulla richiesta di insolvenza presentata al Tribunale e su quella di amministrazione straordinaria il pronunciamento arriverà nei prossimi giorni, ma e’ molto probabile che si procederà in questa direzione, aprendo la delicata fase del commissariamento.
A questo punto, per l’azienda ligure che occupa 1.200 persone nei due poli di Villanova d’Albenga e Genova e su cui pesano 438 milioni di perdite, si aprirà una nuova pagina che, come primo risultato, porterà alla cassa integrazione per tutti gli addetti non occupati, circa seicento.
A far precipitare la situazione, probabilmente, l’ennesimo nulla di fatto nell’incontro al ministero dello Sviluppo Economico mercoledì scorso con i sindacati.
I rappresentanti del governo, di fronte al pressing dei rappresentanti dei lavoratori, avevano genericamente parlato di “progetti in campo”, di “interlocuzioni”, di “importanti sviluppi” a breve.
Nulla di concreto, però, per garantire all’azienda di affrontare serenamente il proprio futuro. Nulla sulla commessa da 766 milioni degli aerei a pilotaggio remoto P.1HH per l’Aeronautica Militare, nulla nemmeno sul ruolo, anche societario, che avrebbe potuto svolgere Leonardo.
E’ a questo punto che l’azionista di Piaggio, il fondo sovrano degli Emirati Arabi, ha detto basta, ricordando in una nota di aver “sempre investito in Piaggio ma ora di non essere più in grado di apportare ulteriori risorse in assenza di prospettive concrete”. Amaro anche il commento di Piaggio che ricorda come “le assunzioni fondamentali del piano non si sono concretizzate”. Il riferimento e’ alla mancata cessione dei motori, ma soprattutto al blocco della commessa sui droni, già decisa dal governo Gentiloni, ma tenuta al palo dall’attuale esecutivo.
In assenza di indicazioni al proposito, infatti, anche le commissioni competenti di Camera e Senato sono sempre rimaste ferme. Fino all’atto finale. Ora si apre uno scenario nuovo, che desta grande preoccupazione e che dovrà affrontato celermente da enti e istituzioni prima che la situazione precipiti.
(da agenzie)
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Novembre 15th, 2018 Riccardo Fucile
FUMATA NERA DA ROMA: L’AZIENDA RIBADISCE LA CHIUSURA DELLO STABILIMENTO DI NOVI LIGURE, DI MAIO FA SOLO CHIACCHIERE
È durato circa un’ora, fra le 11 e le 12, a Roma, il “tavolo” sulla Pernigotti nella sede del
ministero dello Sviluppo economico, alla presenza del vicepremier e ministro, Luigi Di Maio
L’azienda, attraverso alcuni consulenti, ha ribadito la chiusura della stabilimento di Novi Ligure , in provincia di Alessandria, e il trasferimento della produzione “in conto terzi”, secondo fonti sindacali: i rappresentanti dei lavoratori hanno però respinto la proposta, perchè «abbasserebbe la qualità dei prodotti Pernigotti».
Di Maio, sempre secondo i sindacati, avrebbe chiesto un confronto diretto con la multinazionale turca Toksoz, proprietaria dell’azienda e non presente al “tavolo”, e riferito che anche il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è intenzionato a incontrarli.
La proprieta’ ha intenzione di trasferire la produzione altrove, ma sempre in Italia, affidandola a terzi. Il ministero dovrebbe intervenire nel merito con proposte concrete che possano convincere la proprietà che lamenta “un costo del lavoro insostenibile”.
Annunciare che il “marchio deve essere legato al territorio” non c’entra una cippa se poi nessuna azienda si propone per rilavare il marchio.
Un conto sono le chiacchiere, altra cosa i fatti.
(da agenzie)
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Novembre 15th, 2018 Riccardo Fucile
STOPPATA L’ASTA SUL MARCHIO OLD WILD WEST, PERSI CENTINAIA DI POSTI DI LAVORO
La legge ancora non c’è. Ma l’ipotesi sul blocco domenicale nei centri commerciali,
paventata più volte da Di Maio, rende la vendita di Cigierre troppo rischiosa
La cessione della catena di ristoranti Cigierre, della quale fanno parte anche noti marchi come Old Wild West, è stata congelata dall’azienda.
Lo riporta il Sole24ore, che spiega anche il motivo della scelta del fondo internazionale Bc Partners, azionista di controllo del gruppo:
“La mancata vendita dell’azienda, che ha una valutazione di circa 750 milioni di euro, è il termometro dei timori degli investitori esteri per la situazione congiunturale in Italia e, nello specifico, per gli effetti ancora non calcolati del paventato provvedimento sulle chiusure domenicali dei centri commerciali, ormai diventato cavallo di battaglia del vicepremier Di Maio”
Tradotto: nonostante la legge ancora non ci sia, il possibile impatto sul settore derivante dalle chiusure dei grandi supermarket, dove il gruppo prende buona parte dei suoi ricavi, rende la vendita troppo rischiosa e incerta.
Una decisione, quella di Bc Partners, che secondo il vicedirettore del Sole24ore Alberto Orioli potrebbe essere la cartina di tornasole delle “conseguenze che i lavoratori subiranno per via della normativa”.
Perchè, sostiene, “in un paese dove il lavoro è già poco, ridurne le occasioni potenziali e reali è come minimo suicida”.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 10th, 2018 Riccardo Fucile
IL GRANDE LAVORO DI DI MAIO E’ GIUNTO ALLA SUA LOGICA CONCLUSIONE: NON HA OTTENUTO UNA MAZZA
Quando tra qualche mese Glovo, la multinazionale spagnola del cibo a domicilio, completerà l’acquisto della tedesca Foodora, in Italia si assisterà al primo licenziamento collettivo di rider della storia nazionale.
Dopo la fusione, infatti, Foodora chiuderà bottega nel nostro Paese e interromperà il contratto di lavoro con tutti i suoi circa 2mila fattorini.
Saranno mandati a casa e non potranno opporsi: dovranno restituire lo zaino rosa e cercare un nuovo impiego.
Glovo, che ingloberà la (ex) concorrente, non è obbligata a riassorbirli e non intende farlo. Al massimo, ha detto al Fatto Quotidiano, non porrà limitazioni se vorranno candidarsi per entrare a far parte della sua flotta.
Ma se saranno “assunti”, avverrà alle sue condizioni, non a quelle di Foodora che, per i suoi, aveva comunque previsto un co.co.co. e retribuzioni fisse.
Le piattaforme che portano le pizze a casa, infatti, hanno sempre negato ai rider lo stato di dipendenti, reclutandoli come collaboratori autonomi o al massimo co.co.co. I fattorini, pur essendo l’anima di questo settore, tecnicamente non sono conteggiati nell’organico.
Quindi, quando un’azienda passa da una società a un’altra, quella che compra non è obbligata a farsene carico perchè la tutela dell’occupazione è assicurata solo a chi è formalmente dipendente.
L’app tedesca, come mostra uno studio aggiornato al 2016 dell’Inapp, centro ricerche del ministero del Lavoro, ha circa 50 dipendenti e quasi 2mila rider assunti con contratto di collaborazione coordinata e continuativa.
Quindi, solo i primi saranno tutelati, visto che i secondi non rientrano nel perimetro dei subordinati. Il 48% dei “licenziati” è formato da studenti che arrotondano, e magari per loro non sarà un dramma. Il problema sarà per l’altra metà .
Sul piano delle norme non si tratterà di un licenziamento collettivo, perchè non c’è formale riduzione dell’organico aziendale e questo allontanamento non richiederà nemmeno una trattativa sindacale.
Le associazioni di fattorini hanno sempre chiesto di essere riconosciuti come subordinati, ottenendo il netto rifiuto di Foodora e le altre.
La battaglia è finita in Tribunale e hanno avuto ragione le app.
I rider sono liberi di scegliersi i turni di lavoro quindi è corretto inquadrarli come autonomi, sostengono i magistrati. Forti di queste sentenze, le multinazionali hanno continuato a stipulare collaborazioni occasionali.
Foodora, però, ha scelto una formula sì flessibile ma che riconosce un minimo di tutele previdenziali e assicurative: il co.co.co.
Per quanto spesso descritta come cattiva, in realtà la piattaforma tedesca è quella che ha offerto le migliori condizioni del mercato, con retribuzioni che non variano a seconda dei voti ottenuti dai rider (il rating).
Glovo, invece, usa la collaborazione occasionale (praticamente la Partita Iva) e offre paghe che “dipendono dall’esperienza e dai feedback di ristoranti e clienti”, si legge sul sito.
Quando è stata diffusa la notizia dell’acquisizione, le associazioni dei fattorini hanno chiesto chiarimenti sul destino dei collaboratori di Foodora, senza ottenere risposte esplicite. “Mercoledì, durante il tavolo al ministero dello Sviluppo economico — raccontano da Riders Union Bologna — abbiamo di nuovo posto la domanda e hanno risposto alzandosi e andandosene”.
Interpellati dal Fatto, hanno finalmente svelato le intenzioni: “Foodora — spiegano da Glovo — rispetterà tutti i contratti in essere dei rider finora in forze continuando le attività . A seguito della chiusura del servizio di Foodora tutti gli ex rider Foodora saranno liberi di candidarsi come glovers, senza nessuna limitazione”.
Insomma, perderanno certamente il posto presso Foodora, con le sue tutele minime. Però possono consolarsi: se vorranno diventare collaboratori occasionali di Glovo, non sarà vietato loro di provarci. “Come è umano lei!”, direbbe Fantozzi.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 9th, 2018 Riccardo Fucile
ERA EVIDENTE CHE LE IMPRESE TENDESSERO AD OCCUPARE MANODOPERA SOTTO IL PERIODO DEI 12 MESI …IL MERCATO DEL LAVORO HA DINAMICHE INTERNE CHE NON POSSONO ESSERE COARTATE DA REGOLE RITENUTE INSOSTENIBILI
In un tweet a commento dei dati Istat sull’occupazione di settembre Francesco Seghezzi,
un giovane e brillate studioso allievo di Michele Tiraboschi, ha scritto: ”Grande calo degli occupati a tempo indeterminato che diminuiscono di 77mila unità , mentre crescono di 27mila quelli a termine e di 16mila gli autonomi. Decreto Dignità non pervenuto”.
A tal proposito non va dimenticato che le nuove norme sono entrate in vigore il 1° novembre dell’anno in corso per rinnovi e proroghe stipulati successivamente.
Tuttavia, in un anno sono diminuite 184mila unità a tempo indeterminato (-1,2%) mentre sono cresciuti di oltre il 13% i contratti a termine.
Ciò, secondo Seghezzi, è il dato che impressiona di più e che dimostra che è avvenuto un cambiamento strutturale nel mercato del lavoro.
A quanto pare, tutti i tentativi di rendere più difficile e oneroso il contratto a tempo determinato sono falliti; viceversa, non hanno ottenuto il successo sperato le misure rivolte a favorire le assunzioni a tempo indeterminato.
Anche a seguito della legge di bilancio per il 2015 — quando le assunzioni e le trasformazioni a tempo indeterminato furono incentivate con un bonus di oltre 8mila euro all’anno per un triennio — vi fu un consistente balzo in avanti dei rapporti stabili, ma in numero di quelli a termine continuò ad essere superiore.
È bene precisare che parliamo di dati di flusso, perchè se si prendono in considerazione quelli di stock, l’Italia (con l’84% di rapporti a tempo indeterminato) è ai primi posti in Europa (mentre il numero dei contratti a termine è in linea con quello dei maggiori Paesi).
Ne deriva, pertanto, una constatazione ovvia: il mercato del lavoro ha delle dinamiche interne corrispondenti a esigenze che non possono essere coartate da regole e procedure dettate, nei fatti, da visioni ideologiche che continuano a giudicare standard una sola tipologia di lavoro mentre considerano forme spurie tutte le altre.
Un riscontro fattuale delle conseguenze del decreto dignità viene anche da una nota dell’Osservatorio Lavoro del Centro Studi della CNA (dati di settembre 2018).
”Complessivamente — è scritto – i nuovi posti di lavoro creati in settembre sono il 3,6% dell’intera base occupazionale registrata alla fine del mese (si tratta del secondo valore più alto dopo quello registrato a gennaio 2018) mentre i rapporti di lavoro cessati sono risultati invece pari al 4,0% della stessa (il secondo valore più alto dopo quello registrato a dicembre 2017).
Insieme, i flussi di lavoratori in entrata e in uscita, pari complessivamente al 7,6% dell’occupazione, hanno raggiunto il valore più elevato da quando esiste questo Osservatorio, segnalando un aumento del turn over nelle imprese monitorate.
Si tratta probabilmente di un primo effetto delle nuove norme in tema di lavoro contenute nel cosiddetto Decreto Dignità che, reintroducendo la causale per i contratti a tempo determinato di durata superiore all’anno, spingono di fatto le imprese a occupare la manodopera per periodi inferiori ai dodici mesi”.
È presto per tirare delle somme. L’esperienza insegna, però, che nessuno può costringere un’azienda ad assumere applicando regole e modalità che essa non ritiene (e non un fatto solo economico) sostenibili.
Tanto più che lo stesso decreto dignità e una sentenza della Consulta hanno rivisto e rimesso in discussione (rimodulando, il primo, l’ammontare dell’indennità risarcitoria e ridefinendo, la seconda, i poteri del giudice per la sua determinazione) le certezza dei costi in caso di licenziamento.
In termini generali, a settembre il tasso di disoccupazione è risalito al di sopra del 10% (al 31,6% quella giovanile).
Ovviamente il dato è rotolato sul tavolo del governo. Il ministro Luigi Di Maio avrebbe potuto limitarsi – come ha fatto – a chiamare in causa il rallentamento della crescita e del commercio internazionale, assicurando, invece, che la situazione sarebbe stata ampiamente recuperata grazie alla manovra espansiva del bilancio e al c.d. sblocco del turn over a seguito dell’introduzione di quota 100 a favore dei pensionamenti anticipati.
Nessuno (tanto meno chi scrive) sarebbe stato obbligato a credergli, ma la spiegazione avrebbe avuto una logica.
Il titolare dello Sviluppo e del Lavoro ha evocato, a sproposito, ”l’ultimo colpo di coda del jobs act”, dimenticando che questa filiera di provvedimenti, adottati nel corso della passata legislatura, è in vigore da un triennio e che, in questo stesso periodo, l’occupazione è aumentata fino a recuperare il livello precedente la crisi.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 7th, 2018 Riccardo Fucile
GOVERNO LATITANTE MENTRE CENTO FAMIGLIE DELLA STORICA FABBRICA DOLCIARIA RESTANO SENZA REDDITO
Dopo aver parlato nelle scorse settimane di un piano di rilancio della storica azienda dolciaria della
Pernigotti è arrivata la notizia della chiusura dello stabilimento di Novi Ligure.
Una doccia fredda per i 100 lavoratori e le loro famiglie che hanno annunciato una mobilitazione per cercare di salvare i posti di lavoro.
La Pernigotti, uno dei simboli della manifattura alessandrina, non interessa più al gruppo turco Toksoz, che l’aveva rilevata nel 2013 dalla Averna.
I rappresentanti del gruppo lo hanno detto chiaramente nell’incontro di ieri con i sindacati.
“Chiude lo stabilimento produttivo della Pernigotti di Novi Ligure – ha annunciato dopo l’incontro Tiziano Crocco della Uila – ciò significa 100 lavoratori a casa e altrettante famiglie in difficoltà “.
“L’amministratore delegato – ha aggiunto Crocco – era accompagnato dai legali e ci ha comunicato che non sono interessati allo stabilimento. I pochi impiegati del settore commerciale che rimarranno saranno trasferiti a Milano”.
I sindacati incontreranno oggi i lavoratori e poi saranno ricevuti dal sindaco di Novi Ligure Rocchino Muliere in Municipio. In programma un’assemblea con i lavoratori per decidere la mobilitazione.
E annunciano un’iniziativa forte per rimarcare il duro colpo che subiranno la città e l’economia della provincia.
(da agenzie)
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Ottobre 31st, 2018 Riccardo Fucile
GLI OCCUPATI DIMINUITI DI 34.00 UNITA’, ADDIRITTURA 77.000 QUELLI CON I CONTRATTI A TEMPO INDETERMINATO (CHE SECONDO IL M5S AVREBBERO DOVUTO AUMENTARE)
Oggi ISTAT ha pubblicato i dati sull’occupazione di settembre mentre dalla scorsa estate c’era molta curiosità attorno agli effetti del Decreto Dignità sul mercato del lavoro italiano dopo le polemiche sugli ottomila posti di lavoro che si sarebbero persi ogni anno secondo l’INPS.
Posto che poco più di mese di tempo per un giudizio compiuto è troppo poco, secondo i dati diffusi oggi dall’Istat il tasso di disoccupazione è risalito al 10,1%
Le persone in cerca di lavoro sono 2.613.000, in aumento di 81 mila unità (+3,2%) rispetto ad agosto e in calo di 288 mila unità su settembre 2017.
Un dato su cui pesa anche il calo degli inattivi, coloro che non hanno un impiego nè lo cercano, calati di 41 mila unità .
Male anche il dato sui giovani: la disoccupazione giovanile risale al 31,6%, in aumento di due decimi di punto rispetto al mese precedente.
Ma il numero che ci interessa di più è il dato sugli occupati, diminuiti di 34 mila unità su agosto (-0,1%).
Un calo concentrato soprattutto sui dipendenti permanenti (-77mila) mentre aumentano gli occupati a termine (+27mila) e i cosiddetti indipendenti, cioè imprenditori, liberi professionisti, lavoratori autonomi (+16mila).
Il risultato di -77mila per i contratti a tempo indeterminato, che secondo le intenzioni del ministro del Lavoro e dello Sviluppo Luigi Di Maio sarebbero dovuti aumentare con la stretta sulle tipologie “precarie”, è uno dei più forti degli ultimi due anni.
Gli occupati sono calati di 34mila unità a settembre, mentre l’INPS ne pronosticava ottomila in un anno. Il decreto è entrato in vigore il 14 luglio, poi è stato convertito in legge ad agosto, con l’introduzione del regime transitorio fino al 31 ottobre.
(da “NextQuotidiano”)
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