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TODOS CABALLEROS: IN SICILIA TRA I FORESTALI VI SONO 841 UFFICIALI E SOLO 14 AGENTI

Maggio 5th, 2011 Riccardo Fucile

IL BOOM DAL 2007 CON LE PROMOZIONI AUTOMATICHE PER ANZIANITA’, ORA DICONO CHE SERVIREBBERO 1.300 PERSONE….LA REGIONE PENSA A NUOVE ASSUNZIONI PER EVITARE LA PARALISI

È il corpo di polizia più pazzo d’Italia, dove tutti comandano ma non c’è nessuno che possa obbedire.
È quello della forestale della Regione Siciliana, composto da ben 841 tra commissari e ispettori, cioè ufficiali e sottufficiali, che sulla carta dovrebbero coordinare una truppa di 14 agenti.
Qui tutti hanno i gradi e le stellette, e nessuno è soldato semplice.
Il risultato? Non solo in Sicilia non è rimasto più nessuno da “comandare”, ma ci sono più commissari e ispettori che in tutto il corpo forestale dello Stato, dove gli ufficiali sono 428 a fronte di 7111 agenti.
Un paradosso tutto siciliano, che la Regione guidata da Raffaele Lombardo ha appena scoperto facendo una ricognizione della pianta organica.
E adesso, per metterci una pezza, si cerca disperatamente una truppa da far comandare ai tanti ufficiali, con l’amministrazione che vorrebbe riqualificare del personale interno, visto che la Regione ha appena assunto nei ruoli 5400 precari, chiaramente senza alcun concorso.
“Per fortuna una norma prevede in questi casi l’assegnazione di mansioni anche inferiori ai graduati, in caso contrario avrei dovuto già  chiudere il corpo, rischio che rimane tale perchè in tutto ho un organico di 848 persone e ne ho bisogno di almeno 1.300”, dice il neo direttore della Forestale, Pietro Tolomeo, che si è trovato sul tavolo i dati che hanno messo nero su bianco questa assurdità , iniziata durante gli anni dall’ex governo Cuffaro: precisamente il 20 aprile 2007, quando è stato consentito l’avvio di promozioni automatiche con la semplice anzianità  di servizio. Il paradosso però adesso è sotto gli occhi di tutti.
Nel dettaglio il direttore Tolomeo guida un comando nel quale ci sono 148 commissari che guadagnano circa 2.400 euro netti al mese (in organico dovrebbero essere solo 80), 693 ispettori con stipendio da 2.100 euro al mese (in organico dovrebbero essere 200) e solo 14 tra sovrintendenti e agenti con stipendio da 1.400 euro.
Secondo la pianta organica, che sempre sulla scia dei paradossi siciliani è stata fissata con lo stesso decreto che promuoveva tutti, gli agenti in ruolo dovrebbero essere 1.100.
Ed è proprio su quest’ultimo numero che l’amministrazione e perfino i sindacati si appigliano ora per incrementare l’organico.
Gli ufficiali e i sotto ufficiali, infatti, si lamentano perchè svolgono mansioni che non sono di loro competenza: “Io ho 50 anni è sono costretto da solo a fare il lavoro dell’agente e del sovrintendente – dice l’ispettore Gerlando Mazzà , del Cobas-Codir – Qui in passato sono stati fatti sprechi ed errori, ma le conseguenze le stiamo pagando noi, perchè con un organico ridotto e così squilibrato nessuno può avere ambizioni di carriera”.
Numeri alla mano, comunque, anche con un organico “ridotto” a 848 unità , la Sicilia non si può lamentare rispetto ad altre regioni d’Italia che hanno una densità  boschiva certamente superiore rispetto a quella dell’isola: a esempio, in Veneto i berretti verdi sono 425, tra graduati e agenti, in Toscana 630.
Per non parlare della Valle d’Aosta o del Friuli Venezia Giulia, che nonostante le Alpi hanno corpi di polizia forestale composti rispettivamente da 157 e 298 unità .

Antonio Fraschilla
(da “La Repubblica“)

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IN ITALIA AUMENTA IL DIVARIO TRA RICCHI E POVERI

Maggio 5th, 2011 Riccardo Fucile

SECONDO L’OCSE SIAMO IL QUINTO PAESE AL MONDO PER DISEGUAGLIANZE: PEGGIO DI NOI FRANCIA E GERMANIA…IL REDDITO DEI PAESI PIU’ RICCHI AUMENTA IN MISURA MAGGIORE RISPETTO A QUELLO DEI PAESI PIU’ POVERI…TRA LE CAUSE LE DIFFICOLTA’ DEL LAVORO FEMMINILE

Cresce in gran parte del Pianeta il divario tra ricchi e poveri e l’Italia si colloca al quinto posto tra i paesi dell’Ocse in tema di disuguaglianza complessiva, alle spalle di Stati Uniti e Gran Bretagna ma davanti a Francia e Germania.
Lo afferma la stessa Organizzazione per lo sviluppo in un rapporto pubblicato martedì .
Gli economisti di Parigi spiegano che nel corso degli ultimi 20 anni, fino all’inizio della Grande Crisi nel 2008, il reddito reale disponibile delle famiglie è aumentato in tutti i paesi membri (+1,7% all’anno in media).
Ma nella grande maggioranza dei casi le entrate finanziarie del 10% più ricco della popolazione è cresciuto più rapidamente del reddito del 10% più povero. Nella media, il reddito del 10% più ricco della popolazione è di circa nove volte quello del 10% più povero, anche se poi si vede come questo rapporto risulta molto più basso nei paesi nordici e in molti paesi dell’Europa continentale, mentre la forbice si allarga in Israele, Turchia e Stati Uniti, per toccare il massimo divario in Cile e Messico.
Nella media dei 29 paesi presi a riferimento per lo studio, il reddito del decimo percentuale più ricco è cresciunto del 2% contro l’1,4% del decimo più povero.
Il coefficiente Gini, che misura l’ineguaglianza dei redditi (va da 0, ovvero totale uguaglianza di reddito a 1, totale disparità ), per l’Italia era pari a 0,35 alla fine degli anni 2000, con un incremento del 13% rispetto allo 0,31 di metà  degli anni 80.
Mentre il reddito reale nell’Ocse in questo lasso di tempo è salito in media dell’1,7% l’anno, con un incremento dell’1,4% per il 10% più povero della popolazione e del 2% per il 10% al top, in Italia l’ incremento medio annuo si è fermato allo 0,8% (solo la Turchia ha fatto peggio, con lo 0,5%) e mentre per il 10% della popolazione con il reddito più basso l’aumento è stato solo dello 0,2%, per la fascia dei redditi più elevati è stato dell’1,1%.
Il Paese con le maggiori diseguaglianze è il Messico, con un coefficiente Gini dello 0,50, davanti alla Turchia (0,42), mentre la Danimarca (0,25) ha le minori disparità .
Nemmeno i Paesi nordici e la Germania, che tradizionalmente avevano una bassa disparità  tra i redditi, sono stati risparmiati dal trend di aumento del divario tra ricchi e poveri e anzi – come sottolinea l’Ocse – negli ultimi dieci anni hanno segnato il maggior incremento.
In media il coefficiente Gini nell’area Ocse è salito all’incirca del 10% dallo 0,28 di metà  degli anni 80 allo 0,31 della fine dello scorso decennio.
Le ore lavorate sono diminuite soprattutto tra gli occupati con il salario più basso mentre arranca il lavoro femminile.
Il trend verso famiglie più piccole e con un solo genitore contribuisce ad aumentare il divario tra i redditi.
Inoltre è cresciuta la tendenza dei matrimoni tra persone con livelli di reddito simili.
Oggi il 40% delle coppie in cui entrambi i partner lavorano appartengono allo stesso decile contro il 33% di 20 anni fa.
Lo strumento più diretto ed efficace per ridurre le disparità , scrivono ancora gli economisti, sono la riforma delle tasse e delle politiche di agevolazione per i redditi più bassi.
«La competizione internazionale ha fortemente indebolito il nostro sistema produttivo – affermano le Acli – ma le ragioni delle disuguaglianze nel nostro Paese vanno individuate innanzitutto nell’endemica debolezza dei redditi di lavoro dipendente e dalla quasi totale assenza di un sistema generalizzato di tutele nel mercato del lavoro».
Condizioni che ci hanno avvicinato in questi anni «ai contesti economici di natura anglosassone che non sono n‚ potranno essere nostri punti di riferimento per le politiche sociali».

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LA FIOM CAMBIA IDEA, REFERENDUM ALLA BERTONE (FIAT): ORA SI VOTA SI’ ALLE STESSE REGOLE COMBATTUTE A MIRAFIORI

Maggio 3rd, 2011 Riccardo Fucile

IL SINDACATO E’ DIVISO, MA PREVALE LA SCELTA TATTICA: “SAREBBE STATO FACILE SCARICARE SUI LAVORATORI LA SCELTA DEL NO”….”COSI’ L’AZIENDA NON AVRA’ PIU’ ALIBI PER NON FARE L’INVESTIMENTO PROMESSO”…ALTRI NON SONO D’ACCORDO: “VOTARE SI’ AD UN ACCORDO CHE SUPERA IL CONTRATTO NAZIONALE NON VA BENE”

Alla ex Bertone di Grugliasco, storica carrozzeria di qualità  recentemente acquistata dalla Fiat, dove la Fiom ha la stragrande maggioranza dei delegati, le Rsu (rappresentanze sindacali unitarie) hanno deciso che voteranno “sì” all’accordo chiesto dall’azienda.
Diranno “sì”, cioè, a quello che è stato rifiutato a Pomigliano e poi a Mirafiori: riduzione delle pause, mancato pagamento di alcuni giorni di malattia, limitazione del diritto di sciopero tramite la “clausola di responsabilità ”.
Una scelta destinata a imprimere alla vertenza Fiat un volto nuovo.
Con una Fiom che cambia posizione rispetto alle precedenti consultazioni, anche se comunque si tiene le mani libere.
E con l’azienda che non dovrebbe avere più alibi per non fare l’investimento promesso.
La decisione si è materializzata ieri mattina dopo un’affollata assemblea dei lavoratori indetta dalle Rsu e a cui hanno partecipato il segretario Fiom, Maurizio Landini, il responsabile dell’auto della Uilm, Eros Panicali e il segretario della Fim torinese, Claudio Chiarle.
Il senso di questa scelta è stato spiegato dal leader degli operai Cgil in azienda, Pino Viola: “Abbiamo detto sì perchè questo referendum non è libero, è un ricatto e sarebbe stato troppo facile scaricare sui lavoratori la responsabilità  di un eventuale vittoria del no. Questo non vuol dire che siamo d’accordo”.
In Fiom spiegano che si tratta di una scelta in parte obbligata: la fabbrica è chiusa da sei anni e quando la Fiat l’ha acquistata ai circa 1100 operai è sembrato che finalmente si potesse tornare a lavorare.
Tra l’altro su una produzione di qualità , la Maserati, che richiede una certa cura e professionalità .
à‰ a quel punto che è arrivata la doccia fredda della Fiat: se volete l’investimento di 550 milioni necessario a far ripartire la fabbrica, ha detto Marchionne, allora dovete accettare le condizioni già  avviate a Pomigliano e Mirafiori.
Un “ricatto” hanno subito detto le Rsu dove la Fiom ha il 65 per cento dei consensi.
Ma Marchionne ha tenuto il punto fino     a minacciare il trasferimento della Maserati in un’altra località , anche fuori dall’Italia.
Fa qui la decisione di ieri che ha una forte componente “tattica”.
Lo confermano le parole dello stesso Landini che, riferendosi alla decisione delle Rsu, parla di “azione di legittima difesa”.
“Il fatto che le Rsu – osserva il segretario della Fiom – abbiano detto che nonostante il ‘sì’ non sono d’accordo per niente ma che non sono loro che devono decidere la chiusura della loro fabbrica è un atto di responsabilità  e di intelligenza tanto che, non avendo rispettato il mandato, si sono detti disponibili a una verifica tramite una rielezione.”
Il passaggio si spiega, in effetti, con la particolare situazione della ex Bertone, fabbrica chiusa da anni con gli operai in cassa integrazione a talmente timorosi di non riuscire a riottenerla che uno di loro qualche giorno fa ha anche tentato di togliersi la vita gettandosi da un cavalcavia.
Ora è ricoverato in gravi condizioni.
Ma la tattica non sarà  facile da spiegare.
E la “mossa” della Fiom non mancherà  di avere effetti tra i lavoratori e all’interno della stessa organizzazione.
Se infatti da Cisl e Uil vengono apprezzamenti convinti, dall’interno della Fiom si sentono già  diverse critiche. Il segretario nazionale Fiom, Sergio Bellavita, espressione di quella parte di Cgil che fa riferimento alla sinistra di Giorgio Cremaschi, parla di decisione “grave e al di fuori dei deliberati del Comitato centrale”.
Bellavita sostiene che con tale legittimazione si vanifica la via legale scelta finora e che, in ogni caso, “neppure la Rsu eletta nelle liste Fiom, può sottoscrivere un’intesa che cancella le libertà  sindacali e accetta quello che si è rifiutato a Pomigliano e a Mirafiori”.
Da qui, la richiesta di convocazione urgente del Comitato centrale.
Un “chiarimento” lo chiede anche Augustin Breda della componente Cgil di Lavoro e Società .
Un primo scontro interno, del resto, si era avuto già  sabato scorso, durante il Coordinamento nazionale dei lavoratori Fiat in cui sono volate parole grosse tra il segretario Landini e lo stesso Cremaschi che di fatto aveva accusato la segreteria nazionale di “arrendersi” al ricatto della Fiat.
Ne è seguita una riunione drammatica con delegati     in lacrime e con una sensazione diffusa di amarezza.
Ieri un certo disagio lo si percepiva anche tra i delegati Fiom di Mirafiori, che solo lo scorso gennaio hanno condotto una difficile battaglia per il “no” al referendum voluto da Marchionne.
“Io onestamente non me l’aspettavo” dice Pasquale Lojacono delle Carrozzerie di Mirafiori venuto davanti ai cancelli della Bertone a parlare con i suoi colleghi.
“Pensavo che ci si sarebbe limitati a non dare indicazioni di voto perchè anche io capisco la difficoltà  di chi non lavora da sei anni. Ma votare a favore di un accordo che supera il contratto nazionale non va bene, rischiamo di uscirne a pezzi”.
Ora la parola, ancora una volta, passa ai lavoratori Bertone che finiranno di votare oggi nel loro referendum.
La partecipazione di ieri è stata massiccia e il risultato dovrebbe essere in linea con le aspettative.

Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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OPERAIO IN NERO PER UN GIORNO: 50 EURO E NESSUN DIRITTO. E’ QUESTA L’ITALIA DELLA GIUSTIZIA SOCIALE?

Maggio 1st, 2011 Riccardo Fucile

SULLA STRADA ASPETTANDO IL CAPORALE CHE TI FA LAVORARE…. TRA ABUSI, INGIUSTIZIE E MORTI SENZA NOME… IL “LAVORO SPORCO” DI TANTI “INVISIBILI” SOLO A CHI NON LI VUOLE VEDERE, IN UNO STATO SOCIALE LATITANTE

Sono le 5 del mattino, sulla statale a ridosso della Magliana, periferia sud di Roma. Vicino a un viadotto, si distinguono delle sagome sul ciglio della strada: vanno avanti e indietro tra le auto che sfrecciano.
Saranno una cinquantina, da lontano sembrano prostitute.
In realtà  sono uomini: lavoratori, operai.
Tutti in cerca di un lavoro. «In nero, ovviamente».
Moldavi, ucraini, rumeni, polacchi in attesa del caporale che di lì a poco li assolderà  in qualche cantiere, «in nero ovviamente».
Costano la metà  e lavorano quasi il doppio rispetto a un operaio regolare.
Un manovale in nero prende 40 euro per dieci ore di lavoro; si sale fino
a un massimo di 70 euro per quelli con più esperienza.
Vuol dire che devono saper fare di tutto: muratura, pittura, intonaco, massetti, pavimenti, idraulica etc.
Nessuno può discutere o contrattare il salario.
Se ti sta bene sali in macchina, altrimenti resti in strada ad aspettare la prossima opportunità , se ci sarà .
Perchè le strade della capitale sono sempre più piene di lavoratori che si offrono senza condizioni.
Con una telecamera nascosta abbiamo anche filmato quello che succede
quotidianamente sulle strade provando a fotografare la paura, la rassegnazione e l’indignazione di chi non ha altra scelta per vivere.
Ma anche la spudorata arroganza con la quale i caporali abusano di queste persone.
Per un giorno ci siamo trasformati in uno di loro: siamo diventati operai in nero. “Invisibili” ma parte integrante di quella terribile piaga del lavoro senza diritti che affligge l’Italia.
Dopo alcune ore in piedi e sotto al sole si ferma una macchina.
Il socio di un’impresa locale ci ingaggia per il rifacimento della retefognaria di una residenza sanitaria.
Il prezzo per la giornata è 50euro.
Appena arrivati prendiamo ordini a ripetizione e iniziamo a fare quello che qui chiamano il «lavoro sporco».
Inutile parlare di sicurezza sul lavoro.
Se chiedi un paio di guanti o un casco ti ridonoin faccia: «Qui si lavora così … lavora piano piano».
Un altro operaio spiega che se ci facciamo male o sbagliamo a fare qualcosa è meglio che ce ne andiamo subito perchè il capocantiere nemmeno ci pagherà . Ma l’infortunio è il minimo che può capitare.
In casi peggiori nessuno dovrà  mai sapere come e cosa è successo.
Insomma, dei fantasmi.
Inesistenti anche per le statistiche che non li contemplano neppure alla voce «morti sul lavoro».
Tragica realtà  quotidiana nell’Italia che produce e lavora senza regole e diritti.

Antonio Crispino
(da “Il Corriere della Sera“)

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LA PATACCA BRAMBILLA: IL MINISTRO SI INVENTA UN “PDL AL SERVIZIO DEGLI ITALIANI” MA L’ASSISTENZA AI SERVIZI LA PAGA LO STATO

Aprile 22nd, 2011 Riccardo Fucile

OFFRE ASSISTENZA GRATUITA COME SE FOSSE IL PARTITO AD ASSICURARLA, IN REALTA’ E’ COME PER TUTTI I CENTRI DI ASSISTENZA FISCALE, PAGA PANTALONE…. PER OFFRIRE UN SERVIZIO, BISOGNA POI ESSERE IN GRADO DI SVOLGERLO

Un’azienda di imballaggi a Fidenza, provincia di Parma.
Una cooperativa di giardinaggio a Messina, e poi una merceria e una agenzia di viaggi.
Sono, elenco telefonico alla mano, alcune delle sedi di “Pdl — al servizio degli italiani”, l’ultima arma politica inventata dal ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla.
Dopo i circoli e i promotori della libertà , sabato scorso di fronte alla platea dell’Eur il “cane da polpaccio” del premier, come lui la definì, ha presentato le prime mille sedi.
Una via di mezzo tra Caf e patronati, una serie di sportelli destinati, nelle parole del ministro, a “gestire gratuitamente i servizi sociali a favore dei cittadini, al posto di una burocrazia costosa e ritardataria. Intendiamo rafforzare ancora di più — ha detto — il legame che ci unisce ai cittadini e alle famiglie. Sulla strada del radicamento del Popolo della libertà  nell’intero territorio nazionale”.
Nella povertà  del dopoguerra napoletano Achille Lauro divenne sindaco donando la scarpa sinistra prima delle elezioni e promettendo la destra a conti fatti.
Cinquant’anni dopo la campagna del presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo è passata anche attraverso i patronati del lavoro di Catania che esponevano i simboli del futuro governatore (e perchè no — come documentò Exit — consegnavano le buste della spesa ai bisognosi). Nell’epoca delle iniziative movimentiste targate Pdl, il ministro del Turismo ha cercato di unire il populismo del primo e la sostanza del secondo.
Per l’occasione ha usato toni altisonanti: “Pdl — al servizio degli italiani rappresenta nei fatti una vera e propria rivoluzione liberale. È l’attuazione concreta del principio di sussidiarietà  previsto dalla Costituzione”.
Ma le cose non stanno esattamente così.
Innanzitutto le sedi: Brambilla ne aveva promesse mille il primo marzo, più o meno quante ne hanno Cgil e Cisl, per intendersi.
Alla fine ne ha presentata persino qualcuna in più.
Secondo il sito dell’iniziativa, un successo dovuto alla grande mole di partecipazione popolare: una rete di professionisti animata dalla volontà  di fare del bene alla collettività .
Ma non c’è solo quello: tra le sedi dei servizi risultano, infatti, anche società  che con l’erogazione dei servizi non hanno niente a che fare: oltre alla merceria e alla cooperativa di giardinaggio, ad esempio, anche un grossista di abbigliamento in provincia di Perugia e una ditta di poste private.
In realtà , poi, molte delle sedi esistevano e operavano prima dell’avvento dell’iniziativa: fanno riferimento ad un’altra rete, i Centri di assistenza fiscale della ConfLavoratori, Caf con sede a Palmi (Rc) gestita da Giuseppe Carbone, segretario nazionale di ConfLavoratori, sindacato a dire il vero assai misconosciuto.
Basta incrociare le sedi dell’una e dell’altro per vedere che la sovrapposizione è pressochè completa.
Diversamente del resto non potrebbe essere, visto che Carbone è consigliere d’amministrazione di “Al servizio degli italiani Srl — in breve Asdi”.
Dal canto suo Brambilla non compare in nessuna dicitura legale dell’Asdi Srl. È, invece, solo presidente della associazione che fa capo, senza alcun mandato esecutivo.
In compenso, assieme a Carbone in cda siedono la cugina acquisita del ministro, Renata Pizzamiglio, e la sua portavoce, Laura Colombo.
A completare la squadra ci sono poi l’amministratore di ConfLavoratori, Domenica Bagalà  e la deputata Mariarosaria Rossi, quella che nelle carte del caso Ruby viene intercettata mentre dice a Emilio Fede: “Ah che palle che sei, due amiche, quindi bunga bunga, due de mattina, io ve saluto eh?!”.
Di Carbone, invece, si sa che è tra i fondatori del Club della Libertà  a Palmi insieme a Bagalà  e che nel 2009 gli fu sequestrato un complesso abitativo di circa 4 mila metri quadrati costruito abusivamente — dice la procura — e per giunta in zona sismica.
Ma torniamo ai Caf.
Qui si svela il secondo bluff della “rivoluzione liberale” prospettata dal ministro Brambilla.
Con buona pace della sbandierata sussidiarietà , i servizi erogati li pagava e li pagherà  proprio lo stato, leggi i contribuenti.
Esattamente come accade con tutti gli altri Caf, a prestazione erogata corrisponde rimborso: 16,03 euro per un 730, 13 euro mediamente per un Isee, 8 per un Red.
Tutti servizi che sulla carta il Pdl propone di offrire.
E per giunta su larga scala.
Tanto per dare un’idea, Cgil e Cisl, i due più grandi fornitori di servizi fiscali, veleggiano sui 5/6 milioni di pratiche all’anno.
Nel caso della Cgil, i 730 da soli sono circa tre milioni all’anno, vale a dire circa 50 milioni di euro.
I due sindacati maggiori non sembrano preoccupati della concorrenza. “Parliamo di cose serie — obietta il presidente dei Caf Cisl, Valeriano Canepari — per offrire un servizio bisogna anche essere in grado di svolgerlo. Non è solo questione di quanti sportelli hai, ma di professionalità , tempo; per gestire una rete di questo tipo bisogna essere precisi come degli orologi”.
Senza contare, specifica Canepari, che i rimborsi tardano molto ad arrivare, in media almeno un anno.
L’obiezione è pertinente: come fa una struttura organizzata in quattro e quattr’otto ad offrire un servizio all’altezza della mirabolante offerta?
Vale la pena di sottolineare però che un successo dell’iniziativa converrebbe economicamente a tutti i soci.
Difficile spiegare in altro modo la partecipazione di Francesco Casaburo al meeting romano dello scorso sabato.
La sua presenza — scoperta dal sito napolimetropoli.it   — ha destato la curiosità  dei giornali.
Perchè Casaburo è il capogruppo del Pd a Caivano, comune dell’hinterland napoletano.
Che ci faceva a Roma con il ministro Brambilla, si è chiesto il Corriere del Mezzogiorno?
Lui ha risposto: “Ero lì per lavoro”, seccato di doversi giustificare con il suo partito e “pronto a lasciare di fronte all’imbarazzo” democratico.
Le voci si sono subito diffuse: “Casaburo lascia”, “Casaburo va con il Pdl”. Sarà , ma la realtà  è che Casaburo non ha mentito, e che la politica per una volta non c’entra niente, visto che di Giuseppe Carbone è socio per davvero: consigliere di Caf Conflavoratori.
Il denaro, del resto, è bipartisan per natura.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA FARSA BERLUSCONIANA: LAMPEDUSA RILANCIATA CON IL BUONO-VACANZA, GELO DEGLI ALBERGATORI

Aprile 21st, 2011 Riccardo Fucile

DOPO LE PROMESSE DI CAMPI DA GOLF, PREMIO NOBEL, CASINO’, ECCO LA PRESA IN GIRO: IL VOUCHER PER LE FAMIGLIE INDIGENTI SPENDIBILI SULL’ISOLA… GLI ALBERGATORI: “DA BERLUSCONI SOLO TANTE PROMESSE, LE PRENOTAZIONI SONO CROLLATE DEL 95%, QUA CI VOGLIONO FATTI”

La balla del casinò in mezzo al mare non se l’erano bevuta neanche loro. Però, in questa vigilia di Pasqua, qualcosa di più se l’aspettavano.
Non il progetto bello e pronto di un campo da golf su un’isola dove l’acqua ancora oggi arriva con le navi cisterna da Porto Empedocle, non lo sbarco di frotte d’imbianchini e stuccatori per ridipingere di rosa-Porto Cervo i dammusi sparsi nella campagna arsa sopra la Tabaccara, ma una mano tesa quella sì. Un soccorso.
Come quello che si dà  ai naufraghi.
Sono rimasti delusi, avviliti per il decreto – intesa trovata ieri alla conferenza Stato-Regioni – per la concessione del buono-vacanze per le famiglie indigenti che passeranno le ferie nell’isola frontiera anche in luglio ed agosto. Misure straordinarie (il voucher non vale di norma per l’alta stagione) per rilanciare il turismo dopo l’invasione dei migranti.
Un provvedimento che non basta a Lampedusa.
Dice per tutti Antonino Martello, l’unico tour operator – Sogni nel Blu – a questa latitudine e proprietario dell’Oasis Resort a Cala Creta e dell’Hotel Martello davanti al porto: «Ci stanno lasciando soli a fronteggiare una crisi senza precedenti, il buono non risolve i nostri problemi: qui abbiamo il 95 per cento di prenotazioni in meno rispetto al 2010».
Un crollo per effetto dei barconi stracarichi che continuano ad attraversare il Mediterraneo, una paura che ha praticamente già  rovinato la primavera dei lampedusani e avvelenato il Ferragosto che verrà .
«Avevamo bisogno di cose più concrete», spiega Martello, «come un intervento sui mutui e sugli interessi passivi che paghiamo alle banche, a giugno scadono le rate semestrali e gli albergatori non sanno dove prendere il denaro».
A Pasqua gli hotel e le pensioni saranno piene solo di poliziotti, carabinieri, giornalisti, medici, volontari, operatori tivù, vigili del fuoco, interpreti, tutti quelli paracaduti a Lampedusa per fronteggiare o raccontare l’invasione dei tunisini e dei neri su questo scoglio.
Chi aveva deciso tre mesi fa di passare le vacanze fino al primo maggio nella punta più estrema dell’Europa, tre settimane fa ha cancellato i suoi programmi e chiesto indietro la caparra.
I turisti italiani stanno disertando in massa Lampedusa.
Due voli charter in attesa – uno da Bologna e l’altro da Bergamo – per fine giugno contro i venti dell’anno scorso.
Nessuna telefonata per settembre e ottobre, solitamente mesi buoni – qui fa ancora tanto caldo – ma solo disdette.
«E l’incubo più grande rimane per luglio e agosto, tremiamo solo al pensiero di quello che accadrà », risponde Annalisa Lombardo, proprietaria del Paladini di Francia, un bell’albergo bianco che domina la rada dove sono ancorati i pescherecci della marineria lampedusana.
Ancora la Lombardo: «Tante belle parole quelle di Berlusconi quando è venuto sull’isola, tante belle parole ma Berlusconi lo conosciamo…».
È disincanto fra gli albergatori, è rabbia per tutti gli altri. I negozianti. I ristoratori. I baristi. Loro sono fuori.
È fuori Silvana Lucà , la proprietaria del bar Mediterraneo in piazza Libertà , il bar dove centinaia di tunisini bivaccavano dall’alba al tramonto.
Dice: «È un provvedimento non equo, non lo capisco. Anche se in piccola parte vengono premiati gli albergatori noi non siamo sfiorati, io per esempio ho subito molti danni, mi hanno rotto tavoli e sedie, ho subito furti, chi mi risarcisce, chi mi aiuta?».
È fuori anche Maurizio Costanzo dell’Angolo del Mare, trattoria famosa per l’eccellente pesce. Dice: «E ad agosto, con i buoni vacanza io che ci faccio? Guardo il mare?».
Tutti aspettano un’altra volta Berlusconi qui a Lampedusa.
Gira la voce che tornerà  sabato a «fare gli auguri» all’isola.

Attilio Bolzoni
(da “La Repubblica“)

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IL CONTO SALATO PER GLI UFFICI DEI SENATORI: SPESI 81 MILIONI DI EURO IN 14 ANNI

Aprile 17th, 2011 Riccardo Fucile

DENUNCIA DEI RADICALI: ISITITUZIONI USATE COME UN BANCOMAT PER IMPRENDITORI AMICI DEI POTENTI….PER GLI UFFICI DI 86 SENATORI LO STATO SPENDE 5.654 A TESTA PER UNA STANZA A ROMA…SI SPENDE DI PIU’ DI AFFITTO CHE SE AVESSERO COMPRATO LO STABILE

Ottantuno milioni e 600 mila euro: è lo spaventoso conto che è stato presentato ai contribuenti italiani per gli uffici di 86 senatori a partire dal 1° maggio 1997.
Circa 950 mila euro ciascuno. Ovvero, 67.857 euro l’anno, 5.654 al mese, per una stanza nel centro di Roma.
Tanto per capire, con quei soldi si paga a Roma la pigione di una decina di appartamenti in periferia.
Oppure l’affitto di almeno un paio di uffici da 123 metri quadrati come quello di proprietà  dell’Ipab occupato in piazza Campitelli dall’assessore alla Casa del Comune, l’europarlamentare Alfredo Antoniozzi.
Ma per capire come si è arrivati a spendere una cifra che ha dell’incredibile è necessario tornare al 1997, quando l’amministrazione di palazzo Madama (presidente del Senato era Nicola Mancino e segretario generale Damiano Nocilla) stipula con una società  dell’immobiliarista Sergio Scarpellini un contratto d’affitto di un ex albergo romano, il Bologna, dove collocare 86 studi di altrettanti senatori.
Prezzo, tre miliardi e mezzo di lire l’anno: un milione 807.599 euro più Iva e rivalutazione Istat.
Scarpellini è un personaggio piuttosto noto negli ambienti istituzionali: è il proprietario dei palazzi Marini, occupati, con un meccanismo contrattuale di cui beneficia la sua società  Milano 90, del tutto analogo a quello dell’ex albergo Bologna, dagli uffici dei deputati.
Ma per cifre molto più ingenti, considerando i volumi: in 13 anni l’amministrazione di Montecitorio ha speso 561 milioni per gli affitti e i servizi annessi.
I contratti prevedono infatti che Scarpellini fornisca alla Camera non solo gli spazi fisici ma anche il servizio chiavi in mano: portineria, commessi, pulizie, bar…
Così anche all’ex albergo Bologna.
Dove il Senato paga dal 1997 per i servizi una cifra netta aggiuntiva alla pigione pari a un milione 291.142 euro l’anno.
Tutto sembra filare liscio fino al 2001, quando il Senato decide di far valere una clausola contrattuale che gli garantisce il diritto ad acquistare l’immobile. Il prezzo viene fissato da un collegio arbitrale in 23 milioni 920.475 euro.
Ma Scarpellini lo contesta e ne nasce un contenzioso.
Alla fine il Senato rinuncia all’acquisto e Scarpellini rinuncia a due anni di pigione.
E si va avanti con l’affitto, grazie a un nuovo contratto di 10 anni con scadenza il 1° maggio 2013.
Nel frattempo però l’amministrazione del Senato, dove è salito alla presidenza Marcello Pera e Antonio Malaschini è diventato segretario generale, non se ne sta con le mani in mano.
Sono gli anni in cui non si bada a spese e qualche mese prima compra un palazzetto a Largo Toniolo dalla società  di un signore che ha rilevato quello stabile da un fallimento e non è certamente un illustre sconosciuto.
È un senatore in carica. Si chiama Franco Righetti, autore di una lunga traversata centrista dal Ccd all’Udeur.
Pur senza i numerosi protesti bancari che per giunta affliggono l’onorevole in questione, ce ne sarebbe abbastanza per porsi più d’una domanda.
Che però, al Senato, nessuno si pone.
In quel palazzetto, secondo i piani, dovrebbero in futuro finire una parte degli uffici dell’ex albergo Bologna.
Ma l’avventura immobiliare si rivela un mezzo disastro: il palazzetto è composto da una decina di appartamenti classificati come abitazione, e il Comune di Roma non concede il cambiamento di destinazione d’uso.
La pratica si sblocca soltanto nel 2008, quando il sindaco Walter Veltroni si candida alle politiche e nella giunta tecnica che gli subentra compare come «sub commissario» con delega all’urbanistica proprio una dirigente del Senato. Fulmineo, a quel punto, il via libera del Comune.
E i lavori possono partire: in quel palazzetto troveranno posto 30-35 uffici.
Non contenti, mentre si sta comprando il palazzetto di Largo Toniolo, i signori del Senato concludono un’altra ardita operazione immobiliare: l’affitto dall’Isma, l’Istituto Santa Maria in Aquiro, di un altro palazzetto di 3 mila metri quadrati a poca distanza dal Pantheon.
È così malandato che saranno necessari interventi costosissimi.
Ma la ristrutturazione sarà  quasi interamente a spese dello Stato. S
enza considerare che il Senato comincia fin da subito, prima ancora dell’inizio dei lavori di ristrutturazione, a pagare l’affitto: 425 mila euro l’anno più Iva e adeguamento Istat.
Il calvario va avanti otto anni e oggi non è ancora finito.
Dopo lavori interminabili, soltanto nei giorni scorsi sono stati consegnati i primi 21 uffici.
La ristrutturazione, gestita come quella del palazzetto di Largo Toniolo dal provveditorato alle opere pubbliche del Lazio, già  regno di Angelo Balducci, è costata allo Stato 26 milioni: quasi 9 mila euro al metro quadrato, cifra addirittura superiore, secondo le quotazioni di mercato, al valore dell’immobile.
Ben 7 volte il costo che una perizia del Demanio, rivelata dalla trasmissione Le Iene su Italia 1, aveva considerato congruo: pena la possibilità  di dichiarare nullo quel contratto.
Che però, guarda caso, nessuno si sogna di impugnare.
Commenta il segretario radicale Mario Staderini: «Sembra che la priorità  fosse far girare soldi più che avere nuovi uffici. La sensazione è che Camera e Senato siano stati utilizzati come un bancomat per imprenditori d’area e annesse spartizioni partitocratiche. E ora ci ritroviamo una città  della politica che occupa 220 mila metri quadrati, quattro volte il Louvre».
E il bello è che se i radicali non avessero preteso che fossero resi pubblici tutti i contratti, di questo pasticcio non si conoscerebbero molti dettagli.
Il bilancio è agghiacciante.
Per affittare gli 86 uffici dell’ex hotel Bologna il Senato ha già  sborsato, Iva compresa, circa 26 milioni mezzo: tre milioni in più di quello che, secondo la stima contestata da Scarpellini, sarebbe costato acquistare l’immobile.
Altri 25,7 milioni per comprare e ristrutturare il palazzetto di Largo Toniolo dove andrebbero 35 uffici.
Per non parlare dei 29,4 milioni andati in fumo per Santa Maria in Aquiro, che dovrebbe accogliere altri 51 (ma c’è chi dice 54) uffici: 26 milioni per ristrutturarlo più 3,4 milioni di affitti inutilmente pagati per 8 anni, dal 1° marzo 2003 a oggi.
Per questo immobile lo Stato ha speso più quattrini di quanti ne sarebbero serviti per comprarlo.
Invece l’immobile resterà  di proprietà  dell’Isma e quando sarà  scaduto il contratto, nel 2021, se il Senato vorrà  continuare a occupare quegli uffici dovrà  pagare una pigione raddoppiata: 850 mila euro.
Un affarone.
Il totale speso finora per quegli 86 uffici è dunque di 81,6 milioni.
Oltre alle bollette e ai servizi necessari al loro funzionamento.
Il tutto per ritrovarsi con un pugno di mosche in mano, se si eccettua il piccolo stabile di Largo Toniolo.
Risponderà  mai qualcuno per questo immane spreco di denaro pubblico?

Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera”)

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RIACE, IL PAESE CHE CHIEDE PIU’ IMMIGRATI: “MANDATELI QUI, NE ABBIAMO BISOGNO”

Aprile 17th, 2011 Riccardo Fucile

ALTRI 40 SINDACI CALABRESI SEGUONO L’ESEMPIO: FERMIAMO LO SPOPOLAMENTO…SU 1800 ABITANTI,   A RIACE 300 ERANO STRANIERI, ORA SONO ITALIANI E PERFETTAMENTE INTEGRATI…FANNO I FALEGNAMI, I PANETTIERI, I PASTORI, GLI AGRICOLTORI, I CERAMISTI

Nello stesso mare dove ripescarono i famosi Bronzi, molti anni dopo arrivarono anche loro.
E a Riace, la vita non fu più la stessa.
E non certo per merito o per colpa di quella magnifica coppia di statue greche.
Erano stati loro a cambiare tutto.
Loro erano curdi.
Ma poi loro diventarono afgani e palestinesi, diventarono etiopi, eritrei, somali, serbi e albanesi, egiziani, siriani, iracheni, iraniani.
Tutti «nuovi cittadini» di un piccolo paese appena sopra la Locride dei sequestri e delle nefandezze mafiose, tutti che hanno trovato casa e lavoro in una delle terre più povere da questa parte del Mediterraneo.
Ne sono passati almeno 6 mila da lì. E ne vogliono ancora di naufraghi, profughi, rifugiati.
Anche quelli che stanno sbarcando in queste settimane sugli scogli di Lampedusa. Le porte di Riace sono sempre aperte.
Questa è una storia alla rovescia, una di quelle che non ha niente da spartire con gli egoismi e le ossessioni dei tanti Nord d’Italia o d’Europa.
Questa è la storia di un borgo che non è morto perchè sono arrivati «gli altri». Passa il mondo da Riace.
E un po’ di mondo, qui si è fermato per sempre.
Su 1800 abitanti quasi 300 erano stranieri e adesso sono italiani.
I Bronzi li tirarono su nel 1972 e sembrava che Riace dovesse trasformarsi in una Rimini del basso Jonio.
Tutti che parlavano di turismo, tutti che volevano costruire alberghi e palazzi per onorare e sfruttare la miracolosa pesca di quelle statue di straordinaria fattura, poi però i due guerrieri restarono soli in un museo a Reggio e Riace perse metà  della popolazione. Tutti emigrati.
Ogni anno un paese sempre più deserto, sempre più povero.
Fino a quando un barcone quasi si rovesciò a duecento metri dalla costa.
«Io passavo di là , dalla statale e ho visto una folla di uomini e di donne e di bambini che usciva dall’acqua, per me fu come un’apparizione», ricorda Domenico Lucano, allora ragazzo e oggi sindaco di Riace.
Era il 1 luglio 1998.
Nelle case abbandonate dai calabresi che erano andati a lavorare fra il Canada e l’Australia trovarono riparo trecento curdi. I primi.
Perchè poi Riace è diventata una piccola grande capitale multietnica.
Ieri con gli sbarchi dei popoli in fuga dall’Asia e oggi con quelli dei popoli in fuga dall’Africa. Benvenuti a tutti. Anche agli ultimi.
Domenico Lucano e gli altri 40 sindaci della Locride chiederanno ufficialmente al governo «che sono pronti ad ospitare i migranti di Lampedusa».
Sono gli unici che non si rivoltano perchè glieli piazzano nel loro paese, anzi loro li vogliono. È l’esempio di Riace.
È l’altra Italia che è a una cinquantina di chilometri dalla Rosarno della «caccia al negro» di un anno fa e che non è sfuggita a un elogio — un editoriale – dell’Osservatore Romano.
«Ciascun emigrato per noi è una speranza, qui abbiamo bisogno di loro, loro hanno riportato alla vita il nostro paese», racconta il sindaco che viene ormai chiamato da tutti «Mimmo dei curdi» o «Lucano l’afgano».
Il centro storico si è ripopolato anno dopo anno, sbarco dopo sbarco.
Il giorno dopo il permesso di soggiorno, tutti ritirano la carta d’identità  all’ufficio anagrafe del Comune. Tutti residenti. E tutti con un lavoro.
Fanno i falegnami, i panettieri, fanno i pastori, i ceramisti, gli agricoltori.
In paese gira anche una moneta speciale («È un bonus in attesa di alcuni contributi comunitari che arrivano sempre in ritardo», spiega Lucano) con il volto di Gandhi sulle banconote da 50 euro, quello di Martin Luther King su quelle da 20, Peppino Impastato e Che Guevara sui tagli da 10 euro.
Sono ticket che poi si trasformano in soldi veri.
La convivenza con gli italiani di Calabria è perfetta. Un miscuglio di razze e un modello che ha attirato anche il regista de Il Cielo sopra Berlino Wim Wenders, che un anno fa ha girato un cortometraggio «sull’utopia di Riace». Tutto è cominciato con quella visione di Mimmo, il mare e i naufraghi.
E tutto è cominciato anche con il «laboratorio Badolato», l’esperimento di far rinascere con l’arrivo di altri curdi un altro paese calabro voluto tanti anni fa da Tonino Perna, docente di sociologia economica all’Università  di Messina. Sull’esperimento di Badolato è risorto Riace.
«In mezzo a tanti disastri, c’è anche una civiltà  del Meridione che è questa», dice Perna che spiega poi come etiopi ed eritrei ed afgani abbiano «occupato» nella sua Calabria terre abbandonate per coltivare i campi come una volta.
Dopo Badolato Riace, dopo Riace anche il paese di Caulonia ha i suoi «nuovi cittadini».
Dopo Caulonia adesso altri comuni calabresi vogliono «gli altri».
Ve l’avevamo detto che questa era una storia alla rovescia.

Attilio Bolzoni
(da “La Repubblica“)

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THYSSEN, FU OMICIDIO VOLONTARIO: SENTENZA STORICA A TORINO, PESANTE CONDANNA A 16 ANNI PER ESPENHAHAN

Aprile 16th, 2011 Riccardo Fucile

NEL ROGO MORIRONO SETTE OPERAI, ACCOLTE LE RICHIESTE DELL’ACCUSA…FU UNA TRAGEDIA ANNUNCIATA, CAUSATA DALLA COLPEVOLE OMISSIONE DELLE MISURE DI SICUREZZA ALL’INTERNO DI UNO STABILIMENTO IN VIA DI DISMISSIONE

Non appena risuona la parola “colpevole”, i parenti delle sette vittime della strage della Thyssen Krupp trattengono a stento un moto di gioia.
Poi, con il passare dei minuti, non trattengono più le lacrime.
Fino a che un padre, sopraffatto dall’emozione, non viene adagiato su una barella.
Non hanno perso un’udienza e non potevano certo mancare alla lettura della sentenza che, seppure niente e nulla potrà  mai ripagare il dolore di una morte, li premia.
Un verdetto pesantissimo quello della Corte d’Assise di Torino, che accoglie in pieno (e anche oltre) tutte le richieste dell’accusa.
Harald Espenhahan, amministratore delegato della Thyssen Krupp Italia, è stato condannato a sedici anni e sei mesi di reclusione per omicidio volontario con dolo eventuale.
È la prima volta che un Tribunale riconosce un reato così grave per “incidente” sul lavoro.
Tredici anni e sei mesi ai dirigenti Gerald Priegnitz e Marco Pucci, al direttore dello stabilimento torinese Raffaele Salerno e al responsabile sicurezza Cosimo Cafueri, imputati di omicidio colposo con colpa cosciente; 10 anni e dieci mesi (l’unica pena superiore alle richieste della pubblica accusa) al dirigente Daniele Moroni.
E’ da poco passata l’una del 6 dicembre 2007, quando, sulla linea 5 dell’acciaieria di corso Regina Margherita, si sviluppa un principio d’incendio. Antonio Schiavone, 36 anni e tre figli, si china per tentare di spegnerlo; improvvisamente cede un tubo, fuoriesce una gran quantità  d’olio che provoca un’esplosione.
Schiavone muore sul colpo.
Dietro di lui sei compagni di lavoro vengono travolti dalle fiamme.
L’ottavo componente della squadra, Antonio Boccuzzi, oggi parlamentare del Pd, riesce miracolosamente a scampare.
Sei ore dopo l’esplosione muore Roberto Scola, 32 anni e due figli, giunto al reparto grandi ustionati del Cto di Torino pienamente cosciente.
Il cuore di Angelo Laurino, 43 anni e due figli, si ferma all’Ospedale San Giovanni Bosco il pomeriggio del 6 dicembre. Bruno Santino muore di sera; aveva 26 anni e della fabbrica non ne poteva più e di lì a poco si sarebbe licenziato per aprire un bar con la fidanzata ventunenne.
La Torino post olimpica, d’un tratto, scopre che gli operai esistono ancora. E che muoiono sul lavoro.
Il 16 dicembre 2007 la città  accompagna in duomo i funerali delle prime quattro vittime, poche ore prima che, in una stanza delle Mollinette, finisca la lotta di Rocco Marzo, 54 anni e due figli, il più anziano (sarebbe andato in pensione dopo poche settimane) del gruppo.
Tre giorni dopo, il 19 dicembre, muore anche Rosario Rodinò, 26 anni, stessa età  di Giuseppe Demasi, che resiste fino al 30 dicembre.
Sette morti, una strage mai vista.
Il verdetto della Corte d’Assise di Torino arriva dopo un processo celebrato a tempo di record, tre anni e cinque mesi dopo quella notte maledetta.
Indagini chiuse il 23 febbraio 2008, un primo risarcimento record di 12 milioni e 970 mila euro da parte della Thyssen-Krupp alle famiglie delle vittime (giugno) poi l’udienza preliminare e il rinvio a giudizio (novembre), quindi il dibattimento iniziato a gennaio 2009 e conclusosi ieri.
Ottanta udienze spesso concitate in cui non sono mancati colpi di scena, su tutti l’indagine parallela a carico di una decina di persone che, “avvicinate” dall’azienda, avrebbero dichiarato il falso in dibattimento.
Secondo l’accusa il rogo della Thyssen Krupp fu una “tragedia annunciata”, causata dalla colpevole omissione di adeguate misure di sicurezza all’interno di uno stabilimento in via di dismissione: sistemi di rilevazione incendi assenti, estintori vuoti o malfunzionanti, carenza di manutenzione, sporcizia e, soprattutto, quell’email firmata Harald Espenhahan in cui l’amministratore delegato dichiarava il dirottamento di un investimento di 800 mila euro (sollecitato dalle assicurazioni nel 2006 dopo un analogo incendio nello stabilimento tedesco di Krefeld) “from Turin”, cioè non a Torino, ma a Terni, dove la linea 5 avrebbe dovuto essere smontata e trasferita (nonostante il picco di produzione raggiunto appena due mesi prima della strage).
Per i pubblici ministeri Guariniello, Longo e Traverso “from Turin” era la pistola fumante, motivo dell’imputazione di omicidio volontario con dolo eventuale a carico di Espenhahan, che avrebbe coscientemente risparmiato sulla sicurezza accettando il rischio di incidenti anche gravi.
Secondo i difensori — tra cui spiccava l’avvocato Franco Coppi, già  legale di Giulio Andreotti — l’imputazione di omicidio volontario era “obbrobriosa”, formulata dalla Procura “in modo frettoloso sull’onda dell’emozione”, addirittura un “processo politico” contro “la fabbrica dei tedeschi” (dal titolo del documentario di Mimmo Calopresti).
Secondo la difesa l’azienda non trascurò la sicurezza degli operai, cercando in qualche modo — pur dichiarando di volerlo evitare a tutti i costi — di addossare ai lavoratori la responsabilità  di quanto accaduto.
La Corte d’Assise di Torino non ci ha creduto.

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