Destra di Popolo.net

LAVORA SOLO UNA MAMMA ITALIANA SU DUE: SENZA AIUTI, SENZA SERVIZI SOCIALI, SENZA OCCUPAZIONE

Marzo 8th, 2011 Riccardo Fucile

SIAMO IL FANALINO DI CODA INSIEME A MALTA… IN OLANDA L’OCCUPAZIONE SALE AL SECONDO BIMBO… IN ZONA EURO IN DIECI ANNI IL LAVORO FEMMINILE E’ SCESO DELLO 0,6%, IN ITALIA DELL’1,2%

Perfino nell’Europa del 2011, sembra che alla condizione di donna si accompagni un danno oggettivo, un’oggettiva difficoltà  di vivere.
Questo dicono i dati che l’Eurostat, l’istituto incaricato di tradurre in cifre la nostra vita, ha scodellato in vista dell’8 marzo, festa mondiale delle donne: in tutti i 27 Paesi dell’Unione Europea, il tasso di occupazione femminile diminuisce con l’aumentare del numero dei figli, mentre per gli uomini accade il contrario.
La famiglia con i suoi carichi è dunque un fattore penalizzante per il lavoro femminile, e questo lo si sapeva da sempre.
Come si sapeva che la penalizzazione si allevia, quanto più la madre può contare su asili nido o altre strutture pubbliche di assistenza: meno asili a disposizione, meno madri in grado di conservare il loro impiego.
Ma è il secondo dato, quello che più colpisce: i due Paesi, su tutti, in cui alle donne fra i 25 e i 54 anni con figli è più difficile lavorare, sono Malta e l’Italia. Per confermarlo, la statistica seziona impietosamente le diverse tipologie familiari.
Ecco qualche esempio al volo: donne senza figli, media Ue 75,8 per cento di occupazione; Germania 81,8, Finlandia 83,2, e via via tutti gli altri Paesi; fanalini di coda l’Italia (63,9), e Malta (56,6).
Madri con un figlio: media Ue 71, 3; Francia 78; Gran Bretagna 75, Grecia 61,3, Italia 59 e Malta 45,7. Madri con 2 figli: media Ue 69,2, Belgio 77,2, Francia 78, Slovenia 89, 1, Finlandia 83,3, e così via; ultime in fondo all’elenco: Italia 54,1, e Malta, 37,4.
Panorama ribadito dalla colonna dedicata alle madri con 3 figli o più: media Ue 54,7, Belgio 61, 7, Olanda 71,3; e l’Italia? Un tuffo all’in giù: in questa categoria, risulta infatti occupato solo il 41,3% delle donne (ancora una volta, superate in peggio soltanto dalle maltesi: 29,6%).
Se poi si allarga la visione a tutta l’occupazione femminile, il quadro generale è altrettanto grigio: ovunque la donna lavora meno dell’uomo, e in tutta la zona Euro l’occupazione femminile è calata in media dello 0,6% dal 1999 al 2009, ma in Italia è calata ancor di più: -1,2%.
Non solo.
Esiste anche un’altra statistica, che prende in considerazione il cosiddetto tasso di inattività  economica: persone che neppure cercano un’occupazione, gente al di fuori del mercato del lavoro.
Nel 2009, nella Ue, erano in questa condizione 8,7 milioni di uomini e 23,4 milioni di donne, rispettivamente l’8,2% e il 22,1% del totale.
Ma anche qui, grandi differenze: per le donne, il tasso di inattività  era bloccato al 13% in Svezia o in Danimarca, ma balzava al 35,5% in Italia, e al 51,1% a Malta.
Un altro piazzamento in coda all’Europa.
Frutti avvelenati dei vecchi pregiudizi, «la donna deve pensare ai figli» e via dicendo?
Non sembra: in Spagna, uno dei Paesi più tradizionalisti, si è dimezzato in 30 anni il numero di coloro che nei sondaggi ritengono giusta questa affermazione.
Più probabilmente, concordano gli esperti di Bruxelles, la crisi iniziata nel 2008 ha colpito di più le fasce più deboli: piove sul bagnato, insomma.
C’è anche qualche sorpresa, nella fotografia scattata dall’Eurostat: se è vero che la presenza dei figli tira ovunque verso il basso gli indici dell’occupazione femminile, in alcune nazioni – Olanda, Finlandia, Ungheria – la tendenza sembra invertirsi quando al primo figlio ne segue un secondo, o un terzo; l’ipotesi è che la giovane madre, dopo il primo anno di crisi, riesca a riassestarsi forse anche con l’aiuto di nonne o di zie, e superi poi il secondo parto molto più pronta ad affrontare gli stress del ritorno al lavoro.
Ma vi sono anche nazioni, come il Belgio o la Slovenia – note per i buoni e numerosi asili nido – dove il tasso di occupazione femminile resta invariato anche con uno o due bambini in casa, e comincia a calare soltanto dopo il terzo figlio.
Quanto agli uomini con famiglia, il loro è un percorso esattamente contrario: più sono i figli a carico (almeno fino a due), più cresce il tasso di occupazione.
Gli esperti non offrono in questo caso una spiegazione, si limitano ad allineare le cifre: uomo con un figlio, media Ue 87,4% (Italia 88%); uomo con due figli, media Ue 90,6 (Italia 91,1); uomo con tre o più figli, media Ue 85,4 (Italia 87,7).
Ancora una volta l’Europa declinata al maschile sembra offrire una vita più facile, o meno faticosa.

Luigi Offeddu
(da “Il Corriere della Sera“)

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FESTA DELLA DONNA: NON MIMOSE, MA PROPOSTE

Marzo 8th, 2011 Riccardo Fucile

L’8 MARZO, TRA MANIFESTAZIONI ED INIZIATIVE IN OLTRE 50 CITTA’, TORNA AD ESSERE UNA GIORNATA DI LOTTA PER IL LAVORO…. LE RICHIESTE: CANCELLAZIONE DELLE DIMISSIONI IN BIANCO, ASSEGNO DI MATERNITA’ PER 5 MESI, CONGEDO OBBLIGATORIO RETRIBUITO PER I PADRI PER 15 GIORNI, COME STABILITO DAL PARLAMENTO EUROPEO

Non è più tempo di mimose.
Domani le donne scenderanno in piazza con proposte, richieste concrete. Vogliono lavoro e uguaglianza di trattamento e lo chiederanno a voce alta in oltre cinquanta città  d’Italia come non avveniva da tempo ormai.
E’ il ritorno ufficiale dell’8 marzo.
Certo, è anche il centenario della Giornata internazionale delle donne.
E lo celebrerà  in pompa magna pure il Parlamento europeo, ma non basta a spiegare quello che sta accadendo in questi giorni.
Iniziative su iniziative, cortei, idee dal Piemonte alla Sicilia.
Che siano cento anni di anniversario non lo ricorda quasi nessuno, che sia il momento di far sentire la propria voce sì.
E quindi archiviato il tempo delle manifestazioni con i mazzolini gialli e l’aria un po’ scanzonata, finito il tempo delle cene e dei regalini, a scendere in piazza sarà  di nuovo la rabbia.
«Per alcuni anni ci si è illusi che ci fosse uguaglianza e che tutti gli articoli della Costituzione fossero attuati – spiega Valeria Fedeli, sindacalista, e fra le fondatrici del movimento «Se non ora quando» – Ora sappiamo che non è così e, quindi, l’8 marzo torna ad avere un ruolo centrale. Infatti le nostre manifestazioni parleranno di lavoro».
Porteranno in piazza tre richieste.
Innanzitutto l’introduzione della legge 188 voluta dal governo Prodi e abrogata dal governo Berlusconi che cancellava le dimissioni in bianco, un foglio di dimissioni fatto firmare senza data al momento dell’assunzione che il datore di lavoro usa nel momento in cui la donna va in maternità  per sbarazzarsene.
Poi, un assegno di maternità  universale per cinque mesi a tutte le madri, dipendenti o autonome, stabili o precarie, a carico della fiscalità  generale e non di un fondo Inps.
Infine, il congedo obbligatorio (e non solo facoltativo) per i padri retribuito al 100% per quindici giorni, come previsto dalla legge approvata dal Parlamento Europeo lo scorso ottobre.
Le richieste delle donne del «Snoq» arriveranno domani dalle mille piazze.
A Roma si inizia a   da piazza Vittorio a Roma.
Sul palco operaie tessili, giornaliste, insegnanti, sportive, scrittrici, migranti, studentesse, insieme a Claudia Pandolfi, Valeria Golino, e Carmen Consoli.
Il loro simbolo una coccarda rosa.
Ma le sigle in piazza saranno molte, a conferma dell’importanza della giornata.
Le città  di tutta Italia sono coinvolte, da Cuneo a Firenze, da Napoli a Benevento, fino a Milano e Roma.
«L’Italia è un Paese in cui il lavoro delle donne viene considerato ancora non indispensabile – continua Valeria Fedeli – se vengono licenziate 300 lavoratrici, come è accaduto all’Omsa, ne parlano in pochi e non suscita alcuno scandalo. Se avessero perso il lavoro 300 uomini che sarebbe accaduto?. La prossima tappa sarà  la nascita di un grande movimento di donne: un soggetto politico e non partitico che avrà  rapporti con le istituzioni per creare un ampio dibattito politico e portare avanti le nostre richieste».

Flavia Amabile
(da “La Stampa“)

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LA RAI PERDE IL RECLAMO CONTRO LA FERRARIO: L’ARROGANZA DI MINZOLINI E MASI NON PAGA

Marzo 8th, 2011 Riccardo Fucile

LA CONDUTTRICE FU DISCRIMINATA: IL TRIBUNALE DEL LAVORO HA RIGETTATO IL RECLAMO RAI CONTRO L’ORDINANZA CHE NE AVEVA DISPOSTO IL REINTEGRO NELLE MANSIONI DI CONDUTTRICE DEL TG1 E DI INVIATA PER I GRANDI EVENTI

Anche l’ordinanza collegiale, come già  quella del precedente Giudice, avrebbe ravvisato, secondo gli avvocati, sia la lesione della professionalità  della giornalista sia la discriminazione da lei subita: “Sussistono elementi indiziari che convergono univocamente nel far ritenere che lo spostamento della lavoratrice dalle mansioni di conduttrice di telegiornale sia da addebitare più che ad effettive esigenze organizzative ad una volontà  ritorsiva posta in essere dai vertici della redazione al fine di sanzionare il dissenso manifestato dalla giornalista nei confronti della linea editoriale impressa al telegiornale dal direttore”.
Ora la Rai “non ha più alcun appiglio per non eseguire la decisione del Giudice”, hanno fatto notare ancora i legali della giornalista avvocati Domenico e Giovanni Nicola d’Amati: “se sarà  necessario, chi si è ostinato nella mancata esecuzione dell’ordine del Tribunale sarà  chiamato a risponderne personalmente nelle sedi competenti”.
“Le decisioni dei giudici si rispettano e si applicano anche quando non si condividono”, ha detto il consigliere di amministrazione Rai di minoranza Nino Rizzo Nervo.
“E questo vale ancor di più in un’azienda a intero capitale pubblico e concessionaria di un pubblico servizio per evitare ulteriori danni economici derivanti dalla mancata esecuzione di un’ordinanza”.
Adesso che, rileva ancora il consigliere del Cda “anche il Tribunale in composizione collegiale ha respinto il ricorso della Rai, Tiziana Ferrario deve essere reintegrata con la massima urgenza”.
Rizzo Nervo annuncia che è quanto chiederà  giovedì in Consiglio di amministrazione che, “a propria tutela, dovrà  impegnare, se fosse necessario anche con una delibera, il direttore generale in tal senso. L’ordinanza del Tribunale di Roma, sezione del lavoro, pone infine — cocnlude il consigliere di amministrazione — un problema che il Cda non potrà  ignorare: la responsabilità  personale di quei dirigenti che per aver agito, come si legge nelle motivazioni, ‘con volontà  ritorsivà  hanno esposto l’azienda a vertenze giudiziarie determinando un danno concreto e accertabile”.
La verità  è che l’arroganza di Minzolini e Masi di volersi circondare solo di giornalisti in linea con il centrodestra, sta producendo solo disastri, identificando il governo in un regime dove chi dissente viene eliminato.
Sinceramente cosa abbia di liberale questo esecutivo è ormai oscuro a qualsiasi osservatore neutrale.

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URAGANO DI TAGLI DEL GOVERNO SULL’ISTRUZIONE: IL PROSSIMO ANNO SALTERANNO 20.000 CATTEDRE

Marzo 7th, 2011 Riccardo Fucile

VI SARANNO ANCHE 14.000 POSTI IN MENO TRA IL PERSONALE NON DOCENTE…TAGLIATE 45 MILA CATTEDRE, PARI AL 51% DEL TOTALE, QUELLE ELIMINATE NELLE REGIONI MERIDIONALI… GLI AUMENTI AI DOCENTI? TRA SEI ANNI, QUANDO IL GOVERNO NON CI SARA’ PIU’

Mentre per le scuole paritarie il premier auspica un Buono-scuola, le statali vengono colpite da un autentico uragano di tagli.
In tre anni di governo Berlusconi, insegnanti, alunni, dirigenti scolastici, bidelli, assistenti amministrativi, tecnici di laboratorio, supplenti e genitori hanno dovuto fare i conti con “risparmi” su tutti i capitoli: posti in organico, fondi e addirittura ore di lezione.
Del resto, il buongiorno si vede dal mattino: nella prima Finanziaria, quella estiva del 2008, il governo somministrò alla scuola pubblica una vera e propria cura da cavallo: 132 mila posti in meno in un triennio e “sforbiciata” per 8 miliardi di euro netti.
La maggior parte del bilancio del ministero dell’Istruzione, circa il 94 per cento del totale, se ne va in stipendi del personale.
E per “risparmiare” occorre tagliare le cattedre.
Nel mese di giugno del 2008 il ministro Tremonti presentò il conto alla collega, Mariastella Gelmini: 87400 cattedre in meno in tre anni (45 mila al sud, pari al 51%)).
Per il prossimo anno ne dovranno eliminare 19700.
Risultato: riduzione delle ore di lezione per gli alunni e disoccupazione per migliaia di precari.
La scure non ha risparmiato il cosiddetto personale non docente: bidelli, assistenti amministrativi e tecnici di laboratorio.
L’ultima tranche di tagli prevede 14 mila posti in meno, che si aggiungono ai 30 mila già  tagliati l’anno scorso e quest’anno.
Anche nella scuola a pagare la “manovra” sono i più deboli: i supplenti.
I dati dell’anno in corso non sono ancora disponibili, ma basta citare quelli degli ultimi due anni per comprendere la portata del fenomeno.
In appena due anni, dal 2007/2008 al 2009/2010 quasi 25 mila supplenti con incarichi annuali hanno dovuto dire addio a stipendio e incarico.
Nonostante il numero degli alunni in Italia non sia mai diminuito, in un triennio (dal 2007/2008 al 2010/2011) le classi sono calate di 10.617 unità .
Va da sè che le classi sono sempre più affollate e non mancano aule con 30 o addirittura 35 alunni stipati dentro.
Nel 1997 la scuola italiana entrò nell’era dell’Autonomia.
Venne così stanziato un apposito budget che annualmente viene ripartito tra le 10 mila scuola del Paese.
Anche questi trasferimenti sono stati colpiti: nel 2008 i fondi per la cosiddetta legge 440/97 sfioravano i 186 milioni.
Due anni dopo si assottigliano a 127 milioni: meno 32 per cento.
La riforma Gelmini della scuola elementare (ora primaria), media e superiore si basa su un enorme incisione alle ore di lezione.
Alle elementari le famiglie possono scegliere quattro moduli-orario: 24, 27, 30 e 40 ore settimanali.
Alla media, le ore di lezione alla settimana passano a 30.
In passato, le scuole elementari e medie funzionavano con un maggior numero di ore.
Ma è alle superiori – a settembre scatta il secondo anno di riforma – che le ore di lezione vengono falcidiate.
La Relazione tecnica parla chiaro: per tagliare le 87 mila cattedre previste, a regime, tutti gli studenti dei licei staranno in classe per 71 mila ore di lezione in meno, quelli dei tecnici riusciranno a evitare 240 mila ore di lezione a settimana e 223 mila in meno i compagni degli istituti professionali.
La scuola italiana non riesce a pagare 11200 insegnanti specialisti di inglese alla primaria.
Per questa ragione: la manovra Tremonti-Gelmini prevede la loro riconversione in insegnanti comuni.
L’Inglese ai bambini dell’elementare verrà  impartito da insegnanti che nel frattempo avranno seguito un corso di 400 ore.
Tre anni fa le classi con orario a Tempo prolungato (fino alle 16) rappresentavano il 29 per cento del totale.
Quest’anno sono il 21 su cento.
Il premier però ha garantito: “aumenterò gli stipendi ai docenti”.
Sapete quando è previsto?
Tra sei anni, quando non sarà  più al governo.
E lo smantellamento della scuola pubblica a favore di quella privata continua.

Salvo Intravaia
(da “La Repubblica“)

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L’ASSESSORE LEGHISTA LICENZIA IL SUO PORTAVOCE CHE HA SCRITTO UN LIBRO SUL BUNGA BUNGA

Marzo 6th, 2011 Riccardo Fucile

“LA LEGA E’ SUCCUBE DEL PDL, UN POLTRONIFICIO CHE TREMA PER UN LIBRO SUL BUNGA BUNGA, SIAMO ALLA CENSURA”…MARCO MARSILI, GIORNALISTA E DIRETTORE DE “LA VOCE D’ITALIA” E’ STATO LICENZIATO DALL’ASSESSORE ALLO SPORT DELLA REGIONE LOMBARDIA PER AVER DATO ALLE STAMPE “ONOREVOLE BUNGA BUNGA”

La tesi del libro? Nulla che già  non sapessimo: la ricostruzione in 480 pagine del legame tra sesso e potere, dalla figlia segreta di Mitterand alla condanna per stupro di Moshe Katsav, corredato dalle intercettazioni del Ruby gate che dipingono, come leggiamo sulla pagina Facebook, “il ritratto di un Berlusconi grottesco, solo, circondato da ruffiani ed escort, gente pronta a tutto pur di sfruttare la sua solitudine”.
Marsili pubblica il libro all’inizio di febbraio e il 25 dello stesso mese viene licenziato dopo soli 10 giorni nel ruolo di portavoce.
Nessuna motivazione e nessuno, l’assessore Rizzi incluso, che gli spiegasse le ragioni della revoca immediata del contratto.
“E’ una forma di ritorsione, di censura a posteriori”, spiega Marsili.
“Intervistato da Il Giorno, il capo della segreteria della Rizzi Alessandro Pedrini [figlio di Renato Pedrini, dirigente della Asl in Valcamonica in quota Lega] ha ammesso che con la pubblicazione del libro sarebbe venuto meno il ‘rapporto di fiducia’ con l’entourage.
Pedrini ha detto che se avessi scritto un libro su Bossi avrebbero fatto lo stesso, ma non è vero.
Di fatto, questo licenziamento lampo non è dovuto ad alcuna ragione professionale. Hanno violato l’articolo 21 e i miei diritti di lavoratore”.
Il rapporto tra l’autore e Monica Rizzi è iniziato a maggio dell’anno scorso quando “ha iniziato a parlare del federalismo con le mie parole con tutti i discorsi che le ho scritto”, puntualizza Marsili.
“I leghisti vogliono difendere i diritti dei popoli padani e sono sudditi del Pdl e di Roma ladrona.
‘Guarda che bravi che siamo, Silvio’, vorrebbero dirgli, e allora colpiscono uno per educarne cento”.
Ma l’entourage della Lega, come lo stesso Renzo Bossi che Marsili sentiva decine di volte al giorno “via mail o sms”, non ha letto nulla del libro.
Un caso, insomma, di censura al buio.
“La telefonata per stralciare il mio contratto è partita da Davide Caparini, deputato del Carroccio e padrino politico della Rizzi, che ha ordinato a Pedrini di procedere.
L’assessore ha semplicemente avallato, ma non è stata lei a decidere. Io non l’ho più sentita e anche Renzo Bossi è sparito”.
E ora per Marsili è arrivato il momento di sparare anche altre cartucce: “Devono ancora pagarmi da giugno scorso per il sito di Miss Padania a cui ho lavorato. Ma io non ho il problema diei mestieranti della politica, svolgo altre attività . Le mie due lauree sono vere, non come quella della Rizzi”.
Infatti l’assessore allo Sport è al centro delle indagini della Procura di Brescia per la laurea in psicologia che compare sul curriculum ma non è, pare, provata dalle carte.
“La Lega fa scuola nel campo dei titoli mai presi. Umberto Bossi ha fatto un paio di feste di laurea in Medicina senza averla mai conseguita e il figlio Renzo dice di essere iscritto all’università  ma non dice quale”.
In campagna elettorale alle scorse regionali, inoltre, la candidatura di Bossi jr. a Brescia al posto della Rizzi aveva destato molti malumori.
“Renzo è stato imposto dall’alto e allora tutti a pancia a terra a lavorare per lui. Doveva essere il candidato con più voti in assoluto, altrimenti che figura ci faceva suo padre? Il malumore era tanto che i bresciani militanti cominciarono a cancellare i graffiti di ‘Padania libera’ per la città . Chi lavorava per il partito sul territorio è rimasto disgustato dal suo sorpasso in lista”.
E il collegio di Brescia era l’unico dove poteva presentarsi visto che, prosegue Marsili, “Bergamo è di Calderoli, anche se non è un ortodosso bossiano visto che, dopo l’ictus del Senatùr, aspirava alla successione. E Varese non si tocca, lì Maroni è troppo potente”.
E ora che ha perso il suo contratto con la Regione Lombardia cosa farà  Marsili? “Da lunedì riprenderò le lezioni all’Università  dell’Insubria, dove insegno giornalismo”, conclude.
“Come tutti gli anni farò vedere ai miei studenti ‘Quarto potere’, affinchè capiscano i legami tra informazione e politica. Non voglio contribuire ad alimentare la cultura dello slogan che si limita a gridare ‘Padania libera, viva Bossi’. A proposito: “la Lega ha mai spiegato che differenza c’è tra il federalismo fiscale e quello municipale?”.

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BOCCHINO: “LA VERA DESTRA SIAMO NOI: A DIFESA DELLA SCUOLA PUBBLICA E DEGLI INSEGNANTI SOTTOPAGATI”

Febbraio 28th, 2011 Riccardo Fucile

“OCCORRE RICONOSCERE DIRITTI ALLE COPPIE DI FATTO: BASTA IPOCRISIE, META’ DEL GOVERNO E’ COMPOSTO DA COPPIE DI QUESTO TIPO”…”MENTRE BERLUSCONI BACIAVA L’ANELLO A GHEDDAFI, FINI CHIUDEVA LE PORTE DI MONTECITORIO AL RAIS”… “ADOZIONI ANCHE AI SINGLE O E’ FORSE MEGLIO CHE LASCIARLI MORIRE DI FAME IN AFRICA?”…”ANCHE BARBARA BERLUSCONI ORA E’ SINGLE, PERCHE’ NON POTREBBE ADOTTARE UN BAMBINO AFRICANO?”

L’assemblea costituente di Futuro e libertà  che abbiamo tenuto a Milano ha fatto emergere una linea politica chiara e precisa che la campagna mediatica successiva ha cercato di non far comprendere agli elettori.
Fli si è proposto come il nuovo centrodestra, il vero centrodestra, colmando il vuoto lasciato dal fallimento del Pdl.
Fini è stato chiaro nel dire che il partito che costruiremo dev’essere ciò che il Pdl non è stato, quel grande contenitore nazionale, popolare, moderato, riformista e liberale alternativo alla sinistra, in cui si possano riconoscere culture plurali all’insegna della vera partecipazione e della democrazia interna.
Questa linea è stata poi rafforzata dalla decisione di uscire dal berlusconismo che ci ha caratterizzato per molti anni e dall’antiberlusconismo che ci ha visti protagonisti negli ultimi mesi.
La nostra missione è il post-berlusconismo, la costruzione del centrodestra che dovrà  battere elettoralmente la sinistra dopo l’uscita di scena dell’attuale presidente del consiglio.
Se questa è la linea che ci siamo dati intendiamo richiamare l’attenzione dell’elettorato di centrodestra e in particolare di destra sulle ultime vicende di cronaca politica.
Cominciamo dalla Libia.
Su questo argomento è emerso con chiarezza che il vero centrodestra e la vera destra sono rappresentati da Fini e da Fli.
Mentre Berlusconi baciava la mano a Gheddafi, con tanto di applausi dei suoi plaudatores provenienti da An, Fini si distingueva chiudendo le porte della Camera dei deputati alle sceneggiate bizzarre del dittatore africano, ricalcando la linea distinta e distante che già  aveva tenuto da ministro degli Esteri.
Veniamo adesso all’attacco del premier alla scuola pubblica.
Possono il centrodestra italiano e la destra nazionale immersa culturalmente nell’Italia di Giovanni Gentile screditare così il grande patrimonio educativo, istruttivo e culturale rappresentato dalla nostra scuola?
Possono il centrodestra italiano e la destra nazionale mortificare così il popolo di insegnanti sottopagati che ogni giorno forma i nostri figli?
Il vero centrodestra, quello di Fini e di Fli, sta dalla parte della scuola pubblica, così come prevede la Costituzione, senza nulla togliere alla scuola privata, che in parte svolge una funzione molto positiva.
In Italia esistono tre tipi di scuole private.
Quella cattolica va sostenuta e rispettata per quanto di buono fa, poi c’è la scuola privata che funge da diplomificio a pagamento e che andrebbe chiusa e, infine, la scuola privata per i figli dei ricchi, utile a farli diventare di norma ignoranti, ma poliglotti.
E adesso veniamo ai gay. Ha ragione da vendere Berlusconi quando dice che mai dovranno esserci i matrimoni tra omosessuali e noi siamo d’accordo. Cosa diversa è porsi i problemi dei diritti delle coppie di fatto in generale, visto anche che oltre la metà  del governo è composta da persone che hanno vissuto o vivono nell’ambito di una coppia di fatto.
Per concludere l’adozione ai single.
Va detto che l’ipotesi che un bimbo cresca con un solo genitore è purtroppo prevista in natura ed è stata molto diffusa quando le donne morivano di parto e gli uomini in guerra.
Forse su questo argomento un supplemento di riflessione andrebbe fatto, chiedendosi se è meglio affidare un bambino a un single o lasciarlo morire di fame in Africa.
Anche perchè i single non sono dei disadattati.
Anche Barbara Berlusconi oggi è single e certamente un bambino che domani morirà  di fame in Africa starebbe meglio a casa sua, all’insegna di quella solidarietà  che dovrebbe appartenere al centrodestra e alla destra.

Italo Bocchino

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IL 12 MARZO ANCHE I FINIANI IN PIAZZA “A DIFESA DELLA COSTITUZIONE”

Febbraio 27th, 2011 Riccardo Fucile

UN NO ALLA RIFORMA AD PERSONAM DELLA GIUSTIZIA E AL BAVAGLIO DELL’INFORMAZIONE… FARE FUTURO: “LA DESTRA HA IL DOVERE DI STARE DOVE SI COSTRUISCE L’ITALIA DI DOMANI E DI DIFENDERE LA DIGNITA’ DI UNA COMUNITA'”

Difendere la Costituzione.
Difendere lo spirito costituente.
Difendere il tricolore.
Difendere la nostra libertà .
Difendere il diritto di espressione contro ogni bavaglio.
Difendere la speranza.
Difendere l’idea che gli italiani non si debbano sentire, sempre e comunque, in un’eterna guerra civile.
Difendere l’idea che la condivisione possa vincere sull’odio sociale.
Difendere il diritto di avere avversari e non nemici.
Difendere il senso dello Stato.
Difendere valori che devono essere di tutti, nessuno escluso: l’onestà , la sincerità , il decoro, la lealtà , la legalità , la giustizia…
Difendere l’unità  nazionale da chi la vuole mettere nella soffitta dei brutti ricordi.
Difendere il buonsenso. E la moderazione.
Difendere la democrazia.
Difendere la dignità  di un popolo. E di una nazione.
Difendere la politica intesa come arte del far bene alla polis. E non come salvaguarda d’interessi di parte.
Difendere l’idea che le regole debbano essere condivise.
Difendere l’idea di un’Italia che sappia rialzarsi, che sappia uscire da questa maledetta notte.
È arrivato il tempo dell’azione.
È arrivato il tempo per una destra moderna e non berlusconiana di mettersi in gioco, di scendere in piazza.
Perchè non si può più star zitti.
Perchè il mondo vero è là  fuori, non certo in Parlamento.
È arrivato il tempo dell’urlo.
È arrivato il tempo del patriottismo. E dell’interventismo.
È arrivato il tempo di manifestare con una sola bandiera.
Di uscire da casa con i simboli che unisco e non dividono, che ci fanno sentire Nazione: la Costituzione e il tricolore.
La Costituzione non certo come lettera morta ma come spirito vivo, come vento della storia e della sfida.
Non come libro ammuffito, dimenticato sotto troppa polvere.
Ma come segno concreto di una grande avventura storica che ha saputo riunire una Nazione dopo la tragedia della guerra mondiale.
Un’avventura che deve proseguire giorno dopo giorno, anno dopo anno.
La Costituzione come spirito unificatore tra persone che si guardano in faccia per esaltare ciò che le unisce: un destino comune, un romanzo collettivo, un patrimonio pubblico.
Per tutto questo e per altro ancora, Farefuturo webmagazine aderisce con entusiasmo alla manifestazione indetta da Articolo21 per il 12 marzo a Roma e in tutte le città  d’Italia e d’Europa.
Non è un’adesione di maniera.
Andiamoci in piazza, tutti insieme, in tanti, in tantissimi.
Con l’allegria di chi sa che sta facendo la cosa giusta.
Una destra repubblicana e patriottica ha il dovere di stare là  dove si costruisce l’Italia di domani, la patria di domani.
Ha il dovere di difendere la dignità  di una comunità . Scendiamo in piazza, urliamo tutta la nostra moderazione.
Ma urliamola senza alcun moderatismo.
Perchè nessun uomo libero può starsene a dormire.

Filippo Rossi
FareFuturo

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FINI RILANCIA: “FUTURO E LIBERTA’ NON MUORE”, L’INTERVISTA AL PRESIDENTE DELLA CAMERA

Febbraio 24th, 2011 Riccardo Fucile

“I RITORNI NEL PDL? UN DELIRIO, FRUTTO DI ALLUCINAZIONI E MALAFEDE”… “BERLUSCONI? VUOLE UN’ORDALIA INFINITA…” “FUTURO E LIBERTA? ANDIAMO AVANTI IN NOME DELLA DESTRA: SARA’ UNA TRAVERSATA NEL DESERTO, MA C’E’ IN GIOCO UN GRANDE PROGETTO POLITICO”…”NON E’ PIU’ UNA QUESTIONE POLITICA, MA DI DIGNITA”….E STASERA FINI AD “ANNO ZERO”

“No, non mi sento uno sconfitto. Mi sento in battaglia, fermamente intenzionato a combattere per un’altra idea di centrodestra. Saranno gli elettori a dire alla fine se questa idea ha cittadinanza. O se l’unico centrodestra possibile in Italia è quello di Berlusconi e di Bossi”.
Si scioglie il gruppo di Futuro e Libertà  al Senato, continua il transito di ex fedelissimi verso Palazzo Grazioli, ma visto da vicino il presidente della Camera non sembra affatto il politico finito di cui sghignazzano i peones del Pdl alla buvette di Montecitorio.
Calma zen, determinato, in un lungo colloquio, Gianfranco Fini ripercorre il suo anno più burrascoso, dalla nascita di Fli fino al travaglio di questi giorni. Gelide considerazioni su chi se ne va: “Un delirio: frutto di allucinazione collettiva, o di malafede”.
E la consapevolezza che la strada è ancora molto lunga: “Una traversata nel deserto a piedi, l’esito è tutt’altro che scontato. In gioco c’è molto di più di un gruppo parlamentare: c’è un progetto politico ambizioso e, banalità , il futuro della persona che anima il progetto. Comunque Fli non vuole partecipare allo scontro quotidiano tra berlusconiani e anti-berlusconiani: sono due facce della stessa medaglia”.
Un progetto che per Fini viene da lontano: “Non c’è nessuna improvvisazione, come qualcuno pensa: prima di essere brutalmente estromesso dal Pdl, con la fondazione Farefuturo avevo cercato di proporre un centrodestra sensibile ai diritti civili, rispettoso delle istituzioni, innovativo sull’integrazione degli stranieri”.
Nessuna volontà  di rottura, all’inizio.
Neppure nella direzione Pdl dello scontro pubblico con Berlusconi, quello del “che fai mi cacci?”, finito sulle magliette dei giovani finiani: “Non sapevo cosa avrebbe detto Berlusconi quella mattina, quel che è successo è stata una sorpresa anche per me. La verità  è che sono stato messo alla porta: Berlusconi è talmente l’opposto dei valori liberali che sbandiera da non poter tollerare alcun tipo di dissenso”.
La traversata nel deserto parte da lì.
Insieme al mix di attacchi contro chi non si piega e di lusinghe verso chi torna indietro che fanno parlare al fondatore di Fli di “armi seduttive del potere finanziario e mediatico”.
Mai si è visto un presidente della Camera denunciare l’esistenza di deputati disposti alla campagna acquisti, ma Fini puntualizza: “Mi sono meravigliato a vedere le mie frasi così tradotte: deputati comprati. Il mio ragionamento è più ampio: il conflitto di interessi esiste, lo sa bene anche la sinistra che quando ha governato ha ignorato la questione, in una fase in cui la messa all’indice di chi si oppone diventa il tratto distintivo, contrastare il gigante comporta gravi rischi. Ma la nuova anima del berlusconismo non è il conflitto di interessi, è l’oggettivo interesse al conflitto. C’è un interesse al conflitto permanente per creare uno stato di tensione, una perenne ordalia in cui si fa vivere agli italiani sempre l’ultima ora della campagna elettorale decisiva. Berlusconi alza muri per far dimenticare i suoi fallimenti, scava fossati contro i nemici: i comunisti, i giornalisti, i magistrati, gli alleati infedeli, Santoro, Fini… Va ben oltre il conflitto politico: come ha sottolineato il capo dello Stato, il pericolo è scatenare un conflitto istituzionale. Berlusconi ha delle istituzioni la stessa idea che ha del Pdl: una concezione proprietaria che lo porta ad attaccare i giudici, la Consulta, la Camera, fino a lambire il Quirinale”.
Oggi, però, imprevedibilmente il principale nemico dell’uomo di Arcore è diventato il leader della destra italiana, ieri delfino in pectore, ora accusato di ogni nefandezza, compresa quella di aver stretto un patto occulto con le toghe per bloccare ogni riforma sulla giustizia.
“Risibile”, reagisce Fini: “Io vado fiero di aver esercitato, nella fase in cui ero determinante nel Pdl, un notevole potere di interdizione per bloccare presunte riforme che non avevano nulla a che fare con l’interesse generale”.
Sul caso Ruby il presidente della Camera sgombra il campo dai sospetti: “Non è nè saggio nè giusto auspicare che Berlusconi possa essere costretto a rassegnare le dimissioni per via giudiziaria. Berlusconi va sconfitto politicamente, con le elezioni”.
E ripete quello che dichiarò a vicenda appena scoppiata, quattro mesi fa: “Se quella telefonata c’è stata, ci sarebbe un uso privato di incarico pubblico”. “Nulla da aggiungere oggi, se non che sottoscrivo in pieno quanto ha detto il capo dello Stato: l’imputato ha diritto di difendersi nel processo, non dal processo. Ed è un’ipocrisia dire: il giudice naturale è il Tribunale dei ministri. Se fosse davvero così basterebbe che il Pdl chiedesse alla Camera l’autorizzazione a procedere in tal senso. Altrimenti è tutto un infingimento. Un gioco degli specchi”.
Eppure sul processo Ruby il presidente della Camera potrebbe essere chiamato a schierarsi in prima persona.
Se il Pdl decidesse di sollevare il conflitto di attribuzione con il tribunale di Milano l’ufficio di presidenza della Camera sarebbe chiamato a votare sulla questione e il parere di Fini sarebbe determinante.
Il presidente pesa le parole una a una: “Si tratta di una questione molto delicata per una semplice ragione: non ci sono precedenti. Se si porrà  la questione la affronterò. Bisognerà  condurre un’istruttoria molto attenta, ascoltando il parere della Giunta del regolamento. D’altronde, non mi sembra che ci siano le idee molto chiare neppure tra i legali del presidente del Consiglio…”.
Ma di una cosa Fini è convinto: “Prendiamo l’immunità  parlamentare: non ci sarebbe nulla di eretico a discuterne, i padri costituenti l’avevano prevista, in assemblee come il Parlamento europeo ci sono prerogative analoghe. Ma oggi in Italia parlare di ritorno all’immunità  significa garantire l’impunità . Non è così? E allora sfido il Pdl: prevediamo per l’autorizzazione a procedere una maggioranza qualificata, i due terzi dei votanti della Camera, in modo che siano bloccate solo quelle inchieste dove è evidente il fumus persecutionis e non ci sia invece il rischio di garantire l’impunità  a colpi di maggioranza. So già  che anche questa elementare proposta sarà  considerata una provocazione. Perchè il Pdl è solo alla ricerca di una corazza per Berlusconi contro i giudici”.
Un rilancio che dimostra come Fini non abbia nessuna intenzione di togliere il disturbo e di lasciare il piano nobile di Montecitorio.
Ecco il nuovo paradosso: un presidente della Camera extraparlamentare, pasoliniano, che invita a distogliere l’attenzione dal Palazzo per guardare a quello che si muove nella società .
Un anno fa Fini rifiutò di partecipare alle iniziative del Pdl per le regionali, cosa farà  per le amministrative?
“Confermo: non farò campagna elettorale. E non è ostacolo al progetto di Fli che io sia presidente della Camera, perchè si può parlare al Paese in molti modi. Attenti a non cadere nel politicismo: Berlusconi avrà  anche i numeri, 315 o 320, per far passare la legge sulle intercettazioni o sul processo breve, anche se non credo che sarà  così facile, ma pensa davvero che un successo a Montecitorio possa rappresentare un successo nel Paese? Che le sue priorità  siano le stesse del cittadino comune?”.
E Fini nega che la riuscita di Fli sia legata al numero dei parlamentari: “A Milano ero soddisfatto, avevo tolto dal campo l’equivoco di un’alleanza con la sinistra, senza ambiguità . E Bocchino, Urso e Viespoli avevano usato le stesse parole. Ora andremo avanti più spediti di prima. Voltiamo pagina, guardiamo al futuro e non al passato. Cosa sarà  del Pdl dipenderà  dall’epilogo della stagione di Berlusconi. E l’epilogo saranno le prossime elezioni, tra due mesi o due anni, è lì che vedremo se abbiamo vinto o perso”.
Prima di arrivare all’appuntamento, però, c’è un “tragitto a piedi”, non è una novità  per l’erede di Giorgio Almirante.
Quando sciolse An Fini, citando Marco Tarchi, ricordò che essere di destra nella prima Repubblica significava essere “esuli in patria”, un destino di minoranza.
Anche oggi Fini, con la sua idea di destra liberale, sembra uno straniero nell’Italia berlusconiana: “Ne valeva la pena?, mi sono chiesto spesso. Ma di fronte a quello che vedevo mi sono detto: non è per questo che ho deciso di fare politica da giovane. A quasi sessant’anni non è più una questione politica. È qualcosa di più profondo: una questione di dignità “.

Marco Damilano
(da “L’Espresso“)

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ASSALTO AL SECOLO, MA CHI NON MOLLA SCENDE IN STRADA

Febbraio 23rd, 2011 Riccardo Fucile

OCCUPATA IERI SIMBOLICAMENTE LA SEDE DELLA STORICA TESTATA DI DESTRA PER PROTESTARE CONTRO LA NOMENKLATURA DEI BERLUSCONES CHE VOGLIONO APPROPRIARSI DEL GIORNALE…GLI USURPATORI, ACCOLTI AL GRIDO DI “BUFFONI”, NON DANNO NEANCHE   GARANZIE SUL POSTO DI LAVORO

E così la sede di via della Scrofa è stata occupata.
Dalle sinistre? No, dai futuristi.
È quello che è successo ieri, ed è solo l’ultimo capitolo dell’incredibile telenovela aperta dal tentativo dei berluscones dell’ex An di impossessarsi del controllo del Secolo d’Italia, che da anni è saldamente nelle mani dell’accoppiata futurista doc, Enzo Raisi-Flavia Perina.
La guerriglia va avanti da mesi.
Il deputato e la direttrice rivendicano i frutti del loro lavoro di questi anni: deficit ridotto a 500 mila euro (da due milioni) e giornale rifondato, reso glamour e intrigante.
I cinque commissari nominati dall’area La Russa-Gasparri, invece, rivendicano il diritto al controllo: “Ormai son fuori linea — spiega Mario Landolfi — non rappresentano più la sensibilità  della destra, sembra che facciano il verso alla sinistra, hanno posizioni minoritarie”.
Il primo atto di guerra era stata la minaccia di chiudere i rubinetti della liquidità .
Il secondo, affiancare i cinque commissari a Raisi fino ad esautorarlo.
Il terzo era quello in programma per ieri: riunirsi e sostituire la Perina con un altro direttore (il candidato ideale era Gennaro Malgieri, che però ha declinato).
Ma qui sono iniziati gli effetti speciali e i guai.
Con il solo strumento di Internet, davanti alla sede del giornale e del partito si sono raccolti 200 militanti finiani pronti a fare di tutto per opporsi alla scelta.
I commissari (oltre a Landolfi, il deputato Alessio Butti, poi Valentino, Mugnai e Lisi) si sono trovati di fronte una muraglia umana di militanti e deputati: c’è, per esempio, Fabio Granata. C’è Raisi.
Ci sono i redattori del quotidiano che chiedono garanzie per il loro futuro, visto che il tam tam dice che l’obiettivo è ridurre l’organico e la foliazione per arrivare a un modello Foglio.
Entra Landolfi (che fra l’altro era un ex redattore) e parte un coretto: “Buuuu, buuuu!”.
Entra Butti e il coretto inizia a crescere, partono grida isolate: “Buffone!”.
I commissari salgono nella sede per cominciare la riunione, ma le soppresse non sono finite.
Gli animatori del sit-in li seguono.
La Perina chiede di entrare nella stanza riunione, anzi lo fa senza troppi complimenti: “Che succede?”, chiede Landolfi. “Cosa volete?”, aggiunge Butti.
“Vorrei — esordisce la direttrice — che deste garanzie sul mantenimento dei posti di lavoro”.
L’avvocato Valentino sembra quasi affranto: “Ma se ci siamo insediati da appena cinque minuti!”.
La direttrice, granitica: “Però quello che volete fare si sa da mesi…”.
Landolfi è categorico: “Non è vero nulla”.
La Perina: “Se le voci sono false, non dovete fare altro che smentirle…”. Landolfi, senza scomporsi: “Stiamo ancora controllando i conti, non possiamo dire nulla!”.
Ma la direttrice non molla la presa: “Ma come? tre mesi che ci pensate, ancora non avete un’idea?”.
A questo punto si arrabbia Butti e la tensione sale alle stelle: “Flavia, per piacere, smettila, di parlare a ruota libera…”.
La direttrice punta i piedi: “Vogliamo un comunicato in cui si garantisca che non toccherete i posti di lavoro”.
Landolfi media: “D’accordo”.
A fine serata, però, la rassicurazione non arriva.
Sentiamo Landolfi, che spiega: “Abbiamo bisogno di almeno un mese per decidere…”.
Ma alla domanda diretta conferma che la sorte della Perina è segnata: “Sarei ipocrita se non dicessi che ci deve essere assolutamente un cambiamento di linea. E quindi anche del direttore che garantisce quella linea”.
Volete un quotidiano berlusconiano?, chiedo.
E il deputato: “Possono anche sopravvivere delle quote di ‘eresia’, dei punti di vista vicini a Fini… Ma le idee della destra devono essere rappresentate”.
Poi il tono si fa quasi amareggiato: “Proprio ieri ho avvertito una brutta sensazione di estraneità  alla nostra storia. La forma movimentista del sit-in. Il processo tardo-sessantottino intentato dalla Perina. sembravano degli extraparlamentari di sinistra!”.
Anche lo storaciano Fabio Sabbatani Schiuma protesta: “Ormai il Secolo sembra una succursale de l’Unità ”
Ma la Perina si arrabbia: “Ho scapocciato!”.
Prego? “È romanesco. Molti di noi sono entrati in sezione, ai tempi del Msi, a 13 anni. Questa è casa nostra e loro non hanno coraggio”.
Sta di fatto che tutto resta ancora aperto.
Se non altro perchè c’è un altro problema: la Perina, deputata, lavora gratis. E il giornale, in stato di crisi, non può fare assunzioni: “Dove lo trovano un altro che si fa il mazzo gratis?”.

Luca Telese
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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