Gennaio 8th, 2011 Riccardo Fucile
IL CALCOLO SULLA PERDITA DEL POTERE D’ACQUISTO TIENE CONTO DELLO STOP AL RINNOVO CONTRATTUALE E DEL MANCATO INCREMENTO IN BASE ALL’INDICE DI INFLAZIONE… STOP ALLA CONTRATTAZIONE INTEGRATIVA E BLOCCO ECONOMICO DELLA CARRIERA… TURN OVER: PER OGNI DIECI CHE ESCONO, POSSONO ENTRARNE SOLO DUE
Circa 1.600 euro di potere d’acquisto in meno. 
Tanto perderanno i lavoratori del pubblico impiego con il blocco degli stipendi pubblici fino al 2013 previsto dalla manovra economica.
La stima è della Cgil che sottolinea come circa 1.200 euro lordi si perdano per il triennio 2010-2012 di mancato rinnovo dei contratti, mentre altri 400 euro di aumenti complessivi mancheranno all’appello nel 2013 a causa del blocco ulteriore previsto dalla stessa manovra.
Nel triennio 2010-2012 “l’incremento degli stipendi sulla base dell’indice dell’inflazione Ipca previsto dall’accordo interconfederale del 2009 avrebbe dovuto essere complessivamente del 4,2%. Poichè ogni punto di inflazione vale circa 20 euro si tratta a regime di 90 euro lordi che mancheranno nello stipendio. Ipotizzando tre tranche annuali da trenta euro in più al mese (quindi 400 euro l’anno compresa la tredicesima) che non ci saranno, la perdita cumulata di potere d’acquisto sarà almeno di 1.200 euro lordi in media. Se ci aggiungiamo il blocco già previsto anche per il 2013 arriviamo almeno a 1.600 euro. I lavoratori pubblici torneranno a vedere aumenti in busta paga solo nel 2014”.
Al blocco della contrattazione nazionale per il triennio (i contratti per circa tre milioni e mezzo di lavoratori sono scaduti a fine 2009) si affianca lo stop alla contrattazione integrativa e il blocco economico della carriera.
In pratica nei prossimi anni si potrà fare carriera, ma l’avanzamento sarà riconosciuto solo giuridicamente senza nessun miglioramento dello stipendio.
La stretta nel pubblico impiego per i prossimi anni non si limiterà al blocco degli stipendi ma riguarderà anche il turn over.
La manovra economica prevede che fino al 2012 ci sia un limite del 20% delle entrate rispetto alle uscite.
In pratica su dieci dipendenti pubblici che escono (per pensione o dimissioni) ne potranno entrare solo due (e con il limite anche del 20% massimo della spesa quindi non sarà possibile che a fronte dell’uscita di due commessi entrino due dirigenti).
Facendo un calcolo medio di uscite di 100.000 persone l’anno (circa il 3% di tre milioni e mezzo di dipendenti) significa che tra il 2010 e il 2012 a fronte di 300.000 uscite sarà possibile fare al massimo 60.000 nuove assunzioni (poichè vincoli più stringenti ci sono nei comuni, le regioni e la sanità ).
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Gennaio 8th, 2011 Riccardo Fucile
L’AUMENTO PIU’ RILEVANTE SARA’ QUELLO DEI TRASPORTI PUBBLICI (+25-30%), MA INCIDERANNO ANCHE ALIMENTARI (+6%), ASSICURAZIONI (+12%), RIFIUTI (+8%), ACQUA (+6%)… PER IL TRASPORTO FERROVIARIO I PENDOLARI SPENDERANNO 120 EURO IN PIU’, PER LA BENZINA 131 EURO IN PIU’ L’ANNO
È in arrivo una stangata di oltre 1.000 euro sulle tasche delle famiglie italiane. Secondo i calcoli di Adusbef e Federconsumatori, tra rincari di alimentari, benzina, tariffe, assicurazioni e servizi bancari, il 2011 sarà «un anno infelice», con un impatto di 1.016 euro annui a famiglia.
La voce più consistente che peserà sulle famiglie sarà quella alimentare, con aumenti annui di 267 euro, ovvero del 6%.
A seguire i carburanti, per i quali, sulla scia dei previsti incrementi del petrolio (si dà ormai per scontato un rally fino a 100 dollari al barile) la spesa aumenterà di ben 131 euro l’anno.
Oltre 120 euro in più saranno spesi per il trasporto ferroviario, comprese le tratte dei pendolari, mentre i prezzi dell’rc auto cresceranno, secondo Adusbef e Federconsumatori, di 105 euro (+10-12%).
Aumenti sono previsti anche per le tariffe autostradali (+2%), per quelle del gas (+7-8%) e della luce (+4-5%), per quelle dei rifiuti (+7-8%) e per l’acqua (+5-6%).
L’aumento più consistente in termini percentuali è però quello del trasporto pubblico locale (+25-30%).
«Anche il 2011 – commentano Federconsumatori e Adusbef – si prospetta un anno infelice: sia per la crisi economica, che, se non adeguatamente affrontata, non permetterà di raggiungere nemmeno l’1% di crescita del Pil, sia per i rincari che contribuiranno a ridurre ulteriormente il potere di acquisto delle famiglie». Secondo le associazioni «ai soliti comportamenti speculativi in tema di prezzi e tariffe, si aggiungono infatti tensioni importanti sui costi dei prodotti energetici e delle materie prime. Tutti fattori, questi, che incideranno sulla determinazione dei prezzi sia relativamente ai beni durevoli che ai beni di largo consumo, a partire da quelli alimentari».
Per questo sono «sempre più necessarie politiche economiche completamente diverse da quelle sin qui attuate, che dovrebbero puntare ad un rilancio dell’economia sia attraverso investimenti in settori innovativi, sia con processi di detassazione esclusivamente a favore delle famiglie a reddito fisso, lavoratori e pensionati. In mancanza di ciò si consoliderà sempre di più il circolo vizioso tra contrazione dei consumi, cassa integrazione e licenziamenti, e produzione industriale, non potendo sperare nella ripresa della nostra economia solo attraverso le esportazioni».
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Gennaio 8th, 2011 Riccardo Fucile
A NOVEMBRE I SENZA LAVORO FERMI ALL’8,7%… SENSIBILE AUMENTO INVECE PER I GIOVANI: TOCCATO IL TETTO STORICO
Resta stabile all’8,7% sui massimi dall’inizio delle serie storiche nel 2004 il tasso di
disoccupazione italiano a novembre.
Lo comunica l’Istat, sulla base di stime provvisorie, segnalando che fuori dagli arrotondamenti il tasso dei senza lavoro risulta in lieve calo dall’8,729% all’8,678%.
Ad aumentare è invece la disoccupazione giovanile: il tasso si è attestato al 28,9%, con un aumento di 0,9 punti percentuali rispetto a ottobre e di 2,4 punti rispetto a novembre 2009.
Anche in questo caso si tratta di un livello record dall’inizio delle serie storiche a gennaio 2004.
Tornando al dato generale, in confronto a novembre 2009, il tasso di disoccupazione registra un aumento di 0,4 punti percentuali, fa sapere sempre l’Istat.
Più in particolare, il numero delle persone in cerca di occupazione risulta in diminuzione dello 0,4% (-9 mila unità ) rispetto a ottobre 2010 e in aumento del 5,3% rispetto a novembre 2009 (+110 mila unità ).
Inoltre la disoccupazione maschile risulta in diminuzione del 2,1% rispetto al mese precedente e in aumento del 5,5% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.
Il numero di donne disoccupate aumenta dell’1,5% rispetto a ottobre e del 5% rispetto a novembre 2009.
Il tasso di disoccupazione maschile è pari al 7,8%, in diminuzione di 0,1 punti percentuali rispetto a ottobre e in aumento di 0,4 punti percentuali rispetto a novembre 2009.
Il tasso di disoccupazione femminile è pari al 10%, dunque a «doppia cifra», in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 0,3 punti percentuali su base annua.
Gli occupati a novembre risultano comunque in lieve crescita, per lo 0,2% (50 mila unità ) rispetto a ottobre e dello 0,1% (14 mila unità ) rispetto a novembre 2009.
La stima dell’Istat è stata effettuata in base a dati destagionalizzati e a stime provvisorie, sottolineando che l’aumento si deve alla componente femminile, per le regolarizzazioni di collaboratrici domestiche e assistenti familiari e il presumibile effetto del part-time.
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Gennaio 7th, 2011 Riccardo Fucile
NEL SAGGIO DELLO STORICO MICHELE BONTEMPO, SI RIPERCORRE L’ISTITUZIONE DELLA SANITA’ PUBBLICA, DEGLI ENTI PREVIDENZIALI, DELLA TUTELA DEI LAVORATORI AD OPERA DEL FASCISMO…L’INAM, LA MATERNITA’ E INFANZIA, LA FISSAZIONE DELL’ORARIO DI LAVORO, LA TUTELA DELLE DONNE E DEI BAMBINI, IL DIVIETO DI OPERARE LICENZIAMENTO SENZA GIUSTA CAUSA… E ANCORA LE PENSIONI, LE ASSICURAZIONI DI INVALIDITA’, DI VECCHIAIA E DI DISOCCUPAZIONE, L’ASSISTENZA AI POVERI E AI DIVERSAMENTI ABILI, I CORSI PORFESSIONALI… INIZIATIVE ALLORA ALL’AVANGUARDIA NEL MONDO
Sanità pubblica, enti previdenziali, tutela del lavoro e Stato sociale hanno, nel nostro Paese, un’origine comune che troppo spesso viene volutamente dimenticata.
Un’origine che non è di sinistra ma che affonda proprio nel Ventennio fascista.
Ci vuole uno studioso della tempra e della bravura di Michele Giovanni Bontempo – giurista cattolico e funzionario del Ministero dell’Economia e delle Finanze – per riportare alla luce quel lungo processo che, nell’arco di ben quindici anni, ha portato il nostro Paese a fare impresa.
Dall’agro-alimentare al tessile, dal chimico al meccanico.
Lo Stato sociale nel Ventennio racconta la nascita di quel prestigioso marchio, noto a livello mondiale con il nome di made in Italy.
E’ così che, capitolo dopo capitolo, Bontempo ripercorre con sapienza la storia di quelle aziende (tuttora molto vitali) che sono il vanto della nostra produzione.
Dall’Istituto nazionale di assistenza malattie (Inam) all’Opera maternità e infanzia, dall’Assistenza ospedaliera per i poveri alle grandi opere pubbliche. “Chi ha promosso questo welfare italiano, in campo sociale, economico ed industriale, che ha reso grande l’Italia anche all’estero? – si chiede Bontempo – non la sinistra, ma il fascismo durante il Ventennio. Una legislazione sociale che ha ripreso il meglio del welfare giolittiano”.
Nel saggio pubblicato nella collana dei Libri del Borghese, Bontempo descrive con estrema precisione il cambiamento della società italiana negli anni che videro la nascita e l’affermazione del fascismo, soffermandosi soprattutto sulle leggi e sui provvedimenti che portarono il nostro Paese tra le nazioni con il Welfare più evoluto dell’epoca.
Da “Lo Stato sociale nel Ventennio” emerge, con gustosa chiarezza, la profonda maturazione della società italiana che vede rivoluzionarsi i rapporti alla base del lavoro.
Datori di lavoro e lavoratori hanno diritti ed obblighi reciproci.
Le fonti di Bontempo sono i testi storici e le Gazzette Ufficiali dell’epoca, rarità oggi sconosciute al grande pubblico.
Si inizia con un rapido esame della società e dell’economia appena emerse dalla Grande Guerra, allo sbando la prima, praticamente distrutta la seconda. Partendo da tale premessa, Bontempo analizza le politiche intraprese dal governo Mussolini per agevolare la tendenza a “fare impresa”.
Una tendenza che, stranamente, avrebbe poi salvato l’economia italiana sando vita al boom economica degli anni Cinquanta e Sessanta.
Tutto questo passando attraverso la promozione di una politica sociale senza precedenti.
Alla fissazione dell’orario di lavoro fa seguito l’ampia tutela per le donne (di questi anni il divieto di licenziamento per le gestanti) e i bambini.
Non solo.
Il saggio di Bontempo mostra molto chiaramente come il governo Mussolini abbia varato la prima normazione relativa all’igiene ed alla salubrità delle fabbriche.
Lo “Stato sociale nel Ventennio” riporta alla luce, con estremo coraggio, conquiste che non vengono insegnate a scuola.
E’ così che Bontempo ripercorre le radici del divieto di licenziamento senza giustificato motivo o senza giusta causa e degli istituti che garantiscono e regolano non solo la pensione ma anche le assicurazioni di invalidità , vecchiaia e disoccupazione.
Bontempo ricorda, poi, come sia proprio di questi anni l’introduzione degli assegni per gli operai con famiglia numerosa e l’istituzione di strutture il cui fine è quello di assistere i poveri e quelli che oggi chiameremmo “diversamente abili”.
Nel Ventennio, spiega Bontempo, la conservazione del posto di lavoro era garantita e favorita da continui corsi professionali che avevano lo scopo di aggiornare il lavoratori.
Sono solo alcuni (pochi) degli esempi che il giurista confeziona in un saggio istruttivo e prezioso per riscoprire le radici e i cardini del nostro Stato sociale
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Gennaio 7th, 2011 Riccardo Fucile
IL PREMIER: “SE E’ UN MODO PER DIRE CHE NON DARA’ I SOLDI PER LE RIFORME SI SBAGLIA”… IL SUO TIMORE CHE QUALCUNO LAVORI PER UN GOVERNO TECNICO… LE PREOCCUPAZIONI DI BOSSI PER IL FEDERALISMO… LA MACCHINA DEL FANGO E I PRIMI AVVERTIMENTI
“Se è stato un modo per farmi capire che non aprirà le casse per reperire i fondi necessari alle riforme che gli ho chiesto, stavolta si sbaglia e va a sbattere” è stata la reazione che gli uomini del Cavaliere hanno registrato nelle ore successive all’intervento di Tremonti al simposio francese. Coordinatori e quegli stessi fedelissimi dai quali partirà non a caso una raffica di avvertimenti all’indirizzo del ministro: certo, la crisi, ma ci sono anche spiragli positivi, dunque assieme ai tagli è giunta l’ora di “interventi sul fisco che aiutino la crescita”, per usare le parole del capogruppo alla Camera.
Per il presidente del Consiglio è lo spettro dei cordoni della borsa che restano sigillati.
Sono le porte delle casse pubbliche che si chiudono alle richieste degli uomini di Casini su quoziente familiare e cedolare secca, come sulle speranze – in chiave pre-elettorale – di dar forma e sostanza alla riforma del fisco.
E in queste condizioni le aperture della maggioranza ai centristi sono destinate a restare una chimera.
Di più. Il Cavaliere ieri ha avuto la conferma plastica di come Tremonti si sia ritagliato
ormai un ruolo del tutto autonomo.
Lo contraddice sulla scena internazionale sostenendo che dalla crisi non siamo affatto fuori.
E si pone quale unico interlocutore in grado di dialogare con le cancellerie europee e di governare la Borsa e i suoi contraccolpi.
Il ministro dell’Economia ha le sue ragioni e i suoi conti, d’altro canto.
Sa bene che quei miliardi (cinque, dieci?) necessari alla copertura finanziaria del quoziente familiare come della cedolare secca non sono nelle disponibilità del Tesoro.
Nè è possibile tagliare ancora.
Una partita, quella tra Bossi e Tremonti, che appare già alla resa dei conti finale.
Con Umberto Bossi che resta col fiato sospeso: perchè se salta il tavolo del governo, anche il federalismo fiscale va alla malora.
Ecco perchè proprio il Senatur, in queste ore, sta portando avanti l’ultimo strenuo tentativo di tenere insieme “quei due”.
Non è il solo. Con altre finalità , anche nel fronte pidiellino c’è chi sta tentando di convincere Berlusconi che sarebbe un errore abbandonare del tutto “Giulio” all’egemonia del Carroccio, oltre che alle “cene degli ossi”.
“Sarebbe un errore, è una risorsa del Pdl, non possiamo consentire che la Lega metta il cappello sul nostro ministro – ragiona Osvaldo Napoli – Se Berlusconi e Tremonti torneranno a confrontarsi, una soluzione la troveranno senz’altro, tra rigidità dei conti ed esigenze della politica”.
È quella stessa corrente “trattativista” che fa capo a Letta e Cicchitto che in queste ore sta esercitando pressioni sul presidente del Consiglio perchè fermi la campagna acquisti ad personas.
I due ritengono di aver strappato già a Casini e ai suoi una sorta di “desistenza esterna” della quale il governo e l’esigua maggioranza potrebbero giovare non poco.
“Ma devi fermare le manovre dei Moffa e dei Romano a caccia di parlamentari” è l’insistente invito dei consiglieri al premier.
Berlusconi sembra avere altri pensieri, altre preoccupazioni in questo scorcio di vacanze trascorse – come quelle estive – nella residenza di Arcore.
Ed è il timore che col precipitare della situazione, col fallimento dell’allargamento della maggioranza, con la crisi e l’eventuale voto anticipato, Tremonti a questo punto divenga una “risorsa” non del Pdl, ma proprio di chi – dalla Lega ai terzopolisti – lavora già al dopo-Berlusconi.
Perchè il tempo limite per ottenere le elezioni anticipate come ultima via di fuga dalla “palude”, scade ad aprile.
A quel punto lo scioglimento delle Camere diventerà un miraggio.
E il fantasma di un esecutivo di emergenza economico-finanziaria potrebbe materializzarsi proprio nelle sale del ministero di Via XX settembre.
L’attrito del premier nei confronti del ministro raccontano stia rasentando l’astio.
E non è casuale – a sentire gli stessi dirigenti pidiellini – l’avvertimento lanciato qualche giorno fa dal Giornale di famiglia, quel “non fare come Fini”.
Che ai più maliziosi ha ricordato un analogo avvertimento lanciato dal quotidiano al presidente della Camera affinchè non uscisse fuori dai ranghi, poco prima che partisse la campagna mediatica sulla casa di Montecarlo. Tremonti va avanti sicuro ma non del tutto sereno.
Le indiscrezioni trapelate in questi giorni sull’inchiesta napoletano che coinvolge Marco Milanese, suo fidatissimo collaboratore, non gli fanno presagire nulla di buono.
Dalla “macchina del fango” in azione contro gli avversari, lui si è sempre tenuto lontano.
Non vorrebbe adesso vedersela scatenare contro.
Carmelo Lopapa
(da “la Repubblica“)
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Gennaio 7th, 2011 Riccardo Fucile
AL PRIMO POSTO L’ALMA MATER DI BOLOGNA, SEGUITA DA CNR E DALLA STATALE DI MILANO… GLI ISTITUTI PRIVATI SOLO IN OTTAVA E DECIMA POSIZIONE… AD ELABORARE LA CLASSIFICA, SCIENZIATI E RICERCATORI CHE LAVORANO ALL’ESTERO
In Italia la ricerca migliore è quella pubblica e in particolare universitaria. 
Lo segnala la prima classifica dei centri di ricerca che ospitano i migliori “cervelli”.
Tra i primi dieci, sette sono atenei pubblici: l’Alma Mater di Bologna apre la graduatoria, seguita dal Cnr e dalla Statale di Milano.
I primi due istituti privati sono in ottava e decima posizione: l’Ospedale San Raffaele e l’Istituto nazionale dei tumori, entrambi milanesi.
A precederli, università di Padova (quarta), Roma La Sapienza (quinta), Statale di Torino (sesta), l’Istituto nazionale di astrofisica (settimo), mentre l’università di Firenze è nona.
La classifica è basata sul numero di scoperte di rilievo dei migliori scienziati e ricercatori.
A contarle, i loro colleghi, anch’essi italiani, che però lavorano all’estero, riuniti nell’associazione Virtual italian academy (Via-academy), nata a Manchester. Via-academy ha prima classificato i migliori cervelli attivi in Italia, tenendo conto della quantità e della rilevanza accademica delle loro scoperte.
Poi li ha suddivisi per posto di lavoro, ricavando una classifica delle strutture.
Il valore delle ricerche di ciascuno studioso è misurato col cosiddetto indice “h”: se uno scienziato ha un h-index di 32, ad esempio, significa che ha fatto 32 scoperte citate ciascuna almeno 32 volte, in scoperte di altri suoi colleghi. L’indice “h” privilegia in particolare i ricercatori che ottengono molti risultati di rilievo, a scapito di chi ne produce tanti, ma di scarso interesse, o di chi fa il colpo isolato.
Per la graduatoria, sono stati considerati solo gli studiosi con un indice “h” di almeno 30.
Poi sono stati raggruppati per centri di ricerca, e per ognuno di questi si sono sommati gli indici “h” dei relativi ricercatori.
Più alta la somma, più alta la posizione in classifica.
Via-academy si è soffermata sui primi 50 enti.
Sono per lo più università statali, ma comprendono anche 11 università e istituti privati.
L’ateneo di Pisa è undicesimo, seguito dall’Istituto Mario Negri e dagli atenei di Ferrara, Napoli e Genova. La Normale di Pisa è ventiduesina, la Bocconi trentanovesima, il Politecnico di Milano, quarantasettesimo.
Il limite principale della classifica, nota l’università di Bologna che ha diffuso la notizia, è forse il fatto che la valutazione non è necessariamente esaustiva. Gli studiosi considerati sono infatti solo quelli rintracciati dai loro colleghi.
E’ però plausibile che col tempo, e la notorietà , la classifica (aggiornata in tempo reale) vada via via completandosi con un numero crescente di partecipanti.
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Gennaio 6th, 2011 Riccardo Fucile
IL PREZZO SPESSO NON E’ AFFATTO TRASPARENTE, ANTICIPATO DA LIQUIDAZIONI E PRESALDI IN VIOLAZIONE DELLE NORME…CRESCE LA PRATICA DEI CLIENTI FIDELIZZATI CON TESSERA…MENTRE SI DOVREBBE LASCIARE LIBERO IL NEGOZIANTE DI DECIDERE DI AVVIARE I SALDI QUANDO GLI PARE
Secondo Pietro Giordano, segretario nazionale dell’associazione dei consumatori, le svendite di fine stagione sono anacronistiche e ostacolano la liberalizzazione del mercato.
Così a perderci sono sia i negozianti che i clienti.
Arrivano i saldi di fine stagione. Un’occasione per rifare il guardaroba.
Ma la corsa al prezzo più basso è trasparente? Non proprio.
Infatti il countdown è anticipato da liquidazioni e “stagioni sommerse di pre-saldi”, in violazione delle normative regionali che vorrebbero una data unica per l’inizio delle svendite.
“Circa il 50-60% dei piccoli commercianti, incluse le boutique, forniscono tessere sconto o promozionali ai propri clienti più affezionati — spiega Pietro Giordano, segretario nazionale dell’associazione a difesa dei consumatori Adiconsum — oppure li fidelizzano attraverso telefonate, sms e email con i quali anticipano soltanto per loro la data di apertura dei saldi che, quindi, sono ‘taroccati’”.
Una pratica scorretta su cui le associazioni dei commercianti Confcommercio e Confesergenti non intervengono.
E su cui nemmeno chi compra fa segnalazioni, visto che è impegnato a cercare l’offerta migliore.
“I saldi ormai, oltre che essere anacronistici, non esistono più”, prosegue Giordano.
“Ostacolano la liberalizzazione del mercato e avvantaggiano alcuni consumatori a scapito di altri. E’ necessario applicare il sistema dell’e-commerce e il meccanismo delle low cost aeree anche ai negozi, ovvero lasciare al venditore la possibilità di ribassare la propria merce e svuotare il magazzino. Solo così si favoriscono imprenditorialità e concorrenza leale. Ciascun negoziante, insomma, dovrebbe essere libero di avviare i ‘saldi’ durante l’anno a seconda delle proprie esigenze. Senza dover rispettare a forza, e ormai soltanto formalmente, la data imposta dalla legge regionale”.
Al momento le associazioni dei consumatori non possono contare sull’appoggio di Confcommercio e Confesercenti, “anche se qualche iniziativa l’hanno intrapresa — ammette Giordano —. Stanno pensando di stabilire un’unica data nazionale per i saldi, in un mercato in cui le catene in franchising e la grande distribuzione comprano a prezzi assai più ridotti di boutique e piccoli negozi che, specie in tempi di crisi, faticano a sopravvivere”.
Il primo passo di avvicinamento tra le due associazioni dei commercianti e i consumatori consiste quindi nel tentativo di fissare in tutta Italia la stessa data per i saldi estivi e invernali e di incentivare promozioni e liquidazioni durante l’anno.
Secondo il segretario Adiconsum, i saldi stabiliti da leggi regionali si trasformano in un boomerang anche a causa della della globalizzazione:
“Se dal 6 gennaio, come accadrà a Roma e Milano, si aprono i saldi, i consumatori non avranno motivo di acquistare prima. E se lo facessero, soprattutto nelle zone più arretrate, comprerebbero prodotti cinesi, sempre a basso costo. Il sistema così strutturato non può più funzionare: chiudono i negozi, si abbassa la qualità e aumenta la concorrenza online. Oggi, se desidero liquidare tutto ciò che ho in magazzino, non lo posso fare. Per questo il temporary shop o la vendita online sono l’unica via per liberarsi della merce ‘vecchia’ e, di conseguenza, aggirare la legge”.
I saldi poi nascondono delle insidie per chi fa shopping in questo periodo. “Alcuni negozianti tendono a rifiutare il pagamento elettronico, per evitare la trattenuta prevista dalla banca — spiega Giordano —. In questo caso, se il negozio è provvisto di pos, è bene chiamare sul posto un vigile urbano e segnalare l’episodio. E anche quando i negozi espongono la scritta ‘La merce non si cambia’ invitiamo a controllare che non sia difettosa. Se il commerciante si rifiuta di sostituirla o non vuole restituirvi i soldi rivolgetevi alla polizia municipale o alle associazioni dei consumatori”.
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Gennaio 5th, 2011 Riccardo Fucile
C’E’ CHI DICE CHE VOGLIA TENERSI I SOLDI PER GLI ALTI COSTI DEL FEDERALISMO, D’INTESA CON BOSSI, MA TREMONTI CONTINUA A NEGARE QUATTRINI A TUTTI…E BERLUSCONI VEDE SVANIRE LO SPOTTONE SULLA RIFORMA FISCALE E SUGLI AIUTI ALLE FAMIGLIE CHE GLI AVREBBERO PERMESSO DI VENIRE INCONTRO ALL’UDC
Berlusconi sogna di intercettare la ripresa, di irrobustirla, ripete che la Confindustria ha le sue ragioni, che bisogna dare ossigeno alle imprese, e anche alle famiglie, a tutti insomma, perchè oggi finalmente si può fare, il peggio della crisi è alle nostre spalle e si scorgono i primi segnali di una stabilizzazione verso l’altro delle curve dei prodotti interni.
Berlusconi compulsa i dati economici e sofferma l’attenzione su quelli positivi. Tremonti no. O non solo.
Riconosce i segnali ma sottolinea anche quelli negativi: l’occhio puntato dei mercati internazionali, la nostra condizione di eterno osservato speciale, l’impossibilità di dare alibi a chi può giocare brutti scherzi al nostro Paese.
Il Cavaliere definisce «chiacchiere» dei media le indiscrezioni sulle frizioni con il suo ministro.
E magari anche di questo avranno parlato ieri pomeriggio, in una telefonata che è parsa agli staff conciliante, eppure nessuno dei due fa mistero di pensarla in modo opposto sulle capacità della nostra finanza pubblica, su quello che Palazzo Chigi può fare per sostenere il Pil, per immettere maggiori risorse in circolazione, stimolare i consumi.
Non ne fanno mistero in privato, sono obbligati a negarlo in pubblico.
Si diceva mesi fa che il Cavaliere e Fini fossero destinati a fare la pace, ad essere alleati nonostante tutto; sembra oggi, dopo il divorzio con il leader di An, che l’unica relazione che il capo del governo non può abbandonare sia quella con il suo ministro più accreditato fuori confine.
Può immaginarlo forse, ma non può farlo, è il concetto che ogni tanto si ascolta anche fra le osservazioni del secondo, convinto di non avere sostituti, se mai l’argomento fosse all’ordine del giorno, almeno adatti a farci fare bella figura in Europa, a presentare i nostri conti all’estero.
Anche sulla riforma fiscale la pensano in modo diverso: per il premier dovrebbe portare ad un alleggerimento del carico tributario, ma i primi conti fatti al dicastero dell’Economia sembrano lasciare gettito e pressione invariati, si cambiano i fattori ma non la somma finale, si semplifica ma non si alleggerisce, non c’è spazio al momento per il quoziente familiare e nemmeno per la vagheggiata riduzione delle tasse.
Il sogno del Cavaliere resta tale.
Non solo: negli ultimi giorni il ministro dell’Economia ha cominciato anche a mettere in dubbio la grande riforma del fisco.
Da lui immaginata epocale, bipartisan, concertativa; pensata come il fiore all’occhiello della sua azione politica; oggi invece al centro di uno sconforto, perchè convinto che i numeri in Parlamento, che sono e resteranno a suo dire precari, anche in caso di slalom intorno al voto anticipato, mettono seriamente a rischio un lavoro di così ampio respiro; pensato, nei suoi aspetti salienti, anche come frutto del dialogo con l’opposizione e con le parti sociali. E se uno vede nero e l’altro vede rosa c’è ben poco da aggiungere.
Il nero si declina, senza reticenze, in privato, con l’analisi sulla reale forza di Palazzo Chigi dopo l’uscita di Fini: molto bassa, incapace di sostenere le riforme che servono al Paese, di regalare all’esecutivo quella serenità che serve per governare senza galleggiare.
Sono riflessioni meno telegrafiche, più raffinate, ma simili a quelle che ogni tanto si ascoltano in bocca al leader della Lega.
L’approdo è uno solo, il voto anticipato.
Il rosa invece vede per fine gennaio l’arrivo di una nuova pattuglia di deputati alla Camera, vede un nuovo gruppo a Montecitorio che cambia gli equilibri nelle commissioni, vede la ripresa economica e persino la fine della legislatura.
Se non hanno litigato, come assicura il presidente del Consiglio, comunque lui e il suo ministro sono e restano, al momento, due centri di analisi diversa.
Marco Galluzzo
(da “il Corriere della Sera“)
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Gennaio 4th, 2011 Riccardo Fucile
SINDACATO UNICO E SCIOPERI RARISSIMI: COSI’ L’INDUSTRIA E’ TORNATA A SORRIDERE… AUMENTO DEL 2,7% DEI SALARI CON DUE MESI DI ANTICIPO, SETTIMANA DI 35 ORE, MASSIMO DUE TURNI GIORNALIERI….I GIORNI DI SCIOPERO VENGONO PAGATI AI LAVORATORI DAL SINDACATO IG METALL
L’anno appena iniziato promette ai lavoratori tedeschi non solo la sicurezza del posto di
lavoro, ma anche una busta paga più consistente del previsto.
Il presidente della Daimler, pur facendo girare a pieno regime gli impianti della Mercedes, è costretto a far attendere almeno tre mesi per la consegna di uan vettura della classe C e annuncia un utile di 7 miliardi di euro.
Ad approfittare di questo boom non saranno solo gli azionisti, ma anche i lavoratori che si vedranno anticipare di due mesi gli aumenti del 2,7% del salario che sarebbero dovuti scattare ad aprile.
Sul piano del salario, che in Germania è variabile di regione in regione con contratti di diversa natura siglati dalla IG Metall, il potente sindacato dei metalmeccanici, un operaio non qualificato che inizia a lavorare alla catena di montaggio a Stoccarda porta a casa 1.924 euro lordi al mese.
In media un operaio di settimo livello dell’industria automobilistica guadagna 2.600 euro lordi, pari a 1.800 euro netti al mese.
Ferma in tutta la Germania rimane poi la durata della settimana lavorativa, fissata a 35 ore, come pure il numero dei due turni giornalieri che solo in situazioni di enorme richiesta possono essere elevati per un certo tempo a tre, e previo accordo sindacale.
Sul piano degli straordinari, il cui cumulo di ore viene di solito compensato con i giorni di ferie supplementari, il massimo consentito dai contratti è di 10 ore la settimana. In ogni caso non più di 20 ore al mese.
Nel caso che lo straordinario venga retribuito, il pagamento di ogni ora risulta superiore del 25% a quello di una normale ora lavorativa, mentre per il lavoro notturno è previsto un supplemento del 30%.
Il punto di forza del sistema produttivo tedesco è dato dal fatto che le aziende hanno a che fare con un solo sindacato, il colosso IG Metall, mentre la conflittualità aziendale è di fatto inesistente, anche perchè i contratti vengono rinnovati con puntualità .
Anche gli scioperi sono rarissimi: per essere indetti è necessario che tre quarti dei lavoratori votino a favore dello stesso.
Procedura che si ripete anche quando si deve decidere di porre fine all’agitazione.
Durante lo sciopero il salario non versato dall’azienda viene pagato al lavoratore dal sindacato.
Uno studio pubblicato ieri ha rivelato come l’89% dei tedeschi non ha il minimo timore di perdere il posto di lavoro, percentuale che arriva al 91% per chi ha tra i 55 e i 65 anni,
Insomma, un altro mondo.
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