Destra di Popolo.net

SONDAGGIO: IL VERO SOGNO DEGLI ITALIANI E’ IL POSTO PUBBLICO

Luglio 26th, 2018 Riccardo Fucile

IL “POSTO SICURO” AMBITO DA GRILLINI E LEGHISTI… NON A CASO AMANO LE POLTRONE

Tutti vogliono un posto pubblico.
Dario Di Vico sul Corriere della Sera racconta oggi i risultati di un sondaggio dell’istituto SWG riguardo i lavori più sognati dagli italiani.
L’istituto ha chiesto a un campione di italiani maggiorenni «partendo da quelle che sono le sue reali competenze quale dei seguenti lavori vorrebbe fare maggiormente?». Era possibile dare tre risposte e il sondaggio ha visto trionfare con il 28% l’impiegato pubblico, seguito con il 12% dall’insegnante.
E’ interessante poi sottolineare la tendenza: rispetto ad un analogo sondaggio dell’ottobre ’16 le preferenze per un lavoro nella P.A. sono salite di 13 punti percentuali.
In calo di 3 punti la prospettiva di fare l’imprenditore e stessa discesa per un lavoro da commerciante/artigiano.
Le professioni liberali ovvero medico, avvocato, commercialista, notaio rimangono in basso nella graduatoria con variazioni poco apprezzabili.
Infine, c’è il collegamento tra tempo indeterminato e appartenenza politica:
Chi «pensa che sia fondamentale riuscire ad ottenere un impiego a tempo indeterminato», da una parte, e chi lo reputa «non prioritario», «poco importante» o «non interessante», dall’altra.
Ebbene il 58,5% degli elettori dei 5 Stelle crede che sia fondamentale, la percentuale scende al 50% per gli elettori leghisti, cala di un altro gradino al 45% per chi vota Pd e crolla al 29% per gli elettori di Forza Italia.
Con questi spunti le riflessioni che si possono fare sono molteplici. La prima, forse scontata, vede una certa sintonia tra l’avanzata grillina e un ritorno verso lo statalismo protettivo.

(da “NextQuotidiano”)

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OGGI SONO MORTI SUL LAVORO ALTRI QUATTRO OPERAI: L’EMERGENZA VERA DELL’ITALIA CHE IL GOVERNO NEPPURE CONSIDERA

Luglio 25th, 2018 Riccardo Fucile

ERANO QUATTRO PADRI DI FAMIGLIA, PER LORO NEPPURE UN POST DA CHI NE FA DIECI AL GIORNO PER DIFFAMARE GLI IMMIGRATI E LE ONG

Quattro morti in un giorno. Abbiamo messo solo le notizie flash.
Quattro: Cuneo, Genova, Catanzaro, Pavia. Perchè le morti sul lavoro non hanno geografia, non hanno età . E una strage quotidiana.
Quando il governo parla di emergenze e dimentica questa, la più grave, dimostra solo la pochezza di un esecutivo, caricato a pallettoni su propaganda e false urgenze. Parlerete voi di Palazzo Chigi con le vedove , i figli di questi operai?
O non avranno neppure un piccolo aiuto? Neanche un necrologio di Stato?
Segue la feroce cronaca
Cuneo: E’ morto travolto dal crollo di un mucchio di terra mentre controllava uno scavo appena eseguito nel centro di Busca, e non a causa di una caduta, Aldo Taricco. L’uomo, originario di Tarantasca, è stato subito soccorso, ma per lui non c’è stato nulla da fare. Sull’esatta dinamica dell’incidente sono in corso gli accertamenti dello Spresal e delle forze dell’ordine. L’incidente sul lavoro è avvenuto in un cantiere del centrale corso Romita.
Genova: Il dipendente di una azienda florovivaistica è morto stamani nel giardino di Villa Banfi, a Genova Pegli, schiacciato da un mezzo agricolo. L’uomo, operaio manutentore del verde, è morto sul colpo. Sul posto Vigili del fuoco, 118, carabinieri e ispettorato del lavoro. La vittima è un genovese di 46 anni, Matteo Marrè Brunenghi. Lavorava per la ditta Vivai Carbone, una piccola azienda che da anni si occupa della potatura del verde in subappalto per Aster, l’azienda comunale di manutenzioni. L’incidente è avvenuto questa mattina: il 46enne è rimasto schiacciato da un trattore che si è ribaltato. Il magistrato di turno, il sostituto procuratore Chiara Maria Paolucci, è stata informata dell’ accaduto e nelle prossime ore aprirà  un fascicolo per omicidio colposo contro ignoti e darà  l’incarico per eseguire l’autopsia.
Catanzaro: Un operaio di 50 anni, O.D., è morto in un incidente su lavoro a Borgia, un centro a pochi chilometri da Catanzaro. L’operaio, secondo quanto si   è appreso,   è caduto, per cause in corso d’accertamento, da un’impalcatura sulla quale stava lavorando per la realizzazione di un muro. O.D. è deceduto sul colpo anche perchè un pezzo di ferro, nella caduta, gli si è conficcato nello sterno. Sul posto sono intervenuti i carabinieri, che hanno avviato le indagini per ricostruire la dinamica dell’incidente ed accertare eventuali responsabilità 
Pavia: Un operaio di 54 anni è morto la scorsa notte, stroncato da un infarto, in un’azienda di Parona, un comune della Lomellina a pochi chilometri da Vigevano nel Pavese. L’uomo, che abitava a Cilavegna (Pavia), stava svolgendo un turno notturno nella ditta (specializzata nella realizzazione di lamine di metallo) quando si è improvvisamente accasciato. I suoi colleghi hanno cercato subito di rianimarlo, utilizzando anche il defibrillatore. Sul posto è arrivato, nel giro di pochi minuti, il 118. Il lavoratore è stato trasportato al Pronto Soccorso dell’ospedale di Vigevano, ma ogni tentativo di salvarlo purtroppo è risultato vano. Al momento non si sa se, quando è stato colto da malore, l’operaio stesse svolgendo mansioni particolari. Sul fatto è stata aperta un’inchiesta.

(da Globalist)

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DECRETO DIGNITA’, CONFINDUSTRIA PIU’ PESSIMISTA DI BOERI: “FRENA CRESCITA E LAVORO, EFFETTI PEGGIORI DI STIMA INPS”

Luglio 18th, 2018 Riccardo Fucile

CRITICA A RITORNO CAUSALI CHE AUMENTANO IL CONTEZIOSO, PUNITIVO SU DELOCALIZZAZIONI, ECCESSIVO SU SPOT GIOCHI

Il punto più critico del Decreto Dignità , secondo Confindustria, è il ritorno delle causali nei contratti a termine.
Se il Parlamento non correggerà  questa misura, il rischio concreto è che le stime dell’Inps sull’impatto del provvedimento dell’occupazione siano conservative.
Il ritorno delle causali, esponendo le imprese “all’imprevedibilità  di un’eventuale contenzioso, finisce nei fatti per limitare a 12 mesi la durata ordinaria del contratto a tempo determinato, generando potenziali effetti negativi sull’occupazione oltre quelli stimati nella Relazione tecnica al decreto (in cui si fa riferimento a un abbassamento della durata da 36 a 24 mesi)” afferma il direttore generale di Confindustria Marcella Panucci in audizione, chiedendo modifiche ad una disciplina “pregiudizievole” per il mercato del lavoro.
“È necessario – ha proseguito la rappresentante degli industriali – modificare le misure contenute nel decreto-legge sulla disciplina dei contratti a termine, che sono inefficaci rispetto agli obiettivi dichiarati e potenzialmente pregiudizievoli per il mercato del lavoro”. Le riforme degli anni scorsi, ha ricordato Panucci, “avevano contribuito ad abbattere le cause di lavoro sui contratti a termine, passate da oltre 8.000 nel 2012 a 1.250 nel 2016)”.
Secondo Confindustria, più in generale, il Decreto Dignità  “pur perseguendo obiettivi condivisibili” rende “più incerto e imprevedibile il quadro delle regole” per le imprese “disincentivando gli investimenti e limitando la crescita”.
Per le imprese occorre “evitare brusche retromarce sui processi di riforma avviati” e vanno approvati “alcuni correttivi”, che intervengano sulle causali per i contratti a termine e sulle norme ora “punitive e poco chiare” sulle delocalizzazioni.
Nel dettaglio Confindustria chiede di cancellare le causali “almeno fino a 24 mesi”, che sono “il punto più critico, aumentano il contenzioso e non sono una vera tutela per il lavoratore” e di “chiarire la natura non incrementale dell’aumento di 0,5 punti percentuali del contributo addizionale per ciascun rinnovo del contratto a tempo determinato, evitando così un incremento irragionevole e sproporzionato dei costi a carico dei datori di lavoro”.
Vanno poi riviste le norme in materia di somministrazione, “esonerando il contratto a tempo determinato tra l’agenzia per il lavoro e il lavoratore dall’indicazione delle causali, nonchè dalla disciplina degli intervalli temporali tra la stipulazione di un contratto a tempo determinato e il successivo”.
Panucci ha sottolinea anche che il raddoppio dell’indennità  in caso di licenziamenti illegittimi “rischia di scoraggiare le assunzioni a tempo indeterminato” oltre a “non trovare riscontro sul piano comparato” visto che quello minimo (4 mesi) “è quadruplo rispetto a quello di Francia, Germania e Spagna; mentre l’indennizzo massimo (24 mesi) è superiore a quelli di Francia (20 mesi) e Germania (18 mesi)”.
È il presupposto, secondo Confindustria, a essere sbagliato.
“Il confronto internazionale mostra che l’incidenza del lavoro temporaneo in Italia (16,4% del totale dell’occupazione dipendente nel primo trimestre 2018) è in linea con il dato medio dell’Eurozona (16,3%), come lo è anche il tasso di transizione a 12 mesi dai contratti a termine ai contratti a tempo indeterminato (pari a circa il 20%)”.
I dati “non appaiono corroborare quei “fenomeni di crescente precarizzazione in ambito lavorativo” che le modifiche contenute nel Decreto Dignità  intendono contrastare”.
Panucci ha osservato comunque che “è vero che che il tasso di transizione è più basso che in passato (era quasi il 30% nell’immediato pre-crisi) e al di sotto di quello tedesco (30,3%)”. Ma “l’unica strada per migliorare le transizioni è agire sul costo del lavoro per il tempo indeterminato, sul cuneo fiscale, i dati mostrano che quando c’è una riduzione netta le imprese preferiscono questa forma di lavoro”.
Critiche da Confindustria anche alle misure sulle delocalizzazioni, perchè non distinguono quelle buone da quelle selvagge che “vanno contrastate.
La richiesta di Confindustria al Parlamento è quella di intervenire “attenuando il regime sanzionatorio perchè, oltre la restituzione di 4 volte il beneficio ottenuto, è prevista anche una sanzione amministrativa da 2 a 4 volte il beneficio”.
Per Panucci, il rischio è di ‘overshooting’, cioè di esagerare nella sanzione.
Da rivedere, secondo Confindustria, anche le norme sul contrasto alla ludopatia, che sono condivisibili “ma il divieto assoluto della pubblicità  ci sembra eccessivo”. Quelle prese di mira dal documento “sono attività  lecite – sostiene – che se troppo vincolate rischiano di dare spazio a quelle illecite”.
Secondo Panucci, “si potrebbero immaginare meccanismi differenti, chiarendo meglio gli spot. La pubblicità  ha un valore informativo”.

(da “Huffingtonpost”)

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LE CAUSALI DEL DECRETO DIGNITA’ E IL RISCHIO DI PERDERE POSTI DI LAVORO

Luglio 9th, 2018 Riccardo Fucile

633.000 CONTRATTI A TEMPO DETERMINATO IN SCADENZA A FINE ANNO RISCHIANO DI NON ESSERE RINNOVATI

Il nodo della causale è il centro del decreto dignità .
Secondo le nuove regole i contratti a termine potranno durare al massimo 24 mesi (e non più 36); il primo potrà  essere senza causali, purchè non superi 12 mesi; eventuali rinnovi (al massimo 4 e non più 5) dovranno essere motivati da precise causali e saranno gravati ogni volta da un contributo aggiuntivo dello 0,5% sull’imponibile previdenziale.
La motivazione dietro questa scelta è evidente: evitare il proliferare di contratti a termine e rendere più difficoltoso il continuo rinnovo degli stessi.
L’allarme lanciato dalle organizzazioni datoriali però è altrettanto chiaro: «633 mila contratti a tempo determinato in scadenza a fine anno rischiano di non essere rinnovati», dei quali 277mila solo nel settore del commercio.
Spiega il Corriere della Sera:
Le aziende, esaurito il primo contratto a termine che resta libero da causali (purchè non superi i 12 mesi), potrebbero pensarci due volte prima di rinnovare il contratto, visto che le disposizioni del decreto si applicano anche ai rinnovi dei contratti in corso.
Più facile che chiamino un’altra persona a fare lo stesso lavoro (soprattutto se esso non richiede particolari professionalità ), evitando così costi aggiuntivi e il rischio di contenzioso sulle causali.
Per esempio, osservano gli addetti ai lavori: il decreto, fra le motivazioni per il rinnovo del contratto, contempla le esigenze non programmabili.
Come la mettiamo con i saldi, che ci sono ogni anno e quindi sono programmabili?
Il Sole 24 Ore oggi pubblica esempi di casi pratici in cui l’utilizzo delle causali può essere o no ammesso in aziende tipiche.
Un esempio è quello di un’azienda produttrice di scarpe:
Un’azienda che produce scarpe ottiene una commessa da un nuovo cliente, per un articolo. È richiesta la produzione di un ingente quantitativo, per soli sei mesi. Pur trattandosi di un’esigenza connessa all’attività  ordinaria, la causale sussiste, perchè l’incremento di lavoro è “temporaneo”, “non programmabile” (con il nuovo cliente non ci sono stati rapporti lavorativi precedenti, nè erano in corso trattative commerciali) e “significativo” nei volumi prodotti.
Un caso diverso è invece quello della gestione di un nuovo magazzino per aziende che si occupano di logistica:
Un’impresa che si occupa di logistica deve far fronte alla gestione di un nuovo magazzino, affidatole da un cliente “storico”. La trattativa si è protratta per alcuni mesi e la commessa, pur essendo temporanea, richiede qualche giorno al mese di attività  da parte di due addetti, sui 100 totali occupati dall’azienda. Non è possibile assumere due lavoratori a termine per gestire l’incarico, perchè l’incremento non si configura come “significativo” e “non programmabile”.
E poi ci sono i casi limite, in cui il rischio di contenzioso è elevato:
Una ditta che vende prodotti per il giardinaggio decide, per il periodo estivo, di aggiungere un corner dedicato a condizionatori e ventilatori. La stessa strategia commerciale era stata seguita due anni fa. C’è bisogno di impiegare due addetti. L’esigenza è di certo “temporanea” e “oggettiva”, ma è difficile affermare la completa estraneità  rispetto all’attività  ordinaria (la stessa campagna era già  avvenuta): il lavoratore a termine potrebbe invocare la trasformazione a tempo indeterminato.

(da “NextQuotidiano”)

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L’OPERAIO DELLA BEKAERT LICENZIATO: “NON SONO STATI I MIGRANTI A RUBARMI IL LAVORO MA LE MULTINAZIONALI”

Giugno 29th, 2018 Riccardo Fucile

MARCELLO, 56 ANNI, UNO DEI 318 DIPENDENTI LICENZIATI DI FIGLINE: “NON SI DEVE AVERE PAURA DEI POVERI CHE CERCANO RISCATTO E DIGNITA’, MA DEI RICCHI SPECULATORI”

Marcello Gostinelli, 56 anni, sta per perdere il lavoro.
E’ un operaio della Bekaert da 35 anni. Bekaert è l’azienda di Figline Valdarno, in provincia di Firenze, che fabbrica cordicelle in acciaio per penumatici. Lui si occupa del collaudo del prodotto finito.
Insieme a lui, sono a rischio licenziamento altri 317 operai. Tutti, venerdì scorso, hanno ricevuto una lettera a casa in cui l’azienda, di proprietà  belga, annuncia la chiusura.
Ieri Marcello ha partecipato al presidio antirazzista in piazza Ognissanti a Firenze.
E sul palco, con le lacrime agli occhi, ha detto queste parole: “Non ho paura di chi ha il coraggio di venire qua, su una barca, senza nulla, per aggrapparsi agli scogli e cercare una vita migliore. Ho paura dei ricchissimi, che arrivano, sfruttano il mio lavoro, mi prendono tutto, e poi mi chiudono lo stabilimento in trenta minuti”.
Marcello ha spiegato: “In un momento come questo sarebbe stato facile fare demagogia e dire che i migranti ci rubano il lavoro e vengono qui a delinquere, queste persone vengono dipinte come mostri, ma non ci si rende conto che i veri mostri sono i signori delle multinazionali che fanno speculazione sulla pelle della gente come noi, se continuiamo a dare la colpa agli stranieri perdiamo di vista i veri responsabili delle nostre condizioni sociali ed economiche, che invece sono quelli che hanno chiuso un’azienda in mezz’ora”
Poi ha ricordato il momento in cui ha scoperto del licenziamento imminente: “Erano le 8.30 di mattina ed ero appena entrato al lavoro, il caporeparto è venuto verso di me, mi ha abbracciato e mi ha detto che avrebbero chiuso l’azienda”.

(da Globalist)

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IL REDDITO DI CITTADINANZA DI DI MAIO? I VECCHI LAVORI SOCIALMENTE UTILI

Giugno 22nd, 2018 Riccardo Fucile

TI DO’ UN REDDITO E IN CAMBIO DAI AL TUO SINDACO 8 ORE LAVORATIVE ALLA SETTIMANA GRATUITE DI PUBBLICA UTILITA’: ALLA FINE LA PROPOSTA SI E’ RIDOTTA A SCOPIAZZARE UNA PRASSI DI VENT’ANNI FA

Un’intera campagna elettorale giocata sul reddito di cittadinanza, per poi scoprire che si tratta nè più nè meno dei vecchi lavori socialmente utili. Chapeau.
Oggi il ministro Di Maio ha tirato fuori il coniglio dal cilindro. E al congresso Uil ha annunciato urbi e orbi il decreto Dignità : “Obiettivo del reddito di cittadinanza non è dare soldi a qualcuno per starsene sul divano ma è dire con franchezza: hai perso il lavoro – il tuo settore è finito o si è trasformato – ora ti è richiesto un percorso per riqualificarti e essere reinserito in nuovi settori. Ma mentre ti formi e lo Stato investe su di te, ti do un reddito e in cambio dai al tuo sindaco ogni settimana 8 ore lavorative gratuite di pubblica utilità “.
E i tempi? “Sicuramente nel 2018”. E mentre Di Maio lo dice, il ministro dell’Economia Tria dal Lussemburgo replica: “Non si è mai entrati in questo dettaglio non mi è   stata mai espresso questa idea da parte del ministro Di Maio quindi non posso esprimermi nè a favore nè contro”.
Tria ha aggiunto che “per il 2018 i giochi sono quasi fatti, dobbiamo concentrarci su quegli interventi di riforme strutturali che non hanno costi, ma che sono importantissimi, come far ripartire gli investimenti pubblici”.

(da agenzie)

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LA LETTERA DI PIERCARLO, FATTORINO DI DELIVEROO A LUIGI DI MAIO: “IL NOSTRO NON E’ UN LAVORO SUBORDINATO”

Giugno 19th, 2018 Riccardo Fucile

“E’ UN LAVORO FLESSIBILE CHE PERMETTE A MIGLIAIA DI PERSONE DI POTER AUMENTARE LE ENTRATE IN ASSOLUTA LIBERTA'”

lavoro flessibile, che permette a migliaia di persone di poter aumentare le proprie entrate in assoluta e totale libertà .
Il Fatto Quotidiano oggi pubblica una lettera di Piercarlo, fattorino di Deliveroo, a Luigi Di Maio riguardo il Decreto Dignità  e le norme sulla Gig Economy che ha promesso il ministro dello Sviluppo e del Lavoro. La lettera parte dalla descrizione del lavoro:
Il nostro non è un lavoro subordinato, ma soprattutto se fosse un lavoro subordinato non potremmo avere la flessibilità  di cui disponiamo oggi. Cerco di spiegarle come funziona, almeno per Deliveroo, la piattaforma per cui io lavoro. Oggi posso scegliere (con anticipo di una settimana) quando lavorare, se lavorare un’ora, zero,o 50 (previa disponibilità ).     […] Posso ridurre, a un minuto prima dell’inizio, una o più di una delle ore che ho prenotato, senza ricevere nè ammonimenti, nè richiami, nè danni di reputazione nel rating. Posso inoltre, in caso di necessità , aggiungere un’ora non prenotata, per esempio per sostituire qualcuno, o per aumentata necessità . Con un contratto subordinato la mia libertà  sparirebbe, diventerebbe un normale lavoro, con un capo che mi dà  i turni, e io che devo accettarli, mi piaccia o meno. Deliveroo applica un sistema di cottimo (che lei vuole abolire) con garanzia di minimo orario.
Deliveroo paga 5 euro lordi a consegna (4 netti), con garanzia di fornire al rider 1,5 ordini ogni ora. Se, per mancanza di ordini non ci si arriva, Deliveroo riconoscerà  comunque l’equivalente: 7,5 euro lordi (6 netti). A maggio ho lavorato 58,4 ore, in base alle mia disponibilità , cancellando alcune ore prenotate per motivi personali (Deliveroo è il mio secondo lavoro). Ho incassato 574,58 euro lordi (459,67 netti), a fronte di 76 ordini consegnati (1,3 consegne di media ogni ora). In sostanza ho ricevuto una paga di circa 10 euro lordi l’ora (7,85 netti). Paga che, le posso assicurare, è superiore a molti lavori. […]
E poi spiega di quali tutele i rider abbiano davvero bisogno:
Serve garantire un minimo orario, serve togliere quel vergognoso tetto di 5.000 euro lordi l’anno che oggi la legge impone per le prestazioni occasionali. Bisogna valutare con l’Inps una soluzione per riconoscere le ore lavorate. Serve garantire trasparenza sull’eventuale rating del rider (come già  oggi fanno alcune app), ma la prego, non snaturi ciò che è, ovvero un lavoro flessibile, che permette a migliaia di persone di poter aumentare le proprie entrate in assoluta e totale libertà .
Ho creduto molti anni fa nel Movimento di cui lei oggi è capo politico, proprio perchè era diverso, non era ipocrita, sapeva capire più di altri i cambiamenti della società , le nuove esigenze e le nuove professioni, perchè non tutti vogliono stare in catena di montaggio sotto un capo che detta ordini, ci sono anche persone che nella vita fanno e hanno fatto scelte diverse, e suo compito è tutelare anche noi, non solo i dipendenti.

(da agenzie)

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UN GIOVANE SU QUATTRO NON STUDIA E NON LAVORA, ITALIA SI CONFERMA MAGLIA NERA IN EUROPA

Giugno 15th, 2018 Riccardo Fucile

LA QUOTA SI ASSESTA AL 25,7%

L’Italia si conferma maglia nera in Europa per la quota di Neet, i giovani tra i 18 e 24 anni che non hanno un lavoro nè sono all’interno di un percorso di studi.
È quanto emerge dai nuovi dati diffusi da Eurostat, che vedono il nostro Paese primeggiare nel 2017 nella classifica europea, con una percentuale del 25,7% (era il 26% nel 2016), a fronte di una media europea del 14,3%.
Una percentuale simile si registra a Cipro, dove i Neet sono il 22,7%, seguono poi Grecia (21,4%), Croazia (20,2%), Romania (19,3%) e Bulgaria (18,6%). Un tasso Neet superiore al 15% è stato registrato anche in Spagna (17,1%), seguito da Francia (15,6%) e Slovacchia (15,3%).
Al contrario, la percentuale più bassa di Neet si registra nei Paesi Bassi (5,3%), davanti a Slovenia (8%), Austria (8,1%), Lussemburgo e Svezia (entrambi a 8,2%), Repubblica Ceca (8,3 %), Malta (8,5%), Germania (8,6%) e Danimarca (9,2%). circa 1 su 5 a Cipro (22,7%), Grecia (21,4%), Croazia (20,2%) , Romania (19,3%) e Bulgaria (18,6%).
A livello Ue, nel 2017 circa 5,5 milioni di giovani di età  compresa tra i 18 e i 24 anni (pari al 14,3%) non erano nè occupati nè in istruzione o formazione.

(da agenzie)

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DI MAIO, L’ILVA E LA PAURA DI TROVARSI 14.000 OPERAI SOTTO IL MINISTERO

Giugno 9th, 2018 Riccardo Fucile

O RICALCA IL TRACCIATO DEL SUO PREDECESSORE E CI RIMETTE LA FACCIA O CAMBIA LINEA RISCHIANDO LA RIVOLTA E LA SPACCATURA CON UNA PARTE DELL’ELETTORATO

Il deputato “consigliere” economico Lorenzo Fioramonti, continua a parlare di “fallimento industriale e finanziario”, l’operaio Massimo Battista (oggi consigliere comunale M5S a Taranto) continua la sua battaglia contro Mittal e gli operai “che ancora credono che quel rottame vecchio sia il futuro”.
L’eurodeputata grillina Rosa D’Amato ha lasciato l’ultimo tavolo con i sindacati, venti giorni fa, al grido di “Programmiamo la chiusura. L’obiettivo era e resta questo!”.
Ma, spiega oggi Paola Zanca sul Fatto, Luigi Di Maio non ha ancora deciso come muoversi sul dossier più scottante che troverà  sulla scrivania del ministero dello Sviluppo quando finalmente troverà  il tempo, tra una campagna elettorale e l’altra, di mettersi a lavorare.
L’ILVA è infatti una patata talmente bollente che Giggetto ha trovato anche il tempo, ieri, di trattare Beppe Grillo come un dissidente qualsiasi che “parla a titolo personale” quando il Garante del MoVimento 5 Stelle ha tirato fuori la sua proposta di chiudere e bonificare tutto con i soldi dell’Europa.
Più prudente, Di Maio ha detto che aspetta l’incontro con Arcelor-Mittal e con i sindacati prima di prendere una decisione.
Il tempo, in ogni caso, stringe:
Il travaglio dell’acciaieria di Taranto-commissariata dal 2012, in amministrazione straordinaria dal 2015 — porta la scadenza del 1 luglio, quando la cordata di Arcelor Mittal prenderà  possesso degli stabilimenti. L’accordo con i sindacati ancora non c’è, la risoluzione del nodo tra salvaguardia dell’occupazione e tutela ambientale neanche e i nuovi arrivati allo Sviluppo Economico si stanno rimettendo a studiare le carte: Di Maio, lo ha ripetuto ieri, deciderà  il da farsi solo dopo aver incontrato le parti coinvolte nella trattativa.
Sull’esito del colloquio,però, qualcosa è già  scritto, nella testa del leader M5S e dei suoi collaboratori: primo, non si può in venti giorni far saltare tutto quello che è stato fatto finora; secondo, se l’accordo non regge, il 1 luglio i 13800 lavoratori Ilva si ritroveranno davanti al portone del ministero, non proprio un bel biglietto da visita per il governo del cambiamento che ha giurato un mese prima. Così, con le mani piuttosto legate, Di Maio si accinge a “valutare la continuità ”, provando a inserire qualche garanzia in più sul fronte ambientale: avrebbe voluto andasse diversamente, ma sa che le condizioni di partenza non si possono cambiare senza rischiare pesanti contraccolpi.
Cosa rischia Di Maio sull’ILVA
Di Maio rischia di perdere subito la faccia sull’ILVA se propone la stessa soluzione in continuità  con l’odiato predecessore Carlo Calenda.
D’altro canto il contratto è già  siglato e per cancellarlo dovrebbe intervenire l’intero governo con un decreto. Che poi finirebbe automaticamente in tribunale corredato di sontuosa richiesta di risarcimento danni da parte di chi ha firmato e non accetta di essere “superato” da un cambio di maggioranza, peraltro inidoneo a essere di per sè causa e ragione di nullità  di accordi firmati in precedenza.
Ricorda Repubblica che Mittal si è impegnata a investire 2,4 miliardi, di cui 1,2 sulla parte ambientale e 1,2 in investimenti produttivi. In più, pagherà  ai creditori un miliardo e 800 milioni.
C’è poi il miliardo che lo Stato ha recuperato dagli ex proprietari, i Riva, per le bonifiche. E la promessa di assumere 10mila operai, spostando sulle bonifiche attraverso Invitalia tutti gli altri.
Un investimento complessivo di 5 miliardi e 300 milioni difficile da far saltare, anche per chi ha promesso di voler cambiare tutto.
L’alternativa che Di Maio si trova di fronte è quindi quella classica del MoVimento 5 Stelle al governo: i suoi hanno promesso cose difficili o impossibili da realizzare e lui adesso deve trovare il modo per non finire davanti a un tribunale a rimettere a posto mettendo mano al portafogli (del ministero, e quindi degli italiani) per riparare tutto. Un’alternativa che già  in altre occasioni ha consigliato di seguire il motto Adelante, Pedro, con juicio perchè la folla potrebbe in qualsiasi momento arrabbiarsi e chiedere la testa dell’uomo in carrozza.
La Trattativa Realtà -M5S
E allora che si fa? Un esempio di situazione piuttosto simile è quello che ha vissuto Virginia Raggi a Roma con lo stadio a Tor di Valle: in campagna elettorale aveva promesso la cancellazione del progetto, da consigliera aveva presentato esposti su esposti   scritti o suggeriti da comitati e comitatini su presunte irregolarità  che i giudici hanno archiviato facendosi una bella risata.
Da sindaca ha finalmente compreso — e lo ha scritto sul blog di Beppe Grillo — che fermare tutto avrebbe portato a una richiesta risarcitoria tale da mandare il Comune in bancarotta, e ha usato l’argomento per zittire chi, come Roberta Lombardi, voleva spingerla alla guerra al grido di Armiamoci e partite!.
Allora la sindaca ha giocato la carta della diplomazia, consapevole anche del fatto che la proprietà  giallorossa non aveva altre sponde politiche a cui appoggiarsi vista la tattica suicida del Partito Democratico in Regione e al Comune: ha firmato un accordo peggiorativo per la città  con la rinuncia alla metà  delle opere pubbliche promesse risparmiando però così sulle cubature, che erano la parte più “vistosa” e quindi criticabile del progetto.
E ha chiuso un compromesso onorevole che ha visto vincenti la sindaca e i proponenti, non certo i cittadini. Ma intanto ha chiuso la querelle e il dossier.
Una strategia vincente che ora Di Maio potrebbe riciclare con l’ILVA: trovare un accordo migliore dal punto di vista ambientale da sbandierare ai quattro venti e zittire con il Metodo Casaleggio i dissenzienti del partito.
Evitando così di trovarsi non i tifosi giallorossi al Campidoglio ma gli operai al ministero: molto peggio di quello che sarebbe potuto succedere a Virginia Raggi.

(da “NextQuotidiano”)

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