Luglio 12th, 2017 Riccardo Fucile
IL CONGELAMENTO DEI SALARI, ORMAI SCOLLEGATI DALLA PRODUTTIVITA’… I POSTI DI LAVORO PERSI NEL MANIFATTURIERO RIMPIAZZATI DA POSTI NEI SERVIZI, PAGATI PEGGIO
Maurizio Ricci su Repubblica di oggi ci racconta il mistero del salario scomparso: la recessione è finita ma i salari continuano a ristagnare. l’economia appare in buona salute di qua e di là dell’Atlantico, la disoccupazione continua a scendere, ma i salari stanno appena a livello dell’inflazione.
Senza la spinta dei salari, l’inflazione non riesce a risalire sopra il 2 per cento e la deflazione resta in agguato.
Ovviamente questo si riflette sulla stagnazione dei consumi (chi non ha soldi non può spenderli, chi non ha abbastanza soldi può spenderne pochi). La ripresa, insomma, non è in grado di sostenersi da sola.
E questo dipende dall’evidente scollamento tra ripresa e salari. L’Ocse, l’organizzazione che raccoglie i paesi sviluppati, ha provato ad analizzare come queste due tendenze agiscono concretamente nel mercato del lavoro:
Il congelamento dei salari, ormai privi di collegamento con la produttività , è per un terzo il risultato del fatto che i posti di lavoro persi nell’industria manifatturiera vengono rimpiazzati da posti nei servizi, pagati peggio.
Per altri due terzi, dalla decimazione che software e tecnologia hanno portato, in generale, in quelli che una volta erano “i buoni posti delle classi medie”: quelle occupazioni a media qualifica (dal contabile alla hostess) che stanno scomparendo sempre più in fretta.
Negli ultimi vent’anni questi posti di lavoro sono diminuiti del 10 per cento, mentre sono aumentati quelle a bassa qualifica (pagati peggio) e quelli ad alta qualifica (che però sono pochi). In Italia, basse e alte qualifiche sono aumentate del 5 per cento.
L’effetto, sul mercato del lavoro, è la formazione di un “esercito industriale di riserva”, assai più ampio di quanto dicano le statistiche. Lo nota la Bce di Draghi: il tasso di disoccupazione ufficiale, nell’eurozona, è al 9,5 per cento, ma, se aggiungiamo gli scoraggiati, cioè quelli che non pensano di poter trovare un lavoro adeguato, e quelli che hanno accettato un posto part time, ma lavorerebbero volentieri di più, si arriva ad un impressionante 18 per cento. In Italia, ancora peggio, al 25.
I posti ben pagati vengono sostituiti da software, part time o da chi accetta di lavorare con uno stipendio più basso. I pochi lavoratori sono più qualificati e le imprese sono capaci di grande produttività .
Un circolo vizioso che continua ad alimentarsi. E che non ci consente di uscire dalla crisi.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 10th, 2017 Riccardo Fucile
ETA’ MEDIA E’ 60 ANNI, IL 63,8% VIVE AL CENTRO-SUD… UNA SU DIECI IN POVERTA’ ASSOLUTA
Nel 2016 l’Italia conta 7 milioni 338 mila donne che si dichiarano casalinghe, 518 mila in meno
rispetto a 10 anni fa. La loro età media è 60 anni.
Lo comunica l’Istat nel report “Le casalinghe in Italia”.
Le ultra 65enni superano i 3 milioni e rappresentano il 40,9% del totale, quelle più giovani (fino a 34 anni) sono meno di una su dieci, l’8,5%. Le casalinghe vivono prevalentemente nel Centro-Sud (63,8%).
Le casalinghe in Italia lavorano duramente: quasi 49 ore a settimana, in media 2.539 ore l’anno, senza considerare ferie, più di molti lavoratori occupati al di fuori delle mura domestiche.
L’Istat calcola che le donne effettuano complessivamente 50 miliardi e 694 milioni delle ore di produzione familiare l’anno (il 71% del totale) e che le casalinghe, con 20 miliardi e 349 milioni di ore, sono i soggetti che contribuiscono maggiormente a questa forma di produzione.
La loro condizione economica non è buona: nel 2015 sono più di 700 mila le casalinghe in povertà assoluta, il 9,3% del totale.
Quasi una su dieci, in sostanza, non possiede un reddito sufficiente a garantirsi l’acquisto di un paniere di beni e servizi essenziali per una vita dignitosa.
Quasi la metà (47,4%) afferma che le risorse economiche della famiglia sono scarse o insufficienti, tra le occupate la quota scende al 30,8%, pur essendo rilevante. Le casalinghe con i livelli più alti di povertà assoluta sono le più giovani. Le anziane presentano i valori più bassi (4,8%).
Solo il 37,7% delle casalinghe possiede il bancomat e/o la carta di credito. La situazione migliora per le casalinghe laureate (75%), per quelle che risiedono al nord (52,3%) e per le fascia di età da 45 a 54 anni (46,5%).
Focalizzando l’attenzione sulle casalinghe che vivono in coppia emerge che soltanto il 38,9% possiede il bancomat e/o la carta di credito.
Quasi un terzo non ne dispone pur possedendolo il partner. Il 27,5% ne è sprovvisto come il partner.
La situazione migliora per le casalinghe con partner dirigente, imprenditore o libero professionista, queste dispongono di un proprio bancomat e/o la carta di credito nel 71% del totale e anche nel caso in cui il partner è quadro o impiegato la percentuale tocca il 55,9%.
Il 74,5% delle casalinghe possiede al massimo la licenza di scuola media inferiore. Nel 2012 solo l’8,8% ha frequentato corsi di formazione, quota che sale di poco tra le giovani di 18-34 anni (12,9%).
Poco più della metà non ha mai svolto attività lavorativa retribuita nel corso della vita. Il motivo principale per cui le casalinghe di 15-34 anni non cercano un lavoro retribuito è familiare nel 73% dei casi. Sono 600 mila le casalinghe scoraggiate che pensano di non poter trovare un lavoro.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 9th, 2017 Riccardo Fucile
DOVEVA SOMMARSI ALL’AUMENTO CONCESSO FINALMENTE DAL GOVERNO, ORA SI TRAMUTA IN FARSA
Il Fatto Quotidiano torna oggi con un articolo di Roberto Rotunno sulla vicenda dell’aumento di stipendio previsto dal nuovo contratto degli statali che causerà la perdita del bonus 80 euro.
Partiamo dall’inizio: i contratti dei 3 milioni di statali sono fermi da otto anni, motivo per cui i sindacati della funzione pubblica si sono mobilitati per tutto il 2016 chiedendo un rinnovo che contenesse gli aumenti salariali.
La ministra Marianna Madia ha continuamente rassicurato le sigle ma per arrivare all’incontro decisivo i richiedenti hanno dovuto aspettare fino al 30 novembre.
In pratica, la situazione si è sbloccata solo durante l’ultima settimana di campagna referendaria per la riforma costituzionale (comunque bocciata il 4 dicembre dal 60% dei votanti).
Nel documento sottoscritto in quella giornata, esecutivo e sindacati hanno trovato un’intesa per aumenti medi da 85 euro lordi al mese, quindi 1.105 euro all’anno considerando le tredici mensilità .
Un altro punto dell’accordo prevedeva sostanzialmen te di sterilizzare gli effetti dell’incremento in busta paga sul diritto a percepire gli 80 euro.
Questo bonus — va ricordato — è destinato ai redditi medi e bassi: a beneficiarne, infatti, sono quei lavoratori che guadagnano minimo 8 mila euro e massimo 26 mila euro all’anno.
Dai 24 mila euro in poi, il premio (che quando è pieno vale 960 euro all’anno) inizia a calare per scaglioni e passa da 720 a 480 a 240 euro annui, fino ovviamente ad azzerarsi quando si supera il tetto.
Insomma, chi passa (grazie all’aumento previsto dal nuovo contratto) da 25mila a 26 mila euro annui, dovrà dire addio al bonus.
In pratica, l’incremento salariale sarà più che dimezzato.
Il governo si era impegnato a evitare questo automatismo nel pubblico impiego, alle prese con il rinnovo, ma la direttiva non ha recepito quella parte dell’accordo.
Il testo infatti chiarisce che ci sarà una valutazione sugli effetti che gli aumenti avranno sul bonus, per proporre correttivi “solo se necessario”e“nei limiti delle risorse destinate”.
Dicitura che sembra lasciare pochi margini di manovra.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 30th, 2017 Riccardo Fucile
DALLA LOTTA DI CLASSE ALLA LOTTA NELLA “CLASSE”: A MANTOVA I LAVORATORI IN ESUBERO DELLE COOPERATIVE BLOCCANO L’INGRESSO DELL’AZIENDA, ALTRI PROTESTANO E SCOPPIA LA RISSA
Ci sono 6 indiani, un pakistano e un marocchino. Stanno sul tetto di un capannone di
un’azienda da lunedì scorso. Hanno perso il lavoro con una cooperativa che gestiva il reparto imballaggi. Boulediem Aburradia è il marocchino. Ha un cappello di paglia per ripararsi dal sole che non serve a niente quando piove: «Mi hanno detto che sono un esubero. Io sono solo uno che vuole lavorare. Sono in Italia da 11 anni. Per 10 ho lavorato qui dentro. E da qui non me ne vado».
All’inizio quelli che avevano perso il posto erano 271.
Una parte – 150 a tempo determinato, altri 50 con contratto a termine di 3 mesi – sono rientrati in azienda con un’altra cooperativa.
Chi è rimasto fuori è salito sul tetto per protesta. Oppure staziona davanti a questa azienda in un presidio permanente che va avanti da 4 settimane, in un vialone tutto capannoni vicino a Viadana che è vicina Mantova dove adesso sono in fila sedie di plastica e tendoni e una cucina da campo.
Ci sono 200 operai italiani. Stanno dentro questa azienda con la camionetta della polizia sulla porta. Vogliono lavorare e hanno paura di perdere il posto. Il reparto imballaggi è quasi fermo.
Lunedì quelli di fuori non facevano entrare i camion. Allora sono usciti quelli di dentro. Poi è arrivata la polizia. Tutti hanno spintonato tutti. La polizia ha usato i lacrimogeni. Giuliano Grossi del reparto Logistica e spedizioni lavora qui dentro da 15 anni.
Dice che non si può avere paura di andare a lavorare. Dice che la paura più grande è non avere più il lavoro: «Siamo in difficoltà con le commesse esterne. Bisognava continuare a trattare. Le cose non si risolvono andando sui tetti o facendo i presidi, facendosi scudo di donne e bambini. Noi che lavoriamo qui dentro siamo loro ostaggi. Siamo impotenti nel tutelare il nostro posto di lavoro con il rischio di perderlo».
C’era una volta la lotta di classe. Adesso c’è la lotta «nella» classe.
Tutti contro tutti alla Composad di Viadana che dicono sia un bel posto dove lavorare anche se si fanno i turni di 24 ore e le macchine a controllo numerico non si fermano mai. Fanno mobili in kit e li vendono in tutto il mondo. Li fanno proprio qui dentro anche se poi li vendono all’Ikea, alla Leroy Merlin, nei Brico center, nei centri commerciali francesi della Conforama e pure ai giapponesi di Smile.
A sentirli, quelli di dentro e quelli di fuori, hanno le stesse preoccupazioni e dicono le stesse cose. P
erchè la lotta «nella» classe non è tra gli operai e i padroni come si faceva una volta. Adesso è tra gli operai garantiti e gli operai precari, tra i dipendenti e gli esternalizzati. Anche se nessuno lo dice apertamente è pure tra gli italiani e gli immigrati, anche se oramai parlano il dialetto mantovano meglio dei mantovani che non lo parlano più.
Dietro a questo pasticcio ci sarebbe una storia di appalti e commesse, di cooperative che si ritirano e poi perdono la gara, di consorzi che si fanno e si disfano.
All’inizio i lavoratori interinali facevano capo alla Viadana Facchini. Che poi ha perso l’appalto vinto dalla Clo di Milano. La Clo di Milano allora si è alleata con la Viadana facchini e ha costituto la 3L per avere i facchini di prima ma più di 200 non ne voleva.
Si sono messi di mezzo i sindacati. Tutti hanno firmato l’accordo meno quelli del Cobas. Stefano Re dei Cobas non ha firmato: «Da qui non ci spostiamo fino a che non abbiamo rassicurazione che tutti rientrino in azienda». In realtà ci sarebbe pure altro. Gli stipendi di maggio non sono stati pagati dalla cooperativa. E non ci sono garanzie sulle buone uscite di chi decidesse di cercare un altro lavoro.
Fallou Diao ha 50 anni, è arrivato dal Senegal che ne aveva 19, un posto di lavoro ce l’aveva e non capisce perchè non può più riaverlo: «Ho guidato il carrello per 10 anni al reparto imballaggi. 1200 euro al mese. Perchè non vado più bene?».
Quelli di fuori dicono che gli «scartati» sono i più sindacalizzati.
Quelli di dentro dicono che non si possono riportare in fabbrica chi va sui tetti o i 35 che sono stati denunciati dalla polizia negli spintonamenti di lunedì.
Alessandro Saviola, presidente del Gruppo Mauro Saviola che controlla Composad, nella vicenda ci entra di striscio ma dice le stesse cose dei lavoratori di dentro: «Non ne possiamo più, noi vogliamo soltanto lavorare. Lo Stato non ci tutela».
Le identiche parole, uguali alla sillaba di Rani Saroj, indiana del Punjab, oramai talmente mantovana che tutti chiamano Emma: «Sono in Italia da 13 anni. Da 7 lavoro con la cooperativa per 980 euro al mese. Anche mio marito lavorava con la cooperativa e lo hanno messo fuori. Abitiamo a Dosolo con i nostri 2 figli. Non facevamo nemmeno i turni insieme. Adesso ci hanno detto che forse solo uno di noi due potrà rientrare in fabbrica. Chissà come ci sceglieranno?».
(da “La Stampa”)
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Giugno 13th, 2017 Riccardo Fucile
COSTRETTO A FARE CAUSA PER OTTENERE IL RICONOSCIMENTO DEI PROPRI DIRITTI : LAVORAVA ANCHE 17 ORE AL GIORNO E IL DATORE DI LAVORO PAGAVA SOLO 5,5 EURO DEI 7,5 INDICATI PER LEGGE
Mentre lo scorso settembre lavorava ed era pagato con i voucher in una piccola azienda
metalmeccanica modenese, la Nuova Maini di Bastiglia, si è gravemente infortunato: ha perso tre dita della mano destra, attorno a una pressa.
Adesso, a suo favore, il sindacato, al fianco di un pool di avvocati, farà causa per ottenere da un giudice il riconoscimento sia dell’illegittimità del lavoro tramite i discussi buoni e sia del rapporto dello stesso rapporto di lavoro dipendente dal 2015. È la Cgil, a Modena, a rilanciare la battaglia nazionale contro i voucher (sabato a Roma l’annunciata manifestazione) impegnandosi nella tutela di un caso territoriale specifico.
La vicenda in ballo “emblematica”, è il ritornello oggi in conferenza stampa alla Camera del lavoro di piazza della Cittadella, è quella del giovane operaio di origine albanese Mykhaylo Nesterenko.
Gli avvocati che si stanno dedicando alla sua storia (Ernesto Giliani, Annalisa Bova, Fabrizio Fiorini, Gabriella Cassibba, Yuri Trovato e Laura Caputo) spiegano che chiederanno al giudice del lavoro di pronunciarsi sulla richiesta di “regolarizzazione piena” di Nesterenko: quindi, non con la formula dell’apprendistato tramite la quale l’azienda ha ‘regolarizzato’ il lavoratore alla direzione territoriale del lavoro (il 19 settembre scorso, appena tre giorni prima dell’infortunio, anche se il giovane operaio dice di non avere mai firmato).
In sostanza, ora si chiede al Tribunale il riconoscimento della prestazione di lavoro subordinato a tempo indeterminato.
E questo visto che Nesterenko, nell’ordine, lavorava secondo un orario da operaio (ma anche 17 ore al giorno), era in condizione di subordinazione gerarchica rispetto al datore di lavoro, era inserito nelle modalità operative dell’azienda, riceveva una retribuzione mensile.
Sull’aspetto della retribuzione mensile, segnalano in particolare Cgil (presente Claudio Riso per la segreteria locale) e avvocati, sarebbe emerso che la titolare aziendale scambiava per il lavoratore i voucher in tabaccheria e per ogni voucher “non versava neanche l’intera quota di 7,5 euro, ma solo 5,5”.
Dunque, la stessa Cgil rileva che “questa causa di lavoro è molto importante”, vista la battaglia contro i voucher che il sindacato ha condotto in questi ultimi due anni.
Del resto, mentre per il risarcimento biologico, morale ed esistenziale collegato all’infortunio sul lavoro di Nesterenko (se sarà provata la responsabilità del datore di lavoro) si procede con una causa penale a parte (avvocato Virgili), per la Cgil “è altrettanto importante portare avanti la causa di lavoro contro l’abuso dei voucher, che ha rappresentato l’estrema precarizzazione dei rapporti di lavoro, la mancanza di diritti e tutele” ma anche “di qualsiasi formazione, sostituendo i normali contratti di lavoro dipendente”, accusano Riso e colleghi.
(da agenzie)
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Giugno 3rd, 2017 Riccardo Fucile
PER COPRIRE I VUOTI, I GESTORI ASSOLDANO PARENTI E FAMILIARI…MA DOVE SONO QUEGLI ITALIANI BISOGNOSI CHE ACCUSANO GLI STRANIERI DI PORTAR VIA LORO IL LAVORO?
L’estate già bussa alle porte, col primo weekend lungo della stagione e il tutto esaurito in tutti gli alberghi, eppure in Riviera romagnola mancano ancora all’appello migliaia di lavoratori stagionali: 3 mila solo in provincia di Rimini, circa 500 a Cesenatico, un altro paio di migliaia sparsi per le località balneari della regione.
Per la prima volta, il divertimentificio d’Italia si trova alle prese con un fenomeno che cozza con la crisi del mercato del lavoro, e invoca il ritorno di bagnini, camerieri e baristi allontanati da questi lidi da stagioni sempre più brevi, oltre che dalla maggiore appetibilità di impieghi provvisori in montagna, dove si lavora sia d’estate sia d’inverno.
A complicare le cose ci si è messa anche l’abolizione dei detestati voucher, che copriranno pure forme di sfruttamento vero e proprio, ma erano strumenti preziosi per figure professionali come queste.
Il presidente della cooperativa di bagnini Rimini Sud, Mauro Vanni, cerca di analizzare il fenomeno inedito: «Tempo fa, gli stagionali venivano dal nostro meridione, poi sono cominciati ad arrivare dall’Europa dell’Est, gente priva di preparazione specifica e di cultura dell’accoglienza, ma che serviva comunque a riempire i vuoti lasciati dai ragazzi delle nostre parti, figli dei gestori dei bagni, che avevano cominciato a fare altre cose».
Dice Vanni che non è neanche sempre questione di compensi bassi, non dappertutto — «qui si parte dai 1.500 euro al mese» —, ma di richiami allettanti provenienti da altri Paesi: «I giovani sono sempre più attratti dal Nord Europa, dove possono imparare l’inglese o un’altra lingua, e nel frattempo possono arrotondare lavorando come camerieri».
Di fronte a un’emorragia del genere, le aziende familiari della Romagna rimediano facendo ricorso alla manodopera più comoda che si conosca, quella reperibile in casa, cioè i parenti, più o meno stretti: «Le faccio l’esempio del mio stabilimento balneare, dove lavoriamo io, mia moglie e i miei tre figli. Sono loro ad aiutarci in casi come questi».
Apparentemente fila tutto liscio fra le interminabili distese di ombrelloni che si estendono da Comacchio giù fino a Cattolica, ma sotto la sabbia cova un problema cui solo la struttura familiare delle imprese turistiche romagnole sa porre rimedio, chiamando in aiuto parenti che si improvvisano stagionali.
Mattia invece ha scelto di restare, e da sei anni torna al bagno del Grand Hotel Cesenatico per lavorarci d’estate.
Sui motivi che tengono lontani dalla Riviera tanti giovani ha idee precise: «Il problema sono le cifre basse dei compensi, ecco perchè si preferisce andare all’estero, dove magari impari pure una lingua. Perchè ho scelto di rimanere qui? Diciamo che sono un abitudinario».
Stipendi troppo esigui, ma non solo: «È anche questione di professionalità , quando uno senza esperienza si accontenta di lavorare per 800 euro al mese, ecco che le cose si complicano per tutti gli altri, soprattutto per gli italiani».
Nel gioco al ribasso, gli italiani che, complice la crisi degli ultimi anni, erano tornati a farsi vivi rimpiazzando negli impieghi stagionali gli stranieri che avevano riempito i posti di bagnino e cameriere, hanno deciso di lasciare il campo per dirigersi verso altri lidi, più remunerativi: «Io d’inverno vado in Inghilterra, ma conosco molta gente che non viene più in Riviera d’estate e preferisce andare a lavorare in Nord Europa, oppure nelle località di montagna, dove la stagione è doppia, estate e inverno».
A risentire di più della carenza degli stagionali sono bagni, ristoranti, pizzerie e hotel di caratura piccola e media, l’ossatura stessa della macchina turistica romagnola.
Va un po’ meglio negli alberghi da 4 stelle in su, ma solo perchè i posti sono più appetibili per compenso.
Rimane la strana sensazione che l’ultima crisi, per quanto sanguinosa, almeno qui non abbia colpito tanto a fondo da far scattare la corsa a qualsiasi lavoro, per provvisorio e stagionale che sia, lasciando vacanti migliaia di posti.
(da “La Stampa”)
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Maggio 31st, 2017 Riccardo Fucile
SCATTA LA PROTESTA: “NON UNA PAROLA SUGLI INVESTIMENTI”
Inaccettabile. Il giudizio rimbalza da Taranto, dove lavoratori ed Rsu attendevano con ansia notizie da
Roma, e dalla Capitale, dove le delegazioni sindacali sono tornate ieri per conoscere il responso dei tre commissari sul futuro dell’Ilva.
Inaccettabile, dicono in fabbrica. Inaccettabile, confermano Fiom, Fim e Uilm, che assieme all’Usb hanno già convocato a Taranto per questa mattina alle 8 un incontro delle segreterie seguito a ruota da una riunione straordinaria del consiglio di fabbrica con tutti i delegati.
Lo scarto tra una città fiaccata dalla crisi ed una fabbrica che torna a ribollire è evidente. Il clima in città è surreale: nelle vie del centro lo struscio quotidiano ed il rito dell’aperitivo serale si svolgono come se nulla fosse, mentre l’acciaieria più grande d’Europa agonizza da mesi, gira ai minimi come testimoniano i cargo da giorni immobili in rada e le poche fumate che escono dalle sue ciminiere.
Per questo in città c’era attesa per l’annuncio della cordata vincente, perchè si poteva immaginare una ripartenza. Perchè si poteva mettere fine a mesi, anni, di inerzia.
«L’incontro non è assolutamente andato come speravamo — spiega Valerio D’Alò giovane segretario della Fim Cisl di Taranto appena rientrato dalla Capitale -. Per prima cosa nell’offerta di acquisto i numeri degli esuberi presentati non sono assolutamente accettabili, perchè è un prezzo che dal punto di vista occupazionale Taranto non può pagare dopo aver già abbondantemente pagato dal punto di vista ambientale e della salute. E poi perchè dall’incontro ci saremmo aspettati maggiori dettagli sul piano industriale, a cominciare destino dei tubifici, e sugli investimenti sugli impianti da ammodernare, temi che invece non sono stati minimamente sfiorati».
Sugli esuberi ieri al tavolo ministeriale secondo i sindacati non solo «sono usciti numeri un po’ a prescindere», ma non è stato nemmeno spiegato come si intende gestirli.
«Le nostre preoccupazioni, per quel poco che ci è stato detto — sostiene a sua volta il segretario provinciale della Uil, Antonio Talò — diventano realtà . Abbiamo subito malattie, danni sanitari e ambientali e adesso ci risarciscono con i licenziamenti. Quel numero di esuberi lo inviamo al mittente».
Il presidente di Confindustria Taranto Vincenzo Cesareo, che ha da poco incontrato alcuni dei candidati sindaco facendo in molti casi fatica a strappare prese di posizione nette e idee realmente praticabili per uscire da una crisi che rischia di diventare decennale, non crede che il livello reale degli esuberi Ilva «una volta entrata in campo la nuova proprietà sia davvero quello annunciato. Non credo ai 5-6 mila esuberi – spiega — credo che gli esuberi reali, strutturali, dell’Ilva una volta passata ai privati, siano nell’ordine dei 2500-3000. E questo è un numero che non deve spaventare, nemmeno se si dovesse arrivare a 4 mila. Infatti 1000-1500 possono essere ricollocati decidendo di esternalizzare tutta una serie di attività che nulla hanno a che fare con la produzione di acciaio e al contrario di quanto hanno fatto negli anni i Riva possono tranquillamente essere date in outsourcing. Attraverso accordi quadro questi lavoratori potrebbero essere agevolmente ricollocati attraverso le aziende dell’indotto che — lo dico per esperienza personale visto che il mio gruppo opera in questo campo — potrebbero assorbire abbastanza agevolmente. I restanti 2000-2500 sarebbero invece l’esubero strutturale che andrebbe gestito attraverso gli ammortizzatori sociali. Però oggi non si può essere sorpresi più di tanto da questi annunci, perchè era chiaro che la nuova Ilva avrebbe prodotto di meno e se produco meno ho certamente bisogno di meno gente».
Cesareo tra ArcelorMittal e Jindal non si sbilancia, «noi i piani li abbiamo conosciuti dalla stampa», precisa. Ma è chiaro che vede di buon occhio la prima soluzione visto che i 600 milioni offerti in più potrebbero agevolmente risolvere il problema dei crediti vantati dalla galassia di piccole e medie imprese dell’indotto Ilva. Sono centocinquanta milioni di euro che pesano sui loro bilanci e che in questi anni non hanno fatto altro che amplificare l’effetto di questa crisi.
(da “La Stampa”)
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Maggio 30th, 2017 Riccardo Fucile
UN ALTRO PASSO NEL RESTRINGERE GLI SPAZI DI ESPRESSIONE DELLA VOLONTA’ POPOLARE
Sono tempi di “manovrina”, quella per aggiustare i conti pubblici lasciati in eredità dal precedente governo. E — come sempre — questi provvedimenti omnibus sono treni a cui ciascuno aggancia i vagoni che preferisce (anche a rischio di incostituzionalità , considerato che si tratta comunque della conversione di un decreto legge, per cui la Consulta richiede omogeneità )
Un vagone aggiunto è proprio l’emendamento di Titti Di Salvo (deputata del Pd eletta nelle file di Sel) nella riformulazione del relatore Mauro Guerra, approvato in Commissione con 19 voti favorevoli, 6 voti contrari e nessun astenuto, che reintroduce, con alcune modifiche (art. 54-bis della legge di conversione), i voucher, che erano stati eliminati con decreto legge 25 del 2017, convertito con legge 49 del 2017, dopo che la Corte costituzionale aveva dichiarato l’ammissibilità del referendum per la loro totale abrogazione (sent. 28 del 2017).
I referendum sociali presentati dalla CGIL erano tre: quello sui licenziamenti illegittimi (art. 18), dichiarato inammissibile dalla Corte costituzionale; quello sulle disposizioni limitative della responsabilità solidale in materia di appalti e, appunto, quello sui voucher, ammessi al voto popolare.
Nonostante fosse il primo quello su cui si concentrava la maggiore attenzione, anche l’ultimo era considerato in grado di portare alle urne molti elettori, visti anche i numerosi riscontri sull’abuso di questo strumento, che aveva portato al superamento dell’occasionalità , tanto che la stessa Corte costituzionale aveva sottolineato come “l’evoluzione dell’istituto, nel trascendere i caratteri di occasionalità dell’esigenza lavorativa cui era originariamente chiamato ad assolvere, lo ha reso alternativo a tipologie regolate da altri istituti giuslavoristici”.
Quindi, il Governo, con il suddetto decreto legge 25 del 2017, superava entrambi i quesiti referendari rimasti in piedi dopo il giudizio della Corte e, in base all’art. 39 della legge n. 352 del 1970, l’Ufficio centrale per il referendum dichiarava di conseguenza la cessazione delle operazioni referendarie.
Ora, dopo poche settimane, proprio nei giorni in cui si sarebbe dovuto svolgere il referendum (previsto per domenica 28 maggio), i voucher vengono reintrodotti, seppure con alcune modifiche rispetto alla disciplina precedente, in evidente frode al referendum, o — per dirla più chiaramente — per la possibilità dei cittadini di esprimersi sulla questione.
Se il Governo avesse ritenuto che i voucher non dovessero essere del tutto eliminati, ma modificati, come l’emendamento presentato alla manovrina fa, avrebbe dovuto a suo tempo proporre non l’eliminazione, ma la sostituzione della precedente normativa con una nuova (come quella ora approvata in Commissione).
In tal caso, infatti, sempre in base all’art. 39 della legge n. 352 del 1970 (come modificato dalla Corte con sent. n. 68 del 1978), l’Ufficio centrale non avrebbe dichiarato cessate le operazioni referendarie, ma avrebbe trasferito il quesito sulla nuova disciplina, consentendo agli italiani di pronunciarsi in merito.
Il percorso seguito dal Governo e dalla maggioranza (che in realtà non pare quella che lo ha sostenuto finora, ma forse quella che lo sosterrà in futuro) è stato quindi evidentemente compiuto in frode agli elettori, per timore che questi si pronunciassero. La maggioranza sembra, in effetti, sempre preoccupata dal voto dei cittadini, che di fronte alla proposta sulla quale il Governo Renzi aveva maggiormente investito (cioè la riforma della Costituzione) l’ha vista respingere sonoramente (con quasi il 60% dei contrari).
È da precisare che rispetto ai referendum già in altre occasioni gli elettori sono stati raggirati, con la reintroduzione di norme sostanzialmente analoghe a quelle abrogate; ricordiamo, ad esempio, il caso del finanziamento pubblico ai partiti politici (eliminato solo nel 2013) o quello del Ministero dell’agricoltura (che esiste ancora). Il caso forse più clamoroso si è registrato a seguito del voto nei referendum del 2011 (gli unici ad avere raggiunto il quorum dopo il 1995), quando il Governo Berlusconi reintrodusse una disciplina sui servizi pubblici locali, sostanzialmente riproduttiva di quella abrogata soltanto poche settimane prima, con la conseguente dichiarazione d’incostituzionalità della Corte costituzionale (sent. 199 del 2012).
Nel caso che ci occupa, invece, non ci sarà neppure questa possibilità perchè gli elettori sono stati defraudati, non rispetto alla volontà espressa, ma alla stessa possibilità di esprimerla.
Come direbbe una certa retorica degli ultimi tempi, ancora una volta si è fatto un passo avanti, sempre nella direzione di restringere gli spazi di espressione della sovranità popolare.
Andrea Pertici
Professore ordinario di diritto costituzionale nell’Università di Pisa
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 18th, 2017 Riccardo Fucile
I DATI INPS: CONSIDERANDO ANCHE QUELLI A TERMINE SI ARRIVA A MALEAPENA A 322.000… TUTTO COME PREVISTO: FINITI GLI SGRAVI FISCALI, FINITE LE ASSUNZIONI
Saldo positivo tra assunzioni e licenziamenti nei primi tre mesi dell’anno, ma con i contratti a termine che si confermano sempre più determinanti a fronte di una inchiodata di quelli stabili, che ormai dalla fine del 2015 non godono più dell’incentivo della piena decontribuzione.
Secondo i dati dell’Inps, vonsiderando le cessazioni di contratti stabili nello stesso periodo,, il saldo dei “nuovi” posti fissi è in attivo per sole 17.537 unità .
E’ un risultato magro se confrontato al saldo positivo di 41.731 dei primi tre mesi 2016 e del boom di 214.765 contratti dei primi tre mesi 2015, quando erano previsti sgravi contributivi totali.
L’aggiornamento dell’Istituto della previdenza permette anche di tracciare un saldo annualizzato, ovvero la differenza tra assunzioni e cessazioni negli ultimi dodici mesi: nel complesso di tutti i contratti, alla fine del primo trimestre del 2017 risulta positivo per 379.000 unità .
Anche questo numero si può scomporre e conferma la dinamica dei mesi scorsi: da quando è finita la decontribuzione per le nuove assunzioni – valida nel 2015 a pieno regime, poi calata – l’attenzione degli imprenditori è tornata a spostarsi sui contratti a termine.
Sempre nell’ambito del tempo indeterminato, il numero complessivo dei licenziamenti del trimestre è stato di 143.200, in leggero aumento rispetto al dato di gennaio-marzo 2016 (+2,9%); significativa la contrazione delle dimissioni: -3,5% rispetto a gennaio-marzo 2016.
Sulla distribuzione delle cause di cessazione tra licenziamenti e dimissioni, ha significativamente inciso l’obbligo della presentazione on line delle dimissioni, introdotto a marzo 2016, dice l’Inps.
Quanto infine alla composizione dei nuovi rapporti di lavoro in base alla retribuzione mensile, si registra, per le assunzioni a tempo indeterminato intervenute a gennaio-marzo 2017, una riduzione della quota di retribuzioni inferiori a 1.500 euro (32,7% contro 35,4% di gennaio-marzo 2016).
(da agenzie)
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