Febbraio 1st, 2017 Riccardo Fucile
IL PIANO SULLE PARTECIPATE DISATTENDE COMPLETAMENTE QUANTO PROMESSO DALLA GIUNTA GRILLINA, I SERVIZI ANDRANNO A GARA
«Multiservizi non si vende, si compra», diceva l’allora assessora Paola Muraro a nome della Giunta Raggi nell’ottobre scorso.
«Abbiamo la legge Madia arrivata tra capo e collo, dobbiamo ottemperare a questa legge, quindi una serie di società saranno accorpate, altre dismesse, spero recuperando tutti i lavoratori. Ci vorrà ancora un mese o due per terminare tutti i piani industriali. Le società rimarranno 10-12, tra queste Roma Metropolitane. Su Multiservizi la sentenza e’ di due giorni fa, stiamo vedendo con gli avvocati come fare per salvaguardare l’occupazione. Queste ultime due aziende sono i casi più difficile dove il nostro primo problema è evitare che ci siano rischi per i lavoratori», dice oggi l’assessore alle Partecipate Massimo Colomban.
Non ci crederete: uno dei tanti “problemini” tra la Giunta Raggi e la realtà sta per scoppiare in mano al MoVimento 5 Stelle romano.
Sta infatti per accadere quello che era ampiamente previsto.
Il M5S romano durante la campagna elettorale aveva promesso ai lavoratori di Roma Multiservizi che sarebbero stati assunti in AMA.
Nell’agosto scorso anche un ordine del giorno approvato dalla maggioranza grillina in Assemblea Capitolina ricordava alla sindaca che era necessario assorbirli nella municipalizzata dei rifiuti.
Poi la Raggi e la Muraro cambiarono idea: Roma Multiservizi sarebbe stata acquistata al 100% dal Comune
All’epoca c’era chi faceva notare che in questo modo si violava il piano di rientro del debito del Comune di Roma, ma chissenefrega.
Poi, a dicembre era arrivata la protesta dei lavoratori in Consiglio comunale al grido di “Buffoni buffoni”: «Te lo ricordi quando stavi all’opposizione e stavi in mezzo a noi?», gridavano all’indirizzo di Marcello De Vito quella sera i lavoratori, quando avevano scoperto che era andata deserta la gara in 5 lotti per l’affidamento in global service dei servizi necessari al funzionamento delle scuole di Roma Capitale.
Cosa è successo dopo?
È successo che alla fine il TAR ha annullato quel bando e l’assessore Colomban oggi ha spiegato cosa intende fare il Comune: «Su Multiservizi stiamo lavorando con gli avvocati a fronte della sentenza del Tar di due tre giorni fa che ci ha chiesto uno spezzettamento della società . Il nostro obiettivo è salvaguardare l’occupazione. Abbiamo la legge Madia arrivata tra capo e collo, dobbiamo ottemperare a questa legge, quindi una serie di società saranno accorpate, altre dismesse, spero recuperando tutti i lavoratori».
Ora, inutile star lì a ricordare che la Madia è stata approvata nel dicembre scorso e quindi il Comune avrebbe dovuto o velocizzare al massimo le procedure per evitare di finirci dentro (ma sarebbe stato possibile?) oppure regolarsi di conseguenza.
Meglio segnalare la replica sul punto di CGIL, CISL e UIL: «La legge Madia non è ‘arrivata tra capo e collo’. Esisteva già quando l’assessore Colomban ci ha ricevuti in Campidoglio. Il Comune di Roma inizi ad assumersi le sue responsabilità e non faccia lo scaricabarile».
Il piano del Comune in ogni caso è ovviamente cambiato. Secondo Colomban si farà una gara spezzettando il più possibile i bandi per i servizi oggi mantenuti dalla partecipata, e poi si chiederà a chi vince di riassorbire i lavoratori facendole assumere dalle società vincitrici. Possibile?
Alessandro Onorato della Lista Marchini fa notare l’ovvio: «Oggi Colomban ha detto chiaramente che i lavoratori della Roma Multiservizi potrebbero essere salvati solo dalla bontà di chi si aggiudicherà i mini-lotti del global service dando la colpa di tale scelta al Tar. Peccato, però, che il Tar abbia bocciato il tipo di gara fatto da Roma Capitale e non abbia mai detto quale strada seguire per garantire i livelli occupazionali e la qualità dei servizi. Tale scelta spetta a chi amministra in Campidoglio. In campagna elettorale avevano promesso, per garantirsi i voti degli oltre 4.000 lavoratori e dei loro familiari, che ognuno di loro sarebbe stato internalizzato in Ama e l’hanno continuato a promettere fino a tre mesi fa, con tanto di mozione in Consiglio comunale votata da tutto il M5S. Salvo poi cambiare idea e formulare una nuova promessa anche questa disattesa: quella che la Roma Multiservizi sarebbe diventata al 100% di proprietà del Comune di Roma. Oggi si rimangiano anche questo impegno dando la colpa alla legge Madia. Peccato che in nessun modo questa legge non permetterebbe di acquistare la parte privata della Roma Multiservizi per renderla pubblica al 100% garantendo così i livelli occupazionali e la massima qualità del servizio per i romani. Colomban dà il via libera a un nuovo bando a mini-lotti per la pulizia delle scuole, l’assistenza dei minori e disabili e sarà vinto, come al solito, da cooperative e raggruppamenti di società , con il massimo ribasso. È inutile dire che questa procedura alimenta la disoccupazione, ormai in crescita inarrestabile basta vedere la fine di Almaviva, e peggiora la qualità dei servizi».
È così che si intende tutelare la dignità dei lavoratori?
Cgil Cisl e Uil sono pronti a scendere in piazza a fianco dei 4.000 dipendenti di Multiservizi. E di tutti i lavoratori su cui si stanno giocando partite poco chiare e unilaterali.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 30th, 2017 Riccardo Fucile
I BIG USA SI RIBELLANO E APRONO AI RIFUGIATI…IL FONDO DI GOOGLE, ALLOGGI GRATIS DA AIRBNB
I provvedimenti di Donald Trump che bandiscono dagli Stati Uniti i migranti da sette Paesi islamici e l’ingresso ai rifugiati provocano la reazione delle imprese: chi prende direttamente posizione è Starbucks, la famosa catena di caffetterie, che assumerà 10.000 rifugiati in tutto il mondo nei prossimi cinque anni in risposta al decreto anti-immigrazione del presidente americano.
Lo ha annunciato lo stesso fondatore della catena statunitense, Howard Schultz.
E’ solo uno dei gesti clamorosi che le grandi Corporation stanno mettendo in atto.
I dirigenti di Google, ad esempio, hanno dato vita a un fondo già dotato di 2 milioni di dollari, che con le donazioni dei dipendenti potrà raddoppiare, per rispondere alla crisi dei migranti attraverso quattro organizzazioni che si occupano del problema, tra le quali Unhcr.
Mai il motore di ricerca aveva realizzato uno stanziamento simile per rispondere a una crisi.
Ma Airbnb non è da meno: la società degli affitti brevi – molto nota ai vacanzieri – ha detto che metterà a disposizione gratuitamente alloggi per aiutare coloro che sono rimasti intrappolati nel bando di Trump.
Tornando a Schultz, il manager di Starbucks ha preso carta e penna (digitali): “Vi scrivo oggi con grande preoccupazione, il cuore pesante e una ferma promessa”, si legge nella lettera scritta ai dipendenti perchè sappiano che “noi non rimarremo a guardare, non rimarremo in silenzio mentre l’incertenza sulle iniziative della nuova amministrazione cresce ogni giorno che passa”.
Ricordando la “lunga storia” della sua azienda nell’assumere giovani in cerca di opportunità , Schultz ha quindi annunciato: “Ci sono più di 65 milioni di cittadini del mondo riconosciuti come rifugiati dalle Nazioni unite e noi stiamo definendo piani per assumerne 10.000 nei prossimi cinque anni nei 75 paesi del mondo dove è presente Starbucks. E inizieremo qui negli Stati Uniti, concentrandoci inizialmente su questi individui che hanno servito le truppe Usa come interpreti e personale di supporto nei diversi paesi dove il nostro esercito ha chiesto sostegno”.
Sabato scorso, infatti, tra le persone fermate all’aeroporto di New York a seguito della direttiva di Trump, che vieta l’ingresso alle persone provenienti da sette Paesi musulmani (Iraq, Iran, Yemen, Libia, Sudan, Somalia e Siria) c’erano anche iracheni che avevano lavorato come interpreti per i militari americani.
Schultz è anche intervenuto sulla questione del muro che Trump vuole costruire al confine con il Messico, paese dove Starbucks conta 600 caffetterie con 7.000 dipendenti, affermando che bisogna “costruire ponti, non muri con il Messico”.
Per ironia della sorte, le sparate di Trump contro il Paese confinante hanno provocato la reazione dei cittadini messicani, che hanno avviato il boicottaggio dei prodotti-simbolo degli Stati Uniti.
Tornando alla presa di posizione di Schultz, la sua compagnia si è detta in contatto diretto con i dipendenti interessati dal bando sull’immigrazione di Trump e ha garantito che farà “il possibile per aiutarli e permettere loro di districarsi in questo momento complicato”.
Il numero uno ha colto l’occasione per promettere che sia lui che il direttore operativo Kevin Johnson, che dovrebbe sostituirlo come amministratore delegato nel corso dell’anno, inizieranno a dialogare con il personale con maggior frequenza.
“I diritti civili che abbiamo dato per scontati per così tanto tempo sono sotto attacco, e vogliamo utilizzare una forma di comunicazione più immediata per capire e dialogare con voi sulle cose che ci stanno a cuore”.
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
A PALERMO DECINE DI LAUREATI E DIPLOMATI IN CODA PER DIVENTARE LUSTRASCARPE
Dottori lustrascarpe. Decine e decine di laureati e diplomati (tutti disoccupati) hanno fatto domanda, a Palermo, per diventare lustrascarpe grazie a una iniziativa della Confartigianto.
Come scrive oggi il Sole24ore:
“Sono almeno una settantina,.. Hanno aderito all’invito della Confartigianato provinciale guidata da Nunzio Reina che ha già programmato una decina di postazioni nei punti nevralgici della città e che, salvo intoppi, dovrebbero essere operative già in primavera. Le domande sono state talmente tante e inaspettate che Confartigianato ha deciso di aumentare il numero di postazioni: dalle 10 iniziali si è passati così a 15 e i selezionati entreranno a far parte della prima cooperativa di lustrascarpe della città di Palermo i cui costi per l’avviamento saranno sostenuti dall’associazione degli artigiani”.
In questi giorni le selezioni.
“La nostra idea – dice Reina al Sole – è stata accolta con entusiasmo, a dimostrazione che gli antichi mestieri non sono stati dimenticati. Contiamo in tempi brevi di poter permettere ai nuovi lustrascarpe di iniziare a lavorare, prima dovranno seguire un corso di formazione necessario per intraprendere questa preziosa attività “.
(da agenzie)
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Gennaio 23rd, 2017 Riccardo Fucile
LA CATENA FRANCESE HA ANNUNCIATO LA CHIUSURA DEI MARKET DI BORGOMANERO, TROFARELLO E PONTECAGNANO
La catena francese Carrefour ha annunciato una ristrutturazione delle attività in Italia che coinvolgerà 500 lavoratori dichiarati in esubero e, in aggiunta, la chiusura dei punti vendita di Borgomanero, Trofarello e Pontecagnano, i primi due in Piemonte l’ultimo in Campania.
Lo affermano le organizzazioni sindacali di categoria di Filcams cgil, Fisascat cisl e Uiltucs con una nota congiunta, precisando che l’annuncio della multinazionale francese è arrivato ieri.
“Sono state inoltre anticipate dall’azienda una serie di esigenze organizzative che implicherebbero un ulteriore e grave peggioramento delle condizioni di lavoro per i dipendenti della società – aggiungono i sindacati -. Le argomentazioni dell’impresa hanno portato ad evidenziare rilevanti problematiche sugli andamenti aziendali, quali il fatturato, il costo del lavoro e la redditività dell’anno. Gli ipermercati risultano particolarmente penalizzati”.
Carrefour è anche il marchio che ha lanciato, da più di qualche mese, le aperture h24.
“Le informazioni declinate dall’impresa sono risultate generiche e improvvisate”, proseguono le sigle dei lavoratori. In considerazione della gravità di quanto esposto dall’azienda, è stato proclamato lo stato di agitazione e l’astensione dal lavoro per i lavoratori di tutto il gruppo, da effettuarsi nelle giornate di venerdì 27 e/o sabato 28 gennaio, nelle modalità che ogni territorio riterrà più opportune. Le strutture territoriali, nella loro piena autonomia, potranno inoltre prevedere iniziative aggiuntive.
In Italia nel 2016 Carrefour ha realizzato vendite per 5,848 miliardi di euro.
Secondo i dati finanziari diffusi dalla capogruppo lo scorso 19 gennaio, se in termini assoluti si tratta di un meno 1 per cento, su base omogenea invece la variazione risulta del più 0,9 per cento
Guardando al fatturato di punti vendita paragonabili, senza l’eventuale contributo dei carburanti e depurando dall’effetto delle variazioni di calendario, i ricavi del 2016 in italia hanno segnato più 2,1 per cento.
Dalla Filcams cgil ricordano come finora la strategia in Italia del gruppo si sia basata sull’apertura h24 dei punti vendita, senza che questo abbia sfornato risultati esaltanti.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 9th, 2017 Riccardo Fucile
AI MASSIMI DAL GIUGNO 2015… GLI OCCUPATI SALGONO GRAZIE SOLO A DONNE OVER 50
Sale la disoccupazione in Italia, anche a causa della crescita di italiani che si mettono attivamente in cerca
di lavoro (non riuscendo nel loro intento).
Secondo i dati dell’Istat riferiti al mese di novembre, il tasso di senza lavoro è salito all’11,9% registrando dunque un aumento di 0,2 punti percentuali su base mensile e raggiungendo il livello più alto da un anno e mezzo (era il giugno del 2015).
La stima dei disoccupati è in aumento (+1,9%, 57 mila senza lavoro in più), dopo il calo dello 0,6% registrato nel mese precedente.
“L’aumento è attribuibile a entrambe le componenti di genere e si distribuisce tra le diverse classi di età , ad eccezione degli ultracinquantenni”, annotano gli statistici.
Se si guarda agli occupati, a novembre si registra una lieve espansione (+0,1%, +19 mila persone) mensile. “L’aumento riguarda le donne e le persone ultracinquantenni”, specificano i ricercatori.
Dal punto di vista della natura dei rapporti di lavoro, aumentano gli indipendenti e i dipendenti permanenti, mentre calano i lavoratori a termine.
Il tasso di occupazione è pari al 57,3%, in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto a ottobre.
Se si allarga l’osservazione al trimestre settembre-novembre, emergono chari i tratti caratteristici di questa fase del mercato del lavoro: una sostanziale stazionarietà degli occupati, esaurita la spinta che si era vista nei mesi scorsi grazie agli sgravi fiscali. Nel trimestre, infatti, “si registra un lieve calo degli occupati rispetto al trimestre precedente (-0,1%, pari a -21 mila). Il calo interessa gli uomini, le persone tra 15 e 49 anni e i lavoratori dipendenti, mentre si rilevano segnali di crescita per le donne e gli over 50”.
Numeri che fanno dire a Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, che “nessuna riforma del lavoro può funzionare fino a che i consumi restano al palo e questo per la semplice ragione che fino a che le famiglie non acquistano, le imprese non vendono e non necessitano, quindi, di lavoratori aggiuntivi”.
Da notare, come accennato, il miglioramento dell’atteggiamento dei cittadini verso la ricerca di occupazione: la maggiore partecipazione al mercato del lavoro da parte degli italiani (con riflessi sul peggioramento complessivo del tasso di senza lavoro) si vede nel calo della stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni: -0,7%, pari a 93 mila persone che non lavorano – nè cercano – in meno.
“Il calo”, dice l’Istituto, “interessa entrambe le componenti di genere e tutte le classi di età . Il tasso di inattività scende al 34,8%, in diminuzione di 0,2 punti percentuali”.
Per i giovani si registra un balzo del tasso di disoccupazione: si porta al 39,4%, in aumento di 1,8 punti percentuali rispetto al mese precedente, e tocca così il livello più alto da ottobre 2015.
(da agenzie)
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Dicembre 31st, 2016 Riccardo Fucile
STUDIO ISTAT: IMMIGRATI PAGATI IL 18,6% IN MENO.. LA BEFFA DEI CONTRATTI A TEMPO DETERMINATO
Gli italiani lavoratori dipendenti hanno guadagnato in media 14,1 euro all’ora nel 2014. Ma c’è un solco aperto tra le buste paga più grasse e quelle più magre da almeno 12,7 euro.
E’ quanto emerge dalla prima analisi presentata dall’Istat sulla variabilità delle retribuzioni, che pur fotografando la situazione di due anni fa permette di tratteggiare un quadro composito.
Così come variegato è lo scenario delle buste paga, a cominciare dalla spaccatura messa in evidenza dagli statistici.
Per rendersene conto, gli esperti mettono a confronto gli stipendi delle fette di popolazione meglio e peggio retribuite per concludere appunto che il 10 per cento dei dipendenti con retribuzione oraria più elevata percepisce almeno 12,7 euro in più per ogni ora retribuita rispetto al 10 per cento dei dipendenti con stipendi inferiori. I dirigenti, per intendersi, hanno una retribuzione oraria che vale cinque volte quella delle professioni non qualificate, tre volte e mezza quella degli impiegati d’ufficio e oltre tre volte superiore alla media; se sono maschi, poi, hanno una volta e mezza la paga delle colleghe.
Un’altra distorsione accompagna la tipologia di rapporto che c’è tra il lavoratore e l’impresa, che svela una grave piaga del mercato retributivo italiano.
I contratti a tempo determinato (11,7 euro) hanno uno svantaggio del 21,5% rispetto a quelli a tempo indeterminato (14,9 euro): alla precarietà si aggiunge uno stipendio meno gratificante.
“Tale differenziale si riduce notevolmente all’interno delle posizioni lavorative a tempo determinato e indeterminato part-time mentre è massimo tra quelle full-time. In media, la retribuzione oraria delle posizioni a tempo parziale (11,8 euro) è inferiore del -21,3 % rispetto a quella delle posizioni a tempo pieno (15 euro)”, dice l’Istat.
Gli stipendi migliori si trovano nelle attività finanziarie, che garantiscono ai loro dipendenti una retribuzione (25,4 euro) più alta dell’80% rispetto alla media di tutte le professioni. Di contro, vengono catalogate tra le peggio retrubuite le “altre attività dei servizi” che raggruppano le buste paga delle organizzazioni datoriali, dei sindacati, del settore delle riparazioni informatiche e dei servizi per la persona: a loro vanno 9,8 euro l’ora, che sono quasi un terzo in meno della paga complessiva.
Le differenze territoriali non sorprendono e sono in linea con la rilevazione effettuata nei mesi scorsi dall’Osservatorio JobPricing sulle remunerazioni del settore privato, a livello provinciale.
Anche secondo l’Istat, la regione che presenta la retribuzione oraria media più elevata è la Lombardia con 15,7 euro, seguono Lazio con 14,8 euro, Piemonte e Provincia autonoma di Bolzano con 14,7 euro.
Le retribuzioni orarie più basse si registrano nel Mezzogiorno, soprattutto in Puglia (11,9 euro), Molise (12,2 euro), Basilicata e Calabria (12,1 euro).
Resta urgente il tema della differenza di paga tra uomini e donne: le retribuzioni orarie di queste ultime sono di 13 euro, contro i 14,8 degli uomini (-12,2% il differenziale). La forbice si allarga laddove gli stipendi sono più alti e allora la frattura nell’ambito delle attività finanziarie raggiunge il suo picco: tra donne e uomini ci sono 28 euro di differenza ogni 100 di paga.
A guardare il bicchiere mezzo pieno, si può notare con l’Istat che l’Italia ha un gender pay gap tra i più bassi in Europa, secondo gli standard internazionali, ma come sintesi di un risultato molto basso per il settore pubblico e di un valore per il settore privato in linea con gli altri paesi europei.
Un elemento di supporto agli stipendi arriva dalle tredicesime, che incidono per il 9,6% sulla retribuzione annua. A ciò si aggiungono “i premi e altre componenti non erogabili in ogni periodo di paga”, che valgono il 4% della paga, mentre dagli straordinari si raccimola il 2,3% e dai benefit in natura (tra i quali i buoni pasto) l’1,1%.
Se esser stranieri significa mediamente subire uno svantaggio del 18,6% delle retribuzioni, studiare fa bene: “All’aumentare del livello di istruzione cresce la retribuzione oraria per uomini e donne, ma cresce anche lo svantaggio retributivo per le donne.
Per le posizioni con la laurea e oltre la retribuzione oraria delle donne è di 16,1 euro contro 23,2 euro degli uomini; il differenziale è quindi pari a -30,6%”.
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 29th, 2016 Riccardo Fucile
SI STA VEICOLANDO LA TESI CHE IL QUESITO NON SIA FORMULATO CORRETTAMENTE MA NON E’ COSI’
Da giorni sulla stampa nazionale e su pagine web più o meno autorevoli risuona con forza
l’opinione di chi si dichiara certo della non correttezza del quesito referendario sul Jobs Act finalizzato a riportare in vita l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori nella sua versione originaria.
Il quesito, si afferma, non sarebbe stato formulato correttamente e, perciò, sarebbe destinato a incappare nella dichiarazione di inammissibilità da parte della Consulta. Questa opinione nelle pagine del Corriere è persino fatta avallare da “ambienti vicini alla Corte”.
Quali siano questi ambienti non è dato sapere.
Certo è che ad altri ambienti -che con la Corte non hanno niente a che fare- non piace l’idea di far votare gli italiani sulla parte più qualificante del Jobs Act; e la campagna in atto appare come un improprio tentativo di influire sulla decisione dei giudici delle leggi.
Per questo motivo è opportuno fare chiarezza sugli argomenti invocati da chi non vuole che il referendum si svolga, riportando la questione sul piano strettamente tecnico-giuridico; visto che la decisione che la Corte è chiamata a prendere non riguarda il merito della delicata materia oggetto del referendum.
Il primo argomento “anti-referendum” si basa sulla consolidata giurisprudenza costituzionale per la quale un quesito referendario deve essere omogeneo, chiaro e non contraddittorio.
Tale, si sostiene, non sarebbe quello sul licenziamento perchè articolato in modo da contenere non una, ma ben tre domande: la prima, relativa all’abrogazione della nuova disciplina applicabile agli assunti dopo l’entrata in vigore del Jobs Act (il c.d. contratto a tutele crescenti); la seconda, finalizzata ad abrogare le modifiche all’art.18 introdotte dalla riforma Fornero, valevoli per gli tutti altri lavoratori; la terza, mirante ad ampliare l’ambito di applicazione dello stesso articolo 18, estendendolo alle imprese con più di 5 dipendenti.
In realtà l’argomento in questione è erroneo, perchè scambia la chiarezza del quesito con la chiarezza delle norme delle quali si chiede l’abrogazione.
Il quesito sul quale si invitano gli italiani a esprimersi è chiaro ed è formulabile in modo inequivocabile: il fine è ripristinare l’articolo 18 nella sua versione originaria estendendone l’applicazione alle imprese con più di 5 dipendenti. Nessuna incoerenza nè disomogeneità .
La disomogeneità non sta evidentemente nel quesito, quanto piuttosto nel cervellotico impianto normativo che è necessario smantellare per raggiungere lo scopo “chiaro e coerente” che con il referendum si intende raggiungere.
Il secondo argomento “anti-referendum” si basa sul supposto carattere manipolativo del quesito, che non si limiterebbe ad abrogare una normativa esistente ma mirerebbe a crearne una nuova; ciò in particolare grazie a una chirurgica operazione di ritaglio del comma 8 dell’art. 18, che permette di estendere l’ambito di applicazione delle tutele per licenziamento a tutte le imprese con più di 5 dipendenti.
Ne uscirebbe così stravolta la norma e con essa la funzione dello strumento referendario, che come noto nel nostro ordinamento non può avere carattere propositivo.
Anche in questo caso l’argomento non regge, perchè sfrutta un richiamo forzato e strumentale di precedenti della Corte costituzionale.
Le ipotesi nelle quali la Consulta ha concluso per il carattere manipolativo del quesito sono ben diverse da quella in questione e sono per altro risalenti.
L’orientamento recente della Corte è nel senso di ammettere pacificamente quesiti che “ritagliano” parole e frasi all’interno di un testo normativo, purchè l’operazione non finisca per saldare disposizioni che non hanno niente in comune (come fu, per esempio, nel caso della richiesta di referendum sulla pubblicità in Rai del 1997, che infatti non si è mai svolto).
Intervenendo sull’art.18, invece, ci si limita a chiedere l’abrogazione di una parte della norma relativa al suo ambito di applicazione, facendo salvo il limite previsto da quella stessa norma per le imprese agricole (5 dipendenti) e sopprimendo quello di carattere generale (15 dipendenti).
Niente di diverso da quanto avvenne con un altro referendum in materia di lavoro: quello del 1995 con il quale, attraverso il ritaglio dell’art.19 dello Statuto dei lavoratori, si ricavò un nuovo criterio selettivo per la costituzione delle rappresentanze sindacali (aver firmato un contratto collettivo applicato in azienda e non più essere organizzazioni maggiormente rappresentative).
Nessuna manipolazione dunque che non sia ammessa dai principi costituzionali. Per altro proprio sulla soglia dei dipendenti nella disciplina del licenziamento, la Corte costituzionale si è già espressa in occasione del referendum del 2003 che si proponeva di eliminarla del tutto (referendum poi fallito per assenza del quorum): se allora la normativa non è stata ritenuta “stravolta” con l’azzeramento del numero dei dipendenti, a fortiori non può esserlo oggi lasciando in vita la soglia dei 5 dipendenti.
Il diritto, si sa, non è una scienza esatta e per questo motivo la decisione della Corte non può dirsi comunque scontata.
Certo è però che l’assertività con cui sono presentati e diffusi gli argomenti a favore dell’inammissibilità del quesito referendario, se è ben spiegabile politicamente, giuridicamente è del tutto ingiustificata.
Giovanni Orlandini
Esperto di Diritto del lavoro Università di Siena
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 29th, 2016 Riccardo Fucile
SI RIDUCE LA SPERANZA DI VITA CALANO GLI ISCRITTI A SCUOLA AUMENTA LA PERCEZIONE CRIMINALITA’ ANCHE SE I REATI DIMINUISCONO
Sognando un lavoro. “Sommando ai disoccupati le forze di lavoro potenziali, ammontano a 6,5 milioni le persone che vorrebbero lavorare”.
Così l’Istat nell’Annuario statistico, che riepiloga la situazione sul mercato del lavoro nel 2015, spiegando che le forze di lavoro potenziali sono rappresentate da persone che non cercano un impegno ma sarebbero pronte ad accettarlo o che lo cercano ma non sono subito disponibili.
Sono tutti quindi accomunati dal ‘sogno’ di avere un lavoro.
L’Italia è sempre più un Paese di anziani.
Al 31 dicembre 2015 ogni 100 giovani c’erano 161,4 over65, rispetto ai 157,7 dell’anno precedente.
Per quanto riguarda il confronto con gli altri Paesi europei, secondo gli ultimi dati disponibili (dicembre 2014), l’Italia era al secondo posto nel processo di invecchiamento della popolazione, preceduta solo dalla Germania.
Sul territorio – informa l’Istat – è la Liguria la regione con l’indice di vecchiaia più alto (246,5 anziani ogni 100 giovani) mentre quella con il valore più basso è la Campania (117,3%) ma in entrambi i casi i valori sono in aumento rispetto all’anno precedente. Sempre in calo le nascite: nel 2016 i nati sono scesi sotto quota 500mila, a 485.780 unità .
La differenza tra nascite e morti è stata pari a -161.791 unità , il che ha comportato un calo della popolazione residente che a fine 2015 si attestava a quota 60.665.551 persone.
Il numero dei morti nel 2015 è cresciuto (49.207 in più rispetto all’anno precedente) e la speranza di vita, dopo anni di crescita costante, ha subito una battuta d’arresto, passando da 80,3 a 80,1 anni per gli uomini e da 85,0 a 84,7 per le donne
L’automobile è ancora il mezzo di trasporto privato più utilizzato per andare al lavoro: nel 2016 si mettono alla guida quasi sette occupati su dieci (68,9%).
Anche per gli studenti le quattro ruote rappresentano la ‘normalità ‘ (37,3%), in questo caso come passeggeri.
Ma c’è anche una fetta di loro, 13,1%, che sceglie il tram o il bus (contro il 5,5% dei lavoratori) e un altro 11% va in pullman o corriera (a fronte del 2,0% degli occupati). “I mezzi a due ruote sono poco utilizzati per raggiungere la scuola o il posto di lavoro”, conferma l’Istat, sottolineo che tra gli occupati il 3,6% usa la moto e il 3,7% la bicicletta (rispettivamente 2,0% e 2,4% tra gli alunni)
In Italia l’abitudine al fumo non è più in declino e a fumare di più sono i giovani. Secondo l’Istat il tabagismo è più diffuso fra i giovani tra i 25 e 34 anni (26,3%) e in particolare fra gli uomini.
Sono infatti forti le differenze di consumo tra uomini e donne: tra gli uomini i fumatori sono il 24,8% mentre tra le donne il 15,1%.
Il picco dei fumatori si ha proprio negli uomini tra i 25 e i 34 anni di età (con il 33,5%) e poi nelle donne tra i 55 e i 59 anni con il 20,4%.
In più secondo l’istituto nazionale di statistica si è fermato il declino dell’abitudine al fumo da parte degli italiani.
Nel 2016 si dichiara fumatore il 19,8% della popolazione over14, contro il 19,5% nel 2014 e il 20,9% nel 2013. La quota dei fumatori è più elevata tra chi vive nel centro (20,7%) mentre raggiunge il valore più basso tra i residenti del Nord-est (18,2%). I valori più alti si osservano in Campania (23,4%), Umbria (22,8%) e Basilicata (21,5%), mentre i datai più bassi arrivano da Calabria (15,9%), Veneto e provincia di autonoma di Trento (16,2%) e Puglia (17,6%)
Omicidi volontari in calo, in particolare quelli di mafia, così come le rapine.
Ma a dispetto dei numeri, tra la popolazione italiana cresce la percezione del rischio criminalità .
E’ la fotografia scattata dall’annuario 2016 dell’Istat, con un’avvertenza: i dati sui reati si riferiscono al 2014, mentre le opinioni delle famiglie sono state raccolte nell’anno in corso.
Nel 2014 sono stati 2.812.936 (circa 46 ogni mille abitanti) i delitti denunciati dalle forze di polizia alla magistratura (-2,7% rispetto al 2013). E se gli omicidi volontari consumati sono scesi del 5,4%, una contrazione più significativa (-13,5%) l’hanno avuta quelli mafiosi, che nel decennio 2004-2014 hanno raggiunto il loro minimo. In calo anche le violenze sessuali denunciate (-5,1%), lo sfruttamento e il favoreggiamento della prostituzione (-6%).
Tra i reati contro il patrimonio scendono le rapine (-10,3%), mentre aumentano i furti (+1,2%) e soprattutto le estorsioni (+19,4%).
Nell’anno che volge al termine il 38,9% delle famiglie avverte la criminalità come un problema presente nella zona in cui vice (30% nel 2014).
Un fenomeno che ha sua punta massima in Lazio ,dove una famiglia su due (il 50%)percepisce tale rischio, seguito da Veneto (45,7%), Emilia Romagna (45,5%) e Lombardia (44,3%); quest’ultima era al primo posto nel 2014.
In quinta posizione la Campania, come nel 2014, ma la quota di famiglie è ben superiore (43,5% contro 33,3%).
(da “Huffingtonpost“)
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Dicembre 28th, 2016 Riccardo Fucile
OCCUPAZIONE IN CRESCITA TRA GLI OVER 50, MALE PER GLI UNDER 35
L’occupazione cresce tra gli over 50 e cala per gli under 35.
L’ennesimo schiaffo ai giovani arriva dalla nota trimestrale sulle tendenze occupazionali pubblicata da Istat, Inps, Inail e ministero del lavoro.
Per i giovani tra i 15 e i 34 anni, il mercato del lavoro non decolla: nel III trimestre gli occupati in questa fascia d’età sono calati sia su base congiunturale (-1,1%), sia su base tendenziale (-0,6%), sia in termini di tasso di occupazione (in calo su base congiunturale dello 0,3%).
In termini tendenziali, nel III trimestre, si tratta di 55 mila posti di lavoro in meno (sempre tra i giovani) rispetto allo stesso periodo del 2015 mentre su base congiunturale sono calati di 29 mila.
La situazione migliora solo andando avanti con l’età .
Nella popolazione adulta, infatti, cioè nella fascia d’età tra i 35 e i 49 anni, il tasso di occupazione sale (+0,1% congiunturale e +0,9% tendenziale).
Una tendenza che diventa ancora più evidente per gli ultra cinquantenni, che godono di un aumento congiunturale dello 0,2% e tendenziale dell’1,6.
Specchio di questa realtà sono i dati sulla disoccupazione: tra i giovani aumentano anche i disoccupati (+42mila nel III trimestre a un tasso del 2,9%, con un incremento su base tendenziale del 6,6%).
Tasso che scende per gli adulti (-1,8% nel III trimestre su base congiunturale) e per gli over 50 (-2,8%).
La nota certifica anche un’impennata nell’utilizzo dei voucher, incarnazione di un mondo del lavoro sempre più precario.
(da agenzie)
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