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METALMECCANICI, COSA CAMBIA CON IL NUOVO CONTRATTO

Novembre 26th, 2016 Riccardo Fucile

AUMENTO MENSILE MEDIO DI 92,67 EURO   E MOLTE NOVITA’

Firmato l’accordo per il rinnovo del contratto di lavoro di 1.600.000 metalmeccanici. L’intesa raggiunta da Federmeccanica-Assistal e Fim, Fiom e Uilm, prevede a regime un aumento medio mensile di 92,67 euro, cifra comprensiva di parte salariale, welfare, formazione.
La durata del contratto sarà  di 4 anni (2016-2019); a partire dal 2017 il riconoscimento dell’inflazione sarà  ex-post anno su anno e non piu’ ex-ante.
Gli incrementi retributivi decorreranno dal mese di giugno di ciascun anno e non piu’ da gennaio.
Viene riconosciuta l’assistenza sanitaria integrativa gratuita a tutti i dipendenti e familiari (anche conviventi di fatto a partire da ottobre 2017). L’accordo sarà  ora sottoposto al referendum tra i lavoratori che i terrà  il 19, 20 e 21 dicembre
Ecco i punti salienti dell’intesa:
Aumenti

L’intesa prevede a regime un aumento medio mensile di 92,67 euro, cifra comprensiva di parte salariale, welfare, formazione. Per il recupero dell’inflazione sono previsti 51,7 euro, per il salario non tassato 13,5, 7,69 per la previdenza, 12 per sanita’ e 19 per welfare; in totale sono 85 euro a cui vanno aggiunti 7,69 euro per la formazione. L’aumento medio calcolato al quinto livello e’ di 89 euro. I 13,6 euro comprendono anche 80 euro come una tantum in pagamento a marzo prossimo.
Posizioni di partenza
Federmeccanica non prevedeva alcun incremento per il 2016 e un beneficio solo per chi ha un salario individuale inferiore a quello di garanzia. La proposta e’ stata immediatamente bocciata da Fim, Fiom, Uilm, secondo cui l’aumento sarebbe andato ad appena un 5% dei lavoratori. La piattaforma di Fim e Uilm chiedeva un aumento di 105 euro mensili (per il quinto livello), e sulla stessa linea la Fiom. I sindacati hanno risposto con venti ore di sciopero, decine di manifestazioni, blocchi degli straordinari e delle flessibilità .
Salario ​
Riconoscimento dell’inflazione ex post anno su anno a partire dal 2017. Incrementi retributivi dal mese di giugno di ciascun anno (e non gennaio).
Assistenza sanitaria
Prevista Meta’salute, l’assistenza sanitaria integrativa (156 euro totalmente a carico delle aziende e riconosciuto a tutti i lavoratori metalmeccanici e ai loro familiari a carico, anche ai conviventi).
Welfare aziendale
Previsti Flexible Benefits pari a 100 euro nel 2017, 150 euro nel 2018, 200 euro nel 2019. Soldi netti da spendere, a titolo di esempio, come “carrello della spesa”, buoni carburante, spese scolastiche, e altri beni e servizi.
Formazione
Dal 1 gennaio 2017 le aziende coinvolgeranno i lavoratori a tempo indeterminato ad effettuare, nel triennio, almeno un percorso di formazione di 24 ore pro-capite a loro carico. In assenza di percorsi aziendali, il lavoratore ha il diritto di ricercare e partecipare a corsi di formazione all’esterno, con un contributo di spese direttamente a carico delle aziende fino a 300 euro.
Diritto allo studio
Per i lavoratori studenti universitari, oltre i giorni retribuiti per ciascun giorno d’esame e le 120 ore annue non retribuite, le 150 ore retribuite triennali (50 ore annue) potranno essere utilizzate con maggior flessibilita’ per la preparazione degli esami. Oltre i 9 esami triennali il lavoratore avra’ diritto a 16 ore retribuite aggiuntive per ogni esame.
Congedi parentali
Il padre lavoratore e la madre lavoratrice, per ogni bambino nei primi suoi dodici anni di vita, hanno diritto al congedo parentale che potra’ essere utilizzato anche su base oraria (a gruppi di due o quattro ore) oltreche’ giornaliera o continuativa.
Previdenza complementare
Cometa, la previdenza integrativa, vede aumentare il contributo a carico dell’azienda dall’1,6% al 2% per incentivare e valorizzare uno strumento fondamentale per le pensioni del futuro, soprattutto per i giovani.
Permessi per eventi, cause particolari, ex art 33, L.104.
Il lavoratore ha diritto ad usufruire di 3 giorni di permesso retributi in caso di decesso o di grave infermita’ del consiuge anche legalmente separato, o di un parente di secondo grado anche non convivente. I permessi legge 104 sono cumulabili; il lavoratore deve presentare un piano di programmazione mensile
Salute e sicurezza
Istituita un Commissione con il compito di realizzare un evento annuale a livello nazionale, degli approfondimenti. Nelle aziende con almeno 200 dipendenti si terranno due incontri annuali nelle diverse aree di lavoro, per meta’ del tempo in orario di lavoro, sui fattori di rischio e per individuare le possibili soluzioni; saranno sperimentati i cosiddetti break formativi dei lavoratori, di 15/20 minuti in orario di lavoro, di aggiornamento sulle procedure di sicurezza dell’area di lavoro. Si introduce infine una piccola ma significativa novita’, prevedendo Gli RLS saranno dotati di elementi di identificazione (cartellino, badge, spilla, ecc.) per valorizzare il loro ruolo in azienda. Vengono aumentate lievemente le ore a disposizione del singolo RLS nelle aziende oltre i 300 dipendenti (elevate a 72 ore annue) e oltre i 1000 (elevate a 76 ore annue).
Trasferimenti
Per i trasferimenti individuali di sede di lavoro viene portata a 52 anni (oggi 50) per gli uomini e a 48 per le donne (oggi 45) l’eta’ oltre la quale i trasferimenti possono avvenire solo in casi eccezionali.
Comitato consultivo di partecipazione
Viene istituito nelle aziende con oltre 1.500 dipendenti e con almeno due unita’ produttive con piu’ di 300 dipendenti, o almeno una unita’ produttiva con almeno 500 dipendenti, su richiesta di una delle parti. Il comitato verra’ convocato dall’azienda in caso di scelte strategiche rilevanti su cui verra’ chiesto il parere del sindacato.
Appalti
Viene introdotto, in modo condiviso, il principio di salvaguardare l’occupazione in caso di cambio appalto nell’ambito dei pubblici servizi. Su richiesta di una delle parti, verra’ attivato un tavolo di confronto che coinvolgera’ le organizzazioni sindacali, l’impresa uscente e quella subentrante, allo scopo di definire l’ambito del “cambio appalto”, il numero dei lavoratori coinvolti.
Contrattazione territoriale
Rilancio della contrattazione aziendale con parametri variabili per rilanciare la produttivita’ aziendale e far crescere i salari. Gli Osservatori territoriali, per la prima volta, avranno il compito di promuovere la contrattazione aziendale anche in quelle aziende in cui non c’è.

Silvia Inghirami
(da AGI)

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IL BOOM DELLE ASSUNZIONI (A TERMINE)

Novembre 19th, 2016 Riccardo Fucile

INSIEME A QUELLE STAGIONALI RAPPRESENTANO IL 75% DEI NUOVI RAPPORTI DI LAVORO

Le assunzioni a tempo determinato e quelle stagionali rappresentano quasi il 75% dei nuovi rapporti di lavoro: il dato emerge da uno studio della Fondazione Di Vittorio, che rielabora i dati dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps.
Tra i lavoratori dipendenti del settore privato (esclusi domestici ed agricoli), si legge nel report, le assunzioni a tempo indeterminato nei primi 9 mesi di quest’anno (926 mila) sono inferiori non solo a quelle dei primi 9 mesi del 2015 (con una differenza di -443 mila, pari a -32,3%), ma anche a quelle dei corrispondenti periodi del 2014 (-65 mila, pari al -6,5%) e del 2013 (-85 mila, pari al -8,4%).
Il boom delle assunzioni (a termine)
Superano i 2,7 milioni le assunzioni a termine, con una variazione rispetto al 2015 di +91 mila unità , di +154 mila rispetto al 2014 ed una ancora più cospicua rispetto al 2013 (+325 mila).
Le assunzioni di stagionali, nei primi 9 mesi del 2016 pari a 470 mila, sono inferiori di 37 mila unita’ al livello del 2015 e di 4 mila a quello del 2014.
Le assunzioni a termine e quelle stagionali rappresentano quasi il 75% dei nuovi rapporti di lavoro: un dato in crescita rispetto alle rilevazioni precedenti.
Le assunzioni a tempo determinato, sottolinea la Cgil, riguardano rapporti di lavoro spesso di durata molto breve che, in molti casi, fanno capo ad uno stesso individuo nel periodo che viene osservato.
Le assunzioni a termine generano quindi una quantità  di lavoro ridotta: con riferimento al settore privato, nel 2015 il 35,4% dei contratti a tempo determinato aveva una fine prevista entro un mese, ed un altro 23,7% da 1 a 3 mesi.
Le assunzioni in apprendistato (168 mila) crescono rispetto al 2015 (+29 mila), per la ritrovata convenienza economica della forma contrattuale, pur restando inferiori ai livelli del 2013-14.
Anche le trasformazioni contrattuali in tempo indeterminato da contratti a termine (226 mila) sono in calo sia rispetto ai primi 9 mesi del 2015 (-118 mila, -34,4%) sia a quelli del 2014 (-39 mila, -14,4%) ed in misura più consistente del 2013 (-106 mila, -31,9%).
Le trasformazioni dall’apprendistato al tempo indeterminato (62 mila) sono in leggera flessione rispetto al 2015, con un guadagno invece rispetto al 2014 (+10 mila) ed anche rispetto al 2013 (+6 mila).
La variazione netta (incluse le trasformazioni) del tempo indeterminato, pari a +47 mila unita’ nei primi 9 mesi 2016, si ridimensiona drasticamente rispetto alle +520 mila dei primi 9 mesi 2015 ed e’ anche nettamente inferiore al dato 2014 (+105 mila unita’) e a quello 2013 (+139 mila).
Dal mese di giugno 2016, la variazione netta mensile e’ stata sempre negativa (a settembre -4 mila).
Il saldo netto resta positivo grazie alle minori cessazioni, che scendono sotto 1 milione 200 mila unità , -90 mila rispetto ai primi 9 mesi del 2015, -37 mila nei confronti del corrispondente periodo del 2014 e -92 mila rispetto a quello del 2013
L’osservatorio del precariato dell’INPS
Nonostante il calo delle cessazioni, il saldo del tempo indeterminato non sarebbe rimasto in territorio positivo nei primi 9 mesi del 2016 senza il determinante apporto delle trasformazioni in tempo indeterminato.
Senza di questi si sarebbe registrato — a differenza del 2015 — un saldo negativo.
Il rallentamento dei flussi in uscita, dice la Cgil, puo’ spiegarsi in parte col migliore andamento di alcuni settori, ma non va dimenticata la durata triennale degli incentivi e, soprattutto, la forte diminuzione dei pensionamenti del FPLD.
Escluse le pensioni ai superstiti, infatti, sono state liquidate nei primi tre trimestri 2016 circa 97 mila pensioni, contro le 137 mila del corrispondente periodo del 2015. Rispetto al primo semestre del 2015, sono 39,5 mila uscite in meno, un calo che ha contribuito alla tenuta complessiva del tempo indeterminato: senza tale contributo, il saldo occupazionale per l’anno in corso sarebbe stato appena di 8 mila unita’.
Nei primi 9 mesi del 2016 si verifica una consistente espansione del lavoro a termine, che -incluso il lavoro stagionale- presenta una variazione netta di +462 mila unita’, contro meno di 180 mila del corrispondente periodo del 2015.
Escludendo i rapporti di lavoro stagionali, il saldo e’ di +395 mila unità , a fronte di valori nettamente inferiori nel triennio precedente.
Prosegue il boom dei voucher: sempre nello stesso periodo sono stati acquistati in Italia quasi 110 milioni di voucher, quasi 4 volte il valore del 2013 e in aumento del 128% rispetto al 2014.
Rispetto ai primi 9 mesi del 2015, la crescita e’ del +34,6%. Rapportando i dati all’orario contrattuale medio netto di un full-time nel settore privato, tale quantità  è equivalente — secondo stime Cgil — a ben 86 mila persone impiegate a tempo pieno ogni mese.
Si tratta con ogni probabilita’ di un dato sottostimato, poichè, secondo un’opinione largamente diffusa, la parte di lavoro ufficialmente dichiarato con i voucher non copre che una parte del lavoro effettivamente svolto.
Le aree geografiche meridionali, che utilizzavano relativamente meno lo strumento dei buonilavoro, hanno fatto registrare nel 2014-15 gli incrementi piu’ consistenti (oltre il +90%).
Nei primi 9 mesi del 2016, le dinamiche tra le aree si avvicinano: gli incrementi sono compresi tra il +37,4% del Nord-Ovest ed il +31,1% del Nord-Est. L’area che acquista maggiormente i buoni-lavoro resta il Nord-Est, con circa un terzo dei buoni venduti a livello nazionale, seguita dal Nord-Ovest, con il 30,2%, poi dal Centro con il 18,2%, dal Sud con il 12,1% ed infine dalle Isole con il 6%.

(da “NextQuotidiano”)

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COME VIVE LA NUOVA CLASSE OPERAIA ON LINE

Novembre 19th, 2016 Riccardo Fucile

DA AMAZON A ZALANDO, DA ESSELUNGA A H&M, DIETRO I NOSTRI CLIC CI SONO MIGLIAIA DI GIOVANI CHE LAVORANO GIORNO E NOTTE.. LA LOGISTICA DELLO SHOPPING IN RETE

Nel tempo necessario per leggere il titolo e il sommario di questa pagina, sono stati completati 76 ordini di scarpe, libri o detersivi. On line.
Per arrivare a questa riga sarà  passato un minuto.
E un minuto sono 228 consegne, che fanno 13.600 all’ora, 328 mila e 700 al giorno. Nel 2016 gli acquisti digitali di beni materiali, in Italia, sono stati più di 120 milioni: un inarrestabile pulsare di clic che crescono del 30 per cento all’anno, a 75 euro in media a scontrino.
Ma dietro ognuna di queste comande, impartite senza attese o spostamenti, senza commessi o commercianti, c’è una lunga catena che si ingegna e si spreme «per minimizzare i percorsi e rispettare i tempi promessi» al cliente, come spiegano ad Amazon.
Il cliente e le sue richieste. La sua fretta. I suoi orari. I nuovi padroni aspettano da casa. I nuovi operai corrono per loro.
«Una delle prime cose che ti insegnano ad Amazon è il passo», racconta Daniele, 30 anni, impiegato durante il picco di Natale nel centro piacentino di Castel San Giovanni: «Un passo di marcia». Perchè ci vuole ritmo, per l’eCommerce. E sorridere al citofono.
È quello che raccontano le facchine e i fattorini, o meglio i “picker” e i “driver”, di H&M o di Esselunga, di Zalando o GLS che abbiamo incontrato per mostrare cosa significa stare dall’altra parte del computer nell’industria degli ordini on line: quella della catena di montaggio.
Trovando entusiasti o pessimiste. E incubi comuni. Come l’imparare presto a temere ciò che per gli altri è festa: il Natale, i saldi, l’avvicinarsi del cenone, l’inizio dell’anno. Per i regali, la scuola e le offerte, aumentano le richieste. Quindi la pressione.
Perchè il bisogno di comodità  dei clienti schiaccia i diritti degli altri. Per arrivare prima alla consegna, gli ingranaggi digitali, meccanici e umani dell’eCommerce non si possono fermare.
Via Benigno Zaccagnini, Stradella, provincia di Pavia. In questa zona un tempo famosa per la “casalinga di Voghera” adesso s’alzano alcuni mega-snodi logistici che dalla pianura padana riforniscono via eCommerce l’Europa.
A destra, i cancelli della “città  del libro”, hub internazionale dei volumi comprati on line. A sinistra trecento persone che scorrono scaffali per gestire gli ordini web di H&M, la catena di vestiti low cost. I camion per le spedizioni battono la Bassa.
Il gestore del magazzino di H&M è una cooperativa di Como, Easycoop. A cui gli affari vanno alla grande. Il fatturato è raddoppiato negli ultimi due anni, i dipendenti sono saliti a 674, a luglio i soci hanno votato un aumento di stipendio al presidente (204 mila lordi).
Serena Frontino ha 22 anni, un cappotto beige, un’infervorata militanza sindacale che l’ha portata più volte sui giornali negli ultimi mesi. Il suo contratto è part time, a 7,4 euro l’ora; ad aprile più della metà  della sua busta paga non arrivava dall’ordinario, quanto da premi di produzione, extra e integrazioni.
Perchè il suo è un part-time elastico: sui contributi versati, sui diritti, sull’agenda. «Ci mandano l’orario del giorno dopo solo il pomeriggio o la sera prima, via sms», racconta: «Seguivo un corso di teatro, la mia passione, ma ho dovuto abbandonare. Perchè non posso prevedere a che ora uscirò».
Sul regolamento interno, depositato con il bilancio, è scritto chiaro che «la distribuzione e la durata dell’orario potranno variare nell’arco delle 24 ore, per tutti i giorni del calendario», e ogni socio lavoratore è «tenuto a prestare la propria attività  oltre quanto stabilito, sia di giorno, sia di notte, sia in giorni feriali, sia in giorni festivi». La richiesta d’abiti non conosce notte
SMISTARE
Il facchino è fra i mestieri non qualificati più richiesti del 2016: Unioncamere ha previsto 41.100 assunzioni in un anno; più della metà  a tempo determinato, ma in crescita.
«Fuori non c’è niente, qui è un’altra vita», dice Mirela Feodorov in un video girato da Amazon: «Anche se è pesante, hai la sicurezza».
I gesti di Mirela sono martellanti. Scatta. Dietro, i colleghi camminano svelti. «Sono stata interinale per sei mesi, poi mi hanno assunta full time», racconta orgogliosa all’Espresso Clara Merli, 44 anni, anche lei dipendente Amazon a Castel San Giovanni: «È normale che esista un passo. Che si debba essere veloci. L’azienda cresce. Non so quali aspettative abbiano i giovani, ma qui si lavora. Se ce la faccio io che ho tre figli».
Clara è una “picker”. Come Serena ad H&M: ogni mattina prende la sua prima “missione”, un rotolo di codici a barre che indicano i capi d’abbigliamento da recuperare negli scatoloni, tra le file sterminate degli scaffali.
A Serena è richiesto di prelevarne quattro al minuto. «Se finisci sotto i 3,8 arriva un richiamo». Ogni missione è composta da 120, 160 pezzi.
Il metronomo dell’azienda prevede due missioni come queste ogni ora.
«I tempi diventano sempre più stretti, la tolleranza sugli errori è bassa. Ma in questi magazzini è molto difficile sostituire le persone con i robot», spiega Riccardo Mangiaracina, direttore dell’Osservatorio dedicato al Politecnico di Milano: «L’automazione è rigida. Mentre per l’eCommerce serve flessibilità : sia sul tipo di pacchi da prendere, sia sulla stagionalità ». Software e robot possono sollevare i pesi più ingombranti. Possono comandare, indicando i percorsi ottimali. Ma a eseguire, servono facchini umani.
IMPACCHETTARE
Anche Anna ha 22 anni. In H&M è una “packer”, ovvero si occupa di piegare gli abiti e imbustarli .«Quando mi hanno assunta, due anni fa, bisognava passare 200 pezzi all’ora. Adesso hanno alzato la media a 250».
Anna e le altre 57 ragazze che eseguono con lei questa mansione sta in piedi, fra i carrelli e il rullo. Riceve, controlla, smista, imbusta. «C’è la musica, nel magazzino, radio Kiss Kiss». Ma con le colleghe non può chiacchierare. «Mi hanno separata da un’amica perchè non mi distraessi. Anche se restavo al passo».
Nel regolamento di Easycoop si chiede di non lamentarsi: «è fatto divieto di discutere sui luoghi di lavoro, in particolare in presenza di terzi, di problematiche aziendali». Dopo due anni Anna è ancora inquadrata come “junior”, al minimo salariale.
Nessuno scatto d’anzianità . Preavviso di sei giorni in caso di licenziamento.
«Negli ultimi mesi alcuni aspetti sono migliorati», dice, «grazie soprattutto alle lotte sindacali». Anche lei, come le sue colleghe, si entusiasma a raccontare lo sbarco dei Cobas in magazzino, le trattative, i picchetti, i primi risultati. Poi torna a fumare. «Avrei voluto fare la nutrizionista. Ma ammetto che ho perso la voglia di impegnarmi, fuori da qui. Sono stanca, quando esco».
E poi ci sono i climax, come le “capsule collection” firmate da stilisti di grido. Non dimenticherà  mai, dice, quella di un designer francese: «Durava soltanto due giorni. Piacque tantissimo, e gli ordini si impennarono. Più velocemente del solito dovevamo trattare abiti non da 30, ma da 400 euro l’uno. C’era un cappotto con dei pendenti fragili. Hai paura a respirare sui vestiti, in quei casi. Le altre “packer” imbustavano e piangevano. Io ho avuto un attacco d’ansia».
CONFEZIONE REGAL
Per far fronte allo shopping compulsivo del Natale, Amazon – 900 dipendenti a Castel San Giovanni, di cui tre dirigenti, 67 milioni di euro di ricavi – chiama centinaia di interinali per alcuni mesi. Daniele è stato uno di quelli.
«Mi occupavo dei pacchi voluminosi. Ogni mattina c’era il briefing. Il “team leader” mostrava faccine tristi, diceva che eravamo stati poco produttivi il giorno prima. A volte lanciava delle sfide. Diceva “ragazzi, dai, dobbiamo spingere. Anzichè 3.500 pezzi in un’ora, facciamone 5 mila”». Se ci riuscivano veniva estratto un premio, racconta.
«Sono rigidissimi sul rispetto delle norme di sicurezza», continua: «Ma anche sugli standard: ti dicono come eseguire ogni movimento per risparmiare secondi preziosi». Se sei sotto media, «si avvicina un ragazzo, col computer. Ti dice: non potresti andare più veloce?».
Quant’è contemporaneo il passato: «Lulù, ma cosa mi combini? Il rendimento è bassissimo, ci devi dare dentro. Se no perdi il cottimo». «Amore, amore, va qui che exploit. Non è che non posso. È che non voglio», rispondeva Gian Maria Volontè in “La classe operaia va in Paradiso”.
SPEDIRE
Un collega di Roberto assomiglia da vicino al cottimista immortale di Petri. «Ha tre figli e due mutui, per questo accetta anche quattro doppie a settimana. Non vive. Ma guadagna più di me. Prima poteva superare anche duemila euro al mese. Ora arriva al massimo a 1.800».
Dal 2008 Roberto è uno dei fattorini che portano a casa la spesa ordinata online su Esselunga. «Prima eravamo 60 autisti, per 14 consegne a servizio. Ora siamo 100 e ne facciamo 17».
La “doppia” è il doppio turno: «Significa che inizi alle 5.43 e guidi fino a dopo cena. Con la pausa per il pranzo». Roberto accetta solo una volta a settimana. «Voglio continuare ad allenarmi a rugby», dice.
Alcuni suoi colleghi, per bisogno, sostengono ritmi molto più pressanti. «Siamo pagati un fisso di 1.250 euro al mese per undici consegne al giorno», spiega: «Tutti gli extra sono a cottimo – uno, 2,5 euro a ordine».
La mattina si presenta al magazzino di Milano Sud, «rinconcilia», spiega in gergo, «i freschi al resto della gastronomia» e inizia le tappe. «Preferisco andare a Quarto Oggiaro», un quartiere popolare: «Perchè lì i clienti sono spesso manovali che non hanno il tempo per andare al supermercato. E scendono a darmi una mano. In altre zone ti trattano da schiavo. E devi pure sorridergli».
Roberto lavorava all’inizio per il consorzio Alma, che ha perso l’appalto dopo i guai giudiziari del fondatore, a cui la Guardia di Finanza contesta decine di milioni d’Iva evasa.
Ora la gestione è di una srl «molto più seria, nelle buste paga», spiega. «Ma fa fatica a trovare nuovi autisti. Molti scappano dopo la prova. Perchè è faticoso: sei sempre da solo, devi portare la spesa fino al corridoio del cliente, a prescindere dal peso».
Lui non se ne va, «perchè fuori non ho trovato altro. Vivo con mia madre. Stiamo finendo di pagare i debiti di papà ».
CONSEGNAR
Anche Alessandro è tornato a vivere con i genitori a 35 anni. Diplomato in ragioneria, è stato per 18 anni trasportatore a Latina. «Ero arrivato a guadagnare, con il mio mezzo, anche tremila euro netti al mese. Certo, stavo molto in furgone. Fino a 140 consegne in un giorno. Ma non potevo lamentarmi».
Parla al passato perchè l’anno scorso ha lasciato la sua vita da “corriere espresso”. Il suo ormai ex settore non conosce crisi: il fatturato delle consegne a domicilio ha superato i cinque miliardi e mezzo di euro l’anno, come mostrano i dati dell’osservatorio Logistica del Politecnico di Milano che pubblichiamo in anteprima: seicento milioni di euro in più rispetto a sei anni fa.
L’eCommerce alza i volumi. Ma non la qualità  di vita per i “driver”: «È diventato tutto più insostenibile. Io ho portato pacchi per Gls, Bartolini, Sda, Mtn. Pagato a ore oppure da un euro a 4,2 a ordine. Avevo il mio giro di negozi. Sapevo come ottimizzare i tempi, le strade. Come gestire le giornate. Poi sono cresciute le spedizioni a casa, e la mia attività  è passata al 70 per cento sui privati.
Ovvero persone che magari non rispondono subito al citofono perchè non possono, o il portiere non c’è, o chiedono di tornare dopo. Con tutti gli imprevisti non riuscivo più ad assicurarmi un cottimo che mi permettesse di guadagnare bene».
Così ha cambiato mestiere, e pur di continuare a seguire l’Inter («Sono di Latina, ma la mia casa è San Siro. Se ho dei soldi, li spendo per le trasferte») è tornato dai suoi.
RESTITUIRE
L’anno prossimo si sposa. «Poi il mio sogno è comprarmi l’auto, se riesco a risparmiare».
Debora è l’operaia modello dell’eCommerce italiano. A 22 anni è al suo secondo impiego fra carrelli e scaffali. Da quattro mesi è dipendente a tempo pieno del consorzio Ucsa: si occupa dei “resi” nel magazzino di Zalando, la piattaforma online di vestiti griffati.
«Siamo tutte donne, nel mio reparto. Dobbiamo assicurarci che gli abiti restituiti siano intatti, puliti, senza difetti».
Lo fa otto ore al giorno, più mezz’ora di pausa pranzo. Anche per lei l’orario è confermato solo giorno per giorno. «Prendo 1.400 euro al mese. La paga è buona. Il sabato ci danno il doppio. Fuori trovavo solo offerte in nero come cameriera al bar». Deve controllare 40 pezzi l’ora. «Riesco senza problemi, ma che non aumentino». Una volta al mese arrivano dei controllori di Zalando, «ci intervistano per sapere come va. Hanno dato feedback positivi sulla mia attività . Come premio ho ricevuto un buono da 200 euro da spendere sul sito web. Avrei preferito un aumento. Ma penso di potermi prendere qualcosa di bello».
L’affitto, la Bassa, il fidanzato. «Se dovesse rimanere così, penso di poter tenere questo posto per tutta la vita».

Francesca Sironi
(da “L’Espresso”)

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ITALIA PRIMA IN EUROPA PER IMPRESE GUIDATE DA UNDER 35

Novembre 17th, 2016 Riccardo Fucile

DOPPIATI I COETANEI TEDESCHI… SONO 600.000 LE AZIENDE CON UN CAPO SOTTO 35 ANNI… 325 APERTURE AL GIORNO, BOOM AL SUD

C’è un settore in cui siamo primi in Europa. E doppiamo addirittura la Germania: le imprese condotte da under 35. Sono 600 mila in tutto, con un saldo positivo record di 50 mila nei primi nove mesi di quest’anno, al ritmo di 325 aperture al giorno.
I giovani italiani insomma sono i più intraprendenti, quando si tratta di lanciarsi in nuovi business. Specie al Sud e nel commercio al dettaglio. E con un grandissimo interesse di ritorno per l’agricoltura.
Bamboccioni a chi?
I nuovi dati, rielaborati dalla Coldiretti nella ricerca “Bamboccioni a chi? I giovani italiani che fanno l’impresa”, rivelano che le imprese giovani sono il 9,8% delle pmi italiane e quasi un terzo delle nuove aperture nel 2016.
Un risultato che solo apparentemente stride con il 67% degli under 34 ancora a casa con mamma e papà , la percentuale più alta in Europa dopo la Slovacchia.
Famiglia come palestra.
“La famiglia in Italia è un punto di riferimento perchè ha le risorse per sopportare meglio la crisi, ma è anche un presidio di imprenditorialità  diffusa”, ragiona il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo. “In molti casi è una palestra ed un trampolino di lancio per consentire ai giovani di esprimere la propria creatività “. E in effetti le imprese familiari in Italia sfiorano il 60% nel mercato azionario e il 90% in settori come l’agricoltura.
Commercio e agricoltura i preferiti.
Ma quali sono i i settori di interesse degli under 35? Su 90 mila nuove imprese, aperte tra gennaio e settembre di quest’anno (mentre 40 mila chiudevano), 11 mila sono nel settore del commercio al dettaglio, 7.569 in agricoltura e allevamento, oltre 7 mila nelle costruzioni specializzate, 4.717 in attività  di ristorazione e 2.882 nei servizi alla persona.   Dal punto di vista territoriale, vince il Sud (34.334), seguito da Nord Ovest (21.611), Centro (18.064) e Nord Est (quasi 14 mila).
Piccolo è bello.
L’Italia è al top in Europa anche per l’alto numero di piccole e piccolissime aziende (e la polverizzazione non sempre è un vantaggio): 3,8 milioni contro 2,9 milioni del Regno Unito, 2,7 milioni della Polonia, 2,4 milioni della Germania, 2,2 milioni della Spagna e poco sopra i 2 milioni della Francia. Ma dei quasi 4 milioni di pmi tricolori, il 30% è guidato da under 40, contro il 33% di Londra, il 35% di Varsavia, solo il 21% di Berlino, il 28% di Parigi e come Madrid.
Agricoltori di prima generazione.
Molte new entry si registrano nel settore agricolo. Secondo un’analisi Coldiretti/Ixe’, la metà  degli agricoltori di prima generazione (che vengono da altri settori o da diversi vissuti familiari) è dotata di laurea, il 57% ha fatto innovazione, il 74% è orgoglioso del lavoro fatto e il 78% è più contento di prima. Tra l’altro, le aziende agricole dei giovani possiedono una superficie superiore di oltre il 54% alla media, un fatturato più elevato del 75% e il 50% di occupati per azienda in più.
Sgravi per le assunzioni.
La legge di bilancio, ora all’esame del Parlamento, prevede poi l’esonero dei contributi previdenziali al 100% per le assunzioni dei giovani agricoltori under 40 per i primi tre anni. E poi del 66% e 50% per il quarto e quinto anno.
“Abbiamo costituito una apposita task force che opera anche a livello territoriale per sostenere i giovani interessati con tutte le informazioni, ma anche tutor, corsi di formazione e consigli per accesso al credito”, assicura la delegata nazionale dei giovani della Coldiretti

Maria Letizia Gardoni.
(da “La Repubblica”)

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FOODORA, LE DUE PROMOTER CACCIATE PER TELEFONO PER AVER PARTECIPATO A UN INCONTRO PUBBLICO

Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile

SOSPESE DAL COCOCO DOPO UNA RIUNIONE CON I FATTORINI SUI PROBLEMI CONTRATTUALI DELL’AZIENDA CHE CONSEGNA CIBO A DOMICILIO

“Di fatto sì, siamo state licenziate al telefono per aver partecipato ad un incontro pubblico”. Hanno deciso di parlare, Ilaria e Ambra, le due promoter di Foodora che si sono viste sospendere il contratto con una chiamata sul cellulare di pochi minuti e una notifica su WhatsApp.
E hanno deciso di raccontare la loro storia ilfattoquotidiano.it dopo settimane di silenzio assoluto: “Abbiamo deciso col nostro avvocato di non rilasciare dichiarazioni nei giorni scorsi”. Avvocato? “Sì, perchè nel frattempo ci siamo mosse per vie legali: è l’unica cosa che potevamo fare per veder rispettati i nostri diritti“.
A farsi portavoce delle due promoter è Ilaria, 29enne torinese laureata in antropologia ed esperta di cultura indiana.
Con Foodora, l’azienda tedesca che si occupa della consegna di cibo a domicilio attraverso fattorini-ciclisti, collabora dal novembre del 2015.
“La mia passione è la ricerca, ma per sopravvivere do ripetizioni e faccio la barista. Quello come promoter di Foodora — spiega — era insomma il terzo lavoro: precario, ma comunque utile per arrotondare”.
Viene assunta con un cococo (contratto di collaborazione coordinata e continuativa): paga oraria lorda di 5,60 euro, “ma a volte con alcuni turni speciali si arrivava fino a 7 euro netti”.
Il suo compito? Fare volantinaggio, pubblicizzare offerte e promozioni. “Quando andava bene, riuscivo a fare anche 90 ore al mese e pagarmi l’affitto”.
Il rapporto con l’azienda s’incrina a partire da settembre. I rider cominciano a discutere, in modo sempre più insistente, sulle richieste secondo loro inappropriate avanzate da Foodora ai collaboratori.
E anche alcuni promoter si lasciano coinvolgere nel dibattito. “Il punto è che a noi sembrava che il nostro lavoro fosse di tipo subordinato, e dunque incompatibile col nostro contratto”.
Alla prima riunione, giovedì 29 settembre, partecipa solo Ambra. “Il nostro responsabile — dice Ilaria — l’ha saputo subito: e ha pensato che oltre ad Ambra ci fossi anche io, visto che siamo le due più adulte nel gruppo delle promoter e che siamo molto legate tra noi”.
Poi, la sera del 6 ottobre, le due amiche vanno insieme all’assemblea incriminata. “Ma assemblea è un termine che non rende bene l’idea”, ci tiene a precisare Ilaria.
“Induce a pensare a qualcosa di ufficiale, rimanda a una logica prettamente sindacale che non è appropriata al caso. Di fatto, si è trattato piuttosto di un incontro libero, a cui abbiamo partecipato senza alcuna sigla di rappresentanza e senza neppure un logo di Foodora. Ci siamo semplicemente ritrovati in un luogo pubblico, aperto a tutti, nel cortile della Cavallerizza, uno spazio culturale nel centro di Torino”.
Di lì a poche ore, però, perderanno il lavoro. “Ambra era rimasta a dormire da me, quella notte. La mattina — racconta Ilaria — veniamo svegliate dal suo shyftplacellulare che squilla. È il nostro responsabile, che le comunica come da quel momento, stando ad una direttiva arrivata dal quartier generale di Milano, lei non faccia più parte di Foodora”.
Mentre cercano di realizzare, scoprono che i loro due profili sono stati cancellati da Shyftplan, l’applicazione tramite la quale i collaboratori dell’azienda prenotano i loro turni di lavoro.
Di lì a pochi minuti, l’ulteriore conferma: “Sì, è a quel punto che ci arriva la notifica della nostra rimozione dal gruppo WhatsApp delle promoter. Il tutto, tra l’altro, senza che io ricevessi alcuna comunicazione diretta. Ed è per questo motivo — continua Ilaria — che ho deciso di chiamare io il nostro responsabile”.
L’esito della chiamata, però, è disastroso. “I toni si sono accesi, lui mi ha detto che in fondo era contento di essersi liberato di noi. E ha aggiunto che non avevamo alcun diritto di partecipare a quell’incontro pubblico, anche in virtù del fatto che le condizioni di noi promoter sono comunque migliori di quelle che vivono i rider”. Licenziamento via telefono, insomma.
E quando si fa notare alle due ragazze che l’azienda ha già  smentito questa ricostruzione, Ilaria reagisce: “Abbiamo le prove di quanto diciamo. E siamo pronte a mostrare gli screenshot della nostra rimozione dai gruppi”.
Immediata, a quel punto, matura nelle due ragazze l’idea di rivolgersi ad un avvocato. “Per ora — dicono — preferiamo non entrare nei dettagli della nostra iniziativa legale. Ma possiamo rivelare che contestiamo sia le nostre precedenti condizioni di lavoro, sia ovviamente le modalità  del nostro licenziamento”.
In ogni caso non puntano al reintegro. “Come potremmo tornare a collaborare con Foodora? Temiamo ripercussioni. E poi anche le nostre colleghe promoter non ci hanno mostrato una grande solidarietà ”.
Rancori personali? “No — spiega Ilaria — In parte capiamo la loro reazione. Sono tutte più giovani di noi due. Al contrario, dimostrazioni di vicinanza ci sono arrivate dai rider, che continuano a protestare e almeno un po’ sappiamo che lo fanno anche per noi”.
Nel frattempo Cgil, Cisl e Uil Torino hanno diffuso una nota congiunta in cui “appoggiano le iniziative di lotta delle lavoratrici e dei lavoratori di Foodora, ritenendo inaccettabili le condizioni imposte dall’azienda”, e chiedono “l’apertura di un tavolo di confronto vero, volto a migliorare le condizioni dei lavoratori di Foodora, affrontando il problema del cottimo, dell’introduzione di una paga oraria dignitosa, del superamento delle attuali modalità  di controllo a distanza, del ‘capolarato digitale’, del riconoscimento delle spese di manutenzione di tutti gli strumenti di lavoro”.
L’azienda, che stando a quanto detto mercoledì dal ministro Maria Elena Boschi è ora oggetto di un’ispezione del ministero del Lavoro, ha diffuso un comunicato in cui si difende dalle critiche sottolineando che “sta operando nel pieno rispetto della vigente normativa” e “in aggiunta al compenso economico per le consegne dei rider versa regolarmente i contributi e i premi assicurativi, rispettivamente all’Inps e all’Inail, a copertura in caso di ricovero ospedaliero, maternità  e infortuni sul lavoro, e i contributi previdenziali”.
Tuttavia, aggiunge, dal primo novembre “allineerà  il compenso per ordine in entrambe le città  nelle quali è presente, incrementandolo a 4 euro lordi a consegna.
Secondo il dato storico, i rider consegnano in media almeno 2 ordini ogni ora, pari ad un compenso medio di 8 euro lordi (7,20 euro netti) ogni ora, superiore rispetto allo schema remunerativo orario precedente (5,60 euro lordi all’ora)”.
L’azienda ha inoltre “stipulato un’ulteriore assicurazione integrativa per tutti i danni a terze parti durante l’attività ” e “sottoscritto alcune convenzioni per la manutenzione delle biciclette (50% di sconto sul listino presso le officine convenzionate) a beneficio dell’intera flotta”.

Valerio Valentini
(da “il Fatto Quotidiano”)

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PORTO TORRES: LE AZIENDE RINASCONO DALLA CRISI, RICREATE DA EX LAVORATORI

Ottobre 20th, 2016 Riccardo Fucile

TECNICI ESPERTI E OPERAI HANNO VISTO PIU’ LONTANO DI TANTI MANAGER

La popolazione aumentò del cinquanta per cento in pochi anni. Il grande petrolchimico era diventato il cuore pulsante di tutto il Nord Sardegna: fabbriche in funzione a pieno ritmo, migliaia e migliaia di assunzioni e un indotto sempre più largo.
Cinquant’anni dopo, la zona industriale di Porto Torres è un cimitero di ferro: industrie ferme, disoccupazione a livelli record, terreni contaminati, bonifiche mai concluse, progetti di riconversione annunciati e quasi subito bloccati.
Le proteste degli operai hanno alimentato le discussioni nei talk show, ma a parte l’eco mediatico anche l’Isola dei cassintegrati è finita nel solito dimenticatoio.
Tutti sono stati licenziati, i sindacati hanno quasi perso la voglia gridare e ancora si aspetta che parta il grande piano della chimica verde.
Nel frattempo qualcuno ha reagito. Mettendo insieme le poche forze di tanti.
I licenziati sono diventati imprenditori e dalle macerie della vecchia zona industriale parte ora l’attività  di due nuove aziende: una offre già  lavoro a cinquanta persone. «Questo è il bel risultato della sinergia di molti soggetti che hanno lavorato insieme — ha detto il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, arrivato in Sardegna per battezzare una delle due nuove aziende — Queste esperienze sono davvero un bell’esempio: è stata premiata la perseveranza. La volontà  è bastata a superare tutte le difficoltà  affrontate nel progetto giorno per giorno».
Due anni fa lo stabilimento della Isolex stava abbassando le serrande del capannone, nascosto tra le ciminiere dell’ex petrolchimico Eni. Stop all’attività , lavoratori tutti licenziati.
Ma gli operai non si sono arresi: hanno messo insieme i soldi della liquidazione e i pochi risparmi e così l’azienda è rinata. Addirittura rilanciata.
La produzione è sempre la stessa, ma l’alta qualità  sta facendo la differenza e così i materiali di isolamento termico prodotti a Porto Torres sono tra i più apprezzati sul mercato nazionale.
La scommessa l’hanno fatta (e vinta) 19 ex lavoratori, ai quali ora si aggiungono 4 dipendenti, 1 consulente e 24 agenti commerciali che girano l’Italia.
Il bilancio del 2015, primo anno di attività  totalmente autogestita, è stato chiuso senza debiti. Anzi, con un piccolo utile che dà  molta speranza.
«Non solo siamo riusciti a far ripartire un’azienda destinata alla chiusura, ma stiamo raggiungendo livelli di eccellenza — dice Tonino Tanda, uno degli animatori del progetto — Per giocare una sfida così importante abbiamo scelto di puntare in alto e i risultati si vedono».
La Turris Sleeve inaugura in questi giorni i suoi impianti ma il progetto è nato nel 2012: in dieci, tutti ex lavoratori del Petrolchimico, hanno pensato di avviare uno stabilimento per la produzione di etichette flessibili che servono per il confezionamento di bottiglie, farmaci, cosmetici e tantissimi altri prodotti.
Lastre bio ad altissima tecnologia, per di più particolarmente richieste dalle multinazionali. L’iter per realizzare l’impianto è stato lungo, ma la cooperativa è formata da persone tenaci e la sfida è andata avanti.
Il risultato giustifica l’orgoglio: ecco il primo stabilimento europeo che produce questo tipo di pellicola. Gli altri sono in Cina, Canada, Bielorussia e Giappone.
Tecnici esperti e operai hanno visto più lontano di molti manager: hanno chiesto all’Inps l’anticipo dei sussidi di mobilità , li hanno investiti e hanno formato la cooperativa che ora ambisce a far arrivare in mezzo mondo le produzioni sarde. «Questa esperienza ci dà  una doppia lezione — dice Marco Dettori, segretario organizzativo della Uiltec — La prima è che il nostro territorio ha ancora molte potenzialità  da sfruttare. La seconda è che non dobbiamo arrenderci, anche di fronte a scelte penalizzanti dei grandi gruppi industriali possiamo trovare la forza di reagire e rilanciare. L’industria nel Nord Sardegna non si deve considerare morta e sepolta».

Nicola Pinna
(da “La Stampa“)

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MAURIZIO LANDINI: “COL JOBS ACT MENO ASSUNTI E PIU’ LICENZIATI”

Ottobre 19th, 2016 Riccardo Fucile

“COSI’ VA IL MONDO DEL LAVORO NELL’ERA RENZI”

Meno assunti e più licenziati: così va il mondo del lavoro in Italia nell’era del Jobs Act. Gli annunci e le promesse del genio di Firenze, alla luce dei dati dell’Inps sul primo semestre del 2016, si rivelano per quel che sono: fanfaronate.
Degli imbrogli, prima illusori e poi avvilenti, oltretutto parecchio costosi.
Esaurita la spinta degli incentivi a solo vantaggio delle imprese, le assunzioni sono crollate: con il dimezzamento delle sovvenzioni pubbliche nel 2016, quelle a tempo indeterminato sono diminuite del 32,9%, in generale tutte le forme di assunzione sono scese dell’8,5%, mentre dilagano i voucher, il lavoro che si compra dal tabaccaio, l’ultima trovata del precariato fatto istituzione.
Ricordate il battage pubblicitario renziano del Jobs Act che “dà  un futuro ai giovani ponendo fine all’apartheid di un mercato del lavoro che fa pagare ad alcuni le eccessive tutele di altri”? Questo ne è l’esito.
O, meglio, una sua parte. L’altra consiste nell’aumento impressionante dei licenziamenti per “giusta causa”: senza l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (quello che, sempre secondo la propaganda del governo, bloccava assunzioni e investimenti in Italia) nei primi sei mesi del 2016 sono aumentati del 28,3%.
Ma non basta, perchè oltre ad aver peggiorato la vita delle persone che per vivere devono lavorare e averne limitato i diritti e, quindi, la libertà , queste “politiche del lavoro” del governo ci sono costate molto anche in termini puramente economici: tra i 15 e i 22 miliardi – dipenderà  dalla durata dei contratti stipulati con questo sistema – nel triennio 2015-2017, circa 50.000 euro annui per ogni assunto.
Sono soldi pubblici, che avrebbero potuto finanziare veri investimenti e vera occupazione: quanti posti di lavoro sicuri si sarebbero potuti creare utilizzando questo denaro incentivando – solo per fare un paio d’esempi – una politica industriale in settori ad alto valore aggiunto, o defiscalizzando gli aumenti salariali dei contratti nazionali, o risanando e mettendo in sicurezza un paese rovinato dalle speculazioni edilizie e ambientali?
Sono soldi su cui avremmo il diritto di sapere e decidere, perchè provengono dalle nostre tasse.
Ma tutto questo a Matteo Renzi interessa poco.
Soprattutto in questi giorni di campagna elettorale referendaria, di giri per il mondo alla ricerca di sponsor più o meno illustri del suo operato, di nuove promesse su futuri radiosi o disastrosi a seconda della riuscita o meno dei suoi propositi.
Peccato che mentre lui continua la sua opera al servizio di se stesso e di pochi interessi privati la cosa pubblica e la gran parte del paese si specchino in quei dati dell’Inps che ci dicano come il lavoro sia raro, precario e vilipeso.
Una condizione da cui vorremmo riscattarlo, a partire dalla difesa di una Costituzione che lo indica come valore fondante della Repubblica, fino ai referendum della prossima primavera quando voteremo contro il Jobs Act, per la cancellazione dei voucher, la messa sotto controllo degli appalti, il ripristino e l’estensione dell’articolo 18.

Maurizio Landini
(da “Huffingtonpost”)

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ALLARME CALL CENTER: A RISCHIO 80.000 LAVORATORI

Ottobre 19th, 2016 Riccardo Fucile

LA CRISI ALMAVIVA CON 2.500 TAGLI ALZA IL LIVELLO DI GUARDIA SU UN SETTORE IN BALIA DI SPECULATORI

La crisi di Almaviva, che ha annunciato il taglio di oltre 2.500 dipendenti, alza il livello di guardia sul futuro dei call center.
“Se non risolve la questione entro breve, nel giro di qualche mese ci saranno 70-80mila posti a rischio” nel settore dei call center, tra coloro che chiamano i clienti e coloro che vengono contattati con problemi “anche di ordine pubblico”.
A lanciare l’allarme sono Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom, le tre sigle sindacali ascoltate in un incontro informale dalla commissione Lavoro del Senato in merito alla vertenza Almaviva.
Secondo Giorgio Serao (Fistel), Pierpaolo Mischi (Uilcom) e Riccardo Saccone (Slc-Cgil), che si appellano a governo e Parlamento, tre sono i punti chiave da affrontare: intervenire con norme che siano di contrasto alle delocalizzazioni e applicando le sanzioni che sono già  previste, agire contro le gare al massimo ribasso rispettando i minimi contrattuali e prevedere ammortizzatori sociali stabili e non in deroga per tutto il settore.
Per capire quanto sia in sofferenza il settore basta guardare cosa accade sull’altra sponda dell’Adriatico dove – in Albania – i call center prosperano offrendo gli stessi servizi a prezzi stracciati. Prezzi così bassi che hanno già  convinto diversi compagnie italiane a disdire i contratti in Italia per migrare in Albania.
Ieri, intanto, la vertenza di Almaviva è tornata al ministero dello Sviluppo economico. Sul tavolo ci sono ancora i trasferimenti di 135 lavoratori da Palermo a Rende.
La vicenza è iniziata con la perdita della commessa Enel che a dicembre non rinnoverà  il contratto. E dei 300 lavoratori che rispondono ai telefoni della società  elettrica, i primi 135 dovrebbero fare le valigie già  dal 24 ottobre.
Il nodo dei traferimenti è solo uno dei problemi che assilla i lavoratori di Almaviva, che pochi giorni fa ha annunciato oltre 2.500 licenziamenti tra Roma e Napoli.
Un’ipotesi irricevibile per i sindacati. “Basterebbe – ha spiegato Susanna Camusso, segretario generale Cgil – che le grandi aziende pubbliche non facessero le gare al massimo ribasso, ma pagassero, secondo norme e contratti, i lavoratori e anche gli appalti. Un settore come quello dei call center non può essere privo di ammortizzatori sociali e di risposte. Bisogna dare attuazione a quelle norme che sono state fatte e poi non sono state applicate, come quelle che impediscono la delocalizzazione e il fatto che dati sensibili, come quelli che passano attraverso i call center, possano andare in altri Paesi”. Solo nella Capitale sono a rischio sono 1.666 operatori, la parte restante nella città  partenopea (845).

(da “La Repubblica”)

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ADDIO AL LAVORO, L’INDUSTRIA NON C’E’ PIU’

Ottobre 19th, 2016 Riccardo Fucile

NEGLI ULTIMI 25 ANNI FIAT, ENI E TELECOM HANNO PERSO DUE TERZI DEI DIPENDENTI IN ITALIA…E DOPO E’ RIMASTO SOLO IL VUOTO

La data clou non è ancora fissata ma a Cassino, nello stabilimento Fiat che un tempo sfornava modelli popolari come la 131 o la Ritmo, se l’aspettano per fine novembre. In gergo lo chiamano “Job One”: è l’esemplare numero uno che uscirà  dalla catena di montaggio del primo Suv nella storia dell’Alfa Romeo, nome in codice Stelvio, nome definitivo chissà .
I lavoratori trattengono il fiato, perchè il rilancio della casa del biscione da parte del gruppo Fiat-Chrysler (Fca) è un passo fondamentale per far tornare stabilmente l’Italia nel mondo dei produttori di auto, scongiurando l’ennesim o tracollo del sistema produttivo.
«Se tutto va bene, con l’avvio del secondo turno di lavoro sulla nuova Giulia e l’inizio della produzione del Suv, da gennaio a Cassino finalmente sarà  riassorbita la solidarietà . Un buon segnale, che conferma i progressi degli ultimi tempi», dice Ferdinando Uliano, segretario nazionale dei metalmeccanici Cisl.
L’obiettivo che Uliano ha in testa è questo: nel 2016, se i ritmi attuali terranno fino a dicembre, la produzione di veicoli in Italia dovrebbe tornare sopra la soglia di un milione l’anno.
È tanto, è poco. Tanto perchè non accadeva dal 2008, l’ultima volta sopra quota un milione. E anche perchè nell’anno più buio per l’automobile made in Italy – il 2013 – il conteggio si fermò addirittura a 595 mila unità , un dramma.
Allo stesso tempo è poco. Perchè la ripresa, e la strategia di Fca di costruire qui vetture di fascia alta come Alfa, Jeep e Maserati, che possono generare un valore aggiunto più elevato, non appare sufficiente a cambiare il segno di un fenomeno preoccupante: l’industria italiana, quella delle fabbriche e delle tute blu, non crea più lavoro.
Basta guardare i dati pubblicati qui sotto per toccare con mano uno dei motivi per cui l’anno scorso altri 39 mila giovani – molti laureati, tanti dalle regioni del Nord – hanno deciso di lasciare l’Italia, come racconta l’ultimo rapporto della Fondazione Migrantes.
IL CROLLO DEI POSTI DI LAVORO NELLE GRANDI IMPRESE
Un quarto di secolo fa il principale gruppo metalmeccanico nazionale, la Fiat, dava lavoro in patria a 237 mila persone, su un totale di 303 mila nel mondo.
Nel 2015 il numero complessivo è identico, sempre 303 mila, ma lo è soltanto grazie alle acquisizioni all’estero, a cominciare dall’americana Chrysler.
Oggi le attività  industriali della famiglia Agnelli, le auto, i camion, i trattori, raggruppate sotto la holding Exor, contano 100 mila addetti in Nord America, 53 mila in America Latina, 84 mila in Italia e il resto in giro per il mondo.
In venticinque anni, dunque, in Italia solo la Fiat ha visto svanire oltre 152 mila posti di lavoro, aumentandoli invece enormemente all’estero.
Merita ancora un’occhiata la tabella qui sopra: l’azienda con il maggior numero di dipendenti, oggi, sono le Poste Italiane.
Che puntano tutto sui risparmi depositati dai clienti al BancoPosta e probabilmente non sono più la fabbrica di poltrone sognata dai fanatici del posto fisso “a prescindere”, come il personaggio di Checco Zalone nel film “Quo vado?”.
Ma certamente restano ancora lontane dal diventare il motore della digitalizzazione del Paese, com’è avvenuto altrove.
La scomparsa delle manifatture non è un fenomeno solo italiano ma colpisce tutto l’Occidente.
Uno dei simboli è certamente Detroit, la capitale dell’auto americana, che con la crisi vissuta nei primi anni Duemila ha visto la popolazione dimezzarsi, le scuole professionali che un tempo sfornavano i tecnici per General Motors, Ford, Chrysler, ridursi a scheletri di cemento, le villette dei sobborghi finire soffocate dalle erbacce, il municipio dichiarare bancarotta.
Anche nelle città  italiane, però, la chiusura degli stabilimenti ha lasciato ovunque ferite più o meno estese, al punto che nemmeno Milano, la più dinamica fra le nostre metropoli, dove la mutazione verso il commercio e i servizi è iniziata prima, è riuscita a rimarginarle del tutto.
Un po’ di numeri: nel 1990 l’industria dava lavoro a 5,8 milioni di italiani; dieci anni più tardi era scesa a 5,1 milioni.
Con l’inizio del nuovo millennio le cifre hanno ballato su e giù per un po’, mostrando addirittura un lieve aumento nel biennio precedente la crisi del 2008.
Con la recessione, però, è arrivato un nuovo collasso, ancora più profondo: nel 2014 gli addetti dell’industria erano scesi ormai a 4,5 milioni, un numero rimasto fermo anche nel 2015, quando nell’intero Paese l’occupazione è tornata a crescere.
Nei primi sei mesi del 2016 la musica non è cambiata, anzi: il numero degli occupati nell’industria è sceso – anche se di pochissimo – sotto la soglia dei 4,5 milioni, mentre nel complesso dell’economia i posti di lavoro rilevati dall’Istat sono aumentati di 222 mila unità . Difficile che le cose possano cambiare molto entro la fine dell’anno, nonostante l’aumento registrato in agosto dalla produzione industriale (+4,1 per cento su base annua)
PIU’ COMMESSI CHE OPERAI
Giuseppe Berta, uno dei più noti storici dell’industria nonchè collaboratore de “l’Espresso”, ha pubblicato pochi giorni fa il saggio “Che fine ha fatto il capitalismo italiano?” (il Mulino).
Alla domanda del titolo, nel libro Berta risponde in modo articolato e complesso. Tuttavia, ammette lui stesso in un passaggio, guardando «l’architettura storica del sistema delle imprese» la conclusione più immediata sarebbe dire che, semplicemente, il capitalismo italiano «non esiste più».
La stessa suggestione si può trarre mettendo a confronto i dati elaborati nelle due classifiche qui sopra, che riportano la “Top ten” delle imprese con più occupati in Italia, com’era nel 1990 e com’è diventata un quarto di secolo più tardi, nel 2015. L’effetto è dirompente.
Detto della Fiat, nelle prime posizioni ci sono le Poste e le Ferrovie dello Stato, che nel 1990 non erano nemmeno società  per azioni e che ancora oggi restano saldamente nelle mani dello Stato.
Sono scomparsi quasi del tutto due colossi industriali privati com’erano Olivetti e Montedison, ma sono scivolati fuori classifica anche altri operatori che un tempo davano lavoro a decine di migliaia di persone, Ilva, Alitalia, Fincantieri. La prima, passata per la privatizzazione e la gestione della famiglia Riva, è ora commissariata per i danni ambientali causati a Taranto, aggrappata a una vendita che slitta di volta in volta. Alitalia fatica a trovare un rilancio nonostante sia stata radicalmente ridimensionata e abbia accolto in plancia di comando gli emiri di Etihad.
Fincantieri è sempre controllata dallo Stato, attraverso la Cassa depositi e prestiti, e conserva il baricentro in Italia, ma agli otto cantieri navali sul territorio nazionale ne affianca ormai cinque in Norvegia, tre negli Stati Uniti, due in Romania, altrettanti in Brasile e uno in Vietnam.
Risultato: fra il 1990 e il 2015 i dipendenti sono cresciuti un po’, da 20.623 a 21.120. Prima però erano tutti in Italia; ora ne è rimasto appena uno su tre.
Per una nazione che ha costruito ogni slancio sull’export, non è un bel segnale nemmeno la pochissima industria che c’è tra le new entry.
Hanno fatto il loro ingresso i supermercati, con il gigante del sistema cooperativo – la Coop – che è ormai il quarto datore di lavoro tricolore, seguito in nona posizione dall’Esselunga dei Caprotti.
Ed è entrata la famiglia Benetton, con la holding Edizione. Anche qui, però, c’entrano poco i maglioncini che avevano proiettato Luciano e i suoi fratelli al vertice dell’industria tessile e dell’abbigliamento mondiale.
Il grosso dei dipendenti, oltre 40 mila su un totale di quasi 65 mila, il gruppo Edizione li conta infatti nel settore della ristorazione, dove i Benetton hanno debuttato acquistando dallo Stato l’Autogrill, per allargarsi in tutto il globo con 250 marchi diversi, dalla cucina asiatica dei ristoranti Pei Wei alle birrerie Gordon Biersch.
Poi seguono le concessioni autostradali e aeroportuali, anche quelle acquisite via privatizzazione, con 14.600 dipendenti.
Ultimo arriva l’abbigliamento, che occupa 9.164 persone. Nel complesso, però, i lavoratori italiani sono poco più di uno su tre, sul totale dei 65 mila nel mondo. Mentre i Benetton si muovono sempre più da investitori finanziari, puntando su settori meno rischiosi, lontani dalle frontiere dell’industria.
QUEI GIGANTI SMANTELLATI DALLE LOBBY
Italia, abbiamo un problema, verrebbe dunque da dire. I motivi dell’arretramento dei posti di lavoro creati dal sistema manifatturiero sono vari.
Alcuni toccano noi come gli altri Paesi. Fulvio Coltorti, a lungo direttore dell’Area Studi di Mediobanca e oggi professore di Storia economica all’Università  Cattolica di Milano, indica tra gli altri il progresso delle tecnologie, l’internazionalizzazione, la frantumazione delle fasi produttive che un tempo venivano realizzate all’interno della stessa fabbrica, e che oggi sono affidate a terzi, magari in Paesi dove la manodopera costa meno.
A questi affianca però problemi più caratteristici del nostro sistema, come ad esempio «l’incapacità  italiana di gestire le grandi imprese e i metodi di governo societario che richiedono».
Gli esempi possibili sono potenzialmente infiniti, dalla crisi dell’Alitalia allo smembramento della Montedison post Ferruzzi, causato dalla scalata favorita dalla Fiat per scopi puramente speculativi, mentre un caso particolare è quello dell’industria pubblica che un tempo faceva capo all’Iri, sul quale concentrano la loro attenzione sia Coltorti che Berta.
Scorrendo le due “top ten”, quella del 1990 e quella del 2015, balza infatti agli occhi un altro fattore cruciale.
Tra i big italiani, infatti, l’industria di Stato resta dominante oggi come allora. In termini di occupati, però, tutti i gruppi hanno fatto marcia indietro.
C’è il progresso tecnologico, e c’è la ricerca di maggiore efficienza indotta dal fatto che molte aziende sono state aperte a capitali terzi, attraverso la quotazione in Borsa. «Ma conta anche il dimagrimento imposto dalle lobby private, che puntavano a occupare spazi di mercato e spingevano perchè i gruppi statali cedessero parte delle loro attività », dice Coltorti.
Con il paradosso che poi, quando l’uscita dello Stato è avvenuta, come nel caso di Telecom Italia, le famiglie del capitalismo italiano non sono state in grado di assumerne la gestione, e i gioielli dell’Iri sono finiti in mani straniere.
Anche Berta indica nella progressiva uscita di scena dello Stato-padrone il punto di non ritorno per molti dei giganti che un tempo assorbivano più manodopera: «I dati dimostrano che, in Italia, gli investimenti più massicci sono sempre stati fatti dalla mano pubblica.
Quando il duopolio fra l’industria di Stato e le grandi famiglie è venuto meno, perchè la prima è andata dissolvendosi e le seconde hanno venduto le loro attività , il nostro modello produttivo – che rappresentava un vero e proprio sistema di economia mista – è stato definitivamente disarticolato, senza che fosse pronto un modello alternativo», spiega lo storico.
Un fatto importante, sottolineato ancora da Coltorti. La perdita di occupati che ha colpito quasi tutti i big italiani, considerando sia i posti in patria che quelli all’estero, non è un dato scontato. In diversi gruppi stranieri, infatti, la storia si è mossa in maniera opposta.
Coltorti vi aveva dedicato uno studio qualche anno fa, quindi i numeri possono essere un po’ vecchiotti. Ma il senso non cambia.
La tedesca Volkswagen nel 1993 aveva 260 mila dipendenti, che nel 2009 erano saliti a 376 mila. La Siemens nello stesso periodo aveva tenuto botta, restando sempre sopra la soglia dei 400 mila. Un altro gigante tedesco della componentistica, Bosch, era salito da 165 a 271 mila, mentre gli pneumatici Continental avevano più che raddoppiato, salendo da 50 a 133 mila addetti. Il colosso alimentare svizzero Nestlè era passato da 214 a 278 mila, la multinazionale francese del vetro Saint Gobain da 96 a 199 mila.
IL PADRONE? A FORMENTERA
Certamente molti altri gruppi, anche esteri, hanno ridotto le loro dimensioni com’è avvenuto qui.
Ma quello che colpisce, in Italia, è soprattutto il fatto che dal basso non sia emerso nessun attore industriale di peso, capace di occupare gli spazi liberati dai big in disarmo o di sfruttare le occasioni offerte dallo sviluppo di molti nuovi mercati , un tempo inesistenti.
Le patologie dei “top ten” di un tempo, dunque, erano presenti anche nei gruppi di taglia inferiore. Marco Tronchetti Provera ha venduto il controllo della Pirelli al gruppo statale cinese Chemchina, la famiglia Pesenti l’Italcementi alla tedesca HeidelbergCement e gli eredi Merloni la storica Indesit all’americana Whirlpool, facendo scomparire l’ultimo grande produttore italiano di elettrodomestici, un comparto che un tempo pullulava di dinastie imprenditoriali, da Zoppas a Zanussi. «Sono centinaia i casi di crisi del capitalismo di seconda generazione, dove i figli dei fondatori non sono stati in grado di portare avanti le aziende dei padri», dice il segretario generale dei metalmeccanici della Cisl, Marco Bentivogli.
Ne racconta uno, emblematico: «Mi ricordo il momento durissimo di un’acciaieria del Nord Italia, seguito alla scomparsa del proprietario. Mi creda, per portare il figlio al tavolo delle trattative siamo andati a prenderlo in spiaggia a Formentera».
In un suo recente libro, intitolato “Abbiamo rovinato l’Italia?” (Castelvecchi editore), Bentivogli cita i dati di uno degli indicatori più importanti della salute generale dell’industria, la domanda mondiale d’acciaio, messi a confronto con i profitti che gli imprenditori si sono distribuiti sotto forma di dividendi: «Ebbene, negli anni che vanno da 2005 al 2007, quando l’economia tirava ma si stavano per manifestare gli effetti più duri della globalizzazione, gli imprenditori italiani invece d’investire per fronteggiare la concorrenza hanno pensato soprattutto al benessere delle proprie famiglie», spiega il sindacalista, che rintraccia in fenomeni come questo il motivo della crisi di produttività  delle imprese italiane.
Dice: «Si parla sempre dei salari, che però in media pesano soltanto per il 15 per cento sull’indicatore che misura la produttività , il costo del lavoro per unità  di prodotto. Quello che è mancato davvero, in Italia, sono stati gli investimenti, la capacità  di dare alle imprese una migliore organizzazione, la formazione del personale. Guardi la Fiat di Cassino: soltanto l’adozione di un’organizzazione in linea con i principi della “World class manufacturing” ha reso possibile l’utilizzo di tecnologie che hanno richiesto forti investimenti, dando un futuro allo stabilimento».
IL TRIONFO DELLA CLASSE MEDIA
Torniamo alla classifica, e guardiamo sotto la decima posizione.
Quando c’è da citare un esempio di successo di un’azienda che da piccola si è fatta grande, il primo caso che viene in mente è quasi sempre quello della Luxottica di Leonardo Del Vecchio.
Nel 1990 aveva 2.605 dipendenti, oggi ne conta 78.933. Mica male, verrebbe da dire. Studiando i numeri da vicino, si può però osservare che questa crescita esponenziale ha toccato in misura marginale l’Italia.
Ben 42.313 dei suoi addetti, l’azienda specializzata nella produzione e nella vendita di occhiali li ha infatti in Nord America, 18.31 in Asia e nel Pacifico.
Perchè? Il motivo è che nello stabilimento bellunese di Agordo e negli altri cinque impianti italiani Luxottica produce, mentre al di là  dell’Atlantico e in Oriente vende attraverso una serie di negozi che ha acquisito o sviluppato nel tempo, 4.458 dei quali in Nord America, 330 in Cina e a Hong Kong, 878 tra l’Asia e il Pacifico, soprattutto in Australia e Nuova Zelanda.
Benissimo per le fabbriche italiane e per quelle straniere (in Cina, in India, in Brasile, negli Stati Uniti) ma è chiaro che, dal punto di vista occupazionale, l’impatto sulla patria d’origine resta piuttosto limitato.
Molto interessante anche un altro esempio, quello della veronese Calzedonia, un gruppo nato nel 1986, soltanto quattro anni prima della nostra top ten di un quarto di secolo fa.
Ebbene, pochi sanno che l’azienda presieduta da Sandro Veronesi, proprietaria anche di marchi come Intimissimi e Tezenis, ha ormai 32.382 dipendenti, 1.677 assunti nell’anno dell’ultimo bilancio disponibile, relativi al 2015.
Il gruppo produce i suoi capi di abbigliamento – biancheria, lingerie, costumi da bagno – all’estero, in particolare in Sri Lanka, Croazia e Serbia, poi li vende nei negozi monomarca, diffusi in mezzo mondo. Così in Italia, la patria d’origine, i dipendenti sono solo una fettina del totale, circa 3.300.
Se Luxottica e Calzedonia sono ormai nomi conosciuti, va detto che molte delle medie aziende che costituiscono l’ossatura dell’industria italiana non hanno nemmeno l’interesse di aumentare in maniera radicale le loro dimensioni di scala.
«Essendo molto specializzate, se escono dal business che conoscono meglio rischiano di perdere la loro presenza sul mercato», spiega il professor Berta, sottolineando che in questa “tara dimensionale” pesa molto anche la scarsa propensione delle famiglie proprietarie e dei manager a condurre aggregazioni. I nomi di questi gioielli imprenditoriali sono numerosi: ci sono i freni Brembo, i collanti della Mapei, i macchinari della Ima, solo per limitarsi ai più citati.
Eppure, anche se non hanno mai smesso di crescere, dal punto di vista dell’occupazione non possono essere poche eccellenze a dare le risposte che servono all’Italia.
Un po’ di speranza, piuttosto, potrebbe venire dalla rivoluzione chiamata Industria 4.0. È un processo di digitalizzazione della produzione, che porta i macchinari a interagire direttamente fra loro e con le altre funzioni dell’azienda, dal marketing alla forza vendite, nel nome di una flessibilità  estrema delle diverse fasi produttive.
Il lato positivo è che i vantaggi di scala delle grandi fabbriche e del basso costo del lavoro vengono meno, e che questo potrebbe favorire il rientro in Italia di molte produzioni in passato delocalizzate nei Paesi più poveri.
Ma ci sono molte incognite, a cominciare dal fatto che bisogna investire in centri ricerca, competenze professionali, reti digitali e quant’altro. il governo si è mosso, con un piano ad hoc proposto dal ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda.
Ma la sfida è colossale, perchè l’industria cambierà  in maniera molto profonda nel giro di pochi anni.
Guai a muoversi in ritardo.

Luca Piana
(da “L’Espresso”)

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    • SONDAGGIO PARTITI YOUTREND SKYTG24: CALA TUTTO IL CENTRODESTRA, IL PARTITO DI VANNACCI VICINO ALLA LEGA
    • SONDAGGIO REFERENDUM YOUTREND SKYTG24: CON UN’AFFLUENZA AL 48% IL NO VINCE 51,5% CONTRO 48,5%. CON AFFLUENZA AL 60% IL SI’ VINCE 51% CONTRO 49%
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