Gennaio 21st, 2016 Riccardo Fucile
DIETRO LE BALLE DEL GOVERNO EMERGE LA VERITA’ DEI DATI: TRE ASSUNZIONI SU QUATTRO SOLO PER GLI INCENTIVI
Gli ultimi dati dell’Inps confermano l’aumento delle assunzioni nel periodo gennaio-novembre 2105
sullo stesso periodo dell’anno precedente: +444.409, pari quasi al 10%. Crescono i contratti a tempo indeterminato (+442.906) ma anche quelli a termine (+46mila), mentre cala l’apprendistato (-45mila).
Senza sminuirne gli effetti, va segnalato che le assunzioni sono avvenute prevalentemente al nord, ma molte sono anche trasformazioni a tempo indeterminato di contratti a termine (470mila).
La variazione netta è un +356mila assunzioni (saldo tra assunzioni e cessazioni); che diventano 300mila considerando gli ultimi 12 mesi (novembre 2105 su novembre 2014).
Per le prospettive, sarà utile verificare se l’aumento delle assunzioni continuerà , non solo grazie al traino di una ripresa significativa della domanda, ma in relazione alla riduzione degli incentivi.
Fino al 31 dicembre 2015 gli incentivi arrivavano sino a 8.060 per nuovo assunto per un triennio (oltre 24mila euro di incentivazione).
La legge di Stabilità 2016 ne ha ridotto la durata (da tre a due anni) e il valore (3.250 euro anzichè 8.060).
Si vedrà quindi se le assunzioni continueranno anche nel 2016 e 2017 con lo stesso ritmo, visto che i tre quarti delle assunzioni del 2015 hanno usufruito dell’esonero contributivo.
Walter Passerini
(da “La Stampa”)
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Gennaio 18th, 2016 Riccardo Fucile
TOLMEZZO, ENTRAVA E USCIVA SENZA TIMBRARE, LICENZIATA DIRIGENTE PUBBLICA IN BASE ALLA NORMA GIA’ VIGENTE
Ufficialmente risultava seduta alla scrivania, in realtà usciva per fare la spesa e svolgere
commissioni private durante l’orario di lavoro.
Così una dirigente pubblica è stata licenziata in tronco poichè si assentava dall’ufficio senza timbrare il cartellino.
Il caso è avvenuto presso gli uffici di Tolmezzo dell’Azienda sanitaria 3 Alto Friuli-Collinare-Medio Friuli.
Non si tratta naturalmente della stretta auspicata dal premier Matteo Renzi – che promette di modificare la legge in modo da poter licenziare i dipendenti pubblici assenteisti in 48 ore – ma è la dimostrazione che una normativa per allontanare chi fa un uso improprio del cartellino è già in vigore e può essere applicata.
Il Messaggero Veneto riporta i dettagli del licenziamento:
“C’è stata una segnalazione – spiega il direttore generale dell’Aas3 Pierpaolo Benetollo -, alla quale abbiamo risposto immediatamente attivando la Commissione disciplina, la quale ha provveduto subito ad avviare la relativa verifica”.
Il comportamento della dirigente amministrativa è risultato particolarmente grave:
Non solo, dalle indagini è pure emerso che la stessa dirigente effettuava false timbrature con il proprio cartellino segnatempo, facendo emergere più ore trascorse nell’ufficio di lavoro rispetto a quelle effettivamente passate. Le indagini interne sono durate quattro settimane, nel corso delle quali è risultato che questi comportamenti si ripetevano non proprio quotidianamente, ma con una discreta frequenza. Di fronte a ciò, l’Azienda sanitaria non ha potuto far altro che avviare l’iter di immediato licenziamento senza preavviso.
“La legge contro i fannulloni c’è già , il governo dovrebbe dire perchè non funziona”, ha commentato Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, presentando la nuova campagna per i diritti dei lavoratori. Poi, riferendosi alla proposta del governo di licenziare gli assenteisti in 48 ore, ha aggiunto: “Non è una campagna, è propaganda”.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 14th, 2016 Riccardo Fucile
UN SONDAGGIO SU 46.000 UTENTI FOTOGRAFA VIZI E VIRTU’ DI CHI CERCA UN POSTO
Una volta eravamo un popolo di navigatori ed eroi, oggi siamo un popolo di stanziali più che di
nomadi.
E’ vero che esiste il fenomeno dei giovani che appena possono scappano all’estero o che i pensionati se ne vanno là dove batte il sole per difendere la pensione (e per non pagare troppe tasse).
Ma messi di fronte alla ricerca del lavoro e alla mobilità necessaria, a volte, per conquistarlo, gli italiani si rivelano piuttosto attaccati al sacro suolo.
La conferma viene da un mega-sondaggio, realizzato dal portale Face4Job, un milione di pagine visitate al giorno, su oltre 46 mila utenti unici, tutti praticamente alla ricerca di un lavoro o desiderosi di cambiarlo.
Più uomini che donne, per metà occupati e per metà alla ricerca di un’occupazione, uno su due tra i 20 e i 35 anni e per l’altra metà over 35.
Alla domanda “preferisci un lavoro basato sulle competenze o sulle tue naturali vocazioni”, gli utenti si tengono diplomaticamente a metà strada (“un giusto mix tra le due”, 46,6%), con una pattuglia che si dichiara del tutto indifferente al tema, pur di lavorare (13,3%).
Le altre risposte sono rivelatrici.
Alla domanda “dove preferisci trovare un lavoro”, sette rispondenti su dieci dichiarano in Italia (69,3%), mentre un gruppuscolo del 4,5% è disponibile ad andare a lavorare in Europa e uno sparuto 1,5% si allarga oltre l’Europa nel mondo.
Alla domanda “quanto saresti disposto a spostarti per trovare un lavoro o per cambiarlo”, un intervistato su tre afferma che vorrebbe “restare nella propria regione ma vicino a casa”; un 17,5% solo nella propria città , mentre un altro terzo afferma che andrebbe ovunque, pur di trovare un lavoro.
Infine, sul quesito “di quanto dovrebbe essere più alto lo stipendio, al netto dei costi di trasferimento, per andare a lavorare all’estero o lasciare il tuo paese”, quasi uno su due (45,4%) afferma che dovrebbe essere almeno tra il 50% e il 100% in più di quello attualmente percepito. Un 13,2% ammette convinto che non accetterebbe mai di andare a lavorare all’estero; mentre l’11,6% dichiara che non guarderebbe allo stipendio “se fosse il lavoro che ho sempre sognato”.
Walter Passerini
(da “La Stampa”)
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Gennaio 13th, 2016 Riccardo Fucile
BASTA ELIMINARE L’OBBLIGO DI ISCRIVERSI ALLE LISTE DI DISOCCUPAZIONE E NON FIGURERANNO PIU’ NELLE STATISTICHE
Una quota di disoccupati rischia di sparire dalle statistiche Istat.
E non perchè hanno trovato un posto, ma solo grazie a un cambio di regole nei servizi per l’impiego, deciso dal ministero del Lavoro.
La disposizione è contenuta in una circolare approvata a fine dicembre che recepisce le direttive fornite dal Jobs act. E che, segnalano gli addetti ai lavori, avrà anche l’effetto di depotenziare il ruolo dei centri per l’impiego, a vantaggio delle agenzie interinali private.
Ma andiamo con ordine.
Finora l’accesso alle prestazioni sociali era legato all’iscrizione alle liste di disoccupazione presso i centri per l’impiego. Ora, con la circolare del ministero, per ottenere i sussidi, basterà produrre un’autocertificazione per dichiarare il proprio stato di inoccupato, cioè di persona priva di impiego, ma non necessariamente in cerca di occupazione.
“Si può ipotizzare che diminuirà la quota di soggetti che cercano lavoro, non avendo più l’obbligo di dichiarare la propria disponibilità a lavorare per ottenere le prestazioni sociali”, spiega Marta Fana, dottoranda in Economia a SciencesPo Paris.
Fana, va ricordato, è colei che per prima ha segnalato l’errore del ministero del Lavoro sui numeri relativi ai contratti stabili ad agosto.
Insomma, se i senza lavoro decideranno di dribblare il sistema dei centri per l’impiego, allora l’Istat potrà registrare un calo dei disoccupati. Senza che i disoccupati siano calati veramente.
“Il questionario Istat sulla rilevazione delle forze di lavoro — aggiunge la ricercatrice — dedica un’ampia sezione ai contatti con i centri per l’impiego, non a caso. Dall’altro lato, è vero che può aumentare la ricerca informale di lavoro, che però appunto rimane informale”.
E la circolare del ministero può avere un impatto negativo anche sulle politiche attive, cioè su quelle misure pubbliche pensate per trovare un lavoro a chi non ce l’ha.
“I dati dei centri per l’impiego — spiega Fana — sono usati sia dai sindacati sia dalle Regioni per la definizione e lo sviluppo di politiche attive a livello locale. Quindi, al di là della rilevazione Istat, una distorsione nel numero di disoccupati rende questa attività molto meno efficace”
Ma al di là degli aspetti statistici, resta da capire se la circolare implichi un vantaggio concreto per quanti non hanno un lavoro.
“A mio avviso no, i disoccupati italiani perderanno un altro riferimento istituzionale che sono i centri per l’impiego — prosegue Fana — Invece di rinforzarli, questi perderanno il ruolo non solo di mediazione tra domanda e offerta, ma anche quella di monitoraggio. I disoccupati saranno quindi dirottati verso le agenzie interinali. Da decenni i centri per l’impiego vengono accusati di inefficienza e, nonostante le repentine riforme, non sono stati soggetti a veri investimenti sia infrastrutturali sia in termini di competenze”.
La ricercatrice segnala quindi il rischio di un progressivo indebolimento delle funzioni dello Stato: “I disoccupati e gli inoccupati, soprattutto quelli più vulnerabili, saranno sempre più in balìa degli attori privati che in Italia, ma non soltanto, agiscono e rafforzano clientele e rapporti di forza sempre più diseguali”.
Infine, la circolare fornisce anche una precisazione sull’assegno di ricollocazione: si tratta di una dote economica da spendere presso un’agenzia per ritrovare lavoro.
Il documento spiega che sarà riconosciuta “solo ai disoccupati percettori della Naspi, la cui durata di disoccupazione ecceda i quattro mesi”.
Questa postilla, sottolinea Fana, lascerà fuori dal recinto del beneficio tutta una serie di lavoratori in difficoltà : “Vengono esclusi tutti i percettori di Dis-coll, quindi ex collaboratori, tutti i precari che non hanno Naspi e quelli i cui requisiti maturati danno diritto a assegni di disoccupazione di durata inferiore. Insomma, qui la platea dei beneficiari si riduce”.
Stefano De Agostini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 7th, 2016 Riccardo Fucile
IN EUROPA SOLO LA GRECIA FA PEGGIO DI NOI, LA MEDIA UE E’ DELL’ 80,5%… SITUAZIONE ANCORA PEGGIORE TRA I DIPLOMATI
La laurea non basta. Almeno in Italia dove solo poco più di metà dei laureati (52,9%) risulta
occupato entro tre anni dal conseguimento del titolo di studio.
In tutta l’Unione europea solo la Grecia fa peggio, mentre secondo le statistiche Eurostat la media dell’Ue a 28 nel 2014 è dell’80,5%.
Per i diplomati la situazione è peggiore con solo il 30,5% che risulta occupato a 3 anni dal titolo (40,2% nei diplomi professionali).
Nel complesso le persone tra i 20 e i 34 anni uscite dal percorso formativo occupate in Italia nel 2014 erano appena il 45% contro il 76% medio in Europa, indietro quindi di oltre trenta punti rispetto l’Ue a 28. In particolare il dato complessivo è lontano da quello tedesco (90%) e britannico (83,2%) ma anche da quello francese (75,2%).
L’Italia è in ritardo sia sull’occupazione dei diplomati (per i diplomi non professionali si registra appena il 30,5% di occupati a tre anni dal titolo contro il 59,8% medio Ue e il 67% della Germania) che su quella dei laureati.
Per l’educazione terziaria (dalla laurea breve al dottorato) l’Italia si situa sempre al penultimo posto dopo la Grecia con il 52,9% (93,1% la Germania).
Per l’Italia si è registrato un crollo per la percentuali di occupazione dopo il titolo con la crisi economica e la stretta sull’accesso alla pensione che ha tenuto al lavoro la fascia di età più anziana.
In particolare tra il 2008 e il 2014 la media di giovani occupati a tre anni dal titolo nell’Unione europea è scesa di otto punti, dall’82% al 76% mentre in Italia è crollata di oltre venti punti dal 65,2% al 45%.
Nello stesso periodo in Germania la percentuale è cresciuta dall’86,5% al 90% mentre in Francia è passata dall’83,1% al 75,2%. Nel Regno Unito la percentuale è rimasta stabile passando dall’83,6% all’83,2%.
In genere i tassi di occupazione dei laureati sono superiori a quelli dei diplomati (questi ultimi risentono del tipo di diploma con un’occupabilità più alta per i titoli professionali) ma l’Italia è all’ultimo posto in graduatoria nella percentuale di giovani laureati.
Secondo le statistiche Eurostat riferite al 2014 sui giovani nella fascia tra i 30 e i 34 anni gli italiani hanno la maglia nera per l’educazione terziaria con appena il 23,9% di laureati a fronte del 37,9% della media Ue.
Il dato è migliorato rispetto al 19,2% del 2008 ma meno di quanto abbiano fatto in media gli altri paesi Ue (la percentuale era al 31,2% nel 2008 ed è quindi cresciuta di oltre sei punti).
(da agenzie)
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Gennaio 4th, 2016 Riccardo Fucile
REGNO UNITO E GERMANIA LE METE PREFERITE… 3.300 DA MILANO, 2.949 DA ROMA, 1.885 DA NAPOLI, 1.653 DA TORINO
Sono 90mila gli italiani che nel 2014 hanno trasferito la loro residenza all’estero, il 30,7% in più rispetto al 2012.
E la metà di loro è under 40, cresciuti in due anni del 34,3%: in pratica, ogni mille under 40 ci sono 3,3 giovani che hanno lasciato l’Italia.
Se ne vanno per cercare fortuna, per inseguire un lavoro, una passione o una nuova carriera, principalmente nel Regno Unito, Germania, Svizzera, Francia, Stati Uniti e Spagna.
E’ quanto emerge dalle elaborazioni dell’Ufficio studi della Camera di commercio di Monza e Brianza su dati Istat, che indicano come in termini assoluti ci siano stati 11mila trasferimenti in più negli ultimi due anni.
Milano è in testa con quasi 3.300 cambi di residenza verso l’estero effettuati da italiani nella fascia d’età compresa tra 18 e 39 anni, seguita, per numeri assoluti, da Roma (2.949), Napoli (1.885) e Torino (1.653).
Se prendiamo in considerazione però i trasferimenti degli italiani all’estero, in rapporto al totale dei residenti italiani under 40, si parte di più da Bolzano, Imperia, Trieste, Pavia e Como.
Città , a parte l’universitaria Pavia, di confine, dove l’emigrazione di ‘corto raggio’ è più immediata.
Foggia, Taranto e Caserta le province dove il rapporto è più basso: meno di 2 ogni mille under 40 hanno trasferito la propria residenza all’estero.
Elevate le differenze a Roma (863 trasferimenti in più rispetto al 2012), Palermo (829), Napoli (757) e Milano (451).
Diminuiscono invece i trasferimenti in due anni a Belluno, Rimini, Vibo Valentia, Vercelli, Potenza, Novara e Verbano-Cusio-Ossola.
(da agenzie)
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Gennaio 4th, 2016 Riccardo Fucile
LA PATACCA DELLE TUTELE (DE) CRESCENTI
Edoardo – ingegnere aerospaziale di 29 anni – è dipendente di un’azienda che offre consulenza
e manodopera alle case automobilistiche.
Attraverso di essa, per oltre un anno – tra il 2014 e il 2015 – lavora all’interno di Alfa Romeo a Modena.
Nel maggio del 2015 la sua società gli propone di rescindere il contratto a termine e firmarne uno nuovo a tempo indeterminato a tutele crescenti, appena introdotto dal Jobs Act.
Edoardo accetta, ma nel settembre 2015, Fiat (casa madre di Alfa Romeo) decide di sciogliere improvvisamente il rapporto di consulenza con la sua azienda e così da un giorno all’altro lui si trova senza impiego.
La ditta prova a ricollocarlo in due incarichi temporanei che svaniscono, uno dopo un mese e mezzo di lavoro, l’altro dopo soli tre giorni.
Edoardo è così costretto a chiedere un periodo di aspettativa forzata e senza stipendio che durerà fino a marzo, al termine del quale, salvo novità , ci sarà il licenziamento.
E vista la breve durata (meno di un anno) del rapporto a tempo indeterminato, le tutele per lui in caso di disoccupazione rischiano di essere minime
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 3rd, 2016 Riccardo Fucile
LA PHILIPS VUOLE SPOSTARE IL MONTAGGIO IN ROMANIA E TENERE IL COMMERCIALE IN EMILIA
Nonostante il rischio neve anche stanotte gli operai della Saeco di Gaggio Montano, grazie alla roulotte prestata dalla Protezione Civile, hanno tenuto fermo il presidio h24 della fabbrica contro i 250 licenziamenti decisi dai proprietari olandesi della Philips.
La vertenza è iniziata a fine novembre e continua ad avere un impatto molto forte sul clima politico-sindacale di Bologna, distante solo 50 chilometri.
Si sono inerpicati fino all’Appennino sia il sindaco Virginio Merola sia il neo-arcivescovo Matteo Maria Zuppi e il presidente della Regione Stefano Bonaccini ha trascorso nello stabilimento l’ultimo dell’anno.
E nella conferenza stampa del 29 dicembre anche Matteo Renzi ha fatto un velocissimo accenno al caso.
L’impianto della Saeco di Gaggio fa macchine domestiche per il caffè, dà lavoro da sempre a 550 dipendenti e la Philips è subentrata dal 2009 a un fondo francese di private equity.
Gli olandesi dopo anni di produzione a singhiozzo, con tanta cassa integrazione, sono giunti alla conclusione che è meglio lasciare in Emilia ideazione e commerciale e portare il montaggio in Romania.
Nel settore degli elettrodomestici quella della Saeco non è la prima vertenza dura degli ultimi anni, basta ricordare i casi Electrolux e Whirlpool, a confronto di lavatrici e frigoriferi però l’assemblaggio delle macchine del caffè è una lavorazione a minor valore aggiunto e pertanto la differenza del costo del lavoro pesa ancora di più.
Ma i licenziamenti della Saeco nella stagione della ripresa e del Pil che dovrebbe cominciare a correre ci raccontano il lato amaro di questa stagione dell’industria italiana. La ripartenza, quando si sarà manifestata anche più robusta di come appare oggi, non sarà una sanatoria, non impedirà un’ulteriore scrematura dell’apparato industriale italiano con quello che ne consegue in esuberi, chiusure e vertenze.
Non è entusiasmante sottolinearlo, ma tra tante imprese-lepri che sfondano nell’export ce ne sono altrettante – e forse di più – che non hanno saputo reagire ai mutamenti dei mercati. E un giorno o l’altro dovranno saldare il conto con le loro inefficienze e le loro pigrizie.
Come detto il caso Saeco a Bologna fa discutere animatamente.
Capita così che i politici locali si improvvisino esperti di politica industriale e lancino fantasiose ipotesi alternative, succede anche che la Fiom locale per una volta vada d’accordissimo con il ministro (bolognese) Federica Guidi e le manifestazioni di sostegno da novembre ad oggi non hanno avuto cali di tensione.
In città caso mai c’è qualcuno che maliziosamente mette a confronto la visibilità della vertenza Saeco con il pudore che avvolge il caso Coop Costruzioni, 300 lavoratori senza lavoro per il crac dell’azienda che hanno ottenuto in zona Cesarini un anno di cassa integrazione.
Comunque mentre Bologna, dopo i successi di attrazione del Suv Lamborghini e dell’impianto Philip Morris, si candidava a insidiare Milano come hub delle multinazionali in Italia, gli olandesi della Philips stanno guastando la festa.
Nei rapporti con il ministero dello Sviluppo economico finora sono stati arroganti, non hanno prodotto motivazioni e numeri certi e così in Emilia sono diventati il diavolo.
Il governatore Bonaccini si è spinto addirittura a minacciare ritorsioni contro gli stranieri che vengono in Italia a depredarci dei nostri marchi.
In realtà l’avvento delle cialde pronte ha rivoluzionato il mercato e sono entrati in gioco direttamente i grandi brand del caffè e comunque il confronto con i concorrenti della De Longhi è impietoso.
I veneti producono un milione di pezzi l’anno e vanno a gonfie vele, Saeco solo centomila e hanno problemi enormi di produttività ed efficienza. A Gaggio c’è un’altra azienda del gruppo che fa i grandi distributori automatici di caffè – quelli da ufficio – e va bene perchè il prodotto è più complesso, l’investimento negli impianti fissi più consistente e non si può delocalizzare in quattro e quattr’otto.
Vedremo come andrà a finire una vertenza che ha il sapore delle «eroiche battaglie» del sindacalismo del ‘900 e sulla quale la politica bolognese ha messo la faccia.
A Gaggio, sull’Appennino a 700 metri di altitudine, un abitante su due deve il suo reddito alla Saeco e i commercianti, come nella Torino anni ’80, hanno abbassato le saracinesche in segno di solidarietà con gli operai e aspettano notizie da Roma.
Dopo la Befana al ministero la Philips dovrà uscire allo scoperto, si capirà qualcosa di più e dovrebbe iniziare una vera trattativa.
Nessuno al tavolo potrà dimenticare che un operaio rumeno costa quasi la metà di un italiano ma nei casi Electrolux e Whirlpool, pur differenti, alla fine una mediazione s’è trovata.
C’è da sperare che sia onorevole.
Dario Di Vico
(da “il Corriere della Sera“)
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Dicembre 30th, 2015 Riccardo Fucile
IN 14 ANNI IL SALARIO MEDIO DI UN DIPENDENTE PRIVATO HA PERSO 3 PUNTI PERCENTUALI, NELL’EUROZONA IN MEDIA NE HA GUADAGNATI 15
Com’era prevedibile Matteo Renzi si è affidato alla guerra dei decimali per cercare di
dimostrare che in Italia spira aria di ripresa. Ma si tratta di uno striminzito 0,8% in più, persino meno di quanto era nelle previsioni del ministro dell’Economia
D’altro canto l’Istat aveva già segnalato ai primi di dicembre che la tendenza è quella al rallentamento dell’economia italiana. Quindi c’è da dubitare sul raggiungimento degli obiettivi già modesti di fine 2016.
Sarà per recuperare credibilità dopo gli scandali bancari tuttora in pieno svolgimento, sarà perchè ormai è evidente anche ai ciechi, nella conferenza stampa di fine anno il Presidente del Consiglio ha mostrato una certa aggressività verbale verso le politiche europee. «Di sola austerità il Continente muore» ha affermato, mentre l’Italia avrebbe puntato più sullo sviluppo, solo che le autorità europee non vogliono riconoscerle la flessibilità desiderata sui conti
Quando gli fa comodo Renzi è pronto a giocare la carta dell’europeista incompreso.
Ma è una coperta troppo corta. Sia perchè fin dal suo sorgere la renzeconomics si è dimostrata una semplice articolazione delle politiche europee; sia perchè l’attuale performance del nostro paese è nettamente inferiore a quella media dell’Eurozona; soprattutto perchè l’irresponsabilità di fronte alla gravità della situazione è totale. Tecnicamente la recessione finisce nel primo semestre del 2015, tuttavia la vantata ripresa è non solo lenta, ma inadeguata a colmare l’abisso che abbiamo alle spalle.
Alla fine del 2014 gli investimenti erano del 35% più bassi che nel 2007. Altro che sviluppo italiano.
Nel solo periodo 2012—2014 il Pil si è ridotto del 5%, più o meno come nel lontano 1929!
Certo, la crisi italiana viene da più lontano.
Tra il 1995 e il 2007 la nostra crescita media annua è stata del 1,6% contro il 2,4 della media dell’Eurozona.
Nello stesso periodo abbiamo accumulato uno svantaggio di 19,3 punti di Pil rispetto a quest’ultima. Anche quando l’occupazione è cresciuta è avvenuto in misura inferiore che negli altri paesi europei.
E i salari? Tra il 1990 e il 2014 il salario medio di un dipendente privato italiano ha perso tre punti percentuali al netto dell’inflazione, mentre nella media dell’Eurozona è cresciuto del 15%.
Proprio quest’ultimo dato spiega la bassissima crescita di produttività italiana messa al confronto con quella nella Ue.
Infatti sono gli aumenti salariali che trascinano in alto la produttività e non il contrario, come invece si vorrebbe condizionando gli aumenti dei primi all’innalzamento della seconda.
Solo la frusta salariale — ce lo ricordano i più attenti economisti – spinge anche il più pigro imprenditore all’innovazione, fattore decisivo per lo sviluppo della produttività di sistema.
Renzi sembra non avere alcuna consapevolezza di tutto ciò. Anzi spara cifre, come l’aumento di 300mila posti di lavoro, a seguito del Job Act, peraltro nello stesso giorno in cui l’organo della Confindustria ne stima 200mila.
In ogni caso nella attuale lunga crisi abbiamo perso un milione di posti di lavoro.
Se guardiamo al tasso di occupazione dovremmo crearne almeno 7 milioni per metterci al passo. I
n realtà da quando è stata introdotta la decontribuzione, cioè dal 1° gennaio i posti di lavoro, secondo Il Sole24Ore, sono cresciuti di 185mila unità fino al settembre 2015.
Se si confronta il periodo analogo del 2014, in assenza degli attuali incentivi, risultano solo 26mila posti in più, pagati a carissimo prezzo.
L’Istat ci dice che le assunzioni a termine hanno avuto una impennata proprio dopo l’entrata in vigore del cosiddetto contratto a tutele crescenti del Job Act, raggiungendo il loro massimo storico nel terzo trimestre del 2015: 2 milioni e 560mila.
Benchè sia stato cancellato l’Articolo 18 i padroni non si fidano.
A fronte delle incertezze della crisi economica, preferiscono il classico contratto a termine. Tanto più che grazie al precedente decreto del ministro Poletti possono stipularlo del tutto arbitrariamente, senza alcuna motivazione o causale.
Si ripete in sostanza quando già avvenne con la cosiddetta legge Biagi. Tra tutte le nuove forme di contratto precario previste — più di 40 – la preferita restava sempre quella del semplice contratto a termine. D’altro canto la fidelizzazione del dipendente non è necessaria quando la produttività è bassa, la qualità del lavoro scarsa, i settori in cui si assume sono quelli meno innovativi. E viceversa.
Questo dovrebbe suggerire a chi, dopo le recenti decisioni del direttivo Cgil e la prevista consultazione dei lavoratori, dovrà formulare i quesiti per un referendum abrogativo in materia di lavoro, di non dimenticare il decreto Poletti.
Non avrebbe senso ed efficacia cancellare le norme più odiose del Job Act e lasciare in piedi un contratto a termine a totale discrezionalità imprenditoriale.
Alfonso Gianni
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