Novembre 22nd, 2015 Riccardo Fucile
SI LEGALIZZA IL LAVORO NERO E LO SI LEGITTIMA… NE SONO STATI VENDUTI 81 MILIONI, COME SONO STATI USATI?
Dipende da come li si usa, spiega Milena Gabanelli nel promo del servizio che andrà in onda questa sera: dove l’oggetto della frase sono i famosi voucher, i buoni del lavoro per pagare lavori accessori, introdotti nel 2008 e che in questi ultimi anni hanno visto incrementare il loro utilizzo.
1 ora di lavoro 10 euro, di cui 7,5 finiscono al lavoratore e il resto sono tasse e spese per il gestore del servizio. Si comprano nelle tabaccherie e si incassano nelle tabaccherie. Hai bisogno di un cameriere per qualche ora? Prendi due buoni ed è fatta. Semplice.
Servivano originariamente a far emergere le situazioni di lavoro nero ma, come racconterà Bernardo Iovene, spesso costituiscono una forma di lavoro nero legalizzato.
Specie nei settori del commercio e della ristorazione.
L’inps di Boeri aveva lanciato l’allarme ad ottobre, su questa proliferazione incontrollata dei buoni lavoro:
Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha da tempo alzato il livello di guardia nei confronti dei voucher, che sono stati da lui stesso definiti “la nuova frontiera” del precariato e dell’irregolarità nel mondo del lavoro. E la dimensione del fenomeno è in crescita: proprio l’Istituto oggi pubblica una rilevazione secondo la quale sono oltre un milione i lavoratori pagati con voucher nel corso del 2014
Secondo quanto ha comunicato l’Inps, sono 212,1 milioni i buoni lavoro per la retribuzione delle prestazioni di lavoro accessorio venduti da quando sono stati introdotti, nell’agosto del 2008, al 30 giugno 2015.
La vendita dei voucher è progressivamente aumentata nel tempo, registrando un tasso medio di crescita del 70% dal 2012 al 2014 e del 75% nel primo semestre del 2015 rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente. In costante aumento è anche il numero dei lavoratori retribuiti con i buoni lavoro, che nel 2014 ha superato il milione (1.016.703).
La tipologia di attività per la quale è stato acquistato il maggior numero di voucher è il commercio (18%) seguita dai servizi (13,7%) e dal turismo (13%).
Il ricorso ai buoni lavoro è concentrato nel nord del paese, e in particolare nel nord-est, che con 82 milioni di voucher venduti incide per il 38,7%. La Lombardia, con 37,5 milioni, è la Regione in cui sono stati venduti più buoni lavoro, seguita dal Veneto (29,9 milioni) e dall’Emilia Romagna (26,3 milioni).
“Al crescente aumento della diffusione dei voucher”, spiega ancora l’Inps, “oltre all’estensione degli ambiti di utilizzo del lavoro accessorio, ha contribuito anche l’ampliamento delle modalità di acquisto. Inizialmente infatti i buoni lavoro erano reperibili solo presso le sedi Inps o tramite la procedura telematica. Successivamente si è allargato il numero dei luoghi dove possono essere acquistati, prima mediante le convenzioni con l’associazione dei tabaccai (FIT) e con le Banche Popolari, e infine con la possibilità di comprare i voucher presso tutti gli uffici postali”.
E’ il caso della ragazza che lavora in un locale, con tanto di laurea, sette giorni a settimana, pagata attraverso i voucher
E’ il caso del muratore che, dopo aver subito un infortunio, scopre di non essere in nero ma di essere stato assunto coi voucher (con tanto di coperture nel caso di infortuni), ma la sua impresa non glielo aveva detto
Come con la legge Biagi del 2003, si giustifica questo sistema, con l’aumento dell’occupazione nel paese: ma è una forma di occupazione sana oppure ci troviamo di fronte ad una forma di sfruttamento coperta dalla legge?
I voucher sono la nuova forma di retribuzione e contribuzione del lavoro accessorio. Dal 2012 la possibilità di utilizzarli è stata allargata a tutti i settori produttivi e così la cifra del loro impiego è passata dalle poche migliaia nel 2008 ai 70 milioni del 2014 e ai cento milioni previsti del 2015. Ma il meccanismo di attivazione permette ai datori di lavoro più furbi di praticare il trucco del nero a metà : in pratica ti pago un’ora con il voucher, il resto in contanti.
Il risultato è il contrario di quelle che erano le buone intenzioni del legislatore che ha introdotto i “buoni lavoro” proprio per far emergere il lavoro nero. Invece, paradossalmente, il voucher può addirittura diventare la foglia di fico di alcune forme di sfruttamento.
Sono tanti gli esempi: nel lavoro domestico, nella ristorazione, nel turismo nell’edilizia e in agricoltura. Abbiamo fatto un confronto con l’utilizzo dei voucher in Francia, a cui l’Italia si era ispirata quando nel 2008 li ha introdotti.
Oltralpe sono limitati al lavoro domestico e hanno effettivamente dato un sostegno alle famiglie e regolarizzato circa due milioni di lavoratori che prima venivano pagati in “nero”. Infine siamo stati in Inghilterra per capire come viene regolato il lavoro occasionale.
«La notevole diffusione dei voucher, soprattutto nelle regioni del Nord — spiega Russo —, indica che questo strumento ha consentito l’emersione di rapporti di lavoro che altrimenti sarebbero rimasti sommersi. È verosimile ipotizzare anche un crescente utilizzo del lavoro accessorio al posto di altre tipologie contrattuali, come i rapporti parasubordinati, si pensi solo alla parallela flessione delle collaborazioni a progetto a seguito della riforma Fornero. Si possono invece esprimere perplessità sul ricorso ai voucher in settori come l’industria e soprattutto l’edilizia, che pongono ad esempio serie problematiche relative alla sicurezza sul lavoro».
(da unoenessuno.blog)
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Novembre 8th, 2015 Riccardo Fucile
L’AGONIA DEL SIMBOLO DELL’EMILIA OPERAIA: 800 MILIONI DI DEBITI
È stata per lungo tempo la coop rossa per eccellenza. 
Coopsette era fatta di manager che di mattina dirigevano cantieri e di sera erano nelle sezioni del Pci a fare politica.
Anzi di più: di sezioni comuniste ce n’erano perfino dentro i suoi stabilimenti. Coopsette era simbolo e vanto di una Emilia che sapeva rimboccarsi le maniche e che, se il lavoro non c’era, sapeva crearselo.
Una potenza nazionale nel settore dell’edilizia.
E’ nata nel 1977 dalla fusione di diverse cooperative del Reggiano, che da fine Ottocento avevano fatto la fortuna di terre una volta povere. Tangentopoli, nella quale fu coinvolta, non l’aveva spezzata, ma 20 anni dopo, tra inchieste giudiziarie e crisi dell’edilizia, la coop di Castelnovo Sotto, in provincia di Reggio Emilia, è precipitata in una crisi nera da cui non è chiaro come usciranno i suoi 1300 creditori, un migliaio dei quali anche soci.
Gente che con l’idea di cooperazione ci è cresciuta. Il 30 ottobre il ministero dello Sviluppo economico, verificata la condizione di insolvenza, ha disposto con decreto la liquidazione coatta amministrativa e ha nominato Giorgio Pellacini commissario liquidatore. Non è un fallimento, ma poco ci è mancato.
A chiedere che Coopsette, schiacciata da debiti per 800 milioni di euro, venisse messa in liquidazione coatta era stata soprattutto la Legacoop, associazione di cui fa parte Coopsette, e che ha indicato al ministero una terna di nomi per la carica di commissario.
Un modo, la nomina del commissario, per cercare di salvare l’occupazione (anche con l’utilizzo degli ammortizzatori sociali), salvaguardare parte del prestito sociale (in molti casi i risparmi dei soci) e garantire la continuità produttiva, visto che l’azienda è presente ancora in molti grandi appalti.
Fallito il progetto di risanamento, naufragato il piano concordatario per l’accordo con i creditori, Coopsette ha infatti evitato grazie alla liquidazione coatta un’udienza per fallimento portata avanti da un creditore e che si sarebbe dovuta tenere il 3 novembre. E un fallimento vero e proprio avrebbe lasciato i lavoratori e i creditori senza alcuna speranza.
Ora l’azienda potrebbe essere smembrata, alcuni suoi rami d’azienda potrebbero finire in mano ad altre proprietà , con dentro tutte le conoscenze di lavoratori che hanno operato nella costruzione di grandi infrastrutture in tutta Italia: la Tav, la torre di Fuksas della Regione Piemonte e la metropolitana a Torino, la nuova stazione Tiburtina a Roma solo per citare alcuni casi. Per il resto non è chiaro ancora che cosa succederà .
E’ stata una lunga agonia.
Già nel 2013, anno in cui la coop aveva un portafoglio lavori da 1,2 miliardi di euro, Coopsette aveva concordato con i suoi creditori un piano di ristrutturazione del debito: ma dopo due anni gli obiettivi non erano stati raggiunti e la coop di Castelnovo Sotto aveva chiesto ai propri creditori un’altra possibilità con un nuovo piano. Ma non è bastato.
Troppo dura la crisi del mattone in questi anni. Così come troppo forti erano stati i contraccolpi di alcune inchieste giudiziarie che avevano coinvolto la cooperativa.
Tra tutte, quella dell’inchiesta sul nodo Tav di Firenze dove è stato chiesto il rinvio a giudizio per alcune persone che fanno capo alla coop.
All’ultima assemblea i soci piangevano. Nella zona del Reggiano l’impresa era un’istituzione e una fonte di ricchezza.
Tanto importante che a luglio il ritardo nei pagamento dell’Imu da parte di Coopsette a favore del Comune di Campegine, aveva messo in crisi l’amministrazione: un buco di 180mila euro su un bilancio di 290mila euro con il sindaco che si era detto costretto a aumentare l’Irpef ai cittadini per salvare le casse.
Un aneddoto questo per far capire quanto potrebbe essere duro il colpo per l’economia emiliana.
David Marceddu
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 1st, 2015 Riccardo Fucile
UN GRANDE FILM DI DENUNCIA SUL MERCATO DEL LAVORO CHE TOGLIE DIGNITA’
Ci sono due passaggi che restano e devono restare nella memoria, guardando il doloroso e
splendido film “La legge del mercato“, uscito venerdì: la storia di un operaio specializzato che, rimasto senza lavoro, dopo molte tribolazioni diventa una guardia privata in un centro commerciale.
Il primo passaggio è il momento in cui Thierry, il protagonista, decide di rinunciare alla lotta collettiva dopo il licenziamento.
L’azienda in cui lavorava non era in perdita, anzi faceva profitti; tuttavia lui e molti altri sono stati mandati a casa per “motivazioni economiche”.
Un collega cerca quindi di organizzare un’opposizione comune, vuoi sindacale vuoi legale. Ma Thierry si chiama fuori: è stanco, provato, sfiduciato sulle possibilità di successo contro chi l’ha fatto fuori.
Il suo tentativo di riscatto (o almeno di sopravvivenza) sarà quindi individuale: attraverso gli strumenti che lo stato sociale francese ancora riconosce — come il sussidio di disoccupazione la riqualificazione — e naturalmente attraverso i curriculum spediti in giro, i mille colloqui di persona e via Skype.
Il film ci racconterà il prezzo pesantissimo di questa scelta, senza per questo riabilitare l’opzione scartata all’inizio, quella collettiva.
In altre parole, Thierry perde comunque. E la legge del mercato vince comunque. Non c’è scampo, nè collettivo nè individuale. A meno che, s’intende, non si accetti di diventare un kapò.
Il kapò, lo sapete, era il prigioniero del campo di concentramento che doveva controllare gli altri deportati.
Quindi era quasi sempre un ebreo, che quindi contribuiva alla schiavizzazione e soppressione di altri ebrei.
E questo diventa Thierry, nel lavoro di individuazione e denuncia di anziani poveracci che rubano una bistecca per fame o di dipendenti che si intascano di nascosto qualche punto delle fidelity card.
Non credo sia un caso che il regista e sceneggiatore Stephan Brizè abbia ambientato questa alienazione in un supermercato. E non è solo per i furti. È anche perchè nell’economia contemporanea la grande distribuzione è uno dei luoghi in cui le dinamiche del lavoro si trasformano più facilmente in meccanismi di torsione.
Simili a quelli delle persone tenute in stato di costrizione fisica.
Una dozzina di anni fa fu pubblicato un interessantissimo saggio sociologico, proprio su questo, che è ancora attualissimo. Non se se Brizè l’ha letto, ma è come se fosse così.
A proposito, qui si arriva al secondo passaggio cruciale del film. Quando il direttore del supermercato e il suo capo del personale riuniscono i dipendenti dopo il suicidio di una cassiera licenziata perchè scoperta a rubacchiare dei buoni sconto. Tutto ciò che dicono i due dirigenti in quell’occasione è infatti una straordinaria confessione alla rovescia. Dicono che nessuno lì dentro si deve sentire responsabile: mentre tutti lo sono, per azione o per complicità . Dicono non c’è relazione tra il suicidio della donna e la fine del suo rapporto di lavoro dato che lei aveva altri “problemi suoi”: invece il salario era l’unico modo in cui quella riusciva ancora ad accettare e affrontare gli altri “problemi suoi”.
Dicono infine che il lavoro non è e non deve essere tutta la vita perchè ci sono tante altre cose interessanti fuori da fare: e sembra quasi un discorso bello invece è l’acme dell’ipocrisia, di fronte a donne e uomini che se perdessero il lavoro sarebbe annullati come esseri umani, quindi da quel posto di lavoro sono dipendenti come i pesci dalla loro acqua — e senza muoiono.
È un grande film di denuncia, “La legge del mercato”.
Ho visto in giro che qualcuno lo ha paragonato alle pellicole di Ken Loach. A me in verità sembra più contemporaneo (nella descrizione dei meccanismi del neoliberismo) ma soprattutto più pessimista su qualsiasi possibilità di emancipazione economica; e, se si vuole far sopravvivere la propria famiglia, anche etica.
La peggiore legge del mercato è quella che è entrata dentro di noi.
(da “gilioli.blogautore”)
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Novembre 1st, 2015 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DI PAOLA FILIPPINI SU FB SCATENA IL WEB
“Sei sposata? Convivi? Hai figli?”. E’ opportuno che a un colloquio di lavoro vengano poste al candidato domande sulla sua vita privata? Evidentemente no, eppure ci sono datori di lavoro che lo fanno e, se non ricevono risposte, invitano gentilmente (anzi, non proprio gentilmente) la candidata alla porta.
E’ quello che è successo a Paola Filippini, fotografa di 28 anni, che per arrotondare aveva deciso di candidarsi come hostess per check-in per alloggi turistici.
“Lui, l’egregio Dott. M.M. si presenta all’appuntamento con 30 minuti di ritardo. Non fa niente. Ha una maglia verde lega, ma mi astengo da pregiudizi”, scrive Paola nel suo post di denuncia su facebook che ha raggiunto più di trentamila condivisioni.
“Mi fa accomodare alla sua scrivania, ma non si presenta, non mi da la mano, non si scusa del ritardo, mi da del tu. Questa cosa mi da fastidio, ma anche qui passo oltre.
Prende un foglio prestampato. Questionario Informativo, c’è scritto. Inizia con le domande:
Lui: “la tua data di nascita?
io:“1-12-87”
Lui:“e quanti anni hai?”
io: “28
Lui:“dove vivi?”
io: “risiedo a Mestre”
Lui:“..mi serve l’indirizzo preciso”
io: “sono certa di averlo già scritto nel mio C.v.” sorrido educata.
Lui:“mi serve questa informazione di nuovo” (seccato)
io: “va bene, via ***”
Lui:“ok. Stato civile?”
io: “in che senso?” (oh no, sento già lo stomaco chiudersi)
Lui:“sei sposata? Convivi? Hai figli?”
Respiro “E’ necessario che io risponda a questa domanda?”
Lui:“si, è necessario” (si sta agitando)
io: “posso non rispondere?”
Tenetevi forte.
Lui: “Certo. Allora ti puoi anche accomodare fuori, per me il colloquio finisce qui”
Non è finita qui: perchè il “dottor M.M.” prende il questionario informativo e lo strappa davanti a Paola:
“Non capisco,” dico io “perchè mi sta congedando in questo modo”
Lui: “Perchè tu mi devi rispondere alle domande, e se non mi rispondi il colloquio non può proseguire”
Io: “Non può proseguire il mio colloquio se io non le descrivo la mia situazione famigliare?”
Lui: “esattamente.”
Io: “mi può fornire almeno una spiegazione?” (cerco di insistere)
Lui: “Devo sapere se sei sposata e se hai figli, perchè questo determina la tua disponibilità lavorativa”
Io: “mi scusi Dottore, ritengo che la mia disponibilità lavorativa esuli dalla mia condizione privata. Se vuole sapere quanto e quando posso lavorare, mi può semplicemente chiedere qual’è la mia disponibilità oraria
Lui, ormai furibondo:“Io chiedo quello che mi pare, e se non vuoi rispondere non posso darti il lavoro. Ora te ne puoi anche andare”.
1…2….3……Vabe dai, ormai è fatta. Parto con le mie:
“Posso dirle una cosa? E’ proprio per colpa di persone come lei che questo Paese sta andando a puttane. Perchè se a una donna viene chiesto di dichiarare la sua situazione famigliare prima di chiederle quali sono le sue capacità , cosa sa fare e quali sono le sue aspettative lavorative, allora siamo proprio in un mondo di merda. Lei non sa che parlo perfettamente 3 lingue straniere, non sa che questo lavoro l’ho fatto per anni, che ho tanta esperienza e capacità . Lei non me lo ha chiesto. Mi tolga una curiosità , anche ai maschi chiede se hanno figli e se sono sposati quando fa loro un colloquio?”
Lui: “no, ai maschi non lo chiedo. Perchè questo è un lavoro che ritengo debbano fare solo le donne
“Ho scritto questo fatto su facebook, e lo racconterò a tutti – conclude Paola – Perchè le donne devono sapere che non si devono mai abbassare a queste offese, e gli uomini devono sapere che esistono tanti uomini di merda a questo mondo. Proprio ieri ne parlavo con alcuni colleghi, fatalità oggi mi è successo, di nuovo. Ho perso la possibilità di un lavoro, ma non mi importa niente. Ho salvato la mia dignità , ho mantenuto la mia privacy. La condizione della donna al giorno d’oggi è ancora molto difficile”.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 27th, 2015 Riccardo Fucile
FLASH MOB DI 2.000 PERSONE PER IL BLOCCO DEL SALARIO ACCESSORIO: INVASI CORTILI E CORRIDOI
Non c’è pace al ministero dell’Economia. 
All’indomani dell’alta tensione registrata tra il dicastero e l’Agenzia delle Entrate, ma anche all’interno dello stesso Tesoro, oggi i corridoi e il cortile del ministero di via XX settembre sono stati “invasi” dai dipendenti che hanno protestato per il taglio al cosiddetto Fua, il Fondo unico di amministrazione.
Il Fua è un fondo utilizzato nella Pubblica amministrazione per il compenso accessorio dei dipendenti e che viene ripartito all’interno di ogni ministero con una contrattazione interna.
Il governo ha disposto il taglio del fondo già con il bilancio di assestamento, presentato dal Governo a giugno e approvato in Parlamento a settembre.
Nel Ddl Stabilità inoltre si prevede che dal 1 º gennaio 2016 le risorse destinate annualmente al “trattamento accessorio del personale” vengono congelate: ovvero non potranno superare quelle messe a disposizione per il 2015.
A fronte di un aumento di appena 8 euro lordi mensili, “grazie” allo sblocco dei contratti della Pubblica amministrazione, i dipendenti del Tesoro protestano per il taglio del salario accessorio e hanno quindi incrociato le braccia in uno sciopero bianco, sfilando da questa mattina, fischietti alla mano, per i corridoi del ministero, fino alla porta del capo di gabinetto Roberto Garofoli
Le proteste arrivano a una settimana da quelle messe in atto dai dirigenti della Ragioneria dello Stato che hanno incrociato le braccia per giorni contro il taglio del 10% sui premi in stipendio,norma poi eliminata dalla versione definitiva della Stabilità .
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 15th, 2015 Riccardo Fucile
SUPERATA QUOTA 71 MILIONI PER I BUONI-PAGAMENTO DA 10 EURO DAI RISVOLTI ANOMALI ORMAI ACCERTATI
Un popolo da settantuno milioni. Di voucher. 
È il record raggiunto dai buoni-lavoro nei primi otto mesi del 2015: settantuno milioni. Un balzo in avanti del 70 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso (quando ne erano stati venduti 41), a sua volta in impennata rispetto alle stagioni precedenti.
I voucher sono i tagliandi da 10 euro l’ora (7,5 netti per chi li riceve) introdotti nel 2008 per pagare i lavoretti occasionali. Ticket da mini-impieghi che stanno avendo un successo straordinario.
Troppo, straordinario, dicono i sindacati, di fronte agli ultimi numeri pubblicati due giorni fa dall’Inps.
A scorrere la radiografia del boom emerge la fisionomia di una nuova Italia da lavoratori a scontrino.
In Sicilia l’aumento rispetto al 2014 è stato del 98,7 per cento. In Liguria dell’89.
Ci sono settori – come turismo, commercio, servizi – in cui il salto rispetto al 2013 è stato dal 40 al 56 per cento.
L’anno scorso un milione e 16mila persone sono state registrate dall’Inps per essere state pagate almeno una volta con il veloce, pratico, buono-lavoro.
E se nel 2014 i tagliandini avevano sfiorato i 70 milioni (partendo da soli 535mila nel 2008), il tetto è stato sfondato a ottobre di quest’anno.
Inventati per regolarizzare piccole mansioni da sempre pagate in nero, come le ripetizioni di greco dell’insegnante precaria, o l’aiuto per la vendemmia del pensionato-agricoltore, cosa sono diventati i voucher?
Il bigino di 70 milioni di lavoretti così?
«Evidentemente no. Siamo invece di fronte a un aumento di mestieri ultra-precari. Di impieghi barattati al ribasso, che anzichè essere regolarizzati, vengono pagati con uno strumento che non garantisce alcun diritto al lavoratore se non quell’1,2 euro di contributi versati all’Inps per una futura pensione. Noi siamo molto preoccupati da questi dati», commenta Corrado Ezio Barachetti, responsabile nazionale per il mercato del lavoro della Cgil.
La preoccupazione è giustificata da segnali concreti. Per seguirli bisogna andare in Veneto, regione che per prima ha interpretato creativamente la validità del lavoratore-a-ticket, tanto da essere oggi in testa a tutte le classifiche per diffusione dei voucher. Nel 2014 solo nel turismo ne sono stati usati un milione e 312mila. Tre milioni e 481mila nel calderone registrato dall’Inps come “altre attività ”.
I sindacati da tempo segnalavano l’anomalia di questo estroverso successo locale.
E a novembre del 2014 è intervenuta l’Inps stessa, con controlli a un’ottantina di alberghi sulle spiagge di Jesolo.
Risultato: 70 multe (ora sottoposte a ricorso), perchè dalle verifiche sarebbe emerso che i tagliandi erano usati per pagare durante la bassa stagione gli stessi dipendenti che durante i mesi estivi venivano invece regolarmente messi sotto contratto stagionale.
Non certo impiegati per lavoretti occasionali, insomma. Ma rimborsati con i voucher nei mesi freddi anzichè con lo stipendio.
«Ci troviamo di fronte a un paradosso», commenta Fabrizio Maritan della Cgil veneta: «Anzichè combattere il lavoro nero, i voucher lo creano».
Aiutando a volte ad aggirare le norme: «Se un ispettore va a fare un controllo in una struttura», spiega Maritan: «oggi i proprietari possono mostrare i buoni, magari da due ore, e dire che quel dipendente è lì solo per quel tempo. Salvo poi trattenerlo magari 9 o 10 ore e le altre pagargliele in nero come sempre fatto. Con il problema che adesso diventa ancora più difficile dimostrarlo».
Quest’uso “flessibile” (e illegittimo) del voucher – valido per un paio d’ore, in mezzo ad altre pagate in contanti – è fin troppo comune.
«È successo anche a mio figlio!», racconta Barachetti: «Laureato in filosofia, va a lavorare in una pizzeria: gli hanno offerto di pagarlo un po’ in voucher, un po’ in nero».
Il problema è macroscopico: così non si aiuta l’emersione, quanto si correggono con un po’ di make up situazioni che si ossidano nell’opacità .
I mezzi per combattere questi abusi ci sarebbero, e sono già stati previsti dallo stesso governo e dall’Inps. Solo non ancora attuati: «Nel decreto 81 si prevede di introdurre una procedura telematica per registrare i voucher. Sarebbe utilissima per scardinarne l’uso “maldestro”, controllando effettivamente destinatari e mansioni.
Ma il decreto attuativo manca. E non ci sono scadenze obbligatorie per presentarlo», spiega il sindacalista: «Inoltre, bisognerebbe ridefinire le unità di valore dei tagliandi, oggi standard, per assegnare invece una paga oraria secondo i contratti collettivi, come avviene già nell’agricoltura».
Il successo del buono-lavoro però sta proprio nella sua reperibilità e nell’essere standard: come dimostra il fatto che i canali di vendita preferiti (quasi unici ormai) sono gli uffici postali e le tabaccherie, non gli sportelli dell’Inps.
E lo dimostra anche il fatto che l’agricoltura – dove per le aziende che hanno un fatturato superiore ai 7mila euro i voucher hanno valori diversi in base al contratto nazionale e possono essere usati solo per i giovani sotto i 25 anni e i pensionati – è l’unico settore in cui i buoni, anzichè aumentare, sono calati: del 6,65 per cento.
Chi resta quindi in quel milione e 16mila lavoratori pagati attraverso i buoni? «Persone al gradino più basso dei diritti sul lavoro», commenta Barachetti.
Che prendono, a fare una media generale, 500 euro all’anno a testa attraverso il tagliandino (ne possono ricevere fino a 7mila). Ma soprattutto, che fanno mansioni non sempre da prestatori occasionali: «C’è di tutto, fra i pagati con i voucher. Anche professionisti. Certo, non di alto livello, ma comunque abbiamo intercettato cuochi, capo-sala di ristoranti, addetti alla sorveglianza», continua il sindacalista.
I dati raccontano infine un altro pezzo di realtà : se la fascia d’età più rappresentata è quella dei ragazzi fra i 20 e i 25 anni, quella in cui i voucher sono aumentati di più riguarda i cinquantenni.
«Sono uomini e donne che aggiungono lavori pagati con i buoni a un ammortizzatore sociale, una cassa integrazione, un’Aspi», dice Brachetti: «Come gli anziani fanno con la pensione».
Francesca Sironi
(da “L’Espresso”)
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Ottobre 13th, 2015 Riccardo Fucile
LA RICERCATRICE MARTA FANA: “NON E’ UNA RIPRESA STRUTTURALE, OGNI NUOVO CONTRATTO A TEMPO INDETERMINATO E’ COSTATO GIA’ 20.000 EURO”
“Il governo farebbe bene a studiare e fare molta meno propaganda ingannevole”. 
Marta Fana, dottoranda in Economia a SciencesPo Paris, commenta così gli ultimi dati Inps sui contratti di lavoro.
E’ lei che per prima ha segnalato l’errore del ministero del Lavoro sui numeri relativi ai contratti stabili ad agosto.
Ora è l’istituto di previdenza a dare le cifre: nei primi otto mesi del 2015 i contratti a tempo indeterminato sono aumentati di 319mila unità rispetto allo stesso periodo del 2014.
Ma la ricercatrice sottolinea che, a dispetto di quanto dicono le “groupies del Pd”, la verità è che ” i nuovi contratti pseudo stabili sono pochi”.
Questi dati dimostrano davvero che c’è la ripresa, come sostiene il governo?
Il governo farebbe bene a studiare e fare molta meno propaganda ingannevole che francamente non fa bene a nessuno. Esiste un po’ di ripresa, ma questa non è strutturale: nessuno sforzo in investimenti, in avanzamento tecnologico all’orizzonte. È tutta una questione di ciclo economico, e il mercato del lavoro al netto del ciclo è dopato dagli sgravi.
Eppure i numeri parlano di un aumento del tempo indeterminato rispetto all’anno scorso. Come vanno lette queste cifre?
Con due miliardi regalati alle imprese è il minimo vedere un segno più, dobbiamo chiederci quanto vale questo segno più. Quello che i dati dicono è che, al netto delle cessazioni, il numero di contratti netti a tempo indeterminato è di 91.663 tra il primo gennaio e fine agosto di quest’anno e rappresenta circa il 15% dei nuovi contratti totali. Il 77% sono contratti a termine e il residuo riguarda i contratti di apprendistato. Poi ci sono le trasformazioni, cioè quelle che in gergo vengono chiamate stabilizzazioni, anche se di stabile con il contratto a tutele crescenti non c’è nulla: queste sono 331.792. Molte di più dei nuovi contratti veri e propri. Questa è indiscutibilmente la prima evidenza da tenere a mente: i nuovi contratti pseudo stabili sono pochi, e di conseguenza anche la nuova occupazione.
Ma il Partito democratico festeggia il risultato. Il capogruppo alla Camera Ettore Rosato ha commentato: “Con #riforme, più lavoro stabile e precariato nell’angolo. Su 2014, +305% posti fissi: +319mila. #italiariparte”.
Più lavoro stabile è francamente un eufemismo: il governo ha svenduto i diritti dei lavoratori per una mensilità di indennizzo per anno lavorato nel caso di licenziamento senza giusta causa. Nel frattempo ha dato alle imprese quasi due miliardi in un anno per creare 90.000 posti di lavoro. Questo va detto e ripetuto costantemente. Allo stesso tempo, una cosa che non sappiamo è quanto durano questi nuovi contratti a tempo indeterminato, solo tra qualche anno potremo dire se sono mediamente stabili o meno. In ogni caso, vedere che il numero di cessazioni di contratti a tempo indeterminato è per giunta aumentato nel 2015 rispetto al 2014 ci fa capire che di stabilità al momento non c’è alcun segno se non sulla carta. Inoltre, vorrei ricordare che contratti a termine, part time involontario, voucher, somministrazione sono tutti contratti precari checchè se ne dica, quindi quando valutiamo lo stato del precariato dovremmo tenere tutti questi elementi in considerazione, qualcosa che le “groupies” del PD non riescono a fare.
Si parlava dei voucher. Secondo l’Inps, nel 2015 ne sono stati venduti quasi 30 milioni in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, con un balzo del 71%.
Il numero di voucher cresce in modo impressionante, da inizio anno sono più di 71 milioni di ore di lavoro pagate 7,50 euro e senza diritto a assegni di disoccupazione, maternità e malattia. Quindi non soltanto il precariato e lo sfruttamento, ma anche la discriminazione tra lavoratori continua ed è stata accentuata dal Jobs Act. Il rischio evidente ma su cui non ci sono informazioni è che questo strumento contrattuale sia usato per rapporti di lavoro che non sono salutari come invece dovrebbero, ma appunto sostituiscono lavoro subordinato a tutti gli effetti. Il lavoro accessorio doveva far emergere i lavoretti domestici in nero o quelli in agricoltura, ma in realtà i voucher sono usati soprattutto altrove: commercio, settori non identificati, eccetera. Nel 2014, per dare un’idea, circa 650milia nuovi individui hanno lavorato almeno un’ora tramite voucher.
Quanto hanno pesato il decreto Poletti e il bonus contributivo su questi dati?
Fare un’analisi rigorosa che studi l’impatto di ciascuna di queste determinanti attualmente è impossibile, mentre si possono fare ragionamenti descrittivi per capire più o meno le tendenze. Sicuramente, dato l’incessante aumento dei contratti a termine, sappiamo che il decreto Poletti ha avuto un discreto successo, non tanto nei primissimi mesi di applicazione quanto a partire da settembre dello scorso anno. Gli sgravi pesano enormemente sul contratto a tempo indeterminato, infatti la percentuale di nuove attivazioni indeterminate era dieci punti percentuali più elevata fino a marzo rispetto al dato di agosto (43 contro 33%). Ad oggi, ci ritroviamo con un costo relativo agli sgravi intorno a 1,8 miliardi di euro, il che significa che ogni nuovo contratto a tempo indeterminato è costato 20mila euro già solo nel primo anno.
Qual è l’influenza dei fattori macroeconomici (basso pezzo del petrolio, rapporto euro/dollaro favorevole, quantitative easing) sui numeri del lavoro?
Il basso prezzo del petrolio e di molte altre materie prime ha influito positivamente sull’economia di tutta l’eurozona e quindi anche sui relativi mercati del lavoro. Lo stesso vale per il cambio euro dollaro. Il quantitative easing non è una misura che spinge l’economia reale ma le banche e finora non pare abbia dato enormi frutti (sempre guardando alle risorse impiegate). Tuttavia, c’è da tenere a mente che negli ultimi due mesi l’economia mondiale ha rallentato, spinta dalla Cina ma anche dal Brasile, quindi non è detto che questi fattori macroeconomici riusciranno ancora a trainare la seppure debole ripresa italiana ed europea.
Stefano De Agostini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 13th, 2015 Riccardo Fucile
RAPPORTO THOMSON NEI PAESI DEL G20 RIVELA LE DIFFICOLTA’ DELLE DONNE CHE LAVORANO
Una specie di corsa a ostacoli. Una mediazione continua fra quello che dovrebbe essere e la realtà . Si potrebbe riassumere così il mondo del lavoro visto dalle donne dei Paesi del G20.
Perchè questo dice, in sintesi, il rapporto sui cinque problemi-chiave che il popolo femminile deve fronteggiare ogni santo giorno sui luoghi di lavoro.
La Thomson Reuters Foundation, in collaborazione con la Rockefeller Foundation, ha interpellato 9.500 donne nelle 19 nazioni del G20 (la ventesima sarebbe l’Unione Europea) per indagare sulle difficoltà nel bilanciare la vita privata con quella lavorativa, sul divario fra i salari maschili e quelli femminili, sulle differenze uomo/donna nell’accesso e nelle opportunità di lavoro, sulle molestie negli ambienti di lavoro e sull’impatto della maternità rispetto alle carriere.
Il rapporto, che sarà diffuso oggi in tutto il mondo, racconta le tante difficoltà ma anche le nuove speranze delle donne dei Paesi più industrializzati.
Così si scopre, per esempio, che l’età influisce sulle convinzioni positive.
Sotto i 35 anni la sfiducia è un po’ meno sfiducia: «solo» il 45 %, tanto per citare un risultato, crede che gli uomini abbiano un miglior accesso allo sviluppo professionale e alle opportunità di carriera.
«Solo», perchè se si sale nella fascia di età compresa fra i 35 e i 49 la percentuale sale al 50%.
Il capitolo Italia contiene numeri non proprio rassicuranti.
Prendi l’accesso al lavoro e lo sviluppo delle carriere: il 57% delle donne italiane intervistate pensa che gli uomini, in questo, siano decisamente favoriti.
Questa percentuale è la più alta d’Europa ed è preceduta soltanto dal dato dell’Arabia Saudita (61%) e della Corea del Sud (58%).
E ancora, sempre in Italia: c’è un 45% che mette proprio il gap fra maschi e femmine nelle opportunità di carriera in cima a tutti i problemi della propria vita lavorativa (è il numero più alto di tutti i 19 Paesi).
Al top delle preoccupazioni (il 43% delle italiane intervistate) anche la questione dell’equità dei salari.
E alla domanda: «Crede che le donne guadagnino meno a parità di lavoro?» i sì sono un terzo del totale.
L’argomento più spinoso, cioè le molestie sui luoghi di lavoro, in Italia ha una doppia faccia.
Il 16 per cento delle interpellate – ed è la percentuale più bassa fra i Paesi europei – dichiara di essere stata molestata mentre lavorava. Ma il dato fa i conti con un 55% che invece ammette: se dovessi subire molestie non lo racconterei.
Per inquadrare il problema a livello internazionale: quasi un terzo delle donne del G20 rivelano molestie sui luoghi di lavoro e le donne indiane guidano oggi la classifica delle più decise a denunciare.
«Lo ripetono loro stesse, non rimarranno mai più in silenzio» interpreta il dato Vrinda Grover, avvocatessa indiana della Corte suprema da sempre paladina delle cause per i diritti umani. «Non trascineranno più con loro il bagaglio di vergogna e lo stigma che hanno portato tante vittime prima di loro» assicura.
Mai restare in silenzio sembra essere anche il pensiero-guida della professoressa Lucy March, docente della facoltà di Legge all’Università di Denver, che ripete la sua storia ogni volta che può.
È diventata un caso, negli States, sul fronte della discriminazione salariale. Perchè ha scoperto che suoi colleghi maschi guadagnano, a parità di lavoro, circa 40 mila dollari l’anno in più. «È una lotta solitaria, la mia, per paura delle ritorsioni» racconta.
«C’è gente che sussurra di essere dalla mia parte ma nessuno osa dirlo pubblicamente». Cosa dice la ricerca? Che il 58% delle lavoratrici statunitensi ritiene che ricevere la stessa paga degli uomini sia uno dei problemi principali.
Dalla Francia la testimonianza di Brigitte Grèsy, consigliera superiore per l’equità professionale fra uomini e donne, citata nel rapporto.
A proposito del 55% delle sue connazionali che ritiene favoriti gli uomini nell’accesso al lavoro e negli avanzamenti di carriera, sostiene che «le donne in Francia sono consapevoli dell’iniquità adesso più che mai».
E poi c’è il binomio famiglia-carriera.
A credere che la strada dei figli non intralci quella degli avanzamenti professionali sono soprattutto le brasiliane (74 su 100). In Italia (con il nostro 32%) siamo meno fiduciose.
Giusi Fasano
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 12th, 2015 Riccardo Fucile
L’INDAGINE DI MEDIA RESERCH: IL LAVORO DIVENTA “PERCORSO”
Molte nostre certezze sono diventate più fragili in questi periodi di profonde trasformazioni. Il lavoro innanzitutto.
Non è una novità : anche in altri periodi abbiamo vissuto momenti difficili sul mercato del lavoro. Basta andare con la memoria alla disoccupazione giovanile a metà degli Anni 80 per trovare tassi ancora più elevati di quelli attuali.
Tuttavia, in precedenza derivavano da crisi connesse a fasi di sviluppo: dopo un momento di assestamento, l’economia riprendeva a crescere come prima e la disoccupazione rientrava nei parametri fisiologici.
Le imprese ricominciavano ad assumere e le persone potevano trovare un posto di lavoro: fisso. E per «fisso», cioè stabile, sicuro, non si pensava solo al pubblico impiego. Un’occupazione in una grande fabbrica, in un’azienda chimica o dell’energia, piuttosto che in una banca si poteva considerare un’assicurazione sulla vita. Una certezza che consentiva di fare progetti relativamente duraturi.
Oggi, l’isola felice del posto fisso si è erosa e vede come abitanti solo i dipendenti pubblici. Per tutto il resto, il lavoro stabile nel tempo è un’isola che non c’è (più).
Le trasformazioni dell’economia hanno reso tutto più flessibile e volatile, spingendo le imprese a rivisitare i loro modelli organizzativi: all’insegna dell’adattabilità e delle nuove tecnologie per aumentare produttività e competitività . E contenendo l’occupazione.
IL PESO SULLE FAMIGLIE
Ma non c’è solo questo. Negli ultimi due decenni si sono realizzati ripetuti interventi nella regolazione di un mercato del lavoro divenuto ingessato, a favore di una sua ineludibile maggiore duttilità .
Per contro, però, l’assenza di una rivisitazione del sistema degli ammortizzatori sociali e degli interventi volti a sostenere l’occupabilità dei lavoratori, scarica su famiglie e individui l’onere di un sostegno, della ricerca del lavoro o la ricollocazione di chi viene espulso.
Il fatto che solo il 4% circa dei collocamenti transiti dagli uffici dei Centri Pubblici per l’Impiego, la dice lunga sul peso che grava sulle famiglie.
L’insieme di questi aspetti rende (anche) il lavoro più incerto e spiega perchè quando si palesi un concorso pubblico, il numero dei partecipanti sia di gran lunga superiore alle disponibilità .
Si potrebbe dire che, nonostante tutti i segnali vadano in senso opposto, la richiesta di un «posto fisso» sia ancora l’aspettativa fondamentale nei confronti del lavoro.
Ma è proprio così? La ricerca sugli orientamenti verso il lavoro (Community Media Research, in collaborazione con Intesa Sanpaolo, per La Stampa) offre risultati controintuitivi, meno scontati rispetto alle rappresentazioni offerte dai media.
Potendo scegliere, due terzi degli italiani preferirebbero un lavoro che offra possibilità di crescita professionale e di reddito, anche se flessibile (69,8%), mentre il restante terzo (30,2%) pur di avere un posto fisso rinuncerebbe alle possibilità di carriera. CAMBIAMENTO CULTURALE
Dunque, per la maggioranza della popolazione il lavoro è immaginato più come un «percorso», che un «posto».
Si tratta di un cambiamento culturale rilevante rispetto alle epoche precedenti e mette in luce come, a parità di condizioni, la dimensione della gratificazione personale e dell’investimento soggettivo sul lavoro abbiano assunto un ruolo centrale nelle preferenze delle persone.
Non è un caso che un simile orientamento sia sostenuto dalle generazioni più giovani e dagli studenti, dai maschi, chi ha un titolo di studio elevato, da chi vive nel Nord-Est.
Fin qui le aspettative, i desiderata, che indicano una metamorfosi nelle culture del lavoro, di cui spesso non si tiene conto nel discorso pubblico e nelle relazioni sindacali.
Tuttavia, queste propensioni si scontrano con una realtà del mercato del lavoro che, nonostante i primi segnali positivi provenienti dalla riforma del Jobs Act del Governo Renzi, appare ancora problematico.
Nella popolazione prevale ancora un sentimento di preoccupazione e disorientamento.
Se da un lato, si vede nel lavoro in proprio quello che più di altri permette alle persone di valorizzare le proprie capacità (80,9%); dall’altro lato è palpabile la preoccupazione per il futuro: l’84,6% ritiene sia giusto trasferirsi all’estero per fare il lavoro desiderato, il 74,1% prevede che i giovani di oggi occuperanno in futuro una posizione sociale peggiore rispetto a quella dei loro genitori, il 68,5% pensa che i giovani desiderosi di fare carriera abbiano come unica speranza quella di trasferirsi all’estero.
C’è una distonia fra la propensione diffusa presso larga parte della popolazione a un lavoro che si snoda lungo un percorso di carriera in grado di realizzare una crescita professionale e rimunerativa, da un lato.
E, dall’altro, un’immagine del Paese che non è ancora in grado di offrire reali opportunità , soprattutto per le giovani generazioni.
Così, si sogna un lavoro professionalmente gratificante, anche se è difficile trovare in questa Italia il lavoro dei propri sogni.
Daniele Marini
(da “La Stampa”)
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