Settembre 24th, 2015 Riccardo Fucile
L’INDAGINE DATANALYSIS EVIDENZIA PIAGA SOCIALE
La radiografia (Figli di un lavoro minore) commissionata dall’osservatorio di Paidoss e presentata stamane a Roma, è impietosa.
E mette a nudo la realtà drammatica di tanti adolescenti-lavoratori che la crisi economica ha piegato a scelte di opportunità .
Ancor più penoso l’assenso del 54 per cento dei genitori che si autoassolve in nome della necessità . Solo uno su tre si batte in ogni modo pur di vedere il figlio under 16 andare a scuola ogni mattina, mentre il 46% ritiene del tutto normale un esordio precoce nel mondo del lavoro.
Cosa fa l’esercito degli sfruttati.
Garzoni di bar, commessi nei negozi, parrucchieri, meccanici e manovali, sono le opportunità metropolitane più frequenti di impiego, mentre a chi vive fuori city restano la chance di offrirsi come bracciante agricolo, manovale nei cantieri, meccanico di officina.
In totale, lavorando oltre un milione di ore ogni giorno. Per non parlare dei 30mila che svolgono attività pericolose o potenzialmente inibenti lo sviluppo fisiologico.
E’ il caso dei ragazzi che turnano di notte.
I dati dell’Istituto di ricerche demoscopiche nell’area della Salute e del Sociale commissionati dall’Osservatorio Nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza (Paidòss) che da domani a sabato si riunisce a Lecce per il congresso nazionale, rivela che il 18 per cento dei giovanissimi abbandona la scuola per la ricerca di un impiego.
La condanna di Paidòss a tutela dei ragazzi.
Senza mezzi termini l’Osservatorio della Salute dell’infanzia che da domani a sabato si riunisce a Lecce per il Forum internazionale dell’adolescenza e della Famiglia, chiama in causa la scuola, come deputata alla formazione e all’accompagnamento degli studenti nel mondo del lavoro, salvandoli dallo sfruttamento psicofisico. Spiega Giuseppe Mele, presidente Paidòss: “L’idea che iniziare la gavetta presto aiuti i ragazzi a inserirsi nel mondo del lavoro è falsa e fuorviante, un modo per nascondersi ipocritamente di fronte alla realtà : lavorare prima dei 16 anni è un furto dell’infanzia. Dai dati della ricerca si apprende che i genitori italiani nei confronti del lavoro minorile sono indulgenti: il 26%, con punte del 33 al sud, non ci vede nulla di male, mentre il 20 ritiene che il giudizio debba dipendere dalla situazione del singolo. Ma ciò che forse turba ancora di più è che solo il 34% delle mamme e dei papà costringerebbe a restare sui banchi un figlio intenzionato a lasciare la scuola per lavorare, impedendogli una scelta dannosa per la sua vita: uno su quattro accetterebbe la decisione pur ritenendola un errore, uno su cinque la considera una volontà da rispettare comunque. Non è così: ogni bambino ha il diritto di essere protetto dallo sfruttamento economico, in qualunque forma”.
Per i genitori è un problema degli altri. Il 30 per cento dei genitori del Belpaese si illude, ritenendo che il fenomeno in Italia riguardi solo gli stranieri, il 55% lo considera un dramma dei Paesi sottosviluppati, il 40 ignora del tutto l’esistenza dei piccoli sfruttati anche italiani.
E invece dell’esercito dei 280mila lavoratori teen-agers, appena 20mila sono stranieri, mentre il 17% dei genitori intervistati ammette che i ragazzini lavoratori sono una realtà .
Chi sono? Figli di amici e parenti o conoscenti dei propri figli: fino al 22-24% nel nord. Nonostante l’evidenza, è ancora valido l’antico pregiudizio verso il sud, visto che il 40% crede che si tratti di un problema confinato al meridione.
I rischi per la salute e per lo sviluppo.
“Il lavoro minorile mette a rischio lo sviluppo psicofisico dei ragazzi – avverte Claudio Mencacci, past president della Società Italiana di Psichiatria e direttore del Dipartimento di Salute Mentale del Fatebenefratelli di Milano – rubando tempo che andrebbe impiegato diversamente: confrontarsi in ambienti sani con il mondo degli adulti, stare con gli amici, studiare, leggere, fare sport sono le attività che aiutano il fisico e il cervello a svilupparsi nel migliore dei modi.
Cancellare riposo, svago, sport e apprendimento significa aumentare il rischio di disagi psichici e disturbi dell’umore.
E una volta adulti, questi ragazzini potrebbero ritrovarsi a fare i conti con ansia e stress e anche a pagare le conseguenza della sottrazione di quelle risorse che permettono una adeguata “costruzione di sè” .
Insomma, sono questi gli elementi che possono minare il benessere mentale futuro di questi ragazzi. Ragazzi costretti a crescere troppo in fretta, magari sotto la pressione della necessità di contribuire a far quadrare i bilanci familiari”.
I diritti contro lo sfruttamento economico. Camilla Fabbri, presidente della commissione d’inchiesta sugli infortuni sul lavoro, si appella alla Dichiarazione sui diritti del fanciullo approvata nel ’59 dall’assemblea generale dell’Onu.
Questa detta regole precise agli Stati membri contro lo sfruttamento economico e qualsiasi tipo di lavoro rischioso o che interferisca con la sua educazione o che sia nocivo per la sua salute o per il suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale.
“Il lavoro minorile – osserva la Fabbri – certifica la sconfitta di ogni società , chiamata invece a garantire il diritto allo studio e alla crescita. E’ indispensabile avviare un’operazione di contrasto di carattere globale, che deve vedere impegnato anche il nostro Paese. Un minore sfruttato non sarà mai un cittadino libero. E per questo, nell’atto istitutivo della commissione d’inchiesta sugli infortuni sul lavoro è richiamato il dovere di accertare l’entità della presenza di minori sui posti di lavoro, con particolare riguardo a quelli provenienti dall’estero e alla loro protezione ed esposizione a rischio”.
Giuseppe Del Bello
(da “La Repubblica”)
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Settembre 15th, 2015 Riccardo Fucile
LA RIPRESA AIUTA, MA PER STATALI E TURISMO LA STRADA E’ IN SALITA
Sono oltre 6 milioni e mezzo i lavoratori dipendenti italiani che si aspettano il rinnovo dei loro contratti nazionali collettivi di lavoro.
Una volta la si sarebbe definita la ricetta perfetta per un autunno caldo, all’insegna di scioperi finalizzati a conquistare aumenti salariali o miglioramenti normativi.
Non è detto che vada così in questo scorcio finale di 2015.
Come spiegano gli addetti ai lavori, ci sono le condizioni potenziali per una stagione di rinnovi decisamente tranquilla.
Sembra esserci un venticello di ripresa economica, che in teoria dovrebbe suggerire alle imprese di evitare irrigidimenti per far marciare gli impianti a pieno regime. Ma ci sono altrettante validissime ragioni per immaginare che la stagione contrattuale possa essere conflittuale e complessa.
A cominciare dalla sensazione – diffusa nel mondo imprenditoriale, e apparentemente corroborata da alcune iniziative del governo – che dopo l’abolizione dell’articolo 18, e di altre regole conquistate dai sindacati negli Anni 70, possano saltare altri vincoli.
Ad esempio, la piena libertà di sciopero, oppure la stessa esistenza del «classico» contratto nazionale, già cancellato negli stabilimenti della Fca
Lo sapremo presto. Così come sapremo se la tornata contrattuale riguarderà effettivamente anche gli oltre tre milioni di dipendenti pubblici (sanità , enti locali, ministeri, scuola e università ).
Persone che a causa del blocco stabilito da più governi, non riescono a rinnovare i loro contratti da molti anni.
Ma come si ricorderà è giunta la Corte Costituzionale a obbligare il governo – che non ne aveva nessuna intenzione – ad aprire le trattative con la recente sentenza.
Il negoziato ci sarà ; ma non è detto che sia fruttuoso. Tutto dipenderà dal governo: se vorrà o meno stanziare le risorse per gli aumenti salariali nella legge di Stabilità . A quel che si capisce qualche soldo verrà messo; ma molto pochi.
Un discorso a parte va fatto anche per i metalmeccanici. Qui da tempo è quasi impossibile mettere d’accordo la Fiom di Maurizio Landini con Fim e Uilm. È probabile il varo di due piattaforme, altamente probabile il rischio di complicazioni.
In teoria, tutto il contrario dovrebbe capitare nel comparto della chimica (farmaceutica, chimica, gomma e plastica, gas e acqua, energia). Normalmente sono contratti rinnovati senza un’ora di sciopero: le piattaforme sono già state varate, sono unitarie e prevedono richieste di aumento dai 100 ai 130 euro.
Centomila circa sono i dipendenti delle industrie alimentari: anche qui il confronto non dovrebbe essere particolarmente teso.
Più complicati sono i rinnovi nel terziario, dove i contratti (grande distribuzione, alberghi e pubblici esercizi, imprese di pulizia) sono scaduti da due anni.
L’atmosfera è pesante: le associazioni datoriali «chiudono», e già sono stati proclamati scioperi negli iper e supermercati.
Prematuro è immaginare che sarà del rinnovo del contratto dei 400 mila dipendenti del tessile e abbigliamento: il contratto scadrà nel marzo 2016, ma il lavoro preparatorio sta cominciando.
E difficile è anche immaginare che conseguenze avrà sulle trattative la proposta del presidente di Confindustria Giorgio Squinzi lanciata proprio su «La Stampa»: non rinnovare i contratti in scadenza, e modificare il sistema contrattuale con aumenti legati alla produttività e pagati a consuntivo.
«È una proposta quasi provocatoria – la boccia Paolo Pirani, autorevole leader della Uiltec-Uil – oggi lavori, e che salario avrai lo sai solo domani? La retribuzione non può essere una specie di bonus, una variabile dei profitti».
Roberto Giovannini
(da “La Stampa”)
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Settembre 13th, 2015 Riccardo Fucile
AUSTRALIA, USA E REGNO UNITO LE METE PIU’ GETTONATE
Per la prima volta la maggioranza dei giovani italiani, oltre il 61%, è pronta a emigrare all’estero per
cercare lavoro.
E nove su dieci sono convinti che ormai lasciare la Penisola sia una necessità .
Le mete più ambite? Australia, Usa e Regno Unito.
E’ il quadro che emerge dal Rapporto giovani sul tema “Mobilità per studio e lavoro”, presentato a Treviso durante il Festival della statistica e della demografia.
L’indagine è basata su un panel di 1.000 giovani tra i 18 e i 32 anni e promossa dall’Istituto Giuseppe Toniolo, in collaborazione con l’Università Cattolica e con il sostegno di Fondazione Cariplo e di Intesa Sanpaolo.
Il 70% degli intervistati ritiene che l’Italia offra alle nuove generazioni opportunità sensibilmente inferiori a quelle degli altri paesi sviluppati e che difficilmente il divario verrà colmato nei prossimi tre anni.
L’83,4% è disposto a cambiare città stabilmente per trovare migliori possibilità di lavoro e di questi ben il 61,1% si dichiara disponibile a cercare lavoro all’estero.
Negli ultimi decenni l’Italia è diventata un paese di immigrazione, con una continua crescita della popolazione di cittadinanza straniera.
Ma, al contempo, sottolinea il rapporto, è diventato anche sempre più evidente un flusso di uscita di giovani in cerca di un futuro migliore.
Va anche considerato che nelle nuove generazioni è fortemente sentito l’aspetto positivo della mobilità , cioè fare nuove esperienze e confrontarsi con altre culture, indicato dal 74,8% degli intervistati.
I paesi che i giovani italiani considerano più attrattivi per un’esperienza di lavoro, non necessariamente definitiva, sono Australia, Usa e Regno Unito che insieme raccolgono oltre la metà delle risposte (il 54,8%).
Segue la Germania, paese che presenta una disoccupazione giovanile particolarmente bassa, poi Canada, Francia, Austria, Svizzera e Belgio.
Solo l’1,5% indica la Spagna, colpita negli ultimi anni da un’alta disoccupazione giovanile dovuta alla crisi.
“La migrazione italiana negli ultimi anni è decisamente cambiata. Non si tratta più di connazionali che prendono il treno un po’ spaesati e con al braccio valigie di cartone, ma di giovani dinamici, intraprendenti, affamati di nuove opportunità e con un tablet pieno di appunti su progetti e sogni da realizzare — commenta Alessandro Rosina, tra i curatori del Rapporto — Da un lato la generazione dei millennials considera del tutto naturale muoversi senza confini. Sono sempre più consapevoli che la mobilità internazionale è di per sè positiva, perchè consente di aprirsi al mondo, conoscere diverse culture, arricchire il proprio bagaglio di esperienze, ampliare la rete di relazioni. Dall’altro lato il sempre più ampio divario tra condizioni lavorative delle nuove generazioni e possibilità di valorizzazione del capitale umano in Italia rispetto agli altri paesi avanzati e in maggiore crescita, porta sempre più giovani a lasciare il paese non solo per scelta ma anche per non rassegnarsi a rimanere a lungo disoccupati o a fare un lavoro sotto inquadrato e sottopagato”.
“I dati — conclude Rosina — restituiscono un quadro meno stereotipato rispetto a quello usualmente fornito nei mass media, schiacciato molto spesso sul tema della fuga dei laureati. La fuga è solo un aspetto del fenomeno, anche se è in effetti quello più problematico. E’ vero inoltre che i laureati tendono maggiormente ad espatriare rispetto a chi ha titoli più bassi, ma soprattutto perchè hanno maggiori risorse e possibilità per farlo. La propensione ad andarsene, soprattutto se legata a difficoltà oggettive di trovare lavoro, è sentita in tutte le categorie e tutti i livelli di istruzione“.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 11th, 2015 Riccardo Fucile
IL DEMOGRAFO ROSINA: SITUAZIONE SIMILE ALLA GERMANIA
Germania e Italia sono i Paesi a maggior tasso di invecchiamento d’Europa, e tra i primi nel mondo dopo il Giappone.
Come tutti gli esperti confermano, molto presto questo fenomeno in progressivo aggravamento rischia di creare gravi conseguenze.
«Non solo sull’economia, ma anche sul welfare, sulla spesa sanitaria – spiega Alessandro Rosina, professore di Demografia alla Cattolica di Milano – e in ultima analisi anche dal punto di vista della sostenibilità sociale».
Sì, perchè un Paese ha bisogno del motore produttivo economico e culturale assicurato dalle giovani generazioni. Che in Europa si stanno riducendo, contraendo la quota di popolazione potenzialmente produttiva, e al contrario incrementando – per quanto si sposti sempre più in avanti l’età di pensionamento – la popolazione anziana
Nuove generazioni
Italia e Germania hanno una struttura demografica assolutamente analoga, con la fecondità e la natalità in calo, e tanti anziani (nel Belpaese un pochino più longevi).
Nella triste classifica del tasso di dipendenza strutturale degli anziani – il rapporto tra la popolazione di 65 anni e più, e quella tra 15 e 64 anni – noi abbiamo 33,1 anziani ogni 100 «attivi», loro 31,5.
La Turchia ne conta 11,3, la Nigeria solo 4,5.
Ma il problema si affronta in modo molto differente, come mostra la decisione della cancelliera Angela Merkel di accogliere per diversi anni 500 mila immigrati l’anno.
«La differenza è tutta qui – afferma il demografo – la Germania sa cogliere per tempo le trasformazioni in corso, cercando di capire come guidarle per ridurre i rischi»
Si sa che nel Paese della Merkel da sempre si investe sulla qualità , puntando sulla ricerca, la formazione e la valorizzazione del capitale umano.
Ma ora c’è anche un problema quantitativo che riguarda le giovani generazioni. Che vengono rafforzate attirando in Germania talenti – la scelta di molti giovani «cervelli» italiani – ma anche immigrati extraeuropei.
Politiche miopi
Secondo Rosina, l’Italia in questi anni ha fatto politiche di contrasto e non di valorizzazione della qualità dell’immigrazione, attirando le persone più «necessarie» e più facili da includere.
La Germania, al contrario ha saputo guardare lontano, «sa di quali competenze dispone e quali deve attirare». E dunque, c’è il serio rischio che mentre i giovani italiani più qualificati andranno all’estero, «noi attrarremo immigrati con professionalità inferiori, badanti al nero, braccianti agricoli sfruttati o manovali».
Senza alternativa
Detto questo, secondo le inesorabili leggi della demografia l’apporto di nuovi giovani non basterà alla Germania (e non basterebbe neanche per noi, va da sè) per arrestare in modo efficace lo sbilanciamento demografico.
«È impossibile pensare che all’invecchiamento si possa rispondere esclusivamente attraverso più immigrazione, a meno di muovere flussi migratori tali da essere ingestibili anche per Paesi ricchi», chiarisce Alessandro Rosina.
C’è un impatto nell’immediato; ma i nuovi arrivati cominciano anche loro ad invecchiare. E dal punto di vista della natalità dopo due generazioni anche gli immigrati tendono a convergere sulla media della popolazione autoctona».
Insomma, il gap tra noi e il resto d’Europa e del «Primo Mondo» si restringerebbe, ma non si chiuderebbe.
Servirebbe per forza un aumento della natalità .
Roberto Giovannini
(da “La Stampa”)
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Settembre 11th, 2015 Riccardo Fucile
LA POPOLAZIONE INVECCHIA E IL TASSO DI NATALITA’ E’ BASSO: NEL 2060 MENO 8% DI FORZA LAVORO
«Se riusciamo a integrare in fretta i profughi nel mondo del lavoro, risolviamo uno dei maggiori
problemi per il futuro economico del nostro paese: la mancanza di personale qualificato».
Nelle parole del vicecancelliere e ministro dell’Industria Sigmar Gabriel, pronunciate ieri di fronte al Bundestag, c’è l’importante risvolto economico dell’accoglienza dei richiedenti asilo: i migranti possono fornire alla Germania quei circa 6 milioni di lavoratori che mancheranno entro il 2030.
La popolazione invecchia, il tasso di natalità è basso, e senza il contributo della persone che arrivano “da fuori”, «è in pericolo non solo il sistema delle imprese, ma anche il benessere generale della società », sostiene il leader del partito socialdemocratico.
A preoccupare sono, in particolare, le proiezioni sulla parte orientale del Paese: tra quindici anni nei Là¤nder della ex Repubblica democratica tedesca un terzo degli abitanti sarà oltre i 64 anni, contro l’attuale 24%.
Nel 2060 la popolazione complessiva dell’Est si sarà ridotta di un quarto rispetto ad oggi: da 12,5 a 8,7 milioni.
All’Ovest le variazioni sono inferiori, ma il trend è lo stesso: più anziani in una popolazione che nel suo insieme decresce.
Risultato: se oggi il 66% dei tedeschi è in età da lavoro, tra vent’anni lo sarà soltanto il 58%.
L’istituto dell’economia tedesca (Institut der deutschen Wirtschaft), centro di ricerche di area confindustriale con sede a Colonia, calcola che già nel prossimo decennio potrebbero mancare al sistema produttivo fino a 390mila ingegneri
Quella del leader Spd è una posizione pragmatica, di buon senso, che contribuisce a favorire il clima di accoglienza.
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Settembre 11th, 2015 Riccardo Fucile
LA PUGLIESE “FUNKY TOMATO” HA GIA’ VENDUTO 20.000 BOTTIGLIE… L’AZIENDA A FILIERA PARTECIPATA CHE DICE NO AL CAPORALATO E ASSUME I MIGRANTI
Esiste un’alternativa al caporalato. Può sembrare retorica, ma su mezza ettaro di terra spalmato tra Puglia e Basilicata è gia realtà .
Una chiave possibile sta nelle mani di Funky Tomato, una azienda che coltiva, raccoglie e imbottiglia pomodoro a filiera partecipata.
Opponendo al pagamento a cottimo dei lavoratori un regolare contratto. E facendosi finanziare dai propri clienti: chi crede nel progetto ha pre-acquistato i prodotti, 20mila bottiglie di salsa, pelati e pomodori a pezzi.
Il team all’origine dell’iniziativa ha i piedi ben piantati nell’agricoltura.
Paolo è agricoltore, come Gervasio, Giulia fa monitoraggio per le condizioni sanitarie dei braccianti, Mimmo è un sociologo, Enrico è un perito agrario, Giovanni è ingegnere, Mamadou è mediatore culturale, Giordano si occupa della comunicazione. Nella zona dove hanno scelto di lavorare e in altre del sud Italia, la filiera del pomodoro coinvolge migliaia di agricoltori e un centinaio di stabilimenti di trasformazione, per un giro d’affari annuo compreso tra 1,5 e 2 miliardi di euro. Centinaia di baracche e di casolari abbandonati nelle campagne diventano le case di migliaia di braccianti stranieri che rispondono alle leggi del caporalato, del pagamento a cottimo (3,5 euro per un cassone di pomodori da 300Kg), delle irregolarità contrattuali.
“Il nostro obiettivo era trovare un’alternativa al caporalato per i migranti che arrivano nel nostro territorio alla ricerca di impiego”, spiega ad HuffPost Paolo Russo, membro della squadra che ha lanciato il progetto, “perciò dovevamo garantire loro una quantità abbastanza alta di giorni. Il minimo di giornate lavorative per ottenere il sussidio di disoccupazione agricola è 52. Abbiamo offerto loro questo e un regolare contratto bracciantile stagionale da 39 ore settimanali, a 47 euro per 6 ore e 40.”
Con questi standard, Funky Tomato ha potuto permettersi di assumere quattro dipendenti: Mamadou, senegalese, Yakouba e Walim, entrambi burkinabè, e Anita, una giovane mamma italiana precaria.
“Questo è il senso dell’aggettivo ‘funky’, che viene usato per indicare una contaminazione tra generi musicali diversi. È lo stesso per i migranti: contaminano e arricchiscono la nostra cultura, sono una risorsa enorme e non elementi di passaggio”, aggiunge Russo.
La storia di Mamadou è esemplare. “Quando l’abbiamo conosciuto, in un appartamento di Rosarno, ascoltava Radio Radicale per ore”, raccontano i suoi compagni di viaggio.
Mamadou in Senegal faceva il pescatore e quando è arrivato in Italia si è messo a fare il buttafuori nelle discoteche.
Poi è rimasto senza lavoro, ma non ha voluto cedere al caporalato: “Io sono un uomo libero”. Ora è uno dei protagonisti del progetto. Come lui, anche gli altri due lavoratori Yakouba e Walim, hanno rifiutato il lavoro ingiusto dopo averlo sperimentato; hanno sentito diffondersi la voce che Funky Tomato cercava delle persone e hanno deciso di fare un tentativo.
“Sono loro ad avere scelto noi, non il contrario”, ci racconta Russo, “e noi siamo contenti di fare conoscere loro un modello non industriale e intensiva, perchè capiscano che l’agricoltura non è solo sfruttamento ma artigianato e qualità . Qui acquisiscono delle capacità , imparano delle mansioni che possono tornargli utili per trovare altri lavori. Vorremmo iniziare a collaborare con gli Sprar: i migranti non devono essere visti come manovalanza ma essere aiutati a diventare tecnici con specifiche competenze”.
Certo, il lavoro è impegnativo. Resistere al mercato con una azienda piccola, artigianale e biologica, non è semplice.
Il prezzo di 1,70 euro per chilo di prodotto trasformato è alto rispetto ai prodotti industriali, ma basso rispetto ad altri nati sotto una simile stessa etica produttiva.
Gli acquirenti sono principalmente ristorazioni che a loro volta fanno micro-distribuzione, distributori equo solidali, minori, qualche privato. “Volevano diventare utili per un’economia virtuosa”, spiega Russo, “creare qualcosa che durasse nel tempo e creasse continuità territoriale. Ci stiamo riuscendo, si è creato un gruppo bellissimo. Ora miriamo a continuare, espanderci, magari sviluppare un progetto simile con l’olio. Ripartiremo con i pomodori la prossima primavera”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 31st, 2015 Riccardo Fucile
“MA CHE AIUTI ASSISTENZIALI E BENEFIT, GLI ITALIANI A LONDRA VENGONO PER DIMOSTRARE LA LORO COMPETENZA E FANNO CARRIERA”
Se la Gran Bretagna è diventata la “terra promessa” degli italiani in fuga dall’Italia, per
quelli di loro che non hanno un lavoro dipendente non promette nulla di buono.
L’editoriale del ministro dell’Interno Theresa May pubblicato ieri dal Sunday Times parla chiaro: ci vuole una stretta sull’immigrazione nel Regno Unito, perchè ha raggiunto cifre inaccettabili.
Chi non ha una busta paga ne resti fuori, insomma, europei compresi.
Anche se l’Ue le ha già risposto che la libera circolazione è principio fondamentale dell’Ue, gli emigrati e futuri emigrati italiani – che sono aumentati del 37% in un anno conquistando per la prima volta il secondo posto tra gli stranieri in arrivo — iniziano a chiedersi cosa ne sarà di loro.
Sul forum Italians in London i commenti vanno dal “Se ne pentiranno quando capiranno che hanno bisogno di noi” a “Allora gli inglesi non facciamoli entrare in Italia neanche a fare i turisti”. C’è chi addirittura crede che la riforma sia imminente: “Ma per me che salgo su il 9 settembre ci sono problemi?”.
Non è passato neanche un anno da quando lo scrittore italiano londinese di adozione Marco Mancassola ha scritto su Internazionale e poi sul New York Times dei ragazzi italiani che il Regno Unito non vuole più: “sono loro il problema che potrebbe decidere le prossime elezioni britanniche, e il destino dei rapporti tra Regno Unito ed Europa”.
“Il governo Cameron — ha aggiunto oggi Mancassola – ha provato più volte ad alzare i toni per ottenere una revisione del principio della libera circolazione dei cittadini entro i confini europei. Ma non ha mai trovato l’argomento decisivo. Il vero obiettivo in sostanza non è l’Europa ma Schengen. In un certo modo, una maniera piuttosto “inglese” di procedere: cercare e cercare il cavillo che potrebbe alterare la sostanza della questione, fino a trovarlo. E sono sicuro che lo troveranno. Gli ultimi dati sull’immigrazione in Gran Bretagna hanno scosso a fondo quella “Middle England” che decide le sorti elettorali, e che potrebbe decidere anche il referendum dell’anno prossimo sull’uscita dalla UE”.
La verità è che la May, che è candidata a essere il futuro primo ministro conservatore insieme al sindaco di Londra Boris Johnson e a George Osborne, ha voluto superare a destra i suoi rivali scrivendo quell’editoriale sul giornale liberal di riferimento per il ceto medio, per far passare il messaggio che è lei il vero leader di estrema destra, che è lei l’unica dei possibili leader conservatori che al referendum voterà per l’uscita dall’Ue, portandosi dietro i 140 tory rebel. Una mossa politica, quindi, più propaganda che potenziale minaccia per gli emigrati europei: “Gli italiani non se ne sono andati dall’America quando hanno ucciso Sacco e Vanzetti ingiustamente, figuriamoci se ne vanno dal Regno Unito per un editoriale”.
“Il tema dell’immigrazione è stata una delle chiavi di lettura delle recenti elezioni quindi è inevitabile che il governo adesso debba prendere una posizione a riguardo, anche per correggere il tiro dopo il fallimento degli estremismi di Nigel Farage che ha comunque lasciato scoperta una buona fetta di opinione pubblica”, concorda Stefano Broli, direttore dell’agenzia Phocus Collective LTD e cofondatore di Italian Kingdom, una piattaforma multimediale che attraverso un progetto fotografico, un magazine e una radio racconta la community degli italiani all’estero e le loro storie.
Ma Per Broli non si tratta unicamente di una mossa politica. “Londra non è il Regno Unito, ma la crisi di identità che sta vivendo si sta riversando anche sulla middle-class inglese, sempre più lontana dal centro della sua capitale per mantenere un living-standard soddisfacente ed evitare il folle rincaro degli affitti che già funge da filtro per l’immigrazione. Non sono sicuro che quello economico possa essere un reale criterio selettivo, a meno che non si voglia creare un’immigrazione di serie A ed una di serie B, da rifiutare e rispedire al mittente o perchè no, altrove. Il problema delle infrastrutture è sicuramente un dato reale, è impensabile che i numeri del flusso migratorio non si scontrino con la reale efficacia dei servizi ma questa più che una conseguenza di Schengen è una conseguenza dell’idea di Europa di cui probabilmente occorre la sua versione 2.0”.
La stessa esigenza di raccontare la comunità italiana è quella che ha sentito Luca Vullo, autore, regista e produttore catanese 36enne, che ha scelto proprio questo momento delicato per raccontare le storie, i sogni e le delusioni degli espatriati italiani nel suo documentario, INFLUX, che raccoglie i protagonisti di “questa contemporanea emorragia dell’Italia”.
“Durante la mia ricerca per la realizzazione della sezione short INFLUX — Europe is moving (selezionato allo Short Film Corner del Festival di Cannes 2015) ho chiesto agli intervistati italiani sul territorio inglese: Cosa succederebbe se l’Uk uscisse dall’Ue? Alcuni sostengono che sarebbe un grave autogol per gli inglesi per la perdita di investitori e per la drastica riduzione di energia umana, creativa e professionale derivante da questo flusso migratorio. Altri si trovavano favorevoli al porre un filtro a questa emigrazione di massa che sfrutta il welfare e può danneggiare chi invece si trasferisce con un regolare contratto di lavoro. Altri ancora si preoccupavano del fatto che avrebbero dovuto richiedere il visto e si sentivano offesi. Insomma pareri discordanti che comunque testimoniano un sentimento comune: la paura. Gli inglesi non sopportano più questo INFLUX indistintamente che siano italiani, polacchi, spagnoli o rumeni. Bisognerà avere un contratto di lavoro dipendente e se aggiungiamo che bisognerà lavorare nello stesso ambiente di lavoro per almeno 5 anni saremo tornati alla Londra anni 60 e al contratto Italo Belga del 46. La storia si ripete e il paradosso è che adesso anche io sento minacciare la cosa più preziosa che mi ha regalato questo stesso paese: la libertà “.
Non sopporta che gli italiani vengano dipinti come dei turisti del welfare in cerca di sussidi Teresa Pastena, fondatrice di Cv&Coffee, l’agenzia di consulenza per italiani in cerca di lavoro nel Regno Unito che sta diventando una vera a propria agenzia di collocamento.
“Non ricordo nessuno dei nostri clienti che si sia trasferito dall’Italia con l’intenzione di chiedere un aiuto assistenziale allo stato inglese o di aver anche solo menzionato i benefit se la ricerca di lavoro non avesse prodotto risultati. Tutt’altro. I giovani e le famiglie che arrivano dall’Italia hanno la voglia di dimostrare quelle competenze che il nostro paese non gli riconosceva o pagava a sufficienza. Assistiamo professionisti le cui qualifiche ed esperienze vengono apprezzate dal mercato inglese in tempi brevi”.
Chi deve invece ripartire da zero con lavoretti al pub, è perchè ha bisogno di migliorare l’inglese per riuscire ad ottenere il prima possibile un tirocinio o lavoro in ufficio.
“E in molti raggiungono quest’obiettivo in assoluta indipendenza economica: dalle famiglie (non sono mamma e papà a pagare l’affitto e le bollette ma loro stessi con i sacrifici di doppi turni al lavoro) e dallo stato”.
Ne sa qualcosa anche Francesca Boccolini, cofounder di Hunter, un’app che consente di localizzare e assumere velocemente personale e di trovare lavoro all’ultimo minute, partendo proprio dagli italiani a Londra come primi utilizzatori.
“In questi anni ho avuto modo di lavorare con molti italiani tra designer, developer, consulenti e creativi che come me cercavano di costruire la loro startup e che per potersi mantenere facevano più lavori allo stesso tempo, spesso anche in bar e ristoranti di sera e nei weekend. C’è una fortissima selezione naturale. Improbabile che si possa rimanere a Londra e tentare la fortuna considerato il costo della vita e l’altissimo livello di competizione. Chi viene e rimane ha un obiettivo chiaro e fa di tutto per raggiungerlo. Chi non riesce è costretto ad andare altrove”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 31st, 2015 Riccardo Fucile
L’ESPERTO DI DIRITTO EUROPEO: “E’ UN DIRITTO DEI LAVORATORI DAL 1957 E CONTRASTA CON LA LIBERA CIRCOLAZIONE IN AMBITO UE”
L’idea di chiudere le porte ai cittadini dell’Unione Europea in cerca di lavoro in Gran Bretagna, lanciata da Theresa May, non è praticabile.
La proposta del ministro dell’Interno britannico ha il sapore della provocazione, ma fa discutere a livello europeo.
Da Bruxelles è arrivato un richiamo a Londra: “La libera circolazione dei cittadini europei è parte integrante del mercato unico e un elemento centrale del suo successo”, ha detto la portavoce della Commissione Ue Mina Andreeva.
Bruxelles fa quindi sapere che la non adesione di Londra ai trattati di Schengen sulla libera circolazione delle persone non cambia poi la sostanza. “I lavoratori Ue beneficiano di questo diritto fin dalle origini dell’Unione europea, visto che tale principio è contenuto nel trattato di Roma del 1957”.
“Un tempo – spiega ad HuffPost Francesco Cherubini, docente Luiss ed esperto di Diritto dell’Unione Europea – un cittadino europeo si poteva spostare in un altro paese solo se aveva un lavoro. Questa categoria è stata negli anni allargata prima ai pensionati, poi a chi era in cerca di lavoro e infine estesa a tutti i cittadini dell’Ue”.
Ma le misure annunciate dal ministro britannico May “non sono praticabili non tanto – e non solo – sotto il profilo lavorativo, quanto in un discorso più ampio sulla libera circolazione dei cittadini su suolo europeo”.
Anche se con qualche eccezione, perchè la Gran Bretagna non ha aderito a Schengen.
Può esercitare quindi controlli alle frontiere. Ma i cittadini Ue possono entrare in UK “non tanto alla luce della normativa sulla libera circolazione dei lavoratori, quanto soprattutto alla luce delle norme sulla libera circolazione dei cittadini dell’Ue”, continua Cherubini.
Insomma, “possono circolare proprio in quanto cittadini. E possono farlo dal 1991, quindi praticamente da 25 anni a questa parte”.
In pratica, la strada indicata dal ministro britannico non è percorribile “salvo concordare una nuova disciplina sulla circolazione dei lavoratori – dichiara Cherubini – Ma significherebbe riportare il discorso sull’integrazione europea indietro di 25 anni, sul piano della cittadinanza europea. Su quello dei lavoratori in Ue bisognerebbe tornare al 1957”.
(da “Huffingtonpost“)
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Agosto 29th, 2015 Riccardo Fucile
SI MOLTIPLICANO I CONCORSI A PREMI CHE METTONO IN PALIO CONTRATTI A TEMPO, PAGA LA DEA BENDATA
I curricula, la gavetta, il merito, la fatica sul campo. Al netto di raccomandazioni e scorciatoie poco limpide, è questa la strada che porta alla conquista di un posto di lavoro.
O almeno, così ci hanno sempre raccontato.
In realtà , in tempi di crisi occupazionale, quando trovare un impiego sembra diventare un’impresa, a volte può essere più utile affidarsi alla fortuna che impegnarsi a distribuire curricula.
Ed ecco che la conquista di un posto di lavoro diventa letteralmente un terno al lotto: c’è chi ce l’ha fatta grazie a una tombola, ai punti del supermercato o alla lotteria di Natale.
E se la fortuna non basta, le vie alternative per trovare un’occupazione non mancano.
Per avere un contratto, c’è chi ha partecipato a un concorso di bellezza, ha passato una serata in discoteca o ha fatto il pieno di like su Facebook.
L’ultimo caso balzato agli onori della cronaca, nell’agosto 2015, è arrivato dalla provincia di Piacenza.
A Pontedellolio, in occasione della festa patronale di San Rocco, il salumificio San Bono ha organizzato una tombola. Primo premio: un posto di lavoro. Sono state vendute ben 1500 cartelle, al prezzo di due euro ciascuna.
Ironia della sorte, la vincitrice aveva già un impiego, ma lo sponsor le ha permesso di scegliere se girare l’offerta a un parente o convertire la vincita in una fornitura di salumi per tutto l’anno.
Ma prima di Piacenza, la dea bendata del lavoro ha fatto tappa in diverse catene di supermercati italiani.
Ad aprire le danze sono stati, nel 2009, i centri commerciali Tigros, in provincia di Varese. Con almeno trenta euro di spesa, i clienti ottenevano un tagliando che poteva essere sorteggiato durante un’estrazione finale.
Dieci persone hanno vinto un contratto a tempo determinato all’interno del supermercato.
Pochi mesi dopo, ecco ripetersi l’iniziativa in Sardegna. A lanciare il concorso Vinci il tuo posto di lavoro è stato il Consorzio distribuzione e servizi Cs&D, che gestiva supermercati Sigma e Despar.
Alla direzione sono arrivate oltre 180mila cartoline, pari a circa un decimo della popolazione sarda: in palio erano 48 contratti della durata di un anno.
Infine, lo scenario si è replicato in provincia di Roma nel 2012. Nei supermercati Oneprice, lo schema è stato lo stesso: fai la spesa, compila una cartolina e, se la fortuna ti bacia, vinci un contratto a tempo determinato.
La riffa del lavoro, in realtà , non è un’esclusiva italiana.
A Barcellona, nel 2013, la società KitKat Krisis ha organizzato una lotteria di Natale dal titolo emblematico: “Il sogno della mia vita”.
Oltre ad automobili ed elettrodomestici, la competizione prevedeva premi a dir poco insoliti: ai vincitori, l’agenzia si offriva di pagare mutuo, affitto o bollette di luce e gas per tre anni.
Ma il pezzo forte della riffa era, manco a dirlo, un posto di lavoro.
L’impiego era previsto presso la ditta di salumi Enrique Tomà¡s e consisteva in un contratto a tempo indeterminato, sebbene preceduto da due mesi di prova.
Ma se manca la fortuna, basta puntare sulla propria bellezza. E non si parla di modelle o showgirl, ma di semplici cameriere.
Nel 2010, un pub della provincia di Vicenza ha indetto un concorso di bellezza: le partecipanti, tra i 18 e 30 anni, dovevano sfilare in abito elegante, in divisa e in costume da bagno.
Una giuria di clienti abituali avrebbe incoronato la ragazza più bella, confederendole un posto come cameriera. Ma il concorso è stato accusato da più parti di offendere la dignità della donna e il pub, infine, ha rinunciato alla sfilata.
Esito diverso, invece, a Cantù, in provincia di Como: qui, nel 2014, il bar Caffecchio ha organizzato un concorso di bellezza. Alla vincitrice è stato offerto un contratto a chiamata per lavorare come cameriera nel locale.
E sempre da quella che una volta era la ricca Brianza, arriva il “party dei disoccupati”. L’iniziativa è partita nel settembre 2014 dal Crystal Cafè, ancora a Cantù, per poi ripetersi in altri locali della zona.
Ma cosa avevano da festeggiare questi disoccupati? Poco o nulla, probabilmente, ma la serata è stata organizzata con lo scopo di fornire opportunità di lavoro agli avventori. E anche di attirare clienti, ovviamente.
Nel locale sono stati allestiti stand di agenzie interinali e aziende in cerca di personale, mentre gli schermi presenti in sala riportavano diverse offerte di lavoro.
Infine, i proprietari del locale hanno raccolto curricula e scelto un nuovo barista, che ha firmato un contratto part time. Insomma, come cercare lavoro bevendo un cocktail.
Una versione simile di questa iniziativa si è tenuta anche alla più blasonata discoteca Hollywood di Milano, sotto il nome di “party cerco e offro”.
Dagli happy hour ai like di Facebook il passo è breve.
La compagnia aerea Swiss international air lines, nel 2014, ha indetto un concorso per assegnare un contratto di lavoro di sei mesi. Il vincitore sarebbe diventato lo “Swiss explorer”: avrebbe dovuto filmare, documentare, twittare, fotografare le destinazioni della compagnia e testare offerte e servizi.
I candidati hanno affrontato un processo di selezione dove alle scelte della società si affiancava il giudizio del popolo di internet: i video degli aspiranti esploratori sono stati caricati sul web e votati attraverso un sito dedicato o i social network. Insomma, che vinca il migliore.
O il più social.
Stefano De Agostini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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